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	<title>Rubriche Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. &#8220;0gni cosa che accade, per scelta o casualità, porta sempre un arricchimento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:08:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Finalmente dopo tanto tempo ritorno a scrivere per questa rubrica Lo faccio raccontandovi la storia di Elisa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Una donna, una mamma, una caregiver, che ha scelto di cambiare la sua vita per amore di sua figlia. Questa è la storia di Elisa, che sceglie di affrontare un salto nel buio, non sapendo, non avendo appigli a cui aggrapparsi, eppure ogni giorno decide di lottare contro le paure i dubbi le incertezze di un futuro, che pur non sapendo cosa riserverà, crede possa essere migliore. </p>



<p>Potresti presentarti?</p>



<p>Sono Elisa, 45 anni, vivo da sempre a Desio dove vive anche la mia famiglia a cui sono molto legata. Sono sposata con Paolo dal 2011 e nel 2013 è arrivata Anna. </p>



<p>Sei mamma di Anna una bambina affetta da una malattia molto rara A che età hai scoperto questa malattia e come questa scoperta ha cambiato la tua vita ? Abbiamo scoperto della sua malattia quando Anna aveva 7 mesi e io 33 anni. Dal punto di vista personale è stata dura rendersi conto che la mia esperienza di mamma non sarebbe stata come l&#8217;avevo immaginata, i sogni anche semplici come cucinare qualcosa con mia figlia, non si sarebbero mai realizzati </p>



<p>Prima della nascita di Anna lavoravi? Se si, che lavoro svolgevi, ti piaceva? </p>



<p>Prima di Anna ero una restauratrice. Quando sono rimasta incinta stavo lavorando alla villa reale di Monza, sapevo che con la gravidanza avrei interrotto per un po&#8217; il lavoro ma pensavo giusto per i soliti mesi, un anno, come tutte le neo mamme. Ho dovuto presto ricredermi perché le visite,i ricoveri e le sedute di terapia hanno assorbito tempo e forze e non mi è più stato possibile tornare al lavoro. Sono stata per tanti anni restauratrice e mi piaceva tanto, mi dava soddisfazione nonostante fosse un lavoro fisicamente faticoso. </p>



<p>So che attualmente svolgi tutt&#8217;altro tipo di lavoro, in un ambito completamente diverso, sei educatrice in una scuola, quali sono le ragioni che ti hanno spinto al cambiamento? Col tempo sono arrivata alla decisione di abbandonare il restauro. Il mio corpo non era più in grado di reggere lo sforzo fisico del cantiere o del laboratorio( dove mi occupavo di mobili antichi) e in contemporanea la movimentazione di Anna in crescita che iniziava a pesare sempre più. Se già a causa del restauro ero cliente abituale del fisiatra, ora la situazione stava peggiorando. Non sono mai stata in grado di stare ferma, appena Anna si è inserita stabilmente in un centro diurno riabilitativo ho cercato di capire cosa fare da grande. È arrivato un suggerimento da un&#8217;amica e, non senza mille paranoie, ho provato. </p>



<p>Quali sono le gratificazioni più grandi del tuo nuovo lavoro? Ciò che accomuna il mio primo lavoro e quello di educatrice è la pazienza, sono da sempre una gran devota di santa pazienza! Io mi occupo sia di adolescenti che di bimbi e la cosa che mi piace di più è vedere la loro soddisfazione quando riescono in un compito difficile. Hanno un sorriso impagabile! </p>



<p>Quali sono i valori che pensi di aver trasmesso ai ragazzi che segui ed i valori che loro ti hanno trasmesso ? </p>



<p>Credo che il valore aggiunto sia il mio essere mamma/ caregiver perché ho modo di comprendere meglio i genitori con cui mi rapporto. Questo a volte può essere un limite&#8230; </p>



<p>Ultimamente ti sei nuovamente &#8220;rimessa in gioco&#8221;, iscrivendoti all&#8217;università per diventare educatrice Cosa ti ha spinto a prendere questa ulteriore decisione avendo tu già un lavoro come educatrice? Raccontaci&#8230; </p>



<p>Quando ho capito che mi trovavo bene in questo nuovo ruolo ho deciso di prendere la laurea in scienze dell&#8217;educazione per poter avere anche una maggiore preparazione. In contemporanea non perdo di vista anche i vari corsi che vengono proposti dalla Lega del Filo d&#8217;Oro, sono più incentrati su disabilità visive e uditive ma li trovo incredibilmente illuminanti per qualunque situazione. </p>



<p>Come riesci a conciliare il tuo lavoro di educatrice, quello di mamma e lo studio&#8230; Esiste qualche ente oltre ovviamente ai tuoi familiari, che ti aiuta nella cura di Anna? Conciliare tutto è piuttosto difficile, per fortuna lavoro part-time e cerco di gestire le ore libere per lo studio e tutto ciò che non posso fare quando Anna torna da scuola a metà pomeriggio. Al momento ho solo la famiglia di mio fratello con mia cognata e i miei nipoti che mi danno una mano e che,quando abbiamo bisogno di una pausa, ci permettono di uscire da soli. Mia mamma è una presenza fissa come supporto morale ma ad oggi non ho ancora trovato nessuno che ci possa offrire un servizio di babysitteraggio alternativo. Il comune tramite la misura b2 ci ha proposto un servizio OSS due volte a settimana. L&#8217;ho accettato di buon grado dato che ho una spalla in grave difficoltà e un po&#8217; di aiuto mi fa&#8217; comodo. Altri momenti di sollievo li abbiamo un sabato al mese perché portiamo Anna a Lesmo alla lega del filo d&#8217;oro e la recuperiamo a metà pomeriggio. Sono momenti preziosi! </p>



<p>Per esperienza personale so quanto sia importante che una persona con disabilità trovi il proprio spazio, ma è altrettanto importante che anche chi se ne prende cura possa trovarne uno proprio, riesci a ritagliarti del tempo per te stessa ? </p>



<p>Al momento è quasi tutto dedicato allo studio ma sto cercando di ritagliarmi qualche cena/serata con amiche per staccare un po&#8217;. </p>



<p>Afronte di tutto ciò sei pentita della scelta che hai fatto? No,come dicevo fatico a stare ferma e le sfide mi piacciono, quindi lo rifarei. In ogni caso non ritengo molto utile rimuginare sui se e sui ma, ogni cosa che ci accade,per scelta o casualità,porta sempre un arricchimento </p>



<p>Qual è il tuo motto se ne hai uno? </p>



<p>Non ho un vero e proprio motto ma un modo di affrontare le cose, il più possibile con positività e sorriso, le cose brutte accadono comunque ma in questo modo è più facile, almeno per me Ringrazio tantissimo Elisa per la sua disponibilità, concludo con una riflessione: secondo me Elisa può essere un esempio per tuttə noi! </p>



<p>A volte la vita ci impone di dover scegliere e a me personalmente soprattutto in quest&#8217;ultimo periodo capita di scegliere la strada più facile, quella dell&#8217;evitamento del problema, di non volerlo affrontare direttamente per paura insicurezza, invece la storia di Elisa ci insegna che si può scegliere di andare avanti percorrere una strada tortuosa dissestata piena di imprevisti, ma una volta arrivati in cima alla salita, ecco che si intravede una luce, quella della gioia: la gioia nel vedere che i piccoli o grandi traguardi sono stati raggiunti. E da qui credere che un futuro migliore possa esistere.</p>
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		<title>Accendi la tua presenza</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Nov 2025 09:07:52 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Oggi vi voglio parlare di una realtà che unisce due aspetti molto importanti per noi persone con disabilità. La realtà in questione è BeOn Foundation che in tutti i progetti che propone sul territorio lombardo, concretizza un binomio che è molto spesso solo teorizzato, ovvero il connubio tra accessibilità e inclusione attraverso la promozione di progetti in diversi ambiti che pongono al centro la persona con disabilità e le sue esigenze facilitando a seconda delle capacità della persona, la fruizione delle risorse messe a disposizione, favorendo così l&#8217;equità con gli altri coinvolti nei progetti, favorendone l&#8217;interazione e la relazione in un contesto di gruppo. Ora lascio la parola a Stefano che ci racconterà questa realtà nel dettaglio! Buona lettura</p>



<p>Intervista a Stefano – beOn Foundation</p>



<p> <br>Ciao Martina, io sono Stefano. Sono cofondatore (con Flavia, Dario e Giovanni) della beOn Foundation ETS, e sono anche compagno di vita di Flavia. Da molti anni mi occupo di includere persone con disabilità nel mondo del lavoro, della formazione, del tempo libero: non come “assistente”, ma come alleato, convinto che ognuno abbia un potenziale da esprimere.</p>



<p>Quando e come è nata l’idea di creare una fondazione?<br>L’idea è nata in seguito a un episodio che ha cambiato profondamente le nostre vite: l’incidente di Flavia. Quel tragico momento ha mostrato in modo nitido le barriere — fisiche, culturali, sociali — che esistono ogni giorno per tantissime persone. Da lì è scattata la voglia di non limitarsi al dolore, ma trasformarlo in qualcosa di utile. Dal 2018 abbiamo iniziato “sperimentando” piccole attività — corsi, occasioni di incontro — e poi, con il tempo, abbiamo deciso di formalizzare tutto in una fondazione, per dare un’organizzazione stabile, visibilità e portata maggiore all’impegno che già stavamo portando avanti. Volevamo che non fosse solo un gesto personale, ma una realtà che potesse coinvolgere altre persone, aziende, associazioni.</p>



<p>“beOn”, nome casuale o con significato? Se sì, quale?<br>Il nome beOn non è stato scelto a caso, anzi. È un vero e proprio gioco di parole con “Beyond”, che significa “andare oltre” — proprio come cerchiamo di fare ogni giorno: oltre le barriere, oltre le etichette, oltre le paure. Allo stesso tempo, “beOn” suona come un invito: essere accesi, essere presenti, esserci. Non restare spenti o ai margini, ma “on”, nel flusso, nella vita, nelle relazioni. Insomma, il nome racchiude perfettamente il nostro spirito: essere presenti, consapevoli e andare oltre, sempre insieme.</p>



<p>Quali sono le principali finalità della fondazione e qual è il vostro target di riferimento?<br>Le finalità della fondazione sono molteplici ma tutte convergenti verso un orizzonte comune: migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità, intervenendo in formazione, inserimento lavorativo, arte, cultura, spettacolo, e occasioni di aggregazione gratuite. Alcuni progetti chiave sono: DigiLab for Future, Gaming Inclusivo, Teatro Inclusivo e collaborazioni con aziende e associazioni del territorio. Il target è chiaro: persone con disabilità, soprattutto giovani e adulti che vogliono esserci e non essere esclusi, ma anche famiglie, aziende e chi crede nell’inclusione come valore condiviso.</p>



<p>Se esiste, qual è il motto della fondazione?</p>



<p>Non so se abbiamo un motto ufficiale, ma c’è una frase che riflette bene lo spirito: “Beyond the barriers” — andare oltre le barriere. In pratica: non fermarsi davanti agli ostacoli, ma superarli insieme.</p>



<p>La collaborazione tra beOn e “Teatro dei Lupi” con il progetto “Mostrarti”? Parlaci di questa esperienza.<br>È una delle esperienze che porto nel cuore. “Mostrarti” è un progetto in cui abbiamo collaborato con il Teatro dei Lupi per creare uno spazio artistico dove persone con disabilità potessero mostrarsi nella loro espressività. Abbiamo mescolato competenze: il Teatro dei Lupi porta la professionalità scenica e la narrazione, noi portiamo attenzione all’accessibilità e supporto alle persone. Un ruolo fondamentale in questo percorso lo ha avuto anche Deinòs Teatri, che ha condiviso con noi la stessa visione e lo stesso impegno, contribuendo a rendere il progetto ancora più corale e inclusivo. Mi ha insegnato quanto sia importante il passo condiviso: non<br>imporre un percorso ma costruirlo insieme. Il palco diventa così spazio di relazione, ascolto, trasformazione.</p>



<p>Cosa ti hanno insegnato le persone con cui lavori e cosa pensi di aver insegnato tu a loro?<br>Ho imparato la pazienza, l’umiltà e la forza del gruppo. Le soluzioni migliori nascono quando tante teste diverse collaborano. Ho imparato anche a celebrare le micro vittorie. Spero di aver insegnato che non si è oggetto di aiuto ma soggetto attivo, che la disabilità non definisce la persona e che la partecipazione vera fa la differenza.</p>



<p>Nei vostri progetti mettete al centro l’inclusione: cosa è stato fatto e cosa resta da fare?<br>Si è fatto molto: cresce la sensibilità di aziende e istituzioni, si lavora su accessibilità fisica e digitale, si sperimentano modelli ibridi e si comunica per normalizzare l’inclusione. Ma resta da fare tanto sul piano culturale: servono educazione, politiche strutturali, accessibilità universale e vera partecipazione delle persone con disabilità nei processi decisionali.</p>



<p>Qual è il tuo motto?<br>Direi: “Accendi la tua presenza” — non aspettare che qualcuno ti inviti, entra, proponiti, sii parte.</p>



<p>Prospettive future?<br>Voglio far crescere beOn in più regioni, rafforzare le collaborazioni con aziende tech per strumenti inclusivi, portare la cultura dell’inclusione nei luoghi istituzionali e sperimentare nuovi linguaggi artistici e digitali per raccontare le diversità.</p>



<p></p>



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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Trasformare le difficoltà in opportunità</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 08:20:02 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p>Finalmente la rubrica &#8220;Buone Notizie&#8221; si arricchisce di un&#8217;altra bellissima storia che vi voglio raccontare! È la storia di Cinzia, una persona con disabilità, che vive la vita con intensità e passione. La sua storia ci insegna che, attraverso la determinazione, la costanza e la forza di volontà ,si possono raggiungere i propri obiettivi, i propri sogni . Inoltre ci insegna ,come dice il titolo di questa intervista e come dice lei stessa, a trasformare le difficoltà in opportunità, mettendosi costantemente in gioco. Ora lascio la parola a Cinzia e auguro a voi buona lettura!</p>



<p>1) Presentati&#8230; </p>



<p>Mi chiamo Cinzia Giordano, ho 25 anni e mi piace definirmi attraverso le diverse sfaccettature della mia vita. Prima di tutto sono una psicologa, abilitata da poco, e ho già iniziato a muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Attualmente sto svolgendo un tirocinio di 200 ore presso il reparto di oncologia dell’Ospedale Sacco di Milano, esperienza che mi sta permettendo di approfondire la mia formazione clinica. Il mio percorso professionale è iniziato presso Spazio Vita Niguarda, dove ho avuto la possibilità di affiancare un’équipe multidisciplinare nel supporto a persone con disabilità e ai loro caregiver. Parallelamente, sono anche una sportiva: faccio parte della squadra di rugby in carrozzina ASD Dragons Milano, un’esperienza che mi insegna ogni giorno il valore del gioco di squadra e della determinazione. E naturalmente sono anche figlia, sorella e compagna, ruoli che arricchiscono e completano la mia identità. L’interesse per il tema della disabilità nasce anche dalla mia esperienza personale: convivo con una patologia neurodegenerativa, la Charcot-Marie-Tooth. Questo aspetto della mia vita, lungi dall’essere un limite, mi ha insegnato la resilienza, l’empatia e la voglia di mettermi in gioco, qualità che cerco di portare in ogni contesto umano e professionale. </p>



<p></p>



<p>2) So che stai studiando per diventare psicologa: Ti stai specializzando in una particolare branca della psicologia ovvero psicologia oncologica, cosa ti ha spinto a compiere questa scelta? </p>



<p>Si, sto svolgendo un master in psico-oncologia. La mia scelta di specializzarmi in psico-oncologia nasce dal desiderio di accompagnare le persone in uno dei momenti più delicati della loro vita. Durante il mio percorso accademico e durante il tirocinio ho potuto constatare l’importanza di un supporto psicologico mirato, capace di trasformare la paura e l’incertezza in forza e resilienza. Affrontare la dimensione emotiva legata a una diagnosi oncologica significa non solo lavorare sull’aspetto clinico, ma soprattutto offrire un sostegno che valorizza la persona nella sua interezza. In questo percorso, ho compreso che la psico-oncologia mi permette di unire la mia passione per la psicologia con la voglia di fare la differenza, aiutando chi vive situazioni di grande vulnerabilità a ritrovare la propria forza interiore. </p>



<p>3) So che stai quasi ultimando il tuo tirocinio presso il Centro Spazio vita, un centro che si occupa della socializzazione tra persone con disabilità attraverso attività ricreative e tecnologiche, come stai vivendo questa esperienza?</p>



<p>Il tirocinio presso il Centro Spazio Vita è stata un’esperienza davvero arricchente. Avere ultimato questo percorso mi permette di guardare indietro con soddisfazione per tutto ciò che ho imparato, sia a livello professionale che umano. Lavorare in un ambiente in cui la socializzazione viene promossa attraverso attività ricreative e l’uso della tecnologia mi ha fatto comprendere quanto piccoli momenti di condivisione possano trasformarsi in grandi opportunità di crescita per chi vive con disabilità. Questa esperienza mi ha insegnato il valore dell’ascolto, della collaborazione e della creatività, elementi fondamentali per costruire relazioni autentiche e significative. Sono convinta che queste competenze saranno preziose nel mio futuro percorso come psicologa, perché ogni incontro e ogni attività mi hanno arricchito e ispirato a continuare su questa strada con passione e dedizione. </p>



<p>4) So che sei tirocinante all&#8217;interno del progetto dei gruppi di Auto Mutuo Aiuto, raccontaci come ti trovi</p>



<p>L’esperienza nei gruppi di Auto Mutuo Aiuto è stata per me estremamente formativa e gratificante. Ogni incontro rappresenta un’occasione per ascoltare storie diverse, confrontarmi con emozioni autentiche e apprendere il valore della condivisione. Mi trovo in un ambiente accogliente e solidale, dove ogni contributo individuale si trasforma in una forza collettiva. Questa esperienza mi permette di mettere in pratica le mie competenze in psicologia e, al contempo, di crescere personalmente, rafforzando la mia empatia e la mia capacità di supporto. </p>



<p>5) Cosa pensi di aver insegnato alle persone con cui ti relazioni quotidianamente e tu pensi di aver imparato qualcosa da loro? </p>



<p>Credo di aver trasmesso alle persone con cui mi relaziono l’importanza dell’ascolto, del rispetto per l’unicità di ognuno e del valore della condivisione. Ho cercato di far capire che, anche nei momenti difficili, c’è sempre spazio per la crescita e la resilienza. Al contempo, ho imparato moltissimo dalle loro storie, dalla forza con cui affrontano le sfide e dalla capacità di trasformare le difficoltà in opportunità. Questa reciproca condivisione mi arricchisce e mi insegna ogni giorno quanto la diversità e l’empatia siano fondamentali per costruire relazioni autentiche. </p>



<p>6) Parlaci di questo curioso binomio, rugby-carrozzina: so che giochi in una squadra e che partecipate a un campionato, come mai hai scelto proprio questo sport singolare? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha conquistata perché è uno sport in cui davvero tutti partono alla pari, indipendentemente dal tipo di disabilità o dalla forza fisica che hanno. In campo non conta solo la potenza: a fare la differenza sono la strategia, il gioco di squadra e l’intelligenza tattica. Anche il compagno che magari ha meno forza nelle braccia o nelle mani può essere fondamentale, perché ogni ruolo ha il suo peso e il suo valore. Questo mi ha colpito molto: ognuno è importante, nessuno è “di troppo”. Con i Dragons ho trovato un gruppo che funziona come una vera squadra, dove ci si completa a vicenda e si dimostra che la disabilità non toglie la possibilità di competere, divertirsi e sentirsi parte di qualcosa di grande. </p>



<p>7) Quali sono i valori che questo sport ti ha insegnato ? </p>



<p>Il rugby in carrozzina mi ha insegnato prima di tutto la resilienza, perché ogni partita è una sfida fisica e mentale che richiede di rialzarsi anche dopo una caduta. Poi il gioco di squadra: nessuno vince da solo, serve fiducia reciproca e la consapevolezza che ognuno porta un contributo fondamentale. Infine, la determinazione, quella forza che ti spinge a dare sempre il massimo, anche quando le circostanze sembrano avverse. </p>



<p>8) Come vivi oggi la tua condizione di disabilità? </p>



<p>La disabilità è parte della mia vita, ma non mi definisce interamente. Ho imparato a viverla come una sfida quotidiana, che mi spinge a trovare soluzioni, a non fermarmi davanti agli ostacoli e a trasformare i limiti in opportunità di crescita. Non è sempre facile, ma la mia esperienza personale mi aiuta a essere più empatica nel lavoro. </p>



<p>9) Qual è il motto della tua vita? (Se ne hai uno) </p>



<p>Se dovessi sceglierne uno direi: “Trasformare le difficoltà in possibilità”. È un pensiero che mi accompagna in ogni ambito, sia personale che professionale. </p>



<p>10) Come è Cinzia oggi? Descriviti in tre parole </p>



<p>Direi: determinata, empatica, curiosa </p>



<p>11) Progetti per il futuro? </p>



<p>Il mio ambizioso obiettivo è continuare a crescere come psicologa e, al contempo, costruire una carriera sportiva che possa portarmi lontano. Vorrei affinare le mie competenze in psico-oncologia, lavorare sia in ospedale che in contesti più flessibili, e portare avanti iniziative di sensibilizzazione sulla disabilità. Sul fronte sportivo, sogno di poter entrare nella nazionale italiana di rugby in carrozzina; poter rappresentare il mio paese sarebbe la conferma che il duro lavoro, la passione e il sacrificio fanno davvero la differenza.</p>



<p>Questa storia ci insegna che sei veramente credi in ciò che vuoi anche &#8220;l&#8217;impossibile&#8221;può diventare possibile&#8221;.</p>
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		<title>“Libri Liberi”. Una piccola morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Jul 2025 12:17:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto “Da quando Dio mi ha dato la vita, a Murcia, e fin quando me l&#8217;ha tolta, a Damasco, sono stato continuamente in viaggio”, così afferma il protagonista di questo lungo racconto&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="240" height="376" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-18081" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 240w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/07/Una-piccola-morte-191x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 191w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>“Da quando Dio mi ha dato la vita, a Murcia, e fin quando me l&#8217;ha tolta, a Damasco, sono stato continuamente in viaggio”, così afferma il protagonista di questo lungo racconto all&#8217;inizio del quarto capitolo del romanzo intitolato “Una piccola morte”, di Mohamed Hasan Alwan (edito da E/O).</p>



<p>Si tratta della vicenda di Muhammad Ibn Arabi, vissuto tra il XII e XIII secolo e considerato uno dei più importanti mistici di sempre, ispiratore persino di Dante e di San Giovanni della Croce.</p>



<p>Se la metafora del viaggio, in Letteratura, è metafora di Vita, Ibn Arabi, attraverso i suoi spostamenti tra la Spagna (che all&#8217;epoca faceva parte dell&#8217;impero degli Almohadi) e alcune città del Nord Africa e del Medioriente conduce la propria esistenza da uomo finito e mortale (si sposa più volte, diventa padre, prende parte alle complesse vicende politiche del suo tempo, è docente stimato delle madrase più affermate del mondo arabo, soffre per la perdita degli amici cari), ma allo stesso tempo compie un percorso spirituale che lo porterà a divenire uno dei più importanti padri del sufismo, la dimensione, appunto, mistica della religione islamica.</p>



<p>Ogni capitolo è introdotto da citazioni del maestro stesso &#8211; alcune più interessanti, altre meno &#8211; che delineano il suo pensiero filosofico e poetico e la scrittura dettagliata e curata dell&#8217;autore permette di prender parte all&#8217;avventura del personaggio principale e dei comprimari, alcuni dei quali sono stati, per lui e per i lettori, guide interiori, come ad esempio le bella figura del compagno di ricerca e servo fedele, Badr. Ricerca di cosa? Dei quattro <em>watad</em>, ovvero dei quattro santi che proteggono i quattro angoli del mondo, ma in realtà la vera ricerca è quella del senso della vita.</p>



<p>Tradotto in più di dieci lingue, la storia di Ibn Arabi romanzata da parte del giovane autore saudita, classe 1979, ha riscosso enorme successo &#8211; tanto da vincere l&#8217;International Prize for Arabic Fiction, il più prestigioso riconoscimento dedicato alla letteratura in ligua araba &#8211; per la scrittura esoticamente affascinante, per la descrizione vivida delle situazioni storiche e, infine, per la delicatezza con cui Alwan, tramite un racconto in prima persona, accompagna il lettore nella individuale, privata indagine del significato dell&#8217;esistenza.</p>



<p>Raggiungere il misticismo, raggiungere un&#8217;Altezza è facile: è sufficiente, per elevarsi, per viaggiare in verticale, farlo in linea orizzontale, ovvero amando chi è intorno a noi, coloro che intrecciano il nostro percorso, nel bene nel male. E ciò dimostra come, al di là delle distinzioni tra le fedi monoteiste, l&#8217;essenza sia la medesima: “La nostra religione è la religione dell&#8217;amore, e tutti gli uomini sono legati in una catena di cuori, e se un anello si stacca, un altro, in un altro luogo, ne prenderà il posto”. <em>Una piccola morte</em>, ci dice che è l&#8217;amore che ci individua, l&#8217;amore per gli altri che così “altri” non sono.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Un sito per le persone scomparse del Mali e non solo</title>
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		<pubDate>Sat, 24 May 2025 10:14:16 +0000</pubDate>
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<p>Un altro importante traguardo reso possibile dal progetto “Dalla testimonianza al protagonismo: le madri dei migranti dispersi nel Mediterraneo promotrici di diritti e di attività generatrici di reddito in Mali e in Senegal”, promosso dalle associazioni Abarekà Nandree ODV, Todo Cambia e&nbsp;Énergie pour les Droits de l&#8217;Homme Sénégal&nbsp;e finanziato dall&#8217;Otto per Mille della Chiesa Valdese.</p>



<p>Il progetto ha l&#8217;obiettivo di promuovere l&#8217;autonomia e la partecipazione democratica delle famiglie dei migranti dispersi, mediante attività generatrici di reddito portate avanti dalle donne appartenenti a queste famiglie e con il sostegno alla loro mobilitazione per verità e giustizia sulla sorte dei loro cari.</p>



<p>La Sezione Mali è composta da 10 video-interviste ad alcune delle 42 donne parti attive del progetto e da una fotogallery che raccoglie le immagini dei loro parenti scomparsi, vittime delle frontiere. Grazie alle testimonianze di queste donne, le famiglie hanno potuto dare voce e dignità alle tragiche storie di migrazione dei loro parenti morti o dispersi nel tentativo di raggiungere l&#8217;Europa dal Mali alla ricerca di una vita migliore per se stessi e per le loro famiglie.</p>



<p>Mariam Kanta, Houlale Baniele, Sara Diabate, Aoua Sangare, Tah Coulibaly, Aminata Kone, Niele Samake, Fatoumata Aba Toure, Ami Konate e Kadia Cisse. Per noi, forse, sono solo dei nomi non sempre facili da pronunciare. Ascoltando le loro testimonianze e connettendoci emotivamente con gli effetti che la tragica scomparsa dei loro cari ha avuto sulle loro famiglie in termini psicologici, sociali ed economici, appare evidente che queste donne sono, invece, esempio di resilienza e di lotta quotidiana affinché la memoria dei loro genitori non si perda nell&#8217;indifferenza e nel cinismo dei Governi europei e di quelli locali&nbsp;.</p>



<p>La raccolta delle foto dei dispersi maliani che compongono la fotogallery e le 10 video-interviste della Sezione sono frutto del prezioso lavoro di supporto svolto in Mali dai partner locali, GRAM&nbsp;(Groupe de Recherche et d&#8217;Actions sur les Migrations)&nbsp;e ADEM&nbsp;(Association pour la Défense des Emigrés Maliens)&nbsp;che da anni lavorano nel Paese e in rete con altre associazioni europee, per difesa la diritti dei migranti e per denunciare la strage dei morti e disperdersi alle frontiere.</p>



<p><em>&#8220;I bianchi vanno e vengono dal nostro Paese a loro piacimento (e in sicurezza). Al contrario, quando i nostri genitori decidono di partire, li aspetta la morte. Mi piacerebbe vedere tutti trattati equamente!&#8221;,</em>&nbsp;afferma nella sua intervista Aminata Koné che ha perso il marito nel disperato tentativo di arrivare in Europa. Alla sua voce si aggiunge quella di Sara Diabaté che sa di aver perso la madre e la sorellina ingoiate dalle onde del Mar Mediterraneo:&nbsp;<em>&#8220;siamo stufi di vedere i nostri genitori, fratelli, sorelle che lasciano il Paese e muoiono. Vogliamo giustizia!&#8221;</em></p>



<p>Questa Sezione è un modo per dare voce alle migliaia di famiglie maliane rimaste in un limbo senza scadenza e per amplificare la loro richiesta di Verità, Giustizia e Dignità affinché superi il Mediterraneo e arrivi in Europa restituendoci ciò che ormai facciamo fati a ricordare: i morti alle frontiere NON SONO NUMERI ma VITE UMANE.</p>



<p>Sezione Mali e fotogallery:&nbsp;<a href="https://missingattheborders.org/mali?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://missingattheborders.org/mali?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Testimonianze delle famiglie:&nbsp;<a href="https://missingattheborders.org/testimonials?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://missingattheborders.org/testimonials?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. La conferenza sul Sudan ha perso un’opportunità</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Apr 2025 07:11:38 +0000</pubDate>
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<p>Nessun passo concreto per salvare la popolazione civile</p>



<p></p>



<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha criticato i “risultati deludenti” della conferenza internazionale sul Sudan tenutasi a Londra, definendola una “occasione mancata per salvare la popolazione civile”.<br>La conferenza avrebbe fornito l’opportunità di accordi concreti per fare pressione sulle parti in conflitto e porre fine alla guerra. Tra i 20<br>Paesi partecipanti c’erano anche Stati che stanno rifornendo il Sudan di armi, gettando così benzina sul fuoco, come gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia o l’Egitto. Non aiuta nessuno continuare a ripetere che il Sudan non sarà dimenticato. Gli aiuti promessi, come quelli dell’anno scorso, non possono certo alleviare le sofferenze della popolazione. Questo è particolarmente amaro per le molte migliaia di rifugiati che non sono nemmeno al sicuro nei campi profughi.</p>



<p>Solo pochi giorni prima dell’inizio della conferenza, le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno compiuto un orribile massacro nel più grande campo profughi di Zamzam in Darfur. Centinaia di persone sono state uccise e ferite e decine di migliaia sono state costrette a fuggire di nuovo. Anche nove medici sono stati deliberatamente uccisi.</p>



<p>Questo orribile crimine di guerra non viene nemmeno menzionato nel documento finale della conferenza. Prima della conferenza, l’APM aveva inviato una lettera ai partecipanti alla conferenza chiedendo di condannare gli Stati che sostengono le parti in guerra con armi, denaro e personale. Le sanzioni esistenti devono essere coerentemente rispettate e i reati devono essere puniti. Inoltre, le popolazioni<br>bisognose devono essere rifornite per via aerea di aiuti e cibo, devono essere creati corridoi di fuga sicuri e devono essere sostenute le<br>organizzazioni della società civile che forniscono aiuti sul campo.</p>



<p>Da due anni il Sudan è scosso da pesanti combattimenti che hanno portato al più grande disastro umanitario del mondo, con una stima di 150.000 morti e 13 milioni di rifugiati. 30 milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari. La fame e lo stupro vengono usati come armi in questa guerra contro la popolazione civile, soprattutto donne e bambini.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Le cinque ferite</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Mar 2025 08:40:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di  Alessandra Montesanto Secondo la teoria delle “cinque le ferite” nel corso della propria vita l&#8217;Uomo attraversa abbandono, rifiuto, ingiustizia, tradimento e umiliazione. Tutti i protagonisti del romanzo di Kirstin Valdez Quade, scrittrice statunitense&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/le-5-ferite.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="688" height="1000" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/le-5-ferite.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17925" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/le-5-ferite.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 688w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/03/le-5-ferite-206x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 688px) 100vw, 688px" /></a></figure>



<p>Di  Alessandra Montesanto</p>



<p>Secondo la teoria delle “cinque le ferite” nel corso della propria vita l&#8217;Uomo attraversa abbandono, rifiuto, ingiustizia, tradimento e umiliazione. Tutti i protagonisti del romanzo di Kirstin Valdez Quade, scrittrice statunitense di origine messicana, sono rappresentanti di ciascuno di questi segni che restano sul corpo e nell&#8217;anima.</p>



<p>Il testo, tradotto in italiano da Claudia Durasanti per La nave di Teseo, narra le vicende di una famiglia disfunzionale contemporanea, che (soprav)vive nella cittadina di <em>Las Peñas, nel New Mexico: Amadeo, il padre di Angel, durante la Quaresima decide di farsi crocefiggere come Gesù, con tanto di croce e di chiodi conficcati nelle mani, come atto di penitenza per tutti i suoi errori e per la dipendenza dall&#8217;alcol; la figlia Angel resta incinta a sedici anni per poi scoprire nel tempo di provare prima ammirazione per la tutor Brianna e poi amore vero per la compagna, Lizette; Yolanda, la nonna, rimasta vedova e invecchiata troppo presto, si prende cura di tutti loro, nonostante abbia un tumore che scandisce la sua permanenza su questa Terra.</em></p>



<p><em>Nel corso di un anno, gli uomini e le donne, gli adulti e i più giovani dovranno affrontare i fantasmi del Passato (come le molestie o le violenze subìte dalle ragazze da zii e patrigni), le proprie paure (come quella della morte che, in fondo, accompagna l&#8217;essere umano da sempre e per sempre), le proprie fragilità, anche quelle di chi insegna agli altri ad essere determinati e forti, come Brianna, giovane donna che accompagna le adolescenti a diventare ragazze-madri consapevoli nonostante non abbia avuto figli; Brianna che inizia una relazione sessuale con Amadeo per sentirsi viva, per poi non essere capace di gestire emozioni e sentimenti.</em></p>



<p><em>Anche i personaggi secondari, in realtà, non lo sono affatto: la madre di Angel, Marissa, è tenace nel voler aiutare la figlia e il padre del neonato, ragazzino brufoloso, ma talmente saggio da saper accettare i propri limiti. E poi il “deus ex machina” femminile perché il lungo racconto della Quade è un inno alla forza delle donne, al loro coraggio, alla capacità di trasformare una Fede esposta e drammaticizzata in una vera e propria pratica quotidiana e ad insegnarlo agli uomini, quegli uomini che spesso non sanno come rimanere in piedi in una società escludente e crudele.</em></p>



<p><em>Un romanzo interessante e coinvolgente che si basa su un&#8217;indagine antropologica riguardante i penitenti del nord del New Mexico e nel sud del Colorado, sulla visita al Maricopa Center for Adolescent Parents e sullo studio di un report che riguarda la storia di violenza in questa parte di America, intitolato “The pastoral Clinic: addiction and dispossesion along the Rio Grande” di Angela Garcia.</em></p>



<p><em>“</em><em>Fa male vedere il bisogno così ovvio di Angel di perdonare Amadeo, fa male che sia lei, Yolanda, a insistere per quel perdono, quando la ragazza ha tutte le ragioni per essere triste</em><em>”.</em></p>



<p><em>“</em><em>E&#8217; questo che significa essere madre? All&#8217;improvviso essere capace di compatire gli adulti che ti circondano?</em><em>”</em></p>



<p><em>“</em><em>Il fatto è che nessuno può essere crocifisso ogni giorno; &#8230;Gesù non aveva mai dovuto confrontarsi con le conseguenze lunghe ed esauste della crocifissione, l&#8217;obbligo quotidiano di cagare e lavarsi i denti e avviarsi riluttante verso una nuova giornata. Gesù non aveva mai dovuto guardare le persone tornare alle loro preoccupazioni e dimenticarsi cosa aveva fatto per loro</em><em>”.</em></p>



<p><em>“</em><em>Non aveva mai voluto respingere per davvero nessuno di loro; stava solo chiedendo di essere riavvicinata, mettendo alla prova il loro lasciarla andare o meno</em><em>”.</em></p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Finalmente abolita della pena di morte nello Zimbabwe!</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 10:05:51 +0000</pubDate>
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<p>di Filippo Cinquemani</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="455" height="360" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17913" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 455w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/02/zimbabwe-death-penalty-300x237.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 455px) 100vw, 455px" /></a></figure></div>



<p><br>Il mese scorso lo Zimbabwe ha finalmente approvato la legge per l&#8217;abolizione pena di morte.<br>L&#8217;ultima esecuzione risale al 2005.<br>L&#8217;attuale presidente Emmerson Mnangagwa ha già convertito diverse condanne in ergastolo, avendo rischiato egli stesso l&#8217;esecuzione durante la guerra d&#8217;indipendenza, negli anni &#8217;60.<br>Il presidente precedente, Robert Mugabe, prima della deposizione aveva intenzione di riprendere le esecuzioni. L&#8217;elezione di Mnangagwa è stata, quindi, importante per la decisione che ha portato all&#8217;abolizione della pena di morte.<br>La situazione in questa materia è migliorata se si pensa che oggi la pena di morte è legale in una decina di Stati africani e in circa 50 Stati nel mondo: vent’anni fa, erano 76.<br>L’ultima nazione africana ad aver abolito la pena di morte era stato lo Zambia, e prima di questo: Repubblica Centrafricana, Sierra Leone, Ciad e Burkina Faso.<br>La pena capitale è ancora presente in più di una dozzina di Paesi africani e Somalia ed Egitto hanno registrato rispettivamente 38 e 8 esecuzioni, a conferma del divario tra le diverse aree del<br>continente.<br>Lo Zimbabwe rimane uno dei Paesi su poveri al mondo, ma si tratta comunque di un passo in<br>avanti nella protezione dei diritti umani.<br>Il Congo, purtroppo, si muove in direzione opposta: la revoca alle esecuzioni dopo 20 anni.<br>L&#8217;Africa non è l&#8217;unico continente che prevede ancora la pena di morte; gli USA applicano la pena di<br>morte in 21 Stati e recentemente Trump ha firmato addirittura un ordine per rilanciare l&#8217;uso la pena di morte federale.<br>Questo è l&#8217;Occidente che vuole dare lezioni di civiltà.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Congo: alle prese con Malaria, Vaiolo delle Scimmie ed Ebola</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 10:30:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Filippo Cinquemani Dalla fine di ottobre a Panzi, nel Congo, si è diffusa una grave forma di Malaria, come dichiarato anche dall&#8217;Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità). Sono già stati registrati diversi decessi nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/vaiolo-delle-scimmie-infezione.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="900" height="550" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/vaiolo-delle-scimmie-infezione.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17872" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/vaiolo-delle-scimmie-infezione.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/vaiolo-delle-scimmie-infezione-300x183.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2025/01/vaiolo-delle-scimmie-infezione-768x469.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Dalla fine di ottobre a Panzi, nel Congo, si è diffusa una grave forma di Malaria, come dichiarato anche dall&#8217;Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità).</p>



<p>Sono già stati registrati diversi decessi nel giro di poco tempo e i sintomi principali sono: febbre, affaticamento, difficoltà respiratorie, forte anemia. L&#8217;epidemia ha colpito principalmente soggetti di età compresa tra gli 0 e i 14 anni. La risposta sanitaria è arrivata da una squadra dell&#8217;area interessata, supportata dall&#8217;OMS, che si è occupata soprattutto di capire meglio come fronteggiare la situazione, ma anche come sensibilizzare la popolazione riguardo alla prevenzione e alla terapia adatta.</p>



<p>La Repubblica Democratica del Congo da quest&#8217;estate deve fare i conti anche con il Vaiolo delle Scimmie e l&#8217;Ebola. Nell&#8217;area, si è assistito ad un peggioramento dell&#8217;insicurezza alimentare negli ultimi mesi, ad una bassa copertura vaccinale e ad un accesso molto limitato alla diagnostica e alla gestione dei casi più seri. C&#8217;è anche mancanza di rifornimenti e mezzi di trasporto così come carenza di personale sanitario. </p>



<p>Il contagio purtroppo non accenna ad arrestarsi, tant&#8217;è che ha coinvolto anche nostri connazionali e non si sa ancora come avvenga con esattezza. </p>



<p>Se il mondo globalizzato permette di muoversi da un luogo all&#8217;altro, i Paesi con un rischio più alto di diffusione sono quelli con situazioni socioeconomiche e sanitarie più compromesse, ma è anche vero che chi è povero difficilmente può spostarsi dal luogo in cui vive (e coloro che vorrebbero partire in maniera irregolare, se così malati, non vengono caricati sui barconi, nè possono affrontare un percorso a piedi). </p>



<p>Il continente africano è ricco di risorse minerarie, di risorse umane, di saggezza purtroppo, però, le condizioni delle popolazioni sono altamente disagiate a causa del malgoverno e dello sfruttamente da parte delle potenze occidentali: se le malattie si propagano, lì come qui, le persone hanno il diritto &#8211; fondamentale &#8211; alla cura, anche tramite la cooperazione internazionale, nel caso di Paesi come il Congo. </p>



<p>La Malaria sta colpendo, abbiamo scritto, principalmente neonati e ragazzini: sta colpendo il futuro. E non possiamo permettercelo. </p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. “Venezuela libero” vince tutti i round</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 08:57:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Stiamo vincendo tutti i round in questa lotta per la libertà e per la verità.Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento Europeo, Il premio Bruno Leoni assegnato dall’Istituto Bruno Leoni, Il Premio&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Tini Codazzi </p>



<p>Stiamo vincendo tutti i round in questa lotta per la libertà e per la verità.<br>Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento Europeo, Il premio Bruno Leoni assegnato dall’Istituto Bruno Leoni, Il Premio Internazionale di Democrazia assegnato dalla Associazione Internazionale di Consultori Politici (IAPC), Il Premio Vaclav Havel dei diritti umani assegnato dall’Assemblea Parlamentaria del Consiglio d’Europa. Tutti per Maria Corina Machado. Primo round vinto.<br>Paesi europei e americani che a 4 mesi dalle elezioni in Venezuela riconoscono Edmundo González Urrutia<br>come presidente eletto della nazione, in primis gli Stati Uniti. Altri non meno importanti come Argentina, Cile, Canada, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Peru, Ecuador, Uruguay, Il Parlamento Europeo, Italia e Francia. Secondo round vinto.<br>Tanti altri come Colombia, Messico, Brasile e L’Unione Europea che non riconoscono apertamente a González Urrutia, ma che si mantengono cauti chiedendo trasparenza e la presentazione ufficiale dei verbali elettorali e che con il trascorrere del tempo hanno già capito che il regime non potrà soddisfare questa richiesta. Non ancora vinto ma ci stiamo lavorando dal punto di vista diplomatico.<br>I verbali elettorali originali che possono essere verificati con QR code stanno facendo il giro dell’America Latina. Dopo aver approdato negli Stai Uniti nelle mani del Centro Carter e dell’Organizzazione degli Stati<br>Americani, hanno volato in Colombia, in Uruguay, in Argentina e in Cile. Nei prossimi giorni si aspetta che arrivino in altri paesi. Tutti i documenti sono stati mostrati nei Parlamenti e/o Senati di questi paesi e hanno riscontrato l’appoggio di tutte le forze politiche, senza guardare il colore. Terzo round vinto.<br>Il giro istituzionale che sta facendo il presidente eletto ha avuto effetti molto positivi per quello che riguarda la politica internazionale e la visione globale sulla tragedia venezuelana. I rappresentanti politici e/o i governi di Italia, Germania, Francia, Norvegia, Svezia, Portogallo, Danimarca… hanno manifestato pieno appoggio verso la democrazia, verso il rispetto delle scelte del popolo e verso la difesa e il rispetto dei diritti umani. In particolare, Italia si è dichiarata apertamente a favore del presidente eletto, considerandolo vincitore e ufficialmente “presidente eletto”. Quarto round vinto.<br>Non eravamo mai arrivati a questo punto. Non avevamo mai incontrato la fiducia e il pieno sostegno di gran parte del mondo democratico occidentale. I passi fatti sono stati da giganti e i round li abbiamo vinti tutti grazie a strategie molto intelligenti e gestite nel pieno della democrazia e del rispetto verso il popolo.<br>Senz’altro la lotta la stiamo vincendo.<br>Al contrario, il regime sta perdendo tutti i round e lo sa. È più solo che mai, anche storici alleati come Brasile o Colombia continuano a dichiarare che le elezioni non sono state “molto” trasparenti, dopo 4 mesi aspettano ancora che il regime mostri i verbali, cosa che non riuscirà mai a fare, lo sa il regime e lo sanno i governi di questi Paesi. Primo round perso.<br>Lo scorso ottobre c’è stato il Vertice dei Brics in Russia. Maduro era sicuro che sarebbe entrato a far parte del gruppo, tutto contento era andato in Russia, è stato ricevuto da Putin, ma sorprendentemente Brasile si è mostrato sfavorevole e ha votato contro l’inserimento di Venezuela nel gruppo. Maduro è tornato indietro con la coda tra le gambe. Un duro colpo per la cupola corrotta di Venezuela. Secondo round perso.<br>La vittoria di Donald Trump e la assegnazione di Marco Rubio, storico nemico di Maduro, come segretario di Stato e il terzo round perso dal regime.<br>L&#8217;ONG Foro Penal, che guida la difesa dei prigionieri politici in Venezuela, ha recentemente riferito che 169 persone legate alle proteste contro il risultato ufficiale delle elezioni presidenziali del 28 luglio sono state rilasciate. Tuttavia, 1.887 prigionieri politici rinchiusi dopo le elezioni rimangono in carcere. La scorsa settimana ci sono stati diversi rilasci dalle carceri di tutto il Paese, a seguito di una revisione, richiesta dalla Procura della Repubblica. Sabato scorso, il procuratore generale, Tarek William Saab, ha dichiarato che tra venerdì pomeriggio e sabato sono stati “concessi ed eseguiti” 225 provvedimenti di libertà (cautelare, non piena libertà), di cui non ha fornito i dettagli, a persone detenute dopo le proteste contro il risultato ufficiale delle ultime elezioni. Non è la prima volta che il regime usa i prigionieri politici come merce di scambio. Due le ragioni di queste scarcerazioni a sorpresa: la prima è a causa della vittoria di Donald Trump, si dice che Maduro abbia voluto mandargli un messaggio “di pace” e la seconda è l’ennesimo crimine che rappresenta la morte di Jesus Martinez, un prigioniero politico diabetico che è deceduto in carcere per mancanza di attenzione medica. Martinez è stato sequestrato subito dopo le elezioni, era stato rappresentante di lista in un seggio elettorale e come tantissime altre persone aveva annunciato dopo la chiusura del suo seggio la vittoria di González Urrutia. Schedato come tantissimi altri rappresentanti dell’opposizione, è stato perseguitato, sequestrato e poi ucciso. L’inganno non funziona questa volta. Le scarcerazioni non ci fanno dimenticare Martinez, né tutti gli altri morti ammazzati dal regime, non ci fanno dimenticare gli adolescenti che sono ancora in prigione né gli altri 1.887 prigionieri. Nessuno dimentica e nessuno ci crede che questa è una mossa dettata dalla buona volontà, quindi un altro round perso.<br>Il 10 gennaio 2025 è vicino, la pressione internazionale si fa sentire. Maria Corina Machado, Edmundo González Urrutìa e tutto il loro team è al lavoro da tanto tempo per cercare una transizione pacifica e strategica. Per preparare il terreno per l’insediamento del nuovo presidente. Ora come ora, con tutti questi passi, la transizione sarebbe l’unica opzione possibile per salvare il Paese.</p>
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