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	<title>Arabia saudita Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<title>Arabia saudita Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Cosa diavolo vuole fare Trump con l’Iran?</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Jan 2020 09:16:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di tre anni di strategie aggressive e imprevedibili, per provare a trovarci un senso (che secondo qualcuno non c&#8217;è) di @elenazacchetti (da Ilpost.it) L’uccisione&#160;del potente generale iraniano&#160;Qassem Suleimani, compiuta dagli Stati Uniti nella&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2>Storia di tre anni di strategie aggressive e imprevedibili, per provare a trovarci un senso (che secondo qualcuno non c&#8217;è)</h2>



<p><em>di @elenazacchetti  (da Ilpost.it)</em></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/GettyImages-1194751381.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption> <br><em>(Alex Wong/Getty Images)</em> </figcaption></figure>



<p>L’<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/stati-uniti-ucciso-qassem-suleimani/?utm_source=rss&utm_medium=rss">uccisione</a>&nbsp;del potente generale iraniano&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/suleimani-chi-era-spiegato/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Qassem Suleimani</a>, compiuta dagli Stati Uniti nella notte tra giovedì e venerdì con un lancio di droni all’aeroporto internazionale di Baghdad (Iraq), è la mossa più spericolata realizzata finora dal presidente statunitense Donald Trump nei confronti dell’Iran. Il governo iraniano l’ha definita un «atto di guerra» e ha minacciato ritorsioni, anche se per ora non si sa di che portata saranno e&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/che-succede-ora-uccisione-suleimani-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">se provocheranno l’inizio di un nuovo conflitto</a>.</p>



<p>Non è chiaro quale sia la strategia di Trump: ieri il presidente americano ha ripetuto di non voler iniziare una guerra con l’Iran, ma con le sue azioni potrebbe arrivare a provocarla. Quello che si sa è che Trump non è nuovo a decisioni imprevedibili in politica estera: nel corso della sua presidenza ha dimostrato in più occasioni di avere idee confuse e contraddittorie, anche verso l’Iran, paese che è nemico degli Stati Uniti ma con cui gli Stati Uniti, almeno formalmente, non sono in guerra.</p>



<p><strong>Leggi anche</strong>:&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/che-succede-ora-uccisione-suleimani-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Che succede ora, con l’uccisione di Suleimani?</a></p>



<p>Per capire come siamo arrivati a questo punto c’è da tornare indietro all’8 maggio 2018, giorno in cui Trump&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/05/08/trump-accordo-nucleare-iran-ritiro/?utm_source=rss&utm_medium=rss">annunciò</a>&nbsp;il ritiro degli Stati Uniti dall’<a href="https://www.ilpost.it/2015/04/03/accordo-nucleare-iraniano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">accordo sul nucleare iraniano</a>. Quella decisione provocò un aumento improvviso della tensione tra i due paesi e da allora la politica americana in Iran è stata una serie di decisioni non spiegabili da una strategia precisa, ma solo dall’obiettivo generale di indebolire il regime iraniano e le sue azioni all’estero, e distanziarsi dall’approccio più disteso e diplomatico adottato negli anni precedenti da Barack Obama.</p>



<p><strong>Il ritiro americano dall’accordo sul nucleare, quando iniziò tutto</strong></p>



<p>L’accordo sul nucleare iraniano, definito da molti «storico», era stato voluto e firmato dal predecessore di Trump, Barack Obama, e si basava su uno scambio: l’Iran avrebbe ridotto la sua capacità di arricchire l’uranio, privandosi della possibilità di costruire la bomba nucleare, mentre gli Stati Uniti e gli altri paesi firmatari avrebbero rimosso alcune delle sanzioni imposte negli anni precedenti.</p>



<p>Era il risultato di uno sforzo diplomatico enorme, iniziato diversi anni prima e sviluppato sull’idea che un Iran propenso a collaborare, quindi non eccessivamente ostile, avrebbe permesso alla comunità internazionale di frenare l’eventuale costruzione della bomba nucleare, tenendo sotto controllo gli impianti e le centrali iraniane. L’accordo doveva servire anche per ridurre la tensione tra Stati Uniti e Iran, esistente tra i due paesi dal 1979, anno della Rivoluzione khomeinista, che aveva trasformato l’Iran in una Repubblica Islamica ostile all’Occidente.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/federica-mogherini-mohammad-javad-zarif-philip-hammond-john-kerry/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/nuclear.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228312"/></a><figcaption> <br><em>Da sinistra a destra: l’Alto rappresentante per gli Affari esteri europei, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il segretario di Stato britannico, Philip Hammond, e il segretario di Stato americano, John Kerry, annunciano il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano il 2 aprile 2015 in Svizzera (AP Photo/Keystone, Jean-Christophe Bott, File)</em> </figcaption></figure>



<p>Da sinistra a destra: l’Alto rappresentante per gli Affari esteri europei, Federica Mogherini, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, il segretario di Stato britannico, Philip Hammond, e il segretario di Stato americano, John Kerry, annunciano il raggiungimento dell’accordo sul nucleare iraniano il 2 aprile 2015 in Svizzera (AP Photo/Keystone, Jean-Christophe Bott, File)</p>



<p>Trump era già stato critico verso l’intesa durante la campagna elettorale del 2016: lui e buona parte dei conservatori statunitensi ritenevano che l’accordo non fosse abbastanza favorevole agli Stati Uniti e pensavano che la rimozione delle sanzioni non avrebbe fatto altro che rafforzare l’Iran, che avrebbe avuto più soldi da investire nei suoi programmi missilistici e nelle sue campagne di aggressione in altri paesi del Medio Oriente, come quelle portate avanti proprio dal generale Suleimani.</p>



<p><strong>Leggi anche</strong>:&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/03/suleimani-chi-era-spiegato/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Chi era il generale Suleimani</a></p>



<p>È importante ricordare che quando l’8 maggio 2018 Trump annunciò il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, l’Iran non aveva compiuto alcuna violazione consistente dei termini del trattato. A violare l’accordo, semmai, era stato Trump, che aveva deciso di reintrodurre unilateralmente le sanzioni tolte tre anni prima. E questa cosa fece arrabbiare molto gli iraniani.</p>



<p><strong>Un nuovo accordo sul nucleare o un cambio di regime in Iran?</strong></p>



<p>Ancora oggi non è chiaro il motivo per cui Trump decise di fare quella mossa, molto inusuale nella politica internazionale, dove gli stati tendono a mantenere fede agli impegni presi nonostante i cambi di governo.</p>



<p>Allora si disse che Trump era stato condizionato dai suoi consiglieri più conservatori e dai suoi alleati più intransigenti (come Arabia Saudita e Israele), che volesse indebolire l’eredità politica&nbsp;di Obama, e che pensasse davvero che l’accordo fosse svantaggioso per gli Stati Uniti. Molti si chiesero quale fosse l’obiettivo finale di quella mossa: era quello di costringere il governo iraniano a negoziare un nuovo accordo sul nucleare, come disse più volte il governo americano? Oppure quello di fare pressione affinché in Iran ci fosse un “cambio di regime” che rimuovesse dal potere i religiosi più radicali, come invece suggerirono alcuni consiglieri dell’amministrazione, come l’allora consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton?</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/710587003813957632/_JR9ALxD_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>John Bolton</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AmbJohnBolton</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Congratulations to all involved in eliminating Qassem Soleimani.  Long in the making, this was a decisive blow against Iran&#8217;s malign Quds Force activities worldwide.  Hope this is the first step to regime change in Tehran.<a href="https://twitter.com/intent/like?tweet_id=1213044218689720321&utm_source=rss&utm_medium=rss">36.900</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss">11:27 &#8211; 3 gen 2020</a><a href="https://support.twitter.com/articles/20175256?utm_source=rss&utm_medium=rss">Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter</a><a href="https://twitter.com/AmbJohnBolton/status/1213044218689720321?utm_source=rss&utm_medium=rss">18.000 utenti ne stanno parlando</a></p>



<p>Un tweet di John Bolton – recente, del 3 gennaio, pubblicato dopo l’uccisione di Suleimani – che termina dicendo: «Spero che questo sia il primo passo per il cambio di regime a Teheran»</p>



<p>Nei mesi successivi, la decisione di Trump di ritirarsi dall’accordo sul nucleare cominciò a produrre i primi significativi effetti, alcuni dei quali in apparente contrasto con l’intenzione del governo americano di indebolire le forze più conservatrici dell’Iran.</p>



<p>Da una parte la reintroduzione delle sanzioni statunitensi cominciò ad avere conseguenze dirette sull’economia iraniana, in particolare rendendo difficoltosa la vendita del petrolio, e rese molto complicato per i paesi europei rispettare la loro parte dell’accordo (la questione è spiegata estesamente&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/07/15/salvare-accordo-nucleare-europa-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">qui</a>). Da questo punto di vista, la politica di Trump – che spingeva per il “massimo isolamento” dell’Iran – sembrò funzionare.</p>



<p>Il problema però è che il ritiro degli Stati Uniti dell’intesa aveva cambiato gli equilibri nella politica iraniana: aveva indebolito quella parte del regime che l’accordo l’aveva negoziato e voluto, cioè la fazione più moderata guidata dal presidente Hassan Rohuani, e aveva rafforzato le élite più conservatrici, quelle contrarie a scendere a patti con l’Occidente, cioè la Guida suprema Ali Khamenei e le stesse&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/06/18/chi-sono-guardie-rivoluzionarie-iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guardie rivoluzionarie</a>, il corpo militare a cui apparteneva Suleimani.</p>



<p>In altre parole: la decisione di Trump non aveva fatto nascere nuove forze conservatrici, né aveva rivoluzionato la politica iraniana, da quarant’anni particolarmente ostile verso l’Occidente: aveva però ridato forza alle fazioni più aggressive ed estremiste, che sulla scia dell’entusiasmo per il raggiungimento dell’accordo sul nucleare avevano perso consensi.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/iran-iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/sul-kh.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228313"/></a><figcaption> <br><em>Da sinistra a destra: la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, il religioso sciita Muqtada al Sadr, e Qassem Suleimani (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)</em> </figcaption></figure>



<p>Da sinistra a destra: la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, il religioso sciita Muqtada al Sadr, e Qassem Suleimani (Office of the Iranian Supreme Leader via AP)</p>



<p>Già allora emersero nuovi dubbi sull’approccio di Trump. Con il rafforzamento della fazione ultraconservatrice, l’ipotesi di riaprire i colloqui sul nucleare si faceva sempre più irrealizzabile, e allo stesso tempo l’idea di un cambio di regime non sembrava praticabile. Nella seconda metà del 2019 la situazione peggiorò ulteriormente e iniziò una nuova lunga fase di crisi che fece parlare del possibile inizio di una guerra.</p>



<p><strong>Gli attacchi nel Golfo Persico e il problema del disimpegno militare</strong></p>



<p>A partire dall’estate del 2019 le Guardie rivoluzionarie iraniane iniziarono a compiere diversi attacchi contro petroliere straniere nel Golfo Persico e nello&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/08/04/stretto-hormuz-importante-iran-crisi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Stretto di Hormuz</a>,&nbsp;il tratto di mare che divide il Golfo Persico dal Golfo dell’Oman. Sequestrarono navi ed equipaggi, violarono per la prima volta l’accordo sul nucleare del 2015 e abbatterono un drone americano provocando la&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/07/21/crisi-iran-stati-uniti-spiegata/?utm_source=rss&utm_medium=rss">reazione furiosa</a>&nbsp;degli Stati Uniti.</p>



<p>Il 20 giugno Trump annunciò di avere approvato e&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2019/06/22/trump-attacco-iran-annullato-motivi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">poi annullato</a>&nbsp;all’ultimo secondo un’operazione militare contro l’Iran che avrebbe dovuto essere una ritorsione contro l’abbattimento del drone. In maniera del tutto inusuale per un presidente di un paese così potente, Trump spiegò su Twitter di avere cambiato idea perché «un generale» gli aveva detto che a causa del lancio del missile sarebbero potuto morire 150 persone, un bilancio troppo elevato per quelle circostanze.</p>



<p>La spiegazione non convinse del tutto, e secondo i giornali americani ci furono altre ragioni che spinsero Trump a cambiare idea: per esempio la pressione esercitata su di lui dai membri più prudenti della sua amministrazione, e lo scetticismo verso l’attacco espresso da Tucker Carlson, ospite fisso di&nbsp;<em>Fox News</em>, praticamente l’unico canale di informazione americano che tratta il presidente in maniera benevola (e che si dice eserciti una certa influenza su di lui).</p>



<p>Trump fu accusato di nuovo di non avere una strategia sull’Iran e di non riuscire a dare continuità e coerenza alle sue politiche, facendosi influenzare in maniera eccessiva dal consigliere o dal militare più influente in quel momento.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.ilpost.it/2020/01/04/iran-trump-uccisione-suleimani/qassem-soleimani-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://www.ilpost.it/wp-content/uploads/2020/01/sul-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-2228314"/></a><figcaption> <br><em>Qassem Suleimani in una foto del febbraio 2016 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)</em> </figcaption></figure>



<p>Qassem Suleimani in una foto del febbraio 2016 (AP Photo/Ebrahim Noroozi)</p>



<p>Gli Stati Uniti pagarono le loro incertezze sull’Iran anche in Siria, dove mantenevano un piccolo contingente militare con gli obiettivi di assicurarsi la definitiva sconfitta dell’ISIS e di frenare la sempre crescente presenza iraniana nel paese, garantita dall’azione delle Guardie Rivoluzionarie e del corpo speciale guidato da Suleimani. La cosa che più preoccupava il governo americano era l’intenzione iraniana di&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/01/02/iran-potenza-medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">creare una specie di “corridoio”</a>&nbsp;tra l’Iran e il sud del Libano, passando da Iraq e Siria – un progetto che se realizzato avrebbe rafforzato molto l’influenza e il potere iraniani in questo pezzo di Medio Oriente.</p>



<p>Spinto dalla volontà di ritirare i soldati americani dalla Siria, come aveva promesso di fare in campagna elettorale e durante i suoi primi anni di presidenza, e allo stesso tempo dalla necessità di mantenere una presenza militare, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 Trump fece dichiarazioni contraddittorie su quelli che sarebbero stati i successivi passi degli Stati Uniti: prima annunciò, tra lo stupore di avversari e alleati, che i militari americani&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2018/12/19/stati-uniti-completo-ritiro-nord-est-della-siria-wall-street-journal/?utm_source=rss&utm_medium=rss">avrebbero lasciato la Siria</a>&nbsp;nel giro di 30 giorni; poi, un mese dopo, fece un passo indietro, annunciando nuove condizioni per il ritiro, che di fatto lo rallentarono e ridimensionarono.</p>



<p>La questione del ritiro dei soldati americani dalla Siria e da tutto il Medio Oriente, molto cara a Trump, continua a essere al centro del dibattito ancora oggi. Dopo l’uccisione di Suleimani, il governo statunitense ha annunciato l’invio di altri soldati nella regione, per reagire adeguatamente a una eventuale ritorsione dell’Iran.</p>



<p><strong>Perché uccidere Suleimani, e perché proprio ora?</strong></p>



<p>Gli sviluppi degli ultimi giorni hanno creato ancora più confusione. Molti si sono chiesti come mai Trump abbia deciso di ordinare l’uccisione di Suleimani, soprattutto quando i due presidenti prima di lui avevano rifiutato di farlo per paura dell’inizio di una nuova guerra. E inoltre, perché proprio ora?</p>



<p>Il governo americano ha sostenuto che Suleimani stesse preparando attacchi contro obiettivi statunitensi in Libano e Iraq, ma&nbsp;finora non ha fornito prove delle sue affermazioni e un’<a href="https://www.nbcnews.com/news/world/planned-attacks-against-u-s-targets-syria-lebanon-were-reason-n1110221?utm_source=rss&utm_medium=rss">indagine di&nbsp;<em>NBC News</em></a>&nbsp;ha mostrato come i deputati statunitensi non fossero a conoscenza di alcuna minaccia imminente e fuori dall’ordinario proveniente dall’Iran.</p>



<p>Secondo fonti consultate dalla stampa americana, la decisione di Trump di uccidere Suleimani era stata presa la scorsa settimana, dopo l’uccisione di un contractor americano in una base militare irachena durante un bombardamento compiuto dalla milizia filo-iraniana Kataib Hezbollah. Non è chiaro invece che peso abbia avuto&nbsp;<a href="https://www.ilpost.it/2020/01/02/milizie-iran-attacco-amabsciata-americana-iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">l’assedio all’ambasciata americana a Baghdad</a>, compiuto da milizie sciite filo-iraniane tra martedì e mercoledì di questa settimana.</p>





<p>L’interpretazione più diffusa è che l’uccisione di Suleimani sia stata il risultato della progressiva escalation di tensione avvenuta nell’ultimo anno e mezzo tra Iran e Stati Uniti, e delle azioni sempre più aggressive e violente compiute dalle Guardie Rivoluzionarie iraniane soprattutto in Iraq. Quello che non è chiaro, comunque, è se gli Stati Uniti abbiano una strategia per rispondere a eventuali ritorsioni iraniane e se siano in grado di tenere sotto controllo la situazione tanto da non arrivare a un conflitto ancora più violento con l’Iran.</p>



<p>Secondo diversi esperti, Trump potrebbe avere sottovalutato i rischi derivanti dall’uccisione di&nbsp;Suleimani, per esempio non considerando «un atto di guerra» l’operazione di giovedì notte. Come&nbsp;<a href="https://www.newyorker.com/news/our-columnists/the-us-assassinated-suleimani-the-chief-exporter-of-irans-revolution-but-at-what-price?utm_source=rss&utm_medium=rss">ha detto</a>&nbsp;al&nbsp;<em>New Yorker</em>&nbsp;Douglas Silliman, ambasciatore americano in Iraq fino allo scorso inverno,&nbsp;l’uccisione di Suleimani si potrebbe paragonare all’ipotetica uccisione del comandante delle operazioni militari americane in Medio Oriente e Nordafrica (Centcom). Cosa farebbero gli Stati Uniti se un paese straniero uccidesse il comandante in capo del Centcom? Con molta probabilità il governo americano parlerebbe di «un atto di guerra», proprio come ha fatto l’Iran venerdì (e come invece si è rifiutato di fare Trump).</p>



<p>Il punto è che non è chiaro come la morte di Suleimani possa contribuire in qualche modo al raggiungimento degli obiettivi di Trump.</p>



<p>L’attacco statunitense ha attirato moltissime critiche anche tra i moderati e i riformatori iraniani, cioè quelle forze che nella politica dell’Iran cercano di bilanciare il potere degli ultraconservatori. L’impressione è che gli sviluppi degli ultimi giorni abbiano affossato definitivamente qualsiasi speranza di riaprire un dialogo sul nucleare iraniano e abbiano rafforzato la posizione di quelli che detengono le posizioni di maggiore potere nella complicata struttura istituzionale iraniana, cioè le fazioni più radicali e più ostili a qualsiasi cambiamento.</p>



<p>Negar Mortazavi, corrispondente dell’<em>Independent</em>&nbsp;ed esperta di Iran,&nbsp;<a href="https://twitter.com/NegarMortazavi/status/1212929396660723712?utm_source=rss&utm_medium=rss">ha scritto</a>: «Ricordate: Trump si è ritirato dal trattato sul nucleare iraniano contro il parere praticamente di tutti. Ha detto che l’accordo non era abbastanza buono e che ne avrebbe trovato uno migliore, perché lui era il miglior negoziatore in circolazione. Beh, non ha ottenuto un nuovo accordo, ha ottenuto una nuova guerra». Ali Vaez, esperto di Iran dell’International Crisis Group, ha scritto, riferendosi invece al rafforzamento degli ultraconservatori iraniani a scapito dei moderati: «Trump sembra sia riuscito a ottenere un cambio di regime, ma non del tipo che si aspettava».</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/1213679060821446658/A3lZPAcY_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Ali Vaez</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AliVaez</a>&nbsp;·&nbsp;<a href="https://twitter.com/AliVaez/status/1213074518211776512?utm_source=rss&utm_medium=rss">3 gen 2020</a><a href="https://twitter.com/AliVaez/status/1213074518211776512?utm_source=rss&utm_medium=rss"></a><a href="https://twitter.com/_/status/1213074516039131137?utm_source=rss&utm_medium=rss">In risposta a @AliVaez</a></p>



<p>10| Also 2) Killing Muhandis and so blatantly undermining Iraqi sovereignty again &amp; again have rendered defending US presence and military bases in Iraq an impossible task for Iraqi security forces. A humiliating departure for the US from Iraq now seems inevitable.</p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img src="https://pbs.twimg.com/profile_images/1213679060821446658/A3lZPAcY_normal.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p><a href="https://twitter.com/AliVaez?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Ali Vaez</strong><strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.1.0/72x72/2714.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="✔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong>@AliVaez</a></p>



<p>11| As for 3) it&#8217;s now almost guaranteed that the Iranian parliament will fall into the hands of the most hardline and militant elements within Iran. So in the words of @valinasr, <a href="https://twitter.com/realDonaldTrump?utm_source=rss&utm_medium=rss">@realDonaldTrump</a> seems to have managed to get regime change in Iran but not the kind that he wanted.</p>
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		<title>Yemen. Un anno dopo l&#8217;offensiva di Hodeidah MSF continua a ricevere feriti di guerra</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Jun 2019 09:06:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Francesca Mapelli * – (notiziegeopolitiche.net) A un anno dal 13 giugno 2018, quando le forze leali al presidente Hadi, appoggiate dalla Coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita ed Emirati (SELC), lanciavano un’offensiva militare su&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><a href="https://www.notiziegeopolitiche.net/wp-content/uploads/2019/04/medici-senza-frontiere-yemen.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.notiziegeopolitiche.net/wp-content/uploads/2019/04/medici-senza-frontiere-yemen.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a><figcaption>(Foto: Msf).</figcaption></figure></div>



<p><em>di Francesca Mapelli</em> * – (notiziegeopolitiche.net)</p>



<p>A un anno dal 13 giugno 2018, quando le forze leali al presidente Hadi, appoggiate dalla Coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita ed Emirati (SELC), lanciavano un’offensiva militare su Hodeidah, Medici Senza Frontiere (MSF) continua a ricevere feriti da arma da fuoco, per la maggior parte civili, nell’ospedale Al Salakhanah, a nord-est della città. Vengono portate qui anche le vittime di incidenti stradali, ustioni o fratture, e più in generale chi ha bisogno di un intervento chirurgico di emergenza.<br>Da ottobre 2018, quando MSF ha cominciato a supportare questa struttura, sono stati curati in totale 6.600 pazienti, tra cui 440 feriti di guerra. L’intervento di MSF presso l’ospedale Al Salakhanah è iniziato dalla riabilitazione del pronto soccorso e delle sale operatorie per poter fornire assistenza medica e chirurgica d’urgenza. Un supporto che si è rivelato fondamentale quando, il mese successivo, è stata sferrata una seconda offensiva da parte delle forze sostenute dalla SELC, con pesanti combattimenti e bombardamenti aerei.<br>“Ci sono scontri ogni giorno, soprattutto di notte, vicino all’area di Al Salakhana. I proiettili hanno raggiunto anche l’ospedale e alcune case, diversi bambini restano feriti per le pallottole vaganti” racconta Hisham Al-Dawa, coordinatore dei progetti di MSF a Hodeidah.<br>Gli yemeniti che vivono nelle regioni settentrionali del Paese dipendono dai rifornimenti che transitano dal porto di Hodeidah, un punto strategico sul Mar Rosso. L’affaccio sul mare consente anche a molti abitanti di vivere di pesca, attività per nulla sicura a causa del conflitto. La barca di Yasser Ahmed, pescatore, è stata colpita da un attacco aereo notturno in cui sono morte 7 persone. “Eravamo andati in mare per due giorni. Erano le 3:30 di notte quando un aereo ci ha attaccato. Ho perso due fratelli, un nipote e diversi amici. Siamo pescatori, passiamo tutto il tempo in mare. Non stavamo commettendo alcun crimine, stavamo solo cercando di lavorare per vivere” racconta Ahmed.<br>Dopo quattro anni di guerra, le parti in conflitto e i loro alleati internazionali hanno provocato il collasso del sistema sanitario pubblico nel paese, che non riesce a soddisfare i bisogni di 28 milioni di yemeniti. Per questo sono riemerse malattie come difterite, morbillo e colera. Riguardo quest’ultima, tra il 1° gennaio e il 1° maggio 2019, MSF ha ammesso 10.000 casi sospetti di colera presso le proprie strutture nei governatorati di Amran, Hajjah, Sanaa, Ibb e Taiz, osservando dal mese di aprile una diminuzione dei pazienti in tutti i Centri di trattamento.<br>Lo scorso 16 maggio, a seguito dei bombardamenti su Sanaa da parte della coalizione SELC, MSF ha donato kit medici supplementari al Kwait Hospital che ha ricevuto in pochissimo tempo 48 feriti e 4 morti. L’impatto del conflitto è particolarmente forte anche a Taiz e nella città di Abs, nel governatorato di Hajjah, dove gli scontri continuano a poca distanza da un ospedale supportato da MSF.</p>



<p>Le richieste di MSF.<br>MSF chiede a tutte le parti in conflitto di garantire la protezione dei civili e del personale medico, di permettere a feriti e malati di accedere all’assistenza sanitaria e di allentare le restrizioni alle organizzazioni umanitarie per permettere loro di rispondere in modo tempestivo agli ingenti bisogni della popolazione. MSF invita, infine, le organizzazioni umanitarie internazionali ad incrementare la loro risposta, aumentando il personale esperto nelle aree in cui i bisogni sono maggiori e garantendo una fornitura tempestiva e di qualità degli aiuti.</p>



<p><em>Quello in Yemen è il più grande intervento di MSF in una zona di conflitto. MSF ha aumentato le proprie attività nel paese dall’inasprirsi del conflitto nel 2015. Oggi lavora in 12 ospedali e centri sanitari e fornisce supporto a oltre 20 strutture in 11 governatorati: Abyan, Aden, Amran, Hajjah, Hodeidah, Ibb, Lahj, Saada, Sanaa, Shabwah e Taiz. Da marzo 2015 a dicembre 2018, le équipe di MSF hanno eseguito 81.102 interventi chirurgici, fornito cure a 119.113 feriti di guerra, fatto nascere 68.702 bambini e curato più di 116.687 casi sospetti di colera. MSF impiega in Yemen più di 2.200 operatori internazionali e locali e fornisce incentivi a 700 dipendenti del Ministero della Salute</em>.</p>



<p><em>* Ufficio stampa di Medici Senza Frontiere</em>.</p>
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		<title>&#8220;Attacco globale alle Ong&#8221;. Lo afferma Amnesty</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Feb 2019 07:31:34 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Per voi, il Rapporto di Amnesty International &#8220;Attacco globale alle ONG&#8221;: una relazione preoccupante che riguarda molti, troppi Paesi nel mondo. Continuiamo, invece, a lavorare alacremente, anche noi piccole associazioni, per tutelare i diritti universali, che poi significa tutelare la Vita.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12132" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="372" height="135" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 372w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-1-300x109.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 372px) 100vw, 372px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In tutto il mondo si stanno intensificando gli attacchi contro le Organizzazioni non governative (Ong). A documentare quest’assalto globale il nostro nuovo report “<em>Obiettivo: silenzio. La repressione globale contro le organizzazioni della società civile</em>”.</p>
<p>In base ai dati raccolti sono<strong> 50 gli stati</strong> che in questi mesi hanno <strong>adottato</strong> o <strong>stanno per adottare leggi anti-Ong</strong>.</p>
<p><em>“Un crescente numero di governi sta ponendo irragionevoli ostacoli e limitazioni alle Ong, impedendo loro di portare avanti un lavoro fondamentale –</em>, ha dichiarato in una <a href="https://www.amnesty.it/rapporto-amnesty-international-lassalto-globale-alle-ong-raggiunto-livelli-crisi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">nota ufficiale</a> <strong>Kumi Naidoo</strong>, segretario generale di Amnesty International –<em>. </em><em>In molti stati le organizzazioni che osano parlare di diritti umani vengono ridotte al silenzio e per le persone che si riuniscono per difendere e chiedere diritti è sempre più difficile farlo in condizioni di libertà e sicurezza. Ridurle al silenzio e impedire loro di lavorare ha conseguenze per tutti”</em>.</p>
<p>Questo è il terzo di una serie di rapporti della nostra <a href="https://www.amnesty.it/campagne/coraggio/?utm_source=rss&utm_medium=rss">campagna “Coraggio”</a> che documenta il giro di vite globale nei confronti di coloro che difendono e promuovono i diritti umani e promuove il riconoscimento e la tutela dei difensori dei diritti umani nel mondo.</p>
<p>Nell’ottobre 2019 il ministero dell’Interno del <strong>Pakistan</strong> ha <strong>respinto</strong> <strong>18 domande di registrazione</strong> e i relativi ricorsi da parte di 18 <strong>Ong</strong> internazionali <strong>senza fornire spiegazioni</strong>.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-12133 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="254" height="135" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 308w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/download-2-300x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 254px) 100vw, 254px" /></a></p>
<p>In <strong>Bielorussia</strong> le <strong>Ong</strong> sono sottoposte a una <strong>rigorosa supervisione dello stato</strong>. Lavorare per le Ong la cui domanda di registrazione è stata – spesso arbitrariamente – respinta è un reato penale.</p>
<p>In <strong>Arabia Saudita</strong> il governo può <strong>negare la registrazione alle nuove Ong</strong> o smantellarle se sono ritenute “<em>dannose per l’unità nazionale</em>”. A subire le conseguenze di questa legislazione repressiva i gruppi per i diritti umani, compresi quelli per i diritti delle donne, che non sono in grado di registrarsi e operare liberamente all’interno del paese.</p>
<p>In <strong>Egitto</strong> le <strong>Ong</strong> che ricevono <strong>fondi dall’estero</strong> devono rispettare <strong>regolamenti stringenti e arbitrari</strong>. Molti <strong>difensori dei diritti umani</strong> sono stati raggiunti da <strong>divieti di viaggio</strong>, hanno subito il <strong>congelamento dei conti bancari</strong> o sono stati portati a processo, col rischio di trascorrere <strong>fino a 25 anni in carcere</strong> solo per aver ricevuto finanziamenti stranieri.</p>
<p>Anche gli <strong>uffici di alcune nostre sezioni</strong> sono finiti sotto attacco: dall’<strong>India</strong> all’<strong>Ungheria</strong>, nell’ambito di un giro di vite sulle organizzazioni locali, le autorità se la sono presa con le nostre strutture, <strong>congelando beni patrimoniali</strong> e compiendo raid negli uffici.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a class="btn btn-yellow" href="https://www.amnesty.it/scarica-report/?url=/2019/02/21130849/Obiettivo-silenzio.pdf&utm_source=rss&utm_medium=rss"> Scarica il report</a></p>
<h3>Assalto alle Ong: la situazione in Russia, Cina, Azerbaigian e Ungheria</h3>
<p>Molti stati, tra i quali <strong>Azerbaigian</strong>, <strong>Cina</strong> e <strong>Russia</strong> hanno introdotto <strong>nuove norme in materia di registrazione e reportistica</strong>. In base a queste normative restrittive, le Ong sono sotto il costante controllo delle autorità e il loro mancato rispetto comporta il <strong>carcere</strong>, una sanzione che il difensore dei diritti umani dell’Azerbaigian <strong>Rasul Jafarov</strong>, rilasciato nel 2016 dopo oltre un anno di prigionia, conosce fin troppo bene. <em>“Mi hanno arrestato a causa del mio attivismo e delle manifestazioni svolte col mio Club dei diritti umani </em>– ha raccontato Jafarov –<em>. C’è un’atmosfera orribile. Quelli che non sono stati arrestati o posti sotto inchiesta hanno dovuto chiudere le loro organizzazioni o rinunciare a dei progetti. Molti hanno lasciato l’Azerbaigian per lavorare all’estero”</em>.</p>
<p>In <strong>Cina</strong>, la nuova legge controlla strettamente le attività delle <strong>Ong</strong>, dalla formulazione della domanda di registrazione alla reportistica in materia di movimenti bancari, assunzioni e raccolta fondi.</p>
<p>In <strong>Russia</strong> le <strong>Ong</strong> che ricevono fondi dall’estero sono state etichettate dal governo come “<em>agenti stranieri</em>”, un termine che è sinonimo di “<em>spie</em>”, “<em>traditori</em>” e “<em>nemici dello stato</em>”. Le autorità applicano questa norma così ampiamente che persino un’organizzazione per i malati di diabete ha ricevuto una multa salata, è stata etichettata come “<em>agente straniero</em>” e alla fine, nell’ottobre 2018, ha dovuto chiudere. Sotto il mirino del governo di Mosca sono finiti anche gruppi che si occupano di salute, ambiente e donne.</p>
<p>Le <strong>politiche repressive della Russia</strong> sono state <strong>imitate da altri stati</strong>.</p>
<p>In <strong>Ungheria</strong> diverse Ong sono state costrette a definirsi “<em>finanziate dall’estero</em>” e il <strong>governo</strong> cerca di <strong>screditare il loro lavoro</strong> e scatenare l’opinione pubblica contro di loro. Le organizzazioni che non rispettano questa disposizione rischiano multe elevate e anche la sospensione delle attività. Quelle che si occupano di migranti e rifugiati, così come i loro membri, sono state intenzionalmente prese di mira a seguito dell’entrata in vigore di una legge, nel giugno 2018.</p>
<p><em>“Non sappiamo cosa accadrà a noi e alle altre organizzazioni né quale sarà la prossima legge </em>– ha dichiarato Aron Demeter di Amnesty International Ungheria –<em>. Diversi nostri impiegati sono stati attaccati da troll online e minacciati di violenza. Alcuni locali rifiutano di ospitare nostri eventi e ci sono scuole che rifiutano di accogliere attività di educazione ai diritti umani per timore di ripercussioni”</em>.</p>
<p>In alcuni paesi gli attacchi alle Ong riguardano specificamente i <strong>gruppi che si occupano di diritti delle comunità marginalizzate</strong>. Quelli che promuovono i <strong>diritti delle donne</strong>, soprattutto quelli alla salute sessuale e riproduttiva, i <strong>diritti delle persone Lgbti</strong> e quelli dei <strong>migranti</strong> e dei <strong>rifugiati</strong>, così come le <strong>associazioni ambientaliste</strong> risultano tra i più colpiti.</p>
<p><em>“Nessuno dovrebbe subire conseguenze penali per aver difeso i diritti umani. I leader del mondo dovrebbero garantire l’uguaglianza e assicurare migliori condizioni di lavoro, cure mediche appropriate, alloggi adeguati e accesso all’istruzione anziché accanirsi contro coloro che lottano per questi obiettivi”</em>, ha sottolineato Naidoo.</p>
<p><em>“I difensori dei diritti umani sono dediti a creare un mondo migliore per tutti. Non abbandoneremo questo impegno perché sappiamo quanto è importante. A New York nel dicembre 2018, in occasione del ventesimo anniversario della Dichiarazione Onu sui difensori dei diritti umani, i leader del mondo hanno ribadito il loro impegno a creare un ambiente sicuro per i difensori dei diritti umani. Ora devono tradurre quell’impegno in realtà”</em>, ha concluso Naidoo.</p>
<p><em>“Il rapporto di Amnesty International arriva in un momento cruciale, data la proliferazione di restrizioni al lavoro legittimo delle organizzazioni della società civile. Accendendo i riflettori sulle difficoltà di questo periodo, coloro che sostengono le società civili e i valori dei diritti umani possono cercare di fermare questa marea”</em>, ha dichiarato <strong>Mandeep Tiwana</strong> di Civicus, un’alleanza globale di organizzazioni e attivisti della società civile.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Esportazione di armi: quando il “Made in Italy” non è motivo di orgoglio</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2018/11/29/imprese-e-diritti-umani-esportazione-di-armi-quando-il-made-in-italy-non-e-motivo-di-orgoglio/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Nov 2018 08:55:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante “Italia nel mirino per bombe sganciate sullo Yemen”, o ancora: “I produttori di armi e le autorità italiane sono responsabili per le violazioni di diritti umani in Yemen?” recitavano alcune testate&#46;&#46;&#46;</p>
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<p align="RIGHT">
<p style="text-align: left;" align="RIGHT">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">“Italia nel mirino per bombe sganciate sullo Yemen”, o ancora: “I produttori di armi e le autorità italiane sono responsabili per le violazioni di diritti umani in Yemen?” recitavano alcune testate giornalistiche nel 2016, all’alba di un attacco aereo che aveva colpito il villaggio di Deir Al-Hajari nel nord-ovest dello Yemen.</p>
<p align="JUSTIFY">La guerra civile è scoppiata nel paese nel marzo del 2015, quando una coalizione militare a guida saudita intervenne in supporto al presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, deposto dai ribelli Houthi, alleati dalla fine dell’anno precedente con l’ex presidente Ali Abd Allah Saleh.</p>
<p align="JUSTIFY">I riflettori si sono accesi sull’Italia quando un membro della ONG Human Rights Watch, ha catturato con la sua macchina fotografica la prova della bomba da 460 libbre sganciata alle 3:00 dell’8 ottobre 2016 uccidendo una famiglia di sei persone. L’ordigno riportava un numero di serie che lo identificava come parte di un lotto prodotto nel giugno 2014 da RWM Italia S.p.A., azienda italiana controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall AG.</p>
<p align="JUSTIFY">Lo scorso aprile diverse organizzazioni tra cui lo European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), insieme con l’organizzazione yemenita Mwatana e la Rete Italiana per il Disarmo in collaborazione con l’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e le Politiche di Sicurezza e Difesa (O.P.A.L.), hanno presentato una denuncia penale contro i dirigenti di RWM Italia S.p.A. e gli alti funzionari dell’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali d&#8217;Armamento &#8211; UAMA &#8211; alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma. Attraverso la denuncia si chiedeva al pubblico ministero di indagare, tra le altre cose, circa la responsabilità penale dei soggetti menzionati per la loro complicità quanto meno a titolo di colpa cosciente per i reati di omicidio e lesioni personali, ai sensi degli Artt. 589 e 590 e 61 n.3 del codice penale italiano. A seconda di quanto riscontrato durante il corso delle indagini del pubblico ministero, tali condotte potrebbero anche configurare ipotesi di concorso nei reati di omicidio e lesioni a titolo di dolo, ai sensi degli Artt. 110, 575 e 582 del codice penale italiano.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante le denunce delle violazioni dei diritti umani e circa l’impatto devastante del conflitto armato in corso sulla popolazione, l’Italia non ha negato la fornitura di armi ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita; non solo in pieno contrasto con quanto previsto dalla Legge n. 185/1990, che vieta l’esportazione di armi “verso paesi in conflitto armato”, ma anche contro gli obblighi comuni derivanti dalle norme UE sul controllo delle esportazioni e in violazione a quanto prescritto nel Trattato internazionale sul Commercio di Armi ratificato dall’Italia.</p>
<p align="JUSTIFY">La L. 185/90, al suo Articolo 6 lett. d), specifica il divieto di esportare materiali di armamento “[…]verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell&#8217;UE o del Consiglio d&#8217;Europa[…]”. Tra gli aspetti più rilevanti della legge vi è l’onere per il Presidente del Consiglio dei Ministri di presentare ogni anno al Parlamento una relazione sulle operazioni autorizzate e svolte – entro il 31 dicembre dell’anno precedente – riguardo import-export e transito dei materiali d’armamento. La Legge impone un obbligo di trasparenza nel prevedere che le informazioni contenute nella relazione debbano essere “indicazioni analitiche – per tipi, quantità e valori monetari – degli oggetti concernenti le operazioni contrattualmente definite indicandone gli stati di avanzamento annuali sulle esportazioni, importazioni e transiti”, nonché una “lista dei Paesi indicati nelle autorizzazioni definitive”.</p>
<p align="JUSTIFY">Inoltre, l’Italia è stato il primo paese europeo a ratificare il Trattato delle Nazioni Unite sul commercio delle armi (Arms Trade Treaty – ATT), entrato in vigore il 24 dicembre 2014 con l’obiettivo di migliorare la regolamentazione del commercio di armi e prevenire (o eliminare) il traffico illecito delle stesse. Al suo articolo 7, il Trattato specifica che &#8211; a prescindere dai casi previsti nell’articolo 6 dello stesso Trattato in cui l’esportazione di armi è proibita &#8211; ciascuno degli Stati Parti deve valutare, “in maniera obiettiva e non discriminatoria e prendendo in considerazione ogni elemento utile”, se le armi che si intendono esportare possano essere utilizzate per: “Possono essere utilizzati per: “(i) Commettere o agevolare una grave violazione del diritto internazionale umanitario; (ii) Commettere o agevolare una grave violazione del diritto internazionale dei diritti umani; (iii) Commettere o agevolare un atto che costituisca un illecito ai sensi delle convenzioni internazionali o dei protocolli relativi al terrorismo di cui lo Stato è parte; oppure (iv) Commettere o agevolare un atto che costituisca un illecito ai sensi delle convenzioni internazionali o dei protocolli relativi alla criminalità organizzata transnazionale di cui lo Stato è parte”. In conseguenza, e nel caso in cui si configuri una delle ipotesi appena menzionate, lo Stato è tenuto a negare l’esportazione.</p>
<p align="JUSTIFY">L’articolo 13 dello stesso trattato, rubricato “Presentazione dei rapporti”, prevede che ogni Stato Parte del Trattato presenti annualmente al Segretariato un rapporto sulle autorizzazioni o effettive esportazioni ed importazioni di armi convenzionali.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma di rapporti non parla solo il Trattato sul commercio delle armi. Anche l’Ufficio delle Nazioni Unite per il disarmo (UNODA), istituito nel 1998 con l’obiettivo di promuovere il disarmo nucleare e la non proliferazione e il rafforzamento dei regimi di disarmo rispetto ad altre armi di distruzione di massa, armi chimiche e biologiche, vede nel suo Registro delle Nazioni Unite sulle Armi Convenzionali (UN ROCA) il meccanismo chiave a garanzia della trasparenza nel trasferimento di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Tuttavia, nonostante le disposizioni di legge, pare che la trasparenza sia rimasta per molti anni solo illusoria; infatti, è stato denunciato che dal 2009 l’Italia non invia informazioni circa le esportazioni di armi all’UNROCA. Anche per quanto riguarda l’incoraggiamento da parte dell’ATT di riportare annualmente al Segretariato di Ginevra informazioni circa il commercio di armi, è stato evidenziato che, ad esempio, nel rapporto dell’Italia del 2015 manchi l’elenco dei paesi destinatari dell’export di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Ministro della Difesa Elisabetta Trenta si è pronunciata sul tema, comunicando di aver inviato pochi mesi fa una richiesta di chiarimenti alla Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento, aggiungendo che laddove dovesse emergere una violazione della Legge 185 del 1990 si interromperà subito l’export di armi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Parlamento Europeo è intervenuto sulla questione con una Risoluzione del 4 ottobre (2018/2853(RSP)) sulla situazione nello Yemen, esortando “tutti gli Stati membri dell&#8217;UE ad astenersi dal vendere armi e attrezzature militari all&#8217;Arabia Saudita, agli Emirati arabi uniti e a qualsiasi membro della coalizione internazionale, nonché al governo yemenita e ad altre parti del conflitto”.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel frattempo, nel Comune di Iglesias, in Sardegna,– dove si trova una delle sedi di RWM Italia S.p.A. –si discute sull’autorizzazione di due nuove linee produttive della società del gruppo Rheinmetall Defence. Esse consentirebbero la triplicazione della produzione di armi e quindi forse anche di sostenere ulteriormente il conflitto in corso. Nei mesi scorsi il Comitato Riconversione RWM e Italia Nostra Sardegna si sono costituiti nella Conferenza dei Servizi convocata per il procedimento autorizzativo in qualità di portatori d’interesse diffuso e hanno fatto presente all’amministrazione comunale di Iglesias numerose perplessità rispetto alla compatibilità ambientale del progetto ed alla correttezza dell’operazione dal punto di vista giuridico.</p>
<p align="JUSTIFY">La questione resta aperta. Ma se è pur vero che, come recita l’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale, “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali[…]”, bisogna far sì che questo principio non resti lettera morta.</p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Lo YEMEN al Festival della fotografia etica</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Oct 2018 16:38:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto &#160; Con questo articolo Associazione per i Diritti umani inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del Festival della Fotografia Etica, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11565" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2391" height="2119" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2391w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-300x266.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-768x681.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_113755-1024x908.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2391px) 100vw, 2391px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con questo articolo <i><b>Associazione per i Diritti umani</b></i> inizia a pubblicare una sua selezione delle mostre del <span style="color: #cc0000;"><b>Festival della Fotografia Etica</b></span>, manifestazione organizzata a Lodi durante il mese di ottobre. Un appuntamento annuale ormai imperdibile!</p>
<p>La prima esposizione, secondo noi importante, riguarda lo Yemen. Presentata nella sezione “Uno sguardo sul mondo” è a cura del fotografo <b>Olivier Laban-Mattei. </b></p>
<p><b>Titolo “YEMEN. Le rovine di quella che era una volta la “felice Penisola arabica”.</b></p>
<p>Dalla Presentazione: “Yemen, giugno 2017. Più di 10.000 morti, metà dei quali sono civili. I bombardamenti intensivi di campi militari, ma anche di case, scuole e musei. Un&#8217;epidemia di colera che ha interessato oltre 1 milione di persone. La guerra iniziata in Yemen nel 2015 è un conflitto devastante, ed è praticamente senza testimoni esterni”.</p>
<p>Ecco perchè riteniamo importante questa mostra perchè, tramite immagini così forti, si può “entrare” in una situazione pericolosa e drammatica, poco presente sulla stampa nazionale e internazionale perchè pochi possono entrare nel Paese, ma anche perchè pochi se ne vogliono occupare.</p>
<p>Lo Yemen è un territorio entrato in quel teatro di guerra più ampio che vede coivolti Arabia saudita e Iran , Siria e Iraq. E&#8217; una guerra per il Potere geopolitico ed economico nel Medioriente.</p>
<p>Lo Yemen, oggi, è diviso tra Nord e Sud. A nord, dove è situata la capitale Sana&#8217;a, esiste una forma di governo formata dagli ufficiali del movimento ribelle Houthi; a sud, in cui la città principale è Aden, la reggenza è in mano ad un&#8217;altra forma di governo, riconosciuta dalla comunità internazionale e sostenuta dalla coalizione saudita. Entrambe le fazioni non permettono ai giornalisti di entrare nei confini del Paese e di portare notizie all&#8217;estero. Un bravo e coraggioso fotogiornalista ci è riuscito. Ed ecco le sue foto.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11566" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="4608" height="3456" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 4608w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/20181020_121536-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 4608px) 100vw, 4608px" /></a><a 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		<title>Jamal Khashoggi: l&#8217;Arabia saudita mente e minaccia ritorsioni</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2018 07:13:03 +0000</pubDate>
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<p>“Il Regno rigetta ogni minaccia o tentativo di abolirlo, sia attraverso sanzioni economiche che pressioni politiche. Il Regno reagirà a ogni azione con un&#8217;azione ancora più forte” e poi “L&#8217;economia saudita ha un ruolo vitale e influente a livello globale”: queste le dichiarazioni prepotenti dell&#8217;Arabia saudita davanti alla mobilitazione della comunità internazionale e degli USA riguardo al caso Khashoggi.</p>
<p>Jamal Khashoggi è un giornalista saudita, sparito lo scorso 2 ottobre nel consolato dell&#8217;Arabia di Istanbul. Sul Washington Post esponeva le proprie critiche riguardo al governo di Riad. Sul NYT di sabato 13 ottobre, la fidanzata del giornalista, Hatice Cengiz, dichiara che Khashoggi non si definiva un dissidente, ma un professionista indipendente e un patriota perchè usava la penna per il Bene del proprio Paese.</p>
<p>Rainews, già due giorni fa, ha postato la notizia secondo la quale il pool di investigatori turchi e sauditi che stanno conducendo alcune indagini avrebbe in possesso alcune registrazioni che denuncerebbero l&#8217;omicidio di Khashoggi proprio all&#8217;interno del consolato. Il quotidiano turco Sabah riferisce che sarebbe stato lo stesso giornalista a registrare, con il suo Apple Watch, i momenti del sequestro, dell&#8217;interrogatorio e della tortura a suo danno; questa notizia è, però, messa in discussione dall&#8217;attivista e amico del giornalista, Iyahd el Baghdadi, che su twitter ha scritto: “Questa ricostruzione lascia perplessi. Si può pensare che i turchi stiano cercando un modo per giustificare il fatto di essere in possesso di registrazioni degli ultimi momenti di vita di Jamal”.</p>
<p>La situazione è complessa e drammatica sia per la mancanza di tutela di chi si oppone ai dettami del regno/regime saudita sia per le conseguenze a livello mondiale. Domenica 14 ottobre, Gran Bretagna e USA hanno espresso “grave preoccupazione”per la sorte di Khashoggi e Gran Bretagna, Francia e Germania hanno chiesto, in un comunicato congiunto, di trattare il caso con la massima serietà. Intanto, la borsa di Riad ha subìto un calo spaventoso (fino al 7%), molte multinazionali importanti e mass media si stanno allontanando dal Golfo, tanto che USA e Regno Unito stanno pensando di boicottare l&#8217;appuntamento di “Davos nel deserto”, il summit della finanza e dell&#8217;economia. Ieri, alcune testate hanno ripostato la notizia secondo cui l&#8217;Arabia volesse dichiarare che il giornalista fosse stato ucciso “per errore”.</p>
<p>Poca diplomazia, molta tensione, in quest&#8217;area di mondo già segnata da molti conflitti, tra cui quello nel vicino Yemen, poco considerato dall&#8217;informazione internazionale. Solo quattro giorni fa la coalizione guidata dall&#8217;Arabia saudita ha bombardato un convoglio di minibus, sul Mar Rosso, mettendo fine la vita di 15 persone. Sette anni di guerra civile e di intervento militare straniero, voluto dal principe Mohammed bin Salman, lo stesso pesonaggio che avrebbe ordinato la morte di Khashoggi.</p>
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		<title>Yemen. Un conflitto tenuto in sordina</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Aug 2018 07:56:44 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Una guerra e un genocidio tenuti in sordina, nello Yemen. Un Paese che sta scomparendo come la Siria. Ieri una ennesima tragedia che ha visto morire più di 40 bambini, quasi tutti sotto i 15 anni di età e 70 feriti, per un raid aereo nel Nord del Paese, nella provincia di Saada.</p>
<p>Dahyan è il nome della cittadina, roccaforte degli Houthi (ribelli sciiti filo-iraniani), ma i bambini non hanno bandiere e le vittime di ieri erano solo giovanissimi studenti che sono stati estratti dalle macerie del mezzo di trasporto con i loro zaini e ancora indosso le divise scolastiche. Si suppone che stessero rientrando dalle lezioni e che il pulman si fosse fermato per una breve pausa, quando il raid è iniziato, ma non ci sono ancora notizie certe dell&#8217;accaduto. Di certo è che ci sono state ancora troppe vittime e che abbiano perso la vita troppo presto.</p>
<p>Sul territorio sono presenti <em>Medici senza frontiere</em>, la <em>Croce Rossa Internazionale</em> (che ha ricevuto, purtroppo, i corpi) e <em>Save the children</em> che chiederà di aprire un&#8217;inchiesta indipendente.</p>
<p>La situazione nello Yemen sta precipitando, ma i media non se ne occupano abbastanza, l&#8217;UNHCR dichiara che la situazione è sempre più pericolosa anche per gli operatori umanitari, mancano i fondi per gli aiuti e per arginare la crisi che colpisce, ogni giorno, i civili.</p>
<p>L&#8217;attacco di ieri è stato lanciato dalla coalizione saudita che lo ha definito “legittimo”, ma in questo conflitto, solo i sauditi stanno utilizzando aerei da guerra.</p>
<p>Sylvia Ghaly, Advocacy di <em>Save the children</em> ha dichiarato: “Questa è un&#8217;altra palese evidenza delle violazioni della legge internazionale sui diritti umani a cui assistiamo in Yemen ormai da tre anni, dagli attacchi sproporzionati e indiscrimintai sui civili al rifiuto all&#8217;accesso per gli aiuti umanitari e all&#8217;utilizzo della fame come arma di ricatto, e sono le persone, non i combattenti, a pagare il prezzo più alto” e ha aggiunto: “Non c&#8217;è alcuna soluzione militare per questo conflitto. Solo una soluzione politica può porvi fine e ristabilire la pace in Yemen.”</p>
<p>La speranza è che si ritorni al tavolo delle trattative al più presto e che la stampa faccia pressione affinchè gli interessi finanziari e geopolitici non cancellino dalla mappa anche questo Paese.</p>
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		<title>Aggiornamento Yemen.</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jun 2018 11:01:03 +0000</pubDate>
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<p>Lo scorso 13 giugno è stato condotto un attacco contro la città di Hodeida, in Yemen, un Paese che continua ad essere martoriato dalla guerra di cui pochi parlano.</p>
<p>Hodeida è nella mani dei ribelli houti, filoiraniani ed è la principale arteria di comunicazione e di trasporto di merci, per cui risulta fondamentale per l&#8217;arrivo degli aiuti umanitari.</p>
<p>Si tratta di uno degli ultimi attacchi da parte delle forze armate vicine al governo e sostenute da Arabia saudita ed Emirati che stanno mettendo in atto numerosi colpi sul Mar Rosso e via terra.</p>
<p>Tutto questo continua a mettere in pericolo almeno 8 milioni di civili, anche perchè l&#8217;inasprirsi dei combattimenti ha messo in fuga dalle città le organizzazioni umanitarie e i loro operatori, oltre ai collaboratori delle Nazioni Unite. 600 mila persone in pericolo ad Hodeida, di cui la metà sono bambini.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10917" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1800" height="1014" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4-768x433.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/185802615-1c39d065-2da8-4ad9-9f08-d3bfe20c07d4-1024x577.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></a></p>
<p>La coalizione formata da Emirati e Arabia, sostenuta militarmente dagli Stati Uniti, con questo ultimo attacco a Hodeida, ha confermato di voler ignorare il principio di responsabilità e di protezione della società civile yemenita, principio deciso dalla Comunità Internazionale durante il vertice mondiale del 2005.</p>
<p>Il Consiglio di Sicurezza ONU deve intervenire, gli appelli non sono più sufficienti. Associazione per i Diritti umani sostiene questa richiesta, fatta anche da Associazione Popoli Minacciati e dalla Gran Bretagna che ha partecipato al Consiglio di sicurezza dell&#8217;ONU proprio il 14 giugno 2018.</p>
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		<title>Passi avanti nella limitata autonomia delle donne saudite</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2018 07:35:59 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Cecilia Grillo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A partire dalla scorsa domenica, 24 giugno, è stato rimosso il divieto che impediva alle donne saudite di poter guidare l&#8217;auto, l&#8217;Arabia Saudita era rimasto l&#8217;unico Paese al mondo che imponeva alle donne tale restrizione.</p>
<p>Il divieto di guida per le donne non era stato codificato in una legge, ma era stato introdotto, informalmente, attraverso una fatwa del Gran Mufti durante la guerra del Golfo nel 1990, diventando poi politica ufficiale del governo.</p>
<p>Il Paese ha annunciato per la prima volta i suoi piani per revocare il divieto per le donne di guidare a settembre, dopo che King Salman, il padre del principe ereditario, ha emesso un decreto reale che autorizzava il governo a rilasciare le patenti di guida a &#8220;uomini e donne.&#8221;</p>
<p>All&#8217;inizio del mese di giugno 2018, 10 sono state le donne saudite che hanno fatto richiesta e hanno ottenuto le loro licenze di guida.</p>
<p>L&#8217;ambasciatore Saudita negli Stati Uniti ha così commentato la decisione del Re Salaman: &#8220;E&#8217; il momento giusto per questo cambiamento perché in Arabia Saudita abbiamo una società giovane e dinamica. Le donne non avranno bisogno del loro &#8216;guardiano&#8217; per prendere la patente&#8221;.</p>
<p>Il decreto reale rappresenta un importante passo in avanti per le donne saudite, che sono state fino ad ora obbligate a spostarsi in auto solo se accompagnate da un autista o da parente di sesso maschile. È dal 2013 che le donne saudite lottano per l&#8217;indipendenza e la possibilità di guidare, ed è infatti proprio in questo anno che un gruppo di donne si è messo alla guida contravvenendo i divieti governativi.</p>
<p>Inoltre, sempre qualche anno fa, molte donne saudite hanno fondato l&#8217;associazione<a href="http://www.ilpost.it/2013/10/25/divieto-guida-donne-arabia-saudita/?utm_source=rss&utm_medium=rss"> “Women2Drive”</a> , organizzando manifestazioni e proteste volte alla rimozione del divieto di guida.</p>
<p>Il decreto reale giunge, inoltre, in mezzo a un intensificato giro di vite contro gli attivisti che hanno condotto campagne a favore del diritto di guidare: secondo quanto riportato da Amnesty International, almeno otto attivisti a sostegno dei diritti delle donne sono detenuti e potrebbero essere processati in tribunali antiterrorismo e affrontare lunghe pene detentive come conseguenza del loro attivismo.</p>
<p>Ma da dove e perché nascono tutte queste limitazioni nei confronti del sesso femminile?</p>
<p>Si deve tenere a mente che nel Regno Saudita le donne sono considerate come esseri dotati, biologicamente, di intelletto e abilità inferiori e incapaci di svolgere attività che sono considerate come proprie del sesso maschile, e così, in relazione alla guida di automobili, essendo dotate di intelligenza scadente, avrebbero potuto ostacolare il traffico cittadino.</p>
<p>Ma sono tanti i divieti a cui le donne saudite sono ancora sottoposte e tanti i diritti violati: dalla possibilità di sposarsi, il cui permesso deve essere necessariamente concesso dal wali o dal tutore, all&#8217;apertura di un conto bancario, a cui devono essere espressamente autorizzate, alla libertà di espatrio, in quanto i documenti e passaporti sono ottenuti solo alla presenza di un tutore maschile, ai trattamenti medici, che richiedono il consenso scritto di un parente maschio, al diritto di avere un giusto processo, in quanto la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, e così via: sono tante altre le limitazioni a cui le donne saudite vedono sottoposti i propri diritti.</p>
<p>Se è vero che molti passi avanti sono stati conseguiti negli ultimi anni, come quello della concessione del diritto di voto, della partecipazione a manifestazioni sportive e ancora quello più recente, dell&#8217;abolizione del divieto di guida, tanti ancora sono gli steps che devono essere intrapresi affinché le donne saudite possano considerarsi libere e vedano i propri diritti essenziali rispettati: è davvero un diritto quello di poter guidare se non ci si può comprare da sole la macchina, a rate?</p>
<p><strong></p>
<p></strong></p>
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		<title>Mai più bombe italiane sul popolo yemenita</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jul 2017 22:04:14 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
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<p>In Yemen una spaventosa epidemia di colera ha già colpito circa duecentomila persone provocando migliaia di morti, soprattutto bambini.</p>
<p>A provocarla è stata una guerra assurda ed annosa. La coalizione a guida saudita, cui già si imputano numerosissimi crimini contro l&#8217;umanità, ha bombardato indiscriminatamente scuole, ospedali, rete idrica, privando i cittadini di quel paese dell&#8217;accesso all&#8217;acqua potabile ed ai beni di prima necessità. Il colera fa il maggior numero di vittime tra i bambini malnutriti.</p>
<p>Tra le bombe utilizzate in questo massacro ce ne sono tante di fabbricazione italiana. Il nostro paese, nonostante la sua Costituzione fondata sul più assoluto spirito di pace, in barba ai trattati internazionali che proibiscono forniture di armi a paesi in guerra, produce ed esporta verso l&#8217;Arabia Saudita arsenali di morte.</p>
<p>Non vogliamo essere corresponsabili della tragedia in corso in Yemen. Pertanto chiediamo a Voi, che siete i custodi veri del diritto e della nostra Costituzione, di fare in modo che questi traffici di morte abbiano fine. Le esportazioni di bombe verso l&#8217;Arabia Saudita vanno immediatamente interrotte. La fabbrica sarda che produce quelle bombe assassine deve essere immediatamente riconvertita.</p>
<p>Il governo italiano deve agire per una rapida soluzione diplomatica del conflitto in Yemen e impegnarsi in un&#8217;azione tempestiva di soccorso a quella popolazione martoriata anche con il nostro concorso.</p>
<p>L&#8217;Italia è e deve rimanere un paese di pace ed amicizia tra i popoli.</p>
</div>
<p>PER FIRMARE LA PETIZIONE: <a href="https://www.change.org/p/mai-piu-bombe-italiane-sul-popolo-yemenita/sign?utm_source=action_alert_sign&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=770344&amp;alert_id=yNrBhAtQHA_iqR6qtxnMVs0vpKk9qPLIqJ7lmmamALUnTOSatPVyY5VQEJdNiiS79mxB3VTFukq&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.change.org/p/mai-piu-bombe-italiane-sul-popolo-yemenita/sign?utm_source=action_alert_sign&amp;utm_medium=email&amp;utm_campaign=770344&amp;alert_id=yNrBhAtQHA_iqR6qtxnMVs0vpKk9qPLIqJ7lmmamALUnTOSatPVyY5VQEJdNiiS79mxB3VTFukq&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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<div id="delivered-to" data-fetch_summary="{&quot;model&quot;:{&quot;model&quot;:&quot;Petition&quot;,&quot;id&quot;:&quot;11647648&quot;}}" data-view="petitions/show/components/delivered_to" data-visible_dms="3" data-model_id="11647648" data-render="true" data-model_name="Petition">
<div class="box border-rounded-t phn sm-phm xs-phm ptm pbn mtl mbn type-s"><strong class="type-weak">Questa petizione sarà consegnata a:</strong></p>
<ul class="list-space-m">
<li><strong>Presidente del Senato della Repubblica</strong><br />
Pietro Grasso (Presidente del Senato della Repubblica)</li>
<li><strong>Presidente Della Repubblica Italiana</strong><br />
Sergio Mattarella (Presidente Della Repubblica Italiana)</li>
<li><strong>Presidente della Camera dei Deputati</strong><br />
<a class="link-stealth" href="https://www.change.org/decision-makers/laura-boldrini-43?utm_source=rss&utm_medium=rss">Laura Boldrini</a></li>
</ul>
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</div>
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