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	<title>affari Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Mattia Maestri: stereotipi sulla criminalità organizzata di stampo mafioso</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Aug 2021 07:29:15 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Come ci immaginiamo il mafioso?</strong> Partendo dal look, ad esempio: oggi lo stereotipo è che la mafia si vesta in maniera molto elegante, con giacca e cravatta; che viva nei grattacieli, che non indossi più la coppola, che giri con la valigetta 24ore e che, quindi, sia diversa dalla mafia di fine &#8216;800 &#8211; inizio &#8216;900 dove i gabellotti, gestori dei feudi per conto dei padroni si servivano di guardie armate che difendevano i terreni dai briganti. La mafia NON nasce dal brigantaggio, ma dal rapporto di potere che si sviluppa tra borghesia agraria e contadini, attraverso le figure del gabellotto. I briganti facevano razzia di quelle terre e mettevano in pericolo il lavoro dei gabellotti e delle guardie armate, oltre che le proprietà dei borghesi.</p>



<p>I mafiosi di oggi si vestono <em>casual</em>, non sono affatto eleganti, non sono acculturati, non giocano in borsa: questo vorrebbe dire staccare la mafia dal territorio. Il controllo del territorio, invece, è totale.</p>



<p><strong>I mafiosi sono brave persone.</strong> Tommaso Buscetta, collaboratore di giustizia, denuncia la frangia corleonese (Totò Riina, Bagarella, etc.) che nella seconda faida di mafia prendono il potere in Sicilia; si passa dalla mafia palermitana a quella corleonese a capo di Cosa nostra. Buscetta dice che quando dominavano loro, la mafia palermitana, la mafia aveva dei valori, era solidale con le persone, quando arrivano i corleonesi scoppia l&#8217;uso della violenza (ricordiamo le stragi di Capaci e di Via d&#8217;Amelio, ovviamente). Altro stereotipo perchè questo è solo il personale parere di Tommaso Buscetta; infatti nel suo caso non si può parlare di “pentito”, ma di “collaboratore di giustizia” perchè lui non si è mai pentito delle azioni commesse. In realtà, la mafia aveva usato la ferocia anche prima del 1984. Quello di Buscetta è un modo di configurare un sistema valoriale mafioso per renderlo in qualche modo legittimo.</p>



<p>Se la violenza non è evidente, questo NON vuol dire che la mafia non c&#8217;è, anzi: vuol dire che il territorio è ben controllato dalle cosche e che la mafia sostituisce lo Stato su quel territorio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15567" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf2-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Libero Grassi, 1991: è un imprenditore che viene ucciso in Sicilia, a Palermo. In quel momento era l&#8217;unico che quando gli chiedono di pagare il pizzo, si ribella. Lo lasciano da solo, viene isolato dai suoi stessi colleghi (Confindustria si scuserà tanti anni dopo), nonostante sia andato anche in tv a denunciare questa attività della criminalità organizzata. Al mafioso conviene toglierlo di mezzo perchè non ha opposizione da parte di qualcuno e il suo omicidio serve da monito per chi vorrebbe denunciare. Solo tredici anni dopo, sempre in Sicilia, nasce “Addio pizzo”, un&#8217;associazione antiracket: però Libero Grassi ha perso la vita e la violenza permane.</p>



<p><strong>Dal punto di vista culturale la mafia è cambiata?</strong> No. Qualche figlio di boss ha frequentato l&#8217;università, ma permane l&#8217;arretratezza culturale; le occupazioni, quando la mafia giunge al Nord, sono umili; oggi si tende a centralizzare l&#8217;uso di professionisti nella criminalità organizzata, ovvero si tende a pensare che oggi i mafiosi siano ai vertici della società: è vero ci sono delle figure a libro paga dell&#8217;organizzazione, ma NON SONO dell&#8217;organizzazione stessa. Sono figure intermedie, di supporto alle cosche. Fanno parte della “zona grigia” che è la forza mimetizzata della mafia. Il giudice Falcone, nel 1980, si reca da Franck Coppola e gli chiede: “Che cos&#8217;è la mafia” e il vecchio boss risponde: “Tre magistrati vorrebbero diventare Procuratore della Repubblica (magistrati): uno è intelligentissimo, il secondo gode dell&#8217;appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia”. Se lo Stato si basa sulla corruzione e sul clientelismo, il posto lo prenderebbe il secondo; invece il cretino fa quello che vuole la mafia senza chiedere niente oppure senza nemmeno rendersene conto.</p>



<p><strong>La mafia dà lavoro: ennesimo stereotipo.</strong> Da quando decide di investire nel traffico di stupefacenti, in particolare, la mafia acquisisce un dirompente potere economico e sociale: se voglio comprare cocaina, vado in latinoamerica. In quei Paesi un chilo di coca costa 1.000 euro. Porto quel chilo di cocaina a Cisliano e lo rivendo a 40/50.000 euro. Quel chilo può diventare anche di più, se alla coca pura si aggiungono addittivi. Ci troviamo, quindi organizzazioni mafiose che fatturano miliardi in un mercato totalmente illegale. Dove mettono tutto questo contante? Non possono depositarlo in banca per cui comprano locali, ristoranti, casinò, etc. in modo da riciclare il denaro sporco. Nei locali battono gli scontrini di entrate che in realtà non ci sono. Questi locali (pizzerie, pub e altro) sono intestati ai prestanome. Ecco che la mafia “dà lavoro”, anche se non i prestanome non hanno contratti, non hanno contributi, non hanno un orario determinato e sono sfruttati dai mafiosi che li tengono sotto il loro giogo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15568" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Altro esempio è il caporalato: nel caso di chi schiavizza le persone (soprattutto straniere) che lavorano nei campi agricoli. La mafia “dà lavoro”, ma in realtà quel lavoro è dipendenza, sfruttamento, schiavitù.</p>



<p>Per queste situazioni spesso si sente dire: “E ma io cosa posso farci? Non sono mica un magistrato”: questa è la deresponsabilizzazione del cittadino. In realtà, tutti possono denunciare, ribellarsi, etc. Bisogna fare una lotta sociale e culturale, partendo dalle piccole azioni quotidiane per iniziare a sconfiggere la mentalità mafiosa, anche con l&#8217;istruzione e l&#8217;educazione alla legalità perchè se il popolo è emancipato può decidere di non rivolgersi più alle mafie.</p>



<p><strong>La mafia non esiste, è un fenomeno marginale o è un fenomeno recente.</strong></p>



<p>La mafia, in Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, arriva negli anni &#8217;50 e come ci arriva? Per due motivi: una causa è una legge dello Stato che riguarda il <em>confino.</em></p>



<p>Durante la Seconda guerra mondiale, le persone che non erano d&#8217;accordo con il fascismo, venivano messe al confino (soggiorno obbligato), cioè mandate lontano per evitare che le loro idee si diffondessero e potessero diventare un problema per il regime. L&#8217;istituto del soggiorno obbligato per i mafiosi ha, più o meno, la stessa funzione: una legge del 1956, modificata nel &#8217;65, imponeva agli indiziati di far parte di un&#8217;organizzazione mafiosa di essere spediti in un Comune lontano da aree metropolitane in modo da impedire loro di mantenere i contatti con altri mafiosi, continui a compiere reati e a mantenere il controllo sul territorio di riferimento. Il problema, però, è che i mafiosi, con questo spostamento, costituiscono nuove cellule criminali (&#8216;ndrine) nel nuovo territorio. Facciamo l&#8217;esempio di Buccinasco (in provincia di Milano): è un paese che negli anni &#8217;50-&#8217;60 non esisteva. Era tutta campagna con poche case. Oggi ha 30.000 abitanti perchè è stato popolato da persone che dalla Calabria hanno ricreato lo stesso contesto da cui sono partiti.</p>



<p>Secondo motivo di arrivo della mafie al Nord: le migrazioni interne. Dopo la guerra, milioni di meridionli si sono spostati dal Sud per cercare condizioni migliori di vita nelle regioni settentrionali perchè qui stavano nascendo le fabbriche. All&#8217;interno di questi gruppi si insinuano membri di associazioni mafiose: da Platì (in Calabria) arrivano a Buccinasco molte persone, che non vogliono cercare un lavoro onesto, ma vogliono controllare quel territorio. Paradossalmente, le prime vittime dei mafiosi al Nord, le prime persone a cui si chiedeva il pizzo erano proprio i meridionali stessi, i compaesani che avvevano aperto un&#8217;attività legale. In questo modo in Lombardia si insediano le grandi organizzazioni criminali: Camorra, &#8216;Ndrangheta, Sacra Corona Unita e Cosa nostra (poi dalla Lombardia è facile che si spostino nel resto d&#8217;Europa e del mondo). In particolare, <strong>oggi</strong> domina la &#8216;Ndrangheta dopo che Cosa nostra subisce un forte attacco da parte dello Stato a seguito delle stragi del &#8217;92-&#8217;93.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15569" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf4-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p><strong>La mafia si trova solo nelle grandi città: non è vero. </strong>Le mafie accerchiano le grandi città attraverso la conquista di territori piccoli, l&#8217;hinterland. I piccoli paesi vengono controllati più facilmente perchè se agisco in un territorio minore, il fatto non finisce sulla stampa nazionale né le indagini vengono fatte da una Procura importante. Nelle metropoli, invece, si fanno gli affari più grossi. Inoltre, nei territori più piccoli è meno facile dare il voto al candidato di preferenza quando vengono indette le elezioni: al Sud, votare una persona precisa al Consiglio comunale, per esempio, è quasi d&#8217;obbligo perchè ci si conosce tutti; al Nord accade molto meno, il voto di preferenza è solo al 25%, si vota soltanto la lista. In questo modo all&#8217;organizzazione mafiosa che vuole controllare un territorio specifico anche dal punto di vista dell&#8217;amministrazione locale bastano pochi voti per ottenere il risultato.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15570" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/maf5-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p>Negli anni &#8217;80 -&#8217;90 la mafia si inserisce nel movimento terra in Lombardia: Rocco Papalia ha creato, in quel periodo, un vero e proprio sistema. O che l&#8217;appalto lo vincesse lui (e le sue &#8216;ndrine) o che lo vincessero aziende pulite, queste ultime dovevano comunque pagargli la mazzetta. Le mafie si inseriscono, così, nel mondo dell&#8217;edilizia, in particolare, ma anche nella politica (con il voto di scambio soprattutto per riciclare denaro tramite attività di facciata) e nell&#8217;imprenditoria privata (quando le banche non posso più erogare soldi). Questa è una sorta di “colonizzazione al contrario” perchè abbiamo la regione più povera d&#8217;Italia (la Calabria) che va a colonizzare settori dell&#8217;economia più ricca d&#8217;Italia. Perchè la &#8216;Ndrangheta non va ad investire in Calabria?: per un processo di mimetizzazione, ma il motivo principale è che, per vivere in Calabria, dovrà sempre avere lì persone che hanno bisogno di lei, persone che chiedono favori.</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Osservatorio sulla criminalità organizzata dell&#8217;Università degli Studi di Milano4, diretto dal Prof. Nando Dalla Chiesa</p>



<p>Libera Masseria, di Cisliano (bene confiscato alla mafia)</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221; Covid-19, diritti umani ed imprese: la strada da seguire</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2020 07:57:17 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante Le implicazioni della diffusione pandemica da Covid-19 sui diritti umani sono state accuratamente documentate: numerose organizzazioni e membri della società civile hanno messo in luce l’incapacità di molti governi di proteggere&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Fabiana Brigante</p>



<p>Le implicazioni della diffusione pandemica da Covid-19 sui diritti umani sono state accuratamente documentate: numerose organizzazioni e membri della società civile hanno messo in luce l’incapacità di molti governi di proteggere i propri cittadini, così come è stato registrato il fallimento di un numero considerevole di imprese che non hanno rispettato i Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani.</p>



<p>In un precedente articolo della rubrica (disponibile <a href="https://www.peridirittiumani.com/2020/05/24/imprese-e-diritti-umani-covid-19-raccomandazioni-per-la-tutela-dei-diritti-dei-lavoratori/?utm_source=rss&utm_medium=rss">qui</a>) si era parlato dei comportamenti che le imprese avrebbero dovuto adottare al fine per proteggere la salute ed i diritti dei propri dipendenti. Tuttavia, nel corso degli ultimi mesi numerose sono state le azioni legali intraprese contro alcune imprese per non aver adottato le necessarie misure di sicurezza, violando così l’obbligo di diligenza nei confronti dei propri lavoratori, obbligo – lo ricordiamo – enunciato nel Secondo Pilastro dei Principi Guida ONU. È questo il caso della azienda americana <em>Walmart</em>, citata in giudizio dai familiari di un dipendente deceduto dopo aver contratto il Covid-19. I ricorrenti hanno allegato la condotta negligente dell’azienda che non avrebbe adottato la dovuta diligenza nel sanificare i luoghi di lavoro e non si sarebbe adoperata per fornire ai propri dipendenti dispositivi di protezione individuale. Nell’occhio del ciclone sono finite anche <em>McDonalds</em> e <em>Celebrity Cruises</em>, contro cui i ricorrenti hanno presentato doglianze simili; in un ricorso presentato al Tribunale dello Stato dell’Illinois, i dipendenti di <em>McDonalds</em> hanno accusato l’azienda non solo di non aver fornito loro adeguati strumenti di protezione, ma anche di non aver informato il personale che un dipendente era risultato positivo all’infezione da Covid-19, esponendo così tutti al rischio del contagio.</p>



<p>Allo stesso modo, si sono verificate consistenti rimostranze in tutti il mondo di lavoratori che si sono visti trattenere i salari per lavori già eseguiti, o che hanno perso il posto di lavoro. È quanto è accaduto a Gazipur, in Bangladesh, tra le altre, dove operai della azienda tessile <em>Tech Tex Company Ltd</em> hanno scioperato per ottenere gli stipendi che non erano stati corrisposti. Nel Lesotho, oltre 50.000 lavoratori hanno scioperato per ottenere le indennità che era stata loro promessa a seguito di un accordo tra governo e sindacati. In Cambogia, il primo ministro Samdech Techo Hun Sen ha dichiarato la sospensione delle operazioni di circa 256 fabbriche di abbigliamento, calzature e articoli da viaggio, con ingenti conseguenze sulla vita di oltre 130.000 lavoratori.</p>



<p>Il quadro che risulta alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi è che gli attuali meccanismi di <em>governance</em> si sono rivelati insufficienti a proteggere adeguatamente i diritti dei lavoratori in tutte le operazioni commerciali e nelle catene di approvvigionamento. Anche i paesi con i sistemi giuridici più completi non hanno saputo offrire tutela alle categorie più vulnerabili. Strumenti di cd. <em>soft law </em>come i Principi Guida ONU – sebbene importanti – non sono stati in grado di colmare il vuoto normativo. La crisi causata dalla diffusione del Covid-19 ha dimostrato ancora una volta l’urgenza di creare meccanismi efficaci, giuridicamente vincolanti e incentrati sui diritti che impediscano in primo luogo che si verifichino violazioni dei diritti umani e che possano garantire alle vittime l’accesso a rimedi effettivi.</p>



<p>E se da un lato il Parlamento Europeo nella sua Risoluzione sull’azione combinata dell’Unione Europea per combattere la pandemia e le sue conseguenze ha sottolineato l’importanza della <em>due diligence</em> delle imprese nel rispetto dei diritti umani e diritti ambientali per prevenire e mitigare rischi futuri, dall’altro alcuni paesi hanno concentrato i propri sforzi per sollevare le imprese da possibili responsabilità legali. È quanto è avvenuto negli Stati Uniti, dove i governatori del North Carolina, Oklahoma, Utah e del Wyoming hanno firmato delle leggi che garantiscono l’immunità delle imprese per le cause relative al Covid-19.</p>



<p>Eppure, come è stato rimarcato dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, le conseguenze economiche della pandemia hanno dimostrato l’urgenza di garantire maggiori tutele per gli individui. I tre pilastri dei Principi guida – “Proteggi, rispetta e rimedia” – sottolineano la necessità di mettere le persone al centro degli interessi degli attori commerciali. Le risposte alla pandemia e alla crisi economica non dovrebbero di certo tradursi in una flessione degli standard dei diritti umani.</p>



<p>Il secondo pilastro dei Principi guida riguarda la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani; tale dovere per le imprese esiste indipendentemente dalle azioni che siano o meno intraprese dai governi. Le imprese dovranno dunque adottare la dovuta diligenza per prevenire o mitigare i rischi sui diritti umani che potrebbero derivare dalla situazione esistente sui propri lavoratori ed utenti. Ciò include, ad esempio, l’esistenza di misure preventive per garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori nonché il congedo retribuito per malattia; in ogni caso, è importante che in questo processo si registri la partecipazione attiva dei soggetti coinvolti, come lavoratori e sindacati, sia nella fase di valutazione dei rischi che nella successiva fase di integrazione delle valutazioni nelle politiche aziendali.</p>



<p>Un elemento centrale e spesso dimenticato riguarda la necessità di assicurare alla vittime anche solo potenziali di violazioni dei diritti fondamentali l’accesso a meccanismi di rimedio, sia legali che interni all’impresa. Affermare l’esistenza di determinati diritti senza tuttavia consentire l&#8217;accesso a un ricorso effettivo in caso di abuso provocherebbe infatti una inevitabile frustrazione degli stessi. Consentire l’accesso ai rimedi non ha senso solo oggi per una migliore risposta alla crisi attuale, ma è anche fondamentale per prevenire future violazioni dei diritti umani.</p>



<p>Gli Stati e gli attori privati devono sfruttare questo momento per non tornare al <em>business-as-usual</em>, ma per forgiare una nuova normalità basata sugli standard forniti dai Principi Guida.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. National Action Plans on Business and Human Rights</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 07:35:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo L’approvazione unanime degli United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights (UNGP o Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani) da parte del Consiglio per i diritti&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="958" height="595" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13798" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 958w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/image-300x186.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/03/image-768x477.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 958px) 100vw, 958px" /></figure>



<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>L’approvazione unanime degli <em>United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights</em> (UNGP o Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani) da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2011 ha rappresentato un momento fondamentale e rappresentativo degli sforzi condotti per affrontare gli impatti negativi sugli individui derivanti dalla globalizzazione e dalle sempre più sviluppate attività commerciali. Tali principi sono stati in grado di fornire, per la prima volta, un quadro riconosciuto e autorevole a livello globale inerente doveri e responsabilità rispettivamente dei governi e delle imprese nell’azione di prevenzione rispetto alle violazioni dei diritti umani.</p>



<p>I
Principi Guida chiariscono che tutte le imprese hanno una
responsabilità indipendente in relazione al rispetto dei diritti
umani e sono tenute a esercitare la dovuta diligenza in materia di
diritti umani al fine di identificare, prevenire e mitigare le
eventuali violazioni. 
</p>



<p>I
Principi Guida hanno risposto al problema relativo alla difficoltà
nel determinare, in capo agli Stati, un chiaro obbligo di
prevenzione, punizione e/o rimedio rispetto ad eventuali abusi
perpetrati dalle imprese nel contesto della relazione orizzontale
impresa-individuo sancendo (i) il dovere degli Stati di garantire la
protezione dei diritti umani dall’attività imprenditoriale; (ii)
la responsabilità delle imprese (ancora non consolidata secondo il
diritto internazionale e non comparabile agli obblighi internazionali
degli Stati) di rispettare i diritti umani; e (iii) la necessità di
assicurare alle vittime degli abusi imprenditoriali l’accesso ad
efficaci misure di rimedio.</p>



<p>Il
terzo pilastro dei Principi Guida esorta infatti gli Stati a
garantire che i soggetti che subiscono abusi da parte di imprese
possano disporre di mezzi di ricorso per ottenere un risarcimento nei
casi di violazione dei loro diritti umani. La disponibilità di
meccanismi di denuncia degli abusi è parte integrante dell’obbligo
dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani. 
</p>



<p>Come
sancito dall’articolo 25, “principio fondativo” della sezione
dei Principi Guida relativa all’accesso ai rimedi: “<em>Nel
quadro del proprio dovere di protezione nei confronti degli abusi dei
diritti umani commessi dalle imprese, gli Stati devono introdurre
misure adeguate al fine di garantire, attraverso strumenti giuridici,
amministrativi, legislativi o altri mezzi adeguati, che nei casi in
cui tali abusi si verifichino sul rispettivo territorio e/o sotto la
propria giurisdizione i soggetti che ne risultino danneggiati possano
accedere a efficaci misure di risarcimento</em>”.</p>



<p>Soffermandoci
sulla necessità di predisporre rimedi effettivi ed efficaci per le
vittime di violazioni dei diritti umani, l’articolo 25 e i
successivi articoli della terza sezione degli UNGP sanciscono che,
per garantire l’accesso al risarcimento sono previsti sia
procedimenti giurisdizionali che procedure non giudiziarie
all’interno dell’ordinamento giuridico statale così come
meccanismi di denuncia non statali.</p>



<p>I
meccanismi di reclamo di tipo giurisdizionale per le vittime di
violazioni dei diritti umani possono emergere, ad esempio, dalla
responsabilità civile delle imprese e/o dei loro dirigenti o dalla
responsabilità penale individuale o d’impresa; i meccanismi di
reclamo a carattere non giurisdizionale rinviano invece agli
strumenti di risoluzione delle controversie disponibili al di fuori
dell’ordinamento giurisdizionale dello Stato (ad es. i mediatori, i
Piani d’azione nazionale, le istituzioni nazionali per i diritti
umani, i difensori civici <em>ombudsman</em>,
le istituzioni finanziarie di sviluppo, etc.). 
</p>



<p>Ruolo
fondamentale dello Stato è infatti anche quello di monitorare
l’effettiva attuazione della normativa in tema di diritti umani,
nonché quello di aggiornare il corpo legislativo in vigore con
l’obiettivo di assicurare l’esistenza di norme finalizzate al
rispetto dei diritti umani da parte delle imprese. Gli Stati possono
agire in materia di imprese e diritti umani da un lato per mezzo
dell’adozione di normative a livello nazionale e che prevedono
l’obbligo di condurre un processo di <em>due
diligence</em>
sui diritti umani per alcune tipologie di imprese, e, dall’altro,
come già menzionato, adottando a livello internazionale dei Piani di
Azione Nazionale su imprese e diritti umani (PAN).</p>



<p>Lo
scopo principale dei PAN, in qualità di strumento europeo per
l’implementazione dei Principi Guida dell’ONU in materia di
imprese e diritti umani, è quello di assicurare degli <em>standard</em>
chiari e vincolanti relativi al rispetto dei diritti umani per tutte
le imprese e gli investitori che operano in contesti nazionali ed
internazionali.</p>



<p>Infatti,
successivamente all’entrata in vigore degli UNGP, il gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite &#8211; <em>UN
Working Group &#8211; </em>ha
iniziato a invitare i governi a impegnarsi in processi per lo
sviluppo di PAN come mezzo di attuazione degli UNGP. 
</p>



<p>I
PAN sono documenti programmatici di politica statale che delineano
l’orientamento strategico e le attività concrete per affrontare
una specifica situazione politica. Nell’ambito del settore di
<em>business
and human rights</em>,
il PAN deve essere inteso come una strategia politica in evoluzione
sviluppata da uno Stato per proteggere dagli impatti negativi sui
diritti umani prodotti dalle imprese in conformità con i Principi
Guida delle Nazioni Unite in tema di imprese e diritti umani.</p>



<p>Secondo
quanto prestabilito dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite un PAN
risulta essere efficace e idoneo quando (i) è fondato sugli UNGP;
(ii) risponde a sfide specifiche del contesto nazionale; (iii) è
stato sviluppato e implementato attraverso un processo inclusivo e
trasparente; e (iv) viene regolarmente rivisto e aggiornato.</p>



<p>I
PAN sono degli strumenti specifici per l’attuazione degli UNGP,
devono essere fondati su <em>standard</em>
internazionali in materia di diritti umani e riflettere la
complementarità e l’interrelazione degli obblighi statali e delle
responsabilità delle imprese nella prevenzione, mitigazione e
riparazione degli impatti negativi sui diritti umani connessi alle
imprese. I PAN, in quanto strategie di politica pubblica, dovrebbero
fornire risposte su come gli Stati intendono attuare i rispettivi
obblighi in materia di diritti umani.</p>



<p>Nell’attuare
il proprio dovere di protezione nell’ambito degli UNGP, gli Stati
devono identificare le attività attraverso le quali gli Stati
supportano e incentivano le imprese a rispettare i diritti umani. Gli
UNGP possono contribuire a garantire che le imprese siano tenute agli
stessi <em>standard</em>
sia internamente per mezzo di politiche governative e strumenti
normativi, sia a livello internazionale.</p>



<p>Tuttavia, risulta che molte delle aspettative previste dalla relazione/orientamento del gruppo di lavoro non siano efficacemente state soddisfatte nella pratica. Ad esempio, i PAN si concentrano esclusivamente sulle azioni che l’organo esecutivo influenza e controlla PAN</p>



<p>direttamente, senza intervento dell’apparato legislativo. Inoltre, se è vero che gli Stati hanno scelto di garantire la sensibilizzazione, all’interno dei PAN, tra gli attori governativi e le imprese, tuttavia non hanno fatto un ulteriore passo verso la legalizzazione interna della responsabilità aziendale.  </p>



<p>Il
<em>focus</em>
dei PAN esistenti inoltre è volto principalmente al rafforzamento o
alla riforma dei punti di contatto nazionali, ma non all’adozione
di misure “vincolanti” che riguardino le procedure legali
attuate. La stessa situazione si ripresenta anche in relazione alla
regolamentazione extraterritoriale dell’attività commerciale, che
richiederebbe normative che prevedano l’obbligo di adottare misure
per prevenire le violazioni dei diritti umani all’estero.</p>



<p>I
PAN possono essere ritenuti strumenti efficaci, ma solo entro una
certa misura, corrispondente al controllo esercitato dall’apparato
esecutivo. Tuttavia, non necessariamente i futuri PAN saranno
inidonei a colmare il divario sussistente per garantire un’azione
coerente tra i tre poteri governativi; ma attualmente la loro portata
e gli effetti generali volti a garantire un cambiamento rilevante in
termini di legislazione e accesso ai rimedi sono limitati.</p>



<p>I
PAN possono presentare numerose opportunità a livello nazionale,
nonché al fine dell’identificazione delle aree di intervento su
cui gli Stati potrebbero concentrarsi per incentivare la protezione
dei diritti umani nei confronti delle attività aziendali. Tuttavia,
tali strumenti potrebbero anche costituire una deviazione rispetto
all’attività degli Stati volta all’identificazione, prevenzione
e / o mitigazione degli impatti negativi sui diritti umani. È
necessario ricordare che le politiche pubbliche possono essere
strumenti complementari per dichiarare l’azione di attuazione di
obblighi convenzionali degli Stati in materia di diritti umani, ma
non a questi ultimi sostituibili.</p>



<p>Uno
degli obiettivi degli UNGP è il raggiungimento, per mezzo della
combinazione di strumenti di diversa natura, di una regolamentazione
e gestione economica che rispetti i principi e gli impegni
convenzionali nel campo dei diritti umani. 
</p>



<p>I
PAN non risolveranno i problemi che gli Stati devono affrontare nella
regolamentazione delle attività commerciali; al contrario, i loro
effetti sono in gran parte limitati all’individuazione delle
carenze di <em>governance</em>
e alla proposta di azioni che la pubblica amministrazione potrebbe
realizzare per ridurle o sopprimerle.</p>



<p>Devono
essere prese precauzioni per garantire che lo sviluppo dei PAN non
sostituisca la regolamentazione e la legislazione che gli Stati
devono garantire per implementare la propria architettura legale e
politica quando invece dovrebbero essere adottati strumenti
complementari e permanenti che guidano l’attività statale
nell’ambito dei diritti umani.</p>



<p>È
importante che i PAN in materia di imprese e diritti umani non
diventino miraggi indicanti che gli Stati hanno svolto il proprio
dovere; infatti solo attraverso l’implementazione di misure
volontarie e obbligatorie, incentivi e sanzioni, sarà possibile
avanzare nella formulazione di progetti statali integrali che
affrontino le principali carenze di <em>governance</em>
e che contribuiscano all’identificazione di quelle “aree grigie”
in cui si verificano la maggior parte delle violazioni dei diritti
umani da parte delle imprese.</p>
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		<title>Una guerra per procura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Oct 2019 07:08:54 +0000</pubDate>
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<p>di Guido Viale (Da <a href="http://pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss">pressenza.com</a>)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="648" height="392" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/image.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13133" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/image.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 648w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/image-300x181.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 648px) 100vw, 648px" /></figure></div>



<p>La guerra di Erdogan contro il Rojava è fatta per deportare&nbsp; una grande parte dei profughi siriani che l’Europa non vuole accogliere in un territorio trasformato in un enorme campo di concentramento a cielo aperto; dopo averne scacciato le popolazioni, curde e non solo, che lo abitano e lo hanno difeso con tutti i mezzi. È dunque inutile girarci attorno: quella di Erdogan è una “guerra per procura” fatta per conto dell’Europa. A nulla valgono le dissociazioni e l’invito alla moderazione dei governi europei: l’Europa non muoverà un dito per fermare Erdogan, come non lo ha fatto di fronte alle sue continue violazioni della legalità e dei più elementari diritti umani, soprattutto a partire dal 2016, data del patto scellerato per affidare alla Turchia la “custodia” dei profughi siriani in transito verso il nostro continente.</p>



<p>D’altronde, questa combinazione di finta indignazione, ma di sostanziale complicità e aperta collaborazione (la Turchia è e resta un membro della Nato e le armi che utilizza contro i curdi sono in buona parte di fabbricazione europea, con annesse istruzioni per usarle “al meglio”) è lo stesso atteggiamento adottato dall’Unione europea nei confronti della Libia, ovvero delle bande criminali che la governano: a parole, indignazione e dissociazione dai loro crimini &#8211; omicidi, schiavismo, stupro, estorsioni, annullamento della dignità &#8211; ormai riconosciuti non solo dalle Ong, ma anche dalle agenzie dell’Onu e persino da diversi ministri dei paesi membri; nei fatti, trattative, appoggio politico, forniture militari, finanziamenti e persino riconoscimenti ufficiali dei trafficanti libici, come rivelato dal quotidiano Avvenire a proposito di uno dei loro capi più feroci. Non sono le ONG a stringere accordi con i trafficanti libici, ma tutta l’Unione, e per suo conto il Governo italiano, che promuovono e sostengono il martirio dei profughi intrappolati in Libia per “difendere i propri confini”!</p>



<p>A fare le spese dell’aggressione scatenata da Erdogan è l’unica democrazia del Medio Oriente, che non è Israele, ormai costitutivamente impegnato in pratiche di apartheid e di repressine feroce dei nativi del suo territorio, ma la confederazione multietnica, tollerante, femminista ed ecologista del Rojava: una vera minaccia, non dall’esterno, ma dall’interno, per i regimi dispotici che spadroneggiano nella regione con la protezione dell’Occidente.</p>



<p>Dove porta tutto ciò? Alla scomparsa di quel che resta della “civiltà europea”. L’Europa non si ritiene in grado di accogliere i profughi siriani, anche solo temporaneamente; in attesa di un ritorno alla pace in cui evidentemente non crede e che non fa nulla per promuovere: con il loro arrivo “la stabilità tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere&#8230;e la sopravvivenza dell’Unione europea sarebbe messa in discussione” scrive Andrea Bonanni su Repubblica; ma il suo è il pensiero di molti se non tutti. Ma perché mai, allora dovrebbe reggere una prova del genere la Turchia, senza precipitare, come è successo, in una condizione di rigetto radicale della democrazia e dei diritti umani? Lungi dal tener lontani i pericoli per la democrazia, gli accordi con la Turchia o con la Libia sono l’inizio della sua trasformazione in ciò che l’Europa sostiene di non voler mai diventare: uguale a loro.</p>



<p>Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso e un costo al proprio interno (una minaccia per “lo stile di vita europeo”) e come nemici all’esterno (questo è non altro vuol dire “difendere le frontiere”) non esiste altra prospettiva che la militarizzazione della vita sociale (anche e soprattutto contro il dissenso e l’opposione interna) e la guerra per respingere “l’invasione”. Ma se nelle “fortezze” è difficile entrare per i profughi, sarà sempre anche più difficile uscirne per i cittadini europei, anche solo per “fare affari”, cioè per sostenere “lo stile di vita europeo”.</p>



<p>C’è un’alternativa a tutto ciò? Sì. Trattare profughi e migranti non come un peso e un nemico, ma come una risorsa e una benedizione: non solo economica (per il loro lavoro e il loro contributo a pagarci le pensioni), ma anche demografica e culturale: per sopperire a tutti i vuoti che la vecchia Europa non sa più colmare. Questa prospettiva è la conversione ecologica, il Green New Deal imposto dalla crisi climatica e affrontato non come una delega ai governi, alle imprese e alla finanza, di ciò che non hanno saputo né voluto fare finora, nonostante gli allarmi che risalgono ad almeno trent’anni fa; bensì come un processo di attivazione e di mobilitazione dal basso, come interpreta questa formula Naomi Klein nel suo ultimo libro <em>Il mondo in fiamme</em>: un processo da portare avanti insieme ai profughi e ai migranti già arrivati sul “nostro” suolo, ma anche ai molti che cercheranno ancora di arrivarci; per preparare insieme a quelli di loro che lo vogliono (e sono in tanti) un ritorno volontario nelle loro terre per risanarle e ricostruirle; dopo aver imposto con una mobilitazione comune quella pacificazione che le grandi potenze che governano gli attuali conflitti non sapranno mai nè individuare nè promuovere.</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="960" height="519" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/72044106_116002183141170_92468472629428224_n-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13134" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/72044106_116002183141170_92468472629428224_n-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/72044106_116002183141170_92468472629428224_n-1-300x162.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/10/72044106_116002183141170_92468472629428224_n-1-768x415.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></figure>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Amazzonia: inferno incontrollato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 10 Sep 2019 07:18:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Nel 2011 il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano scriveva nel suo libro Los hijos de los días (I figli dei giorni): “Si la naturaleza fuera un banco ya la habrían salvado”.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p> di Tini Codazzi</p>



<p>Nel 2011 il grande scrittore uruguaiano Eduardo Galeano scriveva nel suo libro <em>Los hijos de los días (I figli dei giorni)</em>: “Si la naturaleza fuera un banco ya la habrían salvado”. Niente di più vero, affermazione schiacciante, soprattutto in questo momento in cui siamo testimoni del grande rogo che sta sterminando l’Amazzonia.</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="954" height="550" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12991" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 954w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1-300x173.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/incendio1-768x443.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 954px) 100vw, 954px" /></figure>



<p>
I
mezzi d’informazione ci hanno già mostrato immagini e video
sull’enorme incendio che sta mangiando la più grande foresta
tropicale del mondo. Tre paesi sono coinvolti in questa tragedia:
Brasile, Paraguay e Bolivia. Si è già parlato della dinamica che da
anni i governi di turno di questi paesi eseguono: si porta avanti la
deforestazione, si attende dei mesi per far asciugare il terreno e
poi gli si dà fuoco. Agosto e settembre sono i mesi con il maggior
numero di incendi. Non esiste fuoco naturale in Amazzonia, questa
zona è troppo umida per provocare in modo naturale un incendio. I
ricercatori del IPAM (Istituto di Ricerca Ambientale del Amazzonia)
in Brasile, da anni denunciano che esistono persone che praticano i
roghi e che ovviamente nella stagione secca possono peggiorare e
provocare incendi fuori controllo. Molte volte questi incendi non si
spengono con la pioggia e quindi finiscono per propagarsi velocemente
e violentemente come sta succedendo adesso. 
</p>



<p>
Le
polemiche sulle politiche ambientali di Bolsonaro in Brasile le
conosciamo, si punta il dito contro di lui, per l’opinione pubblica
è basicamente il responsabile di questa tragedia, ma pochi sanno che
anche Bolivia e Paraguay sono altrettanto responsabili. 
</p>



<p>Il deputato ed ex ministro boliviano Carlos Sánchez Berzaim e associazioni e ONG ambientaliste boliviane affermano che nell’Amazzonia boliviana i roghi sono stati impulsati ed autorizzati da Evo Morales per ampliare le coltivazioni illegali di coca, eseguire migrazioni interne con l’obiettivo di cambiare la mappa sociopolitica della nazione beneficiando gruppi economici di dubbia reputazione che lavorano accanto al regime. È da anni che in Bolivia si parla di come Morales ha difeso con violenza la diffusione ed espansione di coltivazioni illegali di coca con il fine di finanziare il narcotraffico. Ad oggi si parlano di 80.000 ettari. Lo scorso 16 luglio, il Viceministro della Difesa Sociale e delle Sostanze Controllate (già potremmo discutere su questo Ministero…), Felipe Cáceres García ha ammesso la deforestazione e i roghi per preparare il terreno alle coltivazioni di coca nell’area protetta del Territorio Indigena e Parco Nazionale Isiboro-Securé (TIPNIS). Morales è stato criticato perché nel luglio scorso ha firmato una modifica di un decreto del 2001 che autorizza nella regione amazzonica la deforestazione e i roghi controllati per attività agricole, principalmente nelle regioni di Santa Cruz e Beni, a centro nord del paese. Dopo le denunce da parte dei governi locali, il gruppo boliviano Kuña Mbarete ha promosso una petizione per l’abrogazione del decreto e accusa il presidente Morales di: “Violazione dei diritti umani degli indigeni e della natura, di biocidio ed ecocidio causato nella zona di Chiquitanía in più di 1 milioni di ettari, e per l’attentato contro il 25% dell’ossigeno prodotto nel pianeta”. Sta di fatto che queste terre non solo servono para la coltivazione della coca, servono anche per l’ampliamento della produzione agricola e l’allevamento, anche se i ricercatori della zona dicono che queste terre non sono adatte a ciò, la produzione agricola quindi è totalmente negativa per il terreno.  </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="704" height="396" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12992" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 704w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/fiume-amazonas-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 704px) 100vw, 704px" /></figure>



<p>In
questi 14 anni di potere, Morales e la sua dittatura castro chavista
hanno usato queste terre per i loro affari loschi, modificando e
creando delle leggi per lo sfruttamento delle terre e quindi delle
popolazioni indigene che lì vivono. 
</p>



<p>Che
dire del Paraguay. Il paese è stato recentemente criticato per non
proteggere la foresta dagli agrochimici. A metà agosto, l’ONU ha
redatto un report affermando che la nazione è responsabile di
violazioni di diritti umani per non aver fatto dei controlli adeguati
su attività inquinanti illegali. Gli esperti della Commissione dei
Diritti Umani dell’ONU affermano che il paese non controlla le
attività di fumigazione con agrochimici causando l’intossicazione
di persone, tra cui bambini, e anche l’inquinamento delle acque,
del suolo e delle coltivazioni. Sebbene le vittime di questo fatto
vivevano e lavoravano in zone lontane dall’Amazzonia, si sospetta
che la zona colpita dagli incendi, cioè il Distretto di Bahia Negra,
al confine con il Brasile e la Bolivia, sia anche stato colpito da
queste fumigazioni illegali e ovviamente, anche in questo caso dalla
feroce e incontrollata deforestazione, che il fuoco sia stato gestito
in modo inappropriato, che gli allevatori abbiano usato tecniche non
adeguate e che la cosa sia sfuggita di mano scatenando questo inferno
che stiamo vedendo ormai da settimane. La stessa canzone per i tre
paesi coinvolti. 
</p>
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		<title>Mafie e questione sociale: Pietro Grasso al Ri-festival di Bologna</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 07:16:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto L&#8217;edizione 2019 del Ri-Festival di Bologna ha visto la partecipazione anche dell&#8217;ex magistrato, Presidente del Senato, Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso. Ecco alcuni brani del suo discorso e del dibattito a&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="258" height="258" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/GRASSO_PIETRO_AGF-kDwE-U7000765767100sTD-258x258@Argomenti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12710" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/GRASSO_PIETRO_AGF-kDwE-U7000765767100sTD-258x258@Argomenti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 258w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/GRASSO_PIETRO_AGF-kDwE-U7000765767100sTD-258x258@Argomenti-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/GRASSO_PIETRO_AGF-kDwE-U7000765767100sTD-258x258@Argomenti-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w" sizes="(max-width: 258px) 100vw, 258px" /></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>L&#8217;edizione 2019 del Ri-Festival di
Bologna ha visto la partecipazione anche dell&#8217;ex magistrato,
Presidente del Senato, Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro
Grasso. 
</p>



<p>Ecco alcuni brani del suo discorso e
del dibattito a seguire. 
</p>



<p>L&#8217;intervento dal titolo “Mafie e
questione sociale” inizia con alcune domande: perchè da quasi 200
anni dobbiamo confrontarci con una criminalità così potente? Quali
sono stati gli errori? 
</p>



<p>Le mafie hanno una storia collocabile
ancor prima dell&#8217;Unità d&#8217;Italia: la mafia del feudo che è poi
diventata quella dell&#8217;edilizia e poi ancora quella degli
stupefacenti. In realtà non esiste una mafia specializzata perchè
si tratta di un Potere determinato da un fine di profitto, ottenuto
tramite la paura, l&#8217;intimidazione, la violenza in modo da creare
assoggettamento, sudditanza, omertà. 
</p>



<p>La mafia si infiltra nell&#8217;economia,
controlla i territori, si procura i voti per ottenere privilegi e
creare una sua base; produce, quindi, disuguaglianze, negazione dei
diritti e delle libertà. In un contesto in cui l&#8217;economia è in
recessione le mafie possono agire più facilmente perchè
rappresentano un Potere, si inseriscono anche nella vulnerabilità
istituzionale, soprattutto quando la società non garantisce i
diritti fondamentali ed è lì che le mafie instaurano il proprio
sistema.</p>



<p>Il Giudice Falcone affermava che se la
mafia fosse solo un fenomeno criminale, la si sarebbe già debellata,
ma è un fenomeno economico-sociale-politico come ha dimostrato il
processo in Emilia, ad esempio, in cui la &#8216;ndrangheta aveva rapporti
con gli imprenditori. Questo non significa che la politica abbia
perso importanza, perchè senza la politica la mafia non potrebbe
entrare nei pubblici appalti, nelle forniture , e ancora,
nell&#8217;economia. 
</p>



<p>Per debellare le mafie è importante
ottenere una prova penale e questo costituisce un problema: ci sono
comportamenti censurabili che la politica dovrebbe mettere
all&#8217;angolo, ma questo non accade. Sempre nel processo Emilia si sono
trovate le tracce dei rapporti con gli imprenditori, ma di solito si
lavora nell&#8217;invisibilità dell&#8217;operato mafioso e, laddove le mafie
non hanno scontri interni, significa che stanno operando in
collaborazione e questo rende più arduo trovare le prove penali.</p>



<p>Nel nord Italia abbiamo la presenza di
mafie sommerse, con la caratteristica della corruzione; se una mafia
del sud si sposta al centro o al nord, si costituiscono le stesse
condizioni del territorio di origine. Ci sono, inoltre, situazioni
che obbediscono a strategie centralizzate con propaggini in altri
luoghi, attraverso intermediari. Spesso i mafiosi entrano nel mondo
delle imprese tramite la violenza e il denaro sporco, ma anche perchè
riescono a infiltrarsi nelle attività legali. 
</p>



<p>La lotta alla mafia da parte dello
Stato dovrebbe essere al primo posto, tra le priorità di qualsiasi
governo, invece le leggi antimafia NON sono state il prodotto
spontaneo della politica (ricordiamo la Legge La Torre che non fu
redatta dopo la sua morte, ma si dovette attendere l&#8217;uccisione del
generale Dalla Chiesa). Il 41bis, il carcere duro che serve ad
evitare le comunicazioni con l&#8217;esterno, è stato attuato solo dopo la
strage di Capaci. La politica si muove sempre DOPO una forte
emozione, e c&#8217;è da sottolineare che anche buona parte della
magistratura è stata contraria alla riforma dell&#8217;Antimafia. C&#8217;è una
politica per cui non bisogna portare fino in fondo la lotta alla
mafia perchè collusa: finanziamenti e consensi sono importanti per
alcuni soggetti politici. 
</p>



<p>A livello globale: da anni si parla di
una Procura europea per l&#8217;Antimafia, ma come si fa a combattere le
mafie se ogni Paese ha le proprie leggi? Le mafie, ormai sono
transnazionali e si alleano tra loro (Europa + Colombia +
Turchia&#8230;). I fattori geopolitici sono determinanti tanto che alcune
mafie influiscono sulle istituzioni stesse di alcuni Paesi (e si
vengono, così, a creare gli Stati-Mafia) e i governi non trovano gli
accordi utili a contrastare il malaffare con intese tra magistratura
e Polizia, almeno per condurre insieme le indagini. Gli Stati
arrancano in problemi giuridici e ne sono un esempio i paradisi
fiscali: era stata inserita la pratica di segnalazione di operazioni
sospette da parte delle banche, ma ora tali operazioni sono talmente
numerose che questo strumento non è più efficace. 
</p>



<p>Per quanto riguarda il rapporto
mafia-migrazioni (in particolare dalla Libia): dove c&#8217;è un forte
guadagno, è probabile che ci siano infiltrazioni mafiose.</p>



<p>La mafia va combattuta anche a livello
CULTURALE, gridando NO alla concussione, alle estorsioni, alla
corruzione, allo sfregio ambientale. Nel nostro Paese manca la
cultura della Legalità, a partire dalle scuole. Manca l&#8217;Etica, ma è
anche vero che molti ragazzi hanno convinto i genitori a collaborare
con la Giustizia e questo dà speranza. Non bisogna delegare la lotta
alle mafie agli “eroi”, ognuno di noi deve fare la propria parte.
</p>
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		<title>Tra le pieghe di Dubai</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Aug 2018 05:38:09 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11160" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4032" height="2268" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4032w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155232-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4032px) 100vw, 4032px" /></a></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Siamo stati a Dubai di passaggio. Grattacieli, superfici riflettenti, moschee di nuova costruzione, l&#8217;edificio più alto del pianeta, il mall più grande del mondo, piscine, alberghi favolosi. Sono ricchi, molto. Sono competitivi con l&#8217;Occidente, molto. Una metropoli all&#8217;avanguardia, immensa, in mezzo a quello che prima era tutto deserto e poi è arrivato il petrolio. E con il petrolio, il business.</p>
<p>In un paio di giorni, le persone che abbiamo incrociato sono state tutte gentili, è vero. Ma il nostro sguardo si è rivolto a quelle che hanno permesso, e permettono, che la città si espanda, diventi sempre più opulente, capitalistica, sfacciata.</p>
<p>Il nostro omaggio vuole andare a coloro che &#8211; silenziosi e educati &#8211; lavorano negli hotel (quasi &#8220;favoriti&#8221; perché svolgono le attività spesso in ambienti abbastanza puliti e con l&#8217;aria condizionata); a coloro che puliscono i giardini; alle cameriere e ai camerieri che ci servono nei ristoranti; agli addetti alla sicurezza; ai tecnici che fanno funzionare la metropolitana; agli operai che lavorano all&#8217;aperto (e vi possiamo assicurare che la temperatura, in agosto, raggiunge livelli altissimi e che l&#8217;afa toglie il respiro).</p>
<p>Gira l&#8217;Economia, si fa sviluppo, ma sulle spalle e la pelle dei meno fortunati. Così è. E, ovviamente, questo non riguarda soltanto Dubai.</p>
<p>Come si può notare dalle foto (riprese con il cellulare, purtroppo, ma speriamo che rendano l&#8217;idea), queste lavoratrici e questi lavoratori sono quasi sempre immigrati dagli altri Paesi dell&#8217;Asia, molti dall&#8217;Africa. E svolgono mestieri faticosi, il più delle volte. Ci chiediamo come e dove vivano, quanto vengano pagati; che Futuro si aspettano &#8211; per sé o per i propri figli &#8211;  e da quale Passato provengano&#8230;Ci sentiamo a disagio nel guardare il lusso che ci circonda &#8211; unico marchio dell&#8217;identità di Dubai &#8211;  mentre fotografiamo i loro volti, i loro gesti, i loro passi: faccio un sorriso per far capire &#8220;da che parte sto&#8221;, per non sentirmi troppo in colpa, ma fortunata.</p>
<p>Domani riprende il viaggio per la nostra destinazione: l&#8217;Oman. Sarà diverso, dicono. Sicuramente più interessante e intenso, ma a poca distanza, al confine, si trova lo Yemen e mi riprende il senso di frustrazione. E mi sento sempre più fortunata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11162" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2268" height="4032" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2268w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155544-e1534411951182-576x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 576w" sizes="(max-width: 2268px) 100vw, 2268px" /></a><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155353-e1534411935718.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11161" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155353-e1534411935718.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2268" height="4032" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155353-e1534411935718.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2268w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155353-e1534411935718-169x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 169w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/08/20180815_155353-e1534411935718-768x1365.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, 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		<title>&#8220;Diritti umani e imprese&#8221;. Guida al lettore</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jul 2018 07:20:04 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: left;" align="RIGHT"><span lang="it-IT">di Fabiana Brigante</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Che cosa si intende quando si parla di ‘imprese e diritti umani’ e quali sono i fattori che influenzano lo sviluppo di tale settore?</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il fenomeno della globalizzazione economica ha certamente consentito l’affermazione sulla scena mondiale delle imprese quali attori in grado di svolgere un ruolo dominante in campo non solo economico, ma anche politico, al punto da influenzare ed orientare le decisioni globali a discapito degli attori statali. Ci si riferisce soprattutto alle imprese multinazionali, enti operanti sul mercato mondiale attraverso una struttura complessa e gerarchizzata, che ha il proprio centro decisionale in una </span><span lang="it-IT">holding</span><span lang="it-IT">, o società madre, stabilita in un determinato paese, in grado di controllare le operazioni delle sue succursali o affiliate costituite in Stati diversi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I decenni intercorsi tra gli anni Settanta e la fine degli anni Novanta sono stati caratterizzati dal tentativo di disciplinare l’impatto delle imprese multinazionali sullo sviluppo e sulle relazioni internazionali. Tuttavia, nonostante gli sforzi e le risorse impiegate, non si è mai raggiunto uno strumento universalmente accettato e avente forza di legge. Il primo fallimento in tal senso si è registrato nel 1992, all’esito di un lungo processo sviluppatosi in seno al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC). Quest’ultimo aveva istituito due organi con lo scopo di redigere un progetto di Codice di condotta che regolasse l’attività delle imprese, contenente meccanismi di controllo e sanzione e avente valore di trattato internazionale. Le trattative, durate 15 anni, terminarono infruttuosamente a causa di insanabili disaccordi tra gli Stati. Allo stesso modo, la fine degli anni Novanta vide naufragare l’adozione dell’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (MAI), il quale avrebbe dovuto essere un mezzo per reintegrare i Paesi in via di sviluppo nell’economia globale garantendo l’afflusso di nuovi capitali di investimento. Il progetto apparve però troppo favorevole per gli Stati esportatori di investimenti; ne vennero contestati soprattutto i rischiosi effetti ambientali e sociali, considerando che la liberalizzazione degli investimenti avrebbe potuto accentuare la violazione da parte degli investitori privati delle normative statali.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In seguito agli insuccessi rilevati in seno all’ONU e all’OCSE, un’inversione di rotta ha portato alla predisposizione di atti giuridicamente non vincolanti e per questo chiamati atti di “</span><span lang="it-IT">soft law</span><span lang="it-IT">”. Questi strumenti devono essere considerati come mezzi alternativi a carattere persuasivo e di tutela della reputazione, inducendo l’adesione volontaria delle imprese agli stessi. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il concetto va di pari passo con quello di “responsabilità sociale d’impresa” (o Corporate Social Responsibility). Un’esaustiva definizione di tale concetto è stata fornita nel 2001 dalla Commissione Europea quale “integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”. Dunque, la produzione di beni è vista non solo come strumento di profitto, ma anche come occasione di realizzazione del benessere sociale. Essere “socialmente responsabili” significa gestire le operazioni economiche in modo da controllare e possibilmente migliorare gli effetti sociali ed ambientali dell’attività di impresa.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">A sostegno del mutato atteggiamento, si ricordano diverse iniziative, tra cui le </span><span lang="it-IT">Linee Guida</span><span lang="it-IT"> dell’OCSE e la Dichiarazione Tripartita dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Le Linee Guida sono raccomandazioni che i governi, congiuntamente, rivolgono alle imprese multinazionali e il cui rispetto è volontario. Sebbene le raccomandazioni contenute nelle Linee Guida non siano vincolanti per le imprese, lo sono tuttavia per gli Stati firmatari. È su questi ultimi che incombe la responsabilità di promuovere la loro applicazione: su di essi incombe l’obbligo di dotarsi delle strutture necessarie per l’implementazione delle stesse. In Italia ciò è avvenuto nel 2002 con l’istituzione del Punto di Contatto Nazionale, il quale ha il compito di assicurare la diffusione e la corretta attuazione delle Linee Guida, sia rispondendo alle domande degli interessati, sia attraverso iniziative che facilitino il confronto, il dialogo e la collaborazione fra istituzioni (ivi inclusi i PCN di altri Paesi), mondo economico, e società civile. La Dichiarazione Tripartita dell’ILO, così chiamata perché la sua elaborazione ha coinvolto rappresentanti degli Stati, dei lavoratori e degli imprenditori, costituisce una guida per imprese multinazionali, governi e organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori in ambiti quali occupazione, formazione, condizioni di vita e di lavoro e relazioni industriali.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli anni più recenti sono stati contrassegnati dallo sforzo dell’ONU di elaborare un sistema normativo internazionale che fosse giuridicamente vincolante e che si rivolgesse direttamente alle imprese. Il traguardo più recente si è raggiunto con l’adozione nel giugno del 2011 di una serie di Principi Guida in materia di diritti umani e imprese multinazionali da parte del Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui diritti umani e le imprese multinazionali John Ruggie.</span> <span lang="it-IT">La struttura interna dei Principi Guida è suddivisa in tre pilastri (</span><span lang="it-IT">pillars</span><span lang="it-IT">). Essi si riferiscono a: i) l’obbligo degli Stati di proteggere i diritti umani; ii) la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani; iii) la necessità di garantire alle vittime e potenziali vittime di abusi l’accesso a rimedi giurisdizionali e non. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In Italia, in attuazione dei Principi Guida è stato adottato il Piano di Azione Nazionale (PAN) su Impresa e Diritti Umani 2016-2021, risultato del lavoro del Gruppo di lavoro interno al Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU). Tra le priorità individuate dal PAN che costituiscono le sue principali aree di azione vi sono la promozione di processi di </span><span lang="it-IT">due diligence</span><span lang="it-IT">, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese; la promozione della protezione e della sostenibilità ambientale; il contrasto alle forme di sfruttamento, lavoro forzato, schiavitù e lavoro irregolare, con particolare attenzione ai migranti; la promozione dei diritti fondamentali del lavoro nel processo di internazionalizzazione d’impresa, con particolare riferimento ai processi produttivi globali; il contrasto alla discriminazione e la promozione delle pari opportunità. Per quanto concerne l’accesso ai rimedi giudiziari, il PAN ha previsto l’istituzione di un Gruppo di Lavoro su Impresa e Diritti Umani (GLIDU), con il compito di monitorare la progressiva attuazione del PAN, di coordinare il lavoro e di proporre future possibili revisioni. Tra le altre cose, il GLIDU è incaricato di identificare lacune o barriere che impediscano in tutto o in parte alle vittime di abusi collegati all’attività d’impresa di accedere a rimedi giurisdizionali, anche riguardo alle violazioni commesse da imprese italiane operanti all’estero attraverso imprese sussidiarie e/o partners. Il PAN prevede anche l’attivazione di corsi di formazione per giudici e avvocati sul tema e lo spiegamento di risorse per garantire l’accesso al gratuito patrocinio alle vittime, anche ai cittadini stranieri non residenti. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’</span><span lang="it-IT">excursus</span><span lang="it-IT"> effettuato nel presente articolo, lungi dal voler essere esaustivo, si pone l’obiettivo di fornire ai futuri lettori della rubrica gli strumenti per acquisire una conoscenza minima delle tematiche raggruppate sotto la locuzione “imprese e diritti umani” e di fare il punto sulla situazione attuale dell’Italia in tale contesto. Come si potrà facilmente intuire, lo scenario attuale, lungi dall’essere rassicurante, lascia spazio a domande e “zone grigie” all’interno delle quali molte violazioni di diritti umani perpetrate dalle imprese restano spesso impunite. La presente rubrica ha dunque come scopo quella di tenere informati i lettori sulle sfide e gli sviluppi, in Italia ma anche all’estero, che le questioni relative a questo settore presentano.</span></p>
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		<title>Osce: dalla parte dei difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jan 2018 08:45:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Francesco Martone per affarinternazionali.it &#160; Creata come istituzione dedicata alla sicurezza intesa come cornice per la stabilità e la pace nel Vecchio continente, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce)&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Martone per affarinternazionali.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Creata come istituzione dedicata alla sicurezza intesa come cornice per la stabilità e la pace nel Vecchio continente, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (<strong><a href="http://www.affarinternazionali.it/speciali/presidenza-italiana-dellosce/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Osce</a></strong>) aveva fin dal suo atto istitutivo riconosciuto la centralità dei <strong>diritti umani</strong> e delle libertà fondamentali come componenti della cosiddetta <a href="http://www.affarinternazionali.it/2017/12/osce-riscoperta-spirito-helsinki/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener noreferrer">dimensione</a> “umana” della sicurezza, accanto alla dimensione politico-militare ed a quella economico-ambientale. La dimensione umana della sicurezza rappresenta quindi il nocciolo duro di una “comunità di valori” quale quella che l’Osce intende coltivare e sostenere.</p>
<p><strong>Le iniziative dell’Odihr</strong><br />
Anche se le norme e gli standard prodotti dall’Osce non hanno carattere legalmente vincolante, essi restano “vincolanti” dal punto di vista politico. Il sistema dei diritti umani Osce è infatti più centrato sui processi attraverso una sequenza di incontri, conferenze, summit e incontri ministeriali. Ciò permette un aggiornamento continuo e una definizione ed elaborazione di standard spesso più elevati di quelli vigenti a livello internazionale.</p>
<p>Tale sistema prevede un ruolo centrale della <strong>società civile</strong> e la messa a punto di attività di sostegno e formazione per gli Stati membri, al fine di contribuire ad assicurare il pieno rispetto per i diritti umani e le libertà fondamentali, e a rafforzare e proteggere le istituzioni democratiche e la tolleranza.</p>
<p>È questo l’obiettivo dell’<strong>Odihr</strong>, l’<em>Office for Democratic Institutions and Human Rights</em> dell’Osce, con le sue missioni di osservazione elettorale, le iniziative di sostegno “tecnico” su <em>governance</em> democratica e società civile, e le missioni di campo.  Proprio grazie a questa caratteristica “dinamica” della cornice Osce sui diritti umani e la democrazia, è stato possibile negli anni elaborare strumenti innovativi capaci di cogliere le sfide che di volta in volta si presentano nell’area Osce ed a livello globale, come nel caso dei difensori dei diritti umani.</p>
<p>Ecco perché, in previsione della presidenza italiana dell’Organizzazione, la società civile del nostro Paese ha chiesto alla Farnesina di sfruttare il suo protagonismo per puntare i riflettori sui difensori dei diritti umani.</p>
<p><strong>Lo “shrinking space” per la società civile</strong><br />
Nel 1990, il Summit Osce di Copenhagen riconobbe il diritto di ogni persona a ricevere sostegno o assistere altre persone nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Nel 2006, in occasione di uno degli incontri sulla dimensione umana dedicato ai difensori dei diritti umani ed agli aspetti legislativi, statuali e non statuali, venne affrontato per la prima volta il tema dello <em>‘</em>shrinking space<em>’</em>, ossia della restrizione degli spazi di agibilità civica per le organizzazioni della società civile.</p>
<p>Sono spazi compressi da politiche di governo, da leggi restrittive, da campagne mediatiche di delegittimazione e criminalizzazione, da partiti o leader politici populisti e xenofobi, dagli attacchi fisici, dalle restrizioni alla liberà di associazione, di riunione, o di movimento. A farne le spese in particolare gli attivisti e le attiviste che lavorano su <strong>questioni di genere</strong>, diritti delle donne e Lgbqti, o organizzazioni impegnate su minoranze etniche o contro la corruzione. Più di recente, sono entrate nel mirino organizzazioni che praticano solidarietà con i <strong>migranti</strong>, prima in Ungheria e Polonia, ora anche nel nostro Paese.</p>
<p>Alla ministeriale di Dublino nel 2012, le organizzazioni della società civile chiesero che la questione dei difensori dei diritti umani venisse messa al centro dell’attenzione e che di conseguenza venissero elaborate linee guida per la loro protezione. Anche la presidenza svizzera del 2014 si espresse con forza sull’urgenza di proteggere i difensori dei diritti umani e per assicurare l’applicazione delle <a href="http://www.osce.org/odihr/guidelines-on-the-protection-of-human-rights-defenders?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener noreferrer">linee guida</a> Osce al riguardo adottate poco prima dall’Odihr. Punti ribaditi anche dalle presidenze successive. Queste linee guida – da applicare sia all’interno dei Paesi Osce sia nella dimensione “esterna” (per i Paesi dell’Unione europea in sinergia con le equivalenti linee guida Ue) – stabiliscono che le questioni relative ai difensori dei diritti umani travalicano i confini nazionali e sono parte degli impegni internazionali degli Stati.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/119632.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10020" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/119632.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="253" height="360" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/119632.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 253w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/119632-211x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 211w" sizes="(max-width: 253px) 100vw, 253px" /></a></p>
<p>Più di recente, l’Odihr ha pubblicato il primo <a href="http://www.osce.org/odihr/341366?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener noreferrer">rapporto</a> sull’attuazione delle linee guida sui difensori dei diritti umani per il periodo 2014-2016, in cui si denuncia la grave situazione dei difensori dei diritti umani in almeno 29 Paesi sui 57 dell’area Osce. I difensori sono sottoposti a minacce, attacchi, abusi di ogni genere, dalla criminalizzazione alla stigmatizzazione, ed a inaccettabili restrizioni della liberà di associazione, espressione e movimento. Una situazione che deve “preoccupare seriamente tutti i Paesi membri dell’Osce”.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/117269.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10021" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/117269.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="255" height="360" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/117269.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 255w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/01/117269-213x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 213w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a></p>
<p><strong>Alla ricerca di un relatore speciale</strong><br />
Questo grido d’allarme è stato ripreso nei recenti documenti prodotti dalla <em>Civil Society Platform</em>, in occasione dell’ultima ministeriale Osce di Vienna, nel dicembre scorso, in cui si denunciano un peggioramento della situazione in Azerbaijan e negli stati dell’Asia Centrale, in Russia e Turchia ed anche in Polonia, Ungheria, Ucraina, Italia e Stati Uniti.</p>
<p>Per questo la piattaforma propone, riprendendo la proposta dell’Odihr, la creazione di un relatore speciale per la società civile e per i difensori dei diritti umani e la creazione di strumenti di attivazione a tutela delle organizzazioni della società civile. Richieste sostenute anche dalla rete italiana “In Difesa Di – per i diritti umani e chi li difende”, che ad aprile aveva <a href="http://www.indifesadi.org/2017/04/12/presidenza-italiana-osce-unopportunita-per-impegnarsi-nella-tutela-di-chi-difende-i-diritti-umani/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener noreferrer">scritto</a> al ministro degli Esteri Angelino Alfano per chiedere che la questione dei difensori dei diritti umani venisse messa al centro dell’agenda della presidenza italiana Osce 2018, sulla scorta di un’importante risoluzione adottata nel febbraio scorso alla Camera dei deputati.</p>
<p>Il risultato è stato l’impegno della Farnesina a svolgere un seminario internazionale sulle buone pratiche per la protezione dei difensori dei diritti umani. Un passo importante al quale dovrà seguire un impegno chiaro per mettere la difesa dei difensori dei diritti umani e la protezione degli spazi di agibilità civica al centro dell’agenda, in continuità con le presidenze precedenti, ed a maggior ragione nell’anno nel quale si celebra il ventesimo anniversario della dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani.</p>
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		<title>Iran: la reazione negativa contro i baha’i espone l’estrema ostilità delle autorità per la minoranza religiosa</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jun 2016 10:33:46 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT"><b> </b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Fonte: <a href="http://ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=20073&amp;LangID=E&utm_source=rss&utm_medium=rss">ohchr.org</a></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6113" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6113" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (360)" width="320" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360-300x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-360-160x160.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w" sizes="(max-width: 320px) 100vw, 320px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">GINEVRA (8 giugno 2016) – Due esperti di diritti umani delle Nazioni Unite hanno affermato oggi che l’attuale ondata di istigazione all’odio verso la comunità baha’i, riflessa nei discorsi fatti da funzionari religiosi, giudiziari e politici della Repubblica Islamica dell’Iran “ha esposto l’estrema ostilità delle autorità iraniane per gli aderenti alla minoranza religiosa.”</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span lang="it-IT">Attacchi verbali da parte di funzionari statali contro una comunità già vulnerabile come i baha’i sono estremamente preoccupanti, non solo perché violano apertamente gli obblighi legali internazionali dell’Iran di non discriminare i suoi cittadini, ma perché potrebbero incoraggiare discriminazione e atti violenti contro questo gruppo”, ha affermato Ahmed Shaheed, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’ultima reazione negativa contro la comunità baha’i in Iran è iniziata dopo che la figlia dell’ex Presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, Faezeh Hashemi, ha visitato la casa di Fariba Kamalabadi, il giorno 13 maggio, dopo che alla signora Kamalabadi era stato concesso un rilascio temporaneo dalla prigione. La signora Kamalabadi è una dei sette leader baha’i che sono stati in prigione nel paese dal 2008 per aver esercitato pacificamente la loro fede.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 18 maggio, il portavoce ufficiale della magistratura, Gholamanhossein Mohseni Ejei, ha annunciato che la magistratura avrebbe intrapreso una causa formale contro la signora Hashemi, che aveva conosciuto la signora Kamalabadi durante un breve periodo di prigionia nella prigione di Evin nel 2012, perché la sua decisione di incontrare un prigioniero politico costituiva un “atto molto sgradevole e osceno.”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Secondo quanto riportato, dalla metà di maggio, 169 leader religiosi, della magistratura e politici hanno parlato o scritto apertamente contro la comunità baha’i in Iran. Tra il 18 maggio e il 4 giugno, i sermoni del venerdì di ecclesiastici nominati dall’Ufficio del Leader Supremo hanno attaccato, condannato o criticato le credenze abbracciate dai membri della comunità baha’i, dichiarando che la fede baha’i è essenzialmente un partito politico mascherato da religione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Dopo i sermoni del venerdì, un numero di giornali ha pubblicato articoli e op-ed che collegano membri della comunità baha’i ai nemici dell’Iran, marchiandoli come “sionisti” e incoraggiando alla violenza. Il 4 giugno, per esempio, Tasnim News Agency ha ricordato ai suoi lettori che la fede baha’i fu creata dalla Gran Bretagna e da Israele, che il considerare il “bahaismo” una religione legittima equivarrebbe ad attaccare l’Imam Occulto, e che gli individui che sono in contatto con questa setta devono essere perseguiti legalmente. </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span lang="it-IT">Commenti del genere sono vergognosi specialmente dato che così tanti baha’i sono già sottoposti ad arresti arbitrari, irruzioni in casa, confisca e distruzione delle loro proprietà e attività commerciali, diniego di impiego lavorativo, e accesso ristretto all’educazione”, ha sottolineato Shaheed. “[tali commenti] dimostrano chiaramente la sistematica e continuativa persecuzione di questa comunità da parte dello stato.”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci sono al momento almeno 72 baha’i in prigione solamente a causa delle loro credenze e pratiche religiose.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite, Heiner Bielefeldt, ha osservato che “i baha’i sono sempre stati un gruppo vulnerabile e marginalizzato, privo di appropriata protezione legale, perché la costituzione iraniana non li riconosce ufficialmente come una minoranza religiosa.” </span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span lang="it-IT">La retorica sempre più ostile contro la comunità baha’i non solo spoglia i suoi membri dei propri diritti e li tratta come cittadini di seconda classe” ha detto Bielefeldt, “Pone l’intera comunità di fronte a un precipizio molto pericoloso, dove la loro stessa esistenza viene minacciata.”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L’esperto ha ricordato che il governo iraniano è un membro del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali e ha affermato: “Queste convenzioni non solo proteggono il diritto delle persone alla libertà religiosa, che è un diritto inderogabile, ma anche il loro diritto alla libertà e alla sicurezza della persona”.</span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span lang="it-IT">Dopo anni di pregiudizio senza ritegno contro la comunità baha’i, l’ultimo round di attacchi e istigazione all’odio è veramente scioccante e assolutamente inaccettabile” ha detto Shaheed.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Lo Special Rapporteur sollecita le autorità iraniane “a porre fine a tutte le forme di discriminazione e istigazione contro i baha’i e a investigare accuratamente, e perseguire legalmente, gli individui che commettono questi atti, nonostante il loro rango o posizione.”</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli esperti delle Nazioni Unite hanno rinnovato il loro appello al governo iraniano di porre fine ad una discriminazione sanzionata dallo stato contro la minoranza. Hanno incoraggiato le autorità a riconsiderare i casi legali dei 72 baha’i attualmente in prigione per aver organizzato incontri religiosi, per aver sostenuto il diritto all’educazione, o per gestire gli affari religiosi e amministrativi della loro comunità.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I Special Rapporteur Ahmed Shaheed e Heiner Bielefeldt fanno parte delle Procedure Speciali del Consiglio per i Diritti Umani. Procedure Speciali, l’organo più numeroso di esperti indipendenti nel sistema dei diritti umani dell’ONU, è il nome comunemente usato per i meccanismi indipendenti di monitoraggio e inchiesta che si occupano della situazione di paesi specifici o di specifici problemi ovunque nel mondo. Gli esperi di Procedure Speciali lavorano come volontari; non sono staff dell’ONU e non ricevono uno stipendio per il loro lavoro. Sono indipendenti da ogni governo e organizzazione e servono a titolo personale. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><a name="_GoBack"></a><span lang="it-IT">Per i link della pagina in lingua originale e i contatti cliccare il seguente <a href="http://ohchr.org/EN/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID=20073&amp;LangID=E&utm_source=rss&utm_medium=rss">link</a>. </span></p>
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