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	<title>BurkinaFaso Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. L’ennesimo colpo di stato: è il turno del Burkina Faso</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2022 08:05:43 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p></p>



<p>Con il classico comunicato stampa letto nella serata del 23 gennaio alla tv nazionale, la cui sede era occupata già dal primo mattino, i militari del Movimento patriottico per la salvaguardia e la restaurazione (Mpsr) fedeli al tenente colonnello Paul-Henri Sandaogo Damiba hanno annunciato di aver esautorato dal potere il presidente del Burkina Faso Roch Marc Christian Kaborè per “manifesta incapacità di garantire la sicurezza”.</p>



<p>Questa notizia, per gli studiosi di Africa, era attesa già da mesi: dalle elezioni del novembre 2020, a seguito delle quali si scatenarono violenze e contestazioni in relazione al fatto che più di 400.000 persone non avevano potuto esprimere il loro voto a causa dello smarrimento dei loro documenti conseguente ai numerosi attacchi terroristici. Sospetti brogli elettorali che hanno, quindi, portato alla rielezione del presidente Kaborè.</p>



<p>Prendo spunto dai fatti degli ultimi giorni per parlare di quella che possiamo definire “epidemia di colpi di stato”: il Burkina Faso è, infatti, il terzo paese a subire un colpo di stato nel giro di pochi mesi (dopo <a href="https://www.peridirittiumani.com/2022/01/07/stay-human-africa-guinea-un-vescovo-a-sostegno-della-giunta-militare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guinea</a> e <a href="https://www.peridirittiumani.com/2020/08/22/stay-human-africa-colpo-di-stato-in-mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Mali</a>). Questo accade solo negli ultimi mesi ma, se vediamo la storia degli stati africani dagli anni ‘60 ad oggi ci accorgiamo che i colpi di stato sono stati veramente tanti: Ciad, Sudan e Nigeria per citarne solo alcuni.</p>



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<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Coup d&#039;Etat: Burkina Faso Soldiers Oust President As They Announce Takeover, Dissolve Parliament" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/khnMxLYd3f0?start=2&#038;feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
</div></figure>



<p>Ovviamente cercare di riassumere in maniera sommaria le cause di tutto ciò è pressoché impossibile ma qualche elemento in comune tra gli ultimi golpe lo possiamo trovare: la crisi dell’economia, &nbsp;la <strong>disoccupazione,</strong>&nbsp;la <strong>povertà,</strong>&nbsp;l’ampliarsi della&nbsp;<strong>minaccia terroristica,</strong>&nbsp;<strong>l’insoddisfazione profonda</strong>&nbsp;delle popolazioni per i precedenti governanti, la disaffezione verso il periodico ricorso alle elezioni, e <strong>le mancate promesse&nbsp;</strong>dei leader eletti. L’impasse nella lotta al terrorismo abbinato alla fragilità della società è forse la causa principale: in Burkina Faso l’attacco jihadista di Inata, a novembre, ha causato la morte di una cinquantina di gendarmi, segnando un punto di svolta. La gestione del presidente Kaboré e la sua scelta di appoggiare le milizie dei villaggi, insieme al valzer dei ministri della difesa e all’assenza di risultati, hanno segnato le sua sorte.</p>



<p>L’impatto di questo golpe si sentirà più che altro nella reazione dei paesi limitrofi e dell’Unione Africana che, notizia di poche ore fa, ha sospeso il Burkina Faso a seguito del colpo di stato. Come scritto da Giuseppe Mistretta di ISPI ” <em>(….)&nbsp;le reazioni più incisive sono provenute dagli Stati limitrofi, dall’Ecowas&nbsp;(organismo economico regionale dell’Africa Occidentale),&nbsp;e dall’Unione Africana, organizzazione panafricana per eccellenza. Esse sono consistite sia in&nbsp;Dichiarazioni politiche pubbliche di forte critica&nbsp;nei confronti degli autori dei colpi di Stato, sia in&nbsp;misure sanzionatorie&nbsp;individuali (blocco dei conti correnti esteri, divieto di viaggiare verso altri Paesi, etc.), sia nella&nbsp;sospensione della membership&nbsp;dei Paesi “golpisti”, adottata da parte dell’organismo dell’Africa occidentale e dall’UA.</em></p>



<p>In molte riviste leggo commenti sul come Inata rappresenti la goccia che ha fatto traboccare il vaso e del resto anche io ho iniziato questo scritto dicendo che noi studiosi di Africa ci aspettavamo questa notizia. Questa è la verità e la ribadisco ma il punto che vorrei approfondire è la figura dei militari: strutture non democratiche né elette dal popolo che garantiscono ai civili sicurezza, più di un Presidente e di un governo eletto democraticamente. I così detti gruppi di autodifesa che in Africa sono in aumento a causa della mancanza di governi competenti, rappresentano una minaccia e contemporaneamente una rassicurazione per i civili.</p>



<p>Per rispondere a queste affermazioni non basta mettere sul piatto solo e sempre povertà e terrorismo ma anche, mio personale parere, il ruolo che l’Unione Europea ha avuto e tutt’ora ha nel continuo tentativo di sostenere e diffondere lo spirito e la pratica dei valori democratici e dello Stato di diritto.</p>



<p>Qualcosa non funziona, mi sembra chiaro.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221; Addio terrorismo</title>
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		<pubDate>Mon, 11 May 2020 09:24:33 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Il giornalismo ha il potere di far credere ai lettori che molte vicende siano terminate, che il problema del quale si è tanto scritto non esista più. Nella situazione in cui ci troviamo oggi, stremati e incerti a causa del Coronavirus, alcune notizie sono scomparse dalla maggior parte delle testate, nazionali e non. Vista la gravità del momento questo è legittimo, quasi naturale, ma solo in parte perché la realtà è che non è tutto scomparso: il problema migratorio, lo sfruttamento sul posto di lavoro, la discriminazione tra uomini e donne sono tematiche non risolte. Notizia grande mangia notizia piccola, è la gara dei giornalisti. Quello che si preclude il nostro periodico, tra le altre cose, è dare un’informazione libera a 360 gradi cercando di non dimenticare nessuna notizia, anche in periodi come questo.</p>



<p>Questa introduzione un po’ fuori tema per arrivare al problema del terrorismo che fino a pochi mesi fa spaventava tutti noi e che ci ha resi persino insicuri di recarci sul posto di lavoro. Vero è che nel continente europeo gli attacchi di matrice terroristica si sono momentaneamente fermati (attenzione, non è scomparso il problema) ma nel continente africano non è così. Mali e Nigeria sono tra gli stati più colpiti da questo fenomeno e, vista la mancanza delle istituzioni statali, clan ed etnie si stanno organizzando da sé creando milizie private che operano al di fuori di ogni mandato.</p>



<p>La presenza di terroristi in queste zone è continua e la mancanza dello Stato e delle altre istituzioni sta trasformando alcuni paesi africani in crogioli di varie forze di autodifesa armata. In molte regioni dell’Africa è ormai difficile distinguere se le uccisioni e le violenze avvengano per mano di jihadisti o per odi intercomunitari che tradizionalmente avvelenano le relazioni tra popolazioni diverse. O, ancora, è difficile capire se l’uccisione sia il risultato di una resa dei conti tra etnie: vi è ufficialmente caos nell’identificare i mandanti.</p>



<p>Secondo quanto riportato da Mario Giro di Africa Rivista “Nel caso maliano nessuno capisce più nulla. I massacri più recenti si svolgono nella regione a cavallo con il Burkina Faso, e molti sostengono che i miliziani possano essere venuti da lì. I jihadisti si avvantaggiano della situazione: il Fronte per la Liberazione del Macina, la cellula islamista guidata da Koufa (unico capo Peul jiadhista), fa reclutamento tra i suoi aiutato dalla paura che ormai tutti hanno dei Peul.”</p>



<p>In Mali si sta creando confusione tra etnie e terrorismo, tanto che tutte le altre etnie presenti sul territorio si sono ormai persuase che tutti i Peul siano terroristi. Cosa non vera.</p>



<p>Quello maliano è solo une esempio, potremmo citare anche la Nigeria dove tutte le popolazioni locali sono ormai armate o, ancora, la Repubblica Centrafricana dove i gruppi degli ex ribelli si sono trasformati in milizie locali.</p>



<p>La mancanza di difesa da parte dello Stato africano sta portando ad una degenerazione di questi fenomeni e ad una privatizzazione dello strumento militare. La Storia ci insegna che questa non è un’ottima notizia, i disagi e gli scontri tra etnie aumenteranno a vista d’occhio e senza una difesa forte si potranno ripresentare genocidi come quello di Zanzibar nel 1964 o, ancora, più grave in Rwanda nel 1994.</p>
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