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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. &#8220;0gni cosa che accade, per scelta o casualità, porta sempre un arricchimento&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Apr 2026 08:08:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Finalmente dopo tanto tempo ritorno a scrivere per questa rubrica Lo faccio raccontandovi la storia di Elisa, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente. Una donna, una mamma, una caregiver, che ha scelto di cambiare la sua vita per amore di sua figlia. Questa è la storia di Elisa, che sceglie di affrontare un salto nel buio, non sapendo, non avendo appigli a cui aggrapparsi, eppure ogni giorno decide di lottare contro le paure i dubbi le incertezze di un futuro, che pur non sapendo cosa riserverà, crede possa essere migliore. </p>



<p>Potresti presentarti?</p>



<p>Sono Elisa, 45 anni, vivo da sempre a Desio dove vive anche la mia famiglia a cui sono molto legata. Sono sposata con Paolo dal 2011 e nel 2013 è arrivata Anna. </p>



<p>Sei mamma di Anna una bambina affetta da una malattia molto rara A che età hai scoperto questa malattia e come questa scoperta ha cambiato la tua vita ? Abbiamo scoperto della sua malattia quando Anna aveva 7 mesi e io 33 anni. Dal punto di vista personale è stata dura rendersi conto che la mia esperienza di mamma non sarebbe stata come l&#8217;avevo immaginata, i sogni anche semplici come cucinare qualcosa con mia figlia, non si sarebbero mai realizzati </p>



<p>Prima della nascita di Anna lavoravi? Se si, che lavoro svolgevi, ti piaceva? </p>



<p>Prima di Anna ero una restauratrice. Quando sono rimasta incinta stavo lavorando alla villa reale di Monza, sapevo che con la gravidanza avrei interrotto per un po&#8217; il lavoro ma pensavo giusto per i soliti mesi, un anno, come tutte le neo mamme. Ho dovuto presto ricredermi perché le visite,i ricoveri e le sedute di terapia hanno assorbito tempo e forze e non mi è più stato possibile tornare al lavoro. Sono stata per tanti anni restauratrice e mi piaceva tanto, mi dava soddisfazione nonostante fosse un lavoro fisicamente faticoso. </p>



<p>So che attualmente svolgi tutt&#8217;altro tipo di lavoro, in un ambito completamente diverso, sei educatrice in una scuola, quali sono le ragioni che ti hanno spinto al cambiamento? Col tempo sono arrivata alla decisione di abbandonare il restauro. Il mio corpo non era più in grado di reggere lo sforzo fisico del cantiere o del laboratorio( dove mi occupavo di mobili antichi) e in contemporanea la movimentazione di Anna in crescita che iniziava a pesare sempre più. Se già a causa del restauro ero cliente abituale del fisiatra, ora la situazione stava peggiorando. Non sono mai stata in grado di stare ferma, appena Anna si è inserita stabilmente in un centro diurno riabilitativo ho cercato di capire cosa fare da grande. È arrivato un suggerimento da un&#8217;amica e, non senza mille paranoie, ho provato. </p>



<p>Quali sono le gratificazioni più grandi del tuo nuovo lavoro? Ciò che accomuna il mio primo lavoro e quello di educatrice è la pazienza, sono da sempre una gran devota di santa pazienza! Io mi occupo sia di adolescenti che di bimbi e la cosa che mi piace di più è vedere la loro soddisfazione quando riescono in un compito difficile. Hanno un sorriso impagabile! </p>



<p>Quali sono i valori che pensi di aver trasmesso ai ragazzi che segui ed i valori che loro ti hanno trasmesso ? </p>



<p>Credo che il valore aggiunto sia il mio essere mamma/ caregiver perché ho modo di comprendere meglio i genitori con cui mi rapporto. Questo a volte può essere un limite&#8230; </p>



<p>Ultimamente ti sei nuovamente &#8220;rimessa in gioco&#8221;, iscrivendoti all&#8217;università per diventare educatrice Cosa ti ha spinto a prendere questa ulteriore decisione avendo tu già un lavoro come educatrice? Raccontaci&#8230; </p>



<p>Quando ho capito che mi trovavo bene in questo nuovo ruolo ho deciso di prendere la laurea in scienze dell&#8217;educazione per poter avere anche una maggiore preparazione. In contemporanea non perdo di vista anche i vari corsi che vengono proposti dalla Lega del Filo d&#8217;Oro, sono più incentrati su disabilità visive e uditive ma li trovo incredibilmente illuminanti per qualunque situazione. </p>



<p>Come riesci a conciliare il tuo lavoro di educatrice, quello di mamma e lo studio&#8230; Esiste qualche ente oltre ovviamente ai tuoi familiari, che ti aiuta nella cura di Anna? Conciliare tutto è piuttosto difficile, per fortuna lavoro part-time e cerco di gestire le ore libere per lo studio e tutto ciò che non posso fare quando Anna torna da scuola a metà pomeriggio. Al momento ho solo la famiglia di mio fratello con mia cognata e i miei nipoti che mi danno una mano e che,quando abbiamo bisogno di una pausa, ci permettono di uscire da soli. Mia mamma è una presenza fissa come supporto morale ma ad oggi non ho ancora trovato nessuno che ci possa offrire un servizio di babysitteraggio alternativo. Il comune tramite la misura b2 ci ha proposto un servizio OSS due volte a settimana. L&#8217;ho accettato di buon grado dato che ho una spalla in grave difficoltà e un po&#8217; di aiuto mi fa&#8217; comodo. Altri momenti di sollievo li abbiamo un sabato al mese perché portiamo Anna a Lesmo alla lega del filo d&#8217;oro e la recuperiamo a metà pomeriggio. Sono momenti preziosi! </p>



<p>Per esperienza personale so quanto sia importante che una persona con disabilità trovi il proprio spazio, ma è altrettanto importante che anche chi se ne prende cura possa trovarne uno proprio, riesci a ritagliarti del tempo per te stessa ? </p>



<p>Al momento è quasi tutto dedicato allo studio ma sto cercando di ritagliarmi qualche cena/serata con amiche per staccare un po&#8217;. </p>



<p>Afronte di tutto ciò sei pentita della scelta che hai fatto? No,come dicevo fatico a stare ferma e le sfide mi piacciono, quindi lo rifarei. In ogni caso non ritengo molto utile rimuginare sui se e sui ma, ogni cosa che ci accade,per scelta o casualità,porta sempre un arricchimento </p>



<p>Qual è il tuo motto se ne hai uno? </p>



<p>Non ho un vero e proprio motto ma un modo di affrontare le cose, il più possibile con positività e sorriso, le cose brutte accadono comunque ma in questo modo è più facile, almeno per me Ringrazio tantissimo Elisa per la sua disponibilità, concludo con una riflessione: secondo me Elisa può essere un esempio per tuttə noi! </p>



<p>A volte la vita ci impone di dover scegliere e a me personalmente soprattutto in quest&#8217;ultimo periodo capita di scegliere la strada più facile, quella dell&#8217;evitamento del problema, di non volerlo affrontare direttamente per paura insicurezza, invece la storia di Elisa ci insegna che si può scegliere di andare avanti percorrere una strada tortuosa dissestata piena di imprevisti, ma una volta arrivati in cima alla salita, ecco che si intravede una luce, quella della gioia: la gioia nel vedere che i piccoli o grandi traguardi sono stati raggiunti. E da qui credere che un futuro migliore possa esistere.</p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Servizio civile: un&#8217;opportunità di crescita per i giovani</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Oct 2024 07:48:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Il servizio civile è un&#8217;esperienza della durata di un anno che permette ai giovani di età compresa tra 18 e 28 anni di entrare in contatto con realtà del terzo del terzo settore e colmando le carenze di personale ricevendo in cambio un piccolo contributo statale.</p>



<p>Con questa intervista vi voglio parlare dell&#8217;esperienza diretta di un giovane ragazzo che ha scelto di intraprendere questa strada all&#8217;interno del CAD (Centro Aggregazione Disabili ) di Spazio Vita Niguarda.</p>



<p>Vuoi presentarti?<br>Mi chiamo Luca Veneri e sono un musicista. Studio violoncello presso la Scuola Civica di Milano Claudio Abbado e, oltre al percorso classico, sono anche un cantautore. Attualmente sto lavorando come maestro di musica alla scuola primaria, dove cerco di trasmettere ai più piccoli la mia passione per la musica, e come operatore nel settore sociale unendo così il mio amore per la musica e portandolo ai<br>miei ragazzi.</p>



<p>Puoi spiegarci in breve in che cosa consiste il servizio civile e la sua durata?<br>Il servizio civile è un&#8217;opportunità che permette ai giovani di dedicare un anno della loro vita a un progetto di utilità sociale, l&#8217;obiettivo principale è quello di contribuire al benessere della comunità in diversi ambiti, nel mio caso quello della disabilità. È un&#8217;esperienza che permette di acquisire competenze importanti e conoscere nuove realtà che prima di questa opportunità non conoscevo.<br></p>



<p>Quali sono le motivazioni che ti hanno spinto a fare questa scelta?<br>Ero in cerca di una nuova opportunità che mi permettesse di crescere sia a livello personale che professionale. Ho scelto di intraprendere il percorso del servizio civile perché desideravo mettermi alla prova in un contesto diverso da quelli a cui ero abituato. Volevo esplorare nuovi ambiti e, allo stesso tempo, capire meglio quale fosse la mia strada.<br></p>



<p>So che per un anno hai effettuato il servizio civile presso la realtà di Spazio VitaNiguarda, un CAD (Centro Aggregazione Disabili). Quali erano le tue mansioni? Come sei venuto a conoscenza di questa realtà?<br>Durante il mio anno di servizio civile a Spazio Vita Niguarda, mi occupavo di seguire le attività quotidiane del centro, principalmente supportavo i vari laboratori creativi, ovviamente il mio preferito era quello musicale. Ho conosciuto questa realtà tramite una persona che già lavorava all’ospedale Niguarda e ho deciso, vedendo i vari laboratori, di provare a farne parte.</p>



<p>So che una volta terminata la tua esperienza di servizio civile hai deciso di rimanere a Spazio Vita in qualità di operatore, cosa fai nello specifico?<br>Ho deciso di rimanere come operatore perché mi sono reso conto che questo lavoro mi piace e mi arricchisce. Al momento gestisco diverse attività ho creato un laboratorio di&nbsp;songwriting, dove i partecipanti possono esprimere la propria creatività attraverso la scrittura musicale. Da quest&#8217;anno, coordino anche un laboratorio di&nbsp;dibattito sociale, che offre uno spazio di confronto su temi attuali e<br>rilevanti, creando poi dei video-podcast da caricare successivamente sui social.<br></p>



<p>Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto a fare questa scelta?<br>La motivazione principale è stata il senso di appartenenza che ho sviluppato verso Spazio Vita. Ho visto quanto possiamo fare la differenza nella vita delle persone con disabilità e quanto i ragazzi possano restituire in termini di crescita ed esperienze.<br>Mi piace poter dare il mio contributo e continuare a lavorare su progetti che possano permettere ai ragazzi di creare.<br></p>



<p>Cosa hai imparato da questa esperienza?<br>Ho imparato tanto e sto ancora imparando, non solo a livello professionale, ma soprattutto umano. Ho imparato a vedere le cose da prospettive diverse e a capire l&#8217;importanza di ascoltare le persone. Questa esperienza mi ha insegnato e mi sta ancora insegnando il valore dell&#8217;empatia e della collaborazione, e mi ha fatto crescere sia come persona che come professionista.<br></p>



<p>Consiglieresti ad altri ragazzi giovani di intraprendere la strada del servizio<br>civile?<br>Assolutamente sì! Il servizio civile è un&#8217;esperienza che ti fa capire meglio il mondo che ti circonda. È una grande opportunità di crescita personale e professionale.<br>Consiglio a tutti di provare a fare un anno in una realtà diversa dalla loro anche solo per vedere e capire altri punti di vista.<br></p>



<p>Progetti per il futuro?<br>Vorrei sicuramente continuare a lavorare in questo settore e soprattutto con la musica. Vorrei poter fare altri lavori con la musica perché penso che insegni l’ascolto, amplifichi la sensibilità e che colori la vita delle persone. Vorrei iniziare ad insegnare violoncello e magari riuscire a portare la mia musica a qualcuno.</p>



<p>Questa intervista dimostra come l&#8217;esperienza del servizio civile possa essere formativa non solo dal punto di vista professionale, ma anche dal punto di vista personale e umano; dimostra come possa essere molto arricchente per scoprire nuove cose di sé e del mondo che ci circonda, imparando che non esiste un unico punto di vista per affrontare la vita.</p>



<p></p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Seconda chance!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Aug 2024 09:43:07 +0000</pubDate>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Questa intervista dimostra come, nonostante le tante difficoltà e le tante volte in cui la vita mette a dura prova, l&#8217;importante è non mollare e percorrere sempre la propria strada con coraggio, convinzione e determinazione come è successo a Sabrina che ha trovato nel sociale un ambito dove potersi esprimere liberamente senza pregiudizi di alcun tipo e al tempo stesso, essere d&#8217;aiuto ad altre persone in difficoltà.</p>



<p>Vuoi presentarti?</p>



<p><br>Mi chiamo Sabrina, ho 28 anni, sono una ragazza molto curiosa verso tutto vió che mi circonda. Sono sempre in cerca di qualcosa per poter cambiare nel mio piccolo, per quello che posso, quello che non mi va di questo mondo.</p>



<p>Sei molto attiva nel sociale: come sei arrivata a questa scelta? C&#8217;è stato qualcuno oppure qualche associazione che ti ha aiutato e incoraggiato nell&#8217;intraprendere questa strada?<br><br>Subito dopo la scuola superiore mi sono addentrata nel duro mondo del lavoro. Mi sono subito resa conto dell’enorme difficoltà nel trovarne uno.<br>Poiché sono una persona con disabilità sia motoria che visiva, e per questo non del tutto autonoma, quando tentavo di svolgere un colloquio di lavoro la risposta era sempre: ”hai troppe esigenze “, “abbiamo bisogno di una persona più veloce e smart” , “le faremo sapere “ senza poi ricevere alcuna risposta, oppure, nella migliore delle ipotesi, i progetti “mirati” all’inserimento lavorativo per persone con disabilità mi facevano svolgere tirocinii senza alcun tipo di affiancamento, lasciandomi in balia di me stessa.<br>Dopo queste esperienze negative e frustranti sono entrata in un periodo molto buio della mia vita (non solo per il lavoro, ma anche per altri motivi) che non mi facevano accettare la mia disabilità.<br>Mi sentivo persa, non sapevo cosa fare per uscire da questo tunnel che mi faceva vedere tutto nero. Con l’aiuto e la spinta da parte dei miei genitori ho iniziato a svolgere un percorso psicologico (che svolgo regolarmente ancora oggi) grazie al quale ho conosciuto il dottor Gabriele Catania.<br>Insieme a lui, oltre a svolgere un percorso psicologico che mi sta aiutando ad accettare la mia condizione, ho conosciuto anche l’associazione &#8220;Amici Della Mente&#8221; (di cui lui è fondatore) che si occupa principalmente di lottare contro il pregiudizio e lo stigma che è ancora presente quando si parla di salute mentale e di disagio psicologico.<br>La particolarità di questa associazione è che combatte ogni forma di discriminazione e di pregiudizio anche attraverso l&#8217;Arte e<br>questo mi ha permesso di raccontare la mia vita e ció che provo anche attraverso la musica che durante il mio percorso di vita ho sempre utilizzato come valvola di sfogo.<br>Prima di conoscere &#8220;Amici Della Mente&#8221;, infatti, ho sempre cantato e ascoltato musica rock perchè grazie ad essa riuscivo a tirare fuori la mia rabbia e a rispecchiarmi in alcune canzoni come, per esempio, quelle dei Linkin Park in cui il cantante parlava del non essere mai contento degli obiettivi raggiunti.<br>Da quando ho conosciuto &#8220;Amici Della Mente&#8221; ho conosciuto anche i testi di Fabrizio De Andrè.; &#8220;Amici Della Mente&#8221; crede molto nella sua opera e nel suo pensiero perché con i suoi capolavori questo cantautore ha parlato di ogni forma di discriminazione e di ció che ancora oggi ci fa porre delle donande su ció che ancora non va nella società di oggi.<br>Lui ha dato una voce a coloro che vengono sempre messi da parte. Mi sono rispecchiata subito nelle sue canzoni al punto tale che, ispirandomi ad un progetto di Gabriele Catania che ha modificato i testi di alcuni brani per raccontare le storie dei pazienti (il progetto si chiama &#8220;Faber in mente&#8221;), ho cambiato anche io due testi del cantautore: in uno parlo (su musica di &#8220;Khorakhanè&#8221;) della mia vita e lancio il messaggio di aprire gli occhi, di non rimanere indifferenti e di non lasciare indietro chi è meno performante e meno produttivo perché, al contrario, puó essere una risorsa; l’altro testo (su musica de &#8220;La canzone di Marinella&#8221;) dedico proprio a Faber la mia esperienza personale.<br>Testimoniare parlando della mia vita e di ció che provo e cantare queste canzoni in vari eventi mi ha fatto capire che anch’io posso lanciare un messaggio e lasciare un segno.<br>Un’altra associazione che mi sta incoraggiando a continuare il mio percorso nel sociale è &#8220;Per i diritti umani&#8221; perché, attraverso la scrittura di articoli, ho la possibilità di “gridare“ quali siano, secondo me, i diritti che ancora vengono negati a chi è dimenticato dalle istituzioni.<br>Inoltre, attraverso la lettura di articoli dei miei “colleghi”, mi rendo conto che non sono sola.</p>



<p></p>



<p>Veniamo ora all&#8217;argomento della nostra intervista:il tuo tirocinio presso &#8220;Fondazione Eris&#8221;: come ne sei venuta a conoscenza ?</p>



<p><br>Ho ricevuto una telefonata da parte dell’ufficio per l’impiego, mi è stato chiesto di svolgere un colloquio insieme ad altre persone, dopo il colloquio siamo stati divisi in più gruppi in base al proprio titolo di studio.<br>Sono diplomata come perito turistico, per cui sono stata mandata al CAPAC (Politecnico del Commercio e del Turismo) che, oltre ad essere una scuola, si occupa anche di far svolgere tirocinii alle persone con disabilità; all’interno del CAPAC , infatti, c’è Fondazione Enaip che si occupa proprio di questo.<br>Esaminando il mio CV e le mie competenze, fondazione Enaip lo ha inviato a Fondazione ERIS la quale si è resa disponibile a farmi svolgere un tirocinio.</p>



<p><br>Qual era il tuo ruolo all&#8217;interno di questo tirocinio ? Il tirocinio era retribuito? Per quanto tempo l&#8217;hai svolto?</p>



<p><br>Ho svolto un tirocinio di sei mesi. La fondazione ERIS si occupa del reinserimento nella società di ragazzi che hanno avuto problemi di dipendenze o che hanno avuto problemi con la Legge dando loro così una seconda chance.<br>Io mi occupavo dell’inserimento dati dei tirocinii lavorativi svolti dai ragazzi nel loro sistema aziendale.</p>



<p><br>Con quale tipologia di persone sei entrata in contatto? So che questa realtà si dedica al completo reinserimento di queste persone che hanno avuto una vita drammatica, ovvero il reinserimento non avviene solo unicamente dal punto di vista lavorativo: puoi spiegarci meglio?</p>



<p><br>Oltre all’ambito lavorativo, la fondazione si occupa anche di far svolgere attività ricreative come: lo yoga, la mindfilness o attività musicali.<br>Inoltre si occupa di offrire alloggio a chi non ha fissa dimora.</p>



<p>Qual è stata la cosa più bella che hai imparato da questa esperienza e dalle persone che hai conosciuto?</p>



<p>Grazie a questa esperienza sono cresciuta a livello umano. Grazie alle storie di queste persone e alla vita che hanno avuto ho visto nei loro occhi la voglia di riscattarsi e ho capito che la seconda possibilità non si nega a nessuno; è importante soprattutto ascoltare fino in fondo la storia di una persona e il motivo che l’ha portata a fare quello che ha fatto (se ha avuto problemi con la legalità).</p>



<p><br>Progetti futuri?</p>



<p><br>Quello che spero di fare in futuro è essere ancora più coinvolta nell’ambito del sociale perché ho capito che posso fare la differenza e che nel mio piccolo posso cambiare le cose.<br></p>



<p>In tre parole, che cosa ti senti di dire ai ragazzi che volessero percorrere la strada nel settore del sociale?</p>



<p><br>Ai ragazzi che volessero intraprendere la strada del sociale direi che farebbero benissimo! Scopriranno nuove realtà e si sentiranno molto cresciuti a livello umano.<br>Prima di lanciarsi in queste esperienze li inviterei a sospendere il proprio giudizio e ad ascoltare la storia che c’è dietro ad ogni persona.<br></p>



<p>In una parola oggi Sabrina é&#8230;?</p>



<p><br>Sabrina oggi è cresciuta grazie alle esperienze che ha vissuto.<br>È sicuramente una persona che sta diventando sempre più consapevole dei suoi limiti ma anche dei propri punti di forza e di ció che puó fare per gli altri</p>



<p>Il tuo motto è<br>Il mio motto è: &#8220;The show must go on”, nonostante quello che ti può capitare devi avere la forza di reagire ed di andare avanti</p>



<p></p>



<p>Concludo affermando che quest&#8217;intervista ci dimostra che non bisogna mai mollare al primo tentativo, bisogna sempre cercare di riprovarci così da trovare la propria strada, la propria dimensione, credendo sempre in se stessi e nelle proprie capacità anche se a volte ci può sembrare impossibile.</p>
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		<title>&#8220;Buone notizie&#8221;. Dalla tossicodipendenza si PUÒ uscire!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jul 2024 15:02:30 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>A cura di Martina Foglia </p>



<p>Come ci dimostra questa intervista, dalla tossicodipendenza si può uscire con l&#8217;aiuto di professionisti qualificati a cui affidarsi, acquisendo consapevolezza in se stessi, riconoscendo i propri errori ed imparando da questi! La storia di Valerio insegna che con la determinazione e la costanza si possono affrontare percorsi dolorosi e difficili e iniziare una nuova vita! </p>



<p>Vuoi presentarti ?</p>



<p>Sono Valerio ho 41 anni e vivo a Pavia. Come lavoro faccio l&#8217;educatore presso la &#8220;Casa del Giovane&#8221; di Pavia in una struttura chiamata &#8220;Casa accoglienza&#8221;, una comunità terapeutica e specialistica per ragazzi che vanno dai 14 ai 25 anni. </p>



<p>Quando e perché sei entrato in comunità? </p>



<p>Sono entrato in comunità per la prima volta a diciotto anni, esattamente nel 2000. Ero molto giovane, ma mi sono reso conto che avevo un problema con la cocaina di cui non riuscivo più a farne a meno. Ho chiesto aiuto allla mia assistente sociale dell&#8217; epoca che mi ha indirizzato al Sert di zona; in due mesi sono riuscito ad entrare in comunità. </p>



<p>So che oggi fai il mestiere di educatore nella stessa comunità che ti ha accolto da giovane: cosa ti ha spinto a fare questa scelta?  Raccontaci in breve le tappe salienti del tuo percorso</p>



<p>Ho scelto di tornare a lavorare con i ragazzi per cercare di mettere al servizio la mia esperienza di dipendenza e disagio, sperando possa essere loro da stimolo.</p>



<p>All’epoca ho avuto la fortuna di incontrare sulla mia strada persone che mi hanno accolto e supportato durante il mio percorso senza mai giudicarmi, anche nei momenti più difficili mi hanno sempre sostenuto, facendomi sentire parte di una famiglia allargata e questo mi ha permesso di fidarmi e di conseguenza di sperimentare cose nuove come, ad esempio, relazioni sincere ed è quello che cerchiamo di fare anche oggi. </p>



<p>Quali attività esistono per il reinserimento di questi ragazzi all&#8217;interno della società? </p>



<p>Per il reinserimento dei ragazzi sinceramente siamo un po&#8217; carenti; ci sono borse lavoro e tirocini che avviano al lavoro perchè, dato che sono per la maggior parte giovani,  sono a carico della famiglia e pochi cercano una vera indipendenza al di fuori del nucleo familiare. Per chi finisce il percorso di riabilitazione si stabiliscono degli incontri di verifica mensili per monitorare l&#8217;andamento. </p>



<p>Come comunità aiutate concretamente e periodicamente i ragazzi del parco di Rogoredo (nel milanese): cosa fate in particolare? Siete riusciti a salvare qualcuno di loro? </p>



<p>Come comunità accogliamo chi dal &#8220;bosco di Rogoredo&#8221; vuole provare ad uscire e in questo momento abbiano due ragazzi che sono in comunità da più di un anno e stanno molto bene; negli anni ne abbiamo accolti parecchi, alcuni hanno mollato altri no. </p>



<p>Pensi che da parte delle istituzioni ci sia il giusto supporto per il lavoro che fate? </p>



<p>Le istituzioni concretamente fanno ben poco per supportare il lavoro che facciamo; Rogoredo per esempio è un servizio di volontariato dove le istituzioni non ci aiutano minimamente e tutti i costi sono a carico dei volontari. </p>



<p>Avete anche realizzato un documentario che racconta il percorso di chi entra all&#8217;interno della comunità e il lavoro che viene regolarmente svolto per aiutare questi ragazzi&#8230; Ci vuoi raccontare come è nata l&#8217;idea, come hanno reagito i ragazzi? </p>



<p>Lo scorso anno abbiamo girato questo documentario intitolato &#8220;Scaltri ingenui&#8221;. E&#8217; nato per caso: un operatore ci ha fatto conoscere questo regista (Fabio Longagnani) che è venuto in comunità e si è appassianotato e incuriosito delle storie degli utenti e degli operatori, ha trascorso alcuni mesi da noi. I ragazzi hanno partecipato entusiasti al progetto e sono stati coinvolti in prima persona, c&#8217;è chi ha raccontato il proprio percorso e chi ha dato una mano al regista dietro le quinte. La cosa bella è che molte scuole hanno dedicato alcune mattinate alla proiezione del documentario con le testimonianze dei ragazzi stessi. </p>



<p>Quali sono le tue più grandi soddisfazioni? Cosa hanno imparato o imparano i ragazzi da te e tu da loro? </p>



<p>La più grande soddisfazione nel lavoro che faccio è vedere &#8220;rifiorire&#8221; molti di questi ragazzi, quando si lasciano aiutare e cominciano a fidarsi. É un percorso quotidiano che fai con loro e molto faticoso, ma allo stesso tempo, quando vedi che si &#8220;accende&#8221; quella fiammella di speranza in loro e cominciano a star bene è fantastico. Da loro imparo un sacco di cose: una su tutte, l&#8217;entusiasmo che hanno giovani.  Io cerco di portare un po&#8217; di speranza e dò loro anche fiducia</p>



<p>In base alla tua esperienza cosa ti senti di dire ai ragazzi di oggi per evitare che prendano strade pericolose? Il tuo motto è? </p>



<p>Ti direi che il mio motto è: &#8220;Vai avanti e non mollare&#8221;, nel senso che tante volte qualcuno ti fa vedere una strada che non hai mai preso e ti senti perso e vulnerabile e ti verrebbe voglia di lasciar perdere il percorso, invece è lì che devi fidarti e affidarti! Poi un bel giorno cominci a vedere &#8220;la luce&#8221; e sei talmente contento che ti dici: &#8220;Meno male che in certi momenti non ho mollato&#8221;</p>



<p>Credo che non ci sia altro da aggiungere a questa bellissima intervista &#8230; Posso solo dire che è una fortuna il fatto che esistano strutture come questa che danno la possibilità a molti giovani, anche minorenni, di iniziare una nuova vita. E voglio concludere con una frase di Tiziano Terzani: &#8220;l&#8217;unica rivoluzione possibile è quella dentro di noi&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Buone notize&#8221;. Musica: terapia per liberare le proprie emozioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 May 2024 10:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Martina Foglia Con questa intervista vi voglio presentare Morgana, una ragazza con disabilità che ha trovato nella musica conforto nei momenti difficili oltre che una modalità per liberare le proprie emozioni per connettersi&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17565" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/05/mu.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>di Martina Foglia </p>



<p>Con questa intervista vi voglio presentare Morgana, una ragazza con disabilità che ha trovato nella musica conforto nei momenti difficili oltre che una modalità per liberare le proprie emozioni per connettersi con il mondo circostante. Ora attraverso questa forma d&#8217;arte ha scelto di aiutare persone con  disabilità a trovare una loro identità, un loro posto nel mondo.</p>



<p><br>Ti vuoi presentare?</p>



<p>Mi chiamo Morgana, ho 25 anni, sono una insegnante di pianoforte e studio pianoforte jazz al conservatorio di Milano (dopo aver preso la laurea di jazz però vorrei specializzarmi in Musicoterapia e lavorare come musicoterapeuta). Sono nata con una patologia rara chiamata Spina Bifida Occulta.</p>



<p><br>So che una delle tue passioni è la musica, qual è stato il tuo primo approccio con questa forma d&#8217;arte ?</p>



<p>Diciamo che il mio rapporto con la musica e il pianoforte nasce dai primissimi anni di vita: a due anni vidi la mia madrina suonare il piano (lei è una insegnante di pianoforte) e mi piacque talmente tanto che dissi a mia mamma che pure io volevo iniziare a suonare quel meraviglioso strumento.</p>



<p>Sei una ragazza con una disabilità, la musica ti ha aiutato e ti sta aiutando nel processo di accettazione della tua caratteristica? In che modo?</p>



<p>Fin dai primi momenti la musica (come anche il disegno) è stata per me una forma di piacere ma anche di sfogo del dolore. La mia disabilità è subdola, essendo occulta le si dà poca importanza, ma è degenerativa e pian piano nel tempo ho iniziato ad avere sempre più problemi. I dolori e le difficoltà fisiche si legavano a quelle psicologiche (anche perchè in tutto il mio percorso scolastico, dalle elementari alle superiori, sono stata bullizzata) e ciò che mi dava pace era trasformare i miei sentimenti  in note.</p>



<p>Suoni molto bene il pianoforte ed è diventato un tuo &#8220;fedele compagno di vita&#8221;e da grande avresti voluto realizzare un sogno &#8230; </p>



<p>Sono una persona molto ambiziosa e, soprattutto nel periodo della scuola media, sognavo di diventare una musicista famosa che si sarebbe esibita in tutti i palchi del mondo. Oltre al pianoforte so suonare molti altri strumenti (come chitarra e percussioni) e per un lungo periodo mi sono dilettata nel comporre musiche e canzoni sia con il piano che con la chitarra.. Il mio sogno era proprio quello di viaggiare per il mondo con la musica e aiutare le persone ad affrontare le loro difficoltà, ma pian piano questa visione è cambiata col tempo.</p>



<p>Infatti, ad un certo punto della tua vita, sei  stata costretta a dover fare i conti con la tua disabilità ma so che ad oggi tu e la musica siete in costante connessione. Come e in quanto tempo ti sei &#8220;reinventata&#8221;?</p>



<p>Alle superiori, circa nel periodo che va dalla fine della 4° e per tutto il periodo della 5° (e anche molto dopo), ho avuto il cosiddetto &#8220;blocco dell&#8217;artista&#8221;. Sono stata operata di disancoraggio midollare il 2 settembre del 2016 ed è stato un intervento che mi ha cambiato la vita. Nella settimana che sono stata in ospedale mi ero portata l&#8217;ukulele e tutti i giorni i pazienti del mio reparto venivano nella mia stanza per sentirmi suonare e trovare un po&#8217; di pace dai loro pensieri. Quello è stato il primo momento in cui ho sperimentato una sorta di musicoterapia. Dopo essere uscita dall&#8217;ospedale sono stata alcuni mesi in riabilitazione e poi ho avuto un grande blocco: non ho più suonato per tre anni il pianoforte. Tutt&#8217;ora non mi spiego il motivo: ricordo che lo guardavo con enorme tristezza. Nel 2019, dopo una grande depressione, mi sono detta. &#8220;Cavolo, la musica è la mia vita, non posso abbandonarla così&#8221; e mi sono rinchiusa in casa per un anno a studiare intensamente e per riuscire ad entrare in Conservatorio. Ce la feci, entrai e iniziai il percorso di Jazz. In tutti questi anni di grandi cambiamenti mi sono resa conto che il mio sogno di adolescente di spaccare i palchi non solo non era realizzabile a causa dei miei disagi fisici (che tutt&#8217;ora ho) ma soprattutto non faceva proprio per me: sempre di più mi sono resa conto che ciò che faceva per me era aiutare le persone a capire che le proprie difficoltà e che la musica è una grande alleata in questo.6) </p>



<p>Sei riuscita, quindi, a fare della tua passione un lavoro e non è da tutti&#8230; Insegni musicoterapia a persone con disabilità  cognitiva e/o disagio psichico: puoi spiegarci in breve gli approcci che utilizzi? </p>



<p>Sì, ci ho messo tanto tempo. Dopo le superiori non sono andata in università, ma ho iniziato a fare mille lavori che non facevano per me&#8230; A 20 anni ho iniziato pian piano a farmi un giro di allievi a cui insegnare pianoforte, per lo più bambini. Ora ho molti allievi privati e lavoro in una scuola a Milano. Insegno per lo più pianoforte e solfeggio a bambini e ragazzi anche della mia età e mi sono spesso trovata in situazioni dove l&#8217;allievo aveva dei disagi psicologici (ansie, depressione, preoccupazioni, problemi in famiglia&#8230;). Quando è così la cosa da fare è una: parlarne. Si parla, si cerca di capire qual è la problematica e poi faccio fare una cosa: faccio suonare l&#8217;allievo in modo libero, cercando di fargli suonare le sue emozioni, oppure dico: &#8220;Suonami questo brano e metti il tuo sentimento&#8221;. Altre volte faccio chiudere gli occhi e immaginare una storia o un colore. La musica parla e racconta e dobbiamo ascoltarla.</p>



<p>Al termine del percorso con un tuo allievo quali sono  i cambiamenti più significativi che questo percorso ha apportato nella sua vita?</p>



<p>In tutti i miei allievi ho notato che l&#8217;approccio con la musica si trasformava da un semplice &#8220;suono una nota&#8221; a un &#8220;sto raccontando una storia&#8221;. Mi stupisce sempre in modo positivo vedere la loro passione crescere sempre più e vederli sperimentare mi riempie di gioia. Sentirsi dire da un ragazzo che soffre di una forte depressione: &#8220;Vengo volentieri a fare la lezione da te perchè mi piace tanto suonare&#8221;&#8230;Per chi sta bene sembra una frase magari banale, ma in realtà lui sta dicendo &#8220;Riesco a trovare il coraggio e la forza di alzarmi dal letto nonostante il grande peso che ho dentro per riuscire a raggiungere un obiettivo&#8221;. E&#8217; impressionante. </p>



<p>E&#8217; indubbio che questi ragazzi si rivolgono a te  perché vogliono imparare quello che di positivo può dare loro la musica, ma c&#8217;è qualcosa che tu hai imparato relazionandoti con loro?</p>



<p>Quello che ogni giorno imparo soprattutto dai bambini, è vedere il mondo con spensieratezza e leggerezza, che tutto può essere un bellissimo gioco. Spesso sono stanca e non ho le forze di fare lezione ma i bambini hanno dentro talmente tanta energia che la infondono anche a te e ogni volta esco dalle lezioni più carica di prima. E poi mi fanno sempre ridere. Il mio motto è: il tiramisù è il mio unico credo (bella la musica, ma quanto è buono il tiramisù?!).</p>



<p><br>Questa è la storia di Morgana che ci dimostra come la musica, oltre che una passione, ė libertà e terapia per l&#8217;anima.</p>
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		<title>&#8220;Buone notize&#8221;: Bruno. Una vita dedicata a insegnare che la diversità è una risorsa</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Apr 2024 08:49:40 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>A cura di Martina Foglia </p>



<p></p>



<p>Sul nostro periodico online abbiamo sempre scritto di negazione o violazione di diritti in Italia e nel mondo. Abbiamo pensato che, in questo momento storico così negativo, sì debba porre l&#8217;attenzione su ciò che di buono il nostro paese ed il mondo hanno da offrire. Abbiamo quindi deciso di creare una nuova rubrica intitolata &#8220;Buone notizie&#8221; nella quale approfondiremo storie e&nbsp;realtà che tutelano i Diritti, favorendo così l&#8217;inclusione e la socializzazione delle&nbsp; &#8220;minoranze&#8221;. Apriamo questa rubrica con una bellissima intervista a Bruno Frangi, vicepresidente di Aus Sportiva Niguarda nonché Coordinatore e&nbsp; Direttore della stessa.</p>



<p>&nbsp;</p>



<p>Bruno Frangi, nato a Como il 18 agosto 1963. Da oltre 35 anni mi occupo in ambito volontariato di sport per persone con disabilità, nella fattispecie per gli sport dell’acqua, divenendo negli anni Tecnico e Docente di tutte le Federazioni Olimpiche e Paraliompiche. Ho condotto diversi progetti rilegati all’inclusione sportiva e sociale in diverse città d’Italia e all’estero, riuscendo a far comprendere e nel far capire (questo molti anni fa), che è possibile inserire l’utenza con disabilità, all’interno di società dei così detti “normo dotati”, inserendo nei comparti societari anche l’utenza con “abilità diverse.”<br>Ha diretto per molti anni scuole di formazione per istruttori a Como e portato avanti in diverse città Italiane, progetti in ambito del nuoto. Dal 2016 in forza anche a Niguarda, ricoprendo la carica di Vice Presidente di Ausportiva , Coordinatore e Direttore Tecnico. A Cernobbio ho creato la prima scuola subacquea inclusiva sott’acqua, costruendo una palestra a dieci metri di profondità. Ho creato sull’Isola di Capri una vera cultura verso la disabilità e l’inclusione, idem a Porto Ceresio (VA), in Danimarca, Cernobbio (CO), Massa Lombarda (RA), e altri vari progetti in diverse Regioni Italiane.<br>Ma la soddisfazione più grande: essere arrivato a Niguarda molti anni fa, gestendo una ventina di persone in due istruttori, e ora avere quattordici istruttori con al seguito circa duecento utenti nelle varie discipline, e questo grazie alla Presidenza, al nostro Direttivo, alla segreteria operativa, e ai fantastici tecnici che ho l’onore e l’onere di dirigere. A tutti loro un mio più sentito e doveroso “grazie!”.<br></p>



<p>Come è nata la tua passione per il nuoto?</p>



<p><br>La mia passione per il nuoto nasce molti anni fa quando iniziai a nuotare, da li a qualche piccola competizione in acque libere e subito intrapreso la scuola di subacquea, ricoprendo alcuni importanti ruoli per una società Comasca di attività Subacquee. Conobbi molti anni fa una splendida ragazzina colpita molto giovane da Ictus Celebrale a cui insegnai ambientamento e acquaticità. Da li l’amore per donare agli altri la mia passione.</p>



<p><br>Come hai scelto di insegnare la disciplina del nuoto alle persone con disabilità?</p>



<p><br>Ho molto amato studiare nuoto, l’acqua, e tutto quello che grava attorno a questo fantastico mondo chiamato H2o. Credo che insegnare “seriamente” a persone con disabilità, sia solo una missione, ma un mettersi costantemente in gioco…. Chi non conosce bene la nostra “materia”, rischia di fare seri e gravi danni. Insegnare ad una persona così detto “normale”, lo saprebbero fare in tanti io credo, se hanno passione, ma insegnare a persone con abilità diverse e con gravi patologie, lo sa fare solo chi ama questo mondo, ha competenze, ha studiato e conosce bene la materia. Come dico io bisogna: “ saper essere, saper fare e saper far fare…”Attualmente collabori con AUSportiva Niguarda come istruttore di Nuoto e di palestra con persone mielolese. </p>



<p>Come sei venuto a conoscenza di Ausportiva?</p>



<p><br>Vero che dirigo gli istruttori di Palestra e Piscina, ma i miei studi mi portano anche in palestra ove ho studiato con Indianapolis (U.S.A.) un metodo innovativo per i malati gravi di Parkinson , avendo prima acquisito studi e competenze in ambito del pugilato e della Muai Thay Thailandese . Da qui un nuovo e innovativo metodo “di fare palestra” per persone Tetra-Plegiche – Paraplegiche –<br>Emiplegiche (e non solo) che sta dando eccellenti risultati, informando e formando sul campo, un nuovo tecnico a cui sto trasmettendo obiettivi, finalità e intenti. Poi vero che dirigo la palestra, ma sono i nostri istruttori principalmente gli artefici degli eccellenti risultati portati avanti e a compimento. Poi arriva il nuoto e la subacquea di cui me ne occupo personalmente in toto, sia la parte organizzativa che tutta la parte tecnica.<br>Sono stato chiamato dal Comitato Italiano Paralimpico a dirigere AUSPORTIVA nel 2016 , avendo i titoli per farlo e le competenze in Lombardia. Ricordo ancora quando il Presidente Francesco Mondini mi chiamò; non ci pensai due volte cosa rispondere, ed ora eccomi qui da molti anni insieme a voi.</p>



<p><br>Nei corsi di nuoto che svolgi sei in contatto con persone con disabilità anche motoria, cognitiva o con disabilità neurodivergenti, che hanno anche diverse età. Ci puoi spiegare in breve quali sono i diversi approcci che utilizzi per stimolarli nel nuoto?</p>



<p><br>Modi e metodi utilizzati, vengono dagli studi, dalla mia preparazione ma soprattutto da oltre 35 anni di esperienza quasi “quotidiana”. Credo di averne visti di casi davvero tanti, e lavorato con molteplici disabilità, ma che tutti avevano un comun denominatore ovvero: “la volontà di trasmettere a tutti loro passione, emozioni, di far innamorare i miei utenti qualunque età avessero dell’acqua, ma soprattutto di saper comunicare con loro e fornire un’ampia motivazione”. Un feed- back continuo mi ha sempre fornito i dati che indicavano se erano sereni, felici, ma soprattutto non avevano più paura dell’acqua, ma al contrario, l’acqua era diventata per loro un trasmettitore di<br>emozioni. Poi c’è chi ha voluto imparare anche gli stili natatori, chi ha voluto passare all’agonismo, chi alla subacquea ricreativa, o chi, semplicemente, trova nell’acqua un benessere psicofisico e di rilassamento in tutta autonomia.</p>



<p><br>Quali sono i benefici che le persone con disabilità ricavano dal nuoto?</p>



<p><br>Riduzione della spasticità &#8211; riduzione del dolore &#8211; aumento dell’ampiezza del movimento &#8211; aumento in termini di forza &#8211; aumento delle risposte sull’equilibrio statico e dinamico &#8211; miglioramento della circolazione periferica &#8211; incremento della gittata sistolica &#8211; incremento delle condizioni fisiche generali &#8211; aumento delle motivazioni psicosociali &#8211; aumento della motivazione e dell’autostima &#8211; miglioramento delle capacità di apprendimento.<br>Obiettivi pedagogici – Obiettivi Sportivi – principio dell’apprendimento e della relazione d’aiuto .<br></p>



<p>So che sempre in collaborazione con AUSportiva, avete istituito un corso per insegnare ai caregiver le tecniche natatorie per portare i loro parenti con disabilità in acqua… parliamone…</p>



<p><br>Le attuali definizioni di handicap sono numerose e ognuna, per il proprio aspetto, indubbiamente interessante; sono prevalentemente incentrate sulla persona, cioè sull’handicap come elemento invalidante che l’individuo porta sulle proprie spalle, ma la stessa disabilita può colorarsi di sfumature di maggiore accettabilità o di insuperabile rigetto, a secondo del contesto ambiente in cui l’individuo si trova ad agire. Un costruttivo approccio di recente acquisizione, suggerisce di spostare l’attenzione dalla “menomazione” in sé, e focalizzarla sull’interazione tra individuo e ambiente, cioè, sull’incontro con gli ostacoli che “l’ambiente acquatico” ( o non) pone alla persona<br>con disabilità. Il nuoto costituisce un’occasione stimolante per evitare di elaborare la mentalità sbagliata che talvolta la società stessa pone alla persona con disabilità; il contesto sportivo, essendo arbitrario e modulabile per definizione, può rivelarsi un terreno fertile per esperimenti di integrazione pratica, socio-sportiva , culturale. AUSportiva (Associazione Unità Spinale Settore<br>Sportivo, Ospedale Niguarda) , attraverso questa singolare iniziativa , vuole trasmettere a tutti i genitori ( o accompagnatori/caregiver ) che parteciperanno a questa “nuova sfida”, valori sportivi, di confronto, di sperimentazione, di vera pratica sportiva, e nel mettersi in discussione e alla prova, in una identificazione attraverso questa disciplina che ha caratteristiche riabilitative e sportive senza pari. Sostengo che: “ Chi perde non è chi arriva ultimo, ma chi resta seduto a guardare”<br>Si vuole mettere in rilievo il valore universale riconosciuto, dell’attività sportiva come opportunità per far crescere i propri figli/e sul piano fisico e psichico, per divertirsi, per stare con gli altri, per sentirsi bene, per scoprire le proprie risorse e per confrontarsi con i propri limiti (e questa opportunità ne sarà l’esempio). Ciò significa per i genitori: da un lato, mettere in discussione le proprie certezze e, dall’altro, aprirsi a nuove prospettive rispetto al proprio potenziale, non solo in quanto a prestazione sportiva ma anche sotto il profilo umano e relazionale.</p>



<p>Lo sport è indubbiamente una spinta a crescere, a superare se stessi, a riconoscere il valore degli altri, ad accettarsi per quello che si è. Nello sport la fatica dà una marcia in più verso nuovi orizzonti di crescita, genera un’energia speciale che stimola la voglia di lottare per una meta, stimola a raggiungere traguardi per i quali vale la pena di mettere in gioco sé stessi fino in fondo, crea uno spazio virtuoso in cui volontà e impegno valgono più del corpo e della forza fisica. Da qui nasce l’idea di uniformarsi ai recenti protocolli tecnici , confermando che, anche l’utenza di “ Persone con disabilità” ha esigenze, problematiche e necessità di esistere all’interno dei Centri Sportivi Comunali e Privati (ovvero fuori dalle mura di una Azienda Ospedaliera). Per la richiesta univoca di alcuni genitori di poter realmente vedere abbattuto il muro della “diversità” anche all’interno dell’Ospedale Niguarda, nasce questa sentita iniziativa (senza precedenti a Milano per quanto riguarda il “modo” di fare nuoto) . Il progetto di AUSportiva, ha la presunzione di dare, (in futuro), un protocollo tecnico in grado di FAR ACCOGLIERE questi ragazzi/e “speciali”, nei corsi di nuoto specifici per la loro patologia anche nelle piscine Comunali, portarli ad una efficiente autonomia natatoria, al fine di ottenere l’inserimento nei corsi collettivi settimanali, e ove possibile, avviarli all’attività agonistica, e tutto questo può nascere solo dallo “stare bene in acqua”. Il “ percorso” , non vuole divenire un modello a sostituzione dei corsi natatori per ragazzi con “specifiche necessità”, ma solo un modo per visualizzare attraverso le proprie sensazioni, emozioni e sperimentazioni, quali modelli e percorsi tecnici un domani il proprio figlio/a andrà a percepire e andrà ad attuare . AUSportiva, attraverso il suo multidisciplinare parco Tecnico, ha voluto quindi proporre questo particolare metodo, utilizzando una nuova e innovativa proposta “tecnico- applicativa” rivolta ad un numero ristretto di genitori e/o accompagnatori, ritenuti anch’essi<br>“speciali”, proprio come lo sono i loro figli o i loro assistiti. L’obbiettivo primario posto, sarà la conoscenza dell’ACQUA attraverso le sue proprietà e caratteristiche nonché, i primi approcci per quanto concerne la fase più importante quale è “L’AMBIENTAMENTO ACQUATICO”. Questo:</p>



<p><br>PROGRAM SETTING-IN PERIOD SPECIALE (Programma speciale di ambientamento), vuole divenire<br>una base di partenza per tutti coloro che, con il proprio figlio/a o conoscente, vorranno<br>sperimentare:</p>



<ul><li>l’ambientamento acquatico attraverso una nuova cultura dell’acqua;</li><li>alcune tecniche e metodologie per un corretto e adeguato processo di conoscenza e padronanza<br>nello “stare bene in acqua”</li><li>la conoscenza dell’acqua, importante trasmettitore di “emozioni”;</li><li>la filosofia di AUSPORTIVA sull’abbattimento delle barriere culturali e sociali attraverso lo sport.<br>L’identificazione di una struttura consona ad accogliere l’utenza diversamente abile.<br>Attraverso “la sperimentazione GENITORI/FIGLI” – CAREGIVER/ALLIEVO, si dovranno consolidare nuove<br>proprie potenzialità e trarne tutti i benefici, percorrendo due strade le quali portano a:</li><li>l’attività adattata (percorso irrinunciabile per conseguire un reale sviluppo prestativo)</li><li>l’attività integrata (chiave di volta per far si che lo sport rappresenti la strada maestra per un<br>corretto e concreto reinserimento sociale)<br>Il programma si propone dunque di “formare” ed “informare” i genitori , i volontari e gli<br>accompagnatori, rispetto ad un adeguato approccio degli utenti, all’attività in acqua. Un<br>programma che propone in modo coinvolgente per “mettersi in discussione”, conoscendo<br>l’elemento H2o in cui fanno attività i propri figli/e o i propri assistiti. E’ un momento per fare<br>attività, un modo univoco per raggiungere una buona conoscenza e padronanza delle principali<br>gestualità tecniche in ambito natatorio, e la presa di coscienza dei primi rudimentali e fondamentali<br>fattori che determinano il benessere psicofisico in acqua.</li><li></li></ul>



<p>Quali sono le tue più grandi soddisfazioni ricevute in questo ambito?</p>



<p><br>Vedere persone fantastiche come la mia Martina Foglia, raggiungere obiettivi incredibili e<br>nel vederla felice in acqua. Sono queste le cose che ancora mi emozionano e mi fanno<br>amare il mio lavoro.</p>



<p></p>



<p>Questa intervista dimostra come a volte la passione possa coincidere con il lavoro e come attraverso la tenacia e la costanza di pochi si arrivi a creare una realtà che possa attivamente aiutare le persone con disabilità a migliorare la propria qualità di vita, attraverso il raggiungimento di obiettivi che si pensavano irraggiungibili, aumentando così la loro autostima e la loro capacità di relazione con l&#8217;altro. Ringraziamo infinitamente Bruno Frangi per la sua infinità disponibilità .</p>



<p><br>PS caro Bruno ti ringrazio personalmente per tutto quello stai facendo per me e per tutte le persone con disabilità nel campo del nuoto! Se ho raggiunto importanti traguardi è anche merito tuo; ti stimo tantissimo e ti voglio bene! So che non me ne vorrai, ma questa intervista la vorrei dedicare ad una persona molto importante per me che sta rinascendo da un&#8217;impresa molto ardua. Ho iniziato proprio con lei la mia sfida con l&#8217;acqua, un grazie immenso a Federica Gentile, sapete a volte per affrontare l&#8217;acqua ci vuole coraggio e anche grazie a lei se l&#8217;ho acquisito. Nella vita ci vogliono persone che hanno coraggio di affrontare imprese che inizialmente sembrano essere impossibili.</p>



<p></p>
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