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	<title>analisi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>L’organizzazione Internazionale del Lavoro e il lavoro minorile: dalla fondazione ai giorni nostri</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Jun 2022 08:02:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da unipd-centrodirittiumani.it) Ludovica Aricò&#160;ha concluso il corso di laurea magistrale “Human Rights and Multi-level Governance” presso l&#8217;Università di Padova. Attualmente è iscritta ad un Master di secondo livello in “Esperti in Politica e Relazioni&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="545" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav-1024x545.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16398" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav-1024x545.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav-300x160.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav-768x409.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/lav.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h1></h1>



<p>(da unipd-centrodirittiumani.it)</p>



<p><strong>Ludovica Aricò&nbsp;</strong>ha concluso il corso di laurea magistrale “Human Rights and Multi-level Governance” presso l&#8217;Università di Padova. Attualmente è iscritta ad un Master di secondo livello in “Esperti in Politica e Relazioni Internazionali” a Roma. Questo articolo è un estratto della tesi di laurea discussa ad ottobre 2021 sotto la supervisione del prof. Lorenzo Mechi.</p>



<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&nbsp;</p>



<p>L&#8217;articolo mira ad illustrare la missione dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nella lotta contro il lavoro minorile, e a sottolineare i punti di forza e di debolezza del suo approccio. Per raggiungere questo obiettivo, l&#8217;elaborato esaminerà la storia dell&#8217;OIL nell&#8217;affrontare il lavoro minorile dalla sua fondazione ai giorni nostri. L&#8217;analisi si concentrerà su tre diversi periodi storici: dal 1919 al 1949; dagli anni &#8217;70 alla fine degli anni &#8217;90; dal 2020 ai giorni nostri. In conclusione, si forniranno delle conclusioni sull&#8217;efficacia del lavoro dell&#8217;Organizzazione in linea con le presenti osservazioni.</p>



<p><strong>INTRODUZIONE: IL LAVORO MINORILE NEL PANORMA INTERNAZIONALE</strong></p>



<p>Il lavoro minorile,&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/ipec/facts/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">definito dall’OIL</a>&nbsp;come&nbsp;<strong>&#8220;il lavoro che priva i bambini della loro infanzia, del loro potenziale e della loro dignità, e che è dannoso per lo sviluppo fisico e mentale&#8221;</strong>, è presente nella comunità internazionale fin dalla rivoluzione industriale. A causa della sua intensità, i governi hanno sempre cercato di prevenire e monitorare il lavoro minorile sia a livello nazionale che internazionale. In ogni modo, solo con&nbsp;<strong>la fondazione dell&#8217;OIL&nbsp;</strong><a href="https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>nel 1919</strong></a>&nbsp;si raggiunge un importante punto di svolta nell&#8217;interesse degli Stati nell&#8217;adozione di norme internazionali comuni per prevenire e proteggere i diritti dei lavoratori, compresi i bambini e le bambine. Infatti, dal 1919, l&#8217;OIL è un attore chiave nell&#8217;affrontare il lavoro minorile, garantendo un&#8217;arena pacifica in cui&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/who-we-are/tripartite-constituents/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">datori di lavoro, governi e sindacati</a>&nbsp;possono lavorare insieme per proteggere i diritti dei lavoratori. Oggi, l&#8217;OIL è la principale organizzazione internazionale impegnata nell&#8217;eliminazione del lavoro minorile, grazie anche alla produzione di&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/fr/f?p=NORMLEXPUB:12000:0::NO:::&utm_source=rss&utm_medium=rss">numerosi strumenti giuridicamente vincolanti</a>&nbsp;ed operativi per regolamentare l&#8217;età minima al lavoro ed eliminare il lavoro minorile nel globo. L&#8217;alto numero di ratifiche e la consistente partecipazione degli Stati Membri a operazioni&nbsp;<em>ad hoc</em>&nbsp;negli ultimi decenni sono risultati fondamentali nella lotta contro il lavoro minorile.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="397" height="370" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16397" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/image.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 397w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/06/image-300x280.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 397px) 100vw, 397px" /></a></figure>



<p>&nbsp;(Source:&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/ipec/ChildlabourstatisticsSIMPOC/WCMS_817699/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">ILO and UNICEF: Child Labour: Global estimates 2020, trends and the road forward (New York, 2021)</a></p>



<p>Tuttavia, la comunità internazionale non sta ottenendo risultati altrettanto importanti da un punto di vista pratico. Di fatti, come affermato nel&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---ipec/documents/publication/wcms_797515.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">report dell’OIL ed UNICEF sul lavoro minorile nel 2020</a>,&nbsp;<strong>più di 160 milioni di bambini e bambine</strong>&nbsp;(tra i cinque e i diciassette anni) sono attualmente impiegati nelle peggiori forme di lavoro minorile. Le statistiche dimostrano che, nonostante i numerosi strumenti creati, l&#8217;OIL non è riuscita nel suo tentativo di sradicare completamente il fenomeno o, almeno, di ridurne l&#8217;intensità entro il 2030. La missione dell&#8217;OIL è stata virtuosa nel creare una cooperazione internazionale e nel sensibilizzare le nazioni, ma relativamente inefficace nel raggiungere i risultati attesi. Innegabilmente, l’attuale quadro giuridico internazionale attuale ha delle debolezze che minano la capacità dell&#8217;organizzazione di raggiungere il suo obiettivo di sradicare il lavoro minorile a livello globale.</p>



<p>Gli aspetti negativi e positivi dell&#8217;attuale approccio possono essere rintracciati nella storia stessa dell&#8217;Organizzazione. Invero, monitorando l&#8217;evoluzione dell&#8217;azione dell&#8217;OIL contro il lavoro minorile, è possibile evidenziare come alcuni elementi positivi e negativi, specifici di un particolare periodo storico, abbiano lasciato un forte strascico nella capacità di azione dell’OIL, influenzando fortemente la sua missione.</p>



<p><strong>I PRIMI PASSI DELL’ORGANIZZAZIONE</strong></p>



<p><a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---ipec/documents/publication/wcms_709665.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Dal 1919 al 1948</strong></a><strong>,&nbsp;</strong>l&#8217;OIL ha prodotto ben sette convenzioni sia per stabilire&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO:12100:P12100_INSTRUMENT_ID:312150:NO&utm_source=rss&utm_medium=rss">una comune età minima di accesso</a>&nbsp;al lavoro, che per regolare&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO:12100:P12100_INSTRUMENT_ID:312151:NO&utm_source=rss&utm_medium=rss">i turni di notte</a>&nbsp;dei bambini. Gli obblighi internazionali formati rappresentarono un grande successo per l&#8217;OIL e per la lotta universale contro il lavoro minorile. Nonostante le difficoltà economiche poste dalla Prima Guerra Mondiale, dagli effetti della Grande Depressione e la conseguente disoccupazione di massa; l&#8217;Organizzazione non perse l&#8217;occasione di produrre Convenzioni legalmente vincolanti che fossero in grado di rafforzare l’esistente sistema giuridico internazionale anti-lavoro-minorile.</p>



<p>Il quadro stabilito creò elementi giuridici che sono ancora oggi fondamentali per la missione generale dell&#8217;OIL. In primo luogo, dall’analisi di queste Convenzioni si può evincere la misura in cui&nbsp;<strong>il lavoro minorile possa essere una seria&nbsp;</strong><a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO:12100:P12100_INSTRUMENT_ID:312205:NO&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>minaccia alla salute, allo sviluppo umano e alla moralità dei giovani</strong></a><strong>.</strong>&nbsp;In secondo luogo, le delegazioni, specialmente quelle dei sindacati, spinsero fortemente per imporre&nbsp;<strong>la frequenza scolastica</strong>&nbsp;tra i più giovani. Si suppose che tale obbligo potesse ridurre considerevolmente l&#8217;alto tasso di bambini impiegati in vari settori. In terzo luogo, venne imposto per la prima volta nella storia che la protezione dei bambini sul posto di lavoro dovesse essere inserita nel più complesso&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/global/publications/ilo-bookstore/order-online/books/WCMS_169521/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>universo dei diritti umani</strong></a><a href="https://www.ilo.org/global/publications/ilo-bookstore/order-online/books/WCMS_169521/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">.</a></p>



<p>Nonostante queste importanti basi legali, alcuni gravi problemi furono subito evidenti nelle Convenzioni. I settori più pericolosi per l’incolumità dei bambini non vennero regolamentati, ovvero&nbsp;<strong>le imprese familiari e l&#8217;agricoltura.</strong>&nbsp;L’ostacolo principale fu rappresentato da un comune malinteso sulla natura stessa del lavoro minorile. Infatti, svariate delegazioni nazionali sostenevano nei vari incontri della Conferenza Generale dell’OIL che il lavoro in un&#8217;industria familiare o all&#8217;aria aperta non potesse essere pericoloso per la salute dei bambini. Questa idea generale influenzò negativamente il risultato finale, generando&nbsp;<strong>un sistema di protezione nocivamente incompleto</strong>. Inoltre, l&#8217;organizzazione concesse enormi margini di discrezionalità ai governi nazionali, sia dal punto di vista legale che pratico. A dimostrazione di ciò, l&#8217;OIL non fu in grado in quegli anni di produrre elementi universalmente accettati. Le grandi mancanze furono: una definizione giuridica universale del lavoro minorile e un&#8217;età minima comune di accesso al lavoro. Questi difetti contribuirono a creare una grande lacuna nel diritto internazionale, con forti ripercussioni a livello nazionale. In aggiunta, la mancanza di un programma operativo internazionale per sostenere tecnicamente gli Stati nell&#8217;implementazione degli standard internazionali rese il quadro ancora più precario ed instabile.</p>



<p><strong>I GRANDI TRAGUARDI INTERNAZIONALI NELLA LOTTA AL LAVORO MINORILE</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://unipd-centrodirittiumani.it/public/pics/Universal_retification_of_ILO_Convention_No_182.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></figure>



<p>(Source:&nbsp;<a href="https://youtu.be/09sjAViDuqQ?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-0">Universal ratification of ILO Convention No. 182 on the Worst Forms of Child Labour</a>, ILO)</p>



<p><a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---ipec/documents/publication/wcms_709665.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Dagli anni &#8217;70 alla fine degli anni &#8217;90</strong></a><strong>,&nbsp;</strong>l&#8217;OIL riuscì a fare grandi miglioramenti, superando i principali ostacoli creati nei decenni precedenti, principalmente causati dell’opposizione di alcuni governi nazionali. Ad oggi, gli strumenti prodotti in questa fase rappresentano le pietre miliari del quadro internazionale contro il lavoro minorile.&nbsp; Questi sono: la Convenzione sull&#8217;età minima del 1973, la Convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile del 1999 e il Programma internazionale per l&#8217;eliminazione del lavoro minorile (IPEC). È importante sottolineare le novità presenti in ogni strumento per potere comprendere quanto forte sia stato il lavoro di dialogo e mediazione portato avanti dall’OIL.&nbsp;&nbsp;</p>



<p><a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO:12100:P12100_INSTRUMENT_ID:312283:NO&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>La Convenzione sull&#8217;età minima del 1973 (n.138)</strong></a>&nbsp;dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro&nbsp;<strong>fissa la soglia dell&#8217;età minima universale a quindici anni,</strong>&nbsp;concedendo agli Stati di fissare un&#8217;età minima inferiore ai quattordici anni con la promessa di rispettare l&#8217;obbligo dei quindici anni il più presto possibile.</p>



<p>Essa afferma che:</p>



<p><em>L&#8217;età minima [&#8230;] non deve essere inferiore a&nbsp;</em><em>all&#8217;età del completamento della scuola dell&#8217;obbligo&nbsp;</em><em>e, in ogni caso, non può essere inferiore a 15 anni. [&#8230;]&nbsp;<br></em><em>Un membro la cui economia e le cui strutture educative non sono sufficientemente sviluppate&nbsp;</em><em>può inizialmente prevedere un&#8217;età minima di 14 anni.</em></p>



<p>Inoltre, viene dato alla scuola un ruolo centrale, presentandolo come strumento principale per ridurre efficacemente il numero totale di bambini lavoratori. Nonostante le tensioni della guerra fredda, il documento fu ampiamente ratificato dagli Stati, dimostrando un nuovo e crescente interesse della comunità internazionale per la difesa dei diritti dei bambini.<br></p>



<p><a href="https://www.ilo.org/dyn/normlex/en/f?p=NORMLEXPUB:12100:0::NO:12100:P12100_INSTRUMENT_ID:312327:NO&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>La Convenzione sulle peggiori forme di lavoro minorile del 1999 (n.182)</strong></a>&nbsp;dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro fornisce&nbsp;<strong>una definizione universalmente accettata del lavoro minorile</strong>, dopo ben ottant&#8217;anni dalla fondazione dell&#8217;OIL.</p>



<p>Gli stati membri hanno concordato che:</p>



<p>L<em>&#8216;espressione &lt;&gt; comprende:</em></p>



<p><em>(a) tutte le forme di schiavitù o pratiche simili alla schiavitù, come la vendita e il traffico di bambini, la servitù per debiti e la servitù della gleba e il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di bambini da utilizzare nei conflitti armati.</em></p>



<p><em>(b) l&#8217;uso, il procurare o l&#8217;offrire un bambino per la prostituzione, per la produzione di pornografia o per spettacoli pornografici.</em></p>



<p><em>(c) l&#8217;uso, il procurare o l&#8217;offrire un minore per attività illecite, in particolare per la produzione e il traffico di droga come definito nei trattati internazionali pertinenti.</em></p>



<p><em>(d) il lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto,&nbsp;</em><em>possa nuocere alla salute, alla sicurezza o alla morale dei bambini.<br></em></p>



<p><a href="https://papyrus.ilo.org/ipec/Informationresources/WCMS_IPEC_PUB_1200/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss">La definizione</a>&nbsp;cerca di riferirsi a tutte quelle circostanze che, per la loro essenza, possono essere&nbsp;<strong>mentalmente, fisicamente, socialmente o moralmente pericolose e dannose per i bambini</strong>. Tale definizione include fondamentalmente tutte quelle pratiche in cui i bambini lavorano contro la loro volontà o sono costretti a lavorare sotto ricatto. Tra i vari esempi riportati nella Convenzione, importanti da menzionare sono:&nbsp;<strong>la schiavitù, la prostituzione, il lavoro per attività illecite</strong>. Questi, come altri elencati nel testo originale, sono lavori da cui i bambini non possono facilmente scappare e danneggiano seriamente il loro sviluppo fisico e psicologico. Inoltre, nel tentativo di proteggere efficacemente la vita dei bambini, la Convenzione fornisce agli stati membri linee guida rilevanti su come costruire i quadri nazionali, pur lasciando un ampio margine di discrezionalità. Questa&nbsp;<strong>flessibile</strong>&nbsp;<strong>rigidità&nbsp;</strong>ha garantito un consenso universale e un alto numero di ratifiche.</p>



<p><a href="https://papyrus.ilo.org/ipec/programme/lang--en/index.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Il Programma internazionale sull&#8217;eliminazione del lavoro minorile (IPEC),</strong></a>&nbsp;lanciato nel 1992, ha assicurato il rafforzamento dell&#8217;azione legale dell&#8217;OIL sulla riduzione del lavoro minorile.&nbsp;<strong>È il primo programma operativo dell&#8217;OIL per combattere il lavoro minorile attraverso la cooperazione internazionale</strong>. Questa campagna permanente fu creata con lo scopo di: raccogliere dati; monitorare le tendenze; informare gli Stati membri, l&#8217;Organizzazione e la società civile; e intraprendere azioni appropriate contro le ingiustizie. Il programma ha permesso all&#8217;Organizzazione di intraprendere un&#8217;azione più decisa e di lanciare intense&nbsp;<strong>missioni internazionali.&nbsp;</strong>Le sue missioni sono state essenziali per ridurre il lavoro minorile nella nuova comunità globalizzata.</p>



<p><strong>IL LAVORO MINORILE DURANTE IL COVID</strong></p>



<p><strong>La pandemia Covid-19 nel 2020</strong>&nbsp;ha seriamente minato la missione dell&#8217;OIL per combattere il lavoro minorile. Durante la pandemia, con le economie nazionali sono diventate vittime degli eventi, causando enormi effetti negativi sulla popolazione. Inevitabilmente, la nuova minaccia globale ha gravemente danneggiato gli Stati, in cui la protezione dei diritti umani è stata per lo più fallimentare. L&#8217;instabilità economica, causata da una pandemia, ha imposto allo Stato di affrontare nuove sfide.&nbsp; La disoccupazione di massa, il declino del PIL nazionale, la riduzione delle rimesse dei migranti e l&#8217;aumento delle economie informali hanno seriamente colpito la qualità della vita delle persone, aumentando la fame e il numero delle persone vulnerabili. Tali condizioni hanno condotto ad un serio aumento del&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---ipec/documents/publication/wcms_747421.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">numero di bambini</a>&nbsp;impiegati nelle peggiori forme di lavoro minorile.</p>



<p>I rapporti dell&#8217;OIL prima del Covid-19 stimavano che, entro il 2020, il numero di bambini impiegati nelle peggiori forme di lavoro minorile&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---ed_norm/---ipec/documents/publication/wcms_797515.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">sarebbe stato pari a 137 milioni</a>. Purtroppo, l&#8217;obiettivo non è stato raggiunto dall&#8217;Organizzazione, anzi sembra essere molto lontano dalla realtà. Infatti, l&#8217;insicurezza generale ha portato ad un grave aumento dei bambini impiegati nei lavori più pericolosi, soprattutto nelle zone geopolitiche più fragili economicamente.</p>



<p>Questa tendenza può essere rintracciata nell&#8217;incapacità dell&#8217;Organizzazione di assicurare una costante implementazione nazionale degli standard contro il lavoro minorile, mentre affronta nuove minacce alle performance economiche. Tuttavia, l&#8217;OIL ha pianificato azioni nazionali a diversi livelli per contrastare la crisi attuale, in collaborazione con un nuovo programma per affrontare il lavoro minorile:&nbsp;<a href="https://www.alliance87.org/the-alliance/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>l&#8217;Alleanza 8.7</strong></a><a href="https://www.alliance87.org/the-alliance/?utm_source=rss&utm_medium=rss">.</a>&nbsp;L&#8217;obiettivo principale fissato è quello di identificare le cause principali delle tendenze attuali, elaborare risposte efficaci, così da poter intraprendere azioni concrete per contrastare il lavoro minorile. Il lancio&nbsp;<a href="https://www.ilo.org/global/topics/child-labour/int-year/lang--en/index.htm?mc_cid=09fcbcbd1b&amp;mc_eid=%5bUNIQID%5d&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>dell&#8217;Anno internazionale per l&#8217;eliminazione del lavoro minorile nel 2021</strong></a>&nbsp;è stata una delle azioni più rilevanti dell&#8217;OIL per diffondere la consapevolezza e ricreare una solida cooperazione internazionale.</p>



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</div></figure>



<p><strong>CONCLUSIONI</strong></p>



<p>Questo articolo ha cercato di presentare, attraverso un&#8217;analisi storica del lavoro dell&#8217;OIL, i vari punti di forza e di debolezza dell’attuale missione dell’OIL contro il lavoro minorile.</p>



<p>In seguito all&#8217;analisi di tre diversi periodi storici, dal 1919 al 1948, dal 1970 al 1990, e dal 2020 ai giorni nostri, sono emerse importanti considerazioni.</p>



<p>In primo luogo, l&#8217;esame ha dimostrato che l&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro ha costruito un notevole quadro giuridico internazionale, obbligando gli stati a dialogare in merito al lavoro minorile e fissare comuni standard universali da rispettare. La capacità dell&#8217;Organizzazione di coinvolgere Stati, sindacati e datori di lavoro ha generato una buona serie di armi contro il lavoro minorile, come le Convenzioni OIL del 1973 e del 1999, e il lancio del programma IPEC dagli anni ‘90. Il quadro giuridico creato ha garantito l&#8217;eliminazione del lavoro minorile in molte aree del mondo e, inoltre,&nbsp;<strong>una significativa riduzione in specifiche aree geopolitiche critiche.</strong></p>



<p>In secondo luogo, l’analisi ha dimostrato che l&#8217;Organizzazione presenta alcuni difetti strutturali che potrebbero minare l&#8217;efficacia della sua missione sul lungo raggio. Di fatti, l’OIL ha creato un quadro giuridico gravemente precario, a causa&nbsp;<strong>della mancanza di una seria regolamentazione sul lavoro minorile nei settori agricoli e familiari</strong>. Questa mancanza di legislazione è una questione di grande urgenza per l&#8217;Organizzazione dato che il 70% del tasso globale di bambini (tra i cinque e i diciassette anni) lavora attualmente in agricoltura. Inoltre,&nbsp;<strong>la flessibile rigidità</strong>, che ha effettivamente garantito una partecipazione universale, ha però contribuito alla creazione di un sistema che non è in grado di affrontare concretamente il lavoro minorile. Infine,&nbsp;<strong>la pandemia Covid-19</strong>&nbsp;ha portato alla luce le difficoltà dell&#8217;Organizzazione ad assicurare l&#8217;implementazione nazionale sul lavoro minorile, mentre gestisce nuove imprevedibili emergenze. Di conseguenza, il lavoro minorile è aumentato drammaticamente, facendo retrocedere i risultati positivi del periodo pre-Covid.<br></p>



<p><strong>In conclusione</strong>, è possibile affermare che le carenze legislative ed operative dell’OIL devono essere affrontate per ridurre gli alti tassi di lavoro minorile nel mondo, cercando di rafforzare gli aspetti positivi e migliorare quelli negativi. L&#8217;Organizzazione deve adattarsi, come ha fatto in passato, alle nuove circostanze internazionali e progettare nuove tattiche contro il lavoro minorile per&nbsp;<a href="https://www.cypcs.org.uk/rights/uncrc/articles/article-3/?utm_source=rss&utm_medium=rss">realizzare&nbsp;</a><a href="https://www.cypcs.org.uk/rights/uncrc/articles/article-3/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>i migliori interessi del bambino.</strong></a></p>
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		<title>Il rapporto. Così il silenzio uccide in 169 guerre nel mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2022 08:06:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>da avvenire.it Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>da avvenire.it </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel buio informativo</p>



<p><img src="https://www.avvenire.it/c/2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/05013o9o_80041698.jpg?width=1024&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo"></p>



<p>Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo &#8211; Ansa<a href="https://twitter.com/share?url=https%3a%2f%2fwww.avvenire.it%2fmondo%2fpagine%2fil-silenzio-uccide-in-169-guerre%3ffbclid%3dIwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&amp;text=Cos%C3%AC%20il%20silenzio%20uccide%20in%20169%20guerre%20nel%20mondo&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p><a href="mailto:?Subject=Avvenire%20%20il-silenzio-uccide-in-169-guerre&amp;Body=Vorrei%20condividere%20con%20te%20questo%20articolo%20https://www.avvenire.it/mondo/pagine/il-silenzio-uccide-in-169-guerre?fbclid=IwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Lo dice la parola stessa. Guerra deriva dal termine germanico&nbsp;<em>werra,</em>&nbsp;cioè mischia furibonda, dove le parti si affrontano in un corpo a corpo rozzo, sconnesso, disorganico. «Werra» è, dunque, sinonimo di caos. Non sorprende che nelle epoche di elevata instabilità geopolitica, le guerre si moltiplichino.​</p>



<p>Del resto, ricordava la filosofa Hannah Arendt, esse non servono a ristabilire i diritti, bensì a ridefinire i poteri. Più che la prosecuzione della politica con altri mezzi – come sosteneva Von Clausewitz –, sono la certificazione del suo fallimento. In questo tempo di crisi della politica e del suo principale riferimento – lo Stato nazione –, nuove fiammate belliche si sommano a vecchi scontri irrisolti.​</p>



<p>Il risultato è un susseguirsi di crisi a intensità variabile che si consumano in gran parte nel Sud del mondo e, per questo a differenza per esempio dell’Ucraina, a distanza incommensurabile dalla ribalta mediatica. Il “Conflict data program” della prestigiosa Università svedese di Uppsala ne ha censito 169 nel 2020, l’ultimo anno per cui i dati sono disponibili, per un totale di oltre 81.447 vittime. Un nuovo record, dopo 5 anni di relativo calo.</p>



<p>E da allora lo scenario è ulteriormente peggiorato. «Terza guerra mondiale a pezzi», non si stanca di definirla, fin dal 2014, papa Francesco. Solo tre dei 169 conflitti registrati implicano un confronto militare “classico” fra Stati: India-Pakistan per il controllo del Kashimir, Cina-India per la questione dell’Aksai Chin o Arunchal Pradesh e Israele-Iran, oltre ora a Russia e Ucraina. Il fatto è che nel Novecento, lo scenario bellico ha subito una «mutazione genetica», accelerata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Se la Guerra fredda aveva articolato la conflittualità intorno a un unico spartiacque ideologico, dalla sua fine questa ha assunto connotati sempre più cangianti</p>



<p>.<img src="https://www.avvenire.it/c//2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/77e5136f6e_80041699.jpg?width=620&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="il centro di Aleppo devastato nel 2015"></p>



<p>il centro di Aleppo devastato nel 2015 &#8211; Ansa</p>



<p>A dominare il panorama sono, ora più che mai, i conflitti interni o “intra-statali”. «A volte, un gruppo ribelle impugna le armi contro il governo come al-Shabaab in Somalia o i taleban in Afghani- stan, prima che questi ultimi prendessero il potere lo scorso agosto – spiega Therese Pettersson, coordinatrice del Conflict data program –. Ne abbiamo individuati 53. Altre, l’attore Stato non è coinvolto. In 72 conflitti, le parti in lotta sono milizie di vario tipo che disputano il controllo di un territorio. Vi sono, infine, ventuno crisi create da organizzazioni – statali o non – che prendono di mira deliberatamente i civili». Un filo rosso unisce questo sfaccettato poliedro bellico: la tendenza crescente da parte di attori esterni di supportare militarmente uno dei contendenti. «Proxy war», «guerre per procura », le chiamano vari analisti. «Sono stati gli scontri interni a produrre le conseguenze umanitarie più gravi nei decenni post-Guerra fredda.</p>



<p>È sufficiente ricordare il dramma della Siria, dell’Afghanistan, dell’Iraq e dello Yemen. Le due eccezioni sono le guerre statuali tra Etiopia ed Eritrea (1999-2000) e quella in corso tra Mosca e Kiev», aggiunge Pettersson. Il numero dei caduti negli scontri, inoltre, è solo uno delle tragedie causate dai conflitti. «La durata è un elemento cruciale. Quanto più lo scontro si protrae nel tempo, tanto più le conseguenze umanitarie rischiano di essere catastrofiche, indipendentemente dalla sua intensità, come vediamo in Sud Sudan, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia », calcola Robert Blecher, direttore del Future of conflict program dell’International crisis group. Una gravità, quella delle guerre prolungate, inversamente proporzionale all’attenzione internazionale, assuefatta di fronte alla cronicizzazione di crisi «lontane». I due fattori – morti e tempo – si sono intrecciati in modo perverso nella guerra afghana, conferendole il tremendo titolo più lunga e più letale: va avanti ininterrottamente, fra picchi di brutalità e timide frenate, dal 1978.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Le mille facce del dominio armato</strong></p>



<p><strong>5 mila i morti in più nel 2020</strong>&nbsp;(sono stati in totale 81.447) rispetto all’anno precedente</p>



<p><strong>72</strong>&nbsp;le guerre fra milizie non statali e&nbsp;<strong>21</strong>&nbsp;quelle con governi o gruppi contro i civili</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>​</p>



<p>L’emergenza fame, seguita alla riconquista di Kabul da parte dei taleban, ne è solo un’altra sfaccettatura. Secondo Blecher, infine, va incluso a pieno titolo nella categoria dei conflitti, la violenza che dilania buona parte dell’America Latina, ufficialmente “al riparo” dalla bufera bellica dall’accordo di pace in Colombia nel 2016. La realtà, purtroppo, è di segno opposto. La narco-guerra messicana, la feroce anarchia haitiana o gli scontri delle gang in Centramerica hanno costi umanitari e dinamiche a tutti gli effetti bellici. È lo svelamento di quanto affermava Hannah Arendt: il cuore della guerra – di ogni guerra, comunque la si definisca – è la ridefinizione del potere.</p>
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		<title>Buchi neri: detenzione senza reato</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Jan 2022 08:36:54 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/Buchi-neri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="809" height="930" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/Buchi-neri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16083" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/Buchi-neri.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 809w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/Buchi-neri-261x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 261w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/Buchi-neri-768x883.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 809px) 100vw, 809px" /></a></figure>



<p>&#8220;Buchi neri&#8221;, il nuovo sito della Coalizione Italiana Libertà e Diritti civili che prende il nome dall&#8217;omonimo rapporto sui CPR d&#8217;Italia che quanto a quello di Milano attinge al dossier &#8220;Delle Pene senza Delitti&#8221; al quale ha contribuito la nostra Rete.https://buchineri.cild.eu/?utm_source=rss&utm_medium=rss<br><br> <a href="https://www.facebook.com/NoaiCPR/photos/a.360214287883417/1103255196912652?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">QUI IL VIDEO!</a></p>



<p><br>Il 9 maggio 2021 Moussa Balde, un giovane di 23 anni originario della Guinea, va a fare la spesa in un supermercato di Ventimiglia, città ligure che dista circa 7 chilometri dal confine italo-francese. Dopo un diverbio all’interno della struttura, viene seguito da tre uomini di origine italiana, messo spalle al muro e picchiato violentemente con colpi di spranga e calci all’addome, alla testa e al volto, come dimostreranno in seguito le immagini di un video amatoriale.&nbsp;</p>



<p>Alcuni passanti danno l’allarme e dopo l’arrivo della polizia, Moussa viene portato al vicino ospedale di Bordighera e poi dimesso con una prognosi di dieci giorni per lesioni e trauma facciale. Essendo senza documenti viene portato al Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Torino, in corso Brunelleschi. Più precisamente all’interno dell’Ospedaletto del Centro, in isolamento sanitario.&nbsp;</p>



<p>“Io non riesco più a stare rinchiuso qui dentro: quanto manca a farmi uscire? Perché mi hanno rinchiuso? Voglio uscire: io uscirò di qui” continua a ripetere al suo avvocato, la sera di venerdì 21 maggio. Saranno le sue ultime parole. Il giorno dopo, nella notte, si toglie la vita nella sua stanza nel cosiddetto “ospedaletto”, dopo due settimane di isolamento sanitario.&nbsp;</p>



<p>A seguito della visita del 14 giugno da parte del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale la sezione in cui si trovava Moussa verrà chiusa, in quanto trovata del tutto inadeguata e priva dei requisiti essenziali per le esigenze sanitarie. Nel suo rapporto il Garante dichiara “che l’alloggiamento all’interno dell’area ‘Ospedaletto’ del CPR di Torino configuri un trattamento inumano e degradante e che tale valutazione possa essere condivisa dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo, esponendo così il Paese alle relative conseguenze”. Moussa non doveva trovarsi lì e la sua tragica fine suscita molte domande: perché alla vittima di un violento pestaggio viene negata assistenza sanitaria e psicologica adeguata, perché viene isolato in una situazione già di massima vulnerabilità? Cosa sono e a cosa servono queste strutture dello Stato chiamate Centri di Permanenza per il Rimpatrio (Cpr)? Sono misure degne di uno Stato di diritto e di una democrazia che si prende cura dei diritti fondamentali delle persone, inclusi i più vulnerabili? È lecita questa detenzione senza reato? Quali sono le possibili alternative?&nbsp;</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Per cercare delle risposte a queste domande, la Coalizione Italiana Libertà e i Diritti Civili (CILD) ha creato questo sito e pubblicato il suo primo rapporto: “Buchi Neri: la detenzione senza reato nei Centri di Permanenza per i Rimpatri (CPR)”. Disponible qui. <a href="https://cild.eu/wp-content/uploads/2021/10/ReportCPR_Web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Scarica il Rapporto</a></p>
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		<title>Ue e Bielorussia: come trasformare una crisi politica in una crisi dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2021 08:52:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da asgi.it) Il commento di ASGI sulla Proposta della Commissione per una decisione del Consiglio basata sull’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio. Il&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h1>(da asgi.it)</h1>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/12/Bielorussia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-46645"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Il commento di ASGI sulla Proposta della Commissione per una decisione del Consiglio basata sull’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio.</p></blockquote>



<p>Il 1° dicembre la Commissione Europea ha presentato una serie di misure di carattere giuridico e pratico per affrontare la crisi alla frontiera con la Bielorussia. Tra queste, vi è la proposta di adozione di una decisione del Consiglio ai sensi dell’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio.</p>



<p><strong>La proposta è allarmante perché, invece di fornire una risposta giuridica efficace alla crisi umanitaria in corso improntata alla protezione dei diritti delle persone al confine, introduce ulteriori limitazioni al diritto d’asilo e potenzia le procedure di frontiera, promuovendo di fatto la detenzione e l’abbassamento del livello delle condizioni materiali di accoglienza dei richiedenti asilo.</strong></p>



<p>La situazione al confine con la Bielorussia può essere affrontata nel pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto dell’Unione, così come attualmente disciplinato dalle Direttive in materia di asilo.</p>



<p>Dal momento che i<strong>&nbsp;</strong>numeri e il carattere dell’afflusso di cittadini di paesi terzi non sono tali da mettere in pericolo la tenuta dei sistemi di asilo dei Paesi interessati,<strong>&nbsp;non riteniamo necessaria l’attivazione di un intervento ai sensi dell’articolo 78 (3) TFUE</strong>.&nbsp;La Commissione ha invece fondato la proposta sull’emergenza determinata dalla strumentalizzazione da parte della Bielorussia delle persone migranti, presupposto che nulla ha che a vedere con la formulazione dell’articolo 78 (3).&nbsp;</p>



<p>Sollecitiamo invece la Commissione a supportare Lettonia, Lituania e Polonia <strong>attraverso un sostegno tecnico e finanziario, subordinato al rispetto, da parte dei paesi interessati, della Carta dei diritti fondamentali e delle Direttive europee in materia di asilo.</strong> Si ribadisce che è fondamentale promuovere il rispetto del diritto internazionale e del diritto europeo ai confini e che il <strong>quadro giuridico attuale fornisce adeguati strumenti per rispondere a situazioni di incremento dei flussi migratori.</strong></p>



<p><a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/12/Policy_UE_Bielorussia.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Leggi qui l’analisi di ASGI</a></p>
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		<title>Rapporto ISMU sulle migrazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Mar 2021 08:01:37 +0000</pubDate>
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<p>Fondazione ISMU stima che al 1° gennaio 2020 gli stranieri presenti<a href="https://www.ismu.org/xxvi-rapporto-ismu-sulle-migrazioni-2020-comunicato-stampa-23-2-2021/#_ftn1?utm_source=rss&utm_medium=rss">[1]</a>&nbsp;in Italia siano&nbsp;<strong>5.923.000&nbsp;</strong>su una popolazione di 59.641.488 residenti (poco meno di uno straniero ogni 10 abitanti). Tra i presenti, i residenti sono circa 5 milioni (l’85%), i regolari non iscritti in anagrafe sono 366mila, mentre gli irregolari sono poco più di mezzo milione (517mila, -8,0%, rispetto alla stessa data del 2019). Rispetto alla stessa data del 2019, il numero di stranieri presenti è sostanzialmente invariato con un calo pari a -0,7%. Nel 2020, l’anno segnato dallo scoppio della pandemia Covid-19, si registra un aumento degli sbarchi (34mila), dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Calano invece le richieste d’asilo che nel 2020 sono state 28mila (contro le 43.783 del 2019). Nonostante la ripresa degli sbarchi, il fenomeno migratorio nel nostro paese mostra i segnali di una fase di relativa stagnazione. Tale tendenza potrà verosimilmente accentuarsi anche a seguito della crisi economica che il post-pandemia porterà con sé, rallentando gli arrivi e incentivando la mobilità degli stranieri e naturalizzati verso altri paesi. In prospettiva una riduzione della consistenza numerica è attesa anche per quanto riguarda la componente irregolare, su cui agiranno sia gli effetti della sanatoria intervenuta nel corso di quest’anno, sia l’eventuale riduzione della forza trainante di un mercato del lavoro che quasi certamente faticherà a recuperare le posizioni, già non brillanti, dell’epoca pre-Covid.</p>



<p>Sono questi alcuni dei principali dati del&nbsp;<strong>XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020</strong>, elaborato da Fondazione ISMU&nbsp;<strong>(Iniziative e Studi sulla Multietnicità)</strong>&nbsp;che viene presentato oggi 23 febbraio dalle 11.00 alle 12.30&nbsp;&nbsp;<strong>in diretta sul canale&nbsp;</strong><a href="https://www.youtube.com/user/FondazioneIsmu?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>YouTube</strong></a>&nbsp;e&nbsp;<strong>sulla pagina&nbsp;</strong><a href="https://www.facebook.com/fondazioneismu?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Facebook</strong></a>&nbsp;di Fondazione ISMU.</p>



<p>Alla presentazione, realizzata in collaborazione con la Fondazione Cariplo e con la Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, e moderata da&nbsp;<strong>Nicola Pasini</strong>, Fondazione ISMU, partecipano in ordine di intervento:&nbsp;<strong>Mariella Enoc</strong>, Presidente di Fondazione ISMU;&nbsp;<strong>Giovanni Fosti</strong>, Presidente di Fondazione Cariplo;&nbsp;<strong>Patrick Doelle,&nbsp;</strong>Rappresentanza in Italia della Commissione europea;&nbsp;<strong>Vincenzo Cesareo</strong>, Segretario Generale di Fondazione ISMU;&nbsp;<strong>Livia Ortensi</strong>, Responsabile Settore Statistica di Fondazione ISMU;&nbsp;<strong>Laura Zanfrini</strong>, Responsabile Settore Economia e Lavoro di Fondazione ISMU;&nbsp;<strong>Paola Barretta</strong>&nbsp;ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia;&nbsp;<strong>Giovanni Giulio Valtolina</strong><em>,&nbsp;</em>Responsabile Settore Famiglia e Minori e Religioni di Fondazione ISMU;&nbsp;<strong>Venanzio Postiglione,</strong>&nbsp;Vicedirettore del&nbsp;<em>Corriere della Sera.&nbsp;</em>A chiusura del convegno&nbsp;<strong>Luca Merotta</strong>, Fondazione ISMU, intervista&nbsp;<strong>Piero Sunzini</strong>, Direttore di Tamat Ong.</p>



<p><strong>1) MIGRAZIONI IN ITALIA<a href="https://www.ismu.org/xxvi-rapporto-ismu-sulle-migrazioni-2020-comunicato-stampa-23-2-2021/#_ftn2?utm_source=rss&utm_medium=rss">[2]</a></strong></p>



<p><strong>L’immigrazione al 1° gennaio 2020.</strong>&nbsp;Fondazione ISMU stima che al 1° gennaio 2020 gli stranieri presenti in Italia siano 5.923.000 su una popolazione di 59.641.488 residenti (poco meno di uno straniero ogni 10 abitanti). &nbsp;Tra i presenti, i residenti sono circa 5 milioni (l’85%), i regolari non iscritti in anagrafe sono 366mila, mentre gli irregolari sono poco più di mezzo milione (517mila). Rispetto alla stessa data del 2019, la variazione degli stranieri presenti è stata del -0,7%. Tra i residenti stranieri i maschi rappresentano il 48,2% del totale e le femmine il 51,8% (tra la popolazione italiana le donne sono il 51,2% del totale), i minorenni il 20,2% (sono il 14,8% di quelli di cittadinanza italiana) e gli ultrasessantacinquenni sono il 4,9% (contro il 24,9% tra gli italiani).</p>



<p><strong>Irregolari.&nbsp;</strong>La dinamica dell’irregolarità registra un’inversione di tendenza: se al 1° gennaio 2019 le persone prive di un valido titolo di soggiorno stimate da ISMU erano 562mila, al 1° gennaio 2020 queste scendono a 517mila (-8,0%). Un cambiamento che si è verificato prima del provvedimento di regolarizzazione del 2020 e seppur in presenza di una nuova normativa sull’asilo che ha accresciuto la platea degli esclusi.</p>



<p><strong>Effetto Covid su richiedenti asilo, permessi di soggiorno e sbarchi.&nbsp;</strong>Le restrizioni alla mobilità causate dalla pandemia hanno influito sugli spostamenti finalizzati alla richiesta di asilo o protezione umanitaria che avvengono attraverso le frontiere aeroportuali. Durante il 2020 le richieste d’asilo in Italia sono state 28mila (contro le 43.783 del 2019). In totale negli ultimi dieci anni le richieste d’asilo sono state 608.225. In calo anche il numero di nuovi permessi di soggiorno: nei primi 6 mesi del 2020 (ultimi dai disponibili) sono stati concessi a cittadini non comunitari circa 43mila nuovi permessi di soggiorno, meno della metà del primo semestre 2019. Le riduzioni più consistenti sono avvenute nei mesi di aprile (-93,4%) e maggio (-86,7%) 2020. Nel 2019 sono stati rilasciati 177.254 nuovi permessi di soggiorno, il 26,8% in meno rispetto al 2018. Il calo maggiore ha riguardato le concessioni per richiesta di asilo, passate da 51mila nel 2018 a 27mila nel 2019 (-47,4%). Al 1° gennaio 2020 si contano in totale 3 milioni e 616mila cittadini non comunitari con un permesso di soggiorno, di cui i lungosoggiornati costituiscono il 63,1%. Passando agli ingressi via mare i dati sono in controtendenza rispetto a quelli della mobilità generale: le persone sbarcate in Italia nel 2020 sono state 34mila, in aumento dopo due anni di diminuzione (23mila nel 2018 e 11mila nel 2019). Tra gli altri canali di ingresso che alimentano potenzialmente le richieste di asilo c’è quello degli arrivi irregolari via terra che dall’inizio dell’anno al 26 novembre 2020 sono stati 5.032 (nel 79% dei casi provenienti dalla Slovenia).</p>



<p><strong>Gli esiti delle richieste d’asilo.&nbsp;</strong>Per quanto riguarda gli esiti delle richieste di asilo, questi mostrano nel 2020 una flessione dei dinieghi (76%) rispetto al 2019 (81%), ma comunque superiore agli anni che hanno preceduto l’abolizione della protezione umanitaria.</p>



<p><strong>Provenienze: il 22,7% dei residenti stranieri proviene dalla Romania.&nbsp;</strong>Per quanto riguarda le provenienze degli stranieri residenti al 1° gennaio 2020 il gruppo nazionale più numeroso continua a essere quello dei rumeni, anche dopo le rettifiche post censuarie (un milione e 146mila residenti, il 22,7% del totale degli stranieri residenti in Italia). Seguono circa 422mila&nbsp;<strong>albanes</strong>i (8,4%) e 414mila&nbsp;<strong>marocchini&nbsp;</strong>(8,2%). Al quarto posto si collocano i&nbsp;<strong>cinesi</strong>&nbsp;con quasi 289mila unità (5,7% del totale stranieri in Italia), poi gli&nbsp;<strong>ucraini</strong>&nbsp;con quasi 229mila unità, i&nbsp;<strong>filippini&nbsp;</strong>(quasi 158mila), gli&nbsp;<strong>indiani&nbsp;</strong>(poco più di 153mila), i&nbsp;<strong>bangladeshi</strong>&nbsp;(quasi 139mila), gli&nbsp;<strong>egiziani&nbsp;</strong>(circa 128mila) e i&nbsp;<strong>pakistani</strong>&nbsp;(meno di 122mila). Le prime tre nazionalità rappresentano da sole quasi il 39,3% del fenomeno migratorio complessivo, mentre in totale le prime dieci raggiungono il 63,5%.</p>



<p><strong>I presenti nelle strutture di accoglienza.&nbsp;</strong>In Italia al 31 dicembre 2020 risultavano accolte in strutture di accoglienza (negli hotspot, nei SIPROIMI – Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati – e nei centri di accoglienza straordinari) 80mila migranti, in netta diminuzione rispetto agli anni precedenti. La Lombardia è la Regione che al 31 dicembre 2020 ospita il maggior numero di migranti, 10.494 (13% sul totale), seguita da Emilia Romagna (8.392) e Lazio (7.491).</p>



<p><strong>Acquisizioni di cittadinanza.&nbsp;</strong>Nel 2019 le acquisizioni di cittadinanza sono state 127mila, in lieve ripresa dopo il calo registrato nel 2018.</p>



<p><strong>Minori stranieri non accompagnati</strong>. Negli ultimi cinque anni la quota di minori stranieri non accompagnati (msna) sul totale degli sbarcati è stata sempre superiore alla media decennale, oscillando fra il 13,2% e il 15,1%.</p>



<p>Sul fronte dell’accoglienza dei minori stranieri soli, al 31 dicembre 2020 risultavano presenti e censiti nelle strutture di accoglienza italiane 7.080 msna, in grande maggioranza maschi (96,4%) e soprattutto giovani quasi-adulti (il 67% di loro ha 17 anni).</p>



<h5>2) IL LAVORO</h5>



<p><strong>Immigrati e mercato del lavoro in Italia.&nbsp;</strong>Nel 2019 gli occupati stranieri hanno superato i 2 milioni e mezzo, su una popolazione in età da lavoro di oltre 4 milioni. I dati ripresi da varie fonti istituzionali e commentati all’interno del XXVI Rapporto ISMU ci dicono che gli stranieri rappresentano il 10,4% della popolazione in età attiva, l’11,2% delle forze di lavoro, il 10,7% degli occupati e ben il 15,6% dei disoccupati totali. Nel 2019 il tasso di occupazione degli stranieri è del 61% e subisce una lieve flessione, a causa dell’andamento negativo di quello femminile. Il tasso di disoccupazione è del 13,8% (contro il 9,5% degli italiani), con punte più alte tra la componente femminile (16,3%) e i giovani extracomunitari (24%).</p>



<p><strong>Giovani e donne sono i gruppi più svantaggiati.</strong>&nbsp;Nonostante i progressi nella partecipazione degli stranieri al sistema scolastico e accademico, oltre 9 giovani lavoratori extracomunitari su 10 svolgono un lavoro a bassa qualifica e bassa retribuzione. Dati che confermano il fenomeno dello svantaggio strutturale dei giovani immigrati di prima e seconda generazione, svantaggio che rappresenta una delle principali criticità per la convivenza interetnica in Italia e in Europa. A tale fenomeno si sovrappone anche una&nbsp;<strong>questione femminile</strong>, che emerge dall’analisi dei dati relativi ai NEET (Not in Education, Employment or Training, ovvero i giovani che non studiano né lavorano) che per le giovani donne straniere si spiega soprattutto col loro precoce coinvolgimento nel lavoro di cura dei propri familiari: il 23,1% delle extracomunitarie con meno di 24 anni dichiara di doversi prendere cura dei figli o di altri familiari, contro il 4,1% delle italiane.</p>



<p><strong>L’impatto della pandemia e scenari post Covid-19.</strong>&nbsp;L’emergenza determinata dal Covid-19 ha posto in evidenza l’elevata percentuale dei migranti tra i key-workers, impegnati nella produzione dei servizi essenziali, quali la filiera agroalimentare, il settore sanitario e della cura, la logistica. In particolare è emersa la dipendenza dei sistemi di produzione alimentare dei paesi sviluppati dai lavoratori immigrati. Inoltre la crisi sanitaria ha avuto l’effetto non soltanto di rivelare la precarietà e la vulnerabilità dei migranti sul mercato del lavoro, ma anche di rafforzarle.</p>



<p>Su questo quadro si è innestata la regolarizzazione che ha portato in totale a 207.542 domande di emersione, di cui 176.848 per lavoro domestico e assistenza alla persona e 30.694 per lavoro nel settore primario (agricoltura e pesca): un esito importante ma in grado di incidere solo in parte sul problema dell’irregolarità dei rapporti di impiego. Pur senza toglierle il merito di aver permesso l’emersione di migliaia di lavoratori irregolari, questa regolarizzazione ha una volta di più ribadito la distanza tra la legge e la realtà.</p>



<p>La “scoperta” del ruolo chiave che il lavoro immigrato svolge in determinati comparti essenziali rende improrogabile mettere finalmente a tema il&nbsp;<strong>ridisegno delle politiche migratorie</strong>&nbsp;secondo un approccio pragmatico alla questione che ne depotenzi la strumentalizzazione politico-ideologica. Una esigenza che&nbsp;<strong>vedrà Fondazione ISMU impegnata nella formulazione di indicazioni e proposte capaci di iscrivere la gestione dell’immigrazione entro le linee strategiche per la crescita e lo sviluppo dell’Italia</strong>, andando oltre l’approccio “miope” all’immigrazione che l’ha fino ad oggi caratterizzata.</p>



<p><strong>3)&nbsp;</strong><strong>GLI ALUNNI STRANIERI E IL SISTEMA SCOLASTICO ITALIANO</strong></p>



<p><strong>DAD e studenti stranieri.&nbsp;</strong>Nel 2020 la chiusura delle scuole a causa dell’emergenza sanitaria e l’introduzione della Didattica a Distanza (DAD) “forzata” hanno cambiato le vite di milioni di studenti, genitori e insegnanti. Anche se non sono ancora disponibili i dati più completi sugli effetti della DAD, si cominciano a stimare i costi economici e sociali del Covid anche in termini di peggioramento degli apprendimenti degli allievi (sia italiani, sia stranieri), soprattutto quelli più svantaggiati a causa di un accesso limitato a internet e/o per la mancanza del supporto genitoriale. Secondo una survey che ha coinvolto oltre 3.700 insegnanti nel mese di giugno 2020 (INDIRE), i figli di famiglie migranti sono uno fra i gruppi più esclusi dalla DAD.</p>



<p><strong>Ogni 100 alunni 10 sono stranieri.&nbsp;</strong>Passando all’analisi degli ultimi dati disponibili relativi all’anno scolastico 2018/2019 si registra che gli alunni con cittadinanza non italiana (CNI) hanno superato le&nbsp;<strong>850mila</strong>&nbsp;unità (+16% rispetto all’ a.s. 2017/2018), pari al 10% del totale degli iscritti nelle scuole italiane.&nbsp;<strong>Quindi è stata raggiunta la soglia simbolica dei 10 alunni con background migratorio ogni 100</strong>. Come già evidenziato in precedenti rapporti lo scenario delle scuole multiculturali italiane è entrato da diversi anni in una fase di stasi, caratterizzata da un&nbsp;<strong>netto rallentamento del trend di crescita</strong>.</p>



<p><strong>Provenienze: rumeni, albanesi, marocchini e cinesi sono sempre in cima alla classifica.</strong>&nbsp;Nell’a.s. 2018/19 gli alunni di origine rumena si confermano al primo posto (157.470, il 18,3% degli alunni CNI), seguiti dagli albanesi (118.085, il 13,6%), dai marocchini (105.057, 12,2%) e dai cinesi (55.070, 6,4%).</p>



<p><strong>Alunni stranieri nati in Italia raddoppiati negli ultimi 10 anni.</strong>&nbsp;Negli ultimi 10 anni è raddoppiata la quota dei nati in Italia che, nell’a.s. 2018/19, supera le 550mila presenze (pari al 64,5% dei CNI) e da 6 anni scolastici consecutivi costituisce la maggioranza degli alunni stranieri. A livello di provenienze, Cina, Marocco e Albania sono i primi tre paesi per numerosità delle seconde generazioni.</p>



<p><strong>La Campania supera la Sicilia come prima regione del Sud per numero di alunni stranieri.&nbsp;</strong>La Lombardia è, da sempre, la prima regione per numero di alunni stranieri raggiungendo quasi le 218mila presenze nel 2018/19 (15,5% sul totale degli alunni del sistema scolastico lombardo), seguita da Emilia-Romagna (oltre 100mila, pari al 16,4% sul totale degli alunni del sistema scolastico presenti in questa regione), Veneto (circa 94mila), Lazio e Piemonte (79-78mila), Toscana (71mila). La Campania supera la Sicilia come prima regione del Sud per numero assoluto di alunni con background migratorio, oltre ad essere al primo posto per la crescita in termini percentuali nell’ultimo triennio (+15,2%).</p>



<p><strong>I tre quarti delle scuole hanno fino al 30% di alunni con background migratorio.&nbsp;</strong>Nell’a.s. 2018/19 le scuole non coinvolte nel fenomeno migratorio continuano a diminuire nel tempo (sono 10.211, pari al 18,3% del totale delle scuole italiane, contro il 26,1% dell’a.s 2008/2009). Cresce invece il numero delle scuole con percentuali fino al 30% di alunni con origine immigrata (oltre i ¾ delle scuole del territorio nazionale). Aumenta anche la presenza di scuole con oltre il 30% di alunni stranieri, quasi triplicate nell’ultimo decennio, che sono complessivamente 3.574, il 6,5% delle scuole italiane.</p>



<p><strong>Il 30% degli studenti CNI è in ritardo scolastico.</strong>&nbsp;Attualmente il ritardo scolastico è un fenomeno che riguarda il 9% degli studenti italiani e il 30% dei non italiani. Sebbene la quota di studenti con background migratorio in ritardo si sia ridotta di oltre 10 punti percentuali in un decennio, essa rimane ancora molto elevata e stabile negli ultimi anni, in particolare nelle secondarie di secondo grado in cui il 57% dei CNI è in ritardo di uno o più anni.</p>



<p><strong>Il 32,3% dei ragazzi stranieri tra i 18 e i 24 anni abbandona gli studi, contro l’11,3% degli autoctoni</strong>. Per quanto riguarda gli ELET (<em>Early Leaving from Education and</em>&nbsp;<em>Training)</em>, ovvero la percentuale di giovani tra i 18 e i 24 anni che non è in possesso di un titolo di istruzione secondaria superiore o di una qualifica professionale e che non è inserita in percorsi scolastico-formativi, in circa un decennio si è verificata una riduzione percentuale di questo gruppo sia fra gli italiani sia fra gli stranieri. Tuttavia, nel 2019, gli ELET nati all’estero sono il 32,3% dei 18-24enni stranieri (il 22,2% nella media UE28), ovvero il triplo degli autoctoni, che si fermano all’11,3%.</p>



<p><strong>Scelte scolastiche: nei licei aumenta la presenza degli alunni stranieri.</strong>&nbsp;Negli ultimi 10 anni è aumentata la presenza dei CNI nei licei e parallelamente è diminuita quella negli istituti professionali.&nbsp;<strong>Nell’a.s. 2018/19 i</strong><strong>&nbsp;liceali arrivano a rappresentare il 30% degli iscritti CNI del secondo ciclo</strong>, con quasi 60mila presenze nei licei italiani.</p>



<p><strong>Scenari futuri.&nbsp;</strong>I dati degli ultimi anni fanno prevedere una r<strong>iduzione progressiva della popolazione scolastica di origine immigrata</strong>, dovuta in parte anche alle acquisizioni di cittadinanza, presumibilmente accelerata anche dagli effetti di medio-lungo termine del Coronavirus sull’abbandono degli studi, di cui si rilevano già tracce in alcune analisi di contesti locali. Un documento dell’USR Lombardia (2020) all’avvio del nuovo a.s. 2020/21, ad esempio, attesta un calo drastico nella quota di studenti stranieri presenti nelle scuole lombarde e, soprattutto milanesi, con una forte diminuzione dell’11%.</p>



<p><strong>4) MEDIA, POLITICA E IMMIGRAZIONE</strong></p>



<p><strong>Immigrazione, media e dibattito politico.</strong>&nbsp;Nel XXVI rapporto sulle migrazioni, ISMU dedica un focus di approfondimento alla relazione tra immigrazione, media e politica con l’obiettivo di capire&nbsp;<strong>se e come l’emergenza sanitaria abbia determinato un cambiamento nel racconto della migrazione</strong>. Attraverso un’analisi dei dati rilevati dall’Osservatorio di Pavia sui telegiornali di prima serata, sulle principali trasmissioni televisive di infotainment e sulle principali testate nazionali e locali,&nbsp;<strong>Fondazione ISMU fa rilevare come&nbsp;</strong><strong>l’emergenza sanitaria abbia modificato l’agenda dei media tradizionali e la visibilità dell’immigrazione abbia avuto un calo significativo</strong>. I Tg italiani nei primi nove mesi del 2020 hanno infatti dedicato all’immigrazione il 6% dei servizi, contro il 10,4% del 2019 (anno record). Stesso trend si riscontra per la stampa: l’immigrazione non fa più notizia sulle prime pagine (da marzo a giugno, la media è stata di circa 10 titoli a testata in un mese, contro i 30 nel 2019).</p>



<p><strong>I media non danno sufficiente spazio alle voci dei migranti.&nbsp;</strong>Nei primi 9 mesi del 2020, migranti e rifugiati, nei 7 notiziari generalisti, hanno avuto voce solo nel 7% dei servizi, mentre gli esponenti politici e istituzionali italiani sono intervenuti nel 33% dei servizi televisivi sull’immigrazione.</p>



<p><strong>Quanto pesa la politica nelle notizie sull’immigrazione.</strong>&nbsp;I dati rilevati confermano che, anche se nel 2020 l’immigrazione non è stata al centro del dibattito mediatico e politico come del 2019, essa rimane comunque – complici il decreto rilancio e le elezioni regionali – un tema polarizzante e fortemente divisivo. Tra gennaio e settembre 2020, la politica nelle notizie sull’immigrazione è presente nel 25-30% dei casi, nei sette principali Tg di prima serata.&nbsp;<strong>Un tema quello dell’immigrazione che sembra essere in cima alle priorità più dei politici</strong>&nbsp;– soprattutto per motivi di consenso –&nbsp;<strong>che dei cittadini, afflitti da ben altri problemi</strong>: secondo un’indagine Ipsos-IUSSES 2020, infatti, i principali motivi di preoccupazione per gli italiani sono l’occupazione e l’economia (78%), mentre l’immigrazione preoccupa solo il 14% degli intervistati.</p>



<p><strong>Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione ISMU tratta anche altre tematiche di attualità: razzismo e discriminazione ai tempi della pandemia; i rifugiati e l’azione umanitaria; Unione europea, Africa e migrazioni, le novità legislative. Anche in questa edizione è riservato uno sguardo all’Europa, in particolare alle nuove prospettive per le politiche migratorie europee (opinione pubblica e budget dell’Unione) e all’evoluzione del quadro normativo.</strong></p>



<p><strong>Il XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020 di Fondazione ISMU è scaricabile a fine presentazione al seguente link:</strong>&nbsp;<a href="https://www.ismu.org/presentazione-xxvi-rapporto-sulle-migrazioni-2020/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>www.ismu.org/presentazione-xxvi-rapporto-sulle-migrazioni-2020/.?utm_source=rss&utm_medium=rss</strong></a></p>



<h4>***</h4>



<p><a href="https://www.ismu.org/xxvi-rapporto-ismu-sulle-migrazioni-2020-comunicato-stampa-23-2-2021/#_ftnref1?utm_source=rss&utm_medium=rss">[1]</a>&nbsp;Alcuni dati riportati nel comunicato stampa differiscono da quelli pubblicati nel XXVI Rapporto sulle migrazioni 2020. I dati del comunicato infatti sono stati aggiornati in base alle recenti revisioni post-censuarie.</p>



<p><a href="https://www.ismu.org/xxvi-rapporto-ismu-sulle-migrazioni-2020-comunicato-stampa-23-2-2021/#_ftnref2?utm_source=rss&utm_medium=rss">[2]</a>&nbsp;Vedi nota precedente.<a href="https://ismu.us10.list-manage.com/track/click?u=c2c09dbb08ae465f3f8029440&amp;id=573dc476fd&amp;e=29af0f9793&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://ismu.us10.list-manage.com/track/click?u=c2c09dbb08ae465f3f8029440&amp;id=573dc476fd&amp;e=29af0f9793&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Giornalisti e conflitti armati: la protezione nel Diritto internazionale umanitario</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2021 08:36:56 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Se storicamente l’opinione pubblica non ha mai avuto accesso a informazioni di prima mano sullo svolgimento dei conflitti armati, i conflitti contemporanei, internazionali e non internazionali, sono in genere invece ben documentati e ogni giorno centinaia di informazioni giungono sino a noi dai campi di battaglia.</p>



<p>Se, semplicemente leggendo un giornale in metropolitana o guardando la televisione dal divano di casa, oggi possiamo ascoltare le parole di civili siriani in fuga dalle loro abitazioni o di combattenti curdi che si preparano ad uno scontro armato, è grazie al lavoro di migliaia di professionisti che dedicano la loro vita ad intervistare, documentare e fotografare la cruda realtà della guerra perché il mondo sia a conoscenza di quel che accade e di quali siano gli interessi in gioco.</p>



<p>Benché diverse misure vengano quotidianamente prese per tutelarne l’incolumità, come l’attento studio dei loro spostamenti o l’utilizzo di caschi e giubbotti antiproiettile, spesso questi uomini e donne rimangono vittime di omicidi, incidenti o sono trattenuti come prigionieri o ostaggi dalle fazioni in conflitto, come arma di ricatto o per impedire di raccontare quello che avviene sul campo. Proprio per rispondere ai rischi corsi da questa particolare categoria di soggetti, il diritto internazionale umanitario ha sentito la necessità di intervenire con una disciplina di protezione <em>ad hoc</em>.</p>



<p>Nell’ambito del diritto internazionale umanitario, è innanzitutto definito giornalista chiunque eserciti come attività principale quella di corrispondente, reporter, fotografo, cameraman o assistente tecnico, e due sono le principali categorie di giornalisti individuate: quella dei corrispondenti di guerra e quella dei giornalisti in&nbsp;missione professionale pericolosa nelle zone di conflitto armato.</p>



<p>Per quanto concerne la prima categoria, è corrispondente di guerra quel giornalista che è accreditato o comunque autorizzato da una delle parti in conflitto, Stato o gruppo armato belligerante che sia, a seguire le truppe e a documentare quanto avviene sul campo. A tale figura è riconosciuta una protezione giuridica particolarmente estesa: se da un lato, infatti, gode della generale protezione che il diritto umanitario riconosce ai civili (e come loro, quindi, non può essere ritenuto un obiettivo militare legittimo), dall’altro gode di una protezione rafforzata nel momento in cui cade nelle mani di nemici e da questi subisce privazioni di libertà.</p>



<p>Nel momento, infatti, in cui il corrispondente di guerra viene privato di libertà per mano di una delle parti in conflitto, a questi verrà riconosciuta la qualifica di vero e proprio prigioniero di guerra nell’ambito di un conflitto armato internazionale, come definito dalla Terza Convenzione di Ginevra, e a questi verrà applicata la relativa disciplina; tale disciplina è nota per essere particolarmente protettrice e, in forza di essa, standard di vita soddisfacenti dai punti di vista igienico-sanitario e umano devono essere garantiti nei campi di prigionia, così come garantiti devono essere il contatto con la famiglia e la possibilità di presentare rimostranze ai gestori del campo o al Comitato Internazionale della Croce Rossa.</p>



<p>Una protezione meno estesa è invece garantita alla seconda categoria di giornalisti presa in considerazione dal diritto internazionale umanitario, ovvero quella di coloro che svolgono un’attività professionale pericolosa in zone di conflitto, senza aver ricevuto alcun tipo di autorizzazione. Gli appartenenti a questa categoria sono infatti equiparati in tutto e per tutto a componenti della popolazione civile e, come tali, godono della relativa protezione a non essere legittimi obiettivi militari, purché ovviamente non partecipino in alcun modo alle ostilità. Tale protezione è in generale dunque significativa, non potendo questi essere deliberatamene attaccati dalle parti in conflitto, ma risulta essere particolarmente lacunosa nell’ipotesi in cui il giornalista dovesse cadere nelle mani del nemico ed essere posto in un campo di prigionia: nulla, infatti, dice il diritto internazionale umanitario circa la sorte e le garanzie riconosciute ai civili internati, ai quali si potranno applicare solo il diritto interno ed eventualmente le disposizioni internazionali in materia diritti umani.</p>



<p>Seppur con qualche perplessità in dottrina, quest’ultima disciplina è stata inoltre estesa anche agli “<em>embedded reporter</em>”, o giornalisti incorporati, cioè quei giornalisti che, pur senza autorizzazione da parte delle forze militari per essere qualificati come corrispondenti di guerra, sono “imbarcati” da queste per ragioni di sicurezza, ad esempio per facilitarne il transito su un terreno ritenuto pericoloso.</p>



<p>Da un punto di vista squisitamente teorico, dunque, una tutela particolare è riconosciuta ai giornalisti nell’ambito dei conflitti armati, una tutela in determinate ipotesi anche più forte rispetto a quella riconosciuta agli stessi civili, purché il giornalista sia in possesso di un documento che attesti la sua qualità di corrispondente di guerra e non partecipi direttamente ai combattimenti. Come nella maggior parte dei settori disciplinati dal diritto internazionale umanitario, però, per decenni anche quello della protezione dei giornalisti è risultato essere nella pratica spesso poco rispettato, complice l’atmosfera di perenne emergenza e incertezza propria alle situazioni di conflitto, e regole più stringenti sono state richieste e promosse non solo dallo stesso Comitato Internazionale della Croce Rossa ma anche da associazioni professionali e ONG, tra i quali particolarmente influente è Reporter Senza Frontiere.</p>



<p>Se il bilancio annuale di Reporter Senza Frontiere pubblicato nel 2019 ha da un lato rilevato un tendenziale miglioramento in materia di protezione dei giornalisti che svolgono la propria attività in situazione di conflitto armato (il numero di giornalisti uccisi in Siria, Yemen e Afghanistan è ad esempio passato dai 34 del 2018 a 17 nel 2019), dall’altro ha sottolineato un nuovo problema: ridotto il numero di uccisioni e incarcerazioni di giornalisti in contesti di guerra, preoccupa il numero crescente di episodi violenti che vedono coinvolti i giornalisti in tempi di pace, soprattutto in Cina e in diversi Stati dell’America Latina.</p>



<p>Bilancio annuale di Report Senza Frontiere (2019): <a href="https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://rsf.org/sites/default/files/rsf_2019_fr-3.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Il Diritto del Minore ad Essere Ascoltato</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2020 17:40:34 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="645" height="912" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Cover-page_CRC@30.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14412" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Cover-page_CRC@30.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 645w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/Cover-page_CRC@30-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w" sizes="(max-width: 645px) 100vw, 645px" /></figure></div>



<p>di Nicole Fraccaroli</p>



<p>L&#8217;articolo 12 della Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia e Adolescenza (UNCRC) riconosce il diritto dei minori a partecipare alle decisioni che li riguardano, sia come individui che come gruppo. Tale diritto di essere ascoltati e presi seriamente rappresenta una delle disposizioni fondamentali della convenzione, perché la sua corretta implementazione garantisce il rispetto delle altre libertà fondamentali dei minori.</p>



<p>Questo diritto di impegno attivo è stato ampiamente concettualizzato come &#8220;partecipazione&#8221;, sebbene il termine stesso non sia utilizzato nell&#8217;articolo 12. La partecipazione può essere definita come un processo continuo che garantisce ai bambini l’espressione ed il coinvolgimento attivo nel processo decisionale a diversi livelli nelle materie che li riguardano. Esso richiede la condivisione delle informazioni, il dialogo tra bambini e adulti basato sul rispetto reciproco, e la piena considerazione dei loro punti di vista tenendo conto dell&#8217;età e della maturità del bambino.</p>



<p>In tutto il mondo, anche i governi come le organizzazioni della società civile, enti, istituzioni accademiche e agenzie di sviluppo e organismi delle Nazioni Unite, hanno preso provvedimenti con l’obiettivo di garantire l’efficacia del diritto di essere ascoltati. Alcuni governi hanno introdotto riforme costituzionali, legislazioni e politiche per attuare l&#8217;articolo 12.</p>



<p>La piena attuazione dell&#8217;articolo interessato continua a essere ostacolato da molte pratiche di lunga data, culture e atteggiamenti, e ostacoli economici. C&#8217;è bisogno di una migliore comprensione di ciò che l&#8217;articolo 12 comporta.</p>



<p>Il Comitato ONU per i diritti del bambino ritiene che riconoscendo il diritto del minore ad esprimere opinioni e a partecipare a varie attività, secondo le sue capacità in evoluzione, sia di beneficio per il bambino, la famiglia, la comunità, la scuola, lo Stato e democrazia.</p>



<p>In primis la partecipazione attiva del minore contribuisce al suo sviluppo personale. C&#8217;è un crescente <em>corpus</em> di prove che dimostra che la presa in considerazione delle opinioni ed esperienze dei bambini aiuta a sviluppare la loro autostima, le loro capacità cognitive, abilità sociali, rispetto per gli altri; e che in questo modo acquisiscano competenze, aspirazioni. Viene creato un circolo virtuoso: più i bambini partecipano, e più efficaci i loro contributi e l&#8217;impatto sul loro sviluppo saranno.</p>



<p>La loro partecipazione conduce, in aggiunta, ad un miglior processo decisionale e ciò rafforza il grado di “accountability” (ovvero responsabilità) di un governo. Decisioni che sono pienamente arricchite dalle prospettive dei bambini, saranno più pertinenti, efficaci e più sostenibili. Costruire queste opportunità per i bambini fin dalla tenera età sarà significativo per condurre alla creazione di una governance responsabile e trasparente, non solo a livello governativo ma in tutte le arene in cui vivono i bambini e i giovani.</p>



<p>Inoltre, il diritto di esprimere opinioni liberamente è uno strumento potente che permette di sfidare situazioni di violenza, abuso, minaccia, ingiustizia o discriminazione. Di fatto, se il minore è incoraggiato a dare voce a ciò che sta accadendo attorno a lui, e se fornito con i necessari meccanismi attraverso i quali possa sollevare preoccupazioni, è molto più facile derivare le violazioni dei diritti dei minori. Violenza contro i bambini nelle famiglie, nelle scuole, nelle carceri e istituzioni o sfruttamento del lavoro minorile saranno affrontati in modo più efficace se i bambini stessi sono in grado di raccontare le loro storie alle persone dotate di autorità per intraprendere le azioni appropriate.</p>



<p>La partecipazione attiva del minore contribuisce infine anche alla preparazione e allo sviluppo della società civile e di valori democratici come la responsabilità sociale, giustizia, solidarietà, uguaglianza, tolleranza e il rispetto per gli altri. Il coinvolgimento dei bambini e delle bambine in gruppi, commissioni, organizzazioni non governative (ONG), sindacati e altre forme di organizzazione offre loro l’opportunità di contribuire a rafforzare la società civile dimostrando che il loro contributo può offrire un impatto positivo nell’assunzione di decisioni.</p>



<p>L&#8217;articolo 12 stabilisce che le sue disposizioni devono essere &#8220;assicurate” al bambino. In altre parole, i governi hanno l&#8217;obbligo di intraprendere le misure appropriate per garantire a tutti i bambini il diritto di beneficiare di tale libertà. Questo significa che la legislazione e le politiche necessarie devono essere in atto per consentire ai bambini di esercitare il loro diritto di essere ascoltati. In più, saranno necessarie misure per garantire che a gruppi di bambini che probabilmente vivranno un&#8217;esperienza sociale di esclusione sia garantito il diritto di essere ascoltati in egual modo.</p>



<p>L&#8217;articolo 12 si applica a ogni bambino “in grado di formare le proprie opinioni”. Il Comitato sottolinea che i governi dovrebbero avere la presunzione secondo la quale un bambino abbia la capacità per formare un’opinione. In effetti, il Comitato interpreta il termine &#8220;opinioni&#8221; andando oltre i pensieri sviluppati, per includere anche e soprattutto sentimenti, intuizioni, interpretazioni, preoccupazioni, necessità e idee. L’applicazione dell&#8217;articolo 12 richiede il riconoscimento e il rispetto di forme di comunicazione non verbali tali come il gioco, linguaggio del corpo, espressione facciale, o disegno e pittura, attraverso i quali i bambini molto piccoli fanno delle scelte, esprimono preferenze e dimostrano comprensione del loro ambiente.</p>



<p>Il bambino ha il &#8220;diritto di esprimere tali idee liberamente &#8220;. Ciò significa che i bambini devono essere in grado di esprimere opinioni senza pressione. Non devono essere manipolati o sottoposti ad influenza da parte di altri attori. Essi necessitano di &#8220;spazi&#8221; in cui venga loro concesso il tempo, incoraggiamento e supporto per consentire loro di sviluppare e articolare le loro opinioni con chiarezza e fiducia.</p>



<p>Il <em>Manual of Human Rights Reporting</em> afferma che il diritto riconosciuto nell&#8217;articolo 12 si applica &#8220;in tutte le questioni che riguardano&#8221; i bambini. Il Comitato sostiene un’ampia interpretazione di &#8220;tutte le questioni che riguardano&#8221; i bambini, riconoscendo che così facendo si consente ai bambini di impegnarsi nei variegati processi sociali della comunità e società in cui vivono.</p>



<p>Tutto ciò deve tener conto dell&#8217;età e maturità del bambino: in altre parole, il livello di comprensione del bambino ha delle implicazioni nella questione. Dall’altro lato, l&#8217;impatto sul bambino di ogni particolare situazione deve essere tenuto in considerazione. È anche necessario prestare attenzione all&#8217;articolo 5 dell&#8217;UNCRC, che sottolinea che la direzione e la guida fornite da genitori, tutori legali o membri della famiglia allargata o la comunità devono tenere conto della loro capacità, in continua evoluzione, di esercitare i propri diritti. Maggiore è la loro capacità, maggiore autonomia e responsabilità essi avranno per prendere decisioni per sé stessi.</p>



<p>L&#8217;articolo 12, paragrafo 2 specifica che, al fine di assicurare la realizzazione del diritto esplicitato al paragrafo 1, i bambini hanno il &#8220;diritto di essere ascoltati in qualsiasi procedimento giudiziario o amministrativo&#8221;. I bambini hanno il diritto di sapere i termini e le modalità attraverso le quali verranno ascoltati e come vengono prese le decisioni. I governi pertanto sono incoraggiati a presentare misure legislative che richiederanno a qualsiasi decisore giudiziario o amministrativo di adottare procedure per fornire informazioni ai bambini sul processo di ascolto, di considerazione delle loro opinioni e del peso che verrà dato ai loro punti di vista, nonché i meccanismi che facilitano l&#8217;esercizio di questo diritto.</p>



<p>I bambini hanno il diritto di essere ascoltati &#8220;direttamente o tramite un rappresentante o organo appropriato &#8220;. In altre parole, ai bambini capaci di formare un punto di vista dovrebbe essere data la possibilità di decidere come desiderano essere rappresentati e se essere ascoltati direttamente. Il Comitato raccomanda che, ove possibile, al bambino deve essere data l&#8217;opportunità di essere ascoltato direttamente in qualsiasi procedimento. Nella fattispecie della rappresentanza del minore in tali sedi, essa deve essere “in linea con le norme procedurali del diritto nazionale dello Stato parte”. Questa disposizione non dovrebbe essere interpretata come un permesso per possibili soluzioni inadeguate contenute nel diritto processuale per limitare o prevenire il godimento di questo diritto fondamentale; ma al contrario, i governi sono incoraggiati a rispettare le regole di base del giusto procedimento, come il diritto alla difesa e il diritto all’accesso ai propri documenti.</p>



<p>L&#8217;articolo 12 è un diritto fondamentale: è una misura della nostra dignità umana per cui siamo in grado di essere coinvolti nelle decisioni che ci riguardano, coerentemente con i nostri livelli di competenza. È anche un mezzo attraverso il quale altri diritti sono realizzati. Non è possibile rivendicare diritti senza voce. I bambini che sono messi a tacere non possono sfidare violenze e abusi perpetrati contro di loro. La capacità di apprendere è limitata senza la possibilità di mettere in discussione, sfidare e dibattere. I responsabili politici non possono identificare gli ostacoli al rispetto dei diritti dei minori se non danno la possibilità ai minori stessi di pronunciarsi e partecipare attivamente ai livelli decisionali.</p>



<p>Tuttavia, sebbene siano stati compiuti molti progressi in diversi paesi, con innumerevoli esempi positivi di legislazione, politica e pratica; rimane il caso che per troppi bambini in tutto il mondo, il diritto di essere ascoltati rimane irrealizzato. In particolare, i minori appartenenti ai gruppi più emarginati vengono privati in modo sproporzionato di tale libertà &#8211; ad esempio ragazze, bambini con disabilità, bambini di gruppi indigeni, bambini con genitori senza documenti, figli in conflitto con la legge e coloro che vivono in estrema povertà. Il Comitato è impegnato a rafforzare la capacità dei governi di introdurre le misure necessarie per attuare l&#8217;articolo 12. Dal suo dialogo con i governi, è chiaro che molti sono impegnati a incontrare i loro obblighi di promozione e attuazione della disposizione; ma essi mancano di conoscenza, fiducia o reali capacità per raggiungere tale obiettivo.</p>
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		<title>Quinto libro bianco sul razzismo in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2020 08:06:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da labottegadelbarbieri.org) Il 14 luglio presentazione online A distanza di undici anni dalla pubblicazione della prima edizione,&#160;martedì 14 luglio 2020&#160;alle ore 18&#160;Lunaria&#160;presenta in un evento online&#160;Cronache di ordinario razzismo. Quinto libro bianco sul razzismo&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da labottegadelbarbieri.org)</p>



<p>Il 14 luglio presentazione online</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="http://www.labottegadelbarbieri.org/?attachment_id=97086&utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="http://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2020/07/Razzismo-LibrBiancoIMMAG.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-97086"/></a></figure>



<p>A distanza di undici anni dalla pubblicazione della prima edizione,&nbsp;<strong>martedì 14 luglio 2020&nbsp;</strong>alle ore 18&nbsp;<strong>Lunaria</strong>&nbsp;presenta in un evento online&nbsp;<strong>Cronache di ordinario razzismo. Quinto libro bianco sul razzismo in Italia.&nbsp;</strong>Partecipano: Paola Andrisani (Lunaria), Paola Barretta (Carta di Roma), Giuseppe Faso (Straniamenti), Grazia Naletto (Lunaria), Annamaria Rivera (antropologa). Coordina: Eleonora Camilli, giornalista di Redattore Sociale.</p>



<p>Il&nbsp;<strong>Quinto libro bianco sul razzismo in Italia</strong>&nbsp;allunga lo sguardo su dodici anni di&nbsp;<em><strong>Cronache di Ordinario Razzismo</strong></em><em>.&nbsp;</em>Si chiude nel pieno delle proteste scoppiate in tutto il mondo al grido&nbsp;<em>Black Lives Matter</em>.</p>



<p><strong>Tra il 1° gennaio 2008 e il 31 marzo 2020</strong>&nbsp;Lunaria ha documentato&nbsp;<strong>7.426 Cronache di ordinario razzismo.</strong>&nbsp;Il libro ne propone una lettura con cinque contributi di analisi introduttivi e ventidue storie esemplari, scelte perché hanno avuto&nbsp;<strong>un iter giudiziario significativo&nbsp;</strong>o&nbsp;<strong>perché mostrano le diverse forme che può assumere l’interazione tra i&nbsp;</strong><em><strong>discorsi</strong></em><strong>, le&nbsp;</strong><em><strong>politiche&nbsp;</strong></em><strong>e i&nbsp;</strong><em><strong>comportamenti sociali</strong></em><strong>&nbsp;discriminatori</strong>. L’analisi è resa possibile grazie al lavoro quotidiano di monitoraggio, denuncia, informazione e sensibilizzazione realizzato con il sito&nbsp;<a href="http://www.cronachediordinariorazzismo.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>www.cronachediordinariorazzismo.org?utm_source=rss&utm_medium=rss</strong></a>.&nbsp;</p>



<p>Lungi dall’essere un fenomeno residuale e sporadico, il razzismo è&nbsp;<strong>radicato&nbsp;</strong>nella storia del Belpaese ed è innanzitutto&nbsp;<strong>razzismo istituzionale</strong>&nbsp;che attraversa in mille forme i dodici anni intercorsi tra il Governo Berlusconi IV (2008-2011) e il secondo Governo Conte (2019-2020)<em>.&nbsp;</em></p>



<p>Con un esercizio di&nbsp;<strong>memoria,</strong>&nbsp;il libro indaga&nbsp;<strong>l’intreccio stringente, sistemico e perverso</strong>&nbsp;tra le&nbsp;<strong>parole cattive&nbsp;</strong>di chi conta, le&nbsp;<strong>rappresentazioni distorte</strong>&nbsp;di chi racconta,&nbsp;<strong>le offese violente</strong>&nbsp;di chi commenta online e le&nbsp;<strong>violenze razziste fisiche</strong>&nbsp;compiute individualmente, in gruppo o, magari, avvalendosi del potere che deriva da un incarico istituzionale.&nbsp;</p>



<p>L’edizione 2020 del libro bianco è come di consueto il frutto di un&nbsp;<strong>lavoro collettivo</strong>. Hanno contribuito a realizzarlo: Paola Andrisani, Paola Barretta, Sergio Bontempelli, Giuseppe Faso, Francesca Giuliani, Veronica Iesuè, Martino Mazzonis, Grazia Naletto, Leone Palmeri, Elisa Pini, Annamaria Rivera, Roberta Salzano.</p>



<p>Per partecipare alla presentazione online è possibile iscriversi&nbsp;<strong>entro le 14 del 13 luglio</strong>&nbsp;scrivendo qui:&nbsp;<a href="mailto:comunicazione@lunaria.org">comunicazione@lunaria.org</a></p>



<p>La presentazione sarà trasmessa anche in diretta Facebook sulla pagina di Cronache di ordinario Razzismo&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/cronacheor/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/cronacheor/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Il libro bianco&nbsp;<strong>sarà disponibile online</strong>&nbsp;a partire dalle 19 del&nbsp;<strong>14 luglio</strong>&nbsp;qui:&nbsp;<a href="http://www.cronachediordinariorazzismo.org/quinto-libro-bianco/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.cronachediordinariorazzismo.org/quinto-libro-bianco/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Le comunità migranti in Italia</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2020 08:40:43 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="690" height="362" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Stranieri-690x362-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14173" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Stranieri-690x362-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 690w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Stranieri-690x362-1-300x157.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 690px) 100vw, 690px" /></figure></div>



<p>Ottava edizione dei Rapporti “Le comunità migranti in Italia”, curati annualmente dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e da Anpal, che illustrano le caratteristiche e i processi di integrazione di ciascuna delle 16 principali comunità migranti presenti in Italia (albanese, bangladese, cinese, ecuadoriana, egiziana, filippina, indiana, marocchina, moldava, nigeriana, pakistana, peruviana, senegalese, srilankese, tunisina e ucraina). All’analisi degli aspetti socio-demografici si affianca  un focus sull’inclusione finanziaria.</p>



<p>Tra i temi trattati nei Rapporti ci sono: i minori e le nuove generazioni, il mondo della scuola, il mondo del lavoro, l’imprenditoria, il welfare, la cittadinanza, le rimesse.</p>



<p>Potete leggere i Rapporti sulle comunità migranti, cliccando sul nome del Paese di origine:</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Albania_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Albania</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Bangladesh_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Bangladesh</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Cina_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Attualita/Approfondimenti/Documents/RC2018/ES_Ecuador_2018_DEF.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ecuador</a></td></tr><tr><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Egitto_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Egitto</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Filippine_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Filippine</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20India_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">India</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Marocco_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Marocco</a></td></tr><tr><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Moldova_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Moldova</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Nigeria_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nigeria</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Pakistan_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pakistan</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Per%C3%B9_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Perù</a></td></tr><tr><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Senegal_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Senegal</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Sri%20Lanka_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sri Lanka</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Tunisia_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tunisia</a></td><td><a href="http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/PaesiComunitari-e-associazioniMigranti/Documents/Rapporti%20Comunit%C3%A0%202019/RC%20Ucraina_2019.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ucraina</a></td></tr></tbody></table></figure>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Covid-19: Raccomandazioni per la tutela dei diritti dei lavoratori</title>
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		<pubDate>Sun, 24 May 2020 08:38:44 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="660" height="368" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14122" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/eeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee-300x167.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></figure></div>



<p>di Fabiana Brigante</p>



<p>L’impatto che la diffusione del Covid-19 ha avuto sull’economia mondiale è stato devastante. La contrazione della domanda ha provocato ingenti danni alle imprese, che in numerosi casi sono fallite, condannando milioni di lavoratori ad un futuro incerto. Le interruzioni della produzione, inizialmente in Asia, si sono ora diffuse nelle <em>supply chain</em> di tutto il mondo.</p>



<p>In questo scenario, le prospettive per i lavoratori sono tutt’altro che rassicuranti. Stando a quanto indicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), le previsioni mostrano cifre preoccupanti circa la recessione economica globale. Le stime preliminari dell’OIL paventano un aumento significativo della disoccupazione che oscilla tra i 5,3 milioni e i 24,7 milioni rispetto ai già 188 milioni nel 2019.</p>



<p>Anche riguardo la sotto-occupazione si prevede un aumento su larga scala. Come accaduto a seguito della crisi finanziaria del 2008, è probabile che anche nelle circostanze attuali lo <em>shock</em> alla domanda di lavoro si traduca in significativi adeguamenti al ribasso dei salari e aumento degli orari di lavoro dei dipendenti.</p>



<p>La portata e la gravità della crisi in atto impone alle aziende di ogni dimensione e operanti nei settori più disparati di affrontare numerose sfide che richiedono chiarezza di pensiero, forte attenzione agli obiettivi, impegno ad aderire agli <em>standard</em> e alle norme internazionali, e che soprattutto necessitano di uno sforzo collettivo e di azioni concertate tra i diversi attori in gioco.</p>



<p>La sopravvivenza delle aziende è certamente importante; tuttavia, gli interessi economici non devono tradursi in una minore attenzione al rispetto delle libertà fondamentali. Le imprese, invero, sono chiamate, ancor di più in questo momento storico, a rispettare i diritti umani, così come previsto dal II Pilastro dei Principi Guida ONU.</p>



<p>Per ciò che è di interesse in questa sede, le imprese devono rispettare i diritti dei propri dipendenti, nonché di quelli dei propri fornitori o <em>partner</em>.</p>



<p>Per aiutare le imprese nel difficile compito di fronteggiare la crisi senza tuttavia sottovalutare il rispetto dei diritti fondamentali, numerose associazioni e centri di ricerca hanno realizzato delle linee guida che propongono suggerimenti e raccomandazioni in merito a come agire per assolvere a tale compito. Questi strumenti hanno fondato la propria analisi sui meccanismi di <em>human rights due diligence </em>previstidai Principi Guida ONU e sul loro adeguamento a strumento di risposta alla crisi causata dalla diffusione del Covid-19.</p>



<p>Il presente articolo si propone, senza pretesa di esaustività, di mettere insieme alcune tra le raccomandazioni proposte affinché le aziende possano continuare ad operare salvaguardando la salute ed i diritti dei propri dipendenti, nonché quelli di tutti i lavoratori presenti nella filiera produttiva.</p>



<p>Pare opportuno specificare che, sebbene alcune delle misure identificate siano in astratto applicabili a tutte le imprese senza distinzione di dimensione o settore di attività, tuttavia la valutazione dei rischi e le conseguenti misure da adottare variano in base alle specifiche caratteristiche dell’impresa e del contesto nel quale essa si trova ad operare.</p>



<p><strong>Sicurezza sul luogo di lavoro</strong></p>



<p>Un primo aspetto di analisi concerne senz’altro la sicurezza sul luogo di lavoro. In un rapporto pubblicato dal <em>Institute for Human Rights &amp; Business</em> (IHRB), l’accento è stato posto sulla necessità di ripensare e riprogettare i luoghi dove si svolge l’attività lavorativa. Sul punto, è stata sottolineata la necessità di:</p>



<p>&#8211; rendere disponibili prodotti per l’igiene essenziale, compresi disinfettanti per le mani, salviette monouso, maschere e termometri a infrarossi senza contatto, nonché fornire dispositivi di protezione individuale (DPI), quali mascherine e guanti;</p>



<p>&#8211; pulire regolarmente i locali, incluso le aree comuni come palestre, locali di riposo e caffetterie;</p>



<p>&#8211; aumentare la distanza tra le postazioni dei singoli lavoratori per prevenire la diffusione dell’infezione;</p>



<p>&#8211; prorogare gli orari di apertura di mense e caffetterie e regolarne gli accessi in modo da evitare assembramenti;</p>



<p>&#8211; ripensare l’interazione tra dipendenti e clienti per ridurre al minimo i contatti.</p>



<p><strong>Cambiamento delle mansioni e continuità del rapporto di lavoro</strong></p>



<p>Come è stato evidenziato dall’Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) nella sua “Guida all’applicazione della <em>due diligence </em>d’impresa in materia di diritti umani per gestire la crisi da coronavirus”, è importante, in primo luogo, che le imprese garantiscano, ove possibile, la continuità delle relazioni lavorative.</p>



<p>È necessario inoltre considerare alternative possibili allo svolgimento dell’attività lavorativa così come avveniva prima della diffusione del virus, nonché valutare le conseguenze che i dipendenti subiranno a seguito di tali cambiamenti.</p>



<p>In primo luogo, è importante ridurre i viaggi non essenziali, incoraggiando, ove possibile, il lavoro in modalità <em>smart working</em>. In tale ultimo caso, è importante stabilire sistemi di controllo per verificare che i lavoratori non superino l’orario di lavoro legale, e che gli eventuali straordinari effettuati siano certamente retribuiti, ma al tempo stesso non siano svolti in misura superiore rispetto ai limiti fissati dalla legge, dalla contrattazione collettiva o dai regolamenti interni. I lavoratori con prole o che hanno altri familiari a loro carico dovrebbero disporre di accordi di lavoro flessibili, e/o di congedi per cure familiari.</p>



<p>Inoltre, è necessario assicurare, anche quando le circostanze del caso impongano una riduzione temporanea del personale, che i lavoratori restino iscritti ai sistemi nazionali di previdenza sociale e che i relativi contributi siano stati versati con precisione. Nel caso di cessazione definitiva del rapporto di lavoro, deve essere garantita la liquidazione ed assicurata la priorità per la riassunzione a livelli invariati di salari e mansioni una volta riprese le attività produttive.</p>



<p><strong>Supporto dei dipendenti contagiati</strong></p>



<p>Nel caso in cui un dipendente venga contagiato, non dovranno essere adottate misure che vadano a detrimento della sua persona. Le imprese dovrebbero compiere ogni sforzo per mantenere flessibili e coerenti le politiche in materia di congedi per malattia. Sul punto, se alcune società hanno di recente offerto indennità di malattia più generose durante l’attuale crisi sanitaria, altre hanno imposto ai propri dipendenti di andare in congedo non retribuito.</p>



<p>Un aspetto di grande rilievo e che viene sovente sottovalutato riguarda il supporto psicologico ai lavoratori: la situazione attuale, aggravata da pressioni e carichi di lavoro crescenti, potrebbe risultare insostenibile per alcuni individui. Per tale ragione è stato da più parti consigliato che le imprese forniscano accesso alla consulenza psicologica od altre forme di assistenza, alle persone che ne manifestino la necessità.</p>



<p>In ogni caso, e affinché tutte le misure adottate dalle imprese in questo contesto raggiungano gli obiettivi prefissati, è necessario che la comunicazione da parte dell’impresa sia chiara e trasparente: deve essere concesso ai dipendenti l’accesso a tutte le informazioni riguardanti il Covid-19 che siano recenti, accurate ed affidabili, in un linguaggio accessibile a tutti i membri del personale.</p>



<p>Una comunicazione efficace all’interno di una impresa è agevolata se si favorisce il dialogo tra le diverse categorie di dipendenti e se si assicura che il livello di adeguatezza delle misure adottate venga continuamente monitorato e, ove necessario, che siano apportate le modifiche necessarie per garantire una soluzione chiara ai problemi che di volta in volta si presentano. Inoltre, il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali in questi processi consentirebbe di dar voce a tutte le categorie di lavoratori, incluse quelle più vulnerabili.</p>



<p><strong>La protezione nella catena di approvvigionamento</strong></p>



<p>Nel sistema attuale di globalizzazione economica, le catene di approvvigionamento, o <em>supply chain</em>, consentono alle imprese di de-localizzare i propri processi produttivi. A causa della emergenza causata dal Covid-19, i rapporti tra gli attori in questa complessa rete possono risultare interrotti. In risposta a tale problema, alcuni governi e produttori stanno adottando misure per ridisegnare le filiere produttive, anche avvicinando la produzione al mercato. Il processo di disinvestimento nei paesi in cui si trovano alcuni anelli della filiera produttiva, espone senz’altro i lavoratori che fanno parte di questo meccanismo al rischio di perdere il posto di lavoro.</p>



<p>Per proteggere questa categoria risulta perciò essenziale che le imprese continuino a corrispondere i pagamenti ai propri fornitori, nonché ad offrire altre forme di supporto anche quando gli uffici sono chiusi. Alcune imprese, come <em>Microsoft</em>, <em>Morrisons</em> e <em>Unilever</em> hanno pagato in anticipo i propri piccoli fornitori in modo da permettere loro di sopperire alla mancanza di liquidità. Altre, come <em>Facebook</em>, offrono alcune agevolazioni solo ai propri dipendenti.</p>



<p>Tuttavia, esistono altri modi per sostenere i propri fornitori: ad esempio, è stato considerato che l’annullamento degli ordini dovrebbe servire solo da <em>extrema ratio</em>. In tali casi, infatti, bisogna considerare che a pagarne le spese saranno con tutta probabilità i lavoratori, che non riceveranno retribuzione per il lavoro svolto. È il caso del Bangladesh, dove molti lavoratori hanno subito la sospensione dei propri stipendi a causa del rifiuto, da parte di alcune aziende, di pagare beni che erano già stati prodotti.</p>



<p>Le imprese dovrebbero inoltre sfruttare la propria leva finanziaria per operare pressioni sui propri fornitori affinché questi ultimi rispettino i diritti dei lavoratori: invero, uno dei motivi per cui i fornitori non sono incentivati ad investire in misure di sicurezza o ad aumentare i salari è che i governi ospitanti non richiedono alle aziende locali di elevare i propri <em>standard</em>.</p>



<p>Da quanto sopra esposto pare ovvio che, per rispondere efficacemente alla crisi sanitaria che stiamo vivendo, siano necessarie risposte politiche rapide e coordinate a livello nazionale e globale per limitare non solo la diffusione del virus, ma per mitigare al contempo le ricadute economiche indirette sulla economia globale. La protezione dei lavoratori e delle loro famiglie dal rischio di infezione deve essere una priorità assoluta. Sono inoltre necessarie profonde riforme istituzionali per rafforzare la resilienza attraverso sistemi di protezione sociale solidi e universali che possano fungere da stabilizzatori economici e sociali automatici di fronte alle crisi. Questo aiuterà anche a ricostruire la fiducia nelle istituzioni e nei governi.</p>



<p>Per accedere alle risorse:</p>



<p>International Labour Organization (ILO), <a href="https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---dcomm/documents/briefingnote/wcms_738753.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">COVID-19 and the world of work: Impact and policy responses</a></p>



<p><em>Institute for Human Rights &amp; Business</em> (IHRB), <a href="https://www.ihrb.org/uploads/reports/Respecting_Human_Rights_in_the_Time_of_the_COVID-19_Pandemic_alternate_-_IHRB.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Respecting Human Rights in the Time of the Covid-19 Pandemic</a></p>



<p>Istituto di Ricerca su Innovazione e Servizi per lo Sviluppo del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), <a href="https://www.iriss.cnr.it/wp-content/uploads/2016/09/Guida-COVID-19-Imprese-e-diritti-umani.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guida all’applicazione della </a><a href="https://www.iriss.cnr.it/wp-content/uploads/2016/09/Guida-COVID-19-Imprese-e-diritti-umani.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><em>due diligence </em>d’impresa in materia di diritti umani per gestire la crisi da coronavirus</a></p>
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