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	<title>cantante Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Giorgia e l&#8217;abilismo &#8220;messo in musica&#8221;</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2024 08:14:09 +0000</pubDate>
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<p><br>di Filippo Cinquemani</p>



<p>Una delle piacevoli sorprese di Diversinsieme di quest’anno è Giorgia Meneghesso che intervistiamo oggi:<br>nata l’8 ottobre del 1978, vive in provincia di Varese. È laureata in Lingue e letterature Straniere all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo due master in Traduzione Letteraria e scientifico- tecnologica, avendo una disabilità motoria derivata dall’Osteogenesi Imperfetta, si è sempre occupata  di attivismo per i diritti delle persone con disabilità, ben prima che di queste cose se ne parlasse sui social e che il termine abilismo si conoscesse anche in Italia.<br>Rappresentante regionale di As.It.O.I (Associazione Italiana Osteogenesi Imperfetta), si occupa di attività di informazione sulla patologia e collabora nella creazione di eventi, congressi medici, contatti con i pazienti, strutture ospedaliere, spettacoli di crowdfunding. Fa parte del Gruppo Donne Uildm (Unione Italiana Lotta alla distrofia Muscolare) e sempre in qualitá di attivista partecipa a festival e manifestazioni, dove oltre ad esibirsi come cantante, tiene speech sull’argomento disabilità e discriminazioni.</p>



<p>Ricordi quando hai deciso di fare musica?</p>



<p><br>È difficile spiegare da dove derivi una passione. È una cosa che ho sempre saputo di voler fare e sapere<br>fare bene. Fin da piccolissima quando mi veniva chiesto cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo<br>sicura:” la cantante”. Per me era ovvio anche da ragazzina, passare molto tempo da sola per imparare i testi<br>delle canzoni, a cercare di capire, trascrivere e tradurre quelli in inglese, ascoltare, ripetere melodie e<br>consumare quelle che una volta erano le mitiche musicassette.<br>Diciamo che ho avuto la fortuna di vivere l’adolescenza negli anni 90’, che musicalmente sono stati una<br>bomba. Nel 1995 e nel 1997 sono usciti due album che hanno decisamente segnato i miei gusti musicali.<br>Rispettivamente Jagged little Pill di Alanis Morissette e Pipes and Flowers di Elisa. Due voci femminili<br>pazzesche che hanno cambiato il mio rapporto con la musica. Alanis con il suo modo di cantare nuovo,<br>diverso e sofferto ed Elisa, la prima cantante italiana che cantava in un inglese perfetto con dei testi mai<br>banali e pieni di immagini potenti. Entrambe mi hanno fatto innamorare della voce e incuriosire sui<br>meccanismi che stanno dietro la sua produzione. Da allora ho deciso che avrei iniziato a studiare canto e le<br>tecniche vocali e non ho mai smesso di farlo ed esibirmi, anche se in maniere diverse.</p>



<p>Quando e come ti sei avvicinata al mondo dell&#8217;attivismo?</p>



<p><br>Sono cresciuta, per mia sfortuna in un ambiente terribilmente abilista, cattolico e retrogrado, che mi ha<br>portato a vergognarmi della mia disabilità e a pensare che in quanto persona disabile, valevo meno degli<br>altri. Mi sono spesso sentita quella sbagliata con problemi nel relazionarmi e in dovere di dimostrare<br>qualcosa.<br>Sapevo che quindi, c’era qualcosa che non andava nel mio rapporto con la società, ma non sapevo che<br>questa cosa avesse un nome. Ho iniziato a fare attivismo da subito, quando ancora forse questa definizione<br>non era diffusa, quando non c’erano i social e l’abilismo non si sapeva cosa fosse. L’attivismo si faceva dal<br>vivo, attraverso associazioni di genitori di persone con disabilità, andando nei comuni, scrivendo lettere,<br>organizzando raccolte fondi per sensibilizzare sugli argomenti legati alla disabilità, che erano principalmente<br>ancora temi medici. Ma questo modo di fare attivismo non mi rispecchiava. Con l’arrivo di Internet e dei<br>social ho potuto conoscere il vero attivismo, quello fatto dalle persone disabili, per i diritti delle persone con<br>disabilità. Ho capito che tutte le discriminazioni che avevo vissuto avevano un nome: abilismo e che<br>esistevano libri, corsi e persone, gli attivisti per i diritti delle persone disabili, che si occupavano di questo<br>tema. Ho incominciato a studiare, ad informarmi e ho capito che quel modo di fare attivismo era quello più<br>adatto a me. È per questo che da allora tengo speech in eventi, convegni, scrivo articoli, faccio consulenze sul tema D&amp;I e parlo di questo argomento anche nei miei spettacoli musicali.</p>



<p>Ci parli di I Was Born this way?</p>



<p>Ho deciso di provare a scrivere uno spettacolo nel quale mettere in scena la mia storia personale, di<br>donna e artista con disabilità. In un dialogo tra me e il pubblico, fatto di battute, riflessioni ed interazione, lo<br>accompagno in un viaggio tra la musica e concetti come l’abilismo, con le canzoni che hanno segnato la mia<br>vita, suonate dal vivo, con musicisti professionisti e nuovi arrangiamenti.<br>I Was Born this Way è una celebrazione dell&#8217;unicità di ciascuno che ha senso se fa parte di un collettivo che<br>si muove insieme per migliorare le cose.<br>È anche uno spettacolo accessibile, a partire dalla scelta dei luoghi in cui viene messo in scena. Sarà<br>presente sul palco un’interprete LIS che tradurrà le parti recitate e interpreterà i testi delle canzoni.<br>Verranno distribuiti palloncini per far sentire le vibrazioni della musica e tappi per le orecchie per chi è<br>suscettibile ai rumori forti. I video avranno i sottotitoli e i testi delle canzoni saranno tradotte.</p>



<p><br>Una frase d&#8217;incoraggiamento?</p>



<p>Non ho la ricetta per combattere l’abilismo, ma credo che diventare sempre più consapevoli delle<br>discriminazioni ancora esistenti nei confronti delle persone con disabilità e dello stigma a cui siamo<br>sottoposte, sia il punto di partenza fondamentale, per questo invito tutti ad informarsi continuamente, a<br>seguire attivist disabili e a partecipare ad eventi come Diversinsieme.<br>Ringrazio Giorgia e se volete saperne di più di lei il suo canale Istagram è _incatiamoci. Alla prossima!</p>
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		<title>Lettera/appello per Nûdem Durak</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2020 08:17:42 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="363" height="512" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14195" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 363w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/naaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa-213x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 213w" sizes="(max-width: 363px) 100vw, 363px" /></figure></div>



<p>Carissimi,</p>



<p>vi scriviamo per parlarvi di Nûdem Durak, una cantante curda nata in Turchia. Nel 2015 Nûdem è stata arrestata e successivamente condannata dalla giustizia turca a 19 anni di reclusione per aver insegnato a dei bambini canti popolari curdi. L’accusa è stata aver favorito la “propaganda curda”. Attualmente è detenuta nel carcere di Bayburt.</p>



<p>Se nulla cambierà lei rimarrà in prigione fino al 2034, e questo solo per aver cantato nella sua lingua. Con alcune persone stiamo cercando di supportare la sua causa. Ci sono anche due pagine Facebook al riguardo:&nbsp;</p>



<p>1) <a href="https://www.facebook.com/songfordurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/songfordurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>2) <a href="https://www.facebook.com/nudemdurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/nudemdurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>Le scriviamo in carcere, ma non sempre le lettere le vengono recapitate, soprattutto negli ultimi tempi, perché il regime carcerario è stato inasprito. La situazione è ulteriormente peggiorata, come potete immaginare, a causa dell’emergenza covid-19.</p>



<p>Ci rivolgiamo a voi per chiedervi se ritenete possibile attivare iniziative per far conoscere la storia di Nûdem.&nbsp;</p>



<p>Molti politici, soprattutto francesi, si sono già mobilitati per lei. Inoltre pochi giorni fa il <strong>Gruppo di amicizia curda del Parlamento dell’UE</strong> ha inviato <strong>all’Alto Commissario per gli Affari esteri e la politica di sicurezza UE</strong>, Borrell, una lettera aperta nella quale lo si invita a una presa di posizione netta nei confronti della Turchia, proprio in riferimento al caso &#8211; esplicitamente citato &#8211; di Nûdem Durak (e in generale di tutti i prigionieri politici nelle carceri turche). È un inizio, ma non basta. Noam Chomsky, Demba Moussa Dembélé, Pinar Selek, Zehra Doğan, Elsa Dorlin, Peter Gabriel e moltissimi altri si sono espressi con vigore a favore della sua causa (come è possibile leggere nella pagina&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/nudemdurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/nudemdurak/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).&nbsp;</p>



<p>Sappiamo della visita del Commissario per i diritti umani del Consiglio d&#8217;Europa&nbsp;Dunja Mijatović in Turchia nel luglio del 2019 (durante la quale ha avuto modo di incontrare, tra gli altri, anche Ahmet Altan), e della denuncia dei comportamenti arbitrari della giustizia in quel paese, ma sembra che il vigoroso appello per ristabilire lo stato di diritto sia per ora caduto nel vuoto. Tutto questo è preoccupante.</p>



<p>Abbiamo letto con attenzione la sentenza annunciata presso il Parlamento europeo il 24 maggio 2018 conseguente alla Sessione del <strong>Tribunale Permanente dei Popoli</strong> sulla Turchia e il popolo curdo tenutasi a Parigi il 15 e il 16 marzo 2018. Le parole sono chiare, la ricostruzione dei fatti convincente, la descrizione dei crimini commessi dalla Turchia esplicita, l’individuazione delle responsabilità puntuale e rigorosa. È una sentenza importante: dice risolutamente la verità. Eppure la Turchia ha continuato: gli eventi dell’ottobre 2019 sono solo uno tra i tanti esempi.&nbsp;</p>



<p>Sappiamo inoltre di un impegno (anche economico – più di 10.000.000 di euro, di cui solo una parte direttamente stanziata dal CoE) da parte del Consiglio d’Europa (sezione: <strong>Directorate General – Human Rights and Rule of Law</strong>, settore: <strong>Human Rights National Implementation</strong>) per favorire una più completa attuazione dei diritti umani in Turchia. Anche questi sono passi significativi verso un adeguamento della Turchia agli “standards riguardanti il rispetto dei diritti umani in Europa”, quell’Europa della quale vorrebbe far parte a pieno titolo; ma come voi ben sapete, le carceri turche hanno inghiottito giornalisti, artisti, politici dissenzienti, in spregio alle più fondamentali libertà di cui ogni essere umano dovrebbe godere.&nbsp;</p>



<p>Confessiamo che di fronte a tutto questo è difficile sottrarsi alla sensazione che la Turchia tenga in ostaggio l’Europa: ostaggio della sua “forza geografica”. Molti infatti sostengono che la forza della Turchia sia proprio la sua geografia, in virtù della quale può minacciare l’Europa di aprire le proprie frontiere per far riversare nel vecchio continente l’oceano di esseri umani che, negli sterminati campi profughi turchi (“finanziati” proprio dall’Europa), aspettano in bilico la possibilità di un’esistenza migliore. Ci chiediamo e vi chiediamo: c’è da abbandonare la speranza se queste sono le condizioni?&nbsp;</p>



<p>Dobbiamo “realisticamente” rassegnarci?&nbsp;</p>



<p>Infine: purtroppo abbiamo l’impressione che gli organi d’informazione in Italia (soprattutto quelli ad “ampia diffusione”) non seguano con l’attenzione che meriterebbero le dolorose vicende riguardanti la situazione dei curdi in Turchia, né quelle relative a intellettuali, artisti e musicisti che, come Nûdem, sono stati zittiti, alcuni dei quali spegnendosi dopo un coraggioso e tragico sciopero della fame: forse voi potreste fare qualcosa in tal senso.&nbsp;</p>



<p>Vi ringraziamo per l’attenzione prestata a questo messaggio.</p>



<p>Vi salutiamo cordialmente.</p>



<p>Associazione Per i Diritti umani e Pasquale Annese</p>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. Alla ricerca di Oum Kulthum</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 07:20:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Ivana Trevisani Commento al film “Looking for Oum Kulthum” di Shirin Neshat &#160; &#160; La solitudine dell&#8217;artista ormai famosa nel suo palazzo, forse il prezzo pagato per il successo, si anima nel triangolo che&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: large;">di Ivana Trevisani</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Commento al film </span><span style="font-size: large;"><i>“Looking for Oum Kulthum” </i></span><span style="font-size: large;">di Shirin Neshat</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumk1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10294" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumk1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="294" height="221" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">La solitudine dell&#8217;artista ormai famosa nel suo palazzo, forse il prezzo pagato per il successo, si anima nel triangolo che via via si compone: donna matura, giovane donna e ragazzina che scioglie il nodo stretto della storia e la dipana nei ricordi del magnifico bianco e nero in cui Neshat è maestra.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">E con mossa perfetta Neshat, alla colorata sontuosità che ci restituisce l&#8217;artista ormai all&#8217;apice del successo,</span><b> </b><span style="font-size: large;">sostituisce il bianco e nero di un paesaggio rurale lontano nel tempo e luogo d&#8217;origine dell&#8217;artista, che immediatamente trasporta lo spettatore agli inizi del suo cammino nel canto: una bambina</span><span style="font-size: large;"> di circa dieci anni, costretta a esibirsi travestita da beduino. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Nonostante Oum Kulthoum avesse dovuto effettivamente sottostare a quell&#8217;imposizione, perchè alle donne era vietato cantare in pubblico, l&#8217;enorme successo procuratole dalla sua magnifica voce, le consentì in seguito di assumere un intero gruppo di musicisti e di negoziare i suoi contratti, sottraendosi a una tradizione misogina imperante. La sua grandezza artistica travalicò rapidamente i confini egiziani e la sua fama le venne tanto riconosciuta da essere soprannominata </span><span style="font-size: large;"><i>Ambasciatrice dell&#8217;arte araba</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La bellezza della sua voce, il canto sublime che dispensava, guadagnarono inoltre a Oum Kulthoum, divenuta simbolo della canzone araba, la possibilità di vivere liberamente la propria vita privata, pur segnata da difformità sentimentali: un matrimonio annullato e un altro intorno ai cinquant&#8217;anni. La stessa circostanza di non avere figli, condizione riprovevole e marginalizzante per una donna nella cultura islamica, fu tramutata simbolicamente, proclamando Oum Kulthoum </span><span style="font-size: large;"><i>Madre di tutto l&#8217;Egitto</i></span><span style="font-size: large;">. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ma fare un film su Oum Kulthum si rivela per la regista un vero cimento, con difficoltà crescente a catturare l&#8217;essenza della leggendaria cantante del mondo arabo, in quanto donna, artista, mito; poiché il proposito di Neshat è quello di esplorare le lotte, i sacrifici e il prezzo pagato per il successo, da un&#8217;artista donna vissuta in una società conservatrice dominata da uomini. </span></p>
<p><span style="font-size: large;"><b>U</b></span><span style="font-size: large;">n dominio che con l&#8217;espediente dell&#8217;ostruzionismo dell&#8217;attore durante le riprese del film, Neshat vuole segnalarci ancora presente nell&#8217;oggi. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Lo schiacciamento della donna da parte del patriarcato sociale è del resto una condizione che Neshat ha dovuto vivere in prima persona, e nello scorrere dell&#8217;esistenza dell&#8217;artista si inserisce quella della regista; raccontando la vicenda umana di Kulthum, Neshat ripercorre la propria. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: large;">Anche la storia di vita della vera regista </span><span style="font-size: large;">Shirin Neshat, è stata infatti segnata dalla prevaricazione di stampo maschilista, fotografa e videoartista iraniana, costretta all&#8217;esilio dall&#8217;avvento in patria del regime khomeinista, rimase forzatamente a New York dove si era trasferita nel 1983 dopo aver conseguendo il Master of Fine Arts alla Berkeley University frequentata dal 1974. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">La </span><span style="font-size: large;"><i>vera </i></span><span style="font-size: large;">regista, non allusione, ma realtà del film che richiede una precisazione: Neshat nella costruzione del disegno cinematografico utilizza l&#8217;escamotage della storia di una giovane regista che decide di fare un film su Oum Kulthum, e questo le consente di sfuggire alla banalità di se stessa che racconta se stessa, perchè probabilmente non questo è l&#8217;interesse profondo di Neshat, quanto piuttosto quello di trasmettere un messaggio che pur presente nelle vite delle tre donne, le trascende diventando universale. </span></p>
<p><span style="font-size: large;">Da un passaggio in Iran nel 1990 infatti Neshat, profondamente colpita dalle imposizioni del regime islamico esercitate in particolare nei confronti delle donne, decise che la condizione della donna islamica, il suo rapporto con il mondo maschile e più in generale il rapporto uomo-donna nella cultura islamica e in quella occidentale, sono diventati i nodi centrali della sua ricerca e creazione artistica.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Quindi non a caso inserisce nel racconto filmico delle riprese, con il suo familiare bianco e nero, un&#8217;intera sequenza della</span><b> </b><span style="font-size: large;">rivolta femminista al Cairo nel 1914, in cui le donne scesero nelle strade per chiedere diritti politici, libertà di istruzione e di scelta lavorativa.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">La polemica capziosa e apertamente maschilista dell&#8217;attore e i suoi reiterati attacchi alla regista sono volti non solo a mantenere propria e non abdicarla</span><b> </b><span style="font-size: large;">a</span><b> </b><span style="font-size: large;"><i>“una donna” </i></span><span style="font-size: large;">il possesso del Mito</span><span style="font-size: large;"><i>, </i></span><span style="font-size: large;">ma al tempo stesso a ridurre e chiudere</span><b> </b><span style="font-size: large;">al solo ambito popolare la grandezza di</span><b> </b><span style="font-size: large;">Oum Kulthoum che, effettivamente si esibì per i lavoratori dei cantieri sperduti nel deserto, per contadini, operai, costruttori e soldati, ma cantò anche per re e capi di stato e accompagnò le celebrazioni di eventi storici fondamentali. </span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-10295 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="236" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 236w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/oumm-221x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 221w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a></p>
<p><span style="font-size: large;">L&#8217;inserimento dell&#8217;attore vacuo è un riconoscimento di Neshat alla universalità di Oum Kalthoum, poiché, come unanimamente testimoniato e riconosciuto da chi l&#8217;ha vissuta direttamente o ne ha raccolto i racconti, anche dopo il 1975, anno della sua morte, la presenza artistica, la vicenda singolare della donna, attraverso la sua grandezza e incanto artistico è diventata vicenda collettiva. In quella voce straordinaria che riusciva a indurre il riso più gioioso o portare a lacrime di commozione gli ascoltatori, ognuno poteva sentire la propria sofferenza, il proprio passato, il proprio presente, la propria patria, ognuno in quella voce poteva ritrovarsi.</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il film, oltre all&#8217;indiscutibile valre artistico, nel doppio registro di lettura: biografico ed autobiografico, si rivela omaggio e riconoscimento della grandezza <span style="font-size: large;">di Oum Kulthum e Shirin Neshat come artiste e come donne.</span></span></p>
<p><span style="font-size: large;">Ha girato alcune delle sue opere video, video-installazioni e filmati in Turchia, in Marocco e a New York. (come Umm Kultum).</span></p>
<p><span style="font-size: large;">Il suo amore per l&#8217;arte si rivelava già in uno dei suoi primi lavori in cui su volto, mani e piedi liberi dai veli aveva tracciato, con scrittura calligrafica persiana versi d&#8217;amore di poetesse iraniane.</span></p>
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