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		<title>Iran, tempi duri per società civile e difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 08:42:52 +0000</pubDate>
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<p><br>di Giuseppe Acconcia</p>



<p><br>A pochi mesi dall’insediamento del presidente conservatore Ebrahim Raisi e con i colloqui per il ritorno all’accordo sul nucleare ancora incerti, gli iraniani sono colpiti come non mai dalla crisi economica e sono stanchi delle restrizioni alle libertà civili. Se i trasferimenti delle ingenti risorse che riempiono le casse iraniane grazie al ricco mercato petrolifero vanno sempre più diretti nel mercato privato e nel settore para-statale, i settori agricolo e industriale risentono come non mai della stagnazione economica. Crisi che con un’inflazione al 47% e gli effetti della guerra in Ucraina ha ripercussioni sempre più significative sugli iraniani, costretti già a fronteggiare le conseguenze nefaste delle sanzioni internazionali, volute dalla comunità internazionale e rafforzate dal pugno duro dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.</p>



<p><br>Le restrizioni contro i difensori dei diritti umani</p>



<p><br>La lista degli attivisti e degli esponenti della società civile arrestati e condannati, in questa nuova stagione di revival conservatore, si allunga sempre di più. L’attivista per i diritti umani, Narges Mohammadi, è stata condannata a sei anni di prigione per “atti contro la<br>sicurezza nazionale”, e a due anni di prigione e 74 frustate per attacchi all’ordine pubblico in assenza del suo avvocato. Lo scorso 19 gennaio Mohammadi era stata trasferita dopo 64 giorni di isolamento dalla prigione di Evin nel carcere di Qarchak.<br>La nuova condanna è arrivata dopo il rilascio di Mohammadi che già aveva trascorso un anno in carcere. Il suo arresto risaliva al novembre 2019 quando Mohammadi stava partecipando al funerale di Ebrahim Ketabdar, uno tra le decine di vittime delle proteste<br>anti-governative che hanno attraversato il paese. La precedente condanna a 30 mesi di prigione e al bando dalla partecipazione alla vita politica per due anni per Mohammadi è arrivata nel maggio 2021 con l’accusa di “propaganda contro il sistema politico e ribellione<br>contro l’amministrazione penitenziaria”.<br>Secondo il suo avvocato, durante l’udienza, durata solo pochi minuti, lo scorso 12 gennaio, il giudice ha fatto anche riferimento, tra le accuse, alla nomination al premio Nobel per Mohammadi, presentata da due parlamentari norvegesi. Già nel 2015 Mohammadi era stata condannata a dieci anni di prigione per aver fondato un “gruppo illegale”. Il riferimento è a Step by Step to Stop the death penalty, think tank che si adopera nella sensibilizzazione contro l’uso della pena di morte in Iran, della quale però<br>Mohammadi non risulta tra i membri fondatori. Abtin Baktash e la fine in prigione.<br>A colpire gli attivisti iraniani sono poi le difficili condizioni di detenzione, in particolare in relazione alle ondate pandemiche di Covid-19 che in Iran hanno causato oltre 135mila morti. La stessa sorte è toccata al poeta e regista iraniano, Baktash Abtin, 47 anni, che è<br>morto in prigione dopo aver contratto per la seconda volta il virus lo scorso 8 gennaio. La notizia è stata diffusa dall’Associazione degli Scrittori iraniani (Iwa), associazione che Abtin guidava. Secondo Iwa, il trasferimento di Abtin dal carcere all’ospedale Taleghani con l’aggravarsi della malattia da Covid-19 è arrivato troppo tardi mentre sarebbero state fatte pressioni sulla sua famiglia perché venissero accelerati i tempi del suo funerale. Abtin era stato condannato dalla Corte rivoluzionaria di Teheran lo scorso 15 maggio a sei anni di prigione, insieme a Keyvan Bajan e Reza Khandan Mahabadi per “attacchi alla sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”.<br>Prima di Abtin, dall’inizio dell’anno era già deceduto in detenzione l’attivista di opposizione, Kian Adelpour, che aveva iniziato uno sciopero della fame nella prigione di Ahwaz. Altri due attivisti, Sasan Nikfans, accusato di propaganda anti-regime, e il sostenitore dei diritti della minoranza sufi, Behnam Mahjoobi, sono morti in prigione nel 2020. Secondo le loro famiglie, le due morti sono legate a ritardi nell’accesso alle cure mediche.<br>Buone notizie sono arrivate invece per Aras Amiri, dipendente del British Council arrestata al suo arrivo a Teheran nel 2018. È stata rilasciata e ha lasciato il paese dopo la condanna a dieci anni con accuse di spionaggio. Aras ha sempre negato le accuse e in una lettera<br>nel 2019 a Raisi, quando guidava il sistema giudiziario, ha denunciato di essere stata arrestata per essersi rifiutata di lavorare in attività di spionaggio per l’Intelligence iraniana.<br>I cittadini con doppia cittadinanza sono sempre più spesso nel mirino delle autorità iraniane. Come nel caso della cittadina anglo-iraniana, Nazanin Zaghari-Ratgliffe, e dell’ingegnere, Anoosheh Ashoori, che hanno accusato le autorità iraniane di trattarli come pedine di scambio con le autorità inglesi. È tornata in carcere invece, l’accademica franco- iraniana Fariba Adelkha. Condannata a cinque anni in prigione dal maggio 2020 con l’accusa di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”, Adelkha era stata rilasciata. Il collettivo a sostegno di Adelkha ha fatto sapere in una nota che “il governo iraniano sta usando in modo cinico la nostra collega per scopi di politica interna ed estera che restano opachi e non hanno niente a che fare con le sue attività”. Secondo il gruppo, l’arresto avrà effetti negativi sulla salute di Adelkha così come è avvenuto nel caso di Baktash Abtin.<br>Infine, ha suscitato molte polemiche in Iran il caso di cronaca che ha coinvolto la 17enne, Ghazaleh Heydari, decapitata in una “disputa familiare”. Heydari, che viveva nella provincia araba del Khuzestan, si era sposata con suo cugino all’età di 12 anni. Dopo il femminicidio, sono stati arrestati il marito e il cognato della vittima che avrebbe subito anche maltrattamenti domestici e per questo avrebbe tentato di fuggire in Turchia.<br>Nonostante la legge per la Protezione, dignità e sicurezza delle donne sia stata introdotta lo scorso anno dal parlamento iraniano, molti attivisti per i diritti umani criticano la mancanza di una definizione chiara di violenza domestica contro le donne in Iran e i limiti imposti nella criminalizzazione dello stupro e del matrimonio di minorenni.<br>Sono bastati pochi mesi di governo dei conservatori dopo la fine dei due mandati del moderato, Hassan Rouhani, per aggravare la situazione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti politici in Iran che continuano ad affollare le carceri del paese. Mentre non si<br>fanno passi avanti nei negoziati sul nucleare, nonostante le posizioni meno intransigenti del presidente Usa, Joe Biden, e le mediazioni del Qatar, e si intensificano gli scontri reciproci in Yemen tra milizie filo-iraniane Houthi, da una parte, ed Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra, a fare i conti con la crisi economica e la censura interna è ancora una volta il popolo iraniano.</p>
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		<title>La scarcerazione di Patrick Zaki</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2021 09:12:24 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>E&#8217; giunta ieri, 7 dicembre 2021, la bellissima notizia della prossima scarcerazione di Patrick Zaki, lo studente dell&#8217;Università di Bologna arrestato in Egitto il 7 febbraio del 2020.</p>



<p>Abbiamo chiesto un commento alla bella news al nostro Direttore, Giuseppe Acconcia, giornalista, saggista e ricercatore presso l&#8217;Ateneo di Padova, esperto in cultura e politica del Medioriente.</p>



<p>&#8220;La notizia ci riempie di gioia, non aspettavamo altro; speriamo che possa tornare al più presto alla sua vita e ai suoi studi, che torni in italia e che ottenga la cittadinanza italiana. Si deve attendere il 1 febbraio per la nuova udienza, però potrebbe tornare prima.</p>



<p>Le accuse che gli sono state mosse sono prive di senso: anche il solo fatto di aver scritto un articolo sui copti &#8211; che riguarda un reato di opinione &#8211; anche in Egitto non prevede la carcerazione, per cui non c&#8217;era nessun motivo per tenerlo in prigione. la sua detenzione è stata estesa di 45 giorni in 45 giorni e questo dimostra ulteriormente che si sia trattato di un arresto e di una detenzione arbitraria. Zaki, inoltre, ha subito violenza nel momento in cui è stato arrestato all&#8217;aeroporto de Il Cairo.</p>



<p>E&#8217; molto importante che le autorità italiane continuino a fare pressione perchè possa fare ritorno in Italia; non bisogna dimenticare, però, che ancora ci sono 60.000 egiziani che continuano ad rimanere in prigione e anche per loro bisogna continuare a lottare; ricordiamo, ad esempio, Haitham Mohammadin attivista per i lavoratori, Ismail Iskandarani che si occupai di Sinai e non si sa nemmeno dove sia detenuto e Ahmed Samir Santawi un altro ricercatore per cui, ancora una volta, la libertà accademica viene messa sotto attacco. </p>



<p>Il processo che è stato avviato in Italia per chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni e il caso di Zaki erano e sono legati a doppio filo: è probabile che il fermo che ha avuto il processo in Italia abbia fatto ragionare le autorità egiziane che non hanno più bisogno di una merce di scambio in quanto gli egiziani non volevano che venissero criticate le forze di sicurezza egiziane, che invece è accaduto con le accuse mosse ai quattro agenti che avrebbero torturato e ucciso Regeni. Le autorità egiziane non vogliono fornire i loro indirizzi, non vogliono che vengano trovati e hanno utilizzato l&#8217;arresto sommario di un cittadino egiziano che studiava in Italia per fare, a loro volta, pressioni. Si sono chiuse le indagini parlamentari sul caso Regeni e, quindi, ora non c&#8217;è bisogno di ricattare l&#8217;Italia con Zaki. Ma è importante continuare a dare battaglia per chiedere sempre e fino alla fine verità e giustizia per Giulio&#8221;.</p>



<p></p>



<p></p>
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		<title>Parole, immagini e il laboratorio intitolato: &#8220;LA NOSTRA SORELLANZA&#8221;</title>
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					<description><![CDATA[<p>Se tutto andrà benino&#8230;Vi aspettiamo VENERDI 2 OTTOBRE, alle ore 19 presso la sede di Progetto Aisha, Via Palmanova 59, Milano (MM2 &#8211; UDINE) per la mostra &#8220;COME CARTA DI RISO &#8211; IL PROGETTO&#8221;&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Se tutto andrà benino&#8230;Vi aspettiamo <strong>VENERDI 2 OTTOBRE</strong>, <strong>alle ore 19</strong> presso la sede di <strong>Progetto Aisha</strong>, Via Palmanova 59, Milano (MM2 &#8211; UDINE)</p>



<p>per la mostra &#8220;COME CARTA DI RISO &#8211; IL PROGETTO&#8221; alla presenza di Alessandra Montesanto (autrice di Poesie e immagini), del fotografo Claudio Lepri e del giornalista Giuseppe Acconcia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="575" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Loca-ORIZZONTALE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14616" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Loca-ORIZZONTALE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Loca-ORIZZONTALE-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Loca-ORIZZONTALE-768x431.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Loca-ORIZZONTALE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1376w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Sarà l&#8217;occasione per presentare un laboratorio importante &#8220;LA NOSTRA SORELLANZA&#8221; : LABORATORIO di SCRITTURA POETICA per DONNE di tutte le età, fede, origine. </p>



<p>Gli ingressi saranno contingentati e il locale costantemente arieggiato. Un appuntamento ricco di emozioni e per degustare insieme un buffet, una bibita e per conoscerci !</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="551" height="747" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Locandina-VERTICALE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14617" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Locandina-VERTICALE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 551w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/Locandina-VERTICALE-221x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 221w" sizes="(max-width: 551px) 100vw, 551px" /></figure>
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		<title>Coronavirus in Africa e Medioriente</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Mar 2020 09:09:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care amiche e cari amici, a questo link trovate lo streaming di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore presso l&#8217;Università di Padova sul tema del Covid-19 in Africa e Medioriente. Per seguire il video è&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Care amiche e cari amici,</p>



<p>a questo link trovate lo streaming di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore presso l&#8217;Università di Padova sul tema del Covid-19 in Africa e Medioriente. </p>



<p>Per seguire il video è sufficiente che clicchiate sul quadrante dove si vede la freccina nera. </p>



<p>Vi aspettiamo per i prossimi incontri!</p>



<p>Grazie. </p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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		<title>Collaborazione con C.I.D.U. e iniziative in streaming: &#8220;Perchè occuparsi di diritti umani. Oggi più che mai&#8221;.</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Mar 2020 07:35:35 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Milano, 26 marzo 2020 Associazione Per i Diritti umani è lieta di annunciare la collaborazione con C.I.D.U. (Comitato Interministeriale per i Diritti Umani) Il CIDU è stato istituito nel 1978 come organo che le&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="638" height="359" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/dichiarazione-universale-dei-diritti-delluomo-1-638.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13785" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/dichiarazione-universale-dei-diritti-delluomo-1-638.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 638w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/dichiarazione-universale-dei-diritti-delluomo-1-638-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 638px) 100vw, 638px" /></figure></div>



<p>Milano, 26 marzo 2020</p>



<p></p>



<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani
</strong></em>è lieta di annunciare la collaborazione con C.I.D.U.
(Comitato Interministeriale per i Diritti Umani) 
</p>



<p>Il CIDU è stato istituito nel 1978
come organo che le Nazioni Unite definiscono ‘National Mechanism
for Reporting and Follow-up’ ed è oggi considerato una ‘best
practice’ a livello internazionale.</p>



<p>In questo momento storico è più che
mai importante monitorare la tutela dei diritti umani e civili. Molte
le categorie di persone e le popolazioni che già soffrivano prima
del divulgarsi della pandemia per guerre, fame, discriminazioni
politiche e religiose, cambiamenti climatici, ingiustizia economica.
Oggi la loro situazione è ancora più grave, sono ancora più in
pericolo. Ma anche chi vive e viveva in una condizione privilegiata
si trova a fare i conti con la paura e la perdita. 
</p>



<p>Ecco, quindi, che <em><strong>Associazione
Per i Diritti umani </strong></em>ritiene importante continuare
nell&#8217;impegno per la sensibilizzazione e per una corretta informazione
per porre ulteriori basi di buone pratiche e per rendere più attiva
la cittadinanza nel creare un Futuro migliore per tutte e per tutti. 
</p>



<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani </strong></em>e CIDU propongono un programma di videoconferenze, in diretta sul canale YOUTUBE dell&#8217;associazione stessa <a href="https://www.youtube.com/c/AssociazioneperiDirittiUmani?utm_source=rss&utm_medium=rss">(https://www.youtube.com/c/AssociazioneperiDirittiUmani)?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> alla presenza di vari professionisti (giornalisti, avvocati, attivisti, scrittori, medici) che parleranno di un diritto umano e civile, legati all&#8217;attualità.</p>



<p>Comunichiamo, quindi, il calendario
delle prime tre conferenze:</p>



<p><strong>Lunedì 30 marzo, ore 15 GIUSEPPE
ACCONCIA, giornalista. Coronavirus in Africa e in Medioriente</strong></p>



<p><strong>Venerdì 3 aprile, ore 15 MATTEO
VAIRO, responsabile di comunità di accoglienza. Donne vittime di
tratta, paura e accoglienza. </strong>
</p>



<p><strong>Lunedì 6 aprile, ore 15.30
VALENTINA DI PRISCO, attivista. La tutela della salute in Venezuela e
in America latina.</strong></p>



<p><strong>A breve sul nostro sito
</strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>www.peridirittiumani.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</strong></a><strong>
e sui nostri canali social potrete trovare il programma delle nuove
conferenze che si terranno da metà aprile e nei mesi sucessivi.</strong></p>



<p><strong>Per ulteriori informazioni:
</strong><a href="mailto:info@peridirittiumani.com"><strong>info@peridirittiumani.com</strong></a><strong>
/recapito telefonico: +39 333.56.17.914</strong></p>
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		<title>Patrick Zaki libero subito﻿</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Feb 2020 08:56:05 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="651" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13656" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-1024x651.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2-768x489.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/PatrickZaki-min-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1226w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p> <strong>P</strong></p>



<p> di Giuseppe Acconcia</p>



<p>Patrick Zaki, studente e attivista dell’Università di Bologna, è stato arrestato lo scorso sei febbraio al suo arrivo all’aeroporto del Cairo con accuse di “diffusione di notizie false”, “mettere in pericolo la sicurezza nazionale” e “incitamento alle proteste”. Sabato 22 febbraio la Corte di Mansoura, la sua città natale sul Delta del Nilo deciderà se estendere la custodia cautelare di Zaki, 27 anni. Secondo l’ong egiziana Egyptian Initiative for Personal Rights (EIPR), Zaki ha subito torture per ore ed elettroshock durante la sua detenzione. Patrick Zaki, che stava per concludere un Master in studi di genere, aveva duramente criticato la repressione in corso in Egitto ricordando spesso il caso di Giulio Regeni. Flashmob per chiedere il rilascio immediato di Zaki si sono svolti in varie città italiane, con la partecipazione di varie associazioni studentesche tra cui Link e Adi (Associazioni dottorandi e dottori di ricerca in Italia).  </p>



<p>
<strong>Zaki
e il caso Regeni</strong></p>



<p>
“Combattiamo
per i nostri attivisti, ma anche per Giulio Regeni. Le istituzioni
cercano di impedirci di parlarne, le proteste (in Egitto, <em>ndr</em>)
non sono permesse, le ong affrontano minacce”, aveva dichiarato
Zaki in un’intervista all’agenzia <em>Dire</em>
nel 2018. I casi di Patrick Zaki e Giulio Regeni hanno molte
similitudini, come confermato dalla famiglia del giovane egiziano.
Tra le richieste, fatte a Zaki durante la detenzione, ci sarebbero
proprio i suoi legami con la famiglia Regeni in Italia. E così, a
pochi giorni dalla diffusione della notizia della sua scomparsa, è
apparso un murales a qualche passo dall’ambasciata egiziana a Roma
in cui si vede Giulio abbracciare Patrick e la scritta “Stavolta
andrà tutto bene”. Per ben sei giorni, dal 25 al 31 gennaio 2016,
non è stata diffusa la notizia ai media della scomparsa di Giulio
Regeni, rallentando l’attivazione del clamore mediatico che avrebbe
permesso di fare maggiori pressioni sulle autorità egiziane per
chiederne il rilascio. 
</p>



<p>
A oltre
quattro anni dalla scomparsa e ritrovamento del corpo del dottorando
friulano, il 3 febbraio 2016, le indagini sui responsabili in Egitto
non fanno progressi. Fin qui sappiamo che sono coinvolte alte
gerarchie militari egiziane perché Giulio è stato preso il 25
gennaio 2016, anniversario delle proteste di piazza Tahrir del 2011.
Si sa anche che sono stati i suoi contatti in Egitto, tra coinquilini
e sindacalisti intervistati, ad averlo tradito e denunciato alle
autorità egiziane per il suo lavoro di ricerca sui sindacati. Eppure
gli interessi a mantenere buone relazioni bilaterali con il regime
militare egiziano hanno fin qui impedito a Italia e Unione europea di
dichiarare l’Egitto come un paese non sicuro e di fare maggiori
pressioni per arrivare alla verità e svolgere un processo che
individui i responsabili del crimine. Solo pochi giorni fa due navi
militari sono state vendute da Roma all’Egitto, mentre il ruolo del
Cairo in Libia e gli interessi petroliferi nel Mediterraneo orientale
sono in cima all’agenda della politica estera italiana nel paese. 
</p>



<p>
<strong>Zaki
e la repressione in Egitto</strong></p>



<p>Il caso Zaki è solo uno tra le migliaia che coinvolgono attivisti e oppositori in Egitto. Lo scorso venerdì, il senatore repubblicano negli Stati Uniti, Marco Rubio, aveva chiesto alle autorità egiziane di rivelare il luogo di detenzione di Mostafa al-Naggar, attivista ed ex parlamentare dei Fratelli musulmani di cui non si hanno notizie da 16 mesi. Lo scorso mese un cittadino statunitense in carcere in Egitto da oltre sei anni, Mustafa Kassem, è morto in prigione dopo un lungo sciopero della fame. Restano ancora in prigione dalle proteste dello scorso settembre con rinnovi di 15 giorni in 15 giorni, gli attivisti, Alaa Abdel Fattah e Mahiennour el Masry. È stato rinnovato il periodo detentivo anche per la giornalista e attivista Esraa Abdel Fattah, accusata di diffondere “notizie false” e di far parte di “un’organizzazione terroristica”. Esraa avrebbe subito torture in prigione per mano di agenti in borghese. Secondo Amnesty International, sarebbero state almeno 4mila le persone arrestate al Cairo per prevenire ulteriori manifestazioni, solo lo scorso autunno, mentre sarebbero oltre 60 mila i prigionieri politici nelle carceri egiziane dopo la repressione avviata con il golpe militare del 3 luglio 2013. E non solo, il think tank ha accusato la Procura suprema per la Sicurezza di Stato di abusare costantemente delle leggi antiterrorismo per estendere la definizione di terrorismo e annullare qualsiasi garanzia prevista dalla Costituzione per gli imputati. E così migliaia di persone sono state arrestate con accuse inventate, hanno subito prolungati periodi di detenzione preventiva, hanno subito torture e maltrattamenti in carcere.  </p>



<p>
Sconcerto
ha suscitato poi in Egitto la morte di Nada Hassan, 12 anni, a causa
di una mutilazione genitale femminile ad Assiut, 380 chilometri dal
Cairo. Il medico che ha praticato l’operazione, ancora molto
diffusa soprattutto in aree rurali, è stato arrestato insieme alla
zia della giovane. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il medico
non avrebbe usato anestetici né avrebbe avuto il supporto di
infermieri. 
</p>
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		<title>È finito il mito del grande Iran?﻿</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jan 2020 08:09:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Acconcia Le autorità iraniane hanno ammesso l&#8217;abbattimento del volo Boeing 737 dell&#8217;Ukraine International Airlines per &#8220;errore umano&#8221;. Questo &#8220;imperdonabile&#8221; errore, come lo ha definito il presidente Hassan Rouhani, è avvenuto a poche&#46;&#46;&#46;</p>
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<p> di Giuseppe Acconcia</p>



<p>Le autorità iraniane hanno ammesso l&#8217;abbattimento del volo Boeing 737 dell&#8217;Ukraine International Airlines per &#8220;errore umano&#8221;. Questo &#8220;imperdonabile&#8221; errore, come lo ha definito il presidente Hassan Rouhani, è avvenuto a poche ore dal raid alle basi degli Stati Uniti in Iraq, ordinato dall&#8217;esercito iraniano, in seguito all&#8217;uccisione nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso del comandante delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, in un raid Usa nei pressi dell&#8217;aeroporto di Baghdad. Questa spiazzante ammissione di responsabilità (per certi versi rivoluzionaria se confrontata con i silenzi di altri Paesi in situazioni simili) è senza dubbio un segno di trasparenza, voluto dalla Guida suprema, Ali Khamenei. Non solo, le forze armate iraniane si sono dette pronte a &#8220;riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro&#8221; e che chi ha commesso l&#8217;errore verrà punito. Eppure il ministro degli Esteri, Javad Zarif, ha giustificato l&#8217;errore iraniano dovuto a un &#8220;momento di crisi causato dall&#8217;avventurismo degli Usa&#8221;, rilanciando così le responsabilità in campo avversario. Purtroppo, l&#8217;abbattimento del Boeing e le 176 vittime che ha causato segneranno inevitabilmente un ridimensionamento sulla valutazione delle capacità militari iraniane.</p>



<p>
<strong>La
fine di un mito?</strong></p>



<p>
Se, da
una parte, la limitata risposta iraniana che ha colpito la base Usa
di Ain al-Asad in Iraq poteva essere giustificata da un calcolo
razionale per evitare un&#8217;escalation del conflitto, dall’altra,
l&#8217;errore del Boeing 737 non ha nessuna giustificazione. Non solo, ha
messo in luce una mancanza di accuratezza più generale del sistema
di difesa iraniano, senza precedenti. In altre parole, ha offuscato
il mito di un Paese che ha conquistato sul campo e suo malgrado un
ruolo essenziale per la gestione dei conflitti nella regione. Fino
alla morte di Soleimani, sebbene l&#8217;Iran non abbia davvero mai voluto
esportare il modello della Repubblica islamica, nata dopo la
rivoluzione del 1979, ha dovuto sopperire alle mancanze e alle
assenze degli Stati Uniti che non hanno saputo gestire le fasi
post-belliche in Iraq e in Afghanistan. Il riconoscimento di questa
azione di bilanciamento essenziale, negli interessi dei maggiori
attori regionali, inclusa la Russia di Vladimir Putin, è culminato
nell&#8217;approvazione dell&#8217;accordo sul nucleare, raggiunto a Vienna nel
luglio del 2015. Ora però si apre una nuova stagione, in cui la
vulnerabilità militare iraniana è stata smascherata dagli errori
nella risposta all&#8217;uccisione di Qassem Soleimani.&nbsp;</p>



<p>
<strong>Iran
più forte o più debole?</strong></p>



<p>
Che il
ruolo regionale iraniano fosse ormai in crisi lo hanno dimostrato
altri due eventi che hanno preceduto l&#8217;escalation degli ultimi
giorni. Prima di tutto le proteste in Iraq dello scorso autunno. A
essere attaccati dai manifestanti non sono stati solo gli interessi
statunitensi nel Paese ma anche il ruolo iraniano nel periodo
seguente alla disastrosa guerra del 2003 che ha segnato la fine del
regime di Saddam Hussein. Per ben tre volte è stato attaccato il
consolato iraniano a Najaf così come le proteste contro nepotismo,
corruzione e disoccupazione giovanile hanno preso di mira sia gli
Stati Uniti sia l&#8217;Iran. E così Teheran è stata smascherata. Nel
perseguire questo ruolo di stabilizzatore regionale ha curato fin qui
principalmente i suoi interessi economici, bypassando le sanzioni Usa
in Iraq, riempiendo il mercato locale di prodotti iraniani a partire
dalle automobili, beneficiando dello status quo, e non ha fatto gli
interessi di tutti gli iracheni. Questo è successo non solo in Iraq
ma anche in Siria (pensiamo al sostegno incondizionato di Teheran per
Bashar al-Assad), in Yemen, in Afghanistan e negli altri Paesi dove
movimenti locali come, Hezbollah in Libano, fanno riferimento
continuamente nella loro ideologia politica alla Rivoluzione iraniana
del 1979. Se il parlamento iracheno ha chiesto la fine della presenza
militare statunitense dopo il raid non concordato contro Soleimani,
la piazza ha chiesto anche la fine delle interferenze iraniane nel
Paese e del sistema settario che incancrenisce le divisioni e
continua ad arricchire solo le élite curde, sunnite e sciite. Questo
dimostra anche un&#8217;altra cosa e una volta di più che la strategia di
esportazione della democrazia e di &#8220;Grande Medio Oriente&#8221;,
inaugurata da George Bush con la guerra in Iraq, è completamente
fallimentare.&nbsp;</p>



<p>
<strong>Soleimani:
un simbolo che muove le masse?</strong></p>



<p>
Eppure
la possibile fine del mito del grande Iran non sarebbe mai arrivata
senza l&#8217;assassinio del carismatico generale Soleimani. La sua morte,
oltre a favorire chiaramente gli interessi israeliani nella regione,
ha suscitato il risveglio dei sostenitori della rivoluzione iraniana
della prima ora che sono scesi a milioni in strada (con decine di
morti nella calca) per partecipare ai suoi funerali e ricordarlo, in
un moto di unità nazionale che mancava in Iran dalla guerra
Iran-Iraq (1980-1988). Non sono mancati i giovani iraniani, della
diaspora nel mondo e anche nel Paese, che hanno gioito su Instagram e
altri social network per questa uccisione, augurandosi un attacco
statunitense che finalmente mettesse fine al regime degli ayatollah e
alle restrizioni che opprimono tanti giovani iraniani. Dopo la morte
di Soleimani, i conservatori iraniani sono più deboli all&#8217;interno
del sistema politico iraniano e nella regione. Lo dimostrano le
lacrime della guida suprema Ali Khamenei ai suoi funerali e
l&#8217;impossibilità di una risposta militare dura contro gli Stati Uniti
per evitare un conflitto che distruggerebbe la Repubblica islamica
per come la conosciamo.&nbsp;</p>



<p>
<strong>La
natura anti-sistema delle nuove proteste</strong></p>



<p>
L&#8217;uccisione
di Soleimani ha avuto l&#8217;effetto immediato di archiviare la stagione
delle proteste anti-governative per il caro vita, la disoccupazione e
il ritardo nel pagamento dei salari del 2018 e del 2019 per aprire
forse una nuova stagione di contestazioni. I giovani iraniani che si
sono riuniti alle porte dell’Università di Teheran e a Isfahan
dopo l’ammissione di responsabilità nell’abbattimento del Boeing
ucraino da parte dei pasdaran iraniani lo scorso sabato hanno una
natura anti-sistemica (tra gli slogan si sente “Via il bugiardo”,
“Morte a Khamenei”) in continuità con le ondate di proteste, nel
1999, 2003, 2009 e 2011 che chiedevano una radicale riforma del
khomeinismo, delle istituzioni e delle consuetudini su cui si fonda
la Repubblica islamica. L’uccisione di Soleimani e le seguenti
rappresaglie hanno riaperto quindi una spaccatura che non si è mai
davvero sopita tra le correnti politiche iraniane, divise tra
sostegno incondizionato alle istituzioni post-rivoluzionarie e la
necessità di modernità e riforma che parte dai giovani iraniani.</p>



<p> Tutto questo non vuol dire che da domani il &#8220;grande Iran&#8221; sparirà dalla regione o non sarà più lo &#8220;stato canaglia&#8221; odiato dai Repubblicani che è stato fino ad ora. Non vuol dire neppure che gli Stati Uniti d’ora in avanti avranno vita facile in Medio Oriente con gli annunci strampalati di Trump che avrebbe voluto colpire i siti culturali iraniani, subito smentito dal Pentagono, mentre saranno proprio i jihadisti dello Stato islamico (Isis), fortemente osteggiati da Teheran, ad avere vita più facile del previsto per qualche tempo. L&#8217;Iran continuerà invece a essere un attore regionale essenziale e questo lo dimostra la nomina del successore di Qassem Soleimani, l&#8217;altrettanto conservatore, Ismail Qani. Non solo, la straordinaria superiorità che hanno dimostrato sul campo le milizie controllate dai pasdaran dalla Siria all&#8217;Iraq fino all&#8217;Afghanistan proseguirà, soprattutto per le strutturali mancanze degli Stati Uniti. Non è detto poi che questa debacle dei conservatori non apra una strada nuova ai moderati di Zarif e Rouhani per rinegoziare l&#8217;accordo sul nucleare, reso carta straccia dall&#8217;uscita unilaterale voluta da Trump nel 2018, dalla ripresa dell&#8217;arricchimento dell&#8217;uranio, dalle debolezze europee e dalle nuove sanzioni annunciate dagli Usa. Questa componente politica potrebbe aprire la strada a una nuova pagina nei rapporti bilaterali con Washington, come auspicato dallo stesso Trump che vorrebbe un Iran &#8220;prospero&#8221; e utile per fare &#8220;business&#8221;, come ha chiaramente detto annunciando di non voler rispondere militarmente al raid iraniano alla base di Ain al-Asad. I moderati iraniani potrebbero sfruttare questa fase per avvantaggiarsi in vista del voto per le presidenziali del 2021 che sembravano sicuro appannaggio delle componenti conservatrici di Raisi e Qalibaf, approfittando delle nuove mobilitazioni e della dura sconfitta che l&#8217;uccisione di Soleimani chiaramente ha avuto per i conservatori iraniani.&nbsp;Eppure con il 2020, il mito del grande Iran potrebbe essere archiviato. Il suo mito di invulnerabilità, di capacità militare, di difensore anti-imperialista in Iraq, Siria e Afghanistan risulta incontrovertibilmente offuscato. Gli iraniani fanno errori di calcolo, come tutti gli altri attori regionali, e l&#8217;abbattimento del Boeing ucraino lo dimostra, anche gli iraniani sono malvisti, come gli Stati Uniti, da parte delle popolazioni di questi Paesi, e le proteste in Iraq lo dimostrano, l&#8217;Iran non può fare passi falsi sul piano militare, pena l&#8217;annientamento, e la reazione ai raid Usa lo dimostra.&nbsp;&nbsp;</p>



<p></p>
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		<title>A Mubarak onori, a Morsi il pavimento: come cancellare le ultime tracce delle rivolte egiziane del 2011</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 07:07:38 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Giuseppe Acconcia Lo scorso lunedì l&#8217;ex presidente egiziano Mohammed Morsi è morto mentre era in corso un&#8217;udienza dei tanti processi che ha dovuto affrontare negli ultimi sei anni. Alcuni giornali hanno avanzato dubbi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Giuseppe Acconcia</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1021" height="576" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/2c250b3e-911b-11e9-9727-2ac38bf3e7d9_Egypt_50670jpg-be45d_1560787811-kgQ-U112036968669335G-1024x576@LaStampa.it_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12694" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/2c250b3e-911b-11e9-9727-2ac38bf3e7d9_Egypt_50670jpg-be45d_1560787811-kgQ-U112036968669335G-1024x576@LaStampa.it_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1021w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/2c250b3e-911b-11e9-9727-2ac38bf3e7d9_Egypt_50670jpg-be45d_1560787811-kgQ-U112036968669335G-1024x576@LaStampa.it_-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/2c250b3e-911b-11e9-9727-2ac38bf3e7d9_Egypt_50670jpg-be45d_1560787811-kgQ-U112036968669335G-1024x576@LaStampa.it_-768x433.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1021px) 100vw, 1021px" /></figure>



<p>Lo scorso
lunedì l&#8217;ex presidente egiziano Mohammed Morsi è morto mentre era
in corso un&#8217;udienza dei tanti processi che ha dovuto affrontare negli
ultimi sei anni. Alcuni giornali hanno avanzato dubbi sulle
circostanze della morte e think tank come Amnesty International e
Human Rights Watch hanno chiesto un&#8217;indagine indipendente sulle cause
della morte. Da mesi, giornalisti e politici avevano lanciato appelli
denunciando le sue precarie condizioni di detenzione, puntando il
dito soprattutto sulla sua condizione di diabetico sessantasettenne
senza accesso alle dovute cure e costretto a passare ore e ore a
dormire per terra in cella. Tutto questo mentre l&#8217;anziano ex
presidente Hosni Mubarak è stato rilasciato nel 2014, tutte le
accuse a suo carico sono andate via via cadendo e tutti i privilegi
della sua carica sono stati ripristinati, nonostante gli episodi di
corruzione, la chiusura del Partito nazional-democratico, i crimini
commessi in trent&#8217;anni, le centinaia di morti in piazza Tahrir, lo
stato di emergenza permanente. 
</p>



<p>Chi non
ricorda la solerzia con cui i media egiziani davano notizia
costantemente delle sue precarie condizioni per giustificarne il
rilascio? Nessun media locale ha invece parlato della volontà di
Morsi di confrontarsi a porte chiuse con i giudici per condividere
informazioni riservate, come riportato da varie fonti. Di sicuro
Morsi aveva notizie da rivelare, anche secondo la giustizia egiziana:
uno dei capi di imputazione per l&#8217;ex presidente era spionaggio per il
partito che governa la Striscia di Gaza Hamas, e per il movimento
sciita libanese Hezbollah. Ma rispondiamo a due domande che
resteranno forse senza risposta per molti anni: Morsi ha davvero
governato l&#8217;Egitto nel suo anno al potere tra il 2012 e il 2013?
Morsi ha portato gli islamisti al potere o ha fatto a pezzi la
Fratellanza musulmana?</p>



<p><strong>Morsi ha
davvero governato nel suo anno al potere tra il 2012 e il 2013?</strong></p>



<p>Con la morte
di Morsi viene cancellata l&#8217;ultima traccia delle rivolte del 2011.
L&#8217;ex presidente era lo scomodo residuo di una fase storica
estremamente problematica per l&#8217;attuale regime militare egiziano che
è iniziata con le proteste di piazza Tahrir del 25 gennaio 2011 ed è
culminata con l&#8217;elezione del primo presidente democraticamente eletto
della storia egiziana, con non poche manovre dietro le quinte, il 30
giugno 2012, e si è chiusa con il colpo di stato militare del 3
luglio 2013. Morsi è stato seppellito in fretta e furia il giorno
dopo la sua morte a Medinat Nasser e sono stati vietati funerali
pubblici a Sharqeya, la sua regione di origine, i cui abitanti hanno
sempre votato in massa per la Fratellanza musulmana. Questa assenza
di celebrazioni e di riconoscimenti per un presidente eletto fa
sorgere un quesito molto serio, e cioè se Morsi sia mai stato
veramente al potere in Egitto. 
</p>



<p>Di sicuro
Morsi non godeva dell&#8217;ausilio del parlamento, a maggioranza
islamista, che è stato sciolto immediatamente dopo la sua elezione
per il solito gioco di concessioni e repressioni a cui la Fratellanza
musulmana è stata sottoposta in Egitto prima del golpe del 2013. Non
ha mai potuto contare sul sostegno dei giudici, e per questo aveva
tentato il passo di estendere i poteri presidenziali bypassando il
controllo della magistratura. Neppure esercito e polizia rispondevano
alle richieste dell&#8217;ex presidente: al punto che gli islamisti stavano
organizzando le loro ronde per mettere in sicurezza il palazzo
presidenziale (Morsi è stato arrestato dalla guardia presidenziale),
le sedi del partito Libertà e Giustizia e della confraternita. Non
solo, lo stesso attuale presidente Abdel Fattah al-Sisi, da ministro
della Difesa del governo islamista, ha tradito la fiducia di Morsi
chiedendone l&#8217;arresto e procedendo al golpe militare del 2013.
L&#8217;unico successo dell&#8217;ex presidente egiziano è stata l&#8217;approvazione
della Costituzione nel dicembre 2012, ma anche su questo ci sarebbe
molto da dire. La Carta non è mai entrata in vigore, è stata
criticata da giudici, attivisti e lavoratori, è stata approvata con
i soli voti degli islamisti. Morsi ha poi concesso diritto di
cittadinanza a siriani e palestinesi: provvedimento cancellato dal
suo successore. 
</p>



<p>E così il
presidente islamista è stato ridicolizzato in politica estera dai
suoi detrattori: per le sue dichiarazioni sulla “distruzione”
della Diga della rinascita in Etiopia, per le sue possibili
concessioni sul triangolo di terra che divide Egitto e Sudan, per il
suo atteggiamento meno appiattito sulle posizioni israeliane
nell&#8217;operazione Pillar of Defense nel 2012. Infine, Morsi non ha mai
ottenuto il sostegno dei rivoluzionari liberali e socialisti che non
hanno accettato di formare un governo di coalizione con la
Fratellanza musulmana dopo la sua elezione. Insomma, il primo
presidente egiziano è stato manipolato e marginalizzato al punto che
il suo anno al potere è stato cancellato con un tratto di penna
anche dai libri di storia egiziana, come se non fosse mai esistito. 
</p>



<p><strong>Morsi ha
portato gli islamisti al potere o ha fatto a pezzi la Fratellanza
musulmana?</strong></p>



<p>Ora che l&#8217;ex
presidente egiziano non c&#8217;è più, resta da domandarsi cosa ne sarà
della Fratellanza musulmana egiziana e quale è stato il suo ruolo
politico. Di sicuro Morsi ha segnato la storia della confraternita
che per la prima volta nella sua storia di ottant&#8217;anni ha formato un
partito politico, nonostante la sua fragilità dopo anni di
repressione, ha partecipato al voto e vinto le elezioni. Chi può
dimenticare la sua euforia alla vigilia della nomina a guida del
partito, Libertà e Giustizia, che abbiamo potuto constatare di
persona in un&#8217;intervista che ci ha rilasciato Morsi durante
l&#8217;assemblea del partito nella città satellite del Cairo, 6 Ottobre,
nel 2011. Non solo questo, la Fratellanza musulmana è stata
essenziale per il movimento rivoluzionario che nel 2011 ha costretto
alle dimissioni l&#8217;ex presidente Mubarak sia per le sue capacità
organizzative sia per le sue capacità di mobilitazione. Una volta al
potere i Fratelli musulmani hanno dimostrato di essere un movimento
moderato-conservatore che può governare un paese come l&#8217;Egitto con
il dovuto sostegno da parte delle istituzioni statali. 
</p>



<p>Morsi si è
trovato involontariamente ad essere il leader in questa fase storica
così delicata per il movimento dopo la defenestrazione, voluta dai
militari, del vero leader carismatico della Fratellanza Khairat
al-Shater. Purtroppo però sarà anche ricordato come il politico che
ha riportato il movimento nell&#8217;illegalità e nell&#8217;inattività
politica. Sono migliaia le condanne a morte decise contro gli
islamisti dopo il golpe del 2013, le ultime nove sono state eseguite
pochi mesi fa (sebbene prima del 2013 non si eseguissero le condanne
a morte in Egitto) per l&#8217;attentato contro il procuratore generale
Hesham Barakat nel 2015. Il partito Libertà e giustizia è stato
sciolto e così anche la confraternita dopo gli attacchi alla polizia
di Mansoura nel 2014. Scuole, ospedali e opere caritatevoli della
Fratellanza sono state messe sotto controllo, congelati i beni dei
businessman più influenti, chiusi i rubinetti dei finanziamenti dal
Qatar, così come le sedi di al-Jazeera al Cairo. Eppure Morsi resta
un simbolo di una breve epoca che non verrà dimenticata facilmente
dai sostenitori della Fratellanza in tutto il mondo, inclusi il
presidente turco Recep Tayyip Erdogan e l&#8217;emiro del Qatar, Tamim
la-Thani, dalle centinaia di martiri di Rabaa al-Adaweya, il sit-in
islamista riunitosi per affermare la sua legittimità nel quartiere
residenziale di Medinat Nasser al Cairo, disperso nel sangue il 14
agosto 2013, dagli islamisti egiziani e non solo delle diaspore in
Europa e negli Stati Uniti che hanno lasciato il paese in seguito
alla repressione su larga scala decisa dal regime militare. 
</p>



<p>Nonostante
un&#8217;economia al collasso, secondo i dati della Banca mondiale che
attesta al 60% il numero di egiziani in condizioni di povertà o
vulnerabilità, Al-Sisi governerà almeno fino al 2030, in seguito
alla riforma costituzionale approvata nell&#8217;aprile 2019, Mubarak
riceverà gli onori riservati ai presidenti, mentre nessun tributo è
stato concesso a Morsi, pur sempre il primo presidente eletto della
storia egiziana, in attesa che la Fratellanza musulmana egiziana si
risvegli finalmente dal suo torpore. 
</p>
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		<item>
		<title>Migrazioni nel Mediterraneo. Dinamiche, identità e movimenti</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Apr 2019 07:21:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto &#160; I cambiamenti socio-politici, economico-culturali in Nord Africa e Medio Oriente per comprendere le motivazioni alla base dei flussi migratori verso l&#8217;Europa: tema centrale, questo, della nostra attualità e fulcro del&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-12278" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="376" height="560" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307-202x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 202w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307-768x1143.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/04/9788891781307-688x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 688w" sizes="(max-width: 376px) 100vw, 376px" /></a></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I cambiamenti socio-politici, economico-culturali in Nord Africa e Medio Oriente per comprendere le motivazioni alla base dei flussi migratori verso l&#8217;Europa: tema centrale, questo, della nostra attualità e fulcro del saggio intitolato <span style="font-family: Arial, sans-serif;">“</span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>Migrazioni nel Mediterraneo. Dinamiche, identità e movimenti</i></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">” </span>(per Franco Angeli editore) a cura di Giuseppe Acconcia e Michela Mercuri.</p>
<p>Uno studio che comprende la Turchia, l&#8217;Egitto, i campi profughi in Giordania e la Libia e che vede protagonista il Mediterraneo, quel mare nostrum, importante in Passato per gli scambi reciproci e le scoperte, divenuto oggi transito pericoloso di chi fugge da guerre civili, fame e soprusi, purtroppo tomba per troppe persone in cerca di un Futuro.</p>
<p>Nel testo si legge che in Egitto le comunità migranti siriane e palestinesi &#8211; che da poco hanno visto riconosciuto il loro diritto alla cittadinanza &#8211; subiscono un forte ostracismo come gruppi non desiderati in quanto finiscono per essere tacciati come sostenitori dell’ islamismo politico e, quindi, considerati terroristi. Per l&#8217;Egitto, inoltre, gli autori prendono in considerazione la differenza tra nazionalismo e populismo, concetti che dall&#8217;ambito politico finiscono con il contaminare i settori dell&#8217;economia, della giustizia sociale e della sicurezza, considerando anche le comunità di profughi siriani e palestinesi presenti sul territorio. Per quanto riguarda la Siria, ad esempio, si ricorda che, durante il governo del principe Faysal &#8211; in un preciso periodo storico &#8211; stava emergendo una società civile consapevole che chiedeva la trasparenza delle istituzioni statali.</p>
<p>Dagli anni &#8217;90, con il cambio di rotta della politica Estera di Gheddafi, molti cittadini dell&#8217;Africa sub-sahariana iniziano a emigrare verso la Libia, facendo passare l&#8217;intento panarabista del colonnello a quello panafricano per il contenimento del neocolonialismo nel suo disegno anti-imperialista, soprattutto rispetto a Israele. Dopo le rivolte del 2011 alcune tribù, come quella dei Tuareg, cercano di far pressione sul nuovo governo libico per veder riconosciuti i diritti fino ad allora mai ottenuti con conseguenti lotte interne che hanno, però, radici storiche profonde per la conquista del territorio caratterizzato dal caos e dalla mancanza di uno Stato vero e proprio. Interessante è scoprire quale sia la risposta alla domanda del paragrafo: <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>Lo scenario attuale. Semplici trafficanti o possibili alleati?</i></span></p>
<p>Molti sono gli autori che arricchiscono questo lavoro di Storia Moderna e Contemporanea:<i> </i></p>
<p>Lorenza Perini, dell&#8217;Università di Padova, affronta il tema del “displacement”, ovvero dello spostamento spaesante di persone costrette ad essere trasferite, dislocate e lo fa attraverso un&#8217;analisi nel campo profughi di Zaatari, in Giordania, lavorando in particolare con le donne e il loro potenziale per lo Sviluppo.</p>
<p>Alberto Gasparetto si occupa dell&#8217;identità curda nell&#8217;era del governo dell&#8217;Ak Parti a cui aggiunge un&#8217;indagine sul fenomeno migratorio in Turchia, sui profughi siriani e sullo <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>ius sanguinis</i></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;">.</span></p>
<p>Nella seconda parte del libro si parla di Europa. Marco Omizzolo, da molto impegnato nella lotta al caporalato, con Pina Sodano &#8211; dell&#8217;Universita degli Studi Roma Tre &#8211; prende in esame il fenomeno della clandestinizzazione del migrante, vista come una “costruzione” istituzionale e normativa derivante dal processo di formazione di metaconfini e di mitilirazzazione di aree (il riferimento è allo Spazio Schengen).</p>
<p>Insomma: un volume urgente, preciso che vede la prefazione del Prof. Massimo Campanini, per addentrarsi nei mutamenti in atto in una parte del mondo in continua trasformazione, poco pacifica; un testo che induce a mettere in discussione le nostre certezze, spesso condizionate da slogan propagandistici e da una stampa superficiale o di parte.</p>
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		<title>Al Fespaco vince il cinema africano</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Mar 2019 06:51:23 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12178" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1280" height="1786" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861-768x1072.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/BON-VISUEL-2019-1280x17861-734x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 734w" sizes="(max-width: 1280px) 100vw, 1280px" /></a></b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">di Giuseppe Acconcia</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Direttamente da Ouagadougou</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">«È come sempre un festival rivoluzionario», è stato il commento dell&#8217;attore Al Assane Sy in occasione della chiusura della 26esima edizione del Festival di cinema pan-africano (Fespaco) di Ouagadougou. Se tutte le attese per i cinquant&#8217;anni (1969-2019) dall&#8217;avvio di una delle manifestazioni storiche e più significative di cinematografia africana facevano pensare ad una vittoria del film “Desrances” della regista burkinabé, Apolline Traore, accolto con grande calore dal pubblico del Cine Burkina e nella magnifica sala all&#8217;aperto dell&#8217;Istituto francese, a vincere l&#8217;Etalon d&#8217;oro di Yennenga</span><b> </b><span style="font-size: medium;">è stato il film “The mercy of the jungle” di Joel Karekezi. «Un film di guerra e non sulla guerra» ci ha spiegato il critico senegalese, Baba Diop. Nel pieno del conflitto in Rwanda tra tutsi e hutu, il sergente Xavier, eroe di guerra ruandese, e il giovane soldato semplice Faustin si trovano in territorio nemico nel pieno della giungla. Soli e senza risorse, attraversando l&#8217;immensa e ostile giungla congolese, sono costretti a sfuggire ad agguati, alla malaria e alla violenza dei loro stessi commilitoni. Uno sguardo lucido e disincantato su un conflitto le cui ferite sono ancora aperte, che è valso anche il premio come migliore attore al protagonista, Marc Zinga. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: medium;">Se l&#8217;edizione del 2017 aveva visto la vittoria del cineasta senegalese, Alain Gomis con Felicité, poi accolto in patria come un «eroe», è stato il cinema nord-africano ad avere ampio spazio in questa edizione, ricca di pubblico e con misure di sicurezza alle stelle del Fespaco, con ben due film premiati tra i migliori tre: l&#8217;egiziano Karma di Khaled Youssef, e il tunisino Fatwa di Ben Mohmound. L&#8217;allievo di Youssef Chahine in Karma racconta la storia di due uomini, entrambi interpretati da Amr Saad, che vivono uno, ricco imprenditore, tra gli agi più sfrenati nei quartieri satellite del Cairo e l&#8217;altro, disoccupato nella povertà più assoluta. Le vite dei due si incrociano continuamente, così come i loro modi diversi di vivere, le loro religioni diverse (il più ricco è musulmano, il più povero è cristiano) prima nei sogni e poi nella realtà, al punto che uno arriva a vivere la vita dell&#8217;altro in un continuo meccanismo dialettico che smaschera i pregi e i difetti della ricchezza e della povertà e che si risolve nella fine delle persecuzioni per il ricco agiato, dopo l&#8217;ingresso in una tomba abbandonata nel cuore della Cairo antica che lo riporta alla realtà e lo scagiona da ogni sua colpa. In Fatwa, il regista tunisino Ben Mohmound racconta invece del percorso di radicalizzazione del figlio del protagonista, Ahmed Hafien. Dopo la sua morte, il padre cerca di capire cosa sia accaduto a suo figlio che da mesi aveva perso di vista dopo il suo trasferimento a Parigi. E così scopre che lentamente aveva abbracciato la fede salafita pur tentando in ogni modo di salvare la madre, parlamentare interpretata da Ghalia Benali, dalla condanna a morte, decisa da islamisti radicali suoi amici, a causa dei contenuti del suo ultimo libro sulla violazione dei diritti umani nel paese. Infine, secondo la giuria del festival, il migliore cortometraggio è stato Black Mamba del tunisino, Amel Guellaty: la storia di una giovane, Sarra Hannachi, che avrebbe voluto vivere la sua passione per la box nonostante i limiti imposti dalla società.</span></p>
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