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	<title>architetti Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Quando l&#8217;architettura è sociale e sostenibile</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 08:26:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato l&#8217;architetto Bonaventura Visconti Di Modrone, dello studio ABMV che ha sede a Milano e Zurigo. Con il collega Leo Bettini Oberkalmsteiner, realizza progetti di architettura sociale e&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato l&#8217;architetto Bonaventura Visconti Di Modrone, dello studio ABMV che ha sede a Milano e Zurigo. Con il collega Leo Bettini Oberkalmsteiner, realizza progetti di architettura sociale e sostenibile, in autonomia.</p>
<p>Ringraziamo molto Bonaventura Visconti Di Modrone per la sua disponibilità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11965" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="472" height="315" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 472w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
<p>Intervista a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><strong>Perchè avete pensato di occuparvi di Architettura sociale?</strong></p>
<p>Non ci definiamo architetti sociali, o meglio, non solo sociali.</p>
<p>Crediamo nell’importanza di sviluppare quanti più degli Obbiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite possibile.</p>
<p>Per noi questi obbiettivi rappresentano un manuale di buone pratiche utili come guida in ogni progetto.</p>
<p>In questo preciso momento storico e dato il contesto che ci circonda ci siamo avvicinati all’architettura sociale perché vediamo in essa uno strumento per migliorare la qualità della vita delle persone.</p>
<p>L’architettura non solo fornisce un riparo ma trasmette idee e soprattutto definisce il contesto fisico in cui viviamo.</p>
<p>Crediamo che vivere ed interagire in un contesto pensato e costruito a scala più umana possa stimolare nuovi comportamenti e cambiamenti positivi.</p>
<p><strong>Da quando è nato il vostro studio e quali sono i progetti già in essere?</strong></p>
<p>Lo studio è nato nel 2017.</p>
<p>Ad ora abbiamo realizzato due progetti e stiamo lavorando al terzo.</p>
<p>&#8211; Il primo è stato un orfanotrofio nel sud di Haiti per i 40 bambini della Ong Ayitimoun yo.</p>
<p>&#8211; Il secondo, autopromosso, è stato Maidan tent.</p>
<p>Una struttura mobile che funge da spazio comune e di aggregazione per campi profughi e per situazioni di emergenza post calamità naturali. Le tendopoli sono si efficaci e di rapida installazione ma spesso trascurano l’importanza della socialità e dell’interazione. Crediamo che questi siano aspetti fondamentali per superare traumi e per ritrovare una propria stabilità.</p>
<p>&#8211; Il terzo, in fase di prossima realizzazione, è lo sviluppo di un nuovo insediamento di 70 ettari nella regione di Diffa, Niger, con la Ong italiana CISP. Quest’ultimo è un progetto a tre livelli, il primo riguarda la definizione a scala urbanistica dell’insediamento, il secondo il rapporto tra le parcelle che compongono i quartieri e gli spazi comuni ed il terzo riguarda la suddivisione degli spazi interni delle singole unità abitative con le costruzioni che le compongono.</p>
<p>Questo progetto, molto più grande dei precedenti, indaga la possibilità di creare un contesto che possa dare stabilità.</p>
<p>Vorremo sviluppare un insediamento che abbia le caratteristiche basiche per la creazione di una comunità stabile in un ambiente sicuro e che generi sviluppo, anche economico.</p>
<p><strong>Su quali valori basate le idee dei vostri interventi?</strong></p>
<p>Ogni progetto ha le sue caratteristiche ma i valori costanti alla base di ognuno sono principalmente:</p>
<p>&#8211; Il rispetto, per la cultura e per i bisogni delle persone che ne beneficeranno.</p>
<p>Non vogliamo imporre idee o soluzioni, nel nostro caso architettoniche, che possano risultare aliene o non coerenti con le necessità o il contesto in cui si inseriscono.</p>
<p>&#8211; L’equità, crediamo infatti che ogni persona e ogni contesto meritino progetti di qualità, anche estetica.</p>
<p>&#8211; Il rispetto per le risorse naturali del luogo e globali, questa forse è la sfida più grande.</p>
<p><strong>Come vi siete preparati per mettere in campo il progetto nel campo profughi nel Nord di Atene e a Niamey, in Niger?</strong></p>
<p>Per realizzare la Maidan tent a Ritsona ci sono voluti mesi di sopralluoghi, interviste con gli abitanti del campo e con le Ong che vi operano, riunioni con IOM e un lungo periodo di test in Italia per monitorare il prototipo della tenda.</p>
<p>E’ stato fondamentale visitare il campo più e più volte per intercettare le reali necessità dei residenti e per svolgere riunioni con i rappresentanti eletti dalla comunità. Senza questo lavoro fondamentale dubito che saremmo riusciti a comprendere le reali dinamiche di vita del campo e quindi a porci le domande giuste per proporre un progetto solido ed efficace.</p>
<p>Per quanto riguarda il progetto in Niger, anche in questo caso c’è stato un grande lavoro di scambio e dibattito.</p>
<p>Data la scala molto maggiore dell’intervento ed il contesto di sicurezza più precario rispetto alla Grecia, in questo caso il dialogo è avvenuto per la gran parte con il team locale del CISP che, oltre a lavorare nel paese da un decennio, è formato dalla maggioranza da nigerini.</p>
<p>Ad Haiti – e negli altri Paesi – collaborate con le autorità locali?</p>
<p>Sia ad Haiti che in Niger sono state le Ong che si sono interfacciate con le autorità locali individuando le necessità ed intessendo rapporti di collaborazione. Per quanto riguarda il progetto Maidan tent in Grecia invece abbiamo dapprima contattato l’aeronautica greca, responsabile del campo di Ritsona e poi abbiamo stretto un forte legame di collaborazione con IOM che ha fatto da tramite con il Ministero delle Migrazioni greco.</p>
<p><strong>Quali sono i progetti per il prossimo Futuro?</strong></p>
<p>Per ora, oltre a portare avanti la Maidan tent ed il progetto in Niger, stiamo pensando di sviluppare un’idea collaterale ma complementare al progetto a Diffa.</p>
<p>Vedere con il CISP se sia possibile utilizzare la sabbia del deserto come materiale da costruzione e se si possano realizzare strutture solide con tecniche costruttive autoportanti che non richiedano né cemento né malta.</p>
<p>Se questo fosse possibile ridurrebbe di molto i costi di costruzione e permetterebbe cosi a molte più persone di costruirsi una casa in maniera autonoma.</p>
<p>Il progetto che ci piacerebbe? Qualcosa di relativo all’acqua o all’energia!</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11966" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="657" height="360" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 657w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360-300x164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /></a></p>
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		<title>Città, architettura e migrazioni: intervista a Nausicaa Pezzoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 06:27:27 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span lang="it-IT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5684" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5684" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cop (27)" width="170" height="252" /></a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" width="100%" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="256" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="100%"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti &#8216;al primo approdo&#8217; affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell&#8217;osservazione di chi si disponga ad abitarli. In un contesto che rappresenta il laboratorio di cambiamenti più avanzato in Italia, viene attualizzato e applicato un metodo &#8211; quello introdotto da Kevin Lynch nell&#8217;Immagine della città &#8211; per studiare la percezione dell&#8217;ambiente da parte dei suoi abitanti. Questo è <i>La città sradicata. Geografie dell&#8217;abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano.</i></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani </i>ha intervistato l&#8217;autrice, l&#8217;architetto Nausicaa Pezzoni che ringrazia molto. </span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><span lang="it-IT">Come nasce l&#8217;idea di questo saggio e come si è documentata per poterlo realizzare?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di esplorare la città attraverso lo sguardo dei migranti deriva dall’osservazione di come stanno cambiando le forme e i significati dell’abitare nella città contemporanea, attraversata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di vita di popolazioni in transito: abitanti che vivono uno sradicamento non solo dalla città di provenienza, ma anche da quella d’approdo.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’ipotesi che ha dato vita a questa ricerca è che la condizione di instabilità, cui la crescente mobilità delle popolazioni urbane sembra dar voce, sia connaturata all’abitare contemporaneo, cioè che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che mi ha indotta a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra individuo e spazio – dall’identificazione col territorio abitato a una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indagare ‘lo sguardo degli altri’ su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città contemporanea </span><span lang="it-IT">dall’interno</span><span lang="it-IT"> di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme; ed è un modo per prendere distanza da un’immagine consolidata del territorio che abitiamo, lasciando affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un’appartenenza di nuovo genere: un “abitare senza abitudine” che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di questa pubblicazione nasce anche dalla necessità di colmare un vuoto nel campo della progettazione urbanistica, studiando una dimensione che non viene trattata, pur essendo sempre più urgente: quella della transitorietà dell’abitare, che non può essere ignorata se si vuole fare spazio a una città di tutti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Per documentarmi ho seguito due traiettorie: un&#8217;esplorazione della letteratura e un&#8217;indagine sul campo. Sul piano teorico, mi sono confrontata con le voci di chi, in campo urbanistico ma anche sociologico e antropologico, sta indicando nel movimento, nello spaesamento dell&#8217;abitare la cifra della contemporaneità; e di chi in ambito geografico e delle scienza della complessità sta mettendo in discussione il punto di vista scientifico dominante, quello che pretende di oggettivare il mondo che rappresenta. Un punto di vista che mi ha indotta a spostarmi dallo strumento della cartografia tecnica come lente attraverso cui leggere e interpretare la città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;indagine sul campo è stata determinante per guardare da vicino le trasformazioni in atto, dando voce proprio a coloro che pur essendone tra i principali artefici sono tuttora esclusi dalla lettura e dal progetto della città.</p>
<p><span lang="it-IT">La città di Milano è a misura di “donne immigrate” ?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Milano è una città che offre molti servizi agli immigrati, non specificatamente alle donne, ma in generale ai nuovi abitanti della città. Tuttavia si tratta di servizi spesso autoreferenziali, distribuiti sul territorio senza una rete che li connetta, una sorta di infrastruttura dell&#8217;accoglienza di cui una grande città europea come Milano dovrebbe dotarsi.</p>
<p lang="it-IT">Quali sono gli spazi e i luoghi maggiormente frequentati dai migranti in transito?</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Gli spazi più frequentati dai migranti sono quelli spesso lasciati vuoti, dimenticati dai residenti stanziali; sono le piazze, i parchi, i luoghi semi-deserti che vengono occupati da molteplici attività “non codificate” dell&#8217;abitare quei determinati luoghi.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci troviamo spesso ad essere inaspettatamente i</span><span lang="it-IT">mmersi in un contesto completamente trasformato da come lo avevamo sempre conosciuto: il parcheggio di Cascina Gobba che diventa mercato delle popolazioni dell’Est Europa durante il weekend, o lo spiazzo davanti alla Fabbrica del Vapore trasformato in moschea all’aperto per la festa di fine Ramadan. Si tratta di luoghi considerati insignificanti o marginali dai residenti, e che diventano invece luoghi di aggregazione, di scambio per chi è appena approdato e sta cercando nella nuova città gli spazi dove poter svolgere le diverse attività che danno forma all&#8217;abitare. Quando ci imbattiamo in queste piazze, ci sentiamo spesati nella nostra città, ma nello stesso tempo scopriamo spazi che </span><span lang="it-IT">non esistevano come luoghi abitati</span><span lang="it-IT">, e che vengono fatti esistere nell&#8217;essere inclusi in un sistema di relazioni, di rapporti commerciali, di scambi di informazioni, di attività che si prendono in cura quello spazio indifferenziato e lo significano, e nel significarlo se ne appropriano, lo rendono accogliente per le popolazioni che lo frequentano, facendo sì che quel luogo divenga abitabile per tutti i cittadini.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci sono poi i luoghi considerati come “porte d’accesso” alla città: </span><span lang="it-IT">il Centro di Aiuto del Comune, un riferimento indispensabile per per farsi indirizzare verso i diversi servizi di accoglienza; i dormitori, le mense, gli ambulatori medico-sanitari delle fondazioni religiose, il Naga dove trovare assistenza legale e il Naga Har, centro diurno e scuola di italiano per i rifugiati e i richiedenti asilo; c&#8217;è la Casa della Carità, dove hanno sede un dormitorio, una mensa, una scuola di italiano e dei nuclei abitativi per donne e bambini. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I migranti frequentano molto i parchi, in quanto luoghi pubblici ‘disponibili’, e in inverno le biblioteche, che sono luoghi sicuri per le persone che abitano nei dormitori, e che durante il giorno non hanno un posto dove stare: nelle biblioteche si può accedere a internet, trovare riparo dal freddo, leggere.</p>
<p><span lang="it-IT">Qual è il rapporto che si viene a instaurare tra italiani e stranieri in alcune zone delle metropoli? E&#8217; possibile la convivenza?</span></p>
<p lang="it-IT">Milano è una città dove la convivenza tra italiani e stranieri si fa sempre più intensa, non ci sono “ghetti”, ci sono semmai alcune zone più densamente abitate dai migranti, come via Padova, l’area intorno a piazzale Maciachini, la zona Corvetto. Quello che emerge dalle mappe è inaspettatamente la tendenza da parte dei migranti a evitare proprio le zone abitate da molti immigrati, perché considerate marginali e alle quali dunque non si vuole essere assimilati, indipendentemente dal fatto che gli abitanti siano della propria o di un’altra etnia. Oppure perché sembra di essere in un’altra città; una migrante disegnando la mappa mi disse “questa non sembra Milano, e allora io non ci vado” indicando via Padova.</p>
<p><span lang="it-IT">Interessantissime sono la mappe disegnate dai migranti: ce ne vuole parlare? E quale sarebbe la loro città ideale?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La mappa che mi ha sorpresa di più è quella che, nel libro, apre l’atlante delle cento mappe: il racconto degli spostamenti quotidiani di un migrante che abita in un edificio abbandonato vicino alla ferrovia, e ogni giorno percorre a piedi quello che sembra un pellegrinaggio alla ricerca di un lavoro, di un posto dove mangiare, dove fermarsi a riposare, dove trovare aiuto, e si conclude con un segno astratto molto eloquente di quello che è il sentimento che lo accompagna nella sua ricerca infinita.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Le mappe disegnate dai migranti fanno emergere i sentimenti vissuti nel momento in cui si innesca una relazione con il territorio, in cui si inizia ad abitare una nuova città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sono strumenti di mediazione: la città si fa pensabile, e dunque diventa famigliare, proprio attraverso il disegno della mappa. Lo spaesamento di chi è appena arrivato non è più dunque solo condizione di estraneità, ma l’origine e la tensione a decifrare lo spazio urbano immettendosi in esso &#8211; auto-organizzandolo nel disegno della mappa &#8211; per esprimerne la conoscenza e poterlo abitare.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città, e attraverso questo gesto, di appropriarsi di uno spazio che da sconosciuto, o provvisto di pochissimi riferimenti, può diventare uno spazio più articolato, più complesso, dove anche chi è arrivato da poco tempo può iniziare a pensarsi come abitante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La città ideale dei migranti è una città ricca di relazioni, dove i servizi di primo accesso siano in rete, interconnessi in un sistema che complessivamente si prenda cura della condizione transitoria dell’abitare; è una città da poter abitare sempre e ovunque, non solo in alcuni luoghi relegati ai margini e in alcuni tempi prefissati (come sono la maggior parte dei dormitori). E’ una città che si lascia interrogare, che accoglie perché sa mettere in questione la sua stessa identità; una città che si sradica da un’immagine univoca di sé per lasciare spazio alle tante infinite città che prendono forma a seconda del punto di vista di chi le osserva, le vive e la rappresenta.</span></p>
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