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	<title>africani Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Nel fango di Korogocho con Alex Zanotelli</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Oct 2024 07:56:52 +0000</pubDate>
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<p>Oggi, 17 ottobre, è la Giornata mondiale per l&#8217;eliminazion della povertà e vogliamo pubblicare una recensione su un celebre testo di e su Alex Zanotelli </p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>Il mio ultimo articolo era dedicato all&#8217;attivista keniota Binyavanga Wainaina, scrittore schietto che racconta l&#8217;Africa meno popolare e non risparmia critiche a nessuno. Uno dei bersagli di Wainaina sono i missionari occidentali in Africa. Le critiche mosse dallo scrittore<br>africano mi hanno incuriosito sull&#8217;attività dei missionari. Mi è stato consigliato “Korogocho” di Padre Alex Zanotelli.<br>Chi è Zanotelli? Il libro sulla missione nella baraccopoli di Korogocho, in Kenya, ci racconta molto di lui. Formatosi dai padri comboniani, dal 1978 fino al 1987 assume la direzione di “Nigrizia”, rivista dedicata al continente africano.<br>Padre Zanotelli è scomodo sia per il clero che per la politica. Il cosiddetto “prete rosso”, nell&#8217;editoriale di Nigrizia del gennaio &#8217;85, “Il volto italiano della fame africana”, denuncia, facendo nomi e cognomi, la classe politica responsabile di usare i soldi destinati alla lotta<br>contro la fame per altri scopi. Il clero, invece, viene criticato dallo scrittore per un modello formativo che prepara preti adatti esclusivamente a un contesto medio-borghese.<br>Zanotelli desidera mettersi in discussione e vuole recarsi nelle baraccopoli per ricevere il “battesimo dei poveri”, ovvero spogliarsi del materialismo che permea la società occidentale. Arriva nella baraccopoli di Korogocho non senza difficoltà, perché “un prete deve avere una casa, un telefono e una macchina; altrimenti non è un &#8220;prete”.<br>La prima parte del racconto è proprio dedicata alla baraccopoli, al fango tra i rifiuti, a un inferno fatto di delinquenza, prostituzione e AIDS.<br>Il prete vuole uscire dai miracolismi per imboccare la strada della responsabilità civile e personale. Il suo impegno si traduce nella creazione di piccole comunità di auto mutuo aiuto, ma anche nella lotta politica attiva. Insieme ai baraccati, chiede rappresentanti<br>amministrativi e politici, chiede la terra. Vince la causa contro la multinazionale Del Monte, colpevole di sfruttare gli operai del Kenya. Il peccato istituzionalizzato, per Zanotelli, costringe a vivere 2 milioni di persone nell&#8217;1,5% della terra presente a Nairobi.<br>La nonviolenza attiva entra nella quotidianità dello scrittore quando ha già cinquant&#8217;anni.<br>Recentemente, tornato in Italia, si incatena a un albero per protestare contro la privatizzazione delle acque a Napoli.<br>Concludo questa recensione con le sue potenti parole:<br>&#8220;Mandate a quel paese chi vi dice che siete il futuro; il futuro non esiste, voi siete l&#8217;unico<br>presente che abbiamo e tocca a voi cambiare radicalmente tutto. Datevi da fare, ragazzi,<br>perché è questione di vita o di morte. Tocca a voi difendere la vita su questo pianeta&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. L&#8217;educazione come diritto umano fondamentale</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Apr 2024 14:41:36 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Nell’articolo 26 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) viene sancito che “Ogni individuo ha diritto all&#8217;istruzione” e che “l&#8217;istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali”.</p>



<p><br>Per quanto riguarda il continente africano questo diritto non viene ancora garantito; in Africa, infatti, il tasso di analfabetismo è ancora molto alto e tantissime persone non hanno accesso all&#8217;istruzione.<br>Entro il 2030 le Nazioni Unite si sono poste l’obiettivo di garantire agli individui equità e qualità nel completamento dell’educazione primaria e secondaria, di ridurre la disparità di genere nell’istruzione e aumentare di conseguenza il tasso di alfabetizzazione della popolazione mondiale, ma La situazione in Africa, soprattutto nella parte occidentale e centrale, è catastrofica perché una persona su tre tra i 25 e i 65 anni risulta analfabeta e i genitori non sono di esempio ai figli.</p>



<p><br>Entro la metà del secolo i bambini e gli adolescenti sotto i 18 anni raggiungeranno in Africa la cifra di un miliardo e entro il 2030 in Africa subsahariana più del 70% dei bambini riceverà un’educazione insufficiente anche perché la qualità dell&#8217;educazione scolastica è abbastanza scarsa e ciò è grave in quanto l&#8217;istruzione consente alle persone di sopravvivere e prosperare, previene la trasmissione della povertà e costruisce comunità più pacifiche, maggiore impegno civico e democrazie più forti.</p>



<p>Le regioni africane del Togo e del Benin sono tra le più povere al mondo e rappresentano territori in cui un’alta percentuale della popolazione è analfabeta.<br>In Togo il tasso di alfabetizzazione è di circa il 60%, ma gli insegnanti sono così poco preparati che solo il 17% dei loro studenti è in grado di leggere o scrivere (secondo il report “Transforming education in Africa” (2021) dell’Unicef, solo il 40% degli insegnanti del Togo ha ricevuto formazione per essere qualificato).<br>In Benin, poi, la situazione è ancora più grave. Si può dire che la povertà rappresenta tanto la causa quanto la conseguenza dell’analfabetismo ed è per questo che diventa fondamentale intervenire per migliorare questa situazione.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. HIV: dati incoraggianti</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Dec 2023 10:39:57 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p><br>Il primo dicembre è la giornata mondiale per la lotta contro l&#8217;HIV, ma questo è solo uno dei motivi che mi porta a parlare di questo virus.<br>E&#8217; ancora viva l&#8217;attenzione su questo tema? La situazione in Africa è immutata? L&#8217;Iss riferisce che quest&#8217;anno, in Italia, tra gli over 50, la quota delle diagnosi tardive (con una situazione immunitaria compromessa) arriva all&#8217;80%. Alla luce del dato appena fornito, non possiamo di certo affermare che colpisca solo ragazzi disattenti e disinformati.<br>L&#8217;Africa, però è ancora il Paese più colpito dalla pandemia di HIV.<br>L&#8217;origine del virus non è del tutto chiara. Ha compiuto un salto di specie dai primati all&#8217;uomo e secondo alcuni epidemiologi si è inizialmente diffusa, nei primi del &#8216;900, nelle metropoli coloniali africane come il Congo, a seguito dei processi di inurbamento e di concentrazione della popolazione.<br>La scarsa resistenza dell&#8217;HIV rende poco accreditata l&#8217;ipotesi secondo cui l&#8217;uso di siringhe non sterili abbia contribuito alla diffusione del virus.<br>E&#8217; decisamente più probabile che ci sia una correlazione tra i piani di aggiustamento strutturale imposti dalla Banca mondiale e dal Fondo monetario internazionale e la pandemia. I piani di aggiustamento già citati, infatti, portarono al collasso dei sistemi sanitari, all&#8217;impoverimento della popolazione e conseguentemente al fatto che molte donne per sopravvivere si trovarono costrette a<br>mercificare il proprio corpo.<br>Che dire però della situazione attuale? Alcuni Paesi come Botswana, Ruanda, Eswatini, Tanzania, e Zimbabwe hanno attuato politiche efficaci nel contenere i contagi e curare i malati di Aids. Si è raggiunto il cosidetto “95-95-95”: il 95% delle persone che vivono con il virus è consapevole del proprio stato, il 95% di queste persone è in trattamento antiretrovirale e il 95% di coloro che sono in trattamento ha carica virale non rilevabile (e perciò non trasmissibile). Altri 16 Paesi , di cui otto in Africa sub-sahariana, regione in cui vive una buona parte delle persone HIV positive del mondo, sono sulla buona strada raggiungere questo obiettivo.<br>I programmi di sensibilizzazione dei Paesi africani “virtuosi” sono basati sulle comunità e non stigmatizzano le popolazioni più a rischio, come omosessuali, sex-worker o tossicodipendenti. I governi di questi Paesi hanno pensato a programmi che affrontano le disuguaglianze e forniscono finanziamenti adeguati.<br>Tornando nel nostro Paese, segnalo l&#8217;associazione con cui sono venuto in contatto per sapere di più sul virus, si tratta di ASA. L&#8217;associazione non fornisce solo informazioni, ma svolge una serie di attività di sensibilizzazione e supporto. Ecco il sito: asamilano30.org</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. La situazione dell&#8217;Africa subsahariana post-Covid</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2023 08:43:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Filippo Cinquemani L’Africa viene vista ancora come un continente afflitto da povertà e conflitti nonostante le grandi potenzialità politiche, economiche, culturali e scientifiche. Rispetto ad altri continenti, in diversi Paesi africani assistiamo ad&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>L’Africa viene vista ancora come un continente afflitto da povertà e conflitti nonostante le grandi potenzialità politiche, economiche, culturali e scientifiche. Rispetto ad altri continenti, in diversi Paesi africani assistiamo ad una crescita significativa.</p>



<p>La pandemia di COVID-19 riguarda, naturalmente, anche i Paesi dell’Africa subsahariana. Alcuni Stati della regione, in particolare, stanno dimostrando di affrontare abbastanza bene le sfide sanitarie, forti anche delle esperienze passate in tema di pandemie. La crisi economica globale, però, associata alla COVID-19 colpisce tutti.</p>



<p>La maggior parte dei Paesi dell’Africa subsahariana, infatti, fa fatica a sostenere la popolazione e l’economia con misure statali.</p>



<p>L&#8217;anno appena trascorso non è stato “facile” per l’economia dell’Africa Subsahariana,. L&#8217;agenzia di ratings, Fitch, prevede che il debito medio “nell’Africa subsahariana sarà al di sotto del 65% nel 2023, dopo essere arrivato al 72% nel 2020, aiutato dalla ripresa economica dopo la pandemia, dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dagli sforzi per ridurre i deficit di bilancio, ma questo livello si confronta con una media del 57% nel 2019, prima della pandemia, e con meno del 30% tra il 2007 e il 2013”.</p>



<p>I rischi che questi Paesi devono fronteggiare sono legati principalmente al significativo rallentamento globale, all’elevata inflazione, alle difficili condizioni finanziarie, al generale indebitamento delle economie determinato dalla pandemia e ora dall’invasione russa dell’Ucraina.</p>



<p>Possono, però, fare leva  sull&#8217;’aumento dei prezzi delle materie prime in un continente in cui ce ne sono in abbondanza e che offre la possibilità di creare fondi di stabilizzazione o fondi sovrani per proteggersi da shock futuri. Il 2022 è stato un anno in cui la maggior parte delle valute africane hanno perso valore, una tendenza che potrebbe proseguire anche nel 2023. Quest&#8217;ultimo dato riguarda, però, soprattutto economie instabili a causa di guerre, come in Sudan.</p>



<p>La crisi rischia di vanificare i progressi compiuti negli ultimi anni in termini di politica di sviluppo, ma l&#8217;area può contare sull&#8217;appoggio di   Stati come la Svizzera; inoltre, la difficile situazione potrebbe rappresentare anche un’opportunità, ad esempio per quanto riguarda lo sviluppo della tecnologia digitale e la riconversione economica. </p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Guinea, un vescovo a sostegno della giunta militare</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jan 2022 09:27:19 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p>Come possono combaciare gli interessi di un ex professore della Sorbona, di un vescovo e di un militare?</p>



<p>In Guinea, pochi mesi fa (inizio settembre 2021), il presidente eletto Alpha Condé è stato deposto dal colonnello Mamady Doumbouya, autoproclamatosi Presidente della Repubblica e collocatosi alla guida della giunta militare che sta gestendo il governo in questi mesi.</p>



<p>Ma facciamo un passo indietro: il presidente Alpha Condé, tanto atteso e voluto dalla popolazione guineana è stato professore alla Sorbona e primo presidente eletto in Guinea. Sono tempi difficili: il Paese è alla fame, senza infrastrutture né progetti, Condé tiene il Paese unito, sconfigge anche Ebola e viene rieletto una seconda volta. A seguito di queste seconde elezioni il percorso di Condé diventa quello dei così detti “presidenti dinosauri” che amo citare nei miei articoli: indice, infatti, un referendum per modificare la costituzione in modo da avere garantito un ulteriore, terzo mandato.</p>



<p>Così fu, Condé vinse il referendum e gli ulteriori mandati “garantiti” divennero tre: troppi anche per un presidente amato dal suo popolo. Doumbouya è un giovane militare cresciuto al fianco del Presidente che qualche anno dopo, stanco del suo attaccamento alla poltrona, tradisce miseramente.</p>



<p>L’ormai 83enne Alpha Condé il 2 settembre 2021 viene deposto a favore di una giunta militare guidata dal suo pupillo Doumbouya il quale, da subito, ha tentato di rassicurare le varie etnie guineane garantendo alcune concessioni: libera una buona parte dei prigionieri politici, apre le sedi di alcuni partititi chiusi e ha addirittura abbassa il costo della benzina.</p>



<p>Poco dopo la sua ascesa, però, riceve una strana lettera formale direttamente dal Vaticano firmata Robert Sarah, membro della Congregazione per le chiese orientali, molto legato al papa emerito Benetto XVI e molto distante dall’attuale Papa Francesco. Scrive una lettera di sostegno che è forse il primo e unico riconoscimento internazionale ad un colpo di stato “Le pagine sono tornate bianche”, come ad evocare una pace ritrovata.</p>



<p>Questa lettera fa ovviamente scalpore: viene vista come un gesto di rivolta, poiché scritta da un uomo che in Vaticano rappresenta il potere religioso – ricordiamo che Sarah è in questo momento cardinale e arcivescovo &#8211; che si mischia ancora una volta a faccende politiche.</p>



<p>Voi direte, tutto normale. Sì, forse lo è o forse siamo abituati a questo; anni di storia ci hanno insegnato che forza politica e religiosa è meglio tenerle separate. Un connubio, nel caso guineano, ancora più delicato poiché il politico sostenuto è un militare che ha appena destituito un governatore che, seppur 83enne, era riuscito a governare il suo popolo per tanti anni.</p>



<p>Lungi da me difendere uno dei tanti dinosauri africani ma è forse ancora più complesso difendere un’ingerenza così importante.</p>



<p>La situazione attuale sembra calma, Alpha Condè ha rifiutato per giorni di cibarsi nel timore di essere avvelenato, comportamento che ha costretto i suoi carcerieri a concedergli il suo cuoco e la sua cameriera. Risulta inoltre che Doumbouya gli abbia offerto un facile asilo all’estero ma che Condé abbia fermamente rifiutato. Vi terremo aggiornati sulla situazione e sulla possibile data delle elezioni (con calma, forse tra 24 mesi o più probabile tra 36).</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Niger, migranti tra miniere di oro e uranio</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jan 2021 08:08:14 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="500" height="326" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/niger_uranio.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14960" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/niger_uranio.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/niger_uranio-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Uno dei Paesi più poveri al mondo, nel quale il problema della migrazione vede i suoi massimi livelli di illegalità. Il Niger, negli ultimi anni, sta assistendo a delle piccole crescite economiche, instabili e non continue ma che hanno prodotto una piccola riapertura dell’economia locale.</p>



<p>Al fianco di questa situazione vediamo un paese che si trova tra i primi produttori ed esportatori di uranio e oro, due ricche materie prime che però viaggiano separatamente. Partendo dall’uranio, per il quale il Niger è il quarto produttore mondiale, possiamo affermare che la sua produzione si trova in un momento di crisi.</p>



<p>La Compagnia mineraria d’Akouta chiuderà la sua produzione nel marzo 2021 (i suoi costi di produzione sono insostenibili: si aggirano sui 76 euro al chilo, quando il prezzo dell’uranio è di soli 54 euro). Anche la Società delle miniere dell’Aïr è ormai a fine vita, e ha già fortemente ridotto la produzione.</p>



<p>In questo incerto scenario, ci sono però altre miniere che incrementano le loro produzioni, quelle del settore aurifero. A fianco dell’estrazione industriale, che assicura una produzione annua nell’ordine della tonnellata, dal 2010 si assiste a una vera e propria corsa all’oro nel Nord, nelle regioni di Tchibarakaten e dell’altopiano di Djado, alla frontiera con la Libia e l’Algeria. Tutto questo ovviamente sta portando a conseguenze violente, con finanziamenti a banditi e al traffico d’armi. L’International Crisis Group (Icg) solleva forti sospetti che dei gruppi armati, anche jihadisti, abbiano trovato un terreno di reclutamento nello sfruttamento aurifero artigianale. Non meno di 300.000, sempre secondo l’Igc, sarebbero i cercatori d’oro artigianali in Niger. La ricerca dell’oro è considerata un’attività&nbsp;permessa da Allah, e, secondo l’Igc, nei siti minerari del dipartimento di Torodi sono stati pronunciati sermoni jihadisti che esortavano al rispetto della sharia.</p>



<p>Ultima materia che sarebbe in grado di arricchire il Niger è il petrolio, la cui produzione è ad oggi modesta ma che potrebbe triplicare nell’arco di un anno. È, infatti, stato costruito un oleodotto di 2.000 km ad Agadem ed è stata sottoscritta una convenzione con la China National Oil and Gas Exploration and Development Corporation per lo sviluppo di questo settore.</p>



<p>Tutte queste evoluzioni economiche del paese non sortiscono in realtà l’effetto desiderato, dato che il Niger deve dedicare il 18% del suo bilancio alla sicurezza, minacciata dal terrorismo su tre fronti. Già nel 2013 un’autobomba danneggiò lo stabilimento della miniera d’uranio di Arlit, uccidendo un dipendente e ferendo quattordici lavoratori. La produzione rimase interrotta per quattro settimane. Il 25 ottobre, il governo ha vietato gli spostamenti senza scorta militare delle organizzazioni umanitarie nelle regioni di Tillabéry e di Tahoua, che ospitano 150.000 rifugiati e sfollati in seguito a violenze che hanno fatto centinaia di morti. Nel Sud-est, si moltiplicano gli attacchi di Boko Haram, insediato nel Nord della Nigeria e nelle isole del Lago Ciad. Secondo l’Onu, tra gennaio e agosto del 2019 sono state rapite 179 persone. L’insicurezza ha obbligato Medici senza frontiere a lasciare la città di Maine-Soroa.</p>



<p>Ad oggi, quindi, la situazione vede quasi 450.000 rifugiati e sfollati presi in trappola, spinti fuori dalle aree flagellate dalla violenza, come il Nord della Nigeria o il Mali, e sempre più in difficoltà per raggiungere la Libia e l’Europa. Una situazione di instabilità per tutta la popolazione che deve resistere alle violenze del terrorismo e alle usurpazioni di materie prime che, se gestite in maniera saggia, potrebbero rendere più stabile e ricco l’intero paese.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Cioccolato per pulire la coscienza</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2020 09:11:24 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>In questi giorni sta girando un video in rete, ormai divenuto virale, di un ragazzo africano, sporco e senza scarpe, che assaggia per la prima volta del cioccolato. Ho deciso di scrivere un articolo partendo da un video perché è un ottimo spunto di discussione e, soprattutto, perché ho letto dei commenti al video che mi hanno fatto pensare molto: “poverino, pregherò per te” – “che dolce, gli darei tutto il cioccolato che ho in casa”.</p>



<p>Il punto è proprio questo, non dobbiamo dare a questi bambini il cioccolato che abbiamo nelle nostre dispense ma capire perché a loro non è concesso averlo anche se vivono nel continente più ricco di questa materia prima.</p>



<p>Molti turisti europei, in vacanza dopo un anno di lavoro, si recano in alcuni dei posti più belli al mondo (Sud Africa o Madagascar, per esempio) pensando di poter pulire la loro coscienza regalando caramelle (o cioccolato) a bambini di strada.</p>



<p>E se una foto immortala l’evento il tutto assume più valore.</p>



<p>Il primo concetto sbagliato di questa azione è che, in alcuni Stati dell’Africa – come il Kenya o l’Egitto -, questo gesto si è trasformato in un vero e proprio business: centinaia di bambini non frequentano più la scuola per intrattenere turisti e ottenere così qualche euro da portare alla famiglia. Altro concetto che mi preme sottolineare è quello in base al quale il denaro lasciato direttamente alla popolazione locale non crea ricchezza, né a loro, né tanto meno aiuta lo sviluppo del Paese ma, anzi, produce lotte interne e conflitti tra famiglie ed etnie.</p>



<p>Ma torniamo al video che tanto mi ha fatto arrabbiare. Ecco perché.</p>



<p>La sola Costa d’Avorio è il principale produttore mondiale di cacao e, esclusa l’isola, in Africa si raccolgono il 70% delle fave di cacao che deliziano i nostri palati. Costa d&#8217;Avorio e Ghana, che insieme a Nigeria e Camerun producono il 70% dei semi di cacao mondiale, incassano solo il 5% del valore economico prodotto a livello globale (circa 120 miliardi annui). Questo fenomeno diventa possibile quando l’intera lavorazione della materia prima avviene in un paese diverso da quello di raccolta. Immaginate anni di lavoro per coltivare le fave di cacao, fatica e cura per la raccolta e subito dopo: l’esportazione. In questo modo il guadagno per la vendita delle fave lavorate sarà esclusivamente del paese esportatore che attiverà un ciclo produttivo importante per la trasformazione delle fave in cioccolato.</p>



<p>Ad inizio 2019 i due maggiori paesi produttori hanno proposto e raggiungo un accordo commerciale con importanti attori dell’industria globale del cioccolato.&nbsp;L’idea di base era che i due Paesi bloccassero tutte le esportazioni verso gli acquirenti che si rifiuteranno di pagare un prezzo minimo stabilito per la materia prima. L’accordo finalmente raggiunto prevede che gli acquirenti paghino un prezzo non inferiore ai 2.600$ per tonnellata di materia prima ai produttori di Ghana e Costa d’Avorio, contro un attuale prezzo medio globale di circa 2.430$.</p>



<p>Il punto, quindi, sta proprio nel fatto che chi ha offerto quel pezzo di cioccolato si è palesato come un ladro. Il cioccolato ora donato è stato prima rubato a quel popolo dalle sue terre e poi riofferto dal rapinatore con pena. E aver girato un video per immortalare questo gesto ha reso il tutto ancora più grave – non approfondirò in questo momento la motivazione.</p>



<p>Per concludere, non vorrei con questo scritto spingervi a non fare del bene ma vorrei lo faceste con testa e conoscenza: l’Africa non ha bisogno di essere salvata da noi e quei bambini non hanno bisogno di cioccolato e caramelle. Hanno bisogno di diritti! Quello che potete fare è informarvi e iniziare a lottare e sensibilizzare la popolazione italiana partendo dal vostro divano, come sto facendo io. Poi, ovviamente, l’Africa è fantastica quindi vi consiglio di viaggiare e di conoscerla, ma attenzione se decidete di fare un viaggio di volontariato nel Caldo Continente non fatelo per portare cibo o denaro, fatelo per affiancare la popolazione locale per il riconoscimento dei loro diritti.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221; Raccontare l&#8217;Africa</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2020 06:46:22 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="780" height="516" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Raffaele-Masto-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14472" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Raffaele-Masto-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 780w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Raffaele-Masto-2-300x198.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/08/Raffaele-Masto-2-768x508.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 780px) 100vw, 780px" /></figure></div>



<p>di Veronica Tedeschi </p>



<p>L’articolo di questa settimana, che chiama a gran voce un reinizio post-Coronavirus, lo vorrei dedicare ad un grande giornalista che proprio a causa di questa pandemia ci ha lasciati prematuramente: Raffaele Masto.</p>



<p>Il giorno in cui fu annunciata la sua morte piansi, come ad aver perso una persona cara, nonostante io Raffaele non lo conoscessi di persona. Conoscevo però le sue storie, i suoi viaggi e, soprattutto, i suoi articoli che l’hanno per me reso maestro e mentore in campo giornalistico. Certamente le sue doti di scrittore e giornalista erano evidenti a tutti, era un grande professionista ma per chi amava l’Africa c’era di più: la capacità di Raffaele di raccontare il caldo continente era incisiva, precisa e senza sbavature. Da subito i suoi scritti si distinsero dalla folla di blogger amanti dei viaggi, l’Africa raccontata da Masto non era, finalmente, quella delle guerre e del Biafra.</p>



<p>In questi ultimi vent’anni i racconti sull’Africa hanno visto un netto cambiamento: fino agli anni 2000 l’Africa era unicamente quella del Biafra, del bambino malnutrito e delle guerre. Nei primi anni 2000, invece, l’Africa diventò, in pochissimo tempo, Musulmana, la mamma chioccia dei più malvagi terroristi. Solo da qualche anno il continente è anche “altro”, l’Africa Post Biafra è l’Africa dei viaggiatori e dei giornalisti progressisti che hanno avuto il coraggio di dire che l’Africa è accoglienza, cultura, storia e altruismo. Raffaele per raccontare l’Africa partiva proprio dagli africani che da subito poneva in una posizione di parità dando loro la possibilità di poter raccontare sì gli aspetti negativi ma anche i numerosissimi aspetti positivi del paese.</p>



<p>Raccontare l’Africa, questo era quello che Raffaele amava fare.</p>



<p>Di seguito un suo pezzo, riportato nell’ultimo numero della Rivista Africa con il quale voglio fare a lui elogio e ringraziamento:</p>



<p>“L’Africa non è più il continente che si presentava agli esploratori ottocenteschi, non è nemmeno quella romantica di Karen Blixen o quella delle grandi speranze dei padri della patria del post-colonialismo che Ryszard Kapuscinski ha così ben raccontato. L’Africa del terzo millennio è un continente che non sa dove andare, abbagliato dal mito dell’Occidente e contemporaneamente deluso, rassegnato, roso dal cancro della corruzione e dilaniato dalle guerre. Questa paralisi è il risultato della Storia, è un effetto ritardato dell’incontro con l’Occidente. Noi non sappiamo dove sarebbe andata l’Africa se il suo percorso non si fosse intersecato con il nostro. Probabilmente il suo processo di sviluppo non avrebbe avuto bisogno dello Stato-nazione, dei confini, dell’accumulazione del capitale. È stato l’Occidente – con il suo bisogno di espansione, di forza lavoro, di materie prime – che ha spinto le civiltà africane su binari che non erano i loro.</p>



<p>L’Africa ha resistito, e ancora oggi ce ne sono i segni. Il colonialismo, dopo aver vinto e sottomesso l’Africa che procedeva per la sua strada, a un certo punto, mutate le necessità di espansione e di controllo di mercati e materie prime, l’ha lasciata a sé stessa con il risultato che gli africani non potevano più tornare indietro e riprendere la vecchia strada, né erano più in grado di andare avanti autonomamente. Una paralisi, appunto, che si esprime in diverse forme, anche con la guerra che in Africa è spesso conflitto tra etnie. Etnie che, se nella storia autoctona del continente avevano un senso, inserite nel contesto della nostra storia occidentale appaiono invece assurde e incomprensibili.”</p>



<p>“In Africa le religioni tradizionali sono fortemente radicate nella popolazione di ogni ceto e non sono solo una questione di riti, ma qualcosa di più. Sono un’interpretazione del mondo e della vita che la civiltà vincente non è riuscita ad estirpare. L’africano può essere cattolico, protestante o islamico, ma per lui il culto degli antenati è qualcosa che va oltre la religione che dice di professare. La stessa cosa vale per il rapporto con la natura, o per la sacralità dei legami della famiglia.”</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una vittima inaspettata del Covid-19</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 07:52:59 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14404" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1536x1022.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Uno degli Stati africani più colpiti dall’epidemia da Coronavirus è sicuramente il Sud Africa. Qui l’epidemia è andata in controtendenza rispetto a quanto avvenuto in altri Paesi. Il lockdown anticipato, appena tre settimane dopo il primo caso confermato il 5 marzo, sembrava aver risparmiato al Paese la rapida crescita esponenziale avvenuta in Italia e in Spagna. Ma così non è stato e, seppur lentamente, i casi oggi sono arrivati a 225.000, per un totale di quasi 4.000 morti e 106.000 guariti.</p>



<p>Sicuramente, più in generale, gli stati africani più colpiti sono stati e sono ancora oggi quelli in cui si sono sviluppate grandi metropoli come Johannesburg, Il Cairo o Dakar, dove le persone hanno faticato a fermarsi e ad arrestare i loro affari.</p>



<p>A Johannesburg c’è, però, stata un’altra importante vittima inaspettata: la birra.</p>



<p>Difatti, la South African Breweries (Sab), il più grande produttore di birra del Sudafrica, ha dovuto distruggere 25 mila di litri di birra e dovrà ancora distruggerne più del doppio. Il motivo di tanto spreco deriva dal lockdown imposto dal paese che ha tirato il freno a mano alle vendite, costringendo la grande azienda a distruggere le riserve per mancanza di spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14405" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo-80x80.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p>Penserete alla possibilità di riprendere le vendite tramite e-commerce, la modalità di vendita interamente telematica che qui in Italia ha avuto un discreto successo e si è sviluppata molto velocemente. Anche in Sud Africa (e in molti stati del Continente) questa nuova modalità ha suscitato la curiosità di piccoli e grandi imprenditori che, pur con i limiti del caso relativi a rete e tecnologia, si sono buttati in questa nuova esperienza. Il problema per la Sab, però, non si è così risolto poiché il paese sudafricano ha completamente vietato la vendita e il trasporto di alcool impedendo, quindi, al produttore persino di spostare le riserve in altri magazzini.</p>



<p>Vien da sé che questo divieto ha portato all’aumento delle vendite in nero (sia di alcool che di sigarette). In una dichiarazione ufficiale, la Sab si è detta rammaricata e ha aggiunto che il divieto di vendita di alcool non elimina la domanda ma semplicemente «consegna il mercato a criminali e trafficanti».</p>



<p>Come spesso accade, le altre vittime di azioni governative così rigide sono i dipendenti (quasi 100.000) del grande produttore, i quali, se l’azienda non riuscirà a breve a riprendere a pieno le vendite e la produzione della bevanda luppolata, rischieranno il posto di lavoro.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221; Il calore della giungla</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2020 07:46:59 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14282" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/yyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyyy-1-2048x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>dav</figcaption></figure></div>



<p>Ha appena smesso di piovere ma fa comunque molto caldo: il sole, in pochi minuti, ha subito ricaricato l’aria di un’umidità sfiancante. Con i suoi soliti jeans e le ciabatte di gomma, Alì oggi vuole farci fare un giro del villaggio. E così, dopo una breve preparazione inizia il nostro tour per le strade di Kabala, un luogo incantato immerso nella giungla nel nord della Sierra Leone: curiosi e sudati, zaino in spalla, partiamo immediatamente.</p>



<p>La visita inizia dalla biblioteca, un luogo estraneo rispetto a quanto visto fino ad ora: pulita, ordinata e con addirittura una stanza dedicata ai corsi di informatica, dotata di PC e accessori vari (penso subito che la biblioteca del mio paese in Italia non fornisca un servizio di questo tipo). Compare Tambay, il proprietario di casa nostra, che, serioso e agitato, ci dice che sta concludendo l’ultima lezione di un corso e che lo stesso giorno avrebbe dovuto sostenere l’esame di conoscenze informatiche. Gli facciamo un in bocca al lupo e proseguiamo.</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14284" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption>dav</figcaption></figure></div>



<p>La struttura mi accoglie con una scritta “No matter the crime, every one has the right to fair trial”. Il diritto ad un equo processo, così importante e così spesso sottovalutato: quel cartello, posto proprio all’entrata della biblioteca, rappresenta a mio parere un monito per tutti gli abitanti di Kabala che, come un urlo, ricorda a tutti di avere dei diritti!</p>



<p>La calda camminata prosegue tra bambini e casette di fango, campi di calcio improvvisati e profumo di cibo.</p>



<p>Bambini e Africa sono due parole spesso associate e la realtà che si trova nel caldo continente è proprio questa: in ogni angolo e lungo tutte le strade si trovano bambini di ogni età. In Sierra Leone accade la stessa cosa anche se, in generale, percepisco la stanchezza di una popolazione che, dopo una sanguinosa guerra civile, ha dovuto affrontare ebola per vedere parenti e amici andarsene. Si percepisce nell’aria un’attenzione in più agli sguardi e alle parole, atipica degli africani. In generale, però, conosco persone cordiali e gentili, ritrovo l’accoglienza e il calore che da sempre accompagna i miei viaggi in Africa.</p>



<p>L’ultima fermata del tour è il luogo nel quale avremmo dovuto lavorare: la School for the blind, una casa, con annessa scuola, dedicata ai bambini ciechi del quartiere abbandonati nella foresta. La prima cosa che vorrei sottolineare è che per arrivare in questo luogo abbiamo dovuto riprendere l’auto poichè la struttura è sita immediatamente alle porte del villaggio, quasi come a significare “ci siete, ma non troppo vicino”.</p>



<p>La condizione dei disabili africani eredita un passato fatto di superstizioni e pregiudizi. Nel portatore di handicap gli africani vedevano, e tuttora, in larga parte, vedono, qualcosa di strano. Un’anomalia che, per forza, deve venire da un intervento esterno, più o meno spirituale. Un fenomeno che va interpretato. Se è nato un disabile è perché qualcuno ha fatto il malocchio, oppure i genitori si sono comportati male, oppure conoscenti o parenti hanno fatto riti speciali, ecc.</p>



<p>Questi bambini ne sono la rappresentazione, abbandonati nella foresta hanno dovuto lottare per vivere e per poi trovare accoglienza in una struttura che preserva la loro vita ed educazione ma che si trova ai margini del villaggio e dell’intera società.</p>



<p>«Il disabile – conferma Pierre Kouasi, religioso africano – era una sorta di maledizione. Non si capiva perché una famiglia potesse avere un figlio “non normale”. L’uccisione di un bambino disabile era una pratica comune. Venivano eliminati e poi, d’accordo con la famiglia, si diceva che il piccolo era morto durante il parto. Se sopravvivevano, venivano nascosti».</p>



<p>Scossa e con tanti pensieri per la testa accetto di voler tornare alla guesthouse, la casa dei bambini ciechi mi stava incantando e dando forza di lottare, sperare e amare. C’era tanto da fare, da pensare e io volevo iniziare subito, volevo rimanere con quei bambini.</p>



<p>Torniamo a casa dopo un pomeriggio di riflessioni che avevano completamente cancellato l’incontro in biblioteca con Tambay; alle porte dell’ostello il suo sorriso ci accoglie, l’esame era stato passato con successo!</p>
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