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	<title>campo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>#Iorestoacasa e loro restano nel campo. Appello per una città solidale</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2021 08:58:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani aderisce all&#8217;appello di Associazione 21 luglio e lo divulga. “Io resto a casa”, il decreto emanato lo scorso 9 marzo dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per fronteggiare l’emergenza&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> aderisce all&#8217;appello di Associazione 21 luglio e lo divulga.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15508" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/rom-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>“<strong>Io resto a casa</strong>”, il decreto emanato lo scorso 9 marzo dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, per fronteggiare l’emergenza da contagio Covid-19, ha giustamente imposto regole ferree all’intero Paese obbligando tutti, tra i vari provvedimenti, ad assumere atteggiamenti di responsabilità e ad uscire di casa solo per situazioni emergenziali o motivi di lavoro. A distanza di qualche giorno dall’entrata in vigore delle nuove norme,&nbsp;<strong>Associazione 21 luglio ha svolto un’indagine all’interno delle baraccopoli istituzionali della città di Roma</strong>&nbsp;riservate a famiglie di etnia rom, per capire come le norme contenute nel decreto possono impattare sulla vita di chi abita in emergenza abitativa. Nel rispetto delle restrizioni imposte dal Governo, i dati e le testimonianze sono state raccolte mediante interviste telefoniche svolte tra il 14 e il 17 marzo dai nostri operatori.</p>



<p>In alcune baraccopoli, dopo la pubblicazione del decreto del 9 marzo 2020 si sono intensificati i controlli della Polizia Locale già presente in maniera stabile all’ingresso degli insediamenti.&nbsp;<strong>In alcuni casi gli abitanti avvertono il peso di restrizioni</strong>&nbsp;che impongono l’uscita solo a piedi e dilazionata nel tempo o rispettosa della norma che impone il metro di distanza anche all’interno delle autovetture. In relazione al contagio sono in molti a sentirsi più protetti all’interno dell’insediamento che fuori, durante le uscite si equipaggiano di dispositivi autoprodotti poiché nulla è stato consegnato loro per contrastare il contagio. Non solo,&nbsp;<strong>in nessuna baraccopoli è stata segnalata la presenza di operatori sanitari</strong>&nbsp;disponibili per la distribuzione del materiale o fornire informazioni. Restano quindi le azioni raccomandate attraverso la tv e che sono praticabili, però, laddove le condizioni igieniche lo permettono o dove almeno c’è disponibilità di acqua corrente.</p>



<p>Le famiglie presenti nelle baraccopoli della Capitale non hanno più la possibilità di svolgere l’attività lavorativa e, con le risorse disponibili ad oggi, non potranno far fronte ai giorni che verranno: un aspetto se possibile ancora più tragico che ghettizza chi vive ai margini. Anche&nbsp;<strong>la solidarietà in tempi di contagio è relegata ad eccezioni sporadiche</strong>&nbsp;per paura del contatto fisico e bambini e anziani rischiano di non avere la sussistenza quotidiana. Ad aggravare un quadro già drammatico anche la sospensione dell’attività scolastica e l’impossibilità di utilizzare strumenti tecnologici indispensabili a seguire un’eventuale didattica a distanza pone i minori in età scolare in uno stato di grave isolamento in rapporto ai coetanei e agli insegnanti.</p>



<p>A dispetto di “Io resto a casa”, per chi vive in emergenza abitativa lo slogan giusto potrebbe essere&nbsp;<strong>“Io resto nel campo” ad indicare le conseguenze prodotte dal decreto di una maggiore emarginazione e segregazione</strong>&nbsp;rispetto a quella già vissuta quotidianamente. Ma cosa accadrebbe se in uno degli insediamenti venisse riscontrata anche una sola positività?</p>



<p><strong>Tutti gli abitanti sarebbero posti in quarantena?</strong> L’appello di Associazione 21 luglio alla sindaca di Roma Virginia Raggi e al prefetto di Roma Gerarda Pantalone affinchè: si individuino nelle baraccopoli romane situazioni di fragilità e si provveda a fornire beni di prima necessità <strong>garantendo condizioni igienico-sanitarie</strong> e accesso all’acqua potabile; si provveda a incrementare la rete di volontariato sociale all’interno delle baraccopoli; si disponga la presenza di personale sanitario che illustri strumentazioni e misure da adottare. Nell’appello viene infine chiesto di predisporre per tempo <strong>adeguati piani sanitari da adottare in caso di positività</strong> all’interno di una delle baraccopoli romane.</p>



<p><strong><em>Egregia Sindaca Virginia Raggi,</em></strong><br><strong><em>Egregio Prefetto Gerarda Pantalone,</em></strong></p>



<p><em>Vi scrivo per esprimervi profonda preoccupazione circa la condizione di salute di oltre 6000 persone che vivono in emergenza abitativa presso le&nbsp;baraccopoli monoetniche della Capitale in un momento di emergenza sanitaria che l’OMS ha dichiarato pandemia.</em></p>



<p><em>Vi chiedo di mappare all’interno degli insediamenti formali e informali le condizioni di maggiore fragilità con l’obiettivo di garantire, in particolare ai minori e agli anziani, la distribuzione beni di prima necessità; di garantire all’interno di ogni singolo insediamento condizioni igienico-sanitarie adeguate assicurando in primis l’accesso all’acqua potabile; di assicurare all’interno degli insediamenti la presenza di operatori sanitari e di mediatori culturali che possano provvedere ad illustrare le misure di prevenzione raccomandate dal decreto del 9 marzo 2020 e distribuire agli abitanti dispositivi di protezione individuali; di rinforzare e coordinare una rete di volontariato sociale al fine di monitorare in maniera capillare le condizioni igienico-sanitarie e la salute di quanti vivono nelle baraccopoli della Capitale; di predisporre per tempo, in caso di riscontro di una o più positività al Covid-19 all’interno degli insediamenti formali, un adeguato e tempestivo piano di intervento sanitario, al fine di evitare che la città arrivi impreparata a tale evento</em>.</p>



<p></p>



<p>Per firmare l&#8217;appello: <a href="https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.21luglio.org/iorestoacasa-e-loro-restano-nel-campo/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Entriamo in un campo rom. La conoscenza per abbattere i pregiudizi</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 09:13:10 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-6-2-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15044" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-6-2-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-6-2-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-6-2-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-6-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha intervistato il fotografo <strong>Mauro La Martina</strong> (le foto nel testo sono sue) e lo ringrazia per aver condiviso con noi il lavoro che svolge con i rom di Torino.</p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p><strong>Da dove nasce il suo interesse per il popolo rom?</strong></p>



<p>Sono per natura molto curioso, mi piace conoscere ed approfondire. Sono anche una persona pronta ad aiutare chi si trova in difficoltà.</p>



<p>Il popolo Rom è conosciuto spesso solo attraverso stereotipi. Siamo convinti che siano tutti ladri, che tutte le donne chiedano l’elemosina e mille altre cose.</p>



<p>Spesso li chiamiamo zingari e pensiamo che siano trasandati, infidi, ladri, senza cultura. Ma generalizzare è sbagliato: nell’Est europeo, e in molti casi anche in Italia, i Rom vivono in normali case, lavorano, studiano e la convivenza coi gagè (è cosi che viene chiamato chi non è rom) è tranquilla. Il campo è quindi un’eccezione, una situazione anomala e magari superabile attraverso iniziative che favoriscono l’integrazione.</p>



<p><strong>Come ha lavorato per realizzare il suo reportage (titolo?): quando è stato realizzato, se si è preparato prima di recarsi nel campo, se ha parlato con le istituzioni e poi con le persone rom, etc.</strong></p>



<p>#camporom è il titolo (forse provvisorio!?) che ha questo mio progetto/reportage fotografico. Un racconto in 100 fotografie. Fotografie di persone, momenti di vita quotidiana, vita vissuta dai Rom di Torino.</p>



<p>Sto ultimando in questo periodo, di scattare le ultime fotografie, poi lavorerò alla fase di post-produzione. Spero per la fine dell’anno di riuscire a realizzarne un libro.</p>



<p>Nasce tutto insieme ad alcuni amici e volontari che mi coinvolgono nell’estate dello scorso anno. Siamo un piccolo gruppo di persone provenienti da ogni parte del mondo (Italia, Serbia, Albania, Marocco, India, Ghana, Giappone!) Grazie al supporto di Slow Food International abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad un progetto che ha come obbiettivo quello del superamento dei campi. Attraverso percorsi di formazione, integrazione sul territorio, stage si vuole/voleva (visto che poi le cose sono cambiate con lo sgombero e l’abbattimento del campo di via Germagnano!) arrivare a creare nuove opportunità soprattutto per le nuove generazioni rom.</p>



<p>Il progetto di demolizione del campo era già nell’aria da parecchio tempo. Quando Siamo arrivati ci siamo interfacciati con una realtà ancora più difficile di quanto pensavamo. Il passaggio della polizia municipale era ancora ben visibile, qualche giorno prima hanno iniziato a demolire alcune baracche. Questo ha distrutto in primis il loro morale, la loro fiducia, la loro speranza, come se non bastasse la miseria nella quale già vivevano.</p>



<p>Siamo tutti convinti che non si possa vivere in quelle condizioni e che la vita del campo così precaria non può che essere un danno alle piccole generazioni che crescono sognando un mondo diverso, un mondo spesso chiuso con un lucchetto. Un mondo che non li vuole far entrare.</p>



<p>Ecco quindi che mi sono sentito in dovere di documentare la vita nel campo. Chi sono e cosa vogliono questi ragazzi che vivono emarginati dalla società.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-8-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15045" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-8-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-8-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-8-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-8.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Vuole raccontarci come è stato accolto dalle persone del campo di Torino che ha poi ritratto?</strong></p>



<p>Mi sono ritrovato un sabato pomeriggio nel campo di Via Germagnano a Torino come volontario con altre persone per portare sostegno e cibo.</p>



<p>Uscivamo dal primo lockdown e ti lascio immaginare come poteva essere stato difficile superare quel periodo per chi vive in situazioni già particolarmente difficili.</p>



<p>Per diverse settimane, grazie soprattutto al sostegno economico di Slow Food, siamo riusciti a portare al campo beni di prima necessità a quante più famiglie possibile, soprattutto a quelle con bambini piccoli o anziani malati.</p>



<p>Era giù nell’aria da un po’ la possibilità dello sgombero del campo (nonostante fossimo in piena emergenza sanitaria!) e la demolizione di alcune baracche da parte delle forze dell’ordine era già iniziata. Durante le periodiche visite, le baracche trovate vuote venivano prima sequestrate e poi abbattute. Magari l’inquilino era uscito per lavorare o era ricoverato in ospedale. Al ritorno la baracca non c’era più.</p>



<p>Via Germagnano era divisa su più campi. Si arrivava al campo principale (circa 100 baracche) con macchine e furgoni carichi di cibo e vestiti. Un anziano coordinatore del campo cercava di gestire la distribuzione dei prodotti in modo che tutti potessero ricevere quanto avevamo portato.</p>



<p>Durante le prime due visite, la macchina fotografica non era molto gradita. Documentavo cosa succedeva senza invadere troppo il loro territorio, rimanevo in disparte e smettevo di fotografare appena capivo di infastidire. Molti alla vista dell’obbiettivo si nascondevano o non volevano essere fotografati. I bambini invece diventavano subito protagonisti di fronte alla fotocamera</p>



<p><strong>In che modo vivono?</strong></p>



<p>Le aree del campo sono divise per famiglia. I vicini di casa sono i genitori o i figli. Ognuno vive nella propria baracca costruita con quello che si è riusciti a trovare. Si vedono pareti fatte di vecchi cartelloni pubblicitari, tetti di lamiera, pavimenti di bancali di legno. Nel campo non arriva acqua e l’energia elettrica e fornita da un generatore acceso solo all’occorrenza per ricaricare i cellulari o per accendere qualche lampadina la sera.</p>



<p>Le donne si occupano del cibo, della pulizia, dei bambini. I più grandi si occupano dei più piccoli. Gli uomini (quelli che possono) si guadagnano la giornata con lavori occasionali.</p>



<p>I bambini vanno a scuola. Ho conosciuto una mamma che ha voluto mostrarci orgogliosa i quaderni ordinati e con dei bei voti dei suoi figli. I ragazzi rom fanno esattamente le stesse cose che farebbe qualsiasi altro ragazzo del mondo “civile”, amici, uscire, divertirsi&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7-1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15046" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7-1-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7-1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7-1-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-7-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p><strong>Qual è la sua opinione in merito ai numerosi sgomberi dei campi che vengono effettuati in Italia?</strong></p>



<p>Gli sgomberi senza soluzioni alternative non risolvono alcun problema, ma lo spostano soltanto più in là.</p>



<p>Servirebbero invece interventi di welfare veri, efficaci, non definiti su base etnica.</p>



<p>Serve la regolarizzazione delle persone che ancora, dopo generazioni, vivono senza documenti e l’assegnazione di case popolari a tutti gli aventi diritto. Serve volontà da parte delle istituzioni per favorire l’integrazione. Spesso invece vediamo solo le promesse durante le campagne elettorali</p>



<p><strong>Infine: un ricordo&#8230;</strong></p>



<p>Siamo stati invitati a mangiare con loro durante uno dei nostri pomeriggi di visita. In pochi minuti è stata allestita l’area cucina, le donne più giovani pronte a cucinare un piatto tipico della loro tradizione, le altre intente ad apparecchiare la tavola tirando fuori dalle loro baracche i servizi di posate e piatti che probabilmente utilizzavano solo per eventi veramente speciali. Ci siamo sentiti parte integrante della loro comunità. Avevano deciso di dividere il poco che avevano a disposizione con noi. Eravamo diventati gli ospiti d’onore di una festa improvvisata. Un vecchio detto arabo dice “non conosci veramente una persona fino a quando non ci mangi insieme!”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-5-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15047" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-5-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-5-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-5-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/unnamed-5-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>Roma: gli abitanti delle baraccopoli alzano la testa: «Basta buttare inutilmente i soldi per noi. Si pensi piuttosto a sbloccare le assegnazioni delle case popolari»</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2021 08:36:41 +0000</pubDate>
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<p><br>«<em>Siamo mamme e papà, cittadini romani nati e cresciuti a Roma, la città che amiamo e sentiamo nostra. Malgrado tutto in questa città siamo stati chiamati con i nomi più diversi: slavi, nomadi, zingari, rom. Ma soprattutto siamo stati trattati in maniera differente, perché considerati cittadini diversi, cittadini di serie B, o meglio di serie Z, perché “zingari”. Prima siamo stati chiusi in campi chiusi e recintati, lontano dalla città. Poi, per la nostra inclusione, hanno inventato Uffici Speciali, hanno impegnato grandi somme di denaro, promosso bandi di gara, creato una rete di associazioni dedicate al nostro inserimento abitativo e lavorativo</em>». Inizia così la lettera aperta presentata oggi in piazza del Campidoglio da decine di famiglie che abitano da generazioni nelle baraccopoli romane.</p>



<p>Un appello accorato rivolto alle autorità capitoline. «<em>Oggi</em>&nbsp;– si legge nel messaggio &#8211;&nbsp;<em>chiediamo, per il bene nostro e di questa città:&nbsp;<strong>la chiusura degli Uffici Speciali. Sono inutili; la fine dell’impegno di milioni di euro per le nostre famiglie. Sono soldi buttati; la scelta di non promuovere più bandi per la nostra inclusione. Sono inefficaci</strong></em>». Parole rivolte anche alla cittadinanza tutta: «Sono proprio queste azioni speciali a farci ritenere cittadini diversi e a farci detestare da una parte della città che non comprende perché a noi deve essere riservato un trattamento diverso».</p>



<p>Le famiglie convenute in piazza del Campidoglio hanno compiuto tutte la stessa scelta:&nbsp;<strong>hanno presentato domanda per un alloggio dell’edilizia residenziale pubblica</strong>, «come qualsiasi altro cittadino romano, senza trattamenti speciali e senza corsie preferenziali». E per questo, a nome loro e degli altri cittadini romani, chiedono una sola cosa: riprendere il processo mdi assegnazione delle case popolari che nella capitale da quasi un anno risulta inspiegabilmente paralizzato.</p>



<p>«<em>Vogliamo uscire dai ghetti che le passate Amministrazioni hanno costruito e mantenuto – conclude la missiva &#8211; vogliamo sentirci parte di questa città, offrire il nostro contributo per la sua crescita e sviluppo. Roma è la nostra città. Una città che amiamo e nella quale vogliamo continuare a vivere e costruire il futuro nostro e dei nostri figli. Ma da soli non possiamo farlo e per questo domandiamo un segno di disponibilità e di apertura da parte della città e delle autorità chiamate a governarla</em>». Al termine della manifestazione, una delegazione dei partecipanti è stata ricevuta in Campidoglio dalla segreteria del presidente dell’Assemblea Capitolina, Marcello De Vito.</p>



<p>Secondo Associazione 21 luglio, che ha accompagnato e sostenuto i manifestanti, quello di oggi rappresenta un&nbsp;<strong>segnale straordinario</strong>, un passaggio di discontinuità rispetto al passato. «Il fallimento del Piano rom – ha commentato Carlo Stasolla – è certificato dalle stesse persone che avrebbero dovuto beneficiarne. Sono loro stessi a chiedere quanto da tempo sosteniamo anche noi: la fine di “politiche speciali”, fatte di bandi costosi e azioni senza senso e un’inclusione rafforzata da strumenti ordinari, quelli a portata di ogni cittadino e che l’attuale Amministrazione non sembra in grado di far funzionare adeguatamente. Siamo al fianco di queste famiglie e con loro condurremmo un’azione che è anzitutto una battaglia di civiltà a vantaggio di tutti».</p>
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		<title>Testimonianza da Lesbo, a cura del Naga</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Sep 2020 09:01:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Federica Dassoni, è un medico, volontaria del Naga e attualmente a Lesbo con l’associazione inglese Kitrinos che fornisce assistenza sanitaria soprattutto per malattie croniche nel campo di Moria andato a fuoco qualche giorno fa.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong>Federica Dassoni, è un medico, volontaria del Naga e attualmente a Lesbo con l’associazione inglese Kitrinos che fornisce assistenza sanitaria soprattutto per malattie croniche nel campo di Moria andato a fuoco qualche giorno fa. </strong></p>



<p><strong>Ecco la sua testimonianza</strong>. (www.naga.it)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14637" width="484" height="645" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/09/IMG-20200915-WA0036.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 484px) 100vw, 484px" /></figure>



<p><strong>Da quanto sei arrivata a Lesbo?</strong><br>Sono arrivata il 29 agosto, ho fatto una settimana di quarantena e ho poi iniziato a lavorare nel nostro ambulatorio, ma il terzo giorno c’è stato l’incendio. È stato un grande caos, deciderecome agire e coordinarsi è stato molto complicato. Il nostro ambulatorio nel campo è bruciato e quindi ora operiamo all’interno di strutture di altre realtà presenti.  <br> <br><strong>Che situazione hai trovato, prima e dopo l’incendio?</strong><br>Nel campo c’erano tra le 11.000 e le 12.000 persone, ho appena fatto in tempo a vedere tutto il campo che era diviso in diversi settori. Nelle prime strutture costruite ci stavano i minori non accompagnati e le donne sole per le quali il campo non era assolutamente un posto sicuro. Poi c’erano zone gestite da grandi associazioni internazionali e l’ultima parte chiamata “La giungla” dove si erano messe spontaneamente le persone che non riuscivano ad entrare nelle altre aree. Il campo era stato inizialmente pensato per 3.000 persone, in dei momenti sono arrivate ad essere 20.000.<br> <br><strong>Da dove arrivano le persone presenti?</strong><br>In grandissima maggioranza da Afghanistan, Siria e Iran. E c’è anche un gruppo di congolesi e di altri paesi francofoni. Ci sono persone che sono qui da anni e altre appena arrivate. E ci sono tanti bambini, cammino e incontro una marea di bambini che vivono in mezzo alla strada. Una cosa allucinante.</p>



<p><br> <strong>Dove si sono spostate le persone dopo l’incendio?</strong><br>Le persone si sono messe ai lati della strada e la polizia ha messo dei blocchi per non farli uscire, ha creato un’area circoscritta dalla quale le persone non possono uscire né altre possono entrare. Sono quindi rimasti tutti, non li lasciano uscire né possono lasciare l’isola. Non possono andare via, ma nessuno ha offerto soluzioni alternative e il campo non c’è più.Si sono così accampati nel parcheggio di un supermercato e ai lati della strada. Ci sono delle tende e, alcuni, hanno fatto delle specie di capanne con mezzi di fortuna come canne, fogliame, rami di bambù. Anche i bambini sono accampati, ci sono anche neonati. Di tutto. Ci sono delle persone che sono riuscite a scappare, ma la polizia pattuglia la zona e vengono riportate in quest’area circoscritta.<br> <br><strong>Che situazione hai trovato dopo l’incendio?</strong><br>Le tende e le capanne erano tutte bruciate, erano rimaste le strutture in lamiera. Il primo problema è stato il cibo e l’acqua. Inizialmente ci sono stati problemi nella distribuzione. Ora ci sono file di ore e ore per avere del cibo.<br> <br><strong>Che sensazioni hai avuto?</strong><br>La cosa che più ti fa star male è incontrare i bambini che giocano e vedere dove vivono ai lati della strada. È veramente straziante. Soprattutto quando vedi quelli piccoli, appena nati o di pochi mesi. Ma in generale tutti i bambini vivono in queste condizioni veramente allucinanti, non vanno a scuola e non c’è nessuna prospettiva. I Paesi europei non accolgono nessuno di loro, salvo 400 minori non accompagnati che sono già stati redistribuiti in varie nazioni.  Stanno costruendo un nuovo campo con 1000 tende, ma ovviamente sono molti di più.<br> <br><strong>Quali sono le richieste più frequenti in termini sanitari?</strong><br>Le richieste più frequenti sono attacchi di panico legati sia alla situazione in cui vivono qui sommata a quello che hanno vissuto nei Paesi di origine e ai viaggi che hanno affrontato. Il panico è anche dovuto agli attacchi della polizia con i gas lacrimogeni e anche a causa della presenza di gruppi di estrema destra che cercano di attaccare le persone. Sono state attaccate anche delle donne: io ho visto una donna in preda ad una crisi di panico proprio perché era stata attaccata, credo, dalla polizia. E ne vediamo tutti i giorni.Come associazione incontriamo poi soprattutto pazienti con malattie croniche come diabete, pressione alta, malattie della tiroide, persone che hanno bisogno di prendere medicine quotidianamente. Dopo l’incendio non ce l’hanno più. Come dermatologa vedo tante banali infezioni batteriche della pelle, molto frequenti nei bambini.<br> <br><strong>Com’è gestita la questione coronavirus?</strong><br>Prima dell’incendio avevano cominciato a fare i test, dopo quattro giorni che ero qui hanno trovato il primo caso. Hanno iniziato a fare tamponi, circa 2000 e hanno trovato 35 positivi. C’è stato l’incendio e le persone che erano in isolamento sono uscite e non si sa dove siano. Alcuni sono stati rintracciati, ma una minoranza. Considerate che tutt’ora non si sa se ci sono stati dei morti per l’incendio. La cosa non è stata ancora appurata.<br> <br><strong>Per concludere, trovi delle similitudini o sensazioni simili tra i tuoi lunedì all’ambulatorio del Naga e il tuo lavoro a Lesbo?</strong><br>Il Naga è un lavoro molto più normale, siamo un ambulatorio di base, la sua normalità è proprio la sua forza. E seppur a volte con difficoltà, dal Naga possiamo rimandare i pazienti agli ospedali per esami di approfondimento o altro. Qui non si possono fare esami di nessun tipo. Ora anche il nostro ecografo è bruciato. Quindi niente esami, niente ospedali le persone vengono prese negli ospedali solo quando stanno per morire e si creano delle situazioni gravissime. Per esempio le persone con l’HIV non hanno accesso ai farmaci, oggi c’era un signore con un tumore che è gestito da un ambulatorio mobile… Situazioni che gridano vendetta.</p>
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		<title>Le ruspe comunali abbatteranno il campo rom di Castel Romano</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jul 2020 07:45:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Tra 2 mesi le ruspe comunali abbatteranno un’area del campo di Castel Romano. Associazione 21 luglio: «Ci si avvicina alla campagna elettorale: 3.300.000 euro già destinati all’inclusione dei residenti del “villaggio” ma evidentemente è più conveniente&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="540" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI-1024x540.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14399" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI-1024x540.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI-768x405.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI-1536x809.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/GIORNI.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p><strong>Tra 2 mesi le ruspe comunali abbatteranno un’area del campo di Castel Romano. Associazione 21 luglio: «Ci si avvicina alla campagna elettorale: 3.300.000 euro già destinati all’inclusione dei residenti del “villaggio” ma evidentemente è più conveniente optare per lo sgombero»</strong></p>



<p><br>Porta la firma di Marco Cardilli, vice capo di Gabinetto della sindaca Virginia Raggi con delega in materia di Sicurezza Urbana e direttore ad interim dell’Ufficio Speciale Rom, Sinti e Caminanti del Comune di Roma il documento notificato lo scorso 3 luglio alle 28 famiglie dell’area F del “villaggio” di Castel Romano. «La S.V. – si legge nella missiva &#8211; <strong>dovrà lasciare il modulo abitativo</strong> chi attualmente occupa da cose e persone <strong>entro e non oltre il 10 settembre 2020</strong>». Per rendere più “accettabile” la decisione, il Comune di Roma offre la possibilità alle famiglie interessate di accedere ai benefici previsti dal “Piano rom” attraverso la sottoscrizione del Patto di Responsabilità Solidale per il quale, come riportato nella missiva, occorre esibire «tutta la documentazione necessaria (permessi di soggiorno, passaporti, carta d’identità, tessera sanitaria, dichiarazione ISEE, certificati iscrizioni scolastiche, stati di famiglie, certificazioni sanitarie)». Documentazione che, secondo il monitoraggio condotto da Associazione 21 luglio, <strong>non risulta essere in possesso delle famiglie</strong> in questione. «E di questa impossibilità oggettiva – secondo Associazione 21 luglio &#8211; il Comune di Roma non può non esserne a conoscenza».</p>



<p>La comunità rom dell’area F<br>Marginalità, abbandono, assenza di acqua e di fognature, cumuli di rifiuti, moduli abitativi degradati. È questo il quadro che emerge nel visitare l’area F dell’insediamento di Castel Romano, abitato da 98 persone originarie di&nbsp;<strong>Vlasenica città martire della guerra civile</strong>&nbsp;che dal 1992 al 1995 ha insanguinato la Bosnia-Erzegovina, di cui circa la metà (42) sono rappresentati da minori e di essi 18 con età compresa tra 0 e i 3 anni. Sull’area le famiglie erano state collocate dopo il violento sgombero del campo di Tor de’ Cenci, avvenuto il 28 settembre 2012. L’appalto per la costruzione dell’area F, dal valore di&nbsp;<strong>1,2 milioni di euro</strong>, era entrato anche nelle carte del processo dell’inchiesta denominata “Mafia Capitale” perché lo stesso riconducibile alle cooperative gestite da&nbsp;<strong>Salvatore Buzzi</strong>.<br>L’area F, insieme all’area K, all’area M e all’area ex Tor Pagnotta, è parte del “villaggio” di Castel Romano, nato nel 2005 nel cuore della Riserva Naturale di Malafede, a 25 km dal centro della città di Roma. Nel censimento effettuato dalla stessa Polizia Locale nel giugno 2019 si rilevava la presenza totale di&nbsp;<strong>542 persone di cui 282 sono rappresentati da minori</strong>.</p>



<p>Il bando per il superamento del “villaggio attrezzato” di Castel Romano<br>Il 7 maggio 2019, il Comune di Roma, con&nbsp;<strong>Deliberazione n.80</strong>&nbsp;ha ravvisato l’opportunità di estendere anche all’insediamento di Castel Romano le misure volte al superamento dei “villaggi” introdotte con la&nbsp;<strong>Deliberazione della Giunta Capitolina n.70</strong>.<br>Il giorno dopo, l’8 maggio 2019 è stata resa pubblica la Determinazione dirigenziale QE/1426 per l’indizione di una gara per “Procedura aperta per l’affidamento dell’appalto relativo al Progetto di inclusione sociale per le persone rom, sinti e caminanti e superamento del villaggio attrezzato di Castel Romano” con l’obiettivo generale «<strong>del raggiungimento dell’autonomia dei soggetti coinvolti</strong>» e con i seguenti obiettivi specifici: «mappatura dei profili sociali dei singoli nuclei, delle risorse e del capitale sociale del campo; strutturazione e implementazione di progetti individualizzati di inclusione lavorativa per l’acquisizione della piena autonomia delle famiglie e dei singoli; sostegno all’abitare; il rimpatrio assistito; gestione dei servizi esclusivamente dedicati alla popolazione residente in età minore; accompagnamento e tutoring attivo con monitoraggio continuo».<br>L’affidamento prevede la durata di 24 mesi&nbsp;<strong>con inizio il 1° dicembre 2019 e la fine il 30 novembre 2021</strong>&nbsp;ed un chiaro cronoprogramma che dovrebbe concludersi nel 2021 con «l’accompagnamento degli ospiti in fase di fuoriuscita». L’importo di spesa è pari a&nbsp;<strong>1.826.260 euro</strong>. Ad essi va aggiunta la somma da erogare in contributi economici diretti in favore dei singoli nuclei familiari pari a&nbsp;<strong>1.500.000 euro.</strong><br>Il bando è stato aggiudicato il 21 gennaio 2020 ad una RTI avente come capofila la cooperativa sociale Astrolabio e, in qualità di mandante, Arci Solidarietà Onlus e la cooperativa sociale Speha Fresia.<br>Per&nbsp;il passaggio dalla baraccopoli all’inclusione abitativa&nbsp;è previsto: il reperimento di abitazioni attraverso il mercato immobiliare privato; il supporto motivazionale e materiale; il reperimento di alloggi attraverso l’associazionismo; i rientri volontari assistiti.<br>Per&nbsp;l’inclusione lavorativa&nbsp;è prevista: l’organizzazione di corsi di formazione finalizzati alla creazione in autonomia di realtà imprenditoriali; la creazione di relazioni fattive con il tessuto produttivo delle aree immediatamente limitrofe all’insediamento; moduli individuali; l’attivazione di tirocini formativi; l’attivazione di interventi economici che possano sostenere l’avvio di piccole realtà imprenditoriali.<br>Per&nbsp;la tutela dei minori&nbsp;presenti nel “villaggio” di Castel Romano è previsto l’utilizzo di un ludobus, di laboratori e doposcuola.</p>



<p>L’abbandono istituzionale e lo sgombero<br>Qualche settimana dopo l’aggiudicazione del bando per il superamento del “villaggio” è iniziato in Italia il lungo l<strong>ockdown</strong>&nbsp;nel corso del quale i residenti dell’insediamento hanno vissuto nel più totale&nbsp;<strong>abbandono istituzionale</strong>, segnato da forte deprivazione alimentare, da carenza idrica e, talvolta, anche elettrica.<br>Poi, alla fine dello stesso, agenti della Polizia Locale si sono presentati presso le famiglie dell’area F per notificare lo sgombero dell’area previsto per il 10 settembre.<br>Secondo Associazione 21 luglio, che dall’inizio del lockdown ha settimanalmente visitato l’insediamento lungo la via Pontina per distribuire “pacchi bebè”, tale notifica appare come&nbsp;<strong>un gravissimo atto segnato da inaudita violenza</strong>&nbsp;che sembra ripercorrere la storia dello sgombero di Camping River, avvenuto due anni fa quando, al termine della vicenda, quasi 300 persone finirono in strada strada sulla quale,&nbsp;<strong>parcellizzati in una miriade di insediamenti informali, molti ancora si trovano.&nbsp;</strong>Per tale ragione l’Associazione&nbsp;<strong>chiede l’immediata sospensione dell’azione di sgombero</strong>&nbsp;non comprendendo&nbsp;<strong>l’arbitraria esclusione&nbsp;<em>de facto</em>&nbsp;delle 28 famiglie</strong>&nbsp;dalle azioni già previste dal bando per il superamento del “villaggio”.</p>



<p>Carlo Stasolla, presidente di Associazione 21 luglio, sottolinea come «per il “villaggio” di Castel Romano il Comune di Roma si è già impegnato per un percorso di due anni volto alla fuoriuscita graduale delle famiglie verso soluzioni abitative adeguate. Per fare ciò si sono destinati 3,3 milioni di euro di denaro pubblico Questa accelerazione verso lo sgombero <strong>potrebbe apparire incomprensibile</strong> e, da parte nostra, come Associazione per la tutela dei diritti umani, faremo il possibile per sostenere le famiglie vittime di questa azione istituzionale carica di violenza. Evidentemente – sostiene Stasolla – <strong>si sta iniziando la campagna elettorale e, come accaduto nel passato, l’accanimento verso che meno conta, a partire da donne e bambini in condizione di emarginazione sociale e povertà estrema, diventa ancora una volta la formula adottata per strappare facile consenso. </strong>Il nostro auspicio è che la battaglia per i diritti delle 28 famiglie non ci veda in condizione di solitudine e per questo ci attendiamo <strong>una chiara e ferma presa di posizione</strong><em> in primis</em> da parte delle organizzazioni coinvolte nel percorso del superamento del “villaggio”».</p>



<p><br>Per informazioni: <a rel="noreferrer noopener" href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=ae11e5f5e5&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">stampa@21luglio.org</a>   A questo link video estratto dal documentario &#8220;COVI-Di Roma&#8221; di Davide Giorni <a rel="noreferrer noopener" href="https://bit.ly/3iwwDmm?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">https://bit.ly/3iwwDmm?utm_source=rss&utm_medium=rss</a><br>Area F Castel Romano &#8211; Foto di Davide Giorni</p>
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		<title>La discriminazione dei rom in tempo di pandemia (e non solo)</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2020 10:16:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per la nostra rassegna &#8220;Perchè occuparsi di diritti umani. Oggi più che mai&#8221; non potevamo lasciare indietro le comunità discriminate, più deboli, tra cui quella dei rom. Ne parlerà, per noi, Carlo STASOLLA, presidente&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Per la nostra rassegna &#8220;<em>Perchè occuparsi di diritti umani. Oggi più che mai</em>&#8221; non potevamo lasciare indietro le comunità discriminate, più deboli, tra cui quella dei <strong>rom.</strong></p>



<p>Ne parlerà, per noi, <strong>Carlo STASOLLA</strong>, presidente dell<strong>&#8216;Associazione 21 Luglio</strong> Onlus, un’organizzazione non profit che supporta gruppi e individui in condizione di segregazione estrema e di <em>discriminazione </em>tutelandone i <em>diritti </em>e promuovendo il benessere delle bambine e dei bambini.</p>



<p>L&#8217;appuntamento è per <strong>lunedì 8 giugno, alle ore 18.30</strong> sul <strong>canale Youtube </strong>di <strong>Associazione Per i Diritti umani.</strong></p>



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<p>Vi aspettiamo!</p>



<p></p>
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		<title>Volontari animatori in Bosnia Erzegovina</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Feb 2020 08:10:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto Fotografie di @Beppe Deiana Nel 1993 Don Ermanno D’Onofrio, allora non ancora sacerdote, ha iniziato ad impegnarsi in numerosissimi viaggi di solidarietà nei Paesi Balcanici piagati dalla guerra, guidando&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="720" height="960" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13602" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/82736684_10216800657032257_5173605132453019648_o-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure></div>



<p>a cura
di Alessandra Montesanto</p>



<p>Fotografie
di @Beppe Deiana 
</p>



<p>Nel
1993 Don Ermanno D’Onofrio, allora non ancora sacerdote, ha
iniziato ad impegnarsi in numerosissimi viaggi di solidarietà nei
Paesi Balcanici piagati dalla guerra, guidando convogli di aiuti
umanitari che, partendo da Frosinone, giungevano in Bosnia Erzegovina
ed in Croazia per alleviare le sofferenze e portare conforto e calore
umano ad un’intera generazione di uomini, donne e bambini. Sotto la
spinta e l’entusiasmo di Ermanno D’Onofrio nasce, nel 1995,
l’Associazione di volontariato <em>Insieme
per gli Altri </em>per
portare avanti i numerosi progetti di solidarietà intrapresi.
I
bambini sono sempre stati al centro del suo impegno, della sua
attenzione e dei suoi progetti umanitari, anche nel territorio
nazionale. In quegli stessi anni, infatti, la sua attenzione, in
Italia, si è focalizzata particolarmente su progetti di assistenza,
cura e recupero di bambini ed adolescenti vittime di disagio. È
questo il periodo in cui ha ideato e diretto diverse colonie estive
per minori a rischio: “Le Colonie dell’Arcobaleno”. Esperienza
che successivamente ha visto nascere La Casa d’Accoglienza
L’Arcobaleno, dal 2003 al 2011, e che oggi è viva nel Progetto “La
Casa di Daniela”, struttura d’accoglienza per minori ispirata,
spiritualmente ed educativamente, alla figura della Serva di Dio
Daniela Zanetta oltre che in tutti i progetti realizzati a favore
dell’infanzia.<br>Contemporaneamente,
don Ermanno, ha continuato con costanza ad essere presente in
ex-Jugoslavia, organizzando una catena di solidarietà a favore
dell’Ospedale Pediatrico di Gornja Bistra, nei pressi di Zagabria.
Qui nasce il Giardino delle rose blu, prima come nome del Progetto e
successivamente, il 15 dicembre 2002, come Associazione Nazionale
che, il 28 giugno 2008, si è trasformata in una Fondazione
Internazionale.

</p>



<p>Il
progetto “Sarajevo, un inverno che non finisce” è un campo di
volontariato invernale in Bosnia Erzegovina. Nasce nel 2007, proprio
dall’impegno che “Il giardino delle rose blu” ONLUS svolge nei
Balcani dagli anni ’90.

</p>



<p><em><strong>Associazione
Per i Diritti umani</strong></em>
ha avuto il piacere di parlare con alcuni membri della fondazione <em>Il
giardino delle rose blu </em>e
del loro ultimo campo in Bosnia Erzegovina come animatori per minori
e adulti in difficoltà e famiglie bisognose.</p>



<p>Ecco
le loro parole, i loro ricordi.</p>



<p>Massimiliano

</p>



<p>Lo
scorso dicembre è partito un campo invernale di volontariato in
Bosnia Erzegovina della Fondazione <em>Il
giardino delle rose blu</em>, un
nome che si riferisce  ad un centro di bambini con disabilità di
Zagabria e il fondatore della fondazione aveva trovato un poesia che
parlava di una rosa blu e di un bambino speciale, più fragile, ma
più prezioso.</p>



<p>Il giardino delle rose blu nasce negli anni &#8217;90 quando Ermanno andava coi ragazzi nei campi profughi in Bosnia per portare aiuti e per animare; nel 1998, per vie abbastanza casuali, Ermanno e i volontari arrivano all&#8217;ospedale di Gornja Bistra, vicino a Zagabria, per bambini con malattie genetiche dove è nato il nostro progetto più importante. Siamo poi tornati in Bosnia nel 2007 e da allora, ogni anno in inverno e in estate, organizziamo un campo. Quello estivo viene organizzato solo a Cerksa, un villaggio dell&#8217;est della Bosnia (un paese interamente di musulmani, ma localizzato nella Repubblica serba di Bosnia) dove animiamo i bambini. Quello invernale, invece, è itinerante in cui facciamo dieci giorni con tante attività, divisi in gruppi: nella prima parte, nella Bosnia centrale, animiamo (musica, clown, trucchi) le strutture per anziani e per bambini e visitiamo le famiglie, portando doni e materiale scolastico, mercatini di vestiti e altro. Si vive a contatto stretto con le persone del luogo: la maggior parte sono musulmane (ma ci sono anche famiglie croate, serbe) e a loro piace che con noi ci siano volontari di cultura serba perché è un modo per loro di superare le divisioni dovute alla guerra.</p>



<p>Una
seconda parte del campo viene vissuta in Erzegovina dove quest&#8217;anno
abbiamo fatto animazione nell&#8217;orfanotrofio di Mostar, presso le
famiglie e nella casa di riposo di Domanovići. 
</p>



<p>Inoltre,
quest&#8217;anno, a Sarajevo abbiamo approntato una festa per i bambini e
le famiglie migranti (l’ultimo giorno dell’anno) e una festa in
piazza a Mostar il 4 gennaio. Qui la signora che ci accompagnava ha
detto che Mostar non vedeva da anni una situazione così gioiosa,
perché è una città scoraggiata. Il mio ricordo più forte e il più
doloroso è l&#8217;orfanotrofio perché i bambini sono belli, educati,
gentili, ma si legge loro in faccia che hanno bisogno di abbracci. 
</p>



<p>Anna</p>



<p>Il
ricordo che voglio condividere è quello legato alla serata con le
famiglie migranti, dalla Siria, dall&#8217;Iraq, dall&#8217;Iran. Bambini che ci
venivano incontro, affettuosi; abbiamo giocato con loro e poi si sono
avvicinati anche i genitori, le donne, che hanno iniziato a fare
musica con noi, a suonare i bonghi, a ballare ed è stato come essere
tra amici. Abbiamo condiviso la cena e le storie e a me è rimasto in
mente un uomo che si è commosso mentre mi riportava il racconto di
lui come padre e del suo viaggio dall&#8217;Iraq a Sarajevo per arrivare in
Germania &#8211; dove avrebbe raggiunto il fratello &#8211;  con una bambina
piccola. L&#8217;uomo mi ha raccontato questa storia con le lacrime agli
occhi mentre in sala ha sempre tenuto un atteggiamento serio e forte.
Un contrasto che mi ha molto colpita. 
</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13603" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/02/81985887_2917946668264130_1866703562638098432_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1333w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Roberto</p>



<p>Io
vorrei parlarti di un ragazzo di Bakovići,
un ospedale per persone con
difficoltà psichiatriche e altre malattie. Questo ragazzo mi ha
scritto su un foglio una poesia sulla madre che conservo a casa. Mi
stupisco di come possa essere lì un ragazzo con una mente come la
sua così brillante, che parla un italiano quasi perfetto, molto
attivo sui social come tanti giovani di oggi&#8230;</p>



<p>Rocco</p>



<p>Riporto la testimonianza di Ammar, che conosciamo da molto tempo e che ogni volta che facciamo il campo ci viene a trovare. Ammar ci ringrazia sempre per l&#8217;aiuto che portiamo al popolo bosniaco; infatti noi siamo letteralmente innamorati della Bosnia e della sua gente. A me, per amarli, basta osservare gli anziani che hanno vissuto la guerra sulla propria pelle. Sono, inoltre, un clown e sto con i bambini e vedere i loro sorrisi vale già tutto il viaggio.  </p>



<p>Alice</p>



<p>C&#8217;è un
mix di ricordi e quello più nitido (che non riesco a togliermi dalla
testa) è quello di un ragazzino nella struttura di Drin, autistico,
seduto su una sedia, chiuso nel suo mondo; ad un certo punto, provo a
dargli la mano e lui si alza e iniziamo a correre insieme e ridiamo. 
</p>



<p>Il campo
è andato bene soprattutto per le persone che ne hanno fatto parte
perchè eravamo uniti, con un unico obiettivo, quello di far star
bene le persone intorno a noi e di divertirci e ci siamo riusciti.
Abbiamo inventato tante cose, anche con poco, e abbiamo creato
situazioni di gioia. Ad esempio nel campo per i migranti, i bambini
non volevano più farci andar via; in piazza abbiamo organizzato una
festa, durante uno degli ultimi giorni, e lì con quello che ci era
rimasto abbiamo avvertito un sacco di calore umano intorno a noi,
nonostante il freddo della temperatura. Non vedo l&#8217;ora di ripartire e
la prossima volta avrò un po&#8217; più di consapevolezza perchè questo
per me è stato il primo ed è stato tutta una scoperta. 
</p>



<p>Beppe</p>



<p>Ricordo
il volto di un donna anziana, a Cerska, che ha fatto tre ore di
cammino perché abita sulle montagne. E&#8217; arrivata da noi al mattino
per prendere i suoi due sacchi di viveri e altro (poi li abbiamo
caricati sul pulmino e l’abbiamo accompagnata a casa sua).</p>



<p>Ricordo
anche un&#8217;altra famiglia che ha resistito alla guerra a Sarajevo; una
famiglia composta da marito, moglie e una figlia. Entrambi gli adulti
soffrono di sindrome post traumatica da guerra. 
</p>



<p>Ricordo
la casa per famiglie migranti, con quest&#8217;uomo curdo che arriva in
Europa per cercare una via di uscita e un lavoro per sostenere i
familiari in Kurdistan e che, mentre si sposta per l&#8217;Europa, gli
arriva la notizia del decesso del padre, ucciso dall&#8217;Isis; decide di
tornare in Kurdistan, per tre anni si batte contro l&#8217;Isis e dopo tre
anni decide di partire con la moglie e i due figli piccolissimi,
attraversando mezza Africa (con la Libia) la Siria, la Turchia, la
Grecia, la Croazia, la Serbia per arrivare in Bosnia, con i piedi nei
fiumi, nei deserti&#8230;Queste sono le mie suggestioni e le emozioni
sono ancora vivide. 
</p>
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		<title>[CALL FOR PAPER] ‘A tutto campo’: ricerche, intrecci, riflessioni su sport e criminalità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Jun 2019 06:57:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sembra un&#8217;ottima iniziativa, questa proposta da associazione Antigone Onlus ! Guardare allo sport, alla sua organizzazione, ai fenomeni che a vario titolo intersecano questo ambito di vita sociale, ha l’indubbio vantaggio di vedere&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Ci sembra un&#8217;ottima iniziativa, questa proposta da associazione Antigone Onlus !</p>



<ul class="wp-block-gallery columns-1 is-cropped"><li class="blocks-gallery-item"><figure><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" data-id="12685" data-link="http://www.peridirittiumani.com/?attachment_id=12685&utm_source=rss&utm_medium=rss" class="wp-image-12685" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/calcio_ipm_bari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></li></ul>



<p>Guardare allo sport, alla sua organizzazione, ai fenomeni che a vario titolo intersecano questo ambito di vita sociale, ha l’indubbio vantaggio di vedere all’opera, potremmo dire quasi in laboratorio, le dinamiche che in senso più generale attraversano la società. Nella forma moderna di sport che si è istituzionalizzata nel Novecento, è possibile distinguere nettamente gli stessi processi che hanno contraddistinto la società fordista e tardo fordista: secolarizzazione, eguaglianza (in senso almeno formale), specializzazione, razionalizzazione, organizzazione burocratica, quantificazione e mito della performance (Gutmann, 1978). Lo sport rappresenta in questo senso un’arena di comportamenti, strutture e relazioni tale da costituire un’occasione unica per studiare la complessità della vita sociale. Scelte individuali o organizzative, dinamiche di gruppo, decisioni, legami sociali, processi di socializzazione, comportamenti devianti, subculture, sono alcune delle questioni che possono costituire il focus di analisi sociologica dello sport (Frey &amp; Eitzen, 1991). Come fenomeno prodotto dalla fase matura della modernità, lo sport rappresenta un campo (Bourdieu, 1979), un ambito sociale dotato di forti strutture di senso e di significato, un fatto sociale totale Russo (2004), le cui implicazioni vanno dalla sfera giuridica, a quella medica, a quella economica, da quella politica a quella scientifica.</p>



<p><br>È proprio nell’intersecarsi di queste diverse sfere, delle diverse logiche che ne caratterizzano il funzionamento che si intende stimolare l’attenzione degli studiosi. Se, come abbiamo visto, lo sport è un microcosmo sociale, in alcune situazioni, esso si presenta come una “palestra” dove sperimentare orientamenti normativi e pratiche da diffondere poi in ambiti diversi di vita sociale.&nbsp;<br>Come primo esempio della messa in opera di pratiche di controllo estese poi in senso generale, possiamo richiamare le vicende riguardanti l’introduzione nel 1989 nel nostro ordinamento del c.d. DASPO, un dispositivo di controllo, limitativo della libertà personale con l’obiettivo di contrastare il fenomeno della violenza negli stadi. In questo caso le curve hanno rappresentato una sorta di laboratorio di sperimentazione di forme di repressione che troveranno poi applicazione in altri ambiti della vita sociale. Con il decreto Minniti del 2017, infatti, sono introdotte nel nostro ordinamento due figure giuridiche modellate sul DASPO sportivo: il c.d. DASPO urbano e l’arresto in flagranza differita, quest’ultimo introdotto già nel 2010 negli stadi. Misure controverse e criticate già nella loro applicazione al campo sportivo, che, tuttavia, permettono di veicolare un messaggio potente ed efficace in termini di governo e controllo del territorio, diversificando tra persone “per bene” e persone “per male”.&nbsp;<br>Un altro ambito che mostra la porosità dei confini e le contaminazioni tra mondo sportivo e società è quello che concerne il consumo di sostanze tra gli atleti. Anche se la logica strettamente proibizionistica ha mostrato tutte le sue debolezze nel regolamentare un fenomeno così diffuso socialmente come quello del consumo di sostanze psicoattive, è con la medesima logica che il legislatore nel 2000 interviene nel campo sportivo per cercare di contrastare l’utilizzo di sostanze dopanti tra gli atleti (Altopiedi, 2008).&nbsp;<br>Fenomeni corruttivi hanno riguardato a più riprese il mondo dello sport professionistico e non solo. Si tratta di comportamenti che coprono un ampio spettro di condotte: dalla corruzione legata agli appalti per la costruzione degli impianti sportivi, alla truffa, alle frodi sportive, al c.d. doping amministrativo, ecc. Sempre a titolo d’esempio, possiamo ricordare il ruolo giocato dalla criminalità organizzata in diversi ambiti del “contenitore” sportivo. Si pensi alle infiltrazioni mafiose all’interno delle tifoserie, in particolare nel tifo organizzato delle curve negli stadi; o al mondo delle scommesse clandestine (non soltanto con riferimento alla disciplina calcistica).&nbsp;<br>Un altro tema che merita certamente un’attenta riflessione è la questione del razzismo in ambito sportivo: Ad esempio: come vengono perseguiti gli episodi di razzismo (si pensi ai cori razzisti negli stadi)? Quali strumenti giuridici sono usati per contrastare e/o punire questo fenomeno? Chi viene perseguito? E, per converso: il mondo dello sport offre degli esempi di integrazione “concreta” che vanno oltre le saltuarie campagne antirazziste promosse dalle istituzioni sportive (si pensi alla campagna della UEFA in occasione delle coppe europee di calcio)?</p>



<p>Il numero monografico della rivista vuole riflettere a tutto campo sui temi su delineati, con contributi di riflessioni teorica e descrizioni di ricerche sul campo, verificando il senso delle politiche di intervento adottate e la loro effettività.</p>



<p>Gli abstract e gli articoli in Italiano, inglese, francese o spagnolo vanno inviati in formato .doc al seguente indirizzo:&nbsp;<a href="mailto:rivista@associazioneantigone.it">rivista@associazioneantigone.it</a>&nbsp;e in cc agli indirizzi mail dei curatori del volume&nbsp;<a href="mailto:rosalba.altopiedi@uniupo.it">rosalba.altopiedi@uniupo.it</a><a href="mailto:massimiliano.verga@unimib.it">massimiliano.verga@unimib.it</a></p>



<p>Si prega di allegare all&#8217;abstract il nome dell&#8217;autore, un indirizzo mail, e una breve nota biografica con indicazione dell’affiliazione.</p>



<p>Si prega di prendere visione della sezione “Invia un articolo a questo indirizzo&nbsp;<a href="http://www.osservatorioantigone.it/rivista/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=50&amp;Itemid=57&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.osservatorioantigone.it/rivista/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=50&amp;Itemid=&utm_source=rss&utm_medium=rss</a>&nbsp;per conoscere i dettagli della procedura di referaggio e delle norme editoriali per la redazione degli articoli.</p>



<p>Scadenza invio abstract: 15/06/2019&nbsp;<br>Scadenza invio articoli: 15/09/2019</p>



<p>[<a href="https://www.antigone.it/upload2/uploads/docs/Callrivistaantigonesport.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">CALL FOR PAPER: ING/FRA</a>]<br></p>
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		<title>Quando l&#8217;architettura è sociale e sostenibile</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2019 08:26:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani ha intervistato l&#8217;architetto Bonaventura Visconti Di Modrone, dello studio ABMV che ha sede a Milano e Zurigo. Con il collega Leo Bettini Oberkalmsteiner, realizza progetti di architettura sociale e&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione Per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato l&#8217;architetto Bonaventura Visconti Di Modrone, dello studio ABMV che ha sede a Milano e Zurigo. Con il collega Leo Bettini Oberkalmsteiner, realizza progetti di architettura sociale e sostenibile, in autonomia.</p>
<p>Ringraziamo molto Bonaventura Visconti Di Modrone per la sua disponibilità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11965" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="472" height="315" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 472w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/c_383_52c16132-b035-43fd-b0ec-3de311f75993-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 472px) 100vw, 472px" /></a></p>
<p>Intervista a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><strong>Perchè avete pensato di occuparvi di Architettura sociale?</strong></p>
<p>Non ci definiamo architetti sociali, o meglio, non solo sociali.</p>
<p>Crediamo nell’importanza di sviluppare quanti più degli Obbiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite possibile.</p>
<p>Per noi questi obbiettivi rappresentano un manuale di buone pratiche utili come guida in ogni progetto.</p>
<p>In questo preciso momento storico e dato il contesto che ci circonda ci siamo avvicinati all’architettura sociale perché vediamo in essa uno strumento per migliorare la qualità della vita delle persone.</p>
<p>L’architettura non solo fornisce un riparo ma trasmette idee e soprattutto definisce il contesto fisico in cui viviamo.</p>
<p>Crediamo che vivere ed interagire in un contesto pensato e costruito a scala più umana possa stimolare nuovi comportamenti e cambiamenti positivi.</p>
<p><strong>Da quando è nato il vostro studio e quali sono i progetti già in essere?</strong></p>
<p>Lo studio è nato nel 2017.</p>
<p>Ad ora abbiamo realizzato due progetti e stiamo lavorando al terzo.</p>
<p>&#8211; Il primo è stato un orfanotrofio nel sud di Haiti per i 40 bambini della Ong Ayitimoun yo.</p>
<p>&#8211; Il secondo, autopromosso, è stato Maidan tent.</p>
<p>Una struttura mobile che funge da spazio comune e di aggregazione per campi profughi e per situazioni di emergenza post calamità naturali. Le tendopoli sono si efficaci e di rapida installazione ma spesso trascurano l’importanza della socialità e dell’interazione. Crediamo che questi siano aspetti fondamentali per superare traumi e per ritrovare una propria stabilità.</p>
<p>&#8211; Il terzo, in fase di prossima realizzazione, è lo sviluppo di un nuovo insediamento di 70 ettari nella regione di Diffa, Niger, con la Ong italiana CISP. Quest’ultimo è un progetto a tre livelli, il primo riguarda la definizione a scala urbanistica dell’insediamento, il secondo il rapporto tra le parcelle che compongono i quartieri e gli spazi comuni ed il terzo riguarda la suddivisione degli spazi interni delle singole unità abitative con le costruzioni che le compongono.</p>
<p>Questo progetto, molto più grande dei precedenti, indaga la possibilità di creare un contesto che possa dare stabilità.</p>
<p>Vorremo sviluppare un insediamento che abbia le caratteristiche basiche per la creazione di una comunità stabile in un ambiente sicuro e che generi sviluppo, anche economico.</p>
<p><strong>Su quali valori basate le idee dei vostri interventi?</strong></p>
<p>Ogni progetto ha le sue caratteristiche ma i valori costanti alla base di ognuno sono principalmente:</p>
<p>&#8211; Il rispetto, per la cultura e per i bisogni delle persone che ne beneficeranno.</p>
<p>Non vogliamo imporre idee o soluzioni, nel nostro caso architettoniche, che possano risultare aliene o non coerenti con le necessità o il contesto in cui si inseriscono.</p>
<p>&#8211; L’equità, crediamo infatti che ogni persona e ogni contesto meritino progetti di qualità, anche estetica.</p>
<p>&#8211; Il rispetto per le risorse naturali del luogo e globali, questa forse è la sfida più grande.</p>
<p><strong>Come vi siete preparati per mettere in campo il progetto nel campo profughi nel Nord di Atene e a Niamey, in Niger?</strong></p>
<p>Per realizzare la Maidan tent a Ritsona ci sono voluti mesi di sopralluoghi, interviste con gli abitanti del campo e con le Ong che vi operano, riunioni con IOM e un lungo periodo di test in Italia per monitorare il prototipo della tenda.</p>
<p>E’ stato fondamentale visitare il campo più e più volte per intercettare le reali necessità dei residenti e per svolgere riunioni con i rappresentanti eletti dalla comunità. Senza questo lavoro fondamentale dubito che saremmo riusciti a comprendere le reali dinamiche di vita del campo e quindi a porci le domande giuste per proporre un progetto solido ed efficace.</p>
<p>Per quanto riguarda il progetto in Niger, anche in questo caso c’è stato un grande lavoro di scambio e dibattito.</p>
<p>Data la scala molto maggiore dell’intervento ed il contesto di sicurezza più precario rispetto alla Grecia, in questo caso il dialogo è avvenuto per la gran parte con il team locale del CISP che, oltre a lavorare nel paese da un decennio, è formato dalla maggioranza da nigerini.</p>
<p>Ad Haiti – e negli altri Paesi – collaborate con le autorità locali?</p>
<p>Sia ad Haiti che in Niger sono state le Ong che si sono interfacciate con le autorità locali individuando le necessità ed intessendo rapporti di collaborazione. Per quanto riguarda il progetto Maidan tent in Grecia invece abbiamo dapprima contattato l’aeronautica greca, responsabile del campo di Ritsona e poi abbiamo stretto un forte legame di collaborazione con IOM che ha fatto da tramite con il Ministero delle Migrazioni greco.</p>
<p><strong>Quali sono i progetti per il prossimo Futuro?</strong></p>
<p>Per ora, oltre a portare avanti la Maidan tent ed il progetto in Niger, stiamo pensando di sviluppare un’idea collaterale ma complementare al progetto a Diffa.</p>
<p>Vedere con il CISP se sia possibile utilizzare la sabbia del deserto come materiale da costruzione e se si possano realizzare strutture solide con tecniche costruttive autoportanti che non richiedano né cemento né malta.</p>
<p>Se questo fosse possibile ridurrebbe di molto i costi di costruzione e permetterebbe cosi a molte più persone di costruirsi una casa in maniera autonoma.</p>
<p>Il progetto che ci piacerebbe? Qualcosa di relativo all’acqua o all’energia!</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11966" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="657" height="360" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 657w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/20.Foto_DelfinoSistoLegnani_e_MarcoCappelletti-657x360-300x164.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 657px) 100vw, 657px" /></a></p>
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		<title>La nave SAR del MOAS per una missione lanciata a seguito della crisi dei Rohingya</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2018 09:48:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10520" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1800" height="1201" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/MW_MOAS_Phuket_4-5-16_stills_0139_edit-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1800px) 100vw, 1800px" /></a></p>
<p>La  nave SAR (Search and Rescue) del MOAS (Migrant Offshore Aid Station), MY Phoenix, prende il largo per una missione d’osservazione della durata di un mese nel Mare delle Andamane. Lanciamo questa missione in seguito alle ultime notizie sull’attuale crisi dei rifugiati Rohingya che fuggono via mare dal Myanmar a bordo di imbarcazioni inadeguate e in condizioni metereologiche pericolose.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/moas-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10519" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/04/moas-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="185" height="60" /></a></p>
<p>La Phoenix dovrebbe arrivare nel Mare delle Andamane il 15 aprile per monitorare in modo indipendente gli ultimi preoccupanti sviluppi di questa crisi umanitaria. La missione contribuirà a far luce sulla situazione che si va delineando e a rafforzare trasparenza e responsabilità nell’ambito del soccorso marittimo. Avremo a bordo anche un equipaggio SAR, qualora fossero necessari interventi d’emergenza. La fase iniziale di questa missione durerà un mese fino al 15 maggio.</p>
<p>Da ottobre 2017 siamo attivi nella regione di Cox’s Bazar, in Bangladesh, dove forniamo assistenza medica d’emergenza e primaria ai rifugiati Rohingya. Il lavoro sul campo proseguirà parallelamente alla nuova missione, mentre il nostro staff e i centri medici si preparano in vista dell’ imminente arrivo di cicloni e monsoni.</p>
<p>Regina Catrambone, co-fondatrice e direttrice di MOAS, ha detto: <em>“Come possiamo restare a guardare mentre le persone rischiano la propria vita e quella dei propri cari per sfuggire a una situazione che le Nazioni Unite hanno definito di “pulizia etnica”?</em></p>
<p><em>Come sempre, MOAS agisce guidata dalla solidarietà per una delle comunità di rifugiati più vulnerabili del mondo. Dalla nostra prima missione nel 2014, siamo stati un faro di speranza per migliaia di persone in pericolo e lo stesso saremo in futuro.”</em></p>
<p>Già due volte MOAS ha utilizzato la Phoenix a sostegno dei rifugiati Rohingya in quest’area. Fra ottobre 2015 e aprile 2016 abbiamo portato a termine una prima missione d’osservazione, mentre nel 2017 abbiamo consegnato 40 tonnellate di aiuti umanitari al governo bengalese.</p>
<p>Attualmente MOAS cerca partner e sostenitori che possano sostenere la nuova missione. Per contribuire a questa iniziativa, vai a <a href="http://www.moas.eu/it/donate/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.moas.eu/it/donate/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> e dona quello che puoi.</p>
<p>(da www.moas.eu)?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
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