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	<title>Alberto Giuliani Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Alberto Giuliani Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Documentare la realtà: con immagini e parole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 27 Nov 2013 06:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Giuliani]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alberto Giuliani, a poco più di 30 anni , è un fotografo già affermato, con sedici anni di professione, pubblicazioni e riconoscimenti internazionali. I suoi reportage hanno raccontato la crisi economica e la desolazione&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Alberto<br />
Giuliani, a poco più di 30 anni , è un fotografo  già affermato,<br />
con sedici anni di professione, pubblicazioni e riconoscimenti<br />
internazionali.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I suoi<br />
reportage hanno raccontato la crisi economica e la desolazione<br />
dell’Argentina; gli orrori dei conflitti in Afghanistan e nei Paesi<br />
della ex Jugoslavia;  hanno denunciato le sterilizzazioni forzate in<br />
Perù e sono state utilizzate dal Tribunale Internazionale come una<br />
delle prove per accusare di violazione dei diritti umani il regime di<br />
Alberto Fujimori. E non solo: Alberto Giuliani ha raccontato le<br />
mafie, con le sue immagini (“<i>Malacarne<br />
– Vivere con la mafia</i>”)<br />
e con uno spettacolo teatrale, preparato e scritto insieme a Roberto<br />
Saviano.<br />E&#8217; uno dei soci fondatori di Luz Photo: tutto è cominciato tre anni<br />
fa, al momento della chiusura di Grazia Neri, agenzia che ha fatto la<br />
storia della fotografia italiana, per la quale il fotoreporter ha<br />
lavorato quindici anni. Ma oggi Alberto ha avuto un&#8217;altra idea<br />
interessante: usare la fotografia come narrazione di storie. E&#8217;<br />
diventato, quindi, uno “storyteller”, un cantastorie contemporaneo<br />
e ha voluto condividere le storie che scopre, che raccoglie, che<br />
ascolta con i lettori del sito <u><a href="http://www.albertogiuliani.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.albertogiuliani.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u>,<br />
un lavoro che viene così presentato: “Ci sono fotografie che non<br />
ho mai fatto. Perchè difronte all&#8217;urgenza della vita non esiste<br />
altro che la nuda condizione umana. In quei momenti, la parola unita<br />
all&#8217; immagine, è stata la scelta più dignitosa che io abbia trovato<br />
per raccontare. Nell&#8217;umana fantasia di sopravvivere alla vita”. Un<br />
lavoro nato anche perchè, ci ha detto: “ I giornali italiani sono,<br />
ogni volta, meno attenti alle storie che trattano argomenti che hanno<br />
a che fare con il sociale. Va preso, da un lato, come un vero e<br />
proprio allarme, dall’altro come un’opportunità perché sono<br />
certo che rimangano argomenti di interesse collettivo”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Di<br />
seguito troverete una parte dell&#8217;incontro con il fotografo, che<br />
abbiamo registrato per voi durante la manifestazione “Canon light<br />
experience”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>VI<br />
PROPONIAMO LA STORIA di  Giulia Tamayo, tratta da Storyteller</b></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Ringraziamo<br />
di cuore Alberto Giuliani per averci fatto questo regalo.</b></div>
<h1 class="western">
Giulia Tamayo, a<br />
life for justice</h1>
<p>21 settembre 2013<br />
</p>
<p><strong>Il<br />
telefono squillò una tarda notte di novembre. “Ce l’hai ancora<br />
le fotografie che avevi fatto in Perù? Tirale fuori, perché questa<br />
volta diciamo la verità”.</strong><br />
Era la voce di Giulia Tamayo al telefono, piena come sempre di<br />
entusiasmo.</p>
<p>L’ultima volta che l’avevo<br />
incontrata, era a Madrid alcuni anni fa, quando quel foulard colorato<br />
a coprire il capo e la chemioterapia, la faceva sembrare un pirata.<br />
Anche in quei mesi cupi della sua vita, non si è mai arrestata nella<br />
guerra alle ingiustizie del mondo. Con i suoi modi diretti, la voce<br />
sempre dolce, quel fuoco interminabile di amore per gli altri, Giulia<br />
ora mi raccontava che il Governo Peruviano di Humala ha deciso di<br />
riaprire il caso delle sterilizzazioni forzate. “Ora, finalmente,<br />
possiamo dire la verità perché sia resa giustizia” mi disse.</p>
<p>Penso sia oltremodo presuntuoso<br />
credere che la fotografia possa cambiare il mondo. Ma almeno in<br />
questa storia ha sicuramente contributo a migliorarlo. Tra il 1995 e<br />
il 2000 in Perù, il Governo Fujimori sterilizzò con la forza, e nel<br />
silenzio, quasi un milione e mezzo di donne. Solo una voce si alzò<br />
contro questo crimine e fu quella dell’avvocato del popolo Giulia<br />
Tamayo, dal suo piccolo ufficio di Lima. Cercarono di abbatterla in<br />
tutti i modi, con qualsiasi violenza, attentato, meschinità. E forse<br />
ci sarebbero anche riusciti, se in qualche giornalista straniero non<br />
si fosse risvegliato il senso etico. Io fui il primo a chiamare<br />
Giulia, dopo aver letto un piccolo trafiletto sul quotidiano Spagnolo<br />
<i>El Pais</i>.<br />
“Vieni a vedere con i tuoi occhi” mi disse, e mi accolse in casa,<br />
con un sentito benvenuto, per più di un mese. La seguii in una lotta<br />
che sembrava a tutti senza speranza. Ma il profondo senso di<br />
giustizia di quella donna e le sue capacità professionali,<br />
riuscirono a inchiodare il Presidente Alberto Fujimori davanti al<br />
tribunale internazionale per i diritti umani. E sul tavolo delle<br />
Nazioni Unite, insieme alle migliaia di pagine di testimonianze<br />
raccolte negli anni da Giulia, c’erano anche le mie fotografie<br />
pubblicate sui giornali di mezza Europa.&nbsp;</p>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto-1-©-Alberto-Giuliani.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto-1-©-Alberto-Giuliani.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="320" width="213" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">© Alberto Giuliani</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Non aver abbassato la testa,<br />
l’abitudine alla verità e alla libertà, le costò l’esilio.<br />
Scappò dal Perù una mattina di maggio del 2000, mentre il governo<br />
di Fujimori sferrava l’ultimo feroce colpo di coda sul suo popolo.<br />
L’ambasciata spagnola chiamò Giulia offrendole asilo, e pregandola<br />
di andarsene immediatamente, senza neppure prendere niente da casa.<br />
Così ce ne andammo anche noi da Lima, un paio di anni prima, io e<br />
alcuni colleghi della televisione portoghese SIC. La casa di Giulia,<br />
nella quale ero ospite, era circondata dai servizi segreti e tutto<br />
faceva pensare che presto avrebbero sequestrato a me e alla troupe<br />
televisiva il materiale raccolto, con non si sa quali metodi. Fu<br />
Giulia, data la situazione, a consigliarci di chiamare le nostre<br />
ambasciate e di farci accompagnare subito fuori dal Paese.</p>
<p>Oggi Giulia ha 53 anni, vive a<br />
Madrid con i suoi figli e con il marito Chema. O come dice lei, il<br />
suo complice. Cita spesso Gandhi e sorride sempre. Sottovoce dice che<br />
il suo paese è l’umanità, ma vorrebbe poter dire un Perù libero.<br />
Esulta per il movimento degli <i>indignados</i><br />
e del <i>15M</i>,<br />
“perché da tutta la vita aspettavo un movimento popolare veramente<br />
democratico”. Facebook e Twitter sono diventati i suoi strumenti di<br />
indagine, alla guida straordinaria delle equipe investigative di<br />
Amnesty International.</p>
<p>“Se la gente crede che può fare<br />
cose magiche, farà cose magiche. Abbiamo riempito librerie di testi<br />
sulla libertà e sulla giustizia, ma la fratellanza è qualcosa che<br />
si può solo provare. Il mio merito è solo quello di contagiare<br />
l’illusione che sia possibile. E investigare. Sono le uniche cose<br />
che so fare”.</p>
<p>Da quando ha lasciato il Perù ha<br />
vinto molte battaglie in Spagna, in Europa e nel mondo. Ha ricevuto<br />
la prima chiamata di Tony Miller che grazie a lei, dopo 20 anni,<br />
usciva vivo dal braccio della morte Texano. “Buongiorno Giulia,<br />
anche se non ti conosco volevo dirti che ringraziavo il cielo ogni<br />
volta che in questi anni ho sentito pronunciare il tuo nome”. </p>
<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto-2-©-Alberto-Giuliani-675x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto-2-©-Alberto-Giuliani-675x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="320" width="210" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">© Alberto Giuliani</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></p>
<p>Nonostante tutto però, Giulia non<br />
si da pace perché i colpevoli delle sterilizzazioni non sono mai<br />
stati puniti. Il precedente governo ha addirittura tentato di<br />
prescrivere il reato definendolo un “disservizio” del sistema<br />
sanitario. Quando le parole più giuste sarebbero crimine di lesa<br />
umanità, genocidio, crimini di guerra.</p>
<p>Giustizia e verità le deve a se<br />
stessa, a tutte le donne che con lei hanno lottato, e le deve<br />
soprattutto alla sua amica Maria Elena Moyano, che alla libertà ha<br />
dato la vita.</p>
<p>Nei suoi primi anni di attivismo,<br />
quando il Paese era martoriato dalla guerra terrorista di Sendero<br />
Luminoso, Giulia divenne amica e legale di Maria Elena, la principale<br />
leader popolare del Perù.</p>
<p>Era il febbraio del 1992, quando i<br />
Senderisti imponevano alle comunità Andine il coprifuoco. Maria<br />
Elena, quella stessa notte, uscì con altre donne per le strade<br />
deserte di Ayacucho, cantando “el miedo se acabò”; la paura è<br />
finita. La sera successiva, era il 14 febbraio, una edizione<br />
straordinaria del telegiornale annunciava l’assassinio di Maria<br />
Elena Moyano. Fatta saltare in aria con la dinamite davanti ai suoi<br />
figli. </p>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto3-©-Alberto-Giuliani.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/11/alberto3-©-Alberto-Giuliani.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="213" width="320" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">© Alberto Giuliani</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p></p>
<p>Il terrore avvolgeva ogni uomo e<br />
ogni cosa, al punto che nessuno ebbe il coraggio di rendere omaggio<br />
al corpo di quella donna straordinaria. Sola, Giulia, si aggirava nel<br />
silenzio gelido dell’obitorio firmando per il riconoscimento di ciò<br />
che restava della sua amica. In un angolo, una donna con un bambino<br />
al seno. Una compañera coraggiosa pensò Giulia. Le si avvicinò e<br />
l’abbracciò con affetto. La donna le disse: “cagna femminista,<br />
ti ammazzeremo”. Il 20 febbraio spararono a Giulia, riuscendo però,<br />
solo a gambizzarla.</p>
<p>Giulia non ha mai dimenticato<br />
l’amicizia e il coraggio di Maria Elena, e la porta nel cuore<br />
ancora oggi, quando col marito Chema intorno al tavolo della loro<br />
casa nella periferia di Madrid, suona la chitarra e canta che “la<br />
verità non è mai triste, è solo che non ha rimedio”, stringendo<br />
forte gli occhi per non piangere, di nostalgia e d’amore.</p>
<p>Giulia era diventata l’avvocato<br />
di tutte le donne del Perù, denunciando senza paura qualsiasi<br />
violenza, di mariti, padri, generali o presidenti. Quando nel 1992<br />
l’arrivo di Alberto Fujimori, segnò la fine delle stragi<br />
Senderiste, e si contavano le 69.280 vittime civili, la sensibilità<br />
di Giulia intuì che la guerra non era affatto conclusa, ma si erano<br />
solo spostati gli equilibri. E oggi la verità le da ragione.</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p>L’incremento demografico globale,<br />
e le possibili conseguenze Malthusiane, portarono i governi di tutto<br />
il mondo a confrontarsi su questi temi. Un’esponente dell’ONU a<br />
dichiarò che “l’utero può essere più pericoloso della bomba<br />
atomica”. Quando nel 1995 a Pechino, alla Conferenza Mondiale delle<br />
Donne organizzata dalle Nazioni Unite, Alberto Fujimori tenne il suo<br />
discorso, venne accolto trionfalmente da tutti. Solo Giulia, seduta<br />
in prima fila, rabbrividì al vederlo sul palco, con in mano un mazzo<br />
di fiori offerto simbolicamente a tutte le donne. Fujimori era<br />
l’unico capo di stato uomo a prendere la parola durante la<br />
conferenza, e con orgoglio proclamava l’impegno del Perù nella<br />
lotta alla povertà e all’uguaglianza sociale lanciando una<br />
“strategia integrale di pianificazione familiare, che per la prima<br />
volta nella storia del Perù affronterà definitivamente la carenza<br />
di informazione e servizi, perché le donne dispongano con autonomia<br />
e libertà della propria vita”.</p>
<p>Il risultato di quella promessa<br />
fatta al mondo, fu quel milione e mezzo di donne sterilizzate contro<br />
la loro volontà, e tra queste un numero imprecisato di vittime per<br />
le gravi carenze sanitarie e igieniche nelle quali gli interventi<br />
chirurgici venivano condotti.</p>
<p>Il primo allarme arrivò a Giulia<br />
nel 1996 dalle sue amate comunità andine. Fu Ilaria, giovane leader<br />
femminista di Cuzco che le disse con vergogna “vengono i medici e<br />
se le portano, ci stanno facendo danno”. Poche settimane dopo<br />
Giulia raggiunge Ilaria nella piccola cittadina di Huancabamba, e<br />
comprende tutto. Il Governo aveva organizzato dei veri e propri<br />
festival. Cosi li chiamavano, portavano giochi, cibo, la banda e il<br />
grande striscione con scritto “Festival della legatura delle tube”.</p>
<p>“Poi un domani si possono<br />
slegare” dicevano i medici alle donne. Ma la scelta era<br />
obbligatoria per tutte. Nelle comunità più reticenti arrivava<br />
l’esercito, a bordo dei pesanti camion della fanteria. Montavano<br />
una tenda e rastrellavano le donne. Giovanissime, minorenni, madri, o<br />
appena sposate. Non faceva differenza. Non c’erano sconti per<br />
nessuno.</p>
<p>Grazie a un coraggioso passaparola<br />
clandestino, Giulia fu portata in ogni villaggio, città, comunità.<br />
Presto iniziarono a testimoniare anche medici e infermieri, uomini<br />
che non volevano essere complici di quel delitto. Giulia registrava,<br />
fotografava, intervistava. Piangeva, perché il 90% delle donne che<br />
incontrava aveva subito quell’atroce e disumana violenza.</p>
<p>Più Giulia indagava, più la morsa<br />
intorno alla sua vita si stringeva. Minacce, furti, violenze a lei e<br />
alle donne sue compagne. La casa distrutta. I telefoni sotto<br />
controllo. Mai dimenticherà il macabro sorriso dei militari, che<br />
stazionando davanti a casa sua giorno e notte, la seguivano con lo<br />
sguardo, quelle rare volte che trovava il tempo di uscire col piccolo<br />
figlio Sebastian per mano.</p>
<p>Grazie alla stampa internazionale,<br />
alle sue denunce alle Nazioni Unite, alla sua lucida strategia,<br />
Amnesty International lanciò un’azione internazionale urgente per<br />
proteggerla.</p>
<p>“Fu per questa ragione che non mi<br />
fecero fuori” dice oggi Giulia con gratitudine. “Fu grazie<br />
all’attenzione che voi stranieri mi avevate dato”. L’8 marzo di<br />
quello stesso anno 2000 Amnesty International la invita a New York<br />
per ricevere il premio Ginetta Sagan, per lo straordinario lavoro<br />
compiuto nel rischio della propria vita.</p>
<p>Giulia approfittò di<br />
quell’occasione e portò con se anche i figli, per poi farli<br />
rifugiare in Spagna. Giulia e Chema invece, tornarono nella loro<br />
amata Lima, sconvolta da violente repressioni in quei giorni di<br />
elezioni. In quel clima insostenibile, le minacce per la loro vita<br />
gli sembrarono finali, e dovettero accettare anche loro la fuga.<br />
“Vengo da voi, ci riuniamo. E vi prometto che staremo insieme per<br />
sempre” disse Giulia ai figli, chiamandoli da una cabina telefonica<br />
dell’aeroporto.</p>
<p>Oggi, dodici anni dopo quel<br />
massacro, è diventata realtà ciò che Giulia aveva intuito e che<br />
allora non poteva essere detto di fronte all’urgenza di salvare<br />
vite umane. Oggi, con intere città senza bambini e senza più<br />
scuole, è chiara la volontà di voler sterminare un popolo. E se<br />
riportiamo su una mappa anche solo i 325.000 casi raccolti<br />
analiticamente nelle inchieste di Giulia, scopriamo che disegnano<br />
perfettamente le aree di forza del Senderismo, che coincidono con le<br />
aree ricche di materie prime, e con le rotte del narcotraffico. La<br />
“pianificazione familiare” del Governo Fujimori, altro non era<br />
che un piano strategico militare per favorire interessi personali,<br />
governativi e di guerra.</p>
<p>Ora Giulia è lontana dalla sua<br />
terra, lontana dal poter indicare la giusta via a chi sta riaprendo<br />
il caso, ma guarda a questa opportunità con la luce dei giusti nei<br />
suoi occhi. Si confronta tutti i giorni con le sue <i>compañeras</i><br />
tra Lima e le Ande, gli dice che si deve e che si può, perché<br />
“quando tutta l’umanità si fa carico dell’accaduto, della<br />
dignità umana, anche la morte si arrende. O per lo meno, si<br />
emoziona.” In fondo questa è l’unica cosa che Giulia sa fare.</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Aggiungiamo anche una parte dell&#8217;incontro a cui l&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha partecipato, organizzato dalla Canon a Milano nei giorni scorsi e al quale è stato invitato il fotografo, come relatore.&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
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