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	<title>Abulawa Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Susan Abulawa torna a raccontare la Palestina, dalla parte delle donne</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2015 04:58:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Arrivarono di nuovo nel marzo e, a più riprese, nell&#8217;aprile del 1948, e la loro collera crebbe per l&#8217;incredulità e l&#8217;indignazione di vedere che un piccolo paesino di contadini e apicoltori poteva fronteggiare la&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
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<div style="margin-bottom: 0cm;">
“Arrivarono<br />
di nuovo nel marzo e, a più riprese, nell&#8217;aprile del 1948, e la loro<br />
collera crebbe per l&#8217;incredulità e l&#8217;indignazione di vedere che un<br />
piccolo paesino di contadini e apicoltori poteva fronteggiare la<br />
forza di fuoco delle ben addestrate Haganagh, con le loro armi<br />
automatiche e gli aerei da combattimento contrabbandati dalla<br />
Cecoslovacchia sotto il naso dei britannici per prepararsi alla<br />
conquista. Durante l&#8217;ultimo attacco di aprile, cinquanta donne e<br />
bambini di Beit Daras furono trucidati in un giorno, e subito dopo<br />
gli uomini oridinarono alle loro famiglie di fuggire a Gaza mentre<br />
loro rimanevano a combattere”: questo è un brano tratto dal nuovo<br />
romanzo di Susan Abulawa, dopo il grande successo di <i>Ogni<br />
mattina a Jenin. </i>Il<br />
nuovo lavoro si intitola <i>Nel<br />
blu tra il cielo e il mare</i><br />
(edito da Feltrinelli) e l&#8217;autrice traccia la storia della Palestina<br />
dal &#8217;48, anno della Nakba, al 1967 fino ad arrivare ai giorni nostri,<br />
attraverso le vicende della famiglia Baraka. In realtà, come sempre<br />
accade nella buona letteratura, l&#8217;individuale si fa universale e le<br />
storie dei personaggi diventano mosaico e metafora di un intero<br />
popolo da decenni sottoposto a guerra, ingiustizia storica, realtà<br />
economica disastrosa, situazione geopolitica svantaggiata, soprusi di<br />
vario genere.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
particolare il romanzo dà voce alle donne: Umm Mamduh, la matriarca<br />
considerata folle perchè in grado di comunicare con i jiin (entità<br />
che collegano il mondo terreno con il mondo degli spiriti), la<br />
giovane e bella Nazmieh, assetata di vita e di libertà, la piccola e<br />
sensibile Mariam e poi Nur. Nur è la nipote di Nazmieh: dopo aver<br />
trascorso molti anni negli Stati Uniti, passando da una famiglia<br />
affidataria all&#8217;altra, da grande decide di fare ritorno nella sua<br />
terra d&#8217;origine, a Gaza. Un percorso al contrario, un <i>nostos<br />
</i>che<br />
anche noi lettori facciamo insieme a Nur, per entrare nella polifonia<br />
di voci, parole, ricordi, avvenimenti che hanno segnato tutti:<br />
giovani, vecchi, uomini, donne e bambini. Sì perchè la voce<br />
narrante è quella di un bambino di dieci anni, Khaled, che sta per<br />
entrare nel blu, in quel colore che qui rappresenta la morte perchè<br />
lui è affetto dalla sindrome “locked in” che non gli permette di<br />
comunicare con l&#8217;esterno. Ma restano i suoi pensieri. “Loro tre<br />
erano le donne della mia vita, il canto della mia anima. Chi in un<br />
modo chi in un altro, avevano tutte perso gli uomini che amavano,<br />
tranne me. Io rimasi più a lungo che potei”, queste le parole di<br />
apertura del testo che ci introducono nel racconto corale, un omaggio<br />
evidente al femminino e al materno, a quella capacità di accogliere<br />
e di prendersi cura degli altri, di tutti, incondizionatamente, a<br />
quella forza che riconsegna alla vita. Ma non vengono trascurati gli<br />
uomini, nella narrazione della Abulawa: vengono descritti con il loro<br />
coraggio e la loro fierezza, nonostante le umiliazioni, il terrore,<br />
la devastazione. E, infine, quei bambini, che se non perdono la vita,<br />
passano attraverso i tunnel a prendere la merce di contrabbando,<br />
trascorrono le giornate a costruire aquiloni, attendono&#8230;nella<br />
speranza di un futuro migliore, perchè la speranza “non è un<br />
soggetto, non è una teoria, è una dote”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ricordiamo<br />
che Susan Abulawa ha preso parte alla campagna of <i>Boycotts,<br />
divestment and sanctions (BDS).</i><br />
In una intervista ha dichiarato: “Il boicottaggio economico e<br />
culturale è un metodo collaudato di resistenza che permette alle<br />
persone di coscienza in tutto il mondo di impegnarsi in una lotta<br />
morale contro le profonde ingiustizie che i leader mondiali non<br />
riescono a correggere. Si tratta di uno spazio vitale in cui si<br />
formano e si rafforzano forme di mutua solidarietà e in cui si<br />
forgia una formidabile potenza dei cittadini. La Palestina non è<br />
l&#8217;unica crisi del mondo, né la peggiore. Ma è il fulcro della<br />
cultura e dell&#8217;egemonia imperialista, ed è l&#8217;unico caso in cui<br />
nativi terrorizzati e brutalizzati vengono rappresentati come<br />
terroristi sulla scena internazionale. Per questo, come ha detto<br />
Edward Said, la Palestina è una delle grandi cause morali del nostro<br />
tempo”.</div>
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