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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. L’ennesimo colpo di stato: è il turno del Burkina Faso</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2022 08:05:43 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p>Con il classico comunicato stampa letto nella serata del 23 gennaio alla tv nazionale, la cui sede era occupata già dal primo mattino, i militari del Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (Mpsr) fedeli al tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba hanno annunciato di aver esautorato dal potere il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kaborè per “manifesta incapacità di garantire la sicurezza”.</p>



<p>Questa notizia, per gli studiosi di Africa, era attesa già da mesi: dalle elezioni del novembre 2020, a seguito delle quali si scatenarono violenze e contestazioni in relazione al fatto che più di 400.000 persone non avevano potuto esprimere il loro voto a causa dello smarrimento dei loro documenti conseguente ai numerosi attacchi terroristici. Sospetti brogli elettorali che hanno, quindi, portato alla rielezione del presidente Kaborè.</p>



<p>Prendo spunto dai fatti degli ultimi giorni per parlare di quella che possiamo definire “epidemia di colpi di stato”: il Burkina Faso è, infatti, il terzo paese a subire un colpo di stato nel giro di pochi mesi (dopo <a href="https://www.peridirittiumani.com/2022/01/07/stay-human-africa-guinea-un-vescovo-a-sostegno-della-giunta-militare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guinea</a> e <a href="https://www.peridirittiumani.com/2020/08/22/stay-human-africa-colpo-di-stato-in-mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Mali</a>). Questo accade solo negli ultimi mesi ma, se vediamo la storia degli stati africani dagli anni ‘60 ad oggi ci accorgiamo che i colpi di stato sono stati veramente tanti: Ciad, Sudan e Nigeria per citarne solo alcuni.</p>



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<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Coup d&#039;Etat: Burkina Faso Soldiers Oust President As They Announce Takeover, Dissolve Parliament" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/khnMxLYd3f0?start=2&#038;feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p>Ovviamente cercare di riassumere in maniera sommaria le cause di tutto ciò è pressoché impossibile ma qualche elemento in comune tra gli ultimi golpe lo possiamo trovare: la crisi dell’economia, &nbsp;la <strong>disoccupazione,</strong>&nbsp;la <strong>povertà,</strong>&nbsp;l’ampliarsi della&nbsp;<strong>minaccia terroristica,</strong>&nbsp;<strong>l’insoddisfazione profonda</strong>&nbsp;delle popolazioni per i precedenti governanti, la disaffezione verso il periodico ricorso alle elezioni, e <strong>le mancate promesse&nbsp;</strong>dei leader eletti. L’impasse nella lotta al terrorismo abbinato alla fragilità della società è forse la causa principale: in Burkina Faso l’attacco jihadista di Inata, a novembre, ha causato la morte di una cinquantina di gendarmi, segnando un punto di svolta. La gestione del presidente Kaboré e la sua scelta di appoggiare le milizie dei villaggi, insieme al valzer dei ministri della difesa e all’assenza di risultati, hanno segnato le sua sorte.</p>



<p>L’impatto di questo golpe si sentirà più che altro nella reazione dei paesi limitrofi e dell’Unione Africana che, notizia di poche ore fa, ha sospeso il Burkina Faso a seguito del colpo di stato. Come scritto da Giuseppe Mistretta di ISPI ” <em>(….)&nbsp;le reazioni più incisive sono provenute dagli Stati limitrofi, dall’Ecowas&nbsp;(organismo economico regionale dell’Africa Occidentale),&nbsp;e dall’Unione Africana, organizzazione panafricana per eccellenza. Esse sono consistite sia in&nbsp;Dichiarazioni politiche pubbliche di forte critica&nbsp;nei confronti degli autori dei colpi di Stato, sia in&nbsp;misure sanzionatorie&nbsp;individuali (blocco dei conti correnti esteri, divieto di viaggiare verso altri Paesi, etc.), sia nella&nbsp;sospensione della membership&nbsp;dei Paesi “golpisti”, adottata da parte dell’organismo dell’Africa occidentale e dall’UA.</em></p>



<p>In molte riviste leggo commenti sul come Inata rappresenti la goccia che ha fatto traboccare il vaso e del resto anche io ho iniziato questo scritto dicendo che noi studiosi di Africa ci aspettavamo questa notizia. Questa è la verità e la ribadisco ma il punto che vorrei approfondire è la figura dei militari: strutture non democratiche né elette dal popolo che garantiscono ai civili sicurezza, più di un Presidente e di un governo eletto democraticamente. I così detti gruppi di autodifesa che in Africa sono in aumento a causa della mancanza di governi competenti, rappresentano una minaccia e contemporaneamente una rassicurazione per i civili.</p>



<p>Per rispondere a queste affermazioni non basta mettere sul piatto solo e sempre povertà e terrorismo ma anche, mio personale parere, il ruolo che l’Unione Europea ha avuto e tutt’ora ha nel continuo tentativo di sostenere e diffondere lo spirito e la pratica dei valori democratici e dello Stato di diritto.</p>



<p>Qualcosa non funziona, mi sembra chiaro.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Guinea, un vescovo a sostegno della giunta militare</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2022 09:27:19 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p>Come possono combaciare gli interessi di un ex professore della Sorbona, di un vescovo e di un militare?</p>



<p>In Guinea, pochi mesi fa (inizio settembre 2021), il presidente eletto Alpha Condé è stato deposto dal colonnello Mamady Doumbouya, autoproclamatosi Presidente della Repubblica e collocatosi alla guida della giunta militare che sta gestendo il governo in questi mesi.</p>



<p>Ma facciamo un passo indietro: il presidente Alpha Condé, tanto atteso e voluto dalla popolazione guineana è stato professore alla Sorbona e primo presidente eletto in Guinea. Sono tempi difficili: il Paese è alla fame, senza infrastrutture né progetti, Condé tiene il Paese unito, sconfigge anche Ebola e viene rieletto una seconda volta. A seguito di queste seconde elezioni il percorso di Condé diventa quello dei così detti “presidenti dinosauri” che amo citare nei miei articoli: indice, infatti, un referendum per modificare la costituzione in modo da avere garantito un ulteriore, terzo mandato.</p>



<p>Così fu, Condé vinse il referendum e gli ulteriori mandati “garantiti” divennero tre: troppi anche per un presidente amato dal suo popolo. Doumbouya è un giovane militare cresciuto al fianco del Presidente che qualche anno dopo, stanco del suo attaccamento alla poltrona, tradisce miseramente.</p>



<p>L’ormai 83enne Alpha Condé il 2 settembre 2021 viene deposto a favore di una giunta militare guidata dal suo pupillo Doumbouya il quale, da subito, ha tentato di rassicurare le varie etnie guineane garantendo alcune concessioni: libera una buona parte dei prigionieri politici, apre le sedi di alcuni partititi chiusi e ha addirittura abbassa il costo della benzina.</p>



<p>Poco dopo la sua ascesa, però, riceve una strana lettera formale direttamente dal Vaticano firmata Robert Sarah, membro della Congregazione per le chiese orientali, molto legato al papa emerito Benetto XVI e molto distante dall’attuale Papa Francesco. Scrive una lettera di sostegno che è forse il primo e unico riconoscimento internazionale ad un colpo di stato “Le pagine sono tornate bianche”, come ad evocare una pace ritrovata.</p>



<p>Questa lettera fa ovviamente scalpore: viene vista come un gesto di rivolta, poiché scritta da un uomo che in Vaticano rappresenta il potere religioso – ricordiamo che Sarah è in questo momento cardinale e arcivescovo &#8211; che si mischia ancora una volta a faccende politiche.</p>



<p>Voi direte, tutto normale. Sì, forse lo è o forse siamo abituati a questo; anni di storia ci hanno insegnato che forza politica e religiosa è meglio tenerle separate. Un connubio, nel caso guineano, ancora più delicato poiché il politico sostenuto è un militare che ha appena destituito un governatore che, seppur 83enne, era riuscito a governare il suo popolo per tanti anni.</p>



<p>Lungi da me difendere uno dei tanti dinosauri africani ma è forse ancora più complesso difendere un’ingerenza così importante.</p>



<p>La situazione attuale sembra calma, Alpha Condè ha rifiutato per giorni di cibarsi nel timore di essere avvelenato, comportamento che ha costretto i suoi carcerieri a concedergli il suo cuoco e la sua cameriera. Risulta inoltre che Doumbouya gli abbia offerto un facile asilo all’estero ma che Condé abbia fermamente rifiutato. Vi terremo aggiornati sulla situazione e sulla possibile data delle elezioni (con calma, forse tra 24 mesi o più probabile tra 36).</p>
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		<pubDate>Fri, 03 Dec 2021 10:23:25 +0000</pubDate>
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<p>Anche la nostra Veronica Tedeschi si appella a voi per una piccola, ma importante donazione. </p>



<p>Vorremmo continuare a fornirvi contenuti di attualità, approfondimenti, interviste; vorremmo continuare ad entrare nelle scuole per fare formazione; vorremmo continuare ad organizzare webinar a attività in presenza (a marzo e ad aprile 2022&#8230;tenetevi pront*!). Insomma: sostenete Associazione Per i Diritti umani (da non confondere con altre!) e sarete parte di un lavoro e di un impegno utili per il bene di tutt*! Vi vogliamo bene. </p>



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		<title>&#8220;Stay human Africa&#8221;: volti che non conosci</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 07:23:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p><em><strong>Volti che non conosci</strong></em></p>



<p><em><strong>Da oggi in questa rubrica alterneremo gli articoli ai focus “Volti che non conosci” in cui verrà dedicato un pezzo a uomini o donne africane che meritano di essere conosciute.</strong></em></p>



<p><strong>Banjul Isatou Ceesay</strong></p>



<p>Dal Gambia arrivano buone nuove, rosa ed eco sostenibili.</p>



<p>Banjul Isatou Ceesay ha 49 anni ed è a capo di ben due imprese, denominate “Women of the Gambia” e “One Plastic bag”; quest’ultima è un vero e proprio laboratorio di riciclaggio di rifiuti di plastica. Il Gambia, come molti paesi dell’Africa subsahariana, è ormai sommerso di plastica poiché oltre alla produzione interna da parte degli stessi africani (quasi tutti bevono in piccoli sacchetti di plastica che vengono poi gettati per terra), tonnellate di polimeri e materie plastiche vengono importate nel continente.</p>



<p>Deflagrazioni che colpiscono le aree urbane tanto quanto le spiagge dove a rimetterci più degli altri sono proprio i pescatori e coloro che vivono comunità vulnerabili che vedono cambiare la terra che coltivano. Purtroppo sono pochi quelli che, come Banjul, si impegnano nel vero cambiamento del proprio paese: il primo obiettivo del progetto One Plastic Bag, infatti, è proprio quello di educare i compaesani all’importanza e ai vantaggi del riciclaggio della plastica.</p>



<p>Nel suo centro di riciclaggio, situato nel villaggio di Njau, lavorano donne che raccolgono, elaborano e tessono rifiuti di plastica per realizzare borse, gioielli, portamonete e molto altro. Inizialmente lavoravano con lei solo altre 4 donne, oggi gli operai impiegati in questa attività sono circa 20.000 e provengono da tutto il Paese.</p>



<p>Ovviamente all’inizio Banjul ha dovuto affrontare lo scetticismo e l’ostilità della sua comunità che, pur riconoscendo alle donne una certa libertà di movimento, mantiene una struttura patriarcale. La lotta per l’emancipazione delle donne e la concreta attenzione all’ambiente hanno fruttato a Banjul numerosi riconoscimenti internazionali. Anche la piattaforma “Climate Heroes” ha prodotto un documentario su di lei.</p>



<p>Il suo ultimo progetto, che vede impegnate decine di altre ragazze, consiste nella piantumazione di alberi selvatici e da frutto per una nuova attività, ecologica e generatrice di reddito.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Bambini soldato: il fenomeno e le conseguenze</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2021 07:44:32 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Agosto 2018, percorrevo in auto la strada che da Freetown porta a Kabala, il campo base del mio viaggio. La strada, cementata da poco e orgoglio dei sierra leonesi, è completamente immersa nella foresta; nei lunghi viaggi in auto di quei giorni sovente perdevo gli occhi e i pensieri nella giungla, quando, un giorno, nella libidine dei paesaggi africani il mio sguardo fu rubato da due bambini che mi salutarono da bordo strada con in mano un machete.</p>



<p>Quell’anno conobbi V., un padre saveriano che agli inizi degli anni 2000 assistette in prima persona alla sanguinosa guerra civile del paese e che, a difesa dei bambini sfruttati nelle guerre, fu anche perseguitato dai ribelli. Quella in Sierra Leone fu una guerra ignobile che vide in prima linea bambini di otto, nove, dieci anni impugnare le armi e tagliare braccia e gambe dei nemici con macheti spesso più pesanti di loro. La guerra vide più di cinquemila bambini (su ottocentomila) obbligati a impugnare le armi. Rapiti dai ribelli del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) per rafforzare l’esercito e per riuscire a prendere il potere e conservarlo, furono i protagonisti della guerra più sanguinosa del paese.&nbsp;</p>



<p>Padre V. fu uno dei tanti che si oppose a questa strumentalizzazione del bambino e che da subito si proclamò dalla parte dei più piccoli, vittime di questa sporca guerra.</p>



<p><em>Il male è male. Però questi sono solo bambini, bambini che hanno bisogno di essere accolti e abbracciati. Perché la salvezza è possibile per tutti. Questi bambini sono essi stessi delle vittime. Le prime vittime della guerra nella Sierra Leone.</em></p>



<p>Come la Sierra Leone anche il Sud Sudan e tanti altri stati fuori dal territorio africano sono alla prese con questa piaga che sta minacciando psicologicamente intere future generazioni.</p>



<p>Molti di questi bambini vengono ingaggiati come soldati senza averne la consapevolezza; in alcune rare situazioni, si pensa che alcuni di questi aderiscano come volontari per motivi legati alla sopravvivenza, alla fame o al bisogno di protezione. I bambini diventano i soldati migliori per diversi motivi: non concepiscono il livello di gravità della situazione, hanno dimensioni piccole, sono veloci e sono in grado di infilarsi in tombini, fori e quant’altro. Infine, non si schiereranno mai per la fazione concorrente, se gli prometti, o minacci, qualcosa faranno quello che gli dici a prescindere. Le bambine, sebbene impiegate in misura minore, spesso sono usate per scopi sessuali, ma anche per cucinare o piazzare esplosivi, non devono essere pagate e non si ribellano.</p>



<p>Il rapimento e lo sfruttamento di bambini nell’atto di conflitti è considerato una violazione del diritto umanitario internazionale, che è quella parte di diritto che definisce le norme da rispettare in tempo di conflitto armato e le regole che proteggono le persone che non prendono, o non prendono più, parte alle ostilità e pongono limiti all’impiego di armamenti, mezzi e metodi di guerra.</p>



<p>Non solo, anche lo Statuto della Corte Penale internazionale (il tribunale per i crimini internazionali), include, fra i&nbsp;crimini di guerra nei conflitti armati, l’arruolamento di ragazzi minori di 18 anni o il fatto di farli partecipare attivamente alle ostilità.</p>



<p>Le regole di diritto internazionale, sia umanitario che penale, come si è visto, puniscono duramente questi comportamenti ma, nonostante questo, tali pratiche continueranno fino a quando non saranno duramente imposte sanzioni contro gli Stati sostenitori di queste pratiche, come, per esempio, il Sud Sudan e la Sierra Leone.</p>



<p>Padre V. dice di non avere paura, è circondato da persone che lo rispettano e che gli vogliono bene. La sua missione continua ed è proprio grazie alla voce grossa di persone come lui che molti dei crimini umanitari come questo viene portato alla luce.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. I conflitti africani visti dai media</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2021 06:40:44 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Quelle in Africa sono guerre ben radicate nel territorio, che vedono il loro percorso tutto concentrato in uno o due Stati. Questa è una caratteristica di molti dei conflitti aperti ancora oggi nel caldo continente. Nel 2019 si calcolavano nel continente africano 23 dispute e crisi non violente (al posto di 25 nel 2018), 45 crisi violente (al posto di 46), 8 guerre limitate (al posto di 9) e 5 guerre al posto di 6. Queste ultime sono: quella della Repubblica Democratica del Congo – terrorismo e ribellione in Ituri e conflitto contro i MaiMai, una milizia etnica-, quella contro i Boko Haram in Nigeria, Camerun, Niger e Ciad e infine l’annoso conflitto in Somalia. I numeri dei conflitti, si può bene vedere, non aumentano o diminuiscono di grandi cifre, rimangono per lo più stabili negli anni, guerre perpetuate e ben radicate. Prendiamo come esempio la guerra nel Sahel, in crisi dall’inizio degli anni Sessanta. Qui le questioni principali ruotano intorno alla questione nomade e al secessionismo tuareg, mai davvero affrontati in radice ma solo in termini di spartizione del potere.</p>



<p>Dalla fine della Guerra Fredda i protagonisti dei conflitti africani hanno lasciato formare nelle convinzioni degli europei esclusivamente guerre su base etnica. Ciò è parso loro più facile piuttosto che affrontare la questione contradittoria della proprietà fondiaria della terra e dell’indissolubile legame “terra-identità” prevalente in ambito rurale. Si preferisce, dunque, usare la logica etnica di “sangue-razza” fissata dal colonizzatore e facilmente decifrabile, piuttosto che quella tradizionale africana, più mobile legata alle dinamiche dei ceti sociali molto difficile da rappresentare.</p>



<p>I conflitti africani acquisiscono la loro dimensione mediatica – e politica – grazie a forme di spettacolarizzazione orchestrate e gestite da fuori. Ciò comporta la loro consacrazione come conflitti internazionali e non oscuri massacri locali. Ma le cose non sono sempre come appaiono. Ad esempio, una vicenda bellica che ricevette una significativa attenzione internazionale, specialmente nel mondo angolofono, fu il raid del 15 aprile 2016 a Gambela, in Etiopia con il massacro di duecento pastori nuer, il rapimento di un centinaio dei loro figli e il furto di oltre duemila capi di bestiame da parte di aggressori appartenenti ad un altro gruppo di pastori, i murle del Sud Sudan. Un attacco molto simile si è svolto più recentemente nel marzo 2020 con oltre mille morti. Si tratta di episodi di un grave conflitto locale, legato a rivalità per la terra e per i pascoli che assume significato solo in quell’area. Al contrario, movimenti ribelli meno noti al grande pubblico come quelli che vediamo in Congo non costituiscono un conflitto locale ma nazionale – l’ambizione è quella di prendere la capitale Brazaville -. Una dinamica mediatica particolare che mette in risalto conflitti locali piuttosto che grandi rivoluzioni nazionali.</p>



<p>Ultimo punto che vorrei trattare è l’inserimento in tali conflitti di elementi diversi non attinenti a quest’ultimo come i traffici illegali e la criminalità organizzata. Una delle formule di sopravvivenza degli Stati africani è legata alla resilienza delle rete criminali, alle quali possono connettersi poteri centrali fragili che non controllano l’intero territorio nazionale. Questa disgregazione delle reti criminali, molto più evidente in Africa piuttosto che in Europa, ha consentito a molti stati di non soccombere a tali dinamiche.</p>



<p>La breve sintesi di questo articolo, che prende spunto dal libro di Mario Giro “Guerre nere”, mette in risalto l’errore dei media internazionali nel fare focus su complicati conflitti africani, nei quali le radici delle dispute risalgono a questioni locali irrisolte da decenni. Un monito per i tanti giornalisti e una riflessioni per i lettori.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Rivolte in Senegal, cosa sta succedendo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2021 07:44:25 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/158318799_2870029586600153_5630845746423705615_o-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15143" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/158318799_2870029586600153_5630845746423705615_o-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/158318799_2870029586600153_5630845746423705615_o-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/158318799_2870029586600153_5630845746423705615_o-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/158318799_2870029586600153_5630845746423705615_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1440w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><em>Siamo qui per supportare Sonko, per uno Stato democratico, per l’uguaglianza e per il rispetto della legge, diciamo no alla violenza. </em>– una giovane manifestante a Dakar &#8211;</p>



<p>Guardo le immagini delle rivolte a Dakar e la prima cosa che noto è l’impressionante numero di donne che, avvolte nelle loro gonne colorate, tiene in mano una specie di noce di cocco che solitamente trova il suo uso principale in cucina. Una rivolta per molti inaspettata, in uno dei Paesi “più democratici” del caldo continente del quale si sente parlare quasi sempre in accezione positiva.</p>



<p>In queste ultime ore in Senegal si stanno riversando in strada centinaia di persone per protestare contro l’incarcerazione di Sonkho, giovane leader dell’opposizione dell’attuale governo capitanato da Macky Sall. Violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine hanno portato ad almeno 4 morti, decide di feriti e altrettanti arresti. La repressione, a seguito dell’avvicinamento dei manifestanti ai palazzi del potere, è stata molto forte con lancio di lacrimogeni e guerriglie, le principali arterie sono state bloccate e i giovani fermati.</p>



<p>Da dove nasce questa rabbia?</p>



<p>Ousmane Sonkho, ora incarcerato, è stato chiamato in tribunale per rispondere del reato di stupro che si è in breve tempo trasformato in incitamento alla rivolta. A questa proclamazione la situazione per le strade è degenerata, al grido “Libérer Sokho” centinaia di senegalesi hanno iniziato anche a saccheggiare alcuni centri commerciali legati alla Francia (Auchan) in segno di protesta contro l’attuale Governo che, secondo i giovani del Paese, è ancora molto legato alle dinamiche coloniali francesi. Il caso Sonkho, in realtà, è solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, già pieno di frustrazione e rabbia, e ha riportato in piazza gli animi di giovani delusi e impoveriti a causa della crisi economica da Covid19.</p>



<p>Sonkho, figura centrale delle rivolte, è considerato un outsider perché non nasce come politico e, soprattutto, perché da subito ha denunciato il potere – ha anche scritto un libro contro il governo Macky Sall &#8211; . Molti giovani si rivedono in lui perché ritengono che sia una persona esterna agli ingarbugli politici e molto lontana ai principi coloniali francesi che invece vengono per lo più associati all’attuale presidente in carica.</p>



<p>Una rivolta contro il Governo, mai rispettoso dei principi democratici, per una situazione senza via d’uscita: un Paese che si è sempre sostenuto grazie alle tantissime economie informali e al turismo e che si è dovuto scontrare ad una improvvisa diminuzione dell’economia causata della recente crisi.</p>



<p>Ma chi sono i ragazzi scesi in piazza?</p>



<p>Molti sono sicuramente sostenitori politici di Sonkho – in Senegal è da sempre molto presente l’attivismo politico tra i giovani &#8211; ma tantissimi sono anche ragazzi apolitici, scesi in piazza perchè frustrati e colpiti duramente dalla crisi. Le rivolte sono ormai in quasi tutto il paese, comprese le banlieue fuori Dakar che, essendo molto ampie, sono più difficili da tenere sotto controllo.</p>



<p>Nei prossimi giorni seguiremo con attenzione gli sviluppi giudiziari della vicenda, il comportamento di Macky Sall e l’andamento delle rivolte.</p>



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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Come sta l&#8217;Africa?</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 09:48:26 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Sostanzialmente bene. Tra lotte interne e malattie, il continente africano sta bene.</p>



<p>Rispetto al Covid abbiamo letto ovunque che l’Africa ha saputo affrontare bene la problematica anche se gli esperti in materia riferiscono che la realtà non è mai quella rappresentata nei dati governativi. Le periferie delle grandi città e le zone più emarginate sfuggono ai conteggi centrali. Sicuramente l’impatto del Covid-19 in Africa è stato meno disastroso rispetto all’Europa, vuoi per questioni anagrafiche legate alla popolazione, vuoi per il clima favorevole.</p>



<p>In ogni caso, il virus più grande da sempre presente in Africa è quello economico. Le periferie di quasi tutte le capitali africane sono caratterizzate dalle così dette “economie giornaliere” che non consentono uno sviluppo dei paesi, né tanto meno un arricchimento delle famiglie. Un’economia basata sulla necessità e non sull’investimento che inevitabilmente porta la maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana e centrale in stato di continua povertà. Ad alimentare questa crisi vi sono anche i numerosi conflitti ad oggi attivi nel Continente. Per citare qualche guerra in atto partiamo dall’Etiopia in cui il governo è in continuo scontro con il Tigray che reclama indipendenza. Circa 50 mila sfollati civili scappano dal Tigray per muoversi verso il vicino Sudan.</p>



<p>Spostandoci in Repubblica democratica del Congo, troviamo una situazione di circa 8 morti al giorno a causa dei conflitti tra i ribelli che cercano di accaparrarsi il maggior numero di minerali. Molte altre ribellioni interne sono poi legale alla situazione dei così detti “presidenti dinosauri” attaccati alle poltrone dagli anni dell’indipendenza o poco dopo e che causano malumori tra i cittadini. Esemplificative sono la situazione attuale del Camerun o le vicende vissute dal Burkina Faso con 27 anni di presidenza di Blaise Campaorè.</p>



<p>Qualche spiraglio di cambiamento e di pace però si intravede, nel 2020 abbiamo visto le prime donne presidenti di paesi, una su tutte&nbsp;Sahlework Zewde in Etiopia. Numerose anche le lotte dei giovani africani che vogliono ribellarsi a certe dinamiche e fanno credere in un futuro migliore (&nbsp;in Algeria, i giovani hanno fondato il movimento non violento Hirak che chiede un cambio strutturale al potere. Gli stessi lo scorso anno sono riusciti in una rivoluzione in Sudan che ha portato alla partenza del presidente al potere da oltre 30 anni).</p>



<p>Per concludere, il continente africano sta bene e non ha bisogno di una mano. Ha bisogno solo di alcune cose importanti come la pace, la fine della corruzione e maggiore democrazia. I giovani africani sono sicuramente in grado di costruire dei paesi magnifici ma bisogno dare loro lo spazio necessario, eliminando per sempre quei presidenti che modificano leggi e costituzioni pur di rimanere al potere, cancellando la corruzione dilagante tra le forze dell’ordine e supportando una lotta al terrorismo precisa ed efficace.</p>



<p>Solo così l’Africa potrà risollevarsi e guardare ad un futuro pacifico e prosperoso.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Sahel, frontiera calda dell’Africa</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2021 08:18:31 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p><em>Incontro online organizzato da Africa Rivista in data 22 gennaio 2021</em></p>



<p>Un incontro sul Sahel, quello organizzato da Africa Rivista, che ha toccato diversi punti interessanti e diverse problematiche irrisolte di questi magnifici paesi.</p>



<p>Il Sahel fino a pochi anni fa rappresentava il punto di arrivo dei commercianti, l’altra faccia del deserto. Se si pensava al Sahel, quindi, subito vi erano pensieri di pace e tranquillità.</p>



<p>Oggi, invece, Sahel è sinonimo di instabilità e pericolo.</p>



<p>In questi mesi più che mai il numero delle stragi è aumentato e tra Covid e conflitti (445 attacchi) la situazione non è più sotto controllo.</p>



<p>Il professor Nicola Pasini, nel raccontare le rotte migratorie, specifica che la maggior parte degli spostamenti avviene all’interno della stessa regione e si conclude sovente in Stati limitrofi.</p>



<p>Le tre rotte migratorie più battute sono la storica Algeria-Francia, Burkina Faso-Costa d’Avorio e Sud Sudan-Uganda. I motivi che portano ad una migrazione così massiccia derivano, soprattutto, dalla difficoltà ad accedere a partner regolari e ad ottenere visti. Il costo di un viaggio va dai 3.000 ai 5.000 dollari, una spesa esorbitante per chi si mette in viaggio che, sovente, è costretto a fermarsi in paesi intermedi per lavorare e riguadagnare i soldi necessari.</p>



<p>Ci spostiamo in Mali con Ornella Moderan, direttrice dell’ISS, l’Ufficio regionale dell’Africa Occidentale, che racconta la difficile situazione del paese, dove nelle zone più remote sono nati gruppi armati auto organizzati a seguito della mancanza dello Stato. I così detti gruppi di autodifesa.</p>



<p>Il Governo del Burkina Faso ha, invece, creato un gruppo militare chiamato “Volontari per la difesa della patria” per dare maggiore protezione al paese. Una crisi della sicurezza generale che porta anche ad una insicurezza alimentare (che ad oggi colpisce il 20% della popolazione). Dal 2019 sono aumentati gli attacchi contro i civili che, sommati alle tensioni inter comunitarie caratteristiche del paese, portano ad instabilità politica e povertà.</p>



<p>Denisa Sabulesco dell’ONG Tabat vive ad Ouagadougou e racconta di come la popolazione sta vivendo questa situazione. Centinaia di persone sono ammassate ai semafori per chiedere l’elemosina, sono aumentati i furti e vi è un aumento generale dell’insicurezza . Il Nord e l’Est del paese sono completamente fuori controllo, anche i militari non possono avvicinarsi ai confini. La popolazione civile di queste zone è martoriata dalla sofferenza e il terrorista che mette a disposizione cibo e beni primari sembra per loro l’unica salvezza. Se i terroristi non hanno seguito, i primi a rimetterci sono i bambini, che vengono brutalmente uccisi.</p>



<p>La popolazione locale non è totalmente consapevole di questa situazione – il paese è fuori dal controllo del Governo.</p>



<p>Ultimo intervento quello di Pietro Sunzini, Direttore dell’ONG Tabat che aggiunge un’ultima caratteristica di questi luoghi: l’insicurezza alimentare. I grossi cambiamenti climatici e la forte pressione demografica portano ad un sempre maggior bisogno di reddito da parte di rurali al quale consegue il bisogno di migrare.</p>



<p>Tre sono gli elementi chiave ai quali dover dare risposta per la sicurezza alimentare:</p>



<p>Si può intervenire producendo derrate alimentari e aumentando la produzione agricola mirata al soddisfacimento dei bisogni locali. Si deve lavorare sulla salvaguardia della sostenibilità attraverso metodi di produzione rispettosi dell’ambiente per garantire risorse non rinnovabili e garantire la salute di uomini e animali. Infine, sono fondamentali scelte produttive che garantiscano reddito.</p>



<p>Un incontro intenso che ha fatto luce sulle problematiche e sulle soluzioni da applicare, tanti i punti toccati e tante ancora le domande senza risposta.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Niger, migranti tra miniere di oro e uranio</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2021 08:08:14 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Uno dei Paesi più poveri al mondo, nel quale il problema della migrazione vede i suoi massimi livelli di illegalità. Il Niger, negli ultimi anni, sta assistendo a delle piccole crescite economiche, instabili e non continue ma che hanno prodotto una piccola riapertura dell’economia locale.</p>



<p>Al fianco di questa situazione vediamo un paese che si trova tra i primi produttori ed esportatori di uranio e oro, due ricche materie prime che però viaggiano separatamente. Partendo dall’uranio, per il quale il Niger è il quarto produttore mondiale, possiamo affermare che la sua produzione si trova in un momento di crisi.</p>



<p>La Compagnia mineraria d’Akouta chiuderà la sua produzione nel marzo 2021 (i suoi costi di produzione sono insostenibili: si aggirano sui 76 euro al chilo, quando il prezzo dell’uranio è di soli 54 euro). Anche la Società delle miniere dell’Aïr è ormai a fine vita, e ha già fortemente ridotto la produzione.</p>



<p>In questo incerto scenario, ci sono però altre miniere che incrementano le loro produzioni, quelle del settore aurifero. A fianco dell’estrazione industriale, che assicura una produzione annua nell’ordine della tonnellata, dal 2010 si assiste a una vera e propria corsa all’oro nel Nord, nelle regioni di Tchibarakaten e dell’altopiano di Djado, alla frontiera con la Libia e l’Algeria. Tutto questo ovviamente sta portando a conseguenze violente, con finanziamenti a banditi e al traffico d’armi. L’International Crisis Group (Icg) solleva forti sospetti che dei gruppi armati, anche jihadisti, abbiano trovato un terreno di reclutamento nello sfruttamento aurifero artigianale. Non meno di 300.000, sempre secondo l’Igc, sarebbero i cercatori d’oro artigianali in Niger. La ricerca dell’oro è considerata un’attività&nbsp;permessa da Allah, e, secondo l’Igc, nei siti minerari del dipartimento di Torodi sono stati pronunciati sermoni jihadisti che esortavano al rispetto della sharia.</p>



<p>Ultima materia che sarebbe in grado di arricchire il Niger è il petrolio, la cui produzione è ad oggi modesta ma che potrebbe triplicare nell’arco di un anno. È, infatti, stato costruito un oleodotto di 2.000 km ad Agadem ed è stata sottoscritta una convenzione con la China National Oil and Gas Exploration and Development Corporation per lo sviluppo di questo settore.</p>



<p>Tutte queste evoluzioni economiche del paese non sortiscono in realtà l’effetto desiderato, dato che il Niger deve dedicare il 18% del suo bilancio alla sicurezza, minacciata dal terrorismo su tre fronti. Già nel 2013 un’autobomba danneggiò lo stabilimento della miniera d’uranio di Arlit, uccidendo un dipendente e ferendo quattordici lavoratori. La produzione rimase interrotta per quattro settimane. Il 25 ottobre, il governo ha vietato gli spostamenti senza scorta militare delle organizzazioni umanitarie nelle regioni di Tillabéry e di Tahoua, che ospitano 150.000 rifugiati e sfollati in seguito a violenze che hanno fatto centinaia di morti. Nel Sud-est, si moltiplicano gli attacchi di Boko Haram, insediato nel Nord della Nigeria e nelle isole del Lago Ciad. Secondo l’Onu, tra gennaio e agosto del 2019 sono state rapite 179 persone. L’insicurezza ha obbligato Medici senza frontiere a lasciare la città di Maine-Soroa.</p>



<p>Ad oggi, quindi, la situazione vede quasi 450.000 rifugiati e sfollati presi in trappola, spinti fuori dalle aree flagellate dalla violenza, come il Nord della Nigeria o il Mali, e sempre più in difficoltà per raggiungere la Libia e l’Europa. Una situazione di instabilità per tutta la popolazione che deve resistere alle violenze del terrorismo e alle usurpazioni di materie prime che, se gestite in maniera saggia, potrebbero rendere più stabile e ricco l’intero paese.</p>
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