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	<title>abitare Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>La casa vivente. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2021 08:29:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>



<p><em>Abitare è una delle principali caratteristiche dell’essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana. Ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell’abitare. Dalle Ande peruviane alle montagne indiane, passando per il Vietnam e la Mongolia, Andrea Staid ci racconta che una palafitta sul lago Inle in Myanmar si regge su pali di bambù che vanno controllati e spesso cambiati, oppure che le travi del pavimento di una casa nelle montagne del Laos invecchiano, respirano e vanno revisionate. Ci racconta quindi che le case sono vive. In questo libro non ci sono solo esperienze lontane, perché dai viaggi c’è sempre un ritorno e ovunque sta nascendo la consapevolezza di quanto sia importante vivere (dunque abitare) in un modo più sostenibile ed ecologico. Da questa necessità nascono le esperienze di autocostruzione che stanno crescendo in tutta Italia e la scelta dell’autore di abitare in un rapporto diretto con la natura, in una casa che di natura si nutre e che è stata costruita assecondandone i ritmi e gli spazi. &#8220;La casa vivente&#8221; unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15317" width="563" height="819" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 687w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n-206x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></figure>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Il tuo ultimo lavoro si intitola “La casa vivente”: qual è il legame tra la “casa” e l&#8217;identità?</p>



<p>Credo che sia un legame stretto e importante. Sono convinto che il modo e il luogo in cui abitiamo definisca un ambito nel quale si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare rappresenta l’azione propria dell’uomo che riflette e non si assoggetta semplicemente alla vita; l’essere umano “abita” la casa quando non si limita a subire l’esistenza e le fatiche del vivere. In questo modo “abitare” assume il senso del prendersi cura, di sé e degli altri.</p>



<p>Il premio Oscar 2021 è andato al film <em>Nomadland</em> in cui la protagonista, Fern, vive in un vecchio furgone: la sua è stata una scelta consapevole, dettata dalla volontà di abbandonare le logiche capitalistiche e convenzionali dell&#8217;Occidente. In quali modi è possibile fare ritorno a stili di vita in sintonia con l&#8217;ambiente e con la stessa natura umana?</p>



<p>I modi sono tanti e non credo che ce ne sia solo uno giusto, credo che sia fondamentale però non separare questo tema ovvero, il modo in cui costruiremo e abiteremo il mondo nel prossimo futuro, dai principi dell’interculturalismo e del ripensamento postcoloniale, che promuovono indirettamente l’importanza della biodiversità e della valorizzazione delle forme di vita di un ecosistema. Un primo significato di comunità si trova proprio nel contesto dell’ecologia, e indica l’insieme di organismi che condividono uno stesso ecosistema e interagiscono alloro interno. Nel nostro ripensamento credo sia fondamentale prendere in considerazione riferimenti estranei al mondo industriale e occidentale, perché allargano il panorama verso modi “altri” di vivere e pensare lo spazio abitato. Questo significa avere un approccio ecologista decoloniale, come scrive Malcom Ferdinand, perché il degrado ambientale non può essere dissociato dai rapporti di dominio razziale che derivano dal nostro modo di abitare la Terra e da un sentimento di legittimità nell’appropriarsene. Esiste uno stretto legame tra diseguaglianze sociali e distruzione dell’ambiente e credo sia importante riuscire a connettere queste tematiche all’eredità razzista.</p>



<p>Distruzione della natura e oppressione sociale sono da sempre legate eppure, negli appelli ad affrontare l’urgenza climatica, si continuano a vedere slogan privi di un pensiero sociale. Risolvere la questione dell’inquinamento e della scarsità di risorse solo attraverso soluzioni tecnocratiche tipo la geoingegneria o i mercati di carbonio, come vorrebbe la green economy, non va alla radice del problema. Serve un ripensamento globale del sistema legandolo alla storia coloniale, come forma strutturata di distruzione degli ecosistemi e di “altericidio”. L’architettura indigena è invece stata, e in alcuni casi continua a essere, una risposta sostenibile alla necessità dell’essere umano di abitare il proprio spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15318" width="586" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1536x864.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p>Il viaggio è un&#8217;opportunità per una tras-formazione personale e hai avuto modo di vistrare il Mynamar e con il meraviglioso (in senso letterale) Lago Inle: come ha suscitato le tue riflessioni su nuove forme dell&#8217;abitare?</p>



<p>Non solo il Myanmar in generale sono rimasto colpito dal modo di abitare indigeno sia nel sud est asiatico che in centro America, passando per la mongolia e il Marocco…</p>



<p>Se guardassimo a chi non si è tuffato nell’onda del progresso senza meta delle megalopoli, potremmo scoprire che è ancora possibile soddisfare le nostre necessità abitative sfruttando meno le limitate risorse disponibili, provocare un impatto minore sui nostri fragili ecosistemi, generare un legame profondo tra i costruttori, l’ambiente, i materiali impiegati e l’intera comunità. Tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali.</p>



<p>Nella società contemporanea viviamo una crisi del saper fare, soprattutto nell’ultimo periodo pandemico legato al covid-19, siamo stati costretti a casa e le nostre relazioni sono state sempre più con e attraverso macchine e oggetti industriali; di fatto, stiamo vivendo una limitazione drastica delle esperienze sensoriali. Una delle caratteristiche anatomiche principali di noi ominidi è il pollice opponibile che ci permette di manipolare gli oggetti con grande controllo e precisione; noi animali umani ci siamo plasmati culturalmente producendo e lavorando oggetti, e l’essere diventati sempre più homo comfort sta compromettendo passaggi cruciali della conoscenza manuale e culturale della nostra specie.</p>



<p>Gli edifici delle comunità indigene che ho incontrato in questi anni e che racconto nel mio libro “la casa vivente”, non sorgono nel vuoto, fanno parte della vita e della cultura dei popoli che rappresentano, non rimangono immutate nel tempo, ma si modificano e si arricchiscono con l’incontro di nuove tecnologie costruttive. Sono convinto che l’architettura spontanea ci insegna qualcosa sulla vita e sulle tradizioni dei popoli indigeni, riflettendo le nostre esperienze come in uno specchio.</p>



<p>La Giustizia è un concetto, è un valore sicuramente da perseguire che rimane, però, troppo spesso lontana dalla verità dei fatti. L&#8217;abitare condiviso, invece, la casa comune propongono una nuova idea di solidarietà concreta: qualis arebbero altri passaggi utili per affermare un&#8217; Etica della cura che consideri anche l&#8217;Altro distante nello spazio e l&#8217;Altro distante nel tempo? (Per citare Elena Pulcini alla quale va il nostro più caro ricordo)</p>



<p>Credo che una concezione di abitare i luoghi che si ispiri ai principi dell’economia circolare, quale modello economico idoneo a rigenerarsi da solo, attraverso la valorizzazione degli scarti di consumo, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime seconde e l’uso di energia da fonti rinnovabili oltre che ovviamente con una condivisione e visione allargata del concetto di “bene comune” possa essere un modo per affermare quella che hai chiamato un’etica della cura. L’obiettivo del mio libro non è quello di fomentare un dibattito “solo” su come costruiamo case, ma di costruire un mondo nuovo a partire da come concepiamo ciò che costruiamo.</p>
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		<title>La casa dei rifugiati. Guida all&#8217;autonomia abitativa dei titolari di protezione internazionale</title>
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		<pubDate>Sun, 02 May 2021 09:24:33 +0000</pubDate>
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<p>(Da asgi.it)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="550" height="420" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/ALLOGGIO.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15266" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/ALLOGGIO.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 550w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/ALLOGGIO-300x229.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>ASGI, UNHCR e SUNIA lanciano una guida all’autonomia abitativa per aiutare i titolari di protezione internazionale ad orientarsi fra affitti, contratti, diritti e doveri di proprietari e inquilini</p></blockquote>



<p>Le difficoltà di accesso all’alloggio rappresentano per i titolari di protezione internazionale uno degli ostacoli principali all’inclusione. Poter trovare casa, senza essere ostacolati da misure discriminatorie e ricevendo l’orientamento adeguato, rappresenta una passaggio chiave per la costruzione di un percorso di autonomia efficace.</p>



<p>Disponibile in italiano e in inglese, la guida si rivolge alle persone rifugiate e a tutte le organizzazioni che si occupano di sostegno all’inserimento abitativo. “<strong>La casa dei rifugiati</strong>” raccoglie informazioni puntuali sull’accesso alle “case popolari” e sull’affitto, con riferimento alle diverse forme contrattuali e ai diritti e doveri di proprietari e inquilini. Altre sezioni sono dedicate a specifici strumenti di tutela contro le discriminazioni e ad approfondimenti preziosi su iscrizione anagrafica e residenza.</p>



<p>“<em>Nel descrivere la propria esperienza in Italia le persone rifugiate evidenziano come molte difficoltà siano riconducibili alla mancanza di informazioni. Insieme all’inserimento lavorativo l’autonomia abitativa rappresenta un presupposto fondamentale per rafforzare l’inclusione sociale: questa pubblicazione è una ‘cassetta degli attrezzi</em>’,&nbsp;<em>utile ai rifugiati e ai molti operatori che sono impegnati nel sostenere il loro percorso di integrazione</em>”, dichiara Chiara Cardoletti, Rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede e San Marino”.</p>



<p>“<em>Il diritto ad avere una casa è un diritto umano fondamentale, senza distinzioni di etnia o nazionalità</em>&nbsp;– aggiunge&nbsp;<strong>Lorenzo Trucco, Presidente dell’ASGI</strong>&nbsp;–&nbsp;<em>È dato di realtà che le persone rifugiate incontrano maggiori difficoltà ad accedere al mercato immobiliare privato e agli alloggi di edilizia residenziale pubblica. Questa Guida offre una panoramica della legislazione di settore e costituisce un importante vademecum per orientarsi in una materia molto tecnica e di non immediata comprensione</em>”.</p>



<p>“<em>La Guida&nbsp;</em>– dice Stefano Chiappelli, Segretario generale del Sunia –&nbsp;<em>rappresenta un ulteriore contributo al riconoscimento del diritto alla casa per tutti e tutte. L’informazione è solo il primo passo, ma decisivo, che si aggiunge alle attività quotidiane della nostra organizzazione che contribuiscono a favorire la soluzione del bisogno alloggiativo e a promuovere la qualità dell’abitare</em>”.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>La versione in italiano della guida è disponibile&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/04/guida-la-casa-dei-rifugiati-def-pagsingole.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">qui</a>&nbsp;in formato pdf.</p>



<p>La versione in inglese è disponibile&nbsp;<a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/04/guida-la-casa-dei-rifugiati-ENG-def-pagsingole.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">qui</a>.</p>
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		<title>Abitare illegale. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 07:14:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da non molto uscito in libreria, Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente di Andrea Staid, edito da Frontiere, è un saggio  antropologico ed etnografico analizza le forme dell’informalità dell’abitare in occidente.&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Da non molto uscito in libreria, <em>Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente</em> di Andrea Staid, edito da Frontiere, è un saggio  antropologico ed etnografico analizza le forme dell’informalità dell’abitare in occidente. Forme diverse, alternative di concepire lo spazio, l&#8217;abitare e la vita stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha rivolto alcune domande ad Andrea Staid e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8443 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricerca si è svolta in Occidente, tra Europa e Stati Uniti: perchè quest&#8217;area di mondo e qual è la tesi da cui è nato il libro?</p>
<p>Ho deciso di concentrami sulle esperienze dell’abitare illegale e informale tra Europa e Sati Uniti perché volevo decostruire la convinzione che in Occidente viviamo tutti uniformati e incasellati in palazzoni, ville o case hitec. Le esperienze e i modi di vivere anche da “noi” sono molti e differenti tra loro e se uno dei motivi che spinge all’abitare informale è la mancanza di un reddito è anche vero che sono molti quelli che per scelta rifiutano di vivere in case altamente inquinanti, anonime, costruite da altri e dove si vive in modo mononucleare. E poi come racconto nel primo capitolo è da pochi secoli che abbiamo smesso di costruirci la nostra casa insieme alla comunità nella quale viviamo, è poco tempo che la nostra abitazione, come molte altre cose nella società occidentale, si è trasformata in una merce.</p>
<p>I margini che ho cercato di indagare in modo sia bibliografico che etnografico sono stati tanti e differenti tra loro. Una grande distinzione che ho fatto nel libro è tra chi nei margini ci vive per scelta e crea, risignifica i suoi spazi e chi nei margini ci si trova costretto e mette in atto rituali di resistenza. Grande è la differenza fra chi decide di vivere in una comune autogestita, eco-sostenibile occupata o di proprietà e chi si ritrova bloccato negli accampamenti di migranti a Calais o al confine di Ventimiglia e reinventa il suo modo di abitare. In entrambi i casi mi sono soffermato a osservare per capire le possibilità dell’abitare informale.</p>
<p>Sono convinto che il modo e il luogo in cui la gente abita definisca molti di quegli ambiti in cui si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare informale e illegale, se visto nel senso pieno della sua pratica, non è un fenomeno secondario ma un vero atto di resistenza all’omologazione, una sostanza per la creazione di quelle libertà quotidiane che possono portare a una mutazione culturale che dall’individuo passino alla comunità o meglio alle tante e differenti comunità possibili.</p>
<p>La comunità Rom, soprattutto in Italia, è vittima di politiche escludenti: qual è la concezione dell&#8217;abitare di Rom e Sinti e quale la loro condizione di vita – e quindi anche abitativa – in altri Paesi europei?</p>
<p>Le comunità Rom e Sinti sono da secoli vittime di politiche repressive ed escludenti, in questa esclusione hanno ridefinito il loro essere anche nella sfera dell’abitare. La popolazione romanì oggi è presente in ogni continente con una consistenza numerica che raggiunge i 16 milioni di persone. In Europa, le comunità romanès sono presenti in tutti gli stati con una popolazione che supera gli 11 milioni di individui. In Italia la popolazione romanì è stimata attorno alle 170 000 persone, di cui circa il 60% sono cittadini italiani</p>
<p>Non tutti vivono in modo informale, quelli che ho conosciuto e frequentato vivono nella maggior parte dei casi ai margini delle città in quelli che noi gagi chiamiamo campi ma che sarebbe meglio chiamare villaggi. Per Rom e Sinti la casa è strettamente legata alla comunità, non si vende e non si compra ed è attraversata dalla famiglia allargata. In un villaggio non si è mai soli, lo spazio fuori dalla casa ricopre un aspetto fondamentale per la vita di Rom e Sinti e non è rinegoziabile con dei modelli abitativi standardizzati. Il senso dell’abitare romanés lo troviamo nei rapporti sociali che lega i membri della comunità. La necessità di costruirsi la propria casa insieme alla famiglia, di vivere in spazi aperti e condivisi è la sostanza della concezione della casa Rom e Sinti.</p>
<p>Parliamo delle case occupate: qui si intrecciano politica e disagio sociale: ci può riportare qualche esempio di Milano?</p>
<p>Io credo che i quartieri popolari dove sono presenti i comitati, le assemblee che organizzano le lotte per diritto all’abitare sono quartieri dove si mettono in pratica dinamiche di autogoverno e autogestione che creano possibilità sociali per donne e uomini che non hanno abbastanza reddito per vivere dignitosamente. Sono laboratori politici e sociali che ridefiniscono le città. A Milano sono molte le esperienze interessanti e i comitati di lotta attivi, per esempio possiamo citare gli occupanti del quartiere San Siro, Il Comitato Casa e Territorio che opera tra il quartiere Pasteur, Cimiano, Corvetto e Ticinese, Comitato Autonomo Abitanti Barona, Comitato Abitanti Giambellino e Lorenteggio, centinaia di occupanti che come in molte altre esperienze di occupazione in giro per l’Europa, mettono in atto delle reali pratiche di resistenza realizzando una capacità dei diversi soggetti occupanti non solo di mettersi contro, ma di costituire società, creando spazi liberati all’interno di una società che liberata non è. Donne e uomini senza possibilità economiche riprendono ciò che è loro negato, manifestano nella produzione della vita quotidiana una grande capacità di costruire legami sociali con fini comuni, costruiscono quello che gli antropologi chiamano cultura e che sarebbe il mondo, costruito e non, delle relazioni tra persone e luoghi, la rete di reciprocità che tiene in piedi e spinge una società.</p>
<p>La casa per chi la occupa non è uno spazio urbano isolato, è un elemento, una rete di relazioni sociali, familiari, politiche e di quartiere. In queste trame sociali anche le strade fanno parte della casa, perché sono spazi comuni, dove si condivide la quotidianità, dove si attuano rituali di riappropriazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A seguito anche dei terremoti che, purtroppo, hanno visto colpite le aree del Centro Italia, quanto è importante l&#8217;autoricostruzione , l&#8217;iniziativa personale e comunitaria?</p>
<p>L’autocostruzione dopo un’emergenza come quella di una catastrofe naturale può dare importanti risposte sociali e politiche. Riattiva economie locali, salda rapporti tra i terremotati e può dare risposte ecocompatibili, salubri ed economiche alla ricostruzione contribuendo anche a contrastare speculazioni e mafie. Ma per risponderti, visto che il mio libro è una etnografia polifonica vorrei usare la voce, la testimonianza di Mina, architetto, terremotata che ha auto-costruito tramite un cantiere scuola collettivo la prima casa in canapa italiana nella bassa emiliana per rispondere all’emergenza della perdita della sua casa dopo il terremoto:</p>
<p>Autocostruire per autocostruirsi è ancora più importante dopo una tragedia naturale, bisogna far lavorare la gente dopo un terremoto, i bambini e anche gli adulti terrorizzati dal sisma se rimangono inermi dentro anonimi e freddi container si deprimono totalmente, autocostruirsi la propria casa o baracca temporanea è la possibilità per rinascere. Abitare non è solo la casa che hai, ma il contesto nel quale è inserita. I morti durante il nostro terremoto per fortuna non sono stati tanti ma nessuno ci parla del tasso di suicidi dopo il sisma, o dell’enorme incremento di mortalità tra le fasce più anziane. Dopo il terremoto inizia il dramma psicologico, la situazione di distruzione dei legami sociali diventa la cosa più drammatica anche più delle case che crollano.</p>
<p>A seguito di un terremoto si verifica l’evacuazione del territorio, non c’è ricostruzione delle persone che sono quelle che fanno il territorio, si continuano a rifare gli stessi errori fatti all’Aquila. Impedire alle persone di costruirsi una casa dopo un terremoto è una cosa che lo Stato non si dovrebbe permettere di fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Città, architettura e migrazioni: intervista a Nausicaa Pezzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 06:27:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti &#8216;al primo approdo&#8217; affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span lang="it-IT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5684" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5684" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cop (27)" width="170" height="252" /></a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" width="100%" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="256" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="100%"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti &#8216;al primo approdo&#8217; affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell&#8217;osservazione di chi si disponga ad abitarli. In un contesto che rappresenta il laboratorio di cambiamenti più avanzato in Italia, viene attualizzato e applicato un metodo &#8211; quello introdotto da Kevin Lynch nell&#8217;Immagine della città &#8211; per studiare la percezione dell&#8217;ambiente da parte dei suoi abitanti. Questo è <i>La città sradicata. Geografie dell&#8217;abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano.</i></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani </i>ha intervistato l&#8217;autrice, l&#8217;architetto Nausicaa Pezzoni che ringrazia molto. </span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><span lang="it-IT">Come nasce l&#8217;idea di questo saggio e come si è documentata per poterlo realizzare?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di esplorare la città attraverso lo sguardo dei migranti deriva dall’osservazione di come stanno cambiando le forme e i significati dell’abitare nella città contemporanea, attraversata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di vita di popolazioni in transito: abitanti che vivono uno sradicamento non solo dalla città di provenienza, ma anche da quella d’approdo.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’ipotesi che ha dato vita a questa ricerca è che la condizione di instabilità, cui la crescente mobilità delle popolazioni urbane sembra dar voce, sia connaturata all’abitare contemporaneo, cioè che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che mi ha indotta a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra individuo e spazio – dall’identificazione col territorio abitato a una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indagare ‘lo sguardo degli altri’ su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città contemporanea </span><span lang="it-IT">dall’interno</span><span lang="it-IT"> di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme; ed è un modo per prendere distanza da un’immagine consolidata del territorio che abitiamo, lasciando affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un’appartenenza di nuovo genere: un “abitare senza abitudine” che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di questa pubblicazione nasce anche dalla necessità di colmare un vuoto nel campo della progettazione urbanistica, studiando una dimensione che non viene trattata, pur essendo sempre più urgente: quella della transitorietà dell’abitare, che non può essere ignorata se si vuole fare spazio a una città di tutti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Per documentarmi ho seguito due traiettorie: un&#8217;esplorazione della letteratura e un&#8217;indagine sul campo. Sul piano teorico, mi sono confrontata con le voci di chi, in campo urbanistico ma anche sociologico e antropologico, sta indicando nel movimento, nello spaesamento dell&#8217;abitare la cifra della contemporaneità; e di chi in ambito geografico e delle scienza della complessità sta mettendo in discussione il punto di vista scientifico dominante, quello che pretende di oggettivare il mondo che rappresenta. Un punto di vista che mi ha indotta a spostarmi dallo strumento della cartografia tecnica come lente attraverso cui leggere e interpretare la città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;indagine sul campo è stata determinante per guardare da vicino le trasformazioni in atto, dando voce proprio a coloro che pur essendone tra i principali artefici sono tuttora esclusi dalla lettura e dal progetto della città.</p>
<p><span lang="it-IT">La città di Milano è a misura di “donne immigrate” ?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Milano è una città che offre molti servizi agli immigrati, non specificatamente alle donne, ma in generale ai nuovi abitanti della città. Tuttavia si tratta di servizi spesso autoreferenziali, distribuiti sul territorio senza una rete che li connetta, una sorta di infrastruttura dell&#8217;accoglienza di cui una grande città europea come Milano dovrebbe dotarsi.</p>
<p lang="it-IT">Quali sono gli spazi e i luoghi maggiormente frequentati dai migranti in transito?</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Gli spazi più frequentati dai migranti sono quelli spesso lasciati vuoti, dimenticati dai residenti stanziali; sono le piazze, i parchi, i luoghi semi-deserti che vengono occupati da molteplici attività “non codificate” dell&#8217;abitare quei determinati luoghi.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci troviamo spesso ad essere inaspettatamente i</span><span lang="it-IT">mmersi in un contesto completamente trasformato da come lo avevamo sempre conosciuto: il parcheggio di Cascina Gobba che diventa mercato delle popolazioni dell’Est Europa durante il weekend, o lo spiazzo davanti alla Fabbrica del Vapore trasformato in moschea all’aperto per la festa di fine Ramadan. Si tratta di luoghi considerati insignificanti o marginali dai residenti, e che diventano invece luoghi di aggregazione, di scambio per chi è appena approdato e sta cercando nella nuova città gli spazi dove poter svolgere le diverse attività che danno forma all&#8217;abitare. Quando ci imbattiamo in queste piazze, ci sentiamo spesati nella nostra città, ma nello stesso tempo scopriamo spazi che </span><span lang="it-IT">non esistevano come luoghi abitati</span><span lang="it-IT">, e che vengono fatti esistere nell&#8217;essere inclusi in un sistema di relazioni, di rapporti commerciali, di scambi di informazioni, di attività che si prendono in cura quello spazio indifferenziato e lo significano, e nel significarlo se ne appropriano, lo rendono accogliente per le popolazioni che lo frequentano, facendo sì che quel luogo divenga abitabile per tutti i cittadini.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci sono poi i luoghi considerati come “porte d’accesso” alla città: </span><span lang="it-IT">il Centro di Aiuto del Comune, un riferimento indispensabile per per farsi indirizzare verso i diversi servizi di accoglienza; i dormitori, le mense, gli ambulatori medico-sanitari delle fondazioni religiose, il Naga dove trovare assistenza legale e il Naga Har, centro diurno e scuola di italiano per i rifugiati e i richiedenti asilo; c&#8217;è la Casa della Carità, dove hanno sede un dormitorio, una mensa, una scuola di italiano e dei nuclei abitativi per donne e bambini. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I migranti frequentano molto i parchi, in quanto luoghi pubblici ‘disponibili’, e in inverno le biblioteche, che sono luoghi sicuri per le persone che abitano nei dormitori, e che durante il giorno non hanno un posto dove stare: nelle biblioteche si può accedere a internet, trovare riparo dal freddo, leggere.</p>
<p><span lang="it-IT">Qual è il rapporto che si viene a instaurare tra italiani e stranieri in alcune zone delle metropoli? E&#8217; possibile la convivenza?</span></p>
<p lang="it-IT">Milano è una città dove la convivenza tra italiani e stranieri si fa sempre più intensa, non ci sono “ghetti”, ci sono semmai alcune zone più densamente abitate dai migranti, come via Padova, l’area intorno a piazzale Maciachini, la zona Corvetto. Quello che emerge dalle mappe è inaspettatamente la tendenza da parte dei migranti a evitare proprio le zone abitate da molti immigrati, perché considerate marginali e alle quali dunque non si vuole essere assimilati, indipendentemente dal fatto che gli abitanti siano della propria o di un’altra etnia. Oppure perché sembra di essere in un’altra città; una migrante disegnando la mappa mi disse “questa non sembra Milano, e allora io non ci vado” indicando via Padova.</p>
<p><span lang="it-IT">Interessantissime sono la mappe disegnate dai migranti: ce ne vuole parlare? E quale sarebbe la loro città ideale?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La mappa che mi ha sorpresa di più è quella che, nel libro, apre l’atlante delle cento mappe: il racconto degli spostamenti quotidiani di un migrante che abita in un edificio abbandonato vicino alla ferrovia, e ogni giorno percorre a piedi quello che sembra un pellegrinaggio alla ricerca di un lavoro, di un posto dove mangiare, dove fermarsi a riposare, dove trovare aiuto, e si conclude con un segno astratto molto eloquente di quello che è il sentimento che lo accompagna nella sua ricerca infinita.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Le mappe disegnate dai migranti fanno emergere i sentimenti vissuti nel momento in cui si innesca una relazione con il territorio, in cui si inizia ad abitare una nuova città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sono strumenti di mediazione: la città si fa pensabile, e dunque diventa famigliare, proprio attraverso il disegno della mappa. Lo spaesamento di chi è appena arrivato non è più dunque solo condizione di estraneità, ma l’origine e la tensione a decifrare lo spazio urbano immettendosi in esso &#8211; auto-organizzandolo nel disegno della mappa &#8211; per esprimerne la conoscenza e poterlo abitare.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città, e attraverso questo gesto, di appropriarsi di uno spazio che da sconosciuto, o provvisto di pochissimi riferimenti, può diventare uno spazio più articolato, più complesso, dove anche chi è arrivato da poco tempo può iniziare a pensarsi come abitante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La città ideale dei migranti è una città ricca di relazioni, dove i servizi di primo accesso siano in rete, interconnessi in un sistema che complessivamente si prenda cura della condizione transitoria dell’abitare; è una città da poter abitare sempre e ovunque, non solo in alcuni luoghi relegati ai margini e in alcuni tempi prefissati (come sono la maggior parte dei dormitori). E’ una città che si lascia interrogare, che accoglie perché sa mettere in questione la sua stessa identità; una città che si sradica da un’immagine univoca di sé per lasciare spazio alle tante infinite città che prendono forma a seconda del punto di vista di chi le osserva, le vive e la rappresenta.</span></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/04/18/citta-architettura-e-migrazioni-intervista-a-nausicaa-pezzoni/">Città, architettura e migrazioni: intervista a Nausicaa Pezzoni</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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