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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. “Venezuela libero” vince tutti i round</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Dec 2024 08:57:16 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p>di Tini Codazzi </p>



<p>Stiamo vincendo tutti i round in questa lotta per la libertà e per la verità.<br>Il premio Sacharov assegnato dal Parlamento Europeo, Il premio Bruno Leoni assegnato dall’Istituto Bruno Leoni, Il Premio Internazionale di Democrazia assegnato dalla Associazione Internazionale di Consultori Politici (IAPC), Il Premio Vaclav Havel dei diritti umani assegnato dall’Assemblea Parlamentaria del Consiglio d’Europa. Tutti per Maria Corina Machado. Primo round vinto.<br>Paesi europei e americani che a 4 mesi dalle elezioni in Venezuela riconoscono Edmundo González Urrutia<br>come presidente eletto della nazione, in primis gli Stati Uniti. Altri non meno importanti come Argentina, Cile, Canada, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana, El Salvador, Peru, Ecuador, Uruguay, Il Parlamento Europeo, Italia e Francia. Secondo round vinto.<br>Tanti altri come Colombia, Messico, Brasile e L’Unione Europea che non riconoscono apertamente a González Urrutia, ma che si mantengono cauti chiedendo trasparenza e la presentazione ufficiale dei verbali elettorali e che con il trascorrere del tempo hanno già capito che il regime non potrà soddisfare questa richiesta. Non ancora vinto ma ci stiamo lavorando dal punto di vista diplomatico.<br>I verbali elettorali originali che possono essere verificati con QR code stanno facendo il giro dell’America Latina. Dopo aver approdato negli Stai Uniti nelle mani del Centro Carter e dell’Organizzazione degli Stati<br>Americani, hanno volato in Colombia, in Uruguay, in Argentina e in Cile. Nei prossimi giorni si aspetta che arrivino in altri paesi. Tutti i documenti sono stati mostrati nei Parlamenti e/o Senati di questi paesi e hanno riscontrato l’appoggio di tutte le forze politiche, senza guardare il colore. Terzo round vinto.<br>Il giro istituzionale che sta facendo il presidente eletto ha avuto effetti molto positivi per quello che riguarda la politica internazionale e la visione globale sulla tragedia venezuelana. I rappresentanti politici e/o i governi di Italia, Germania, Francia, Norvegia, Svezia, Portogallo, Danimarca… hanno manifestato pieno appoggio verso la democrazia, verso il rispetto delle scelte del popolo e verso la difesa e il rispetto dei diritti umani. In particolare, Italia si è dichiarata apertamente a favore del presidente eletto, considerandolo vincitore e ufficialmente “presidente eletto”. Quarto round vinto.<br>Non eravamo mai arrivati a questo punto. Non avevamo mai incontrato la fiducia e il pieno sostegno di gran parte del mondo democratico occidentale. I passi fatti sono stati da giganti e i round li abbiamo vinti tutti grazie a strategie molto intelligenti e gestite nel pieno della democrazia e del rispetto verso il popolo.<br>Senz’altro la lotta la stiamo vincendo.<br>Al contrario, il regime sta perdendo tutti i round e lo sa. È più solo che mai, anche storici alleati come Brasile o Colombia continuano a dichiarare che le elezioni non sono state “molto” trasparenti, dopo 4 mesi aspettano ancora che il regime mostri i verbali, cosa che non riuscirà mai a fare, lo sa il regime e lo sanno i governi di questi Paesi. Primo round perso.<br>Lo scorso ottobre c’è stato il Vertice dei Brics in Russia. Maduro era sicuro che sarebbe entrato a far parte del gruppo, tutto contento era andato in Russia, è stato ricevuto da Putin, ma sorprendentemente Brasile si è mostrato sfavorevole e ha votato contro l’inserimento di Venezuela nel gruppo. Maduro è tornato indietro con la coda tra le gambe. Un duro colpo per la cupola corrotta di Venezuela. Secondo round perso.<br>La vittoria di Donald Trump e la assegnazione di Marco Rubio, storico nemico di Maduro, come segretario di Stato e il terzo round perso dal regime.<br>L&#8217;ONG Foro Penal, che guida la difesa dei prigionieri politici in Venezuela, ha recentemente riferito che 169 persone legate alle proteste contro il risultato ufficiale delle elezioni presidenziali del 28 luglio sono state rilasciate. Tuttavia, 1.887 prigionieri politici rinchiusi dopo le elezioni rimangono in carcere. La scorsa settimana ci sono stati diversi rilasci dalle carceri di tutto il Paese, a seguito di una revisione, richiesta dalla Procura della Repubblica. Sabato scorso, il procuratore generale, Tarek William Saab, ha dichiarato che tra venerdì pomeriggio e sabato sono stati “concessi ed eseguiti” 225 provvedimenti di libertà (cautelare, non piena libertà), di cui non ha fornito i dettagli, a persone detenute dopo le proteste contro il risultato ufficiale delle ultime elezioni. Non è la prima volta che il regime usa i prigionieri politici come merce di scambio. Due le ragioni di queste scarcerazioni a sorpresa: la prima è a causa della vittoria di Donald Trump, si dice che Maduro abbia voluto mandargli un messaggio “di pace” e la seconda è l’ennesimo crimine che rappresenta la morte di Jesus Martinez, un prigioniero politico diabetico che è deceduto in carcere per mancanza di attenzione medica. Martinez è stato sequestrato subito dopo le elezioni, era stato rappresentante di lista in un seggio elettorale e come tantissime altre persone aveva annunciato dopo la chiusura del suo seggio la vittoria di González Urrutia. Schedato come tantissimi altri rappresentanti dell’opposizione, è stato perseguitato, sequestrato e poi ucciso. L’inganno non funziona questa volta. Le scarcerazioni non ci fanno dimenticare Martinez, né tutti gli altri morti ammazzati dal regime, non ci fanno dimenticare gli adolescenti che sono ancora in prigione né gli altri 1.887 prigionieri. Nessuno dimentica e nessuno ci crede che questa è una mossa dettata dalla buona volontà, quindi un altro round perso.<br>Il 10 gennaio 2025 è vicino, la pressione internazionale si fa sentire. Maria Corina Machado, Edmundo González Urrutìa e tutto il loro team è al lavoro da tanto tempo per cercare una transizione pacifica e strategica. Per preparare il terreno per l’insediamento del nuovo presidente. Ora come ora, con tutti questi passi, la transizione sarebbe l’unica opzione possibile per salvare il Paese.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Due donne, due Paesi, due futuri incerti.</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2024 13:36:38 +0000</pubDate>
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<p><br></p>



<p></p>



<p>di Tini Codazzi </p>



<p></p>



<p>Claudia Sheinbaum in Messico. María Corina Machado in Venezuela. Due donne diverse, due ideologie diverse ma un unico obiettivo: dare una svolta alla storia politica e sociale del proprio Paese.<br>Andiamo in Messico. Domenica 2 giugno si sono tenute le elezioni presidenziali in Messico. La candidata Sheinbaum ha stravinto con una percentuale di voti compresa tra il 58% e il 60%. Ha vinto contro i candidati conservatori di centro-destra e centristi. È la pupilla dell&#8217;attuale presidente López Obrador e promette di garantire tutti i programmi di welfare avviati dall’attuale presidente.<br>Queste sono alcune delle sue parole dopo i risultati: &#8220;Porteremo il Messico sulla strada della sicurezza, andremo avanti con attenzione alle cause, al rafforzamento della Guardia Nazionale&#8221;, ha detto in riferimento a una forza armata creata da López Obrador per sostituire una forza di polizia federale, un fatto ampiamente criticato dai detrattori per un pericolo reale a un abuso di potere<br>da parte dei militari. Un altro dei principali argomenti dell&#8217;attuale presidente è stato il suo punto di vista sulle politiche neoliberali, in particolare quelle degli Stati Uniti, unendo il suo pensiero a quello dei suoi alleati nella regione come Nicolás Maduro, Daniel Ortega ed Evo Morales. Durante la campagna elettorale, la candidata di sinistra ha appoggiato questi argomenti, ma ha promesso di incoraggiare gli investimenti. &#8220;Rispetteremo la libertà imprenditoriale e promuoveremo e faciliteremo con onestà gli investimenti privati nazionali e stranieri che promuovono il benessere sociale e lo sviluppo regionale, garantendo sempre il rispetto dell&#8217;ambiente&#8221;. &#8220;Garantiremo la<br>libertà di espressione, di stampa, di riunione, di concentrazione e di mobilitazione. Siamo democratici e per convinzione non faremo mai un governo autoritario o repressivo&#8221;, ha detto. La terremo d&#8217;occhio.<br>Andiamo in Venezuela. La strada non è così facile per María Corina Machado. La sua campagna e la sua lotta per diventare Presidente di un Paese completamente distrutto sono in costante salita, ma se c&#8217;è una cosa che questa donna possiede è il coraggio, l&#8217;audacia e la determinazione.<br>Sebbene Machado non si avvicini all&#8217;ideologia di Sheinbaum, le due donne hanno in comune la lotta per ottenere cambiamenti storici nella regione. Candidate e future “presidentesse” sono ciò di cui il continente ha bisogno e che chiede a gran voce. Machado è a capo di un movimento politico di centro-destra liberale e repubblicano (così si descrive Vente Venezuela, il suo partito). A differenza della realtà politica e sociale del Messico, questa è l&#8217;unica opzione possibile in un Paese come il Venezuela, distrutto da 25 anni di mal denominata e apparente sinistra, ma che in realtà si sono verificati regimi autoritari, populisti, radicali e oligarchici, sia nel caso di Hugo Chavez che nel<br>caso di Maduro. Solo una visione aperta e liberale come quella di Maria Corina Machado può salvare un Paese in rovina e rimetterlo in carreggiata dal punto di vista politico, economico e in settori importanti come la sanità e l&#8217;istruzione. Dopo molte battute d&#8217;arresto, la piattaforma unitaria MUD (i partiti che sostengono Machado) è riuscita a nominare il suo candidato Edmundo González Urrutia, pienamente sostenuto da lei, poiché come sappiamo Maria Corina Machado è stata inabilitata dal regime. Sostenere González Urrutia significa sostenere Machado.<br>Venezuela e Messico sono due realtà molto diverse, con situazioni attuali molto diverse, entrambe complesse. Claudia Sheinbaum è una donna e questo dovrebbe essere positivo. Sarà la prima “presidenta” nella storia del Paese azteco. È stata molto criticata nel suo lavoro di sindaco di Città del Messico e forse questo è il suo punto debole, insieme al fatto di essere la pupilla di López Obrador, che è stato anche lui, molto criticato per la sua vicinanza e simpatia con gli attuali regimi latinoamericani. Dall&#8217;altra parte c&#8217;è Maria Corina Machado. Sembra di vedere la luce alla fine del tunnel e riponiamo le nostre speranze nella MUD per le prossime elezioni del 28 luglio. Machado è criticata per la sua apertura liberale, ma molto ammirata all’estero e anche per essere una delle poche personalità politiche che hanno tenuto testa a Hugo Chávez e Nicolás Maduro.<br>Facciamo il tifo per queste due donne. Che facciano quello che gli uomini non hanno saputo fare per il benessere dei loro Paesi. Forse questa è una svolta sociale che doveva arrivare dopo tanta sofferenza. Sicuramente dovranno avere delle spalle larghe per sopportare il maschilismo imperante in America Latina. Queste due donne sono uscite dall’ombra domestica e adesso, prima di vedere il loro operato, è il valore più grande che c’è.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Una pentola a pressione</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2024 10:16:34 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p><br>“Soy un pueblo sin piernas pero que camina”. Così dice il rapper portoricano voce principale del gruppo Calle 13 in uno dei versi della straordinaria canzone “Latinoamerica”.</p>



<p><br><strong>Venezuela</strong><br>Il regime di Nicolás Maduro ha annunciato, attraverso il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), che le elezioni presidenziali sono state anticipate al 28 luglio, giorno del compleanno del defunto dittatore Hugo Chávez.<br>Una data simbolica ed emblematica per dimostrare il doppio gioco che li ha sempre caratterizzati. Le elezioni erano previste per ottobre di quest&#8217;anno. Pertanto, la candidata dell&#8217;opposizione María Corina Machado avrà molte più difficoltà a registrarsi presso il CNE e, di conseguenza, ad attivare legalmente la sua candidatura, e dovrà farlo tra il 21 e il 28 marzo. Anticipare le elezioni presidenziali significa renderle difficili per i cittadini dentro e fuori il Paese. Un altissimo numero di elettori è dell’opposizione vive<br>all&#8217;estero, è un numero molto ampio, il governo lo sa e gioca la sua carta spicciola di anticipare le elezioni tenendo conto di questa situazione. Le speranze vanno e vengono 25 anni dopo l&#8217;ascesa del chavismo e 25<br>anni dopo l’inizio della distruzione totale di un Paese. La data di apertura per l&#8217;iscrizione alle liste elettorali e l&#8217;aggiornamento dei dati avrebbe dovuto essere il 18 marzo. Non è stato così, i consolati di tutto il mondo non hanno potuto aprire le porte ai futuri elettori per mancanza di macchine per la registrazione. Sono tutte scuse per creare difficoltà. Speriamo che il mondo si renda conto che si sta facendo di tutto per impedire lo svolgimento delle elezioni in Venezuela. Il regime ha paura, da tanto tempo ha paura. Gli ultimi<br>sondaggi, ovviamente non ufficiali danno María Corina Machado in vantaggio con un 65% di elettori che potrebbero votare per lei. Prima volta in 25 anni.</p>



<p><strong>Cile</strong><br>Un giovane ex militare venezuelano di nome Ronald Ojena è stato trovato morto in un fosso profondo un metro in uno dei quartieri più pericolosi della città di Santiago il 4 marzo, dopo essere stato rapito 10 giorni prima. Chi era Ronal Ojeda? Un ex ufficiale militare che si è ribellato al narco-regime di Nicolás Maduro e che nel 2017 è stato arrestato per presunta cospirazione e pianificazione di atti terroristici insieme ad altri tre ufficiali militari. I quattro soldati sono stati arbitrariamente accusati di tradimento perché avevano<br>firmato un documento in cui non riconoscevano Nicolás Maduro come comandante in capo delle forze armate. Durante un trasferimento, Ojeda è fuggito e dopo un po’ di peripezie è arrivato in Cile. Ha ottenuto una certa notorietà nel 2022, quando ha manifestato contro il regime davanti al Palacio de la Moneda, in ginocchio e con un sacco in testa. Il Cile gli ha concesso asilo politico nel 2023. Quest&#8217;anno viene trovato<br>brutalmente assassinato. Le autorità cilene stanno indagando. Si tratta di una situazione molto complessa legata alla criminalità organizzata. Gli assassini sarebbero legati a un&#8217;organizzazione criminale transnazionale chiamata &#8220;Tren de Aragua&#8221;. Si chiama così perché è nata circa 15 anni fa nello stato di Aragua, in Venezuela. Una piovra che ha esteso i suoi tentacoli in molti paesi dell&#8217;America Latina: Perù, Bolivia, Colombia, Brasile, Ecuador e naturalmente Cile. Il terrorismo &#8220;Made in Venezuela&#8221; è arrivato in Cile.<br>In attesa che il sistema giudiziario cileno faccia ciò che deve fare.</p>



<p><strong>Cuba</strong><br>Proteste sociali nelle strade di Santiago de Cuba. Il motivo? La fame, la mancanza di servizi di base, compresa l&#8217;inefficienza nella fornitura di servizio elettrico. Il Paese è costantemente “al buio”, notte e giorno. Al grido di &#8220;Vogliamo cibo&#8221; i cubani sono esplosi e domenica scorsa hanno invaso le strade chiedendo libertà, luce e cibo. Un popolo stanco, che lotta da più di sei decenni contro la limitazione e la vendita razionata di cibo. I manifestanti si sono recati nei luoghi emblematici della città per avanzare le loro richieste. Nessuno può più sopportare la situazione, mancano la carne, il latte per i bambini e gli alimenti di base. Negli ultimi giorni si sono svolte proteste in altre città del Paese, come San Antonio de los Baños,<br>Holguín e Artemisa, dove la gente è uscita con pentole e padelle in mano per protestare contro le innumerevoli interruzioni di corrente.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. La Pista. La situazione nel confine tra Colombia e Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 08:42:28 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17028" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-300x200.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-768x512.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Cartone, latta, fango, oggetti riciclati, rifiuti, macerie; sono i materiali con cui cittadini colombiani e venezuelani hanno costruito le loro case in “La Pista”, una striscia di terra lunga due chilometri dove un tempo atterravano e decollavano gli aerei da e per la città di Maicao, al confine con il Venezuela. L’invasione è iniziata sette anni fa, quando diverse famiglie colombiano-venezuelane si sono stabilite in quest&#8217;area abbandonata, per necessità, perché non avevano un altro posto dove andare. Si stima che ora ci siano quasi 13.000 persone. Sopravvivono di commercio informale, riciclando e realizzando oggetti di artigianato che poi vendono come meglio possono, il tutto per comprarsi il pane quotidiano. Un uomo passa per le strade fangose con un asino che funge da cisterna, vendendo acqua in piccole bottiglie. Gli anni sono passati e “La Pista” è ora grande, occupa diversi isolati, circa 12.</p>



<p>Chi abita qui? Una consistente emigrazione venezuelana, la maggioranza forma parte della comunità Wayuu, un&#8217;etnia indigena che si trova in gran parte nello stato di Zulia (Venezuela) e La Guajira (Colombia).</p>



<p>È a tutti gli effetti un campo profughi. Il più grande dell&#8217;America Latina.</p>



<p>L&#8217;UNHCR ha un ufficio a Maicao e fa il possibile per aiutarli, facendo pressione al governo locale affinché possano avere per lo meno i due servizi di base: acqua ed elettricità.</p>



<p>Uno dei maggiori problemi è la popolazione infantile. I bambini non possono andare a scuola, passano le giornate come cani randagi in cerca di qualche gioco da fare, passeggiando e curiosando per il campo, sono costantemente minacciati dalla criminalità, dalla guerriglia e dalle bande che potrebbero reclutarli o avvicinarli al consumo di droga, nonché prede facili per le malattie infettive.</p>



<p>Come in tutti gli insediamenti abusivi, emergono dei leader, uomini e donne che prendono il comando e gestiscono le situazioni difficili per conto dei loro vicini. Uno di loro è Yusmelina Avila. In un articolo apparso su <a href="https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65501349?utm_source=rss&utm_medium=rss">BBC Mundo</a> lo scorso giugno, si legge che Yusmelina gestisce un centro di formazione per bambini chiamato <em>Aldeas</em>. Infermiera in Venezuela, &#8220;Nessuno&#8221; in Colombia. Sopravvive facendo e vendendo dolci insieme al marito. Dice: &#8220;Le famiglie numerose sono una parte essenziale della cultura Wayuu. Qui a “La Pista” ci sono madri single di 23 anni che hanno fino a dieci figli. Si stima che un terzo della popolazione sia minorenne. Si presume che la gente sia venuta qui perché ci sono servizi di assistenza migliori, e sì, la Colombia ha fornito protezione, ci sono metodi contraccettivi, ma la gente non lo fa (…) E non ci sono abbastanza scuole per così tanti bambini, e quelle che ci sono non sono abbastanza buone.<br>La maggior parte di loro è costretta a frequentare le scuole nelle <em>rancherías</em>, un formato unico nella zona, dove gli insegnanti danno priorità al numero di bambini accolti piuttosto che alla qualità dell&#8217;istruzione. Vengono pagati per ogni alunno registrato”.</p>



<p>Agghiacciante pensare al futuro di questi bambini, tanti non sanno nemmeno leggere, pensare a quando piove in una zona fangosa come quella, alle malattie, alla denutrizione, agli anziani, alla rete fognaria che non esiste, all’insicurezza durante la notte buia, alle ragazze che non hanno una famiglia che le protegga…</p>



<p>I governi colombiani hanno fatto molte promesse per aiutare la popolazione di “La Pista”, ma non è stato fatto nulla di concreto. Nulla di nuovo. Guardiamo a nord, a sud, a est e a ovest del mondo, siamo circondati da campi profughi. Sono l&#8217;unica a porsi delle domande?<br><br></p>
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