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	<title>barriera Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Sconfinare. Viaggio alla ricerca dell&#8217;altro e dell&#8217;altrove</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Nov 2018 07:52:38 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E&#8217; uscito da pochi giorni il saggio intitolato <span style="color: #ff0000;"><em>Sconfinare</em>. <em>Viaggio alla ricerca dell&#8217;altro e dell&#8217;altrove</em></span> a cura di Donatella Ferrario, per San Paolo Edizioni.</p>
<p>«Questa è la storia di un viaggio. Come tutti i viaggi è nato da un&#8217;idea: la voglia di esplorare un luogo in cui si è stati e in cui ci si trova ogni giorno, in cui pare di muoversi a proprio agio, di conoscerne strade e scorciatoie. Un luogo tanto comune a tutti da divenire insignificante, in senso etimologico. Il confine».</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato Donatella Ferrario &#8211; giornalista, lavora per Milano Multietnica &#8211; e la ringrazia per la sua disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY">“Insignificante”, in senso etimologico, significa “privo di significato”: quali sono, invece, i luoghi che comunicano ancora qualcosa?</p>
<p align="JUSTIFY">Ogni luogo comunica sempre qualcosa, a patto di porsi in un atteggiamento di apertura, in una disposizione a vedere e ascoltare. Luoghi fisici ma anche luoghi dell’anima, ricordi di ciò che magari non esiste più, se non dentro di noi o in una memoria condivisa o storica.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>Sconfinare</em> è un viaggio che fa parte dell’esperienza di ognuno. Ho riflettuto, insieme ad altri compagni di avventura &#8211; da Abraham Yehoshua a Paolo Rumiz, da Claudio Magris ad Antonia Arslan, Eugenio Borgna, Uliano Lucas, Pap Khouma, José Tolentino Mendonça, Furio Colombo e Nello Scavo &#8211; su un luogo che, spesso, è un non luogo, inafferrabile, talora imposto da trattati, segnato da cippi, da dogane, tracciato sulle mappe: il confine, appunto. E ho pensato poi di allargare l’orizzonte: perché, anche se non ce ne rendiamo conto, noi, come esseri umani, siamo sempre portati ad andare oltre, a scavalcare i muri e/o a guardare cosa c’è al di là. È l’atteggiamento del bambino, quell’istinto che abbiamo &#8211; magari sepolto dagli anni e dall’abitudine &#8211; e che dovremmo recuperare: quello di andare a vedere, di renderci conto. Il libro, attraverso più voci e sguardi, ritrova una convinzione comune a tutti: il fatto che, in ogni nostro atto, sconfiniamo, andiamo oltre. Poi magari ritorniamo, ma il movimento è sempre presente in noi: è un andare e venire. E al ritorno siamo molto diversi da come siamo partiti. Basta pensare all’esperienza che tutti hanno fatto di un viaggio, non importa quanto lontano.</p>
<p align="JUSTIFY">Quindi ogni luogo è significante: anche il più consueto, il più routinario. E prende significato dalle persone che lo abitano e lo attraversano.</p>
<p align="JUSTIFY">Anche la nostra pelle è un confine, quello della nostra identità: pelle chiara, scura, tatuata&#8230; Come è stato trattato, nel libro, il tema della ricerca di un&#8217;identità?</p>
<p align="JUSTIFY">La domanda, più o meno sottintesa, è stata: cos’è l’identità? Cosa caratterizza me, te, un altro? Un confine, un muro invalicabile, può proteggere questa identità, questo essere appartenenti a un qualcosa (un popolo, una nazione, una tradizione, una lingua, ecc. ecc.)? Ognuno ha risposto secondo la sua visione esistenziale. Di fatto l’identità, il nascere in un luogo, da certi genitori, il vissuto, è sempre un qualcosa in movimento. La mia unicità di individuo non viene messa in crisi dal contatto con l’altro, la mia nascita non mi definisce per sempre. È come un’impronta che muta, rimanendo però la mia impronta. Non si può parlare di identità senza aver presente la riflessione di Amartya Sen («dobbiamo avere piena consapevolezza di possedere molte e distinte affiliazioni, e di poter agire con ognuna di esse in molti e diversi modi»), che supera il determinismo e apre a decine di possibilità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nelle conversazioni di Sconfinare spesso fa capolino la nostra identità europea, penso a Paolo Rumiz e a Pap Khouma, per esempio. Quel riconoscimento che non sempre ci è chiaro di un’appartenenza, oggi così bistrattata che ha, come dice Rumiz, un bisogno disperato di cantori.</p>
<p align="JUSTIFY">Un ulteriore argomento importante è quello del razzismo: fino a poco tempo fa era strisciante, ora sempre più evidente. Quali sono, a suo parere, i motivi che stanno riportando a galla nella nostra società slogan e comportamenti sempre più violenti nei confronti, ad esempio, degli stranieri?</p>
<p align="JUSTIFY">Si fa leva sulla paura. Quella irrazionale, inconscia: la paura del diverso da me, di colui/colei che possono minare la mia identità &#8211; per riandare al tema della domanda precedente &#8211; sottrarmi quello che è mio, rubarmi il lavoro, ottenere benefici a mio discapito.</p>
<p align="JUSTIFY">La paura genera, come il sonno della ragione, dei mostri. Chi detiene il potere (ogni forma di potere, peraltro) questo lo sa benissimo e in questo momento storico il potere lo si usa in modo spregiudicato: le tematiche sono poche, depauperate di verità, ma su queste si insiste quotidianamente, si parla di invasione di migranti, di pericolo, si sottolineano solo certi episodi e se ne tacciono altri. E non importa se i numeri e le percentuali negano, per esempio, l’invasione: il seme della paura fa in fretta ad attecchire. Un proclama ripetuto più volte finisce per essere una verità, qualcosa di indiscusso.</p>
<p align="JUSTIFY">Si è completamente perso il senso del limite, il confine, se si vuole, tra ciò che è lecito dire e cosa no: l’amplificazione talora irresponsabile dei media o dei social fa poi da cassa di risonanza. Il linguaggio pare funzionare di più se è urlato, se usa parole che incitano all’odio, che risvegliano paure ataviche. Dobbiamo fare i conti con i nostri fantasmi, prendere coscienza che l’altro da noi non è un depauperamento ma è una fonte di ricchezza. Riandare alla storia: che dovrebbe essere un cartello indicatore per non ripetere gli stessi errori, o che dovrebbe ricordarci che, da sempre, l’umanità migra e che anche noi siamo stati un popolo di migranti. Il razzista per lo più lo è insieme ad altri: si sente rafforzato, legittimato, protetto da chi pare pensarla come lui. Il gruppo è il deterrente della sua paura.</p>
<p align="JUSTIFY">La risposta è nella solidarietà, nel rispondere punto per punto: mi viene in mente Paolo Rumiz quando afferma che ciò che fa davvero paura è il silenzio impaurito di chi si professa antirazzista ma tace. Ma per andare oltre e combattere i razzismi ci vuole una coraggiosa autocritica: uno dei grandi errori degli scorsi anni, come racconta sempre Rumiz nel libro, è stato di aver trascurato e abbandonato a se stesse le periferie.</p>
<p align="JUSTIFY">Qual è il luogo che una persona può considerare “casa”?</p>
<p align="JUSTIFY">Ognuno ha una sua personale risposta. Direi che casa è il luogo in cui sento che ci sono o possono esserci le condizioni perché come individuo riesca a esprimermi in tutte le mie potenzialità. In sostanza casa è per me libertà: di crescere, di poter manifestare la mia opinione. Va oltre il senso di appartenenza: casa è proprio senza confini. È l’illusione di avere infinite possibilità. Per Pap Khouma casa è il luogo in cui puoi entrare e chiudere la porta: dice “sono io che faccio entrare e faccio uscire il mondo”.</p>
<p align="JUSTIFY">Quanto è importante riuscire a “sconfinare” da se stessi per entrare in contatto con l’altro? E scoprire, poi, che non c&#8217;è un vero e proprio limite&#8230;</p>
<p align="JUSTIFY">Il libro si è proposto di mostrare che lo sconfinamento è la cifra quotidiana del nostro vivere. Anche se non ce ne accorgiamo, come dicevo. Si è parlato anche di confini che devono esistere: quelli morali o i limiti imposti dalle leggi. Ma ciò che è elettrizzante è proprio accorgersi che la “contaminazione” con l’altro avviene sempre, anche a nostra insaputa, e che non ci può fare male, anzi, ci arricchisce, ci fornisce degli occhiali che ci fanno guardare più in là, ci offre la possibilità di osservare il mondo da diverse prospettive. Oltretutto il rapporto è sempre circolare, si dà e si riceve. E la contaminazione inizia ogni giorno, non appena apriamo gli occhi e ci guardiamo intorno.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-11614" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="360" height="513" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 709w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Locandina-16-11-2018-211x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 211w" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Gaza. I tre uomini che decidono la pace o la guerra</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2018 09:38:39 +0000</pubDate>
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<div style="padding: 10px; color: #555555; line-height: 19.5px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif;">
<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Articolo di Janiki Cingoli, Presidente di CIPMO, pubblicato sul magazine online Huffington Post.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>10.000 persone a Gaza hanno partecipato anche questo venerdì alle manifestazioni contro Israele,</strong> ma i più si sono tenuti lontano dal confine, seguendo le indicazioni date da Hamas, che aveva dichiarato di non voler mettere a rischio le trattative in corso con Israele, e aveva diffuso un appello a “preservare il sangue palestinese per quando sarà costruito lo Stato palestinese”. Tuttavia, alcuni gruppi si sono avvicinati bruciando copertoni, lanciando palloni incendiari e in tre casi infiltrandosi in Israele.</p>
</div>
</div>
</div>
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<div>
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<div style="text-align: left; color: #555555; line-height: 20px; font-family: Arial, 'Helvetica Neue', Helvetica, sans-serif; font-size: 13px;">
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Mercoledì, due razzi Grad, di media gittata, hanno raggiunto l’area centrale di Israele,</strong> colpendo l’uno una casa a Beersheba, l’altro finendo in mare. E’ stata la prima volta, dall’inizio delle manifestazioni, che sono stati usati missili di portata così lunga, quasi un avvertimento a Israele del pericolo che graverebbe sulla sua popolazione civile, se la minacciata operazione su larga scala venisse attuata.</p>
<p>Contemporaneamente, sia Hamas che lo Jhiad islamico, le due organizzazioni più forti e le sole a detenere razzi di quel tipo, hanno negato in un comunicato congiunto di aver qualcosa a che fare con quei lanci, disconoscendone la paternità, lanciando così il segnale opposto di non volere un’escalation. Nel frattempo, una missione dei servizi di sicurezza egiziani faceva una frenetica spola tra Gaza, Gerusalemme e Ramallah, per arginare la possibile esplosione militare, parallelamente alla intensa attività dispiegata dall’inviato speciale dell’ONU in Medio Oriente, Nickolay Mladenov.</p>
<p>Come osservato giustamente sul <a href="http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q=6%3dSTJWN%26D%3dG%26G%3dLUL%26H%3dLTJUM%26M%3dxMEH9_Kluf_Vv_Jgvk_Tv_Kluf_U1OCP.33qKzLF.60E_8tnr_H98At777-u4DL-48HK_8tnr_H9A328DLyG434L_4v3qCsis_M8.6KzEyN8-Lx8-E088z-EuG-67uI4Fw-M37-3BD784wDu-Iz3s8-4F-w4K3-G.YPXNcTb%26t%3dFFKB6L.FuM%264K%3dMaQ&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?q=http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q%3D6%253dSTJWN%2526D%253dG%2526G%253dLUL%2526H%253dLTJUM%2526M%253dxMEH9_Kluf_Vv_Jgvk_Tv_Kluf_U1OCP.33qKzLF.60E_8tnr_H98At777-u4DL-48HK_8tnr_H9A328DLyG434L_4v3qCsis_M8.6KzEyN8-Lx8-E088z-EuG-67uI4Fw-M37-3BD784wDu-Iz3s8-4F-w4K3-G.YPXNcTb%2526t%253dFFKB6L.FuM%25264K%253dMaQ&amp;source=gmail&amp;ust=1540372872592000&amp;usg=AFQjCNEoMAm-ORw1BLqg7JXceqeexcMG4Q&utm_source=rss&utm_medium=rss">quotidiano Ha’aretz da Anshel Pfeiffer</a>,<strong> il destino di Gaza è nelle mani di tre uomini: Benjamin Netanyahu, Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza, e Mahmoud Abbas, Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese.</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nessuno dei tre vuole una nuova guerra nella Striscia, nessuno dei tre fino ad oggi è stato capace di bloccare gli scontri.</strong></p>
<p>Netanyahu vuole guadagnare almeno un anno di calma: l’anno prossimo, a primavera, sono previste le elezioni anticipate, e lui non vuole certo presentarsi, in caso di guerra, con un pesante bilancio di vittime e feriti nella popolazione civile, e tra gli stessi militari. Inoltre, Israele vuole terminare i lavori di costruzione della barriera sotterranea, in grado di bloccare la penetrazione dei tunnel nel suo territorio. Israele poi non vuole certo riassumersi la responsabilità della gestione amministrativa e della vita di quei due milioni di palestinesi disperati. Infine, il leader israeliano è consapevole delle reazioni internazionali e nello stesso mondo arabo che una nuova operazione su larga scala comporterebbe.</p>
<p>D’altra parte, una nuova guerra a Gaza lascerebbe al suo termine le cose esattamente come stanno, perché Netanyahu sa che sradicare Hamas da Gaza significherebbe solo aprire la strada a gruppi jihadistici ancora più estremisti. I suoi vertici militari gli hanno chiarito bene il concetto. E d&#8217;altronde il Leader israeliano preferisce in realtà la persistenza di due entità palestinesi distinte, perché questo indebolisce la controparte e allontana la possibilità di una ripresa dei negoziati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Le trattative indirette svoltesi al Cairo in questi mesi,</strong> mediate dai servizi di sicurezza egiziani, sono andate molto avanti, arrivando a definire una bozza di accordo bilaterale, che prevede prima il ristabilimento della calma, con l’apertura dei valichi al confine con Israele, insieme a quello con l’Egitto, poi le trattative per lo scambio di prigionieri, e il varo di una tregua di cinque anni, insieme a misure di emergenza per risollevare le gravi condizioni di vita della popolazione, ivi incluso il possibile utilizzo di un porto a Cipro o in Egitto, per rompere l’isolamento di Gaza, ed anche la costruzione di un aeroporto. In sostanza, gli stessi impegni, rimasti del tutto inattuati, con cui si era chiusa nel 2014 la precedente guerra, denominata da Israele Operatione <em>“Protective Edge”.</em></p>
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<p>A questi elementi, si aggiunge inoltre l’apporto del Qatar, che si impegnerebbe a pagare il carburante per portare da 4 a 8 ore al giorno l’erogazione dell’elettricità a Gaza, e gli stipendi dei dipendenti pubblici assunti da Hamas in questi anni, eludendo così le sanzioni imposte dal Presidente Abbas per forzare Hamas a restituire il controllo di Gaza.</p>
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<p>D’altra parte, per Netanyahu è difficile concludere una tregua di lunga durata con Hamas, scavalcando il Presidente Abbas e i sospetti sauditi per il coinvolgimento del Qatar, e senza ottenere già nel primo stadio la restituzione del corpo del soldato ucciso e dei due civili vivi, detenuti di Hamas. Tutto questo esporrebbe il leader israeliano agli attacchi dei concorrenti alla sua destra, dentro e fuori il Likud (in particolare di Naftali Bennet, leader di Habayait Hayehudi, la Casa Ebraica, che aspira a sostituirlo), che lo accusano di aver perso la capacità di deterrenza assicurata dalla precedente guerra del 1914.</p>
<p>Dal canto suo, <strong>Yahya Sinwar e la leadership di Hamas sono consapevoli di queste contraddizioni israeliane, e se ne fanno un punto di forza.</strong> A loro non basta ripristinare la situazione di calma preesistente allo scorso 28 marzo, quando ebbero inizio le manifestazioni: pensano che gli israeliani capiscano solo il messaggio della forza, ma intendono modularla tenendola sotto il livello di guardia di un possibile nuovo conflitto, memori delle terribili perdite subite dalla popolazione e dalle loro milizie nelle precedenti guerre. Quello che vogliono è in sostanza variare la bilancia della deterrenza, arrivando a creare una deterrenza reciproca e non solo di parte israeliana.</p>
<p>Quindi, quando al Cairo sembrava che si fosse vicini all&#8217;accordo, di cui era stata scritta una bozza dettagliata, hanno attenuato di molto le manifestazioni, per poi riaccenderle quando le trattative sono state sospese, in seguito all&#8217;intervento a piedi uniti del Presidente Abbas.</p>
<p>Sinwar vuole arrivare ad una tregua di lunga durata, che stabilizzi il controllo di Hamas sulla Striscia, il che non significa riconoscere Israele e accettare l’idea di dividere la Palestina storica, e in questo in sostanza la sua visione coincide con quella di Netanyahu, che preferisce evitare ogni negoziato sul “Final Status”.</p>
<p>Sinwar guarda oltre Gaza e Hamas, e vede sé stesso come il potenziale leader di tutto il movimento palestinese, il possibile successore di Abbas, il nuovo Arafat.</p>
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<p>Quanto al <strong>Presidente Abbas, ha fatto quanto poteva per ostacolare il negoziato a due, chiedendo che ogni accordo e ogni flusso di denaro passasse attraverso l’ANP, l’Autorità Nazionale Palestinese;</strong> e restando adamantino nel negoziato parallelo condotto al Cairo tra Fatah e Hamas per raggiungere e attuare un nuovo accordo interpalestinese. La sua richiesta è che l’organizzazione islamica passi all’ANP non solo il controllo amministrativo della popolazione (un peso certo non indifferente da assumere), ma anche quello militare: una richiesta che Hamas, la cui forza militare è di gran lunga superiore a quella dell’ANP, non è minimamente disposto a accettare. Inoltre il Presidente palestinese mantiene ancora il controllo del suo apparato di sicurezza, che agisce in stretto coordinamento con quelli israeliani, a tutela del comune interesse di contrastare gli sforzi di Hamas per espandere la sua forza in Cisgiordania.</p>
<p>D’altronde, Abbas è molto isolato, data la sua rottura verticale con gli USA, la sua stessa marginalizzazione nel mondo arabo, e il discredito di cui, secondo i sondaggi, è fatto oggetto in Cisgiordania. Se l’azione di blocco dei negoziati al Cairo gli era in un primo tempo riuscita, ora rischia grosso, perché gli egiziani sono stanchi del suo ostruzionismo, e l’ora delle scelte incombe.</p>
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<p><strong>In questi giorni si deciderà dunque il destino di Gaza: il crinale tra pace e guerra è davvero sottile.</strong></p>
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		<title>WALL: quel muro intorno ai territori occupati della Cisgiordania</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 07:51:39 +0000</pubDate>
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<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;">di Alessandra Montesanto</span></p>
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<p>Nel 2001 un giovane palestinese si fece saltare in aria in una discoteca di Tel Aviv: 81 ragazzi uccisi e 182 feriti. Gli israeliani iniziarono, da quel momento, a costruire un muro di cemento, filo spinato, check point e torrette intorno ai territori occupati della Cisgiordania (la barriera ingloba, oggi, la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi-totalità dei pozzi d&#8217;acqua). Parte da qui il film intitolato Wall, scritto e diretto da David Hare e presentato alla IVa edizione del festival Visioni dal Mondo, festival del documentario di Milano.</p>
<p>Wall, un titolo semplice, per una questione complessa e irrisolta. La Cisgiordania, detta anche West Bank, è una cerniera geografico-politica che separa da una parte i palestinesi e dall&#8217;altra gli israeliani. I primi, rinchiusi, privati della libertà di circolazione e impoveriti a causa della mancanza di scambi economici e commerciali con l&#8217;esterno; i secondi, che dichiarano di vergognarsi per la situazione pur sentendo la necessità di difendersi con un muro per veder garantita la propria sicurezza.</p>
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<p>David Hare è la voce narrante che cuce un puzzle di persone &#8211; note e comuni &#8211; viaggiando tra Gerusalemme, Nablus, una delle più grandi città della Cisgiordania, e Ramallah, capitale politica dell&#8217;Autorità palestinese: importanti sono, ad esempio, le riflessioni di alcuni arabi che vivono in tante città miste di Israele – Haifa, Tel Aviv, Jaffa, Ramle, Nazareth – persone che si trovano dentro i confini dello Stato israeliano, ma che si sentono sempre e comunque palestinesi.</p>
<p>Così come il territorio e gli abitanti della West Bank, anche il film è diviso in due capitoli che raccontano la vita nelle due zone: a Gerusalemme, città contesa e strumentalizzata, che ha perso il proprio antico fascino a causa della modernizzazione e a Nablus, rappresentata qui solo da un cafè in cui è appeso un ritratto simbolico di Saddam Hussein.</p>
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<p>Il testo della pellicola nasce da uno spettacolo teatrale del 2009, ma la resa sul grande schermo è ancora più potente grazie alla tecnica della motion picture: i corpi e volti degli attori sono stati ripresi frontalmente per poi essere elaborati con l&#8217;animazione digitale. La fotografia, inoltre, è monocromatica (sfumature di grigio che gettano ombra su un&#8217;area del mondo abbandonata a se stessa) per arrivare al finale dove i colori, invece, esplodono dai graffiti che, sul muro di cemento, urlano slogan di giustizia, speranza e Futuro. La grafica e la tecnica diventano, quindi, una possibilità per trasformare la realtà e una denuncia della mancanza di volontà, da parte anche della comunità internazionale, nel voler trovare una soluzione pacifica tra due popoli condannati entrambi alla paura e alla rabbia. Due popoli eternamente in conflitto ed immancabilmente sconfitti.</p>
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