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	<title>acqua Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Basta con nuclei e comitati tecnici, per un PNRR dei diritti!</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2021 09:06:27 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="668" height="446" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15550" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 668w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/public-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></figure></div>



<p></p>



<p>Anche <strong><em>Associazione per i Diritti umani</em> </strong>aderisce e divulga l&#8217;appello. </p>



<p>Il PNRR appena nato si ammanta di nuovo ma odora già di vecchio: sono annunciati <strong>forti investimenti pubblici</strong> che, però, sono <strong>finalizzati unicamente a sostenere il mercato e le sue logiche</strong> e costituiscono, sotto altre forme, un elemento di continuità con le solite ricette liberiste che ci propinano da 30 anni, che mai sono riuscite a portare benessere generale, né in Italia né altrove sono state applicate: privatizzazioni e ancora privatizzazioni, anche dell’acqua.</p>



<p>Per coordinare la gestione dei fondi del PNRR viene individuato un&nbsp;<strong>nucleo tecnico</strong>: tutto al maschile, con nomi più o meno noti al grande pubblico, ma sicuramente conosciuti negli ambienti che contano per il loro impegno a riformare il paese in un’<strong>ottica neo-liberista</strong>.</p>



<p>Tra questi spicca&nbsp;<strong>Stagnaro</strong>, Direttore Ricerche e Studi dell’istituto Bruno Leoni, think tank neoliberista. Per capire il personaggio: è autore di un libello dove chiede l’apertura del mercato delle armi, sfacciato tanto da citare Hitler, e noto&nbsp;<strong>negazionista climatico</strong>, tanto da attaccare il movimento globale Fridays for Future e, più in generale, tutte le istanze che chiedono un cambiamento in difesa del Pianeta.</p>



<p>Ma non è una singola figura, per quanto inopportuna, ad allarmare, è l’insieme di questo gruppo, costituito da negazionisti climatici e da persone che ritengono che&nbsp;<strong>lo Stato debba intervenire unicamente per favorire e ricostruire i mercati</strong>, lasciandoli liberi di autoregolarsi.</p>



<p>Progetti da decine di miliardi del PNRR passeranno al vaglio di queste persone, che dovranno garantire una transizione verde già progettualmente precaria, all’interno del PNRR, con uno Stato presente solo come finanziatore, lasciando all’iniziativa privata la gestione e i profitti.</p>



<p>Costoro pensano che la “virtuosità” di un’azienda pubblica si calcoli in base al suo fatturato, e non al come gestisce e per chi.</p>



<p>Per questo li giudichiamo non solo&nbsp;<strong>incapaci</strong>&nbsp;di affrontare la sfida della ripresa, che deve partire dai diritti,&nbsp;a cominciare da&nbsp;quello alla salute, ma anche di fatto&nbsp;<strong>contrari ad affrontare la sfida del futuro, quella del contrasto al cambiamento climatico</strong>, che ha bisogno di scelte importanti e di&nbsp;rendere protagonistə le/i cittadinə, e non di un “green washing” di facciata.</p>



<p>Facciamo un&nbsp;<strong>appello a tutte le realtà</strong>, a tutti i cittadini/cittadine che hanno a cuore il paese; che pensano che i diritti vengano prima dei profitti dei grandi gruppi industriali; che pensano che le aziende pubbliche non debbano essere spolpate ma essere il volano della ripresa:&nbsp;<strong>contestiamo le nomine, contestiamo il PNRR, mettiamo in campo l’alternativa</strong>.</p>



<p>Cominciamo dal chiedere la&nbsp;<strong>rimozione di Stagnaro</strong>&nbsp;dal gruppo dei 5 e la trasparenza assoluta sul loro operato: che siano pubblicati il loro pareri, i verbali delle riunioni, i documenti prodotti. Non dimentichiamo che il PNRR ci riguarda tutt@.</p>



<p><strong>Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua</strong></p>



<p><strong><br>Adesioni</strong><br>ATTAC Italia,&nbsp;Associazione Liberacittadinanza, Comitato &#8220;Salviamo il paesaggio cremonese, cremasco e casalasco”, Comitato Sannita Acqua Bene Comune,&nbsp;Coordinamento nord sud del mondo &#8211; Milano,&nbsp;Associazione Dimensioni Diverse,&nbsp;Ecoistituto della Valle del Ticino,&nbsp;Associazione per i Diritti Umani,&nbsp;</p>



<p><strong><br>Adesioni Individuali<br></strong>Toni Germani, Sandro Morelli, Prof. Dr. Salvatore Palidda,&nbsp;Onofrio Infantile, Giovanni Caprio, Daniela Padoan, Monica Malventano, Carmen Massidda, Roberto Budini Gattai, Lucia Ciarmoli, Fantini Alberto, Anna Gentilini, Maria Ricciardi Giannoni, Giuseppe Barnato, Eva Allenbach, Giovanni Seneca, Maria Cosentino, Alfonso Gambardella,&nbsp;Paolo Campo, Ferruccio Rizzi,&nbsp;Sandra Cangemi,&nbsp;Paola Ciardella,&nbsp;Ersilia Monti</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><a href="https://www.acquabenecomune.org/attachments/article/4122/Appello_nucleo_tecnico_PNRR_def.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://www.acquabenecomune.org/attachments/article/4122/Appello_nucleo_tecnico_PNRR_def.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Scarica l\&#8217;appello</a></td><td>[&nbsp;]</td><td>61 kB</td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>Imperfectus: un&#8217;organizzazione che evita lo spreco di cibo</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Feb 2021 14:33:08 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Alicia Brull Valle</p>



<p>Oggi e più che mai, partecipare attivamente al miglioramento del mondo è diventato una necessità, poiché alcune certezze precedenti sono state scosse dal contesto attuale. Per questo è anche importante dare voce a chi si impegna in azioni positive, promuovendo la conoscenza delle opportunità che si possono trovare per rendere il mondo un posto migliore. Oggi ci concentreremo su un&#8217;organizzazione che promuove lo spreco zero di cibo. Aiuta a salvare tonnellate di frutta e verdura che vengono scartate dai supermercati e dai grandi magazzini solo per il loro aspetto, in quanto non rientrano nel nostro standard di come dovrebbero essere.</p>



<p>Alcuni dati importanti per considerare quanto è grande il problema dello spreco di cibo è che, nell&#8217;Unione Europea, circa 88 milioni di tonnellate di cibo vengono scartate ogni anno, il che corrisponde a circa 173 kg di cibo per persona. Questi dati hanno fatto sì che il problema dello spreco alimentare sia molto importante, poiché implica non solo uno spreco di cibo che potrebbe essere utilizzato, ma anche uno spreco di risorse nel suo trattamento, ore di lavoro, di suolo e di acqua.</p>



<p>Imperfectus è un&#8217;organizzazione spagnola che offre frutta e verdura di alta qualità più economica di quella che si può trovare nei negozi e che viene consegnata a domicilio. Così, la loro missione è quella di:</p>



<ul><li>eliminare lo spreco di cibo, promuovendo il principio che tutti hanno il diritto di avere accesso a cibo naturale e sano;</li><li>provvedere frutta e verdura di stagione, che favorisce la nostra salute;</li><li>portarci prodotti locali, poichè come la Spagna hanno una grande produzione di frutta e verdura, promuovendo la sovranità alimentare;</li><li>eliminare il consumo eccessivo di plastica inutile che si può trovare nei supermercati, dato che evitano l&#8217;uso della plastica nelle loro consegne;</li><li>raggiungere il maggior numero di persone possibile, in quanto mantengono i prezzi bassi nella loro frutta e verdura, avvantaggiando gli agricoltori locali ed evitando gli intermediari.</li></ul>



<p>Inoltre, il loro modo di consegnare prodotti freschi non è veramente interessante, dato che il contenuto delle scatole che si possono ordinare è tenuto segreto fino a quando non arrivano a destinazione (tranne in certi casi di allergie, naturalmente). In questo modo, coinvolgono il cliente in un&#8217;esperienza dal momento in cui ordina la sua scatola al momento in cui arriva alla sua porta. Inoltre, aggiungono ricette alla scatola, che cambiano anche attraverso le stagioni e quindi possono essere messe in pratica con gli ingredienti inviati da Imperfectus.</p>



<p>Per il momento, l&#8217;organizzazione ha sede in Spagna, e quindi la consegna non è possibile in altri paesi. Tuttavia, il loro sito web include anche alcune ricette e post interessanti, da cui si possono estrarre molte informazioni. Vale la pena tenere a mente questa organizzazione, poiché il loro modo di lavorare e i valori che promuovono potrebbero potenzialmente essere replicati in tutto il mondo, garantendo l&#8217;accesso a prodotti freschi a persone che altrimenti non li avrebbero.</p>
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		<title>L’accesso all’acqua durante i conflitti armati</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2020 07:39:06 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="667" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14272" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/L’accesso-all’acqua-durante-i-conflitti-armati-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure></div>



<p>di Nicole Fraccaroli<br></p>



<p>L&#8217;agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, adottata da tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite nel 2015, fornisce un modello condiviso per la pace e la prosperità per le persone e il pianeta, ora e nel futuro. Al centro ci sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), che sono un invito urgente all&#8217;azione di tutti i Paesi &#8211; sviluppati e in via di sviluppo &#8211; in un partenariato globale. Riconoscono che porre fine alla povertà e alle altre privazioni devono andare di pari passo con le strategie che migliorano la salute e l&#8217;istruzione, riducendo le disuguaglianze e stimolando la crescita economica, il tutto affrontando i cambiamenti climatici e lavorando per preservare i nostri oceani e foreste. L’obiettivo numero 6 si prefissa di garantire la disponibilità e la gestione sostenibile di acqua e servizi igienici per tutti. Nonostante i progressi, miliardi di persone mancano ancora di acqua potabile, servizi igienici e strutture per il lavaggio delle mani. I dati suggeriscono che il raggiungimento dell&#8217;accesso universale anche al servizio igienico-sanitario di base entro il 2030 richiederebbe il raddoppio dell&#8217;attuale tasso annuale di progresso. L&#8217;uso e la gestione più efficienti delle risorse idriche sono fondamentali per far fronte alla crescente domanda di risorse idriche, alle minacce alla loro sicurezza e alla crescente frequenza e gravità delle siccità e delle inondazioni derivanti dai cambiamenti climatici.</p>



<p>L’autrice dell’articolo si concentrerà dunque su questo obiettivo, ma non nei suoi termini generali, bensì con l’obiettivo di fornire informazioni in merito ad un quadro più specifico: l’accesso all’acqua durante i conflitti armati.</p>



<p>Nei moderni conflitti armati, anche se fosse rispettato il divieto generale previsto dal diritto internazionale sull&#8217;uso del veleno, l&#8217;acqua potrebbe ancora essere contaminata come risultato diretto delle operazioni militari contro installazioni e opere idriche. In effetti, distruggere o rendere inutilizzabile un sistema di produzione idrica è talvolta sufficiente per paralizzare il sistema nel suo insieme. Se i lavori di riparazione vengono sospesi a causa di continue ostilità o per altri motivi, come una carenza di pezzi di ricambio o procedure inadeguate di manutenzione e pulizia, sussiste un rischio evidente e considerevole di contaminazione, carenza o epidemie.</p>



<p>Una potenza occupante può espropriare terreni, inghiottendo così sorgenti e pozzi; può vietare in tutto o in parte alle persone nei territori occupati di irrigare la terra, di utilizzare le risorse idriche e i corsi d&#8217;acqua per coltivare colture o gestire o sviluppare le loro aziende; può impedire alla popolazione occupata di sottrarre la superficie o le acque sotterranee o raggiungere le falde acquifere; e può imporre quote di pompaggio. Questi sono tutti i modi in cui il territorio occupato può essere svuotato dei suoi abitanti originali. Naturalmente, tali spostamenti non riguardano solo la popolazione ma anche i raccolti e il bestiame.</p>



<p>Nelle guerre civili, che oggi rappresentano la maggior parte dei conflitti armati nel mondo, l&#8217;uso dell&#8217;acqua da parte dei partiti belligeranti costituisce una grave minaccia per la popolazione interessata. L&#8217;espressione &#8220;rifugiato ambientale&#8221;, recentemente diventata conosciuta per descrivere le persone sfollate a causa degli effetti dei conflitti armati o di altre catastrofi sul loro ambiente naturale, è sintomatica del grave danno che possono arrecare. Prendendo ad esempio le ostilità condotte in un periodo di conflitto interno, distruggendo o rendendo inutile una fonte di acqua potabile o un approvvigionamento idrico sicuro, in brevissimo tempo si può privare la popolazione locale di un bene essenziale; nel caso di una popolazione &#8220;ostile&#8221; o di una popolazione in una regione arida, è facile immaginare quale sarebbe il risultato.</p>



<p>Mentre la sete può indebolire il morale delle truppe sul campo di battaglia, la mancanza di un approvvigionamento idrico sicuro può costringere una popolazione all&#8217;esilio e condannare raccolti e bestiame alla morte. Attaccare l&#8217;acqua corrisponde ad un attacco nei confronti di un intero stile di vita.</p>



<p>Cosa può fare un contadino di fronte a un soldato armato che blocca il suo accesso all&#8217;acqua per uso personale, per bestiame o per irrigazione? Cosa bisogna dire quando impianti idraulici, impianti idrici, forniture e impianti di irrigazione vengono danneggiati?</p>



<p>Nonostante la neutralità dell&#8217;assistenza umanitaria, il personale di soccorso non viene risparmiato dai maltrattamenti inflitti ai civili. La riparazione e il ripristino di opere e impianti idrici richiedono operazioni complesse che comportano il riunire le competenze tecniche, le attrezzature e la forza lavoro necessarie. Qualsiasi azione contro uno di questi componenti ostacola gli altri e rende quasi o completamente impossibile l&#8217;accesso all&#8217;acqua, aumentando così i rischi per la popolazione civile nonostante la protezione garantita dal diritto internazionale.</p>



<p>Sebbene il diritto internazionale umanitario applicabile nei conflitti armati non contenga norme specifiche sulla protezione delle acque, esso ha una serie di norme relative all&#8217;argomento. Innanzitutto, va ricordato che questo ramo del diritto internazionale cerca principalmente di proteggere qualsiasi individuo che sia nelle mani o nel potere del nemico e che l&#8217;assistenza e il soccorso umanitario sono inconcepibili senza un livello minimo garantito di salute e igiene, in altre parole, senza acqua che è l&#8217;elemento vitale in ogni circostanza.</p>



<p>Il diritto umanitario è anche progettato per proteggere gli oggetti civili, compresi quelli indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile. L&#8217;articolo 29 della Convenzione sulla legge relativa agli usi di non navigazione dei corsi d&#8217;acqua internazionali [disponibile su http://www.un.org],?utm_source=rss&utm_medium=rss adottata dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1997, stabilisce che:</p>



<p>&#8220;I corsi d&#8217;acqua internazionali e le relative installazioni, strutture e altre opere godranno della protezione accordata dai principi e dalle norme del diritto internazionale applicabili nei conflitti armati internazionali e non internazionali e non saranno utilizzati in violazione di tali principi e regole&#8221;.</p>



<p>La protezione generale ai sensi della legge applicabile ai conflitti armati si estende oltre ai corsi d&#8217;acqua internazionali e vale la pena notare i quattro principali divieti previsti da tale legge:</p>



<ul><li>il divieto di utilizzare veleni o armi velenose;</li><li>il divieto di distruggere, confiscare o espropriare proprietà nemiche;</li><li>il divieto di distruggere oggetti indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile;</li><li>il divieto di attaccare opere o installazioni contenenti forze pericolose.</li></ul>



<p>I quattro divieti, a cui dovrebbero essere aggiunte le disposizioni in materia di protezione ambientale, sono espressamente menzionati negli strumenti relativi ai conflitti armati internazionali e gli ultimi due sono anche previsti dalla legge applicabile ai conflitti armati non internazionali. La fame come metodo di guerra è esplicitamente vietata indipendentemente dalla natura del conflitto, e il concetto di oggetti essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile comprende installazioni e forniture di acqua potabile e opere di irrigazione. L&#8217;immunità per gli oggetti indispensabili viene revocata solo quando questi vengono utilizzati esclusivamente per le forze armate o in supporto diretto dell&#8217;azione militare. Anche in questo caso, gli avversari devono astenersi da qualsiasi azione che possa ridurre la popolazione alla fame o privarla di acqua essenziale.</p>



<p>In materia di opere o installazioni contenenti forze pericolose, il diritto umanitario menziona esplicitamente dighe e sezioni di generazione di energia nucleare. Anche laddove si tratti di obiettivi militari, è vietato attaccarli quando tale azione potrebbe liberare forze pericolose e conseguentemente causare gravi perdite tra la popolazione civile.</p>



<p>In caso di violazione di tali divieti si applicano le sanzioni appropriate. Tra gli atti considerati crimini di guerra ai sensi del diritto umanitario vi sono le seguenti &#8220;gravi violazioni&#8221;: ampia distruzione e appropriazione di proprietà non giustificate da necessità militari e condotte illecitamente e ostinatamente, attacchi indiscriminati alla popolazione civile o agli oggetti civili e attacchi contro opere o installazioni contenenti forze pericolose. Inoltre, il diritto penale internazionale ha esteso l&#8217;elenco dei crimini di guerra e li ha applicati anche ai conflitti armati non internazionali.</p>



<p>Tra gli atti commessi in conflitti armati internazionali e classificati come crimini di guerra nello Statuto della Corte Penale Internazionale adottato il 17 luglio 1998, vi sono attacchi che causano danni diffusi, duraturi e gravi all&#8217;ambiente naturale, impiegando armi avvelenate o velenose, usando intenzionalmente la fame dei civili come metodo di guerra privandoli di oggetti indispensabili alla loro sopravvivenza, tra cui l&#8217;impedimento volontario di provviste di soccorso come previsto dalle Convenzioni di Ginevra.</p>



<p><br>L’ acqua non richiede solo attenzione durante i conflitti armati, ma anche in seguito a conflitti e durante le operazioni di costruzione della pace. Oggi le questioni idriche si riflettono più negli accordi di pace. Dal 2005, le disposizioni sulle risorse naturali sono state incluse in tutti i principali accordi di pace e undici di questi accordi hanno persino fatto specifico riferimento alle questioni idriche.</p>



<p>Sebbene a volte questi accordi di pace stabiliscano processi per affrontare i problemi legati all&#8217;acqua, che in alcuni casi sono stati alla base di cause o fattori aggravanti nei conflitti precedenti, di solito non contengono alcun meccanismo di monitoraggio o attuazione. Una serie di fattori aggiuntivi complica il ripristino dei servizi idrici e delle infrastrutture nei contesti di costruzione della pace postbellica. Ad esempio, in molti casi mancano informazioni e dati di base relativi alla quantità e alla qualità dell&#8217;acqua e alle condizioni delle infrastrutture idriche essenziali.</p>



<p>Considerando la gamma di benefici per la costruzione della pace che possono essere derivati ​​dalla cooperazione in materia di risorse idriche, è stato affermato che si dovrebbe concentrare maggiormente l&#8217;attenzione sull&#8217;acqua nei contesti postbellici e di costruzione della pace.</p>



<p>Pertanto, l&#8217;acqua può essere utilizzata come piattaforma per la cooperazione e il rafforzamento della fiducia tra comunità, autorità locali e governi. Inoltre, fornire accesso all&#8217;acqua e ad altre risorse naturali è un prerequisito necessario per il ripristino dei mezzi di sussistenza agricoli e della sicurezza alimentare e una parte cruciale del reinserimento degli ex combattenti.</p>



<p>Ecco che dunque, l’ambizioso obiettivo enunciato dall’SDG numero 6 deve e dovrà includere sviluppi positivi ed una concreta implementazione anche nelle zone caratterizzate da conflitti armati.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Dittatura nell’epoca del Covid19</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Apr 2020 07:51:14 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="700" height="394" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13907" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina3-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></figure></div>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p></p>



<p>Come si può comportare un regime come quello del Venezuela davanti ad una pandemia come il Coronavirus? Aiutando e assistendo il popolo? Emanando dei decreti o creando delle manovre economiche-sociali-sanitarie per proteggere la popolazione?  </p>



<p>La
Croce Rossa Venezuelana e la Associazione Venezuelana di Pediatria
affermano che il 70% degli ospedali in tutto il territorio nazionale
non ha acqua potabile, il 63% non ha luce, il 73% non ha gas. Le
Associazioni di medici affermano che il 92% non ha sapone di nessun
tipo, il 61% non ha mascherine, l’80% non ha guanti monouso. Senza
parlare di infrastrutture, forniture sanitarie e medicinali. Il caos
nel caos. 
</p>



<p>In
una situazione così complicata, in un paese dittatoriale, il
coronavirus, purtroppo, calza a pennello. A marzo, il regime ha
decretato la quarantena e il distanziamento sociale immediatamente,
in stile dittatoriale ha mandato sulle strade la polizia per
controllare la gente, per intimidirla, non è normale avere panico di
uscire per comprare il pane o le uova o avere paura di andare in un
ospedale perché si sospetta di aver contratto il virus. Se ti becca
un poliziotto bolivariano in vena di fare “il suo lavoro” ti fa
sparire. La repressione, adesso, è “legale”, la quarantena
dev’essere rispettata. L’isolamento si usa per continuare a
commettere delle arbitrarietà. Il Coronavirus è diventato un tema
di sicurezza nazionale e non un tema sanitario ed è una scusa
perfetta. 
</p>



<p>Rafael
Uzcátegui, direttore dell’ ONG Provea (Programa
Venezolano de Educación Acción en Derechos Humanos) ha
dichiarato in un intervista ne <em>El
País</em>: “Il
governo non ha voluto dire apertamente che sono sospese le garanzie
costituzionali e c’è una lacuna nel capire se è o non è legale
che ti fermino per strada… non ce stata nessuna risposta tecnica
davanti alla pandemia e piuttosto si è deciso di usare le forze
armate e le forze dell’ordine, al punto che c’è gente che non
parla dei propri sintomi per paura di essere presi dalle FAES (Forze
speciali della polizia su cui ci sono gravi accuse di violazione dei
diritti umani). Non esiste un protocollo di attuazione chiaro e
succedono molte arbitrarietà, tutto rimane alla discrezione delle
autorità locali, mettendo in difficoltà il lavoro umanitario di
molte organizzazioni e mettendo a rischio la popolazione che viene
seguita da queste ong.”  Provea ha ricevuto in questo ultimo mese
denunce per l’applicazione di torture fisiche alle persone che non
compiono da quarantena.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="750" height="422" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13908" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/04/mascherina4-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></figure></div>



<p>Alcune
cifre ufficiali dichiarate dalla propaganda di Maduro ci sono: 204
contagi e 9 morti. Insolito, improbabile, anzi, impossibile. 
</p>



<p>Chi ha il coraggio di denunciare numeri diversi, personale medico, giornalista o politico che sia, viene perseguitato, minacciato e perfino sequestrato. Non è un detenuto, è un sequestrato a tutti gli effetti perché la DGCIM (<em>Dirección General de Contrainteligencia Militar</em>) oppure la Polizia Nazionale Bolivariana insieme alle Forze Speciali (FAES), manco fosse un criminale di guerra-terrorista, irrompe improvvisamente a casa sua, senza mandato, controlla la proprietà e porta via senza spiegazione questa persona. Caso vuole che ultimamente sia successo a tre medici e a un infermiere, a due giornalisti, a un fotografo e a cinque membri dello staff del presidente interino Guaidó. Il giornalista Darvinson Rojas è stato sequestrato, insieme ai genitori il 21 marzo e rilasciato dopo 12 giorni. Il Dott. Julio Molino è agli arresti domiciliari e accusato di reato di incitazione all’odio e associazione per delinquere. Mauri Carrero e Demóstenes Quijada sono due membri dello staff di Guaidó sequestrati nel cuore della notte dalle rispettive case. La Carrero è ragioniere e Quijada è consulente. Non si conoscono le ragioni per la loro detenzione illegale e non si conosce il loro luogo di permanenza. Questi sono i nuovi <em>desaparecidos</em>, colpevoli di aver denunciato problemi negli ospedali, cifre diverse di contagi, notizie, colpevoli di aver informato e di fare il loro lavoro. Anche i giornalisti venezuelani all’estero, che hanno lasciato il paese perché perseguitati, vengono comunque perseguitati attraverso parenti e/o amici, di nuovo, grazie a questa nuova situazione.</p>



<p>La
risposta alle domande iniziali c’era già. Lo sapevamo appena si è
diffuso nel mondo il coronavirus… era solo questione di tempo,
sapevamo che poteva dare aria al regime. D’altro canto, sappiamo
anche che la pandemia, con i passo inclemente del tempo, potrebbe
essere un deterrente per smantellare definitivamente il regime.
Speriamo sia la seconda. 
</p>
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		<title>Piana di Gioia Tauro, proposte concrete dalla società civile: trasferite i migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2020 08:52:54 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/03/25/piana-di-gioia-tauro-proposte-concrete-dalla-societa-civile-trasferite-i-migranti/">Piana di Gioia Tauro, proposte concrete dalla società civile: trasferite i migranti</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="816" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/Piana_di_Gioia_Tauro_-_Agrumeti_vicino_Rosarno-1024x816-1024x816.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13773" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/Piana_di_Gioia_Tauro_-_Agrumeti_vicino_Rosarno-1024x816.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/Piana_di_Gioia_Tauro_-_Agrumeti_vicino_Rosarno-1024x816-300x239.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/Piana_di_Gioia_Tauro_-_Agrumeti_vicino_Rosarno-1024x816-768x612.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>(da Mediterraneanhope.com)</p>



<p>Il 21 marzo le organizzazioni della società civile impegnate nella tutela dei diritti e della salute dei braccianti stranieri della Piana di Gioia Tauro hanno inviato alla Regione Calabria una lettera con alcune proposte concrete per la prevenzione e il contenimento del Coronavirus all’interno degli insediamenti precari. I firmatari – Mediterranean Hope, programma migranti e rifugiati della FCEI, MEDU – Medici per i diritti umani, Sanità di Frontiera, Csc Nuvola rossa, Comitato solidarietà migranti e SOS Rosarno – hanno chiesto in particolare di predisporre soluzioni abitative idonee al contrasto alla diffusione del Covid19.<br>Dove? Negli alberghi, negli immobili confiscati alle mafie (in condizione di immediata abitabilità) e nelle case sfitte, presenti in tutto il territorio calabrese, nei CAS (centri di accoglienza straordinaria) che sia possibile adibire a questo scopo.<br>Tutte le operazioni, secondo i promotori della richiesta alla Regione Calabria, andrebbero svolte in osservanza di quanto stabilito dal Governo per limitare al massimo la diffusione del virus e in conformità con quanto stabilito sia dai decreti, che dai provvedimenti locali.</p>



<p><a href="https://mediciperidirittiumani.org/medu/wp-content/uploads/2020/03/COVID-19_PianaGioiaTauro_Proposte-operative-per-insediamenti-braccianti-2.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Qui e di seguito il testo integrale della lettera inviata alle autorità regionali calabresi, con le proposte operative a tutela della salute dei braccianti e dell’intera collettività.</a></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Testo completo della lettera e del comunicato:</p>



<p>Sabato 21 marzo Medici per i Diritti Umani, Mediterranean Hope – programma &nbsp;migranti e rifugiati della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Sanità di Frontiera, Csc Nuvola Rossa e Co.S.Mi. (comitato solidarietà migranti) e SOS Rosarno hanno redatto delle&nbsp;<strong>PROPOSTE OPERATIVE PER LA GESTIONE DELL’EMERGENZA COVID-19 RELATIVA ALLE CONDIZIONI ABITATIVE DEI BRACCIANTI NELLA PIANA DI GIOIA TAURO.</strong></p>



<p>Tali&nbsp;<a href="https://mediciperidirittiumani.org/medu/wp-content/uploads/2020/03/COVID-19_PianaGioiaTauro_Proposte-operative-per-insediamenti-braccianti-2.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">proposte</a>&nbsp;sono state inviate all’attenzione del Dirigente Generale del Dipartimento Salute, politiche sanitarie Antonio Belcastro, alla Presidente della Regione Calabria Jole Santelli e al Vice Presidente della Regione Calabria Nino Spirlì, tramite l’indirizzo PEC del Dipartimento Salute, politiche sanitarie poiché i rappresentanti regionali non hanno ancora indirizzi mail istituzionali attivi.</p>



<p>Le proposte elaborate riguardano&nbsp;gli spostamenti dei braccianti in abitazioni idonee, al fine di prevenire il contagio.</p>



<h2><strong>&gt;&gt;&nbsp;<a href="https://mediciperidirittiumani.org/medu/wp-content/uploads/2020/03/COVID-19_PianaGioiaTauro_Proposte-operative-per-insediamenti-braccianti-2.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">LEGGI LETTERA</a>&nbsp;&lt;&lt;</strong></h2>



<p>Nell’attesa di organizzare e predisporre le soluzioni abitative&nbsp; &nbsp;le realtà firmatarie chiedono:</p>



<p>1- L’immediato ripristino dell’accesso all’acqua del casolare situato in Contrada Russo, presso il Comune di Taurianova</p>



<p>2- Predisporre la presenza di personale sanitario all’esterno della tensostruttura messa a disposizione dal giorno 20/03/20, in modo da individuare casi sospetti e isolarli repentinamente. Si sottolinea che tali compiti non possono in alcun modo essere affidati al personale deputato alla gestione della Tendopoli, in quanto non competente in materia sanitaria</p>



<p>3- Predisporre l’accesso agli insediamenti informali da parte di personale sanitario, in modo da individuare casi sospetti ed isolarli repentinamente</p>



<p>4- Garantire l’accesso ai vari insediamenti da parte delle realtà del territorio per organizzare un approvvigionamento del vitto.</p>



<p>L’associazione&nbsp;<em>Medici per i Diritti Umani</em>&nbsp;è disponibile ad effettuare un triage telefonico, nonché presso i luoghi interessati allo scopo di supportare il lavoro del SSN. Per operare negli insediamenti dei braccianti, l’associazione necessita altresì di DPI adatti allo scopo e di un supporto da parte delle Istituzioni per il loro corretto smaltimento. Nell’attesa di poter reperire con fondi propri i suddetti DPI,&nbsp;<em>Medici per i Diritti Umani</em>&nbsp;richiede, qualora possibile, la disponibilità di una fornitura da parte degli Organi Istituzionali preposti, anche alla luce dell’allestimento della tensostruttura presso il piazzale della Tendopoli.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/03/25/piana-di-gioia-tauro-proposte-concrete-dalla-societa-civile-trasferite-i-migranti/">Piana di Gioia Tauro, proposte concrete dalla società civile: trasferite i migranti</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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		<title>Io resto a casa, loro restano nel campo</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2020 09:03:52 +0000</pubDate>
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<p>Associazione 21 luglio lancia un appello per la condizione nei campi rom ai tempi del coronavirus (e non solo). Noi lo abbiamo firmato e vi chiediamo di fare altrettanto. In calce, trovate l&#8217;analisi approfondita della situazione. Grazie.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="670" height="444" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13763" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 670w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/campi-rom-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure></div>



<p></p>



<p>“<strong>Io resto a casa</strong>”, il decreto emanato lo scorso 9 marzo dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per fronteggiare l’emergenza da contagio Covid-19, ha giustamente imposto regole ferree all’intero Paese obbligando tutti, tra i vari provvedimenti, ad assumere atteggiamenti di responsabilità e ad uscire di casa solo per situazioni emergenziali o motivi di lavoro. A distanza di qualche giorno dall’entrata in vigore delle nuove norme, <strong>Associazione 21 luglio ha svolto un’indagine all’interno delle baraccopoli istituzionali della città di Roma</strong> riservate a famiglie di etnia rom, per capire come le norme contenute nel decreto possono impattare sulla vita di chi abita in emergenza abitativa. Nel rispetto delle restrizioni imposte dal Governo, i dati e le testimonianze sono state raccolte mediante interviste telefoniche svolte tra il 14 e il 17 marzo dai nostri operatori.</p>



<p>In alcune baraccopoli, dopo la pubblicazione del decreto del 9 marzo 2020 si sono intensificati i controlli della Polizia Locale già presente in maniera stabile all’ingresso degli insediamenti.&nbsp;<strong>In alcuni casi gli abitanti avvertono il peso di restrizioni</strong>&nbsp;che impongono l’uscita solo a piedi e dilazionata nel tempo o rispettosa della norma che impone il metro di distanza anche all’interno delle autovetture. In relazione al contagio sono in molti a sentirsi più protetti all’interno dell’insediamento che fuori, durante le uscite si equipaggiano di dispositivi autoprodotti poiché nulla è stato consegnato loro per contrastare il contagio. Non solo,&nbsp;<strong>in nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari</strong>&nbsp;disponibili per la distribuzione del materiale o fornire informazioni. Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c’è disponibilità di acqua corrente.</p>



<p>Le famiglie presenti nelle baraccopoli della Capitale non hanno più la possibilità di svolgere l’attività lavorativa e, con le risorse disponibili ad oggi, non potranno far fronte ai giorni che verranno: un aspetto se possibile ancora più tragico che ghettizza chi vive ai margini. Anche&nbsp;<strong>la solidarietà in tempi di contagio è relegata ad eccezioni sporadiche</strong>&nbsp;per paura del contatto fisico e bambini e anziani rischiano di non avere la sussistenza quotidiana. Ad aggravare un quadro già drammatico anche la sospensione dell’attività scolastica e l’impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un’eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti.</p>



<p>A dispetto di “Io resto a casa”, per chi vive in emergenza abitativa lo slogan giusto potrebbe essere&nbsp;<strong>“Io resto nel campo” ad indicare le conseguenze prodotte dal decreto di una maggiore emarginazione e segregazione</strong>&nbsp;rispetto a quella già vissuta quotidianamente. Ma cosa accadrebbe se in uno degli insediamenti venisse riscontrata anche una sola positività?</p>



<p><strong>Tutti gli abitanti sarebbero posti in quarantena?</strong>&nbsp;L’appello di Associazione 21 luglio alla sindaca di Roma Virginia Raggi e al prefetto di Roma Gerarda Pantalone affinchè: si individuino nelle baraccopoli romane situazioni di fragilità e si provveda a fornire beni di prima necessità&nbsp;<strong>garantendo condizioni igienico-sanitarie</strong>&nbsp;e accesso all’acqua potabile; si provveda a incrementare la rete di volontariato sociale all’interno delle baraccopoli; si disponga la presenza di personale sanitario che illustri strumentazioni e misure da adottare. Nell’appello viene infine chiesto di predisporre per tempo&nbsp;<strong>adeguati piani sanitari da adottare in caso di positività</strong>&nbsp;all’interno di una delle baraccopoli romane.</p>



<h2><strong>FIRMA L’APPELLO</strong></h2>



<figure class="wp-block-embed-wordpress wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-associazione-21-luglio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BSVpemFGgJ"><a href="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">#iorestoacasa e loro restano nel campo</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" src="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/embed/#?secret=BSVpemFGgJ&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="BSVpemFGgJ" width="500" height="282" title="&#8220;#iorestoacasa e loro restano nel campo&#8221; &#8212; Associazione 21 Luglio" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>



<p>Autorizzo Associazione 21 luglio all&#8217;uso dei dati ai sensi degli att. 7 e 13, D.Lgs n.196/2003 e ss.mm. e per le finalità di trattamento come specificate nella Privacy Policy.Grazie per aver firmato l&#8217;appello. È stato inviato.</p>



<p><strong><em>Egregia Sindaca Virginia Raggi,</em></strong><br><strong><em>Egregio Prefetto Gerarda Pantalone,</em></strong></p>



<p><em>Vi scrivo per esprimervi profonda preoccupazione circa la condizione di salute di oltre 6000 persone che vivono in emergenza abitativa presso le&nbsp;baraccopoli monoetniche della Capitale in un momento di emergenza sanitaria che l’OMS ha dichiarato pandemia.</em></p>



<p><em>Vi chiedo di mappare all’interno degli insediamenti formali e informali le condizioni di maggiore fragilità con l’obiettivo di garantire, in particolare ai minori e agli anziani, la distribuzione beni di prima necessità; di garantire all’interno di ogni singolo insediamento condizioni igienico-sanitarie adeguate assicurando in primis l’accesso all’acqua potabile; di assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali che possano provvedere ad illustrare le misure di prevenzione raccomandate dal decreto del 9 marzo 2020 e distribuire agli abitanti dispositivi di protezione individuali; di rinforzare e coordinare una rete di volontariato sociale al fine di monitorare in maniera capillare le condizioni igienico-sanitarie e la salute di quanti vivono nelle baraccopoli della Capitale; di predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid-19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la città arrivi impreparata a tale evento.</em></p>



<p><a href="https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2020/03/indagine-io-resto-nel-campo-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">I<strong>NDAGINE:</strong> https://www.21luglio.org/2018/wp-content/uploads/2020/03/indagine-io-resto-nel-campo-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p></p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Una diga di violenza: il piano che ha ucciso Berta Cáceres</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2020 07:38:54 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="720" height="402" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/ttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13682" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/ttttttttt.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/ttttttttt-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure></div>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>È stata uccisa perché difendeva la vita, i nostri beni comuni e quelli della natura, che sono sacri. È stata uccisa per aver difeso i fiumi, che sono fonte di vita, forza ancestrale e spiritualità: queste le parole di Salvador Zúñiga Edgardo Cáceres, figlio di Berta Cáceres, attivista ambientale internazionale e vincitrice del <em>Goldman Environmental Prize </em>del 2015, uccisa il 3 marzo 2016 mentre lottava per la giustizia ambientale.</p>



<p>In
un paese con crescenti disuguaglianze socioeconomiche e violazioni
dei diritti umani, Berta Cáceres ha supportato gli indigeni Lenca
dell’Honduras esercitando pressioni sul più grande costruttore di
dighe a livello mondiale affinché sospendesse la costruzione della
diga di Agua Zarca.</p>



<p>La
diga è stata costruita dalla società elettrica Desarrollos
Energéticos S.A. (Desa), inizialmente in collaborazione con la
società cinese Sinohydro, su commissione del governo honduregno. Tra
i finanziatori figuravano la banca olandese di sviluppo FMO, la sua
controparte finlandese FinnFund e la Central American Bank of
Economic Integration (Cabei).</p>



<p>Cáceres,
ambientalista indigena honduregna, co-fondatrice del Consiglio delle
organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras (Copinh), è
stata uccisa a tarda notte il 2 marzo 2016 &#8211; due giorni prima del suo
45° compleanno &#8211; dopo una lunga battaglia per fermare la
costruzione, sul fiume Gualcarque, fiume considerato sacro dalle
popolazioni indigene Lenca, della diga idroelettrica che minacciava
le terre e le risorse idriche tradizionali delle comunità indigene
locali.</p>



<p>Gli
indigeni Lenca di Rio Blanco, una piccola comunità in Honduras,
combattevano contro la costruzione della diga di Agua Zarca dal 2006:
temevano infatti che avrebbe causato il prosciugamento del
Gualcarque, lasciandoli senza accesso all’acqua e alla irrigazione,
la diga avrebbe devastato l’ecosistema della zona, compromettendo
la sopravvivenza della comunità, circa 60 famiglie che vivono nella
foresta pluviale e dipendono dal fiume per l’approvvigionamento
d’acqua.</p>



<p>È
stata contestata l’autorizzazione del progetto alla costruzione
della diga in quanto contrastante con la Convenzione delle Nazioni
Unite sull’autodeterminazione dei popoli indigeni e, nello
specifico, la violazione del diritto alla consultazione previa e
informata circa qualsiasi progetto antropico che possa violare i
diritti ancestrali sulla terra di tali popolazioni: la diga infatti
era stata costruita su terra indigena e la popolazione locale avrebbe
dovuto essere informata ed esprimere il proprio consenso.</p>



<p>Prima
del suo assassinio, Cáceres è stata vittima di una campagna di
minacce, intimidazioni, criminalizzazione e atti di violenza fisica
da parte di membri della polizia honduregna, nonché di guardie di
sicurezza private e dipendenti della società Desa, a causa del suo
ruolo attivo nella resistenza alla costruzione del progetto
idroelettrico sul fiume Gualcarque.</p>



<p>Due
sono gli azionisti principali della società Desarrollos Energeticos
SA (Desa): Potencia y Energia de Mesoamerica, la società privata che
ha supportato la costruzione della diga di Agua Zarca, una società
registrata a Panama il cui presidente &#8211; l’ex ufficiale
dell’<em>intelligence</em>
militare Roberto Castillo &#8211; è altresì presidente di Desa. L’altro,
Inversiones Las Jacaranda, di proprietà della potente famiglia Atala
Zablah, anch’essa facente parte del consiglio di amministrazione di
Desa.</p>



<p>L’omicidio
di Berta ha scatenato l’indignazione internazionale &#8211; a seguito
anche delle campagne di intimidazione condotte contro le comunità
che si erano opposte alla costruzione della diga &#8211; e pressione sui
sostenitori internazionali affinché si ritirassero dal progetto.</p>



<p>Inoltre
anche Copinh ha richiesto a lungo che gli investitori internazionali
si ritirassero dalla costruzione della diga e riparassero le
violazioni dei diritti umani commesse legate al progetto.</p>



<p>Dopo
45 mesi dall’assassinio della <em>leader</em>
indigena, il 30 novembre 2018, la Corte penale nazionale
dell’Honduras ha stabilito che l’omicidio era stato ordinato dai
dirigenti della compagnia Desa, a causa di ritardi e perdite
finanziarie legate alle proteste guidate da Cáceres e condannato per
omicidio sette uomini. 
</p>



<p>Quattro
sicari pagati &#8211; Henry Javier Hernández, Edilson Duarte Meza, Elvin
Rapalo e Óscar Torres &#8211; sono stati condannati a 34 anni per
l’omicidio della <em>leader</em>
indigena, insieme a 16 anni e quattro mesi per il tentato omicidio di
Gustavo Castro, un attivista co-fondatore del Cophin che aveva
lottato insieme alla Cáceres per la sospensione del progetto
idroelettrico.</p>



<p>Sergio
Ramón Rodríguez, responsabile delle comunità locali e
dell’ambiente di Desa, e Douglas Geovanny Bustillo, ex capo della
sicurezza di Desa ed ex tenente dell’esercito addestrato negli
Stati Uniti, sono stati condannati a 30 anni e sei mesi per aver
preso parte alla commissione dell’omicidio.</p>



<p>Mariano
Díaz Chávez, facente parte delle forze speciali e addestrato negli
Stati Uniti è stato dichiarato colpevole e condannato a 30 anni di
pena detentiva. Nel processo di cinque settimane, le conversazioni
intercettate suggerivano che Díaz avesse partecipato a missioni di
ricognizione con Bustillo e nel febbraio 2015 avesse fornito supporto
logistico alla commissione dell’omicidio.</p>



<p>Di
fronte al Tribunale di Tegucigalpa in cui è stata letta la sentenza
di condanna si è raccolto il Copinh, ricordando che l’impunità
non finisce con una sentenza, devono essere condannati anche gli
Atala, una delle famiglie più potenti del Paese, azionisti della
società Desa.</p>



<p>Fuori
dal tribunale, la famiglia di Berta e il Copinh, hanno definito le
pene detentive “le prime crepe nel muro dell’impunità”. Ma la
figlia di Berta, Bertha Zúñiga Cáceres, ha aggiunto: “La vera
giustizia richiede che le menti che hanno cospirato, dato gli ordini
e finanziato l’assassinio di mia madre siano assicurate alla
giustizia. I pubblici ministeri devono smettere di inventare scuse
per non utilizzare le prove in loro possesso”.</p>



<p>Durante
la loro lotta per la giustizia, i membri del Copinh e della famiglia
di Berta sono stati minacciati, sottoposti a tentativi di omicidio,
calunniati dai media nazionali e internazionali ed esclusi dai
procedimenti giudiziari, continuano però a lottare contro
l’impunità, contro i tentativi di cancellazione e distorsione
delle prove da parte dello stato e allo stesso tempo a costruire una
resistenza anticoloniale e anticapitalista in Honduras.</p>



<p>L’omicidio
di Cáceres ha scatenato una condanna diffusa, ma non è riuscito a
fermare lo spargimento di sangue: almeno 24 attivisti ambientali sono
stati assassinati da marzo 2015 e l’Honduras rimane uno dei paesi
più pericolosi al mondo. Nel frattempo, il partito nazionale resta
al potere nonostante le accuse di frode elettorale, finanziamento di
campagne illegali e collegamenti al traffico di droga.</p>
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		<title>Occupazione turca della Siria settentrionale</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2020 08:19:40 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Diversi luoghi della Siria settentrionale sotto occupazione tagliati fuori dalla fornitura d&#8217;acqua La potenza occupante turca nella Siria settentrionale ha completamente tagliato la fornitura d&#8217;acqua alla città di Al Hasakeh e ad altri villaggi&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p> <br>Diversi luoghi della Siria settentrionale sotto occupazione tagliati fuori dalla fornitura d&#8217;acqua</p>



<p></p>



<p>La potenza occupante turca nella Siria settentrionale ha completamente tagliato la fornitura d&#8217;acqua alla città di Al Hasakeh e ad altri villaggi del nord-est della Siria. Lo riferiscono la radio locale indipendente <a rel="noreferrer noopener" href="http://arta.fm/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">arta.fm</a> e l&#8217;Osservatorio siriano per i diritti umani in Gran Bretagna, nonché i referenti locali dell&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM). Secondo i rapporti, i soldati turchi e le milizie siriano-islamiche alleate con loro sono entrati nell&#8217;impianto di depurazione dell&#8217;acqua nella regione di Ras Al Ain (in curdo Serê Kaniyê) e hanno cacciato il personale. Di conseguenza, la fornitura di acqua potabile alla popolazione delle regioni colpite è stata interrotta.</p>



<p>Nella sola città di Al Hasakeh vivono più di di 200.000 persone di origine curda, araba, assira/aramaica e armena e di fede musulmana, cristiana e yezida. Sono 200.000 persone che ora si trovano a dover sopravvivere senza acqua potabile e pulita, spiega Kamal Sido, esperto per il Medio Oriente dell&#8217;APM. &#8220;L&#8217;azione della Turchia dimostra ancora una volta che sta facendo tutto il possibile per consolidare il suo potere nel Nord della Siria e per combattere l&#8217;autogestione autonoma della popolazione civile che vi abita. Proteggere il popolo, come sostiene il governo di Ankara e come chiede la NATO, non è affatto lo scopo della potenza occupante turca. Uno Stato realmente interessato al destino della popolazione civile non taglierebbe l&#8217;acqua potabile a centinaia di migliaia di persone per far rispettare obiettivi politici o interessi geopolitici&#8221;, ha commentato Sido. &#8220;Con questa politica, la Turchia sta calpestando il diritto umanitario internazionale&#8221;.</p>



<p>Mentre la comunità internazionale condanna giustamente ogni attacco di Assad e di Putin alla provincia di Idlib, controllata dagli islamisti, dove la popolazione civile siriana soffre in modo inimmaginabile, non è altrettanto decisa nel condannare le massicce violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra che la Turchia, Stato membro della NATO,<br>continua a commettere contro le minoranze nel nord della Siria. </p>
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		<title>Non è guerra, è protesta. Appello alla solidarietà con il popolo cileno</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Oct 2019 07:41:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Come membro della rete Mediattivist+ , Associazione Per i Diritti umani sostiene e divulga l&#8217;appello seguente per il Cile (anche su pressenza.com), appello scritto dal corrispondente Domenico Musella. Il Cile sta vivendo uno dei&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Come membro della rete Mediattivist+ , Associazione Per i Diritti umani sostiene e divulga l&#8217;appello seguente per il Cile (anche su pressenza.com), appello scritto dal corrispondente Domenico Musella.</p>



<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img src="https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2019/10/x48945625557_d8645a978c_c-720x443.jpg.pagespeed.ic.r1UteysVof.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Non è guerra, è protesta. Appello alla solidarietà con il popolo cileno"/><figcaption>(Foto di Laura Feldguer)</figcaption></figure></div>



<p>Il Cile sta vivendo uno dei momenti più difficili dalla fine della dittatura militare di Augusto Pinochet.</p>



<p>Da poco più di una settimana una ribellione popolare di massa, detonata con l’ennesimo aumento delle tariffe della metropolitana nella capitale Santiago, sta esprimendo il malessere e la disperazione di un paese che, nonostante sia presentato come un’“oasi” in America Latina, presenta uno dei maggiori tassi di disuguaglianza e una delle peggiori distribuzioni della ricchezza del pianeta. I 30 pesos di rincaro della tariffa sono diventati il simbolo di oltre 30 anni di soprusi, maltrattamenti e abusi, frutto di un modello economico e sociale che ha trasformato diritti fondamentali come l’istruzione, la salute, l’acqua, la pensione, in merci che solamente un piccolo gruppo di privilegiati possono permettersi il lusso di comprare.</p>



<p>La risposta del governo presieduto da Sebastián Piñera allo scoppio di questo malcontento è stata una repressione totalmente sproporzionata e brutale nei confronti di un popolo che protesta. All’abituale pugno di ferro dei Carabineros si è aggiunta la dichiarazione dello stato d’emergenza per motivi di ordine pubblico, per la prima volta dalla fine della dittatura, con l’Esercito inviato a presidiare le strade e a reprimere le manifestazioni.</p>



<p>La modalità d’azione delle forze dell’ordine sta sfuggendo a ogni controllo e agli standard internazionali sull’uso della forza: movimenti sociali, società civile e organizzazioni per i diritti umani denunciano abusi, violenze, torture, spari di proiettili di gomma e pallini da caccia ad altezza uomo, detenzioni arbitrarie e altre gravi violazioni dei diritti delle persone. Nelle ultime ore è iniziata anche la persecuzione e la detenzione illegale di dirigenti sociali e l’arresto di persone che protestavano battendo pentole e coperchi dai balconi e dalle finestre delle case.</p>



<p>Il bilancio ufficiale delle vittime nel momento in cui scriviamo ammonta a 15 persone, 5 delle quali ferite a morte da militari e carabineros. Diverse centinaia sono i feriti e le detenzioni finora sono state oltre 5.000.</p>



<p>L’esercizio della libertà di stampa e del diritto all’informazione è stato messo a dura prova con alcuni casi di detenzioni di giornalisti. L’ultimo segnalato è quello di una collega dell’agenzia Pressenza, Claudia Aranda, arrestata mentre svolgeva il suo lavoro di reporter durante una notte di coprifuoco a Santiago, nonostante regolare salvacondotto e credenziali.</p>



<p>I principali mezzi di comunicazione, in Cile, in Italia e in molte parti del mondo non parlano di tutto questo, ma si concentrano sugli episodi di vandalismo, peraltro palesemente tollerati dalle forze dell’ordine, nel quadro di una chiara strategia di diffusione della paura che mira a legittimare e rafforzare le misure repressive.</p>



<p><strong>Come giornalisti/e e attivisti/e non possiamo tollerare tutto questo.</strong></p>



<ul><li>Invitiamo con forza i mezzi di comunicazione italiani e internazionali a informare su quello che sta accadendo in Cile e a mostrare la violenza istituzionale nei confronti della popolazione.</li><li>Invitiamo le organizzazioni sociali e politiche a realizzare dichiarazioni e azioni di solidarietà internazionale con il popolo cileno.</li><li>Esigiamo che le istituzioni italiane ed europee adottino tutti gli strumenti diplomatici che possano esercitare pressione sul governo di Sebastián Piñera, affinché ritiri i militari dalle strade, revochi lo stato d’emergenza e ponga fine alle violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità.</li></ul>
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		<title>Riace, il sentiero di Sara</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Aug 2019 09:09:58 +0000</pubDate>
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<p>di Roberta Ferruti     (ilsentierodisaraweb.com)</p>



<p>Tornare a Riace un anno dopo. Camminare per le strade del borgo semi deserte, le botteghe chiuse. Mi guardo intorno: i luoghi sono sempre gli stessi, le persone mi riconoscono, ci abbracciamo. Non servono altre parole, ne abbiamo scritte e dette tante, tra le lacrime e la rabbia. Ora è il momento del silenzio. Ascolto il rumore dei miei passi mentre mi conducono per le stradine strette del borgo, tra i murales ora scrostati, tra i vicoli dove gli asini non passano più a raccogliere l’immondizia. La raccolta differenziata oggi è organizzata da “forestieri” di Lamezia Terme, la Muraca srl, già oggetto nel 2014 di denuncia alla Procura di Lamezia per una discarica abusiva. Il nuovo che avanza e i vecchi cassonetti in legno, costruiti dalle botteghe, soppiantati da quelli in plastica.</p>



<p></p>



<p>Il passato però non si cancella con una manciata di voti, soprattutto qui, a Riace, paese dell’accoglienza. Il miracolo realizzato dal sindaco Lucano dal 2004 al 2018 è stato possibile anche grazie alle caratteristiche storiche e culturali di questa terra: i calabresi sono un popolo di emigranti, sanno che significa sentirsi straniero in casa altrui, conoscono la sofferenza dell’abbandono e del viaggio, la paura del futuro e la difficoltà di vivere lontani da casa. L’accoglienza è spontanea, senza riserve. A Riace sono partiti in molti nel secolo scorso, molti sono emigrati in Argentina, o al Nord. Hanno lasciato un paese povero, arido, senza prospettive. La grande pigna centenaria all’ingresso del paese, affettuosamente chiamata&nbsp;<em>A Pignara</em>, è testimone di strazianti addii, partenze senza ritorno.</p>



<p>Ecco, questo quadro così comune a tante piccole realtà italiane, dall’entroterra arido del Meridione ai paesini di montagna del Nord, è lo scenario in cui nasce il modello Riace: l’accoglienza diffusa nelle case abbandonate del borgo, il lavoro ostinato a preservare la memoria di queste mura, di queste persone rimaste a casa mentre tutti partivano e farlo rivivere, far rivivere la speranza. Tra la rassegnazione dei vecchi che recitavano una litania ossessiva <em>“ormai, ormai…”</em> e l’orgoglio di chi invece non si arrendeva, nasceva Città Futura, l’associazione di riacesi voluta da Mimmo Lucano, Mimì Capatosta. Un paese che accoglie diventa un posto più bello.</p>



<p>L’intuizione geniale dell’aprire le case abbandonate per accogliere i nuovi cittadini doveva coniugarsi con il rispetto delle tradizioni e delle persone rimaste, questo è stato chiaro da subito e mentre si ristrutturavano le case per l’accoglienza, si lavorava per recuperare la memoria storica del paese, restituirgli dignità. La festa della ginestra, la tessitura, i manufatti, le conserve. Per anni i riacesi sono stati coinvolti in questo processo di rinascita. Al posto della discarica sorge ora un anfiteatro multi colore e un parco giochi. Rinasce il vecchio frantoio, riapre la scuola.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/anfiteatro.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1692"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/parco-giochi.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1693"/></figure>



<p>Ma la siccità è il filo conduttore di tante storie di sofferenza e l’acqua è da sempre compito delle donne: in Africa, in Asia come da noi, l’acqua veniva distribuita grazie al lavoro costante e quotidiano delle donne, abili portatrici di giare nelle dimore. A Riace, nel borgo, è ancora possibile vedere saldati all’apice dei tetti delle brocche, messe lì in segno di buon auspicio, contro la siccità.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/brocche.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1695"/></figure>



<p>L’acqua a Riace è arrivata nelle case soltanto negli anni ’80 e fino ad allora la sorgente dietro il borgo vecchio era uno dei punti d’incontro più frequentati. Ci si incontrava per lavare i panni, per prendere l’acqua, per dare da bere agli asini, per lavarsi. Per decenni le donne scendevano alla fonte e risalivano il sentiero con brocche sulla testa, alcune lo facevano di professione e servivano le famiglie nobili della zona. La costruzione dei primi pozzi che portarono l’acqua al paese e ne permisero l’indipendenza dalla fornitura idrica della Cassa del Mezzogiorno, oggi Sorical, coincisero con l’abbandono dell’area e il declino della civiltà contadina. La fonte fu abbandonata, il sentiero invaso dall’ erbacce. L’ultima portatrice d’acqua che la memoria dei riacesi ricordi, è stata Sara Gallo che&nbsp;<em>“era diventata calva a forza di portare gli otri su e giù dalle fontane al paese”</em>.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/sara.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1696"/></figure>



<p>Ridare l’acqua alla montagna che si era prosciugata, riaprire la strada franata è stata l’operazione portata avanti dal 2006 con un bando di 600mila e euro della Regione per il recupero dei centri storici. E così nasce “il parco delle Fontane”, ora Parco Sara, perché le sorgenti d’acqua e i lavatoi erano il fulcro della civiltà contadina. L’area inizia con un’antica porta in pietra che dava accesso al paese, chiamata proprio “La porta dell’acqua” e continua con una stradina in pietra, una piccola fattoria e un piazzale con antichi lavatoi in pietra per risalire poi nella parte alta del paese, a fianco della mediateca .&nbsp;<em>“Per ricreare un sistema a cascatelle, non abbiamo sprecato acqua ma utilizzato quella in esubero delle condotte”</em>&nbsp;spiegava il geologo Aurelio Circosta, l’uomo che ha trovato le falde sotterranee da cui furono creati i pozzi degli anni Ottanta e che di fatto cambiò la vita dei riacesi.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/parco-sara.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1706"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/fonte.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1699"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/graffiti.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1701"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/sentiero.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1702"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/porta-acqua-retro-1.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1703"/></figure>



<p><em>“L’acqua si andava a prendere con gli asini. Ogni famiglia ne aveva almeno due, in totale in paese c’erano almeno 70 somarelli.”</em>&nbsp;raccontano gli anziani. Ecco perché Domenico Lucano ha fortemente voluto che gli asini ritornassero a Riace e venissero utilizzati anche per la raccolta differenziata porta a porta. Gli asinelli che tanto hanno emozionato folle di turisti e studiosi, erano il simbolo della tradizione rurale, facevano parte della vita di tutti, almeno fino a quando l’acqua non arrivò nelle case. Ma non è stato per niente semplice trovare gli asinelli autoctoni e le bardature di cuoio originali, dette ‘basto’ e per questo è stato necessario ricorrere alla mediazione dei Rom, gli ultimi mercanti ad avere ancora asini ed equipaggiamento. Erano loro a gestire la grande fiera degli asini, scomparsa ormai da quasi quarant ’anni, in occasione della festa dei santi Cosma e Damiano di Riace. L’intera comunità ha accolto con emozione il ritorno degli asinelli tra i vicoli del borgo, rinnovati nella loro funzione ma di nuovo parte della vita di tutti.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/20.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1705"/></figure>



<p>Sara però se n’era andata da tempo e non ha potuto vedere la rinascita del suo paese e l’arrivo dei nuovi abitanti. Ha trascorso una vita a servizio, su e giù per il sentiero di sassi e terra battuta a portare acqua. Oggi, in estate, quando l’afa è insopportabile, la gente di Riace si incontra alla rinata Porta dell’acqua: i calcinacci e le erbacce sono stati rimossi, le pietre ripulite, ristrutturate. Sotto l’arco è stato ricostruito anche un angolo maiolicato a memoria dell’antico banco del pesce. La Porta dell’acqua è tornata ad essere un punto di incontro, tira sempre una brezza piacevole nel pomeriggio. Proprio su questi muretti, sotto l’immagine della Madonna, Mimmo Lucano raccontava di Sara, questa donna minuta e semplice:&nbsp;<em>“Non sapeva quanti anni avesse, non l’ha mai saputo. Abbiamo voluto dedicare a lei questo sentiero perché Sara rappresenta la nostra storia, le nostre radici profonde con questa terra”</em>.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/mimmo-e-porta-acqua.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1707"/></figure>



<p>Una vita con un otre in testa e un figliolo che aveva cresciuto da sola e per il quale desiderava una vita diversa. Se n’è andata come era vissuta, in silenzio, mentre dormiva. Soltanto la solidarietà dei piccoli centri, dove tutti sono famiglia, ha permesso di scoprirne la salma e darne dignitosa sepoltura. Riace è soprattutto questo: una comunità che accoglie e si sostiene. Il giro nei vicoli termina in cima al paese, sulla piazza della mediateca. Ora il cartello che indica l’inizio del sentiero dell’acqua, del Parco Sara, non c’è più. Chi pensa di aver ucciso il paese dell’accoglienza tranciandone le radici ha soltanto dimostrato di non conoscere questa gente. I riacesi sono protagonisti orgogliosi della loro storia e soprattutto non dimenticano.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/no-cartello.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1709"/></figure>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://tralerigheweb.files.wordpress.com/2019/08/riace-salvini.jpg?w=700&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-1710"/></figure>
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