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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Violenza sessuale come arma di guerra in Repubblica Democratica del Congo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2018 08:30:10 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11592" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="480" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Quando mio padre scoprì quello che mi avevano fatto il suo dolore fu immenso e in lui tutto si frantumò. Mia madre invecchiò di cento anni, in un’unica notte, mio fratello da quel momento non è riuscito più a guardarmi negli occhi, ed io non ho più guardato i suoi, perché non vuole che io soffra più di quello che ho già sofferto. Con il loro gesto a lui sembra che gli abbiano portato via la sua virilità. Quando ha scoperto, che quelli che credono di essere degli uomini, sono solo invece tali perché hanno degli attributi maschili, ha iniziato a odiare la sua virilità. Per quelli che si definiscono uomini, la dignità, la nobiltà e la castità non ha nessun valore e significato.”</em></p>
<p align="JUSTIFY">Questa frase, tratta da una lettera di Bahareh Maghami, vittima iraniana di stupro, fece da introduzione alla mia “ormai lontana” tesi di laurea universitaria.</p>
<p align="JUSTIFY">Una lettera (per leggerla integralmente: <a href="https://laayla.wordpress.com/2010/05/04/iran-lettera-di-una-donna-stuprata/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Clicca qui</a>) che mi colpì molto per l’intensità con la quale venne analizzato un gesto tanto meschino e che esattamente ricopriva la funzione di apertura di un tesi sullo stupro come violazione dei diritti umani e sullo stupro come arma di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Stupro come arma di guerra: è quello che accade oggi nella Repubblica democratica del Congo (da ora RDC), dove gli stupri sono utilizzati come un’arma e sono svolti con una crudeltà inaudibile che in questi anni ha portato a genocidi silenziosi di uomini che odiano le donne.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-11593 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="227" height="177" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 350w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo-300x234.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">La RDC non è una terra per esseri umani, né per uomini nè, e forse soprattutto, per le donne. Un paese che parte da una storia e da una colonizzazione belga lunga e dolorosa e che, ancora oggi, lascia cicatrici profonde su un’intera popolazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Già dalla fine degli anni 90 si iniziarono a verificare i primi casi di stupro utilizzati con uno scopo preciso che era quello di intimidire gruppi di persone o etnie, fino ad arrivare ad abusi sistematici e a torture.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante il processo di pace cominciato nel 2003, l’aggressione sessuale da parte di soldati di gruppi armati e dell’esercito nazionale continua nelle province orientali del paese. Prove dello stupro di guerra emersero quando le truppe delle Nazioni Unite entrarono in aree precedentemente devastate dalla guerra, dopo che il processo di pace ebbe inizio.</p>
<p align="JUSTIFY">Più di 500 stupri furono documentati nell’est del Congo nell’agosto 2010, portando ad una richiesta di scuse da parte di Atul Khare, il funzionario dell’ONU che fallì nel tentativo di proteggere la popolazione dalle brutalità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2015 furono registrati 15mila casi accertati di violenze sessuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Qui in Congo le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi. Più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. Finora ne abbiamo curate 384 ma continuano ad arrivare. Parecchie atterrite dalla violenza sono fuggite nella giungla e hanno paura a tornare per farsi curare.”</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Giorgio Trombatore, Capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC (International Medical Corp).</em></p>
<p align="JUSTIFY">Gli strumenti e le istituzioni per combattere questi fenomeni ci sono ma, a quanto pare, non sono sufficienti per contrastare un fenomeno di così ampia portata (soprattutto per quanto riguarda il caso della RDC). Solo per citare le più importanti, a fianco della Commissione africana dei diritti umani, lavora l’IHRDA, l’Institute for Human Rights and Develompment in Africa che è un’organizzazione non governativa Africana il cui primario scopo è la fornitura di un consulente legale alle vittime di violazioni di diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Ultima ma importante citazione va al chirurgo Denis Mukwege, Nobel per la pace 2018, che instancabile continua a lavorare al fianco di queste ragazze e rappresenta oggi, insieme a tutte le Ong che sul posto seguono i casi più gravi, il simbolo più tangibile della volontà di aprire una lotta contro la violenza sessuale, vista sia come reato sia come strumento di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata”. (Denis Mukwege)</em></p>
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		<title>Caso Cucchi, quando la verità vince sulla demagogia</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2018 04:56:17 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione</strong></em> <strong><em>per i Diritti umani</em></strong> esprime solidarietà a Ilaria Cucchi e alla sua famiglia e condanna ogni tipo di minaccia e intimidazione.</p>
<p>Pubblichiamo un articolo del Presidente dell&#8217;associazione Antigone, Patrizio Gonnella.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11542" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="800" height="533" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/Cucchi_Anselmo1-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></p>
<p><strong><em>Giustizia. La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità</em></strong></p>
<p><strong>di Patrizio Gonnella, il manifesto del 12 ottobre 2018</strong></p>
<p>Il processo per l’omicidio di Stefano Cucchi resterà nella storia della giustizia italiana. Una storia fatta di violenza istituzionale, di morte, di coperture, di silenzi, di indifferenza, di opacità ma allo stesso tempo di determinazione, di forza morale, di rottura del muro della reticenza. Verità processuale e verità storica si stanno lentamente approssimando nonostante le umiliazioni e le dichiarazioni di quei politici che hanno urlato nel tempo una verità dogmatica e stereotipata.</p>
<p>Oggi, di fronte alla confessione di uno dei carabinieri che ha ammesso le violenze sul corpo di Stefano, sanno di ridicolo e tragico quelle frasi che si sono sentite nell’etere e lette sui social. C’è chi disse: «É morto perché era anoressico» (Carlo Giovanardi), chi chiedeva alla famiglia di Stefano «dove era quando lui si drogava» (Maurizio Gasparri), chi affermava che Ilaria Cucchi «mi fa schifo» (Matteo Salvini). A nove anni dalla morte di Stefano Cucchi ci sono tre parole, di cui una composta, che vengono esaltate da questa storia: empatia, spirito di corpo, legalità.</p>
<p>Da alcune settimane il bellissimo film di Alessio Cremonini Sulla mia pelle, delicato ma rigoroso allo stesso tempo, sta riempiendo le sale cinematografiche, le piazze, le università. Gruppi di persone organizzano visioni comunitarie in luoghi pubblici e privati. Ragazzi e ragazze, anche molto giovani, vedono il film e restano senza parole, immedesimandosi in Stefano e in sua sorella Ilaria. L’empatia è un motore che ha una forza dirompente. Favorisce processi di indignazione. Ha la capacità di trasformarsi in valanga. Stefano Cucchi è sentito come un amico o un fratello nei licei, nelle università, nelle palestre e negli stadi. Ilaria è diventata una sorella di tutti quelli che vogliono giustizia, che credono che non si possa morire ammazzati, pestati a sangue, in una camera di sicurezza delle forze dell’ordine.</p>
<p>Non tutti però sono Stefano. Non tutte però sono Ilaria. Non sempre l’empatia porta a giustizia. In questo caso invece sta accadendo un fatto straordinario, ossia la giustizia (e ne siamo grati alla procura di Roma) si è messa al servizio delle vittime di tortura. Accade raramente. Anche perché spesso a vincere è lo spirito di corpo, primo nemico della verità. Ieri, con la confessione di uno dei carabinieri coinvolti nel pestaggio, si è definitivamente rotto lo spirito di corpo nell’Arma. I fatti di violenza o di tortura avvengono molto spesso in circostanze tali per cui gli unici testimoni possibili sono altri poliziotti o carabinieri. Solo se si rompe il vincolo di colleganza, tanto più quando la vittima del pestaggio muore, la verità storica potrà uscire fuori.</p>
<p>Ma affinché lo spirito di corpo si incrini ci vogliono messaggi inequivocabili di trasparenza da parte dei vertici delle forze di Polizia, ci vuole la rottura dell’indifferenza da parte dell’opinione pubblica (quell’indifferenza che ha fatto chiudere gli occhi a quei tanti funzionari che hanno fatto finta di non vedere il volto tumefatto di Stefano che stava morendo di dolore), ci vogliono sindacati di Polizia che caccino i loro iscritti infedeli alla Costituzione e alla divisa indossata, ci vogliono procuratori che non guardino in faccia nessuno, ci vogliono governanti e politici che non siano ambigui nei loro messaggi di legalità.</p>
<p>La terza parola è legalità. La legalità è una. É inammissibile una legalità doppia. Non esistono persone immuni dalla legge. La legge non è un totem, può ben essere criticata. La legalità comprende in sé la critica alla legalità. Una cosa però non è accettabile, ossia che la legalità sia mitizzata, esaltata e applicata a senso unico. Caserme di Polizia e carceri sono i luoghi dove più di altri dovrebbe essere rispettata la legge. Non si può nel nome della legge violarla impunemente.</p>
<p>La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità. La legalità si può criticare, ma è una sia per lor signori che per tutti gli altri.</p>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. City of joy</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 08:41:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani. Associazione per i Diritti umani è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani.</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo Ivana Trevisani per la preziosa collaborazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>City of joy</p>
<p>di Ivana Trevisani</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9857" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<i>City of joy”, </i>il documentario della regista Madeleine Gavin presentato in prima nazionale a Milano al We World Festival lo scorso fine settimana, nella giornata internazionale contro la violenza alle donne, per l&#8217;intensità e la potenza del racconto e del messaggio, muove l&#8217;augurio e la speranza di poterlo rivedere anche su altri schermi e oltre il 24 novembre.</p>
<p><i>City of joy, </i>fondato dalla scrittrice statunitense Eve Ensler e dal ginecologo congolese Denis Mukwege Mukengere, già insignito del premio Sacharov per la sua attività di aiuto alle donne vittime di violenza, è il Centro per donne vittime dello stupro come arma di guerra nella Repubblica Democratica del Congo, e più precisamente nel sud del paese, zona ricca di miniere di materiali preziosi, oro, koltan, fosfati&#8230; E proprio quell&#8217;enorme ricchezza si è rivelata una maledizione per la popolazione dell&#8217;area e in un incubo per le donne, divenute l&#8217;obbiettivo primario della violenza dei mercenari al soldo delle multinazionali occidentali del settore, nelle strategie di spopolamento dei villaggi adiacenti alle miniere.</p>
<p>Stupro riconosciuto e definito come arma di guerra perchè, oltre agli incendi delle case, è pratica di attacco alle popolazioni per forzarne l&#8217;allontanamento, per obbligarle alla fuga dai villaggi e poterli liberamente e impunemente occupare.</p>
<p>Gioia nella violenza? Potrebbe sembrare una contraddizione, di fatto non lo è, perchè la gioia a cui si riferisce la nominazione del Centro è quella del riuscito spostamento dall&#8217;angoscia della lacerazione del corpo e dell&#8217;anima, alla riapertura alla vita attiva e nuovamente piena di senso del sé e del mondo.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9858 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="306" height="200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 306w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p>Una gioia che non si colloca nella negazione o nell&#8217;inerzia, ma è, al contrario, trasformazione nel passaggio <b>Dal dolore alla forza, </b>come<b> </b>è scritto a caratteri cubitali sul grande striscione al cancello di ingresso al Centro.</p>
<p>Non solo un&#8217;idea, ma viva realtà che le donne, con la loro forza affermano e con cui contagiano non solo il <i>loro</i> dottor Denis Mukwege Mukengere, ma anche gli spettatori della sala milanese, invitandoli implicitamente ad andare oltre le lacrime della pietas, pure legittime e spostarsi nel registro dell&#8217;ammirazione della potenza vitale di donne che, in un&#8217;esistenza assediata dall&#8217;aggressione violenta, la vita continuano comunque ad amarla, a volerla continuare e cambiare.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9859 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="258" height="166" /></a></p>
<p>E la straordinaria vitalità delle donne è ben rappresentata dai momenti di felicità ritrovata nello scorrere della quotidianità comunitaria, momenti di divertimento semplice e risate, forse anche reazione al senso di tensione profonda che piano piano, passo dopo passo riesce a stemperarsi. La felicità di quegli attimi che riescono a contrastare la paura, e fanno di brevi istanti un&#8217;opportunità per recuperare un po&#8217; della felicità amputata ma non distrutta, è tutta condensata nelle immagini delle donne che riprendono a danzare e mentre ballano gioiosamente, riescono a ridare al medico, con la loro forza di recupero, la forza di continuare ad aiutarle, superando il suo comprensibile momento di sconforto.</p>
<p>Anche il vestirsi bene, nel suggerire e scegliere le stoffe più adatte al proprio corpo è l&#8217;inizio del prendersi cura di sé, l&#8217;avvio del percorso di accettazione del sé e del riconoscimento del proprio valore.</p>
<p>La consapevole accettazione di sé e il superamento dei ristagni di astio nel profondo, a volte va oltre se stesse: “<i>Odiavo mia figlia dello stupro, ora non più”, </i>un altro passo necessario nel recupero di una piena integrità delle donne, che al Centro si riesce a compiere<i> </i>è<i> </i>riconquistare e<i> </i>riannodare i fili della relazione materna,<i> </i>poiché sempre l&#8217;esito inevitabile nell&#8217;uso dello stupro come arma di guerra sono l&#8217;estirpazione del senso materno e il vuoto interno che ne consegue.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9860" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="292" height="199" /></a></p>
<p>Il perno dell&#8217;attività del Centro è la partecipazione collettiva: non essere sole, perchè unicamente la condivisione di uno stesso vissuto e il coraggio di riuscire ad esprimerlo, a metterlo in comune può aiutare ad andarne oltre, a rimuovere l&#8217;ingombro di sentimenti negativi ancora stagnanti. Battere insieme le mani alla forza di altre per l&#8217;esito positivo raggiunto, si rivela un aiuto propulsivo all&#8217;affiorare della propria forza, e al concedersi di manifestarla.</p>
<p>L&#8217;avidità delle multinazionali non si ferma alla cancellazione dei villaggi e della dignità delle vite, ma espropria le donne e le loro famiglie e comunità di un bene che la natura aveva loro donato da tempo immemore: la foresta bellisima, fonte di ispirazione poetica e passeggiate di innamorati, è divenuta ora <i>nemica</i> fonte di paura. Ormai dominio degli assassini e stupratori prezzolati è interdetta alla sua gente, un&#8217;interdizione a percorrerla, ad accedervi che non tocca solo la sfera emotivo-sentimentale, pure significativa, ma anche quella economica, essenziale alla vita materiale. Le donne infatti da sempre coltivavano la foresta e procuravano il cibo e il sostentamento per l&#8217;intera famiglia, spesso anche per la comunità, al tempo stesso, inoltre, si prendevano cura della sua sopravvivenza, messa ora a rischio dall&#8217;incuria coatta.</p>
<p>“<i>City of joy”:</i> un racconto corale che alla positività e al desiderio incessante di vita delle donne congolesi, contrappone una quasi enciclopedia delle violenze e dei soprusi di un occidente aggrssivo a <i>“casa loro” </i>ed espulsivo a <i>“casa propria”</i>, che non può e non deve lasciare indifferenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Direttore esecutivo di Frontex e l&#8217;uso di armi da fuoco durante le operazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2016 16:33:30 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L’eurodeputata Barbara Spinelli, insieme a 41 deputati del Parlamento europeo, lo scorso 23 settembre ha inviato una lettera al Direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, e per conoscenza alla mediatrice europea Emily O’Reilly e al Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muižnieks.</p>
<p>La lettera, scaturita da un rapporto pubblicato da The Intercept il 22 agosto scorso, denuncia l’uso ricorrente di armi da fuoco da parte della guardia costiera degli Stati membri, con lo scopo di fermare imbarcazioni guidate da presunti trafficanti nel quadro delle operazioni di Frontex. In simili operazioni, la vita e l’incolumità dei rifugiati a bordo è pericolosamente messa a rischio.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-21.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6901" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6901" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-21.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (21)" width="300" height="200" /></a></p>
<p>‹‹Considero estremamente grave che tra le regole di ingaggio per fermare imbarcazioni in mare sia previsto l’uso di armi da fuoco. Vorrei ricordare che nel 2014, in un’operazione di Frontex nei pressi di Chios, diversi migranti furono feriti e un minore venne ucciso dopo che le guardie costiere greche aprirono il fuoco››, ha dichiarato l’eurodeputata.</p>
<p>Per questo motivo Barbara Spinelli domanda al Direttore esecutivo di Frontex se l’Agenzia intenda continuare l&#8217;uso di armi da fuoco durante le proprie operazionie chiede chiarimenti su chi abbia il potere decisionale e dunque la responsabilità di emettere l’ordine dell’utilizzo di armi da fuoco nel caso di operazioni congiunte con Stati terzi.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/Letter-to-Mr-Leggeri-about-incidents-reports-revealing-tactic-of-using-weapons-to-stop-boats.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="">EccoVi il link alla lettera:</a></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/Letter-to-Mr-Leggeri-about-incidents-reports-revealing-tactic-of-using-weapons-to-stop-boats.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel=""> Letter to Mr Leggeri about incidents reports revealing tactic of using weapons to stop boats</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Marco Lombardi commenta i fatti di Nizza</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jul 2016 08:03:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione per i Diritti umani ha chiesto a MARCO LOMBARDI &#8211; Direttore di ITSTIME (Italian Team for Security) &#8211; un commento a ciò che è accaduto a Nizza. Ecco le sue parole. Ringraziamo moltissimo&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="_d97">
<div class="_d97"><em>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</em> ha chiesto a MARCO LOMBARDI &#8211; Direttore di ITSTIME (Italian Team for Security) &#8211; un commento a ciò che è accaduto a Nizza. Ecco le sue parole.</div>
<div class="_d97">Ringraziamo moltissimo Marco Lombardi.</div>
</div>
<div class="_d97"></div>
<div class="_d97"></div>
<div class="_d97"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/logo_itstime_min_Crop.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6317" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6317" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/logo_itstime_min_Crop.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="logo_itstime_min_Crop" width="737" height="250" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/logo_itstime_min_Crop.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 737w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/logo_itstime_min_Crop-300x102.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 737px) 100vw, 737px" /></a></div>
<div class="_d97"></div>
<div class="_d97"></div>
<div class="_d97"><span class="_5yl5">La sera di giovedi’ sara’ ricordata come un’altra Bastiglia: quella della strage di Nizza. Ne avemmo tutti fatto a meno. Il “quando” e il “dove” di questo attacco confermano la grande capacita’ di Daesh di intendere il mondo che vuole combattere: la capitale della Costa Azzurra, a due passi dalla piu’ grande casbha europea, nel giorno del festeggiamento. E’ in questo contesto che irrompe con un camion pesante che tritura famiglie. Tra le tante domande che l ‘attacco pone quella tra le piu’ ricorrenti e’: “Si poteva evitare?”. No. Questa operazione e’ descritta bene in Inspire del 2010,dove sembra di leggere il film fi ieri. Ma tanta informazione su come colpire non aiuta a prevenire: a meno che non si accetti la bagdadizzazione dell&#8217;Europa, con blocchi di cemento a impedire gli accessi. Daesh ha importato in Europa la strategia medio orientale dell ‘intifada dei coltelli e delle automobili: insomma tutti addosso agli infedeli con ogni mezzo, di quelli che avete a portata di mano e che possono diventare un’utile arma. Di fronte a questa strategia non si puo’ fare molto: o si accetta l’incertezza del rischio, sempre in agguato, quando chiunque puo’ essere assassino o vittima, o si blinda ogni attivita’ con sistemi di difesa che ci piombano in quella situazione di guerra che la politica, soprattutto, rifiuta di vedere. Si’ perche’ abituiamoci, la guerra ibrida in cui si organizza la terza guerra mondiale a pezzi sara’ parte della prossima quotidianita’. Il terrorismo e’ solo uno degli attori che popolano una guerra diffusa, pervasiva e delocalizzata che si estende in decine di paesi attraverso conflitti coordinati. Il terrorismo di oggi non e’ quello del secolo scorso, a cui ancora troppo spesso fanno riferimento sia le pratiche di contrasto sia le norme di riferimento. Paradossalmente proprio Daesh sta interpretando il mondo globale molto meglio di chi dice di combatterlo. Dunque un cambio di paradigma e’ necessario per cercare di governare la piu’ grande crisi che ha colpito il mondo che per generazioni abbiamo messo in piedi. E non si tratta neppure de colpi di coda di Daesh sconfitto sul campo, come qualcumo racconta. Sciocchezze: Daesh conta su 46 gruppi affiliati in quasi 30 paesi, e’ liquido e flessibile. Se anche perde terreno in Siraq il suo terrorismo continuera’ a vivere per il mondo. A lungo. Questa idea e’ frutto dell’ennesima cecita’ voluta dalla politica. Dunque? Dunque il rischio aumenta e il 2016 continuera’ peggio di come e ‘ cominciato. Ma queste non sono ragioni di sconforto piuttosto motivi per sviluppare degli interventi adeguati che a breve devono garantire sicurezza a cittadini e istituzioni e a lungo devono estirpare la motivazioni che sorreggono l’adesione al terrorismo. In questa prospettiva giudico importante la collaborazione dell’Islam, che non invoco in quanto moderato ma piu’ semplicemente per chiedergli chiaramente da che parte sta. Perche’ il punto e’ questo: abbiamo bisogno di una dichiarazione formale che riguarda l’Islam, ma non solo, che prenda le distanze da Daesh. Non piu’ parole dette a meta’ ma impegni formali di collaborazione in una guerra che ha bisogno di definire regole e contendenti. Chi non ci sta ora e’ tempo che si renda conto che sara’ trattato da collaboratore col nemico.</span></div>
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