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	<title>abbigliamento Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Fast fashion che se ne frega</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 10:17:36 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p>&#8220;Fast fashion&#8221; prende il nome da &#8220;fast food&#8221;, cibo veloce da mangiare in fretta, a poco prezzo e a qualsiasi ora del giorno perché già pronto, ma invece che alzare il colesterolo la fast fashion inquina il pianeta e lede i diritti umani, quindi direi un po&#8217; più pericolosa         (anche il fast food crea una massa di persone obese con tutte le conseguenze del caso, ma di questo parlerò in un altro articolo).<br>Nasce dall&#8217;esigenza di avere sempre capi nuovi da indossare per ogni occasione, di cambiare più volte al giorno il proprio outfit,<br>un&#8217;esigenza imposta non innata o necessaria, un&#8217;esigenza nata dal consumismo e dalla falsa estetica propinata dai social.<br>È vero che è giusto e auspicabile poter disporre di capi di abbigliamento a un prezzo abbordabile perché non tutti hanno soldi da spendere, ma dovremmo porci la domanda perché questi capi non durino mai più di qualche mese; inoltre, sotto il fascino dei prezzi bassi e dei rapidi cicli della moda si nasconde una grave crisi ambientale e un drammatico sfruttamento dei lavoratori.<br>Non è un segreto che la moda abbia un problema di rifiuti. A livello globale, ogni anno vengono create circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili; entro il 2030 si prevede che nel complesso scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’anno.<br>&#8220;Tutti i vestiti che donerai saranno riciclati o riutilizzati, senza che nulla vada in discarica&#8221;, si legge spesso negli grandi store, da H&amp;M a Primark. Ma quanto c’è di vero?<br>La ONG Changing Markets Foundation ha utilizzato Apple AirTag per tracciare 21 capi tra cappotti, pantaloni, giacche e altri indumenti di seconda mano, ma in perfette condizioni. La ONG olandese ha donato gli articoli ai negozi H&amp;M, Zara, C&amp;A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&amp;S in Belgio, Francia.</p>



<p>&#8220;Le promesse fatte da H&amp;M, C&amp;A e Primark sono un altro trucco greenwashing per i clienti&#8221;, afferma la responsabile della campagna di Changing Markets, Urska Trunk. La nostra indagine suggerisce che gli articoli in perfette condizioni vengono per lo più distrutti, bloccati nel sistema o spediti in tutto il mondo verso Paesi che sono meno in grado di gestire il vasto torrente di indumenti usati provenienti dall’Europa. Gli schemi aggiungono la beffa al danno offrendo ai clienti buoni-sconto o punti per acquistare più vestiti, amplificando il modello fast fashion che trabocca di rifiuti.<br>L&#8217;industria della moda è responsabile di impatti ambientali significativi, contribuendo al 10% delle emissioni globali di carbonio e all’inquinamento dell’acqua.<br>Poi c&#8217;è la questione non meno importante dei diritti umani: in Bangladesh, ad esempio, ci sono almeno 3500 industrie che lavorano per marchi occidentali e i lavoratori percepiscono salari da fame, spingendo spesso le famiglie a fare lavorare anche i bambini per potersi mantenere. Attualmente molti di questi lavoratori sono in sciopero e stanno combattendo per una vita più dignitosa anche contro la polizia che controlla l&#8217;ordine pubblico a suon di sprangate e che ha causato almeno un morto, ogni volta.</p>



<p>Quindi sfruttamento anche minorile , inquinamento, negazione dei diritti fondamentali: come la vogliamo risolvere?<br>Fermiamoci a pensare, veramente ci servono tutti quei vestiti?<br>Veramente abbiamo bisogno di cambiare abbigliamento così di frequente? Perché compriamo robaccia per poi buttarla?<br>Io indosso per tutto l&#8217;inverno tre paia di pantaloni e non mi sono mai sentita inferiore a nessuno.<br>E poi lo stress di scegliere ogni giorno&#8230;ma basta.<br>Viva la libertà dal fashion!</p>
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		<title>Proteste in Iran – Critiche ai servizi giornalistici</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 10:11:33 +0000</pubDate>
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<p>L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) critica un’importante omissione nel resoconto di molti media sulle proteste di massa nella<br>Repubblica Islamica dell’Iran (IRI): Nonostante tutta la giustificata indignazione per la morte di Mahsa Amini, la sua identità nazionale<br>viene nascosta. La signora Amini era curda. In Iran non le è stato permesso di usare il suo nome curdo Jina. Oltre al codice di abbigliamento ovviamente misogino, la giovane donna, come milioni di altre, è stata oppressa in quanto donna curda dalle autorità iraniane.</p>



<p>Già dopo la nascita, le autorità iraniane avrebbero respinto il desiderio dei genitori di Jina Mahsa Amini di dare alla figlia il nome<br>curdo “Jina”. La bambina è stata poi registrata con il nome “Mahsa”, ma è cresciuta con il nome curdo “Jina” (vita). Molti definiscono una<br>tragedia il fatto che la giovane donna venga chiamata “Masha” dai media anche dopo la sua morte violenta. Perché questo nome le è stato imposto dalle stesse autorità che ora sono responsabili della sua morte.</p>



<p>La morte della 22enne sotto la custodia della cosiddetta polizia morale ha scatenato proteste di massa nel Kurdistan iraniano (Kurdistan<br>orientale) e in tutto l’Iran. Subito dopo l’annuncio della sua morte, i partiti curdi in Iran hanno indetto proteste. Le forze di sicurezza del<br>regime hanno usato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, manganelli e munizioni a pallettoni. In alcune località, la polizia avrebbe anche<br>sparato munizioni vere. Le nostre fonti curde riferiscono di almeno quattro morti e 200 feriti nel solo Kurdistan orientale. Si sa poco del<br>numero di vittime in altre città iraniane. In tutto l’Iran, le donne in particolare stanno mostrando solidarietà a Jina Mahsa Amini e scendono in piazza. Continuano a gridare: “Marg bar Stamkar, tsche Schah bascha, tsche Rahbar!”. – “Morte al despota, sia esso Scià o Guida Suprema!”. Si riferiscono allo Scià, insediato dagli Stati Uniti e rovesciato nel 1979, e all’attuale leader religioso Ayatollah Ali Khamenei.</p>



<p>Su circa 85 milioni di persone in Iran, circa undici milioni sono curdi.<br>Essi costituiscono una maggioranza non solo nella provincia ufficiale del “Kurdistan”, ma anche in alcune altre province occidentali del Paese. A loro piace riferirsi alla loro patria come “Kurdistan orientale”. C’è grande diffidenza nei confronti del regime sciita dei<br>Mullah, che detiene il potere dalla caduta dello Scià. I mullah avevano promesso democrazia e autonomia ai curdi e ad altri gruppi etnici.<br>Tuttavia, questo non è mai stato realizzato. La democrazia e il federalismo rimangono le principali richieste dei curdi in Iran. In<br>questo Stato multietnico vivono anche persiani, azeri, baluci, ahwazi, turcomanni, armeni e assiri, oltre alle comunità religiose di bahai,<br>ebrei, zoroastriani e cristiani. La maggioranza della popolazione, tuttavia, appartiene all’Islam sciita.</p>



<p>Vedi anche<br>Iran: Leader Bahá&#8217;í ancora in carcere &#8211; APM chiede che si impegni per la<br>liberazione dei prigionieri di coscienza<br><a href="http://www.gfbv.it/2c-stampa/2017/170804it.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">www.gfbv.it/2c-stampa/2017/170804it.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Iran. Le nazionalità chiedono un federalismo su modello europeo<br><a href="http://www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090616it.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="noreferrer noopener" target="_blank">www.gfbv.it/2c-stampa/2009/090616it.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Se ci piacciono i gamberetti&#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Dec 2013 06:58:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>La globalizzazione fa viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell&#8217;acquisto, guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione. La Thailandia è&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/Gamberi-thailandia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/Gamberi-thailandia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
La globalizzazione fa<br />
viaggiare anche le merci e, tra queste, i prodotti alimentari; ma se<br />
siamo ghiotti di piccoli crostacei, al momento dell&#8217;acquisto,<br />
guardiamo da dove provengono e facciamo una riflessione.</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
La Thailandia è il Paese<br />
leader mondiale nell&#8217;esportazione dei gamberi perchè ne produce una grandissima<br />
quantità e perchè i gamberi Thai sono più<br />
convenienti di quelli di<br />
altri Paesi. Ma per questo c&#8217;è una spiegazione.
</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
Un documentario trasmesso<br />
dal servizio pubblico statunitense &#8211; a cui ha fatto seguito una serie di<br />
indagini &#8211; dimostra che l&#8217;industria del gambero sfrutta il<br />
lavoro migrante minorile. </p>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Secondo i dati<br />
ufficiali solo 150 su 700 operatori di pesce primari sono registrati<br />
presso il Ministero e le grandi fabbriche basano il loro guadagno<br />
sulle centinaia  di capannoni in cui lavorano bambini che provengono<br />
dal Myanmar. Perchè proprio loro? Perchè<br />
vengono percepiti come una minaccia alla sicurezza<br />
nazionale, diventando, per<br />
questo, vittime di un pregiudizio etnico. </p>
</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
Le statistiche<br />
rilevate dal Labour Rights Promotion Network (e riportate anche da<br />
Altroconsumo, dicembre 2013), dicono che il 19% dei minori sfruttati ha meno di<br />
 15 anni e il 22% ha tra i 15 e i 22 anni. Sono costretti a sgusciare<br />
gamberi per    dodici ore al giorno, chiusi nei capannoni sporchi e<br />
soggetti a sostanze chimiche dannose; spesso subiscono maltrattamenti<br />
fisici da parte dei caporali e la confisca dei documenti;<br />
sono stati, inoltre, riscontrati anche casi di estorsione da parte<br />
dei poliziotti. Questa situazione non riguarda solo il settore della<br />
pesca, ma  anche quello dell&#8217;edilizia, dell&#8217;agricoltura e<br />
dell&#8217;abbigliamento dove sono<br />
impiegate, come moderni<br />
schiavi, migliaia di persone, tra giovani e adulti.
</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
Ancora più serio il<br />
problema quando si tratta di bambini e adolescenti che, anche<br />
 secondo la legge thailandese, dovrebbero vedersi assicurato il<br />
diritto ad un&#8217;istruzione gratuita e<br />
obbligatoria e che, invece, si ritrovano a sopravvivere  in<br />
condizioni terribili. </p>
</div>
<div lang="zh-CN" style="margin-bottom: 0cm;">
Il problema è ora<br />
monitorato dal governo degli Stati Uniti che ha trasformato il<br />
“Rapporto sul traffico di persone” in uno strumento diplomatico<br />
per avvertire       Bangkok che questo traffico deve terminare e, se<br />
la Thailandia non dovesse       dimostrare la volontà di<br />
cambiamento, le conseguenze a livello diplomatico ed economico sarebbero<br />
importanti anche perchè verrebbe equiparata, in termini di<br />
violazione dei diritti umani, alla Corea del Nord e all&#8217;Iran. </p>
</div>
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