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	<title>abuso Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Perù: la &#8220;Generación del bicentenario” dice basta!</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Nov 2020 10:28:02 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/11/25/america-latina-diritti-negati-peru-la-generacion-del-bicentenario-dice-basta/">&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Perù: la &#8220;Generación del bicentenario” dice basta!</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<p>È la protagonista di tante belle iniziative, ma anche delle manifestazioni e degli ultimi scontri di piazza a Lima, in Perù. I protagonisti sono giovani che vorrebbero un paese migliore e più giusto, che riflettono sul passato per tentare di cambiare il presente e il futuro e che portano avanti progetti per migliorare la società. Queste le loro parole: “…Perùviani che, sulla strada dei duecento anni della nostra indipendenza, desiderano un paese migliore: senza corruzione, sostenibile, pari opportunità, dove si rispetti e si riconosca la nostra identità e diversità”. Persone che si mobilitano per trovare soluzioni ai grandi e piccoli problemi. Sono stati battezzati così: “Generación del bicentenario”.</p>



<p>I ragazzi Perùviani sono usciti dalle scuole, dalle università e dalle case per denunciare il loro disaccordo sulla destituzione del Presidente Martín Vizcarra da parte del Congresso sostituendolo con Manuel Merino, a sua volta presidente del Congresso. La “Generación del bicentenario”, insieme al popolo, sostiene che questa sostituzione è arbitraria, poco democratica e incostituzionale; anche se per motivi di corruzione, è una sorta di colpo di stato. Sabato 14 novembre c’è stato il climax di repressione da parte delle forze dell’ordine e sono morti 2 giovani (di 22 e 24 anni), ci sono stati centinaia di feriti e una quarantina di <em>desaparecidos</em> (le notizie e informazioni a riguardo sono contrastanti: forse erano 40, o 42 o persino 47 scomparsi). In mezzo al caos, i giovani hanno continuato a ribellarsi, in forte divergenza con il governo: il tema dell’ennesimo atto di corruzione e arbitrarietà politica è stato il detonante. Il neopresidente Merino non ha resistito alla pressione e dopo meno di sei giorni dall’insediamento si è ritirato dopo aver subito la rinuncia della maggior parte del suo gabinetto. Di nuovo il paese è rimasto senza presidente. Il 17 novembre, l’ingegnere Francisco Sagasti prestava giuramento come terzo presidente in meno di una settimana.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="580" height="330" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14835" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 580w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru1-300x171.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 580px) 100vw, 580px" /></figure>



<p>Il Coordinamento Nazionale dei Diritti Umani in Perù (CNDDHH) ha denunciato davanti alla Procura la scomparsa di molte persone e ha richiesto un’immediata presa di posizione da parte del Ministero Pubblico e Ministero della Difesa. Da quello che si può costatare dai messaggi e video pubblicati in internet, dalla stampa e dalle denunce di associazioni, parenti e vittime stesse, diversi sono stati i responsabili di questa faccenda: il gruppo TERNA, uno squadrone dell’intelligence formato da agenti di polizia vestiti da civili e appartenenti alla Divisione di Operazioni Speciali della Polizia Perùviana; si sono infiltrati nelle manifestazioni di piazza e hanno commesso crimini contro la popolazione, ma non solo, diversi giovani feriti denunciano aver visto, sentito, non solo con le orecchie ma anche sulla propria pelle, spari con proiettili di gomma, biglie, hanno visto i fucili in mano con proiettili veri e hanno visto le manganellate da parte delle forze dell’ordine in divisa. Inoltre, più di un ferito ha denunciato il tentativo da parte dello stato di cancellare le evidenze e di incolpare la cittadinanza, facendo credere così che si è trattato di un episodio di violenza e guerriglia interna tra la popolazione e non tra polizia e i civili.</p>



<p><a href="https://elpais.com/internacional/2020-11-19/victimas-de-la-represion-en-las-protestas-en-peru-denuncian-intentos-de-destruccion-de-pruebas.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Luis Araujo, giovane sequestrato dagli agenti di polizia (senza divisa) la sera del sabato dopo essere stato presente nella manifestazione, ha chiesto attraverso il suo avvocato che si disattivi il gruppo TERNA, il suo avvocato ha denunciato: “Si sono identificati come poliziotti del TERNA, è stato detenuto, gli hanno coperto gli occhi, è stato obbligato a salire su una macchina e l’hanno picchiato. È stato detenuto in uno spazio dove c’era una sedia e una specie di latrina, lo hanno lasciato lì per tre giorni senza acqua né cibo mentre ascoltava la voce di sua madre che lo cercava: questo è tortura”.</a></p>



<p>Il Tribunale Costituzionale aveva un compito molto duro: fare pubblica la risoluzione sulla legalità o meno riguardo alla destituzione del ex presidente Vizcarra: il processo è andato male per i difensori dei diritti umani perché il Tribunale ha ritenuto che il Congresso ha agito in modo corretto, al contrario di quello che pensano i milioni di Perùviani che si sono riversati sulle strade. E poi ci sarebbe anche da capire cosa succederà con tutte queste denunce di violazioni che stanno arrivando in Tribunale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="640" height="366" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14836" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/11/Peru2-300x172.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></figure>



<p>Ho ben presente tutti i momenti in cui la democrazia in Perù ha traballato ed è caduta veramente in basso. In modo particolare ricordo benissimo l’autogolpe perpetrato dalle forze militari di Alberto Fujimori 28 anni fa. Mentre si trasmetteva un suo discorso in TV dove Fujimori diceva: “Dissolvere, dissolvere temporaneamente il Congresso della Repubblica…”, truppe dell’esercito, della marina e delle forze aeree sono arrivate alle sedi del Parlamento, della Procura della Repubblica, del Ministero Pubblico e di altre istituzioni per prendere il controllo di esse a mano armata e con la violenza. I militari non hanno risparmiato nemmeno i sindacati. Ricordo tutto: le immagini, gli articoli di stampa, i militari, gli spari, Fujimori, i pianti, le urla, gli arresti e le storie dei Perùviani che sono poi arrivati in Venezuela. Dagli anni Novanta fino ad oggi, 6 presidenti Perùviani sono stati colpevoli di aver commesso atti di corruzione e dietro a loro tanti politici di destra, di centro e di sinistra. La corruzione è il peggior nemico dei Perùviani e questo, evidentemente dopo più di 20 anni, la “Generación del bicentenario” lo sa benissimo. Reagire come ha reagito la popolazione per le strade di Lima sembra essere stato quasi un atto dovuto. Parliamoci chiaro: sempre che sia in modo pacifico, sempre che si chieda il rispetto dei propri diritti e che si voglia l’onestà da parte delle forze politiche, queste manifestazioni di piazza sono importanti e necessarie. Ci saranno sempre vittime e ci sarà sempre abuso di potere. Questo è successo lo scorso 14 novembre a Lima.</p>
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		<title>Zaky e l&#8217;Egitto delle torture</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Feb 2020 05:42:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Attivista arrestato in Egitto per terrorismo. L’ong di Patrick Zaky: “Torturato, anche con l’elettroshock” di Alessandra Fabbretti (agenziadire.com) “Patrick George Zaky è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato in merito al suo lavoro&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<h2>Attivista arrestato in Egitto per terrorismo. L’ong di Patrick Zaky: “Torturato, anche con l’elettroshock”</h2>



<p></p>



<p>di Alessandra Fabbretti (agenziadire.com)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="816" height="665" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/zacky-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13620" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/zacky-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 816w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/zacky-1-300x244.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/zacky-1-768x626.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 816px) 100vw, 816px" /></figure></div>



<p>“<strong>Patrick George Zaky</strong> <strong>è stato picchiato, sottoposto a elettroshock, minacciato e interrogato in merito al suo lavoro e al suo attivismo</strong>. I legali ci hanno assicurato che sul corpo mostra segni visibili delle violenze”. Lo ha riferito all’agenzia Dire l’Egyptian initiative for personal rights (Eifr), l’ong per cui il ricercatore egiziano collabora. Zaky, attivista per i diritti umani e di genere, è stato arrestato all’aeroporto internazionale del Cairo nella notte tra giovedì e venerdì, di rientro dall’Italia, dove è iscritto al master in Gender studies dell’Università di Bologna. In una nota diffusa ne pomeriggio, l’associazione, in contatto con gli avvocati del ricercatore, fa sapere che il pubblico ministero di Mansoura ha contestato a Zaky “la pubblicazione di false voci e false notizie che mirano a turbare la pace sociale e seminare il caos; l’istigazione alla protesta senza l’autorizzazione delle autorità competenti allo scopo di minare l’autorità statale; istigazione al rovesciamento dello Stato; la gestione di un account di social media che ha lo scopo di minare l’ordine sociale e la sicurezza pubblica; l’istigazione a commettere violenze e crimini terroristici”.</p>



<p><strong>LEGGI ANCHE</strong></p>



<p><a href="https://www.dire.it/08-02-2020/419721-egitto-patrick-zaki-accusato-di-terrorismo/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Egitto, un amico di Patrick Zaky: “È accusato di terrorismo”</a></p>



<p>L’associazione egiziana conclude sollecitando “l’immediata liberazione di Patrick George Zaky” e chiede più in generale “la fine degli abusi e della detenzione arbitraria da parte delle istituzioni egiziane nei confronti dei difensori dei diritti umani, di esponenti della società civile e dei giornalisti”. Dall’ottobre 2019, “sei membri di Eipr sono stati temporaneamente trattenuti e interrogati – in un caso anche per due giorni”. Si denuncia infine “arresti e inchieste arbitrarie e completamente illegali, che punterebbero a prendere di mira individui percepiti come politicamente attivi”.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="600" height="600" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13621" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/egitto-report-600x600-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure></div>



<p><strong>Il comunicato di Amnesty International</strong></p>



<p><strong>Patrick George Zaky</strong>, attivista e ricercatore egiziano di 27 anni, resterà in stato di&nbsp;<strong>detenzione preventiva per almeno 15 giorni</strong>.</p>



<p>Con una&nbsp;<strong>lettera all’ambasciatore egiziano a Roma</strong>&nbsp;abbiamo subito espresso le nostre preoccupazioni per la situazione dello studente egiziano.</p>



<p>Zaky era partito da&nbsp;<strong>Bologna</strong>, dove vive per motivi di studio, per trascorrere un periodo di vacanza nella sua città natale, Mansoura, in&nbsp;<strong>Egitto</strong>. Una volta atterrato all’aeroporto è&nbsp;<strong>scomparso per 24 ore</strong>. Nessuno, compresi i suoi genitori, è stato inizialmente informato del suo arresto.</p>



<p>La sensazione è che si tratti dell’ennesima&nbsp;<strong>persecuzione verso un attivista politico</strong>: ce lo dice la storia di Zaky e la storia dell’Egitto sotto Al Sisi. In questa situazione di detenzione prolungata, con la scusa di condurre indagini, il&nbsp;<strong>rischio di tortura è elevato</strong>.</p>



<p>Patrick George Zaky collabora con l’associazione egiziana&nbsp;<em>Iniziativa egiziana per i diritti della persona</em>, che in una nota stampa ha elencato una lunga lista di capi d’imputazione che sarebbero stati attribuiti all’attivista, tra i quali: “diffusione di false notizie che disturbano l’ordine sociale”, “incitamento a protestare per minare l’autorità dello Stato”, “incitamento alla destituzione del governo”.</p>



<p>Come in altri casi, il rischio è che i reati imputati a Zaky si riferiscano in realtà a&nbsp;<strong>legittime attività di denuncia</strong>, di informazione, di commento pubblico o critica: alibi per legittimare una&nbsp;<strong>procedura del tutto illegale</strong>.</p>



<p>Continueremo a seguire da vicino il caso, attivando tutte le iniziative utili.</p>
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		<title>Ancora detenuta negli USA la giornalista iraniana Marzieh Hashemi</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2019 07:44:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto E&#8217; trascorso più di un mese da quando una giornalista nata negli Usa e che vive in Iran, dove da 25anni lavora per l’emittente di stato in lingua inglese Presstv, è&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12112" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="650" height="365" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/6407E108-82AB-4AF5-81BA-CCDE06408897-300x168.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></a></p>
<p>E&#8217; trascorso più di un mese da quando una giornalista nata negli Usa e che vive in Iran, dove da 25anni lavora per l’emittente di stato in lingua inglese Presstv, è stata arrestata,  13 gennaio all’aeroporto di St. Louis su mandato di un giudice federale non perché accusata di qualche reato, ma in quanto testimone di un importante crimine.</p>
<p>Marzieh Hashemi, 59 anni, afro-americana convertita all’Islam, è stata trasferita a Washington doveil 18 gennaio è comparsa di fronte al giudice. Il governo prevede il suo rilascio – ha scritto fra gli altri la Reuters – solo al termine della sua deposizione.<br />
Il caso ha trovato ampia eco in Iran  dove è intervenuto il ministro degli Esteri,Javad Zarif. &#8220;La signora Hashemi, sposata con un iraniano e dunque è una cittadina iraniana, e riteniamo nostro dovere difendere i diritti dei concittadini&#8221;. Il suo arresto, ha aggiunto, “è una inaccettabile azione politica e una violazione della libertà di espressione. Su tali basi, gli americani dovrebbero immediatamente porre fine a questo gioco politico”.<br />
Anche l’International Federation of Journalists ha diffuso su Twitter la notizia.</p>
<p>Da quanto riferito dai familiari della giornalista, sarebbe stata ammanettata e costretta a togliersi il velo – che in Iran copre solo i capelli – per essere fotografata. Della sua attività negli Usa si sa che aveva girato un documentario sul movimento antirazzista Black Lives Matter a St. Louis, riferisce l’Associated Press, dopo aver fatto visita ad alcuni familiari nella zona di New Orleans.<br />
L’iniziativa giudiziaria si spiega con la legislazione federale statunitense, che prevede appunto l’arresto anche di un testimone nel caso si ritenga che la sua testimonianza sia cruciale, che possa uscire dal Paese o che possa non rispondere ad una citazione, norma di cui, rileva in particolare Middle East Eye – le autorità Usa avrebbero fatto ampio uso dopo l’11 settembre 2001.<br />
Il New York Times, ricorda &#8211; in questa situazione complessa e pericolosa tra Iran e USA &#8211; l’arresto senza accuse formali in Iran di un cittadino americano che era andato a trovare la fidanzata iraniana, mentre almeno altri tre cittadini americani (due dei quali con doppia nazionalità) restano detenuti nel Paese, e un quarto risulta scomparso da dieci anni.<br />
Questo arresto potrebbe essere letto come un atto di ritorsione da parte statunitense, per la detenzione dei propri cittadini in Iran, ma uno Stato di diritto non viola i diritti di nessun cittadino per motivi politici.<br />
Stiamo attraversando, tra l&#8217;altro, un momento in cui, da parte della Casa Bianca si sta ulteriormente alzando la pressione contro Teheran dopo che gli Usa hanno violato un accordo internazionale come il Nuclear Deal, da cui Washington è unilateralmente uscita nonostante fosse chiaro a tutti che l’Iran lo stesse rispettando. In attesa di altre informazioni ufficiali sulla sorte di Marzieh Hashemi, monitoriamo la situazione.</p>
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		<title>La vicenda di Peter Biar Ajak, detenuto ingiustamente in Sud Sudan</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2018 06:42:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Peter-Biar-Ajak.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11417" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Peter-Biar-Ajak.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="493" height="360" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Peter-Biar-Ajak.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 493w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/Peter-Biar-Ajak-300x219.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 493px) 100vw, 493px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Blue House è il nome del famigerato carcere del Sud Sudan; dallo scorso 28 luglio vi è detenuto Peter Biar Ajak, giovane attivista per la Pace, con un&#8217;esistenza già travagliata.</p>
<p>Peter era uno dei cosiddetti “lost boys of South Sudan”, i bambini perduti, bambini separati dalle proprie famiglie e costretti a fuggire in altri Paesi a causa dei numersoi conflitti in patria.</p>
<p>Ajak, sfollato durante la guerra, prima vive in un campo profughi e poi riesce ad arrivare negli Stati Uniti grazie ad alcune organizzazioni umanitarie. Negli USA studia ad Harvard, dove si laurea, e successivamente consegue il dottorando a Cambridge, nel Regno Unito. Critico nei confronti del governo del Sud Sudan, ha fondato il Forum dei giovani leader del Sud Sudan (SSYLF) che vede impegnati donne e uomini, di tutte le etnie e politiche nel sostenere il dialogo di Pace. A giugno ha ricevuto il Premio “Leader for Tomorrow” da parte di Moussa Traorè, ex presidente del Mali. E poi l&#8217;arresto.</p>
<p>Un arresto arbitrario, privo di motivazioni che si scontra con la Costituzione secondo la quale non si può trattenere una persona senza accuse per più di 24 ore e per di più, nel suo caso, senza l&#8217;assistenza di un avvocato. Il fatto che Peter Biar Ajak sia, invece, ancora rinchiuso è preoccupante e mette in evidenza la stretta sulla libertà di espressione e l&#8217;abuso di potere da parte delle autorità.</p>
<p>Peter ha moglie e due figli.</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> si unisce ai numerosi appelli da parte dei media per chiedere la sua liberazione.</p>
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		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Colombia: diritto a non ubbidire.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jul 2018 06:13:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: x-large;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/32170125_958358091006267_7993802958200373248_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11009" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/32170125_958358091006267_7993802958200373248_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="851" height="315" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/32170125_958358091006267_7993802958200373248_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 851w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/32170125_958358091006267_7993802958200373248_n-300x111.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/32170125_958358091006267_7993802958200373248_n-768x284.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 851px) 100vw, 851px" /></a></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Mayra Landaverde</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La disobbedienza civile ha da sempre insegnato nella storia di essere un ottimo e coraggioso piano per cominciare a cambiare le cose. Cose che non dovrebbero essere. Come chiudere i porti, per esempio.</p>
<p>In Colombia negli ultimi mesi si sta muovendo un pezzo non indifferente della popolazione, principalmente nelle città di Medellìn, ma anche di Bogotà e Cali, contro quello che sembrerebbe una “nuova ondata” di violenza. Soprattutto per gli assassinati di diversi leader sociali.</p>
<p>La Defensoria del Pueblo de Colombia dice che dal 2016 fino a luglio del 2018 sono stati ammazzati 322 persone considerate dei leader sociali o difensori dei diritti umani, 122 nell’ultimo anno. Una grande percentuale corrisponde ad attivisti che appartenevano a organizzazioni etniche contadine.</p>
<p>L’83% degli omicidi sono direttamente collegati a conflitti per il territorio e alle risorse naturali. Una vecchia storia che perseguita ancora oggi il continente americano.</p>
<p>Il coordinatore del programma non governativo Somos defensores ( che promuove la protezione degli attivisti dei diritti umani) ha dichiarato che non c’è nessun tipo di risposta alle domande della cittadinanza riguardo alla violenza che si sta vivendo in un paese già molto martoriato: “Sembra che le istituzioni siano state messe a tacere dopo le elezioni e stiano vedendo da lontano come vengono uccisi i nostri leader sociali e difensori dei diritti umani”.</p>
<p>In questo ambito è nato il movimento cittadino “ El derecho a no obedecer” <a href="https://www.facebook.com/elderechoanoobedecer/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/elderechoanoobedecer/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>che come il proprio nome lo dice invita alla disobbedienza civile in modo molto propositivo e pacifico.</p>
<p>All’interno delle loro attività stanno addirittura offrendo un corso di storia di disobbedienza civile, dove studiano quegli episodi storici che hanno dato buoni frutti come Rosa Parks per esempio. Un po’ come il corso di storia del Messico per militanti che è stato promosso dall’associazione di promozione culturale “ Para leer en libertad” guidata dallo scrittore Paco Ignacio Taibo II.</p>
<p>Lo zampino di Soros lo troviamo inevitabilmente anche in Colombia che finanzia questo movimento con la sua Open Society. Ciò non toglie che possa essere un movimento genuino che porti davvero alla sollevazione del popolo colombiano da sempre molto coraggioso ( con o senza i soldi di Soros) contro questi omicidi che vanno avanti impunemente e sotto gli occhi del mondo che sembra ogni giorno più lontano e indifferente al nostro caro continente.</p>
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		<title>Omicidio e lavoro nero</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 04:07:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foto Il Messaggero Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi. Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto Il Messaggero</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il nome<br />
della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi<br />
lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Situata<br />
nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013,  la fabbrica con i suoi<br />
capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e<br />
due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze<br />
dell&#8217;ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due<br />
italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio<br />
diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino<br />
di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio<br />
stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse<br />
sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della<br />
fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti<br />
domiciliari per abuso edilizio.&nbsp;&nbsp; </div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
All&#8217;epoca<br />
dei fatti, l&#8217;ex Ministro per l&#8217;Integrazione (quando ancora esisteva<br />
questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio<br />
pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della<br />
dignità umana dei lavoratori cinesi”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto tg24.sky.it</td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cinesi<br />
che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli<br />
italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle<br />
norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d&#8217;opera irregolare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Gli<br />
inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta<br />
all&#8217;appello che, il giorno dopo l&#8217;accaduto, Giorgio Napolitano aveva<br />
rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo<br />
ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”,<br />
si legge nella lettera del capo dello Stato, “l&#8217;espressione dei<br />
miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della<br />
tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di<br />
un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via<br />
via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel<br />
settore delle confezioni, in misura però non trascurabile<br />
caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti<br />
fondamentali dei lavoratori ivi occupati&#8230;Al di là di ogni polemica<br />
o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso<br />
possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi,<br />
sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello<br />
nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di<br />
insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle<br />
irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che<br />
possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.</div>
<p></p>
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