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		<title>MARYAM: il pianto senza confini delle donne</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Apr 2017 07:34:53 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Ivana Trevisani</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; un pianto di dolore senza confini geografici, religiosi, politici, ideologici, quello delle tre donne musulmane nel pelleginaggio alla Basilica dell&#8217;Annunciazione di Nazareth oranti a Maryam, e di Maryam stessa, quello su cui si è aperto il sipario al Teatro Elfo di Milano.</p>
<p>Maryam Maria, la Madonna dei Cristiani, madre, per entrambe le fedi di Issa, Gesù.</p>
<p>Una rappresentazione teatrale intensa, ma anche uno squarcio di conoscenza in profondità di un filo di intreccio tra fede islamica e cristiana, assai preziosa in questi tempi di sterili e rischiose contrapposizioni.</p>
<p>Quattro donne, tre musulmane e la Madonna cristiana messe sulla scena, con straordinaria maestria teatrale da un&#8217;unica donna, l&#8217;interprete Ermanna Montanari.</p>
<p>La prima ad apparire è Zeinab, la voce intensa gonfia di rabbia per la violenta sparizione/rapimento dell&#8217;amica, giovane donna rimasta orfana di padre di cui, per malintesa tradizione familiare Zeinab intuisce e lascia intendere, lo zio fa commercio sessuale. La sua invocazione a Maryam è di vendetta per l&#8217;uomo ignobile.</p>
<p>A sostituire i ricami calligrafici e decorativi che contestualizzano Zeinab, sempre proiettate sullo schermo trasparente tra il pubblico e il palco, l&#8217;immagine in gigantografia bianco e nero delle rovine di una delle tante città siriane sbriciolate dalla follia di una tragedia che sembra non avere fine e lo snodarsi delle scene-storie-donne, ad accompagnare Il pianto sconsolato dell&#8217;affranta Intisar, per il fratello. Il pianto della giovane siriana non solo per la morte del ragazzo, ma anche per l&#8217;inganno da lui subito ad opera dei reclutatori fondamentalisti, e per la follia della madre che con il figlio ha perso oltre all&#8217;oggetto d&#8217;affetto anche l&#8217;unico sostegno della famiglia, rimasto loro dopo la morte del padre.</p>
<p>E la palestinese Dhohua, terza donna ad apparire, lamenta Il suo dolore senza pretesa di risposta a Mariam, da madre a madre. Madri entrambe che hanno perso i figli, vittime di legni assassini, uno su quello di una croce e l&#8217;altro da quello sfaciato di un barcone in mare, lasciati da padri che non li hanno saputi, voluti salvare.</p>
<p>Ultima ad apparire Maryam, generatrice divina che non può accettare di dispensare vendetta, lei che per prima ha dovuto accettare il sacrificio del figlio e in risposta invocazioni, che sono di fatto più lamentazioni di vicinanza, ricorda alle donne il pianto di tutte le madri, a partire da Eva che pianse su Abele, per arrivare a Dhohua che piange il suo piccolo Alì, tutte per “l&#8217;onnipotenza dell&#8217;amore che è anche impotenza dell&#8217;amore”.</p>
<p>Come annunciato nella presentazione del programma di sala e ricordato dallo stesso autore Luca Doninelli  alla tavola rotonda del sabato pomeriggio,  il testo nasce dalla folgorazione avuta dall&#8217;autore in visita alla Basilica dell&#8217;Annunciazione a Nazareth, all&#8217;osservazione dell&#8217;ininterrotto pellegrinaggio di donne musulmane in preghiera a Maryam, Maria, la Madonna.</p>
<p>Un&#8217;ammirazione che molto potrebbe dirci della possibilità di incontro tra fede cristiana e islamica, tanto invocata ma poco praticata e quasi per nulla offerta per conoscenza in Italia.</p>
<p>Quante persone infatti, laiche o praticanti conoscono la presenza potente di Maria nella cultura islamica? Unica donna citata nel Corano, con una Sura che porta il suo nome ed è a lei dedicata. Nella Sura XIX “Maryam” è la donna tramite cui Allah ha voluto dare un segno particolare “In verità o Maryam, Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo”, e il segno è stato Gesù suo figlio, divina creatura, nato per volontà dell&#8217;Altissimo.</p>
<p>Assistere all&#8217;evento teatrale ha contribuito a consolidare, ancora una volta, la riflessione che sento irrinunciabile.</p>
<p>Più mi apro al mondo e alla sua conoscenza, sempre più credo che una conoscenza profonda di radici che si intrecciano più di quanto si voglia immaginare e ci rendono più vicini di quanto si voglia credere, potrebbe salvarci tutte tutti da derive pseudoidentitarie che tagliano con il bisturi di limitati tradizionalismi strumentali l&#8217;umanità, anziché renderla fertile con i semi della saggezza e di un pensiero aperto all&#8217;accoglienza del nuovo, anche dentro di sé.</p>
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