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	<title>brogli Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Frode o golpe de Estado?</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2024 10:58:12 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="576" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17632" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el-1536x864.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/08/el.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br></p>



<p>di Tini Codazzi </p>



<p>Abbiamo un nuovo presidente eletto dal popolo venezuelano nelle elezioni presidenziali con il 67% dei voti a livello nazionale e internazionale, i seggi elettorali digitalizzati fino a questo momento 31/07/24, ore 13.19 rappresentano l&#8217;81,21%. Manca ancora quasi il 20% dei seggi elettorali da digitalizzare, ma questa percentuale potrebbe solo aumentare. Il nome del nostro presidente eletto è EDMUNDO GONZÁLEZ<br>URRUTIA. Non dimenticatelo.<br>Il dittatore Nicolás Maduro ha compiuto la sua ultima frode elettorale, c’è chi parla piuttosto di Golpe de Estado. Frodi elettorali erano era già successe in passato, abbiamo imparato in questi anni, abbiamo fatto tesoro delle esperienze passate e questa volta ci siamo preparati molto bene. La campagna elettorale e la macchina per preparare i volontari e le elezioni da parte della “Mesa de la Unidad Democratica” (MUD) è stata perfetta. Ognuno dei protagonisti di questa storia, dai famosi “comanditos” (gruppi di cittadini che<br>lavoravano insieme con un obiettivo comune), ai radar (cittadini che raccoglievano informazioni di prima mano, le verificavano e le inviavano al comando elettorale della MUD), ai rappresentanti nei seggi elettorali (grandi protagonisti di queste elezioni) hanno reso possibile la trasparenza dei voti e gli evidenti brogli commessi dal dittatore.<br>A dispetto di quello che dicono i giornali italiani e di come introducono l&#8217;argomento di queste elezioni e del regime di Maduro, le informazioni che vi diamo in peridirittiumani sono quelle che arrivano direttamente dal Venezuela, senza passare per agenzie di stampa, filtri o manipolazioni varie.<br>Il popolo è sceso in piazza immediatamente, già il 29 mattina si era svegliato per strada, subito dopo che il primo bollettino del CNE era stato trasmesso in televisione e con la massima impunità aveva annunciato quello che temevamo, ovvero che il dittatore aveva vinto con il 51% dei voti. FRODE. Chiaro e evidente.<br>La grande prova è il verbale firmato e sigillato che esce da ogni seggio elettorale. Come si dice, carta canta!<br>Non c&#8217;è altro da dire. Il CNE non pubblica i verbali di cui dice di essere in possesso. La MUD sta facendo del suo meglio per dimostrarlo attraverso canali legali e ufficiali, come ha sempre fatto. Un&#8217;altra informazione<br>importante è che la rappresentante nazionale davanti ai seggi del paese, incaricata dalla MUD per verificare, la deputata Delsa Solorzano, non è mai riuscita ad accedere alle strutture del CNE per verificare che quanto affermato dal regime nel primo bollettino fosse vero. La MUD non è mai riuscita a verificare quel famoso 51%. Perché non è riuscita a verificarlo? Perché non esiste.<br>Né Maria Corina Machado, né González Urritia, né la MUD hanno chiamato alla rivolta, ai disturbi. Il popolo è sceso dai “barrios” di sua spontanea volontà, perché queste persone, martoriate da 25 anni, non hanno nulla da perdere e ora difendono la democrazia e soprattutto difendono il LORO voto, come lo stiamo difendendo tutti noi in Venezuela e in tutto il mondo. Avremo il nostro rendiconto democratico, dobbiamo solo aspettare ancora un po&#8217;.<br>Il dittatore sta cercando in tutti i modi di legalizzare la frode, manipolando la legge a suo piacimento, falsificando i verbali, inventando cifre e presentando un ricorso alla Corte Suprema di Giustizia (sempre gestita da lui) per chiarire e certificare i risultati del 28 luglio. Dichiara di essere pronto a presentare il 100% dei verbali, come abbiamo appena detto, falsificati. In poche parole, se la canta e se la suona. Il CNE pubblica il falso, il dittatore rivendica il falso e fa ricorso a sé stesso, per difendere sé stesso. Mi spiego?<br>Impunemente.<br>Il mondo invia comunicati ufficiali, deputati e parlamentari intervengono nelle varie sedi governative del mondo, maree di tweet e messaggi Instagram vanno e vengono, da Biden a Elon Musk, ma la verità è che l&#8217;usurpatore è lì e non vuole andarsene, continuerà a commettere crimini per rimanere al suo posto e continuare a tenere in ostaggio il Paese. Non penso faccia una piega con tutti questi messaggi, tweet e documenti firmati che arrivano dal mondo. La situazione si evolve di ora in ora, nel bene e nel male. Le speranze non sono perse e la giustizia deve ancora arrivare. Si teme per la vita di Maria Corina Machado e di Edmundo Gonzalez Urrutia, si teme per la vita di tanti venezuelani che vogliono giustizia e far prevalere i loro diritti, si teme per la libertà del paese, di teme per la “Democrazia” che costantemente è messa alla prova. Continueremo a informare.</p>
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		<title>La vittoria di Erdoğan</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2018 07:08:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Alberto Gasparetto (CIPMO. Centro Italiano per la Pace in Medioriente)</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/TBRJSL7P.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-10921 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/TBRJSL7P.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="281" height="158" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/TBRJSL7P.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 621w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/TBRJSL7P-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Recep Tayyip Erdoğan  ha vinto. Le elezioni tenutesi ieri, domenica 24 giugno 2018, verranno ricordate come un evento cruciale nella storia recente della Turchia e nel percorso politico del suo principale protagonista. Il trionfo è stato duplice. Innanzitutto, sbaragliando la flebile concorrenza di un’opposizione presentatasi divisa alle elezioni presidenziali, si è riconfermato capo dello Stato, carica che detiene ormai dal 2014, ottenendo il 52,7% dei consensi ed evitando il temuto ballottaggio che avrebbe potuto offrire qualche chance al secondo classificato, il laico Muharrem Ince del Partito Repubblicano (CHP). In secondo luogo, il suo AK Parti ha ottenuto il successo anche alle elezioni per il Parlamento arrivando al 42,4%, pur in significativo calo rispetto alle elezioni del novembre 2015 (49,5%). Tuttavia, grazie all’accordo pre-elettorale denominato “Alleanza del Popolo” siglato con il nazionalista MHP e l’ultranazionalista-islamista BBP, è riuscito a prevalere anche in Parlamento, dove la coalizione ha ottenuto complessivamente il 53,6% dei consensi, pari a 342 seggi su 600 e lasciando all’”Alleanza della Nazione”, formata dal CHP, il Partito buono (IYI), il Partito della felicità(Saadet) e il Partito democratico (DP), solamente 191 seggi.</p>
<p>Risulta premiata, anche se per un soffio, la scelta del partito filo-curdo HDP di presentarsi da solo visto che, a dispetto della politica repressiva portata avanti da Erdoğan negli ultimi anni e che ha portato all’incarcerazione di molti suoi esponenti fra cui il suo Presidente Selahattin Demirtas, è riuscito a superare la vituperata soglia di sbarramento del 10%, spedendo in Parlamento 67 membri. Da registrare l’exploit personale di Ince che alle presidenziali ha ottenuto il 30% dei consensi, pur fermandosi il suo CHP al 22,7%. Una differenza di ben 8 punti percentuali che, in assenza di uno studio dei flussi elettorali al momento non così puntuale, va probabilmente ascritto al modesto risultato conseguito dalla candidata del IYI, Meral Aksener (fuoriuscita dal MHP quando il suo presidente Devlet Bahceli decise di sostenere la riforma costituzionale voluta da Erdoğan) e dello stesso Demirtas che supera appena l’8%.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/elezioni-turchia-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-10922" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/elezioni-turchia-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="474" height="266" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/elezioni-turchia-625x350.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 625w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/elezioni-turchia-625x350-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></a></p>
<p><a href="http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q=5%3dDU6V9%26E%3d3%26F%3d7U4%26G%3d7U6T8%26N%3dj3g4cLzI_tsYs_53_xtUr_89_tsYs_48y8eAs.4c.5uF.vJ_xtUr_89%26f%3dE1Lx57.GgL%26oL%3d8Z7&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noopener" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://cimpocentroitalianoperlapaceinmediooriente.musvc1.net/e/t?q%3D5%253dDU6V9%2526E%253d3%2526F%253d7U4%2526G%253d7U6T8%2526N%253dj3g4cLzI_tsYs_53_xtUr_89_tsYs_48y8eAs.4c.5uF.vJ_xtUr_89%2526f%253dE1Lx57.GgL%2526oL%253d8Z7&amp;source=gmail&amp;ust=1530341419810000&amp;usg=AFQjCNGDOM8KpHzfL19AGMlCMM8jfQVNMQ&utm_source=rss&utm_medium=rss">La geografia del voto (link),</a> d’altra parte, risulta pesantemente univoca. Sulle due cartine che la descrivono campeggia un giallo di matrice inequivocabilmente erdoganiana. Fanno eccezione solamente la strisciolina verticale in corrispondenza della costa occidentale mediterranea, con prevalenza di voti al CHP e l’immancabile zona sudorientale a maggioranza curda. Particolarmente significativo è anche il voto nelle due principali città del Paese, Istanbul e Ankara: Erdoğan ha personalmente ottenuto oltre il 50% dei consensi, mentre l’AK Parti risulta primo in tutte e tre le circoscrizioni in cui è stata suddivisa la megalopoli sul Bosforo (fra il 41 e 45%) e in due su tre nella capitale (dove comunque è attorno al 40%).</p>
<p>In queste ore, i partiti usciti sconfitti dalla competizione elettorale stanno difficilmente mandando giù un esito che alcuni non prevedevano così schiacciante. Fa eccezione l’HDP, che festeggia la storica permanenza in Parlamento nonostante tre anni di vessazioni cominciate nell’estate 2015 e proseguite con la destituzione l’anno successivo di 50 parlamentari su 59, accusati di favoreggiamento delle attività terroristiche di marca PKK, per effetto della rimozione dell’immunità parlamentare. Eppure, nonostante le denunce di brogli e manipolazioni e di una conduzione non equa della campagna elettorale (Erdogan controlla la stragrande maggioranza dei mezzi di comunicazione), le opposizioni hanno notevoli responsabilità nell’aver mancato di proporre un’alternativa valida al predominio di Erdoğan e dell’AK Parti. A loro parziale discolpa, il fattore temporale. Progressivamente dato in calo nei consensi – a causa del crollo vertiginoso della lira turca e della conseguente perdita del potere d’acquisto da parte dei consumatori, dell’inflazione a doppia cifra e della crescente disoccupazione – Erdoğan ha infatti convocato con largo anticipo le due contestuali consultazioni rispetto alla data prevista per il novembre 2019. Ha sostanzialmente inteso evitare di dover render conto soltanto fra un anno e mezzo ad un elettorato che sarebbe stato verosimilmente danneggiato dalle conseguenze di una crisi economica che sarà comunque chiamato a gestire. Pertanto, meglio puntare tutto sull’ormai consolidata ricetta nazionalista, verbalizzata dall’alleanza pre-elettorale con l’MHP (e il BBP). Inoltre, le circostanze sembrano ricalcare lo scenario di tre anni fa quando, per effetto della crisi economica, il voto del giugno 2015 aveva consegnato al Paese un Parlamento diviso e, per la prima volta dal 2002, senza una maggioranza assoluta. Erdoğan dovette il grande successo nel novembre 2015 al fatto di apparire quale unico uomo politico capace di infondere sicurezza nel popolo turco, avendo guidato il proprio Paese lungo una crescita economica e d’influenza politica regionale senza precedenti. Anche oggi, al netto di eventuali manipolazioni, il popolo turco ha scelto l’unica persona di cui si fidano, con la quale c’è ormai un rapporto di filiazione e di affetto. E’ l’unico i cui proclami contro l’uscita dalla crisi economica vengono accolti con fiducia; l’unico apparentemente in grado di riportare la Turchia al centro della scena internazionale soprattutto considerando l’evoluzione della situazione siriana; l’unico capace di far sentire la propria voce dinanzi ad un’Unione Europea percepita come ostile nella questione del ricollocamento dei migranti, nonché come traditrice del lungo e agognato sogno di diventarne membro effettivo.</p>
<p>Il quadro che ne scaturisce è quello di una Turchia che appare totalmente nelle sue mani, anche per effetto della riforma costituzionale del 2017 che, abolendo la carica di primo ministro, accentra pesantemente il potere esecutivo nelle mani del capo dello Stato, prefigurando formalmente il passaggio da un sistema parlamentare ad uno presidenziale ma, nei fatti, preludendo all’instaurazione di un sistema semi-autoritario ove mancano alcuni fondamentali contrappesi, quali potevano essere una magistratura indipendente, un sistema dell’informazione libero, un mondo accademico e intellettuale ancora vivo e capace di esprimere la propria opinione senza timore di repressioni. Ecco, in un clima da caccia alle streghe, con le epurazioni nelle forze armate e con lo stato di emergenza rinnovato per la settima volta, sarebbe stato interessante osservare i destini del Paese qualora in un Parlamento non esautorato dei propri poteri fossero prevalse le forze di opposizione. Sfortunatamente non verremo accontentati.</p>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Colombia, tra il bianco e il nero</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jun 2018 10:22:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi &#160; La scorsa domenica 27 maggio ci sono state le elezioni presidenziali in Colombia. Le prime elezioni senza il terrore e le ombre della FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), che&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2018/06/02/america-latina-diritti-negati-colombia-tra-il-bianco-e-il-nero/">&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. Colombia, tra il bianco e il nero</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Tini Codazzi</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/durante-elezioni.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10789" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/durante-elezioni.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/durante-elezioni.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/durante-elezioni-300x188.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/durante-elezioni-768x480.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p>La scorsa domenica 27 maggio ci sono state le elezioni presidenziali in Colombia. Le prime elezioni senza il terrore e le ombre della FARC (<span style="color: #222222;"><i>Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia</i></span><span style="color: #222222;">), che nel 2016 ha firmato un trattato di pace con il governo nazionale. La FARC è stata un’organizzazione guerrigliera e terrorista di estrema sinistra, un </span>gruppo armato con le mani macchiate di narcotraffico, corruzione, sequestri, maltrattamenti alla popolazione, morte. Un curriculum pieno di violazioni sistematiche dei diritti umani, che ha terrorizzato la Colombia per più di 50 anni, lasciando più di 8 milioni di vittime secondo il <i>Registro Unico de Víctimas</i>. Quindi, un processo elettorale molto sentito dal popolo colombiano, perché finalmente in pace, dove si sono visti gli ex capi delle FARC votare e non sparare.</p>
<p>Subito dopo il giorno delle elezioni, il candidato Gustavo Petro ha denunciato irregolarità durante il processo: voti comprati, fotocopie di schede elettorali, manomissione delle schede, schede non digitalizzate, ecc. Dopo una indagine, l’ente elettorale colombiano ha annunciato che ci sono stati problemi e piccole anomalie, ma non presentano le caratteristiche dei brogli, è tutto nella norma, come di solito succede nei nostri Paesi latinoamericani. Parte del popolo, della stampa e alcuni candidati presidenziali non sono molto convinti.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/FARC.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10790" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/FARC.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="575" height="350" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/FARC.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/FARC-300x183.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 575px) 100vw, 575px" /></a></p>
<p>Il sistema elettorale colombiano prevede che per vincere, il candidato debba superare la soglia del 50 % dei voti. In questa occasione, nessun candidato l’ha raggiunta, per cui si dovrà andare al ballottaggio tra Iván Duque, economista, con il 39% dei voti, candidato per il Centro Democratico e Gustavo Petro, ex guerrigliero del M-19 (<span style="color: #222222;">organizzazione di guerriglia rivoluzionaria di sinistra che ha terrorizzato diverse zone della </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Colombia?utm_source=rss&utm_medium=rss">Colombia</a> dal <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/1970?utm_source=rss&utm_medium=rss">1970</a> al <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/1990?utm_source=rss&utm_medium=rss">1990</a><span style="color: #222222;">)</span>, con il 25% dei voti per la coalizione Colombia Humana. Il primo è il candidato della destra, il secondo è il candidato dell’estrema sinistra. Il Bianco e il nero. In Colombia, per le elezioni presidenziali, quasi non ci sfumature, i grigi sono stati sconfitti subito, la bilancia è sbilanciata.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/Duque-Petro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10791" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/Duque-Petro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="630" height="378" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/Duque-Petro.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 630w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/Duque-Petro-300x180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 630px) 100vw, 630px" /></a></p>
<p>Tutti e due i candidati avrebbero punti deboli, sono agli antipodi: Iván Duque emerge  nelle aziende private e nella competitività, punta molto sull’economia, ma è stato criticato per essere troppo giovane (41 anni), senza esperienza, troppo conservatore e vicino all’ex presidente Álvaro Uribe; quest’ultimo è stato accusato di essere stato amico di Pablo Escobar e di aver facilitato il narcotraffico, di essere stato responsabile del crollo del sistema dell’istruzione pubblica e dell’aumento della disoccupazione, di torture e violazione di diritti umani da parte delle forze dell’ordine durante il suo mandato. Non è un bel biglietto da visita per Duque.</p>
<p>Dall’altro canto, il discorso di Petro è contro la corruzione, contro i tradizionali partiti politici, contro il sistema, punta sul sociale, sul popolo, ma è stato criticato per essere ex-guerrigliero, per essere stato “amico” del defunto ex presidente venezuelano Hugo Chávez (responsabile della crisi umanitaria ed economica che vive il Paese), di voler fare una assemblea costituente come quella fatta in Venezuela da Nicolás Maduro e, quindi, è accusato di voler allearsi al pericoloso asse politico castro-chavista di Cuba e Venezuela. La propaganda di Petro è pericolosa in questo momento storico latinoamericano ed è molto simile a quella fatta da Hugo Chávez in Venezuela e da Evo Morales in Bolivia, per cui, sicuramente, nemmeno in questo caso, il biglietto da visita paga.</p>
<p>Cosa succederà il prossimo 17 giugno al ballottaggio? Nei sondaggi sui social network sembra vincere largamente la destra di Iván Duque. Ma  l&#8217;America Latina è un continente complicato, il continente del realismo magico e delle grandi dittature, un continente paradossale, culla di Gabriel García Márquez, di Isabel Allende, di Mario Vargas Llosa, di Rigoberta Menchú, di Simón Bolivar, di Shakira, di Messi e di Pelé, ma è anche il continente di Augusto Pinochet, di Hugo Chávez, di Nicolás Maduro, di Manuel Noriega, di Daniel Ortega, di Pablo Escobar. Sta di fatto che il popolo colombiano, dopo decenni di violenze, sequestri, morti, terrore, paure, narcotraffico massivo, corruzione esagerata, vuole un po’ di tranquillità, vuole guardare finalmente verso il futuro. Il prossimo presidente colombiano avrà due compiti immediati molto importanti e delicati: aiutare a risolvere la crisi con il vicino Venezuela e mantenere la pace e i negoziati con le ex-FARC. Perché l&#8217; America Latina sa sempre sorprendere e le ex-FARC potrebbero anche farlo.</p>
<p>Sarebbe stato interessante vedere vincere Sergio Fajardo, uomo di scienza, matematico di professione che è passato alla politica per affrontare una sfida. Ha vinto largamente nel 2003 le elezioni come sindaco di Medellín, città ampiamente conosciuta per essere stata la culla del narcotraffico per molto tempo. Fajardo ha cambiato completamente la faccia della città, l’ha trasformata riducendo gli alti indici di violenza, ha sanato le finanze pubbliche e ha raggiunto uno sviluppo urbanistico della città senza precedenti nella storia della Colombia. Domenica scorsa ha ottenuto il 23% dei voti, è arrivato terzo ma non ce l’ha fatta. Sarebbe stato positivo e anche logico, vista l&#8217; esperienza riconosciuta da tutti durante il suo lavoro come sindaco e dopo come governatore, ma l&#8217; America Latina sa sempre sorprendere. Peccato per Fajardo.</p>
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