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	<title>censura Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Sanremo canta i diritti</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Feb 2024 13:08:57 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p></p>



<p>di Martina Foglia</p>



<p>Anche quest&#8217;anno, agli inizi del mese di febbraio, si è svolto il Festival di Sanremo, evento che, visto il suo grande seguito, costringe la TV generalista a modificare i palinsesti. Il festival, giunto alla sua settantaquattresima edizione, la quinta consecutiva condotta da Amadeus, ha sempre rappresentato negli anni, il &#8220;sentire popolare&#8221;, ovvero le aspettative del Paese. </p>



<p>Per anni Sanremo ha cantato l&#8217;amore struggente, sofferto in tutte le sue declinazioni. In questa edizione però, qualcosa è cambiato. È stata un&#8217;edizione con un filo conduttore &#8220;nuovo&#8221; per la kermesse canora&#8230; Sul palco dell&#8217;Ariston si è parlato di diritti, di temi sociali cruciali e importanti per il difficile periodo storico che stiamo attraversando. Si è parlato della condizione disumana in cui i migranti attraversano il nostro mare nella speranza di trovare una vita migliore e invece proprio nelle acque del mare trovano la morte, ed inoltre si è posto l&#8217;accento sull&#8217;importanza del diritto al lavoro e di come questo debba essere svolto con dignità secondo le norme di sicurezza senza dover ogni giorno ascoltare notizie di decessi. A questo proposito mi ha colpito molto una canzone fuori gara, cantata da Paolo Jannacci e Stefano Massini che racconta la storia vera di un ragazzo morto in un&#8217;esplosione in fabbrica, &#8220;si è disintegrato come in un lampo&#8221; dichiareranno i colleghi. Amadeus dichiara prima dell&#8217;esibizione: &#8220;Quest&#8217;anno in Italia sono morte 1480 persone, il lavoro è un diritto che non prevede la morte, proteggere i lavoratori è un dovere&#8221;. Rimanendo in tema si è parlato anche della protesta degli agricoltori attraverso la lettura di un comunicato: ritengono indegno il trattamento loro riservato a livello economico, di tutta la filiera coinvolta; non viene riconosciuto il valore del loro lavoro e non riescono a garantire un prodotto di qualità. </p>



<p>Un importante tema emerso, attraverso il monologo di Teresa Mannino è quello della supremazia dell&#8217;uomo occidentale e di come la sua egemonia generi discriminazioni verso altre etnie; inoltre il suo atteggiamento incurante e sprezzante rispetto alla società in cui vive sta lentamente, ma inesorabilmente, rovinando il pianeta. </p>



<p>Un&#8217;altra delle canzoni che abbiamo ascoltato ha come tema centrale il bullismo e la forza interiore che ha permesso alla vittima di riconoscere il proprio valore e riprendere in mano la propria vita. Su quel palco due artisti in particolare: e poi ancora, Ghali e Dargen D&#8217;amico hanno implorato il cessate il fuoco e lo stop al genocidio in Medio Oriente. </p>



<p>Ritengo che questa edizione del festival sia stata una buona occasione per parlare di diritti e temi sociali anche se, purtroppo, dopo il termine della manifestazione, in una nota trasmissione Rai è intervenuta la censura e un comunicato del direttore di rete ha ribadito la solidarietà allo Stato d&#8217;Israele, negando di fatto il genocidio e la libertà di parola a chi stava parlando della questione.</p>



<p>Di seguito alcuni stralci delle canzoni di cui ho parlato: </p>



<p>Ghali &#8211; Casa mia &#8211; Ma, come fate a dire che qui è tutto normale. Per tracciare un confine con linee immaginarie bombardate un ospedale per un pezzo di terra o per un pezzo di pane.  Non c’è mai pace.</p>



<p> Dargen &#8211; &#8211; Onda alta &#8211; Se basta un titolo a fare odiare un intero popolo non lo conosci Noè? No eh? Sta arrivando, sta arrivando l’onda alta stiamo fermi, non si parla e non si salta senti il brivido. Ti ho deluso lo so siamo più dei salvagenti sulla barca. Sta arrivando sta arrivando l’onda alta non ci resta che pregare finché passa </p>



<p>Infine: Teresa Mannino &#8211; monologo  &#8211; Siamo nel 2024 ma ragioniamo come 2524 anni fa. Il filosofo greco Protagora diceva che l&#8217;uomo è misura di tutte le cose, e per noi l&#8217;uomo ricco, bianco e occidentale è misura di tutte le cose, solo che l&#8217;ha persa, pensa che tutto il resto del mondo sia a sua disposizione e quello che non serve viene eliminato che fanno agricoltura da 50 milioni di anni e non hanno rovinato niente, mentre noi facciamo agricoltura solo da 10 mila anni e abbiamo sfinito il pianeta.</p>



<p></p>
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		<title>Reporters senza frontiere: “In Italia difficile ottenere dati in possesso dello Stato”</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jun 2023 08:25:02 +0000</pubDate>
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<p>(da professionereporter.eu)</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giornalisti-manifestazione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="980" height="490" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giornalisti-manifestazione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17022" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giornalisti-manifestazione.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 980w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giornalisti-manifestazione-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/giornalisti-manifestazione-768x384.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 980px) 100vw, 980px" /></a></figure>



<p>La libertà dei media è in pessime condizioni in un numero record di Paesi del mondo. Disinformazione, propaganda e intelligenza artificiale rappresentano minacce crescenti per il giornalismo.&nbsp;</p>



<p>L’Italia, è però riuscita a scalare la classifica nell’ultimo anno, attestandosi al 41esimo posto su 180, guadagnando 17 posizioni rispetto al 2022. Sono i risultati dell’ultimo rapporto di Reporters senza frontiere (Rsf).&nbsp;</p>



<p>Nella scheda sull’Italia si legge che “la pandemia ha reso più complesso e scomodo per la stampa l’accesso ai dati in possesso dello Stato”. Un grado di paralisi legislativa ha inoltre “impedito l’approvazione di provvedimenti per proteggere e incrementare la libertà di stampa”. La libertà di stampa continua a essere minacciata dal crimine organizzato, in particolare al Sud, e da vari gruppi violenti estremisti. Tendenza, quest’ultima, cresciuta durante la pandemia: “Spesso il lavoro dei cronisti viene ostacolato durante le manifestazioni”. I giornalisti, in Italia, vivono sostanzialmente un clima di libertà, ma capita che censurino se stessi “per conformarsi alle linee delle loro testate, per evitare diffamazioni e rappresaglie dei gruppi estremisti o della criminalità organizzata”. La situazione generale vede un calo delle vendite, una dipendenza dagli introiti della pubblicità, un crescente stato di precarietà “che mina il dinamismo e l’autonomia dei giornalisti”. La polarizzazione della società italiana colpisce i giornalisti verbalmente e fisicamente, come è accaduto durante la pandemia, nel corso delle proteste contro alcune misure sanitarie. I giornalisti che indagano contro la criminalità organizzata e la corruzione sono minacciati e aggrediti, le loro case e auto talvolta danneggiate e incendiate. Venti giornalisti sono sotto scorta.&nbsp;&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>INTERFERENZE E MINACCE</p></blockquote>



<p>L’indagine di Rsf valuta lo stato dei media in 180 paesi e territori, esaminando la capacità dei giornalisti di pubblicare notizie di interesse pubblico senza interferenze e senza minacce alla propria incolumità. Secondo il World Press Freedom Index, riguardo alla libertà di stampa 31 paesi sono in una “situazione molto grave”, rispetto ai 21 di due anni fa. L’aumento dell’aggressività da parte di governi autocratici – e di alcuni considerati democratici – unita a “massicce campagne di disinformazione o propaganda” ha fatto peggiorare la situazione.</p>



<p>L’ambiente per il giornalismo è considerato “cattivo” in sette paesi su 10 e soddisfacente solo in tre su 10, secondo Rsf. L’Onu afferma che l’85% delle persone vive in paesi in cui la libertà dei media è diminuita negli ultimi cinque anni.</p>



<p>Il rapporto mostra che i rapidi progressi tecnologici stanno consentendo ai governi e agli attori politici di distorcere la realtà: “La differenza tra vero e falso, reale e artificiale, fatti e artifici si sta offuscando, mettendo a repentaglio il diritto all’informazione. La capacità senza precedenti di manomettere i contenuti viene utilizzata per indebolire coloro che incarnano il giornalismo di qualità e indebolire il giornalismo stesso”. L’intelligenza artificiale sta “provocando ulteriore scompiglio nel mondo dei media”, con strumenti “che digeriscono i contenuti e li rigurgitano sotto forma di sintesi che violano i principi di rigore e affidabilità”.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>INDIA E TURCHIA INDIETRO</p></blockquote>



<p>La Russia, già precipitata in classifica lo scorso anno dopo l’invasione dell’Ucraina, è scesa di altre nove posizioni: i media statali ripetono la linea del Cremlino e i media dell’opposizione sono costretti all’esilio.</p>



<p>Tagikistan, India e Turchia, sono passati dalla “situazione problematica” alla categoria più bassa. L’India ha registrato un calo particolarmente netto, arretrando di 11 posizioni, fino alla 161esima, dopo le acquisizioni dei media da parte di oligarchi vicini al premier&nbsp;&nbsp;Narendra Modi. In Turchia, l’amministrazione del presidente Recep Tayyip Erdogan ha intensificato la persecuzione dei giornalisti in vista delle elezioni del 14 maggio, afferma Rsf. La Turchia imprigiona più giornalisti di qualsiasi altra democrazia.</p>



<p>Alcuni dei maggiori cali dell’indice del 2023 si sono verificati in Africa. Il Senegal è sceso di 31 posizioni, principalmente a causa delle accuse penali mosse contro due giornalisti, Pape Alé Niang e Pape Ndiaye. La Tunisia ha perso 27 posizioni, a causa del crescente autoritarismo del presidente Kais Saied.</p>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>PERICOLO MEDIO ORIENTE</p></blockquote>



<p>Il Medio Oriente è la regione più pericolosa del mondo per i giornalisti. Le Americhe non hanno più nessun paese colorato di verde, che significa “buono”, sulla mappa della libertà di stampa. Gli Stati Uniti sono scesi di tre posizioni, al 45esimo posto. La regione Asia-Pacifico è trascinata al ribasso da regimi ostili ai giornalisti, come il Myanmar (173esimo) e l’Afghanistan (152esimo).</p>



<p>I paesi nordici sono da tempo in testa alla classifica Rsf dei Paesi più virtuosi. La Norvegia è al primo posto nell’indice sulla libertà di stampa per il settimo anno consecutivo. Al secondo posto un paese non nordico: l’Irlanda. I Paesi Bassi sono tornati tra i primi 10, salendo di 22 posizioni, dopo l’omicidio del 2021 del reporter di cronaca nera Peter R. de Vries. Il Regno Unito si trova al 26esimo posto.</p>
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		<title>Reporter senza frontiere, il 2022 è l’anno dei record: giornalisti in carcere, uccisi, rapiti e dispersi</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2022 12:32:32 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="750" height="430" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16787" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 750w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-750x430-1-300x172.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 750px) 100vw, 750px" /></a></figure>



<h2>Il report annuale di Reporter senza frontiere fa il punto della situazione dei giornalisti nel mondo. Nel 2022 si sono registrati 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 risultano ancora dispersi. Ecco cosa sta succedendo e quali i paesi più pericolosi per chi si occupa di informazione</h2>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/author/diego-battistessa/?utm_source=rss&utm_medium=rss">di <strong>Diego Battistessa</strong></a> (da osservatoriodiritti.it)<a href="https://telegram.me/share/url?url=https%3A%2F%2Fwww.osservatoriodiritti.it%2F2022%2F12%2F19%2Freporter-senza-frontiere-2022%2F&amp;text=Reporter%20senza%20frontiere,%20il%202022%20%C3%A8%20l%E2%80%99anno%20dei%20record:%20giornalisti%20in%20carcere,%20uccisi,%20rapiti%20e%20dispersi&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p>Il 2022 è l’<strong>anno dei record</strong>&nbsp;per il nuovo studio di&nbsp;<strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;(Rsf) sullo stato di salute della<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/liberta-dinformazione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;libertà d’informazione</a>&nbsp;nel mondo: 533 giornalisti in carcere, 57 uccisi, 65 rapiti e 49 dispersi.</p>



<p><strong>La&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/conflitti/guerra/?utm_source=rss&utm_medium=rss">guerra</a>&nbsp;in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/ucraina/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Ucraina</a></strong>&nbsp;spiega in grande misura questo&nbsp;<strong>importante aumento delle morti</strong>&nbsp;di&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/giornalisti/?utm_source=rss&utm_medium=rss">giornalisti</a>&nbsp;e giornaliste in questo 2022 (18,8% in più del 2021), ma la tendenza degli attacchi, minacce e ritorsioni verso la stampa è in&nbsp;<strong>aumento in tutto il mondo</strong>.</p>



<p>Nel paese europeo che ha sofferto l’invasione russa lo scorso febbraio, solo nei primi sei mesi di conflitto sono stati&nbsp;<strong>uccisi 8 giornalisti</strong>, ma i dati peggiori arrivano da paesi che non vivono una guerra nel senso stretto della parola.</p>



<p>Tra questi troviamo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Messico</strong></a>, il&nbsp;<strong>paese più mortale</strong>&nbsp;per chi esercita la professione di giornalista, con 11 casi di omicidio dal 1° gennaio al 1° dicembre 2022.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39751"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica" class="wp-image-39751"/></a><figcaption>Non si uccide la verità uccidendo i giornalisti (Messico 2013) – Foto: Eneas De Troya (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/eneas/9442739530/in/photolist-foqvtY-owSmHc-pEjJXY-q4kaXE-bX8raH-cetuno-2mGgWV3-dxL4dJ-bWimDC-Cim31w-Zpvk2r-Zpvmc2-Cim5j9-YjJx4C-Cim25U-Cim7ch-ppardi-NepJVx-2hwsZ22-2mGkobF-2mGi8qS-WR34zm-mqZhhg-2nQTJA8-PueTnW-xpNS2W-WR3hwU-HYDQF3-2hwqgYG-2hwqgDy-2hwsYeW-6r2phF-VCwqvY-WDAKxb-VF8tYM-MgJLdQ-WGTD5i-WjiXy1-MgJHBY-NbiRkN-MgGeLR-MgJLS5-2hwsXNW-Cj1J1L-ZkRMVq-YkqT3A-YoTNTk-Cj1HKf-YoTNNv-Cj1Jbf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Per Reporter senza frontiere, nel 2022 l’America Latina è la regione più pericolosa per i giornalisti</h2>



<p>Agli 11 casi di assassinio di giornalisti e giornaliste in Messico, paese che da solo copre il 20% del totale, si sommano i&nbsp;<strong>6 omicidi</strong>&nbsp;avvenuti ad&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/10/haiti/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Haiti</strong></a>, i&nbsp;<strong>3 avvenuti in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/brasile/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Brasile</a></strong>&nbsp;e uno in&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/colombia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Colombia</strong></a>.</p>



<p>Questi omicidi fanno diventare l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/america-latina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>America Latina</strong></a>&nbsp;la&nbsp;<strong>regione del mondo più pericolosa&nbsp;</strong>al mondo per la stampa, con quasi la metà di tutti i giornalisti uccisi a livello globale nel 2022.</p>



<p><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><em>Osservatorio Diritti</em></a>&nbsp;ha già raccontato la grave situazione in&nbsp;<strong>Messico</strong>&nbsp;riguardo all’attacco costante alla stampa (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/09/20/giornalisti-uccisi-in-messico/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Giornalisti uccisi in Messico: la mattanza continua nell’impunità</a>), dove oltre l’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/difensori-dei-diritti/ong/?utm_source=rss&utm_medium=rss">ong</a>&nbsp;Article 19 fornisce dati ancora più gravi rispetto a quelli di Rsf.</p>



<p>Sul&nbsp;<strong>Brasile&nbsp;</strong>la nostra testata ha raccontato il caso di&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/17/brasile-amazzonia-assassinati-dom-philips-bruno-pereira-araujo/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Dom Philips</a></strong>, ucciso insieme a&nbsp;<strong>Bruno Pereira Araújo</strong>&nbsp;in Amazzonia mentre indagavano sull’ecocidio del polmone verde e sul genocidio indigeno.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39750"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere classifica annuale" class="wp-image-39750"/></a><figcaption>Le Farc liberano il giornalista francese Romeo Langlois – Foto: AFP PHOTO/Luis Acosta (via Globovisión,&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/globovision/7303972326/in/photolist-c8qLvm-21FbkF-aa7xmr-5YZzcK-VsByeq-5Z4Luw-9y9gcQ-9y6hTZ-5YZy1a-9y6gJD-9y9fQC-9y9fB9-ucVSUC-9y9f49-mqtyZn-uuJope-9y9ftf-ud4WBH-9y9gvA-9y9eMq-aNrfmn-aNrfFD-aNrf6v-7Ga8cf-9y9fYL-5X4oqQ-22ZrGsm-9y6gTZ-txFeKZ-c8qM2m-bb2otp-txv89y-brfA8n-9y6hFg-9y6hZP-aNrewP-aNreoB-aNrhfR-aNrhoX-aNriir-aNrhUK-aNric2-aNri4p-c8qMWG-r9JHZZ-rr6rry-brAbQ6-brxvhc-2mGgWzU-2mGmkRu?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Carceri piene di giornalisti: la classifica 2022</h2>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>«I regimi dittatoriali e autoritari stanno rapidamente riempiendo le loro prigioni, detenendo giornalisti. Questo nuovo record di giornalisti in carcere conferma la necessità imperiosa e urgente di resistere a questi poteri senza scrupoli e di esercitare la nostra fattiva solidarietà con tutti coloro che difendono l’ideale di libertà, indipendenza e pluralismo dell’informazione», ha detto&nbsp;<strong>Christophe Deloire</strong>, segretario generale de RSF.</p></blockquote>



<p>Riguardo alla detenzione di giornalisti la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Cina</strong></a>&nbsp;si conferma la&nbsp;<strong>più grande prigione del mondo</strong>. Il paese asiatico ha raggiunto livelli estremi di&nbsp;<strong>censura e sorveglianza</strong>&nbsp;e ad oggi conta almeno&nbsp;<strong>110 giornalisti incarcerati</strong>. Rsf segnala, per esempio, il caso del giornalista indipendente&nbsp;<strong>Huang Xueqin</strong>, che si è occupato di questioni legate alla corruzione, all’inquinamento industriale e alle molestie nei confronti delle&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/discriminazione/donne/?utm_source=rss&utm_medium=rss">donne</a>.</p>



<p>Come seconda carcere più grande del mondo per i giornalisti troviamo il&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/myanmar/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Myanmar</a></strong>&nbsp;(ex Birmania), dove – sottolinea Rsf –&nbsp;<strong>«la pratica del giornalismo</strong>&nbsp;è semplicemente&nbsp;<strong>fuorilegge</strong>, come dimostrano i numerosi media messi al bando dopo il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/06/23/myanmar-oggi-situazione-cosa-succede/?utm_source=rss&utm_medium=rss">colpo di stato militare</a>&nbsp;nel febbraio 2021». In questo paese sono almeno&nbsp;<strong>62 i giornalisti attualmente in carcere.</strong></p>



<p>Al terzo posto si trova la&nbsp;<strong>Repubblica islamica dell’<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iran/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iran</a></strong>, dove con &nbsp;l’aumento &nbsp;della repressione dopo il&nbsp;<strong>caso Mahsa Amini</strong>&nbsp;troviamo ben&nbsp;<strong>47 casi di detenzione</strong>&nbsp;di membri della stampa. Se a questi tre stati aggiungiamo&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/bielorussia/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Bielorussia&nbsp;</strong></a>e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/vietnam/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Vietnam</strong></a>, otteniamo il 54% del totale dei 533 giornalisti incarcerati.</p>



<p>Un altro dato importante e significativo rispetto alla repressione verso la stampa riguarda il fatto che solo poco più di un terzo dei giornalisti in carcere ha ricevuto una condanna:&nbsp;<strong>il 63,6% de detenuti si trova in prigione senza essere stato processato</strong>.</p>



<h2>Reporter senza frontiere denuncia l’aumento delle giornaliste detenute</h2>



<p>Uno dei dati che vengono sottolineati dall’ong francese riguarda l’<strong>aumento delle detenzioni di donne</strong>&nbsp;che lavorano nel settore giornalistico.</p>



<p>Il 2022 è stato particolarmente duro per le giornaliste che sommano un&nbsp;<strong>totale di 78 casi di incarceramento</strong>&nbsp;sui 533 registrati: un&nbsp;<strong>aumento del 27,9%&nbsp;</strong>rispetto allo scorso anno.</p>



<p>Secondo il&nbsp;<a href="https://rsf.org/sites/default/files/medias/file/2022/12/RSF_Bilan2022_EN.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">report</a>&nbsp;questo nuovo aumento riflette la crescente&nbsp;<strong>femminilizzazione della professione</strong>, ma conferma anche che le donne non sono esenti dalla repressione.</p>



<p>Come esempio basti pensare a&nbsp;<strong>Cina, Iran, Myanmar e Bielorussia,</strong>&nbsp;quattro paesi che si trovano tra le posizioni più basse nel ranking mondiale della libertà di stampa e dove nel 2022 sono state incarcerate rispettivamente 19, 18, 10 e 9 giornaliste (il 70% del totale).</p>



<p>Particolarmente grave la situazione in Iran, dove la repressione verso la stampa si è accentuata dopo le proteste per l’uccisione di &nbsp;Mahsa Amini. Rsf sottolinea che tra questi casi preoccupano particolarmente quelli di&nbsp;<strong>Nilufar Hamedi</strong>&nbsp;ed&nbsp;<strong>Elahe Mohammad</strong>, giornaliste ora in carcere e&nbsp;<strong>punibili con la&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/05/24/pena-di-morte-nel-mondo-oggi-paesi-amnesty-international/?utm_source=rss&utm_medium=rss">pena di morte</a></strong>&nbsp;per essere state le prime a denunciare il caso Amini, e perciò accusate di “propaganda contro il sistema e associazione per delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale” (leggi anche&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/2022/10/27/iran-proteste-donne-oggi/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Proteste in Iran, Babak Monazzami: «La mia battaglia per un Paese libero e forte»</a>).</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image" id="attachment_39749"><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.osservatoriodiritti.it/wp-content/uploads/2022/12/reporter-senza-frontiere-2022-3.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="reporter senza frontiere 2022" class="wp-image-39749"/></a><figcaption>Proteste per la morte di Mahsa Amini&nbsp; a Londra – Foto: Alisdare Hickson (via&nbsp;<a href="https://www.flickr.com/photos/alisdare/52417414501/in/photolist-2nRWX8T-2nRWSvg-2nRZvj4-2nT151U-2nRZx7n-2nRZcQt-2nQBF2h-2nQ9vJF-2nQBJMx-2nNcB9y-2o4bvku-2nRYpFt-2nNcBbN-2nR6m1q-2nUuo2m-2nRZfVQ-2nUvL6T-2nQAW7J-2nQ8ez7-2nVk2a3-2nRA8jR-2nNYyRc-2nNTLPw-2nVnjcp-2nYP6Qw-2nNTLPg-2nQRJGt-2nPEX5h-2o1csmV-2nT4M4Q-2nUymMw-2nPFPfu-2nPyXPV-2nYLCYW-2nRJx5H-2nQPb1i-2nNZMyB-2nYRXo7-2nYQyMi-2nT77j3-2nP1KLD-2nX89BN-2nNZjXw-2nXJ436-2nYLCYa-2nNYyFY-2nQRpbG-2o5ah22-2nQRovZ-2nNUo2K?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flickr</a>)</figcaption></figure>



<h2>Rapimenti e sparizioni forzate tra gli operatori dell’informazione</h2>



<p>Anche la&nbsp;<strong>pratica dei rapimenti</strong>&nbsp;continua ad essere una costante nel settore. Ad oggi, puntualizza Reporter senza frontiere, sono&nbsp;<strong>almeno 65 i giornalisti sequestrati</strong>&nbsp;e altri&nbsp;<strong>49 risultano ancora dispersi</strong>.</p>



<p>I sequestri si concentrano in tre paesi del&nbsp;<strong><a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/medio-oriente/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Medio Oriente</a>:&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/iraq/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Iraq</a>,&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/siria/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Siria</a>&nbsp;e&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/yemen/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Yemen</a>,</strong>&nbsp;ai quali si aggiunge il&nbsp;<a href="https://www.osservatoriodiritti.it/tag/mali/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Mali</strong></a>, dove un gruppo jihadista ha rapito il&nbsp; giornalista francese&nbsp;<strong>Oliver Dubois.</strong></p>



<p>Per quanto riguarda i giornalisti scomparsi, nel 2022 si sono aggiunti i casi di&nbsp;<strong>Dmytro Khiliuk</strong>&nbsp;(scomparso il 4 marzo nella città ucraina di Dymer, a nord di Kiev, occupata dalle forze russe) e&nbsp;<strong>Roberto Carlos Flores Mendoza</strong>&nbsp;(fondatore del portale di notizie&nbsp;<em>Chiapas Denuncia Ya</em>, scomparso il 20 settembre).</p>



<p>Questi due nuovi casi portano a&nbsp;<strong>49 il numero totale di giornalisti scomparsi dal 2003</strong>&nbsp;e tre di loro sono donne (due giornaliste messicane e una peruviana).</p>



<h2>Reporter senza frontiere: la classifica annuale</h2>



<p><strong>Reporter senza frontiere</strong>&nbsp;elabora questo report ogni anno dal 1995 da RSF, su&nbsp;<strong>dati raccolti tra il 1° gennaio e il 1° dicembre</strong>&nbsp;dell’anno della pubblicazione. Il conteggio totale del bilancio 2022 include giornalisti professionisti e non professionisti, nonché altri operatori dei media.</p>



<p>Rsf raccoglie meticolosamente informazioni per poter affermare che l’incarcerazione, il rapimento, la scomparsa o la morte di un giornalista è una&nbsp;<strong>diretta conseguenza dell’esercizio della professione</strong>.</p>
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		<title>I Diritti Umani soffocati dalla Cina</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Nov 2022 07:57:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Nicole Fraccaroli Con il presidente Xi Jinping al timone, il governo cinese ha raddoppiato la repressione all&#8217;interno e all&#8217;esterno del Paese nel 2021. La sua politica di &#8220;tolleranza zero&#8221; nei confronti del Covid-19&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="705" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC-1024x705.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16695" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC-1024x705.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC-300x207.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC-768x529.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC-1536x1058.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/PIC.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption>FILE PHOTO: Ethnic Uighur demonstrators take part in a protest against China, in Istanbul, Turkey October 1, 2020. REUTERS/Murad Sezer/File Photo</figcaption></figure>



<p></p>



<p>di Nicole Fraccaroli </p>



<p>Con il presidente Xi Jinping al timone, il governo cinese ha raddoppiato la repressione all&#8217;interno e all&#8217;esterno del Paese nel 2021. La sua politica di &#8220;tolleranza zero&#8221; nei confronti del Covid-19 ha rafforzato la mano delle autorità, che hanno imposto politiche dure in nome dell&#8217;opinione pubblica a favore della salute del Paese.<br>Il governo cinese ha spinto per valori più conservatori nel 2021, riducendo lo spazio per i diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) e delle donne, questioni precedentemente considerate meno delicate. Pechino è diventata meno tollerante alle critiche degli imprenditori privati. A luglio 2021, i tribunali hanno condannato a 18 anni Sun Dawu, un magnate agricolo<br>sostenitore degli attivisti per i diritti umani, per crimini vaghi, dopo aver emesso una condanna altrettanto dura a Ren Zhiqiang, uno schietto magnate del settore immobiliare.<br>L&#8217;ultima promessa di Xi di affrontare la disuguaglianza e offrire una &#8220;prosperità comune&#8221; suona vuota mentre il suo governo soffoca le voci di base. Dopo l&#8217;auto-immolazione di un autista di camion per le consegne a gennaio, il governo ha rafforzato i controlli normativi per proteggere i lavoratori, ma allo stesso tempo ha anche represso il loro attivismo. La disuguaglianza in rapida espansione della Cina ha portato alcuni giovani a sostenere una forma di resistenza passiva nota come &#8220;tang ping&#8221; &#8211; rinuncia al consumo e lavoro umiliante &#8211; un concetto che il governo ha condannato e censurato.<br>Le autorità di Pechino e Hong Kong si sono mosse in modo aggressivo per revocare i diritti a Hong<br>Kong.<br>Attivisti pro-democrazia sono stati arbitrariamente arrestati e detenuti. A gennaio 2021, le autorità hanno arrestato 53 politici per &#8220;sovversione&#8221; per il loro coinvolgimento in un sondaggio dell&#8217;opinione pubblica del luglio 2020. A settembre, tre membri del gruppo Student Politicism sono stati arrestati per “cospirazione per incitare alla sovversione” per aver consegnato del cibo ai manifestanti incarcerati. La gente comune è stata arrestata per disprezzo pubblico, ad esempio per aver esposto bandiere con lo slogan di protesta bandito del 2019, &#8220;Reclaim Hong Kong, Revolution of Our Times&#8221;.<br>Per la prima volta la polizia ha censurato Internet bloccando i siti web. Nel gennaio 2021, la polizia ha ordinato ai fornitori di servizi Internet di bloccare l&#8217;accesso a HKChronicles.com, un sito Web che documenta gli abusi della polizia ma che aveva anche rivelato informazioni personali sugli agenti di polizia. A giugno, una società di hosting israeliana ha rimosso il sito web di un&#8217;iniziativa<br>per l&#8217;esilio di Hong Kong, la Carta di Hong Kong del 2021, su richiesta della polizia di Hong Kong, sebbene abbia ripristinato il sito a seguito di una protesta internazionale.<br>La libertà accademica è peggiorata. Le amministrazioni universitarie sono state ostili nei confronti dei sindacati studenteschi per tutto il 2021, mentre un certo numero di accademici è stato licenziato o i loro contratti non sono stati rinnovati a causa delle loro opinioni a favore della democrazia.</p>



<p>A questo straziante scenario di continue violazioni di diritti umani e libertà fondamentali, altri dettagli supportati da testimonianze e prove si aggiungono alla sanguinosa lista: la Cina è stata accusata di aver commesso crimini contro l&#8217;umanità e forse genocidio contro la popolazione uigura e altri gruppi etnici per lo più musulmani nella regione nord-occidentale dello Xinjiang.</p>



<p>I gruppi per i diritti umani ritengono che la Cina abbia detenuto più di un milione di uiguri contro la loro volontà negli ultimi anni in una vasta rete di quelli che lo stato chiama &#8220;campi di rieducazione&#8221; e condannato centinaia di migliaia di persone a pene detentive.<br>Una serie di documenti e rapporti della polizia ottenuti dalla BBC nel 2022 ha rivelato dettagli sull&#8217;uso da parte della Cina di questi campi e descritto l&#8217;uso quotidiano di ufficiali armati e l&#8217;esistenza di una politica di “sparare per uccidere” contro coloro che cercano di scappare.<br>Gli Stati Uniti sono tra i diversi paesi ad aver precedentemente accusato la Cina di aver commesso un genocidio nello Xinjiang. I principali gruppi per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, hanno pubblicato rapporti che accusano la Cina di crimini contro l&#8217;umanità.<br>La Cina nega tutte le accuse di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. Il governo cinese &#8211; parlando dopo che sono stati pubblicati i dettagli degli archivi della polizia dello Xinjiang &#8211; ha affermato che la pace e la prosperità portate nello Xinjiang come risultato delle sue misure antiterrorismo sono state la migliore risposta a &#8220;ogni sorta di bugie&#8221;.</p>



<p>Il sentimento anti-Han e separatista è cresciuto nello Xinjiang dagli anni &#8217;90, a volte sfociando in violenza. Nel 2009 circa 200 persone sono morte negli scontri nello Xinjiang, che i cinesi hanno attribuito agli uiguri e al loro intento di volere un proprio stato. Ma negli ultimi anni una massiccia repressione della sicurezza ha represso il dissenso.<br>Lo Xinjiang è ora coperto da una pervasiva rete di sorveglianza, tra cui polizia, posti di blocco e telecamere che scansionano qualsiasi cosa, dalle targhe ai singoli volti. Secondo Human Rights Watch, la polizia utilizza anche un&#8217;app mobile per monitorare il comportamento delle persone, ad esempio quanta elettricità stanno consumando e quanto spesso usano la porta d&#8217;ingresso del “campo di rieducazione”.<br>Dal 2017, quando il presidente Xi Jinping ha emesso un ordine in cui si affermava che tutte le religioni in Cina dovrebbero essere di orientamento cinese, ci sono state ulteriori repressioni. Gli attivisti affermano che la Cina stia cercando di sradicare la cultura uigura.<br>Diversi paesi, oltre agli Stati Uniti, come Regno Unito, Canada e Paesi Bassi hanno accusato la Cina di aver commesso un genocidio &#8211; definito dalla convenzione internazionale come &#8220;l&#8217;intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso&#8221;.<br>Le dichiarazioni seguono i rapporti secondo cui, oltre a internare gli uiguri nei campi, la Cina ha sterilizzato con la forza le donne uigure per reprimere la popolazione, separando i bambini dalle madri.<br>Ci sono circa 12 milioni di uiguri, per lo più musulmani, che vivono nello Xinjiang, che è ufficialmente conosciuta come la regione autonoma uigura dello Xinjiang (XUAR).<br>Gli uiguri parlano la propria lingua, che è simile al turco, e si considerano culturalmente ed etnicamente vicini alle nazioni dell&#8217;Asia centrale. Costituiscono meno della metà della popolazione dello Xinjiang.<br>Lo Xinjiang è una regione prevalentemente desertica e produce circa un quinto del cotone mondiale.<br>Nel dicembre 2020, una ricerca monitorata dalla BBC ha mostrato che fino a mezzo milione di persone erano costrette a raccogliere cotone nello Xinjiang. Ci sono prove che confermato la costruzione di nuove fabbriche all&#8217;interno dei campi di rieducazione.<br>La regione è anche ricca di petrolio e gas naturale e per la sua vicinanza all&#8217;Asia centrale e all&#8217;Europa è vista da Pechino come un importante collegamento commerciale.<br>All&#8217;inizio del XX secolo, gli uiguri dichiararono brevemente l&#8217;indipendenza per la regione, ma nel 1949 fu portata sotto il completo controllo del nuovo governo comunista cinese.</p>



<p>Un comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2018 ha affermato di avere documentazioni credibili secondo cui la Cina<br>tratteneva fino a un milione di persone in &#8220;centri antiestremismo&#8221; nello Xinjiang.<br>La Cina nega tutte le accuse di violazioni dei diritti umani nello Xinjiang. In risposta agli archivi della polizia dello Xinjiang, il portavoce del ministero degli Esteri cinese ha detto alla BBC che i documenti erano &#8220;l&#8217;ultimo esempio di voci anti-cinesi che cercano di diffamare la Cina&#8221;. Ha inoltre affermato che lo Xinjiang gode di stabilità e prosperità e che i residenti vivono una vita felice e<br>realizzata.<br>La Cina afferma che la repressione nello Xinjiang è necessaria per prevenire il terrorismo e sradicare l&#8217;estremismo islamista e guarda ai campi come ad uno strumento efficace per rieducare i detenuti nella sua lotta contro il terrorismo.<br>Insiste inoltre sul fatto che i militanti uiguri stiano conducendo una violenta campagna per uno stato indipendente pianificando attentati, sabotaggi e disordini civici.</p>



<p>Un rapporto tanto atteso dall&#8217;Ufficio dell&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR) in quella che la Cina chiama la regione autonoma uigura dello Xinjiang (XUAR) ha concluso, il 31 agosto 2022, che &#8220;gravi violazioni dei diritti umani&#8221; sono state commesse e perpetrate contro gli uiguri e &#8220;altre comunità”.<br>Il rapporto pubblicato sulla scia della visita dell&#8217;Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet a maggio 2022, afferma che &#8220;le accuse di tortura o maltrattamenti, inclusi trattamenti medici forzati e condizioni avverse di detenzione, sono credibili, così come le accuse di singoli episodi di violenza sessuale e di genere”.<br>L’OHCHR ha affermato che l&#8217;entità delle detenzioni arbitrarie contro uiguri e altri, nel contesto di &#8220;restrizioni e privazione più in generale dei diritti fondamentali, goduti individualmente e collettivamente, possono costituire crimini internazionali, in particolare crimini contro l&#8217;umanità&#8221;.<br>Inoltre, il rapporto afferma che le politiche del governo cinese nella regione hanno &#8220;oltrepassato i confini&#8221;, separando le famiglie, &#8220;recidendo&#8221; i contatti, producendo &#8220;schemi di intimidazioni e minacce&#8221; contro la più ampia diaspora uigura che ha parlato delle condizioni in casa.<br>L&#8217;OHCHR ha affermato che il governo cinese &#8220;ha il dovere principale di garantire che tutte le leggi e le politiche siano conformi al diritto internazionale sui diritti umani e di indagare tempestivamente su eventuali accuse di violazione dei diritti umani, di garantire la responsabilità degli autori e di fornire riparazione alle vittime.”<br>Il rapporto invita la Cina a intraprendere una revisione legale completa delle sue politiche di sicurezza nazionale e antiterrorismo in XUAR, &#8220;per garantire la loro piena conformità con il diritto internazionale vincolante sui diritti umani&#8221; e abrogare tutte le leggi che non rispettano gli standard internazionali. Il rapporto in questione chiede inoltre una pronta indagine da parte del governo sulle<br>presunte violazioni dei diritti umani nei campi e in altre strutture di detenzione, “comprese le accuse di tortura, violenza sessuale, maltrattamenti, cure mediche forzate, così come i lavori forzati e le denunce di decessi in custodia. &#8220;</p>



<p>Purtroppo non ci sarebbe grande stupore qualora la Cina decidesse di non implementare queste raccomandazioni e di proseguire invece con la sanguinosa politica: questo rappresenta uno scenario che si è ripetuto svariate volte in diversi contesti coinvolgendo diversi Paesi responsabili. Seppur non un caso diverso dagli altri, esso non deve diventare la norma né la realtà. Se la Cina non è in<br>grado, o manca di volontà, per proteggere coloro che si trovano sotto la sua giurisdizione, è dunque un dovere della Comunità Internazionale intervenire per garantire il rispetto dei diritti umani e prevenirne serie violazioni.</p>
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		<title>Gli orsi non esistono: Jafar Panahi e il suo Cinema di denuncia del regime in Iran</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2022 07:36:30 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p></p>



<p>Il film uscirà nelle sale italiane il prossimo 6 ottobre. </p>



<p></p>



<p>Un regista è costretto a seguire a distanza, tramite un computer, le riprese clandestine del suo ultimo film che viene girato nella città di Teheran perchè si trova esiliato in un remoto paesino rurale, al confine tra Iran e Turchia: le autorità governative lo considerano un dissidente e gli vietano di lavorae. Nel piccolo villaggio, il cineasta all&#8217;inizio viene accolto con curiosità: qui, nonostante il veto, sta realizzando un&#8217;opera che riguarda due coppie di innamorati che tentano di fuggire dal Paese di origine dopo anni di ricerca dei documenti falsi per l&#8217;espatrio, ma si ritrova a fotografare un ragazzo e una ragazza che si baciano, denunciando un amore proibito; l&#8217;immagine diventa la prova all&#8217;interno di un processo pubblico, secondo le leggi e le tradizioni ataviche del luogo, che vedrà coinvolti il regista, i due giovani, la comunità, il Potere e&#8230; un bambino. E l&#8217;artista, prima apprezzato dopo aver superato una certa diffidenza verso chi è estraneo da parte degli abitanti del paesino, ora diventa il possibile testimone di una grave ingiustizia.</p>



<p>Il protagonista del film, suo malgardo, è lo stesso Jafar Panahi che, al termine della narrazione, tira il freno a mano della sua vettura, dopo aver assistito a una situazione drammatica e aver preso una decisione difficile, ma eticamente necessaria.</p>



<p>Il cineasta iraniamo fin dal 2010 è perseguitato dal regime per le sue posizioni politiche ed è quindi sottoposto ad una serie di misure che limitano la sua libertà personale, e i diritti fondamentali quali: svolgere la propria professione e esprimere le proprie opinioni. Lo scorso luglio è stato nuovamente arrestato per aver sostenuto il collega Mohammad Rasoulof, ma ha proposto alla 79ma Mostra del Cinema di Venezia il film intitolato <em>Gli orsi non esistono </em>(<em>No bears</em>), vincendo il Premio Speciale della Giuria.</p>



<p>Lo spettatore segue, nella prima sequenza, i movimenti di una coppia in procinto di scappare dal Paese grazie a passaporti contraffatti per poi spostare lo sguardo verso le immagini di un computer che riflettono quelle di un film che si sta svolgendo nella capitale. Questi primi minuti narrativi contengono una dichiarazione di intenti del nuovo lavoro di Panahi: una riflessione accurata, intellettualmente complessa, sulle possibilità della tecnologia nel mescolare finzione e realtà con l&#8217;intento di dimostrare che, spesso e soprattutto nei Pasi sotto dittatura, l&#8217;attualità violenta supera la fantasia. Non solo autore, ma anche sceneggiatore e attore, Panahi vuole svelare l&#8217;ignoranza, l&#8217;ipocrisia, la brutalità del Potere sia nelle grandi città sia nei villaggi interni del suo Paese in cui a farne le spese è la società civile e in particolare i giovani che avrebbero diritto ad una vita e ad un futuro sereni. Per continuare a denunciare, quindi &#8211; come con tutti gli ultimi suoi film &#8211; Panahi utilizza gli strumenti a disposizione: cinepresa a mano (che permetterà di utilizzare anche ad una persona inesperta purchè si documenti), zoom, rottura della quarta parete, il pedinamento degli attori (vedi la scena con i contrabbandieri); e poi schermo del computer e del telefono cellulare per moltiplicare le immagini e creare un&#8217;opera meta-cinematografica come nella lezione appresa dal Maestro Abbas Kiarostami di cui è stato aiuto regista.</p>



<p>Molto rimane fuori campo per sottolinerare da una parte l&#8217;importanza dell&#8217;immaginazione e del coinvolgimento di chi prende parte alla visione e, dall&#8217;altra, per fare un riferimento alla censura da parte del regime che opprime la libera creatività e condiziona le scelte di vita delle persone. E chi sono in fondo gli orsi del titolo? Sono proprio gli uomini al potere, gli esponenti delle istituzioni politiche e teocratiche che utilizzano tradizioni antiquate, la mentalità ottusa e patriarcale e abitudini reiterate per generare paure, per minacciare e per eliminare gli oppositori. Il Cinema è Cultura e la Cultura può essere un&#8217;arma pacifica per contrastare la repressione: ecco perchè i cineasti vengono imprigionati e i giovani vogliono trovare una via di fuga in Europa se soltanto una presunta fotografia scattata inavvertitamente può mettere in pericolo l&#8217;esistenza stessa di due innamorati, senza nemmeno lo scrupolo di coinvolgere un bambino in una vicenda paradossale e brutale allo stesso tempo.</p>



<p>In un&#8217;inquadratura, infine, si vedono una sedia vuota un posto lasciato libero: quel posto verrà riempito da chi deciderà di continuare a battersi per la Verità e, a tal proposito, noi ci sentiamo di dedicare questa recensione all&#8217;attivista Masha Amini e a tutte le donne iraniane (e non solo) che osano affermare i diritti universali anche al costo più alto.</p>
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		<title>Iran, tempi duri per società civile e difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 08:42:52 +0000</pubDate>
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<p><br>di Giuseppe Acconcia</p>



<p><br>A pochi mesi dall’insediamento del presidente conservatore Ebrahim Raisi e con i colloqui per il ritorno all’accordo sul nucleare ancora incerti, gli iraniani sono colpiti come non mai dalla crisi economica e sono stanchi delle restrizioni alle libertà civili. Se i trasferimenti delle ingenti risorse che riempiono le casse iraniane grazie al ricco mercato petrolifero vanno sempre più diretti nel mercato privato e nel settore para-statale, i settori agricolo e industriale risentono come non mai della stagnazione economica. Crisi che con un’inflazione al 47% e gli effetti della guerra in Ucraina ha ripercussioni sempre più significative sugli iraniani, costretti già a fronteggiare le conseguenze nefaste delle sanzioni internazionali, volute dalla comunità internazionale e rafforzate dal pugno duro dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.</p>



<p><br>Le restrizioni contro i difensori dei diritti umani</p>



<p><br>La lista degli attivisti e degli esponenti della società civile arrestati e condannati, in questa nuova stagione di revival conservatore, si allunga sempre di più. L’attivista per i diritti umani, Narges Mohammadi, è stata condannata a sei anni di prigione per “atti contro la<br>sicurezza nazionale”, e a due anni di prigione e 74 frustate per attacchi all’ordine pubblico in assenza del suo avvocato. Lo scorso 19 gennaio Mohammadi era stata trasferita dopo 64 giorni di isolamento dalla prigione di Evin nel carcere di Qarchak.<br>La nuova condanna è arrivata dopo il rilascio di Mohammadi che già aveva trascorso un anno in carcere. Il suo arresto risaliva al novembre 2019 quando Mohammadi stava partecipando al funerale di Ebrahim Ketabdar, uno tra le decine di vittime delle proteste<br>anti-governative che hanno attraversato il paese. La precedente condanna a 30 mesi di prigione e al bando dalla partecipazione alla vita politica per due anni per Mohammadi è arrivata nel maggio 2021 con l’accusa di “propaganda contro il sistema politico e ribellione<br>contro l’amministrazione penitenziaria”.<br>Secondo il suo avvocato, durante l’udienza, durata solo pochi minuti, lo scorso 12 gennaio, il giudice ha fatto anche riferimento, tra le accuse, alla nomination al premio Nobel per Mohammadi, presentata da due parlamentari norvegesi. Già nel 2015 Mohammadi era stata condannata a dieci anni di prigione per aver fondato un “gruppo illegale”. Il riferimento è a Step by Step to Stop the death penalty, think tank che si adopera nella sensibilizzazione contro l’uso della pena di morte in Iran, della quale però<br>Mohammadi non risulta tra i membri fondatori. Abtin Baktash e la fine in prigione.<br>A colpire gli attivisti iraniani sono poi le difficili condizioni di detenzione, in particolare in relazione alle ondate pandemiche di Covid-19 che in Iran hanno causato oltre 135mila morti. La stessa sorte è toccata al poeta e regista iraniano, Baktash Abtin, 47 anni, che è<br>morto in prigione dopo aver contratto per la seconda volta il virus lo scorso 8 gennaio. La notizia è stata diffusa dall’Associazione degli Scrittori iraniani (Iwa), associazione che Abtin guidava. Secondo Iwa, il trasferimento di Abtin dal carcere all’ospedale Taleghani con l’aggravarsi della malattia da Covid-19 è arrivato troppo tardi mentre sarebbero state fatte pressioni sulla sua famiglia perché venissero accelerati i tempi del suo funerale. Abtin era stato condannato dalla Corte rivoluzionaria di Teheran lo scorso 15 maggio a sei anni di prigione, insieme a Keyvan Bajan e Reza Khandan Mahabadi per “attacchi alla sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”.<br>Prima di Abtin, dall’inizio dell’anno era già deceduto in detenzione l’attivista di opposizione, Kian Adelpour, che aveva iniziato uno sciopero della fame nella prigione di Ahwaz. Altri due attivisti, Sasan Nikfans, accusato di propaganda anti-regime, e il sostenitore dei diritti della minoranza sufi, Behnam Mahjoobi, sono morti in prigione nel 2020. Secondo le loro famiglie, le due morti sono legate a ritardi nell’accesso alle cure mediche.<br>Buone notizie sono arrivate invece per Aras Amiri, dipendente del British Council arrestata al suo arrivo a Teheran nel 2018. È stata rilasciata e ha lasciato il paese dopo la condanna a dieci anni con accuse di spionaggio. Aras ha sempre negato le accuse e in una lettera<br>nel 2019 a Raisi, quando guidava il sistema giudiziario, ha denunciato di essere stata arrestata per essersi rifiutata di lavorare in attività di spionaggio per l’Intelligence iraniana.<br>I cittadini con doppia cittadinanza sono sempre più spesso nel mirino delle autorità iraniane. Come nel caso della cittadina anglo-iraniana, Nazanin Zaghari-Ratgliffe, e dell’ingegnere, Anoosheh Ashoori, che hanno accusato le autorità iraniane di trattarli come pedine di scambio con le autorità inglesi. È tornata in carcere invece, l’accademica franco- iraniana Fariba Adelkha. Condannata a cinque anni in prigione dal maggio 2020 con l’accusa di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”, Adelkha era stata rilasciata. Il collettivo a sostegno di Adelkha ha fatto sapere in una nota che “il governo iraniano sta usando in modo cinico la nostra collega per scopi di politica interna ed estera che restano opachi e non hanno niente a che fare con le sue attività”. Secondo il gruppo, l’arresto avrà effetti negativi sulla salute di Adelkha così come è avvenuto nel caso di Baktash Abtin.<br>Infine, ha suscitato molte polemiche in Iran il caso di cronaca che ha coinvolto la 17enne, Ghazaleh Heydari, decapitata in una “disputa familiare”. Heydari, che viveva nella provincia araba del Khuzestan, si era sposata con suo cugino all’età di 12 anni. Dopo il femminicidio, sono stati arrestati il marito e il cognato della vittima che avrebbe subito anche maltrattamenti domestici e per questo avrebbe tentato di fuggire in Turchia.<br>Nonostante la legge per la Protezione, dignità e sicurezza delle donne sia stata introdotta lo scorso anno dal parlamento iraniano, molti attivisti per i diritti umani criticano la mancanza di una definizione chiara di violenza domestica contro le donne in Iran e i limiti imposti nella criminalizzazione dello stupro e del matrimonio di minorenni.<br>Sono bastati pochi mesi di governo dei conservatori dopo la fine dei due mandati del moderato, Hassan Rouhani, per aggravare la situazione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti politici in Iran che continuano ad affollare le carceri del paese. Mentre non si<br>fanno passi avanti nei negoziati sul nucleare, nonostante le posizioni meno intransigenti del presidente Usa, Joe Biden, e le mediazioni del Qatar, e si intensificano gli scontri reciproci in Yemen tra milizie filo-iraniane Houthi, da una parte, ed Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra, a fare i conti con la crisi economica e la censura interna è ancora una volta il popolo iraniano.</p>
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		<title>&#8220;Art(e)Attualità&#8221;. Tania Bruguera: la verità anche a scapito del mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 10:05:27 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16095" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2004-1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Tania Bruguera è considerata una delle artiste più influenti del mondo contemporaneo e il PAC (Padiglione di Arte contemporanea di Milano) accoglie una sua esposizione dal titolo: “La verità anche a scapito del mondo”, a cura di Diego Sileo, visitabile fino al 13 febbraio 2022.</p>



<p>Bruguera, forte del suo impegno nell&#8217;attivismo, produce opere ad ampio raggio in grado di restituire la complessità della nostra realtà; nata a l&#8217;Avana, dieci anni dopo l&#8217;ascesa del regime castrista, ha da giovane avviato la propria carriera basata sull&#8217;indaigne di argomenti quali: l&#8217;emigrazione, l&#8217;esilio, la memoria collettiva, la manipolazione della Storia, la censura&#8230;A partire dagli anni 2000 tte in atto progetti artistici partecipativi, funzionanti cioè solo in presenza di una comunità, eliminando il confine tra Arte e Vita e trasformando il linguaggio estetico in uno strumento utile per l&#8217;indagine o la risoluzione di problemi sociali, legati in particolare ai diritti umani.</p>



<p>“La verità a scapito del mondo”: il titolo della mostra si riferisce ad un talk show della Germania Ovest a cui partecipò Anna Arendt nel 1964: il conduttore le chiede se ci siano motivi validi per tacere su alcune cose che la filosofa sa, e la Arendt risponde: “Fiat veritas et pereat mundus” &#8211; Sia detta la verità anche a scapito del mondo, invertendo la locuzione latina originale che recita: “fiat iustitia et pereat mundus”; l&#8217;esposizione del PAC è la prima dedicata all&#8217;artista in Italia.</p>



<p></p>



<p></p>



<p>STANZA 1</p>



<p>In meno di dieci anni l&#8217;Europa ha costruito chilometri di frontiere per ostacolare i flussi migratori. Bruguera ci ricorda che “il misero trattamento riservato ai migranti oggi, sarà il nostro disonore di domani”. Per farlo adotta un parallelismo storico: il filo spinato presente nella bandiera è stato cucito – con la collaborazione di ANED (Associazione Ex Deportati nei campi nazisti) – da tre sopravvissuti di Auscwitz e Mauthausen e da alcuni figli di deportati durante la Seconda Guerra Mondiale. Il gesto collettivo, unito all&#8217;azione del cucire, congiunge una vita in un&#8217;unica. Si tratta di una denuncia corale contro le ingiustizia a danno dei migranti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16096" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2005-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>STANZA 3</p>



<p>Una stanza spoglia le cui pareti bianche rilasciano un composto organico al mentolo per indurre i visitatori al pianto di fronte ad una cifra in continua crescita del numero dei morti nel Mediterraneo, dal 2014 ad oggi. La stanza fa riferimento al “non-luogo” di Augè che qui, invece, viene pensato come spazio di riflessione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16097" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2009-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>STANZA 4</p>



<p>Dall&#8217;inizio della sua carriera l&#8217;artista presta attenzione al tema della diaspora, anche perchè tra il 1959 e il 1966 trecentomila persone sono state costrette ad emigrare negli USA, dopo l&#8217;ascesa al potere di Fidel Castro. L&#8217;opera “Tabla de salvation (Tavola di salvezza), è un monumento alla consapevolezza: il marmo nero richiama i monumenti funebri, mentre le aste di legno alludono ad uno scafo. Infine, il cotone usato per le medicazioni, evidenzia la grande ferita da sanare.</p>



<p>“Estdìstica” torna ad essere esposta al pubblico dopo quasi trent&#8217;anni: la bandiera, ridisegnata sul modello di quella cubana, è costituita da capelli donati da cittadine e cittadini.</p>



<p>Da un lato costituisce un tentativo di riappropriazione del potere di cui il popolo è stato privato, dall&#8217;altro rappresenta lo stendardo funebre di tutte le contraddizioni irrisolte di Cuba.</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16098" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2011-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image"><img/></figure>



<p>STANZA 5</p>



<p>“Il lavoro rende liberi”: sono queste le parole poste all&#8217;ingresso di molti campi di concentramento nazisti. La frase fu utilizzata per la prima volta a Dachau, nel 1933: primo lager ideato dal regime nazista per i dissidenti politici e poi per ebrei, omosessuali, nomadi e testimoni di Geova.</p>



<p>L&#8217;atto performativo costituisce la natura stessa dell&#8217;opera: mette a nudo le contraddizioni dei sistemi dittatoriali, basati su logiche di produzione e ordine, a scaoito della dignità dell&#8217;essere umano.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16100" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2016-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Nel parterre dello spazio espositivo si trova un&#8217;opera dedicata alla situazione di eterno conflitto israelo-palestinese: dal 1948 &#8211; anno in cui l&#8217;ONU dichiarava la nascita dello stato di Israele – le guerre civili e gli attacchi terroristici non hanno fatto altro che inasprirsi.</p>



<p>Gaza è abitata da quasi 2 milioni di persone, appartiene ai palestinesi, ma di fatto è soggetta a un forte controllo israeliano. In “Sin titulo”, la Bruguera crea un ambiente in cui il bianco va a contrasto con il caos e la distruzione degli attacchi e pone due bare al centro per ricordarci le conseguenze di tutti i conflitti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16099" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2007-2048x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Si sale al primo piano dove si assiste ad una performance ( a cura di CubeArt Cuba e Ana Maria Pedroso) in cui tre attori, a voce alta, all&#8217;interno di una stanza buia pervasa dall&#8217;odore acre delle canne da zucchero, elenecano i nomi dei prigioniri politici oggi nell&#8217;isola. Le ingiuste detenzioni sono dovute alle manifestazioni pacifiste dell&#8217;11 e 12 luglio scorso, quando molti cittadini sono scesi in piazza per protestare a causa delle insufficienti risorse sanitarie contro la pandemia.</p>



<p>I pannelli esposti su una delle pareti esplicano i concetti artistici di Tania Bruguera. “Arte de conducta” , Arte del comportamento: descrive un&#8217;arte che usa come materiale il comportamento umano, l&#8217;atteggiamento sociale e la mentalità. Consiste nel presentare una situazione che sfida gli osservatori a diventare cittadini attivi, chiedendo loro di servirsi di azioni per trasformare il comportamento; la reazione del pubblico è proprio ciò che completa e dà significato all&#8217;opera; “Arte utìl”, Arte utile: ha per principio l&#8217;arte come dispositivo o strumento di un processo di implementazione sociale, per modificare alcuni aspetti della società e immaginare, creare un mondo diverso; “Est-Etica”, in italiano e in spagnolo la parola “Estetica” contiene il termine “Etica” e ciò significa comprendere le possibilità di cambiamento. Si tratta dell&#8217;energia generata dall&#8217;opera d&#8217;arte, è l&#8217;affermazione che l&#8217;Etica può avere anche un effetto estetico e viceversa. “Artivism” è la crasi tra arte e attivismo. Anzichè aderire a schemi tradizionali, l&#8217;Artivismo può cogliere di sorpresa perchè l&#8217;azione creativa è qualcosa di inaspettato, che previene ogni reazione e serve a esprimere l&#8217;opinione pubblica tramite un liguaggio creativo; infine “L&#8217;Arte per il non ancora/per ciò che deve ancora venire” analizza le condizioni e le tecniche esistenti di governi e sistemi per evitare modalità prevedibili di potere e di controllo: è necessaria un&#8217;attività preventiva per evitare di cadere di nuovo nei totalitarismi.</p>



<p>Il resto è da scoprire&#8230;visitando la mostra.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-6" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16103" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2022-2048x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-7" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16101" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-1536x1152.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2023-2048x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-8" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16102" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/IMG-2024-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>
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		<title>&#8220;America latina: diritti negati&#8221;. Il Venezuela è ancora imbavagliato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Nov 2021 08:27:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Ripetute volte abbiamo parlato del collettivo venezuelano Un Mundo sin Mordaza, che attraverso la promozione e diffusione dell’arte ha il compito di denunciare le arbitrarietà del regime e far rispettare i&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/11/ve.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15823"/></figure></div>



<p>Ripetute volte abbiamo parlato del collettivo venezuelano <em>Un Mundo sin Mordaza</em>, che attraverso la promozione e diffusione dell’arte ha il compito di denunciare le arbitrarietà del regime e far rispettare i Diritti Umani. Hanno pubblicato il rapporto semestrale sulla situazione imperante in Venezuela per quanto riguarda la mancanza di libertà d’espressione. Il Coronavirus, pur essendo di vitale importanza, non ci deve distrarre di continuare a focalizzare la nostra attenzione anche su questi fatti ormai conosciuti e ultimamente dimenticati. Mi sembra doveroso riportare alcuni frammenti di questo rapporto per ricordare che la riduzione del diritto alla libertà è una realtà non risolta affatto in Venezuela.</p>



<p>“Nella prima metà del 2021, il modello di sistematizzazione e riduzione del diritto alla libertà di espressione e di accesso all&#8217;informazione in Venezuela si è ripetuto ancora una volta. Tuttavia, c&#8217;è stato un calo significativo rispetto ai dati ottenuti nel 2020. Secondo l&#8217;ONG <em>Espacio Público</em>, finora quest&#8217;anno sono stati registrati 74 casi, tra cui 150 violazioni della libertà di espressione in Venezuela, che rappresenta una diminuzione del 54% dei casi e del 66% delle violazioni registrate durante lo stesso periodo nel 2020, tra cui le detenzioni arbitrarie contro i giornalisti e i cittadini nel loro esercizio di diffusione delle informazioni, di fatto, Un Mundo sin Mordaza ha documentato 29 episodi di arresti e detenzioni arbitrarie sia di giornalisti che di individui nell&#8217;esercizio della diffusione e del libero accesso alle informazioni, suddivisi in 15 giornalisti e 14 vittime civili. Un totale di 63 atti di minacce, molestie o aggressioni (…) atteggiamenti che consistevano in minacce su reti sociali da parte di funzionari pubblici, persecuzioni, sequestro di attrezzature e materiale di lavoro, intimidazioni, minacce, aggressioni fisiche, morali e psicologiche, tra gli altri. Per quanto riguarda i media tradizionali, un totale di 22 casi sono stati registrati, diretti verso canali televisivi e stazioni radio, dove il 50% di essi sono stati censurati mediante sanzioni amministrative o giudiziarie. D&#8217;altra parte, per quanto riguarda la carta stampata, anche se ha rappresentato solo il 13,6% dei casi di violazione della libertà di espressione, l&#8217;incidente che ha suscitato più scalpore è stata la condanna e il sequestro esecutivo, nonché l’embargo, emesso contro il giornale <em>El Nacional</em> (uno dei giornali con più autorevolezza nella storia della stampa venezuelana). Sono anche stati registrati 13 casi di blocco di siti web e social network. Un caso particolare è l’attacco alla sede della stazione radio Selecta 102.7 FM, che è stato attaccato da sostenitori del regime inviati da funzionari pubblici.” Per solo citare alcuni frammenti del rapporto.</p>



<p>Non solo i media tradizionali hanno subito attacchi, anche i giovani che comunicano attraverso Tik tok sono oggi delle vittime. Un caso uscito in tutta la stampa nazione è quello di José Perez, giovane tiktoker, studente universitario che ha pubblicato un video dove questionava lo stile di vita sfarzoso e lussuoso della figlia di un famoso cantante, che sembrerebbe abbia rapporti con il regime. Perez è stato minacciato di morte dai parenti del cantante. Pur cancellando il contenuto e dopo le scuse, Pérez è stato detenuto da una commissione per i delitti informatici del CICPC (Corpo investigativo scientifico, penale e criminalistico) per 20 giorni, maltrattato verbalmente e psicologicamente, senza mandato e senza processo di nessun tipo.</p>



<p>Luis Morales è il responsabile di un video, sempre su TikTok, che riguardava il vaccino cinese contro il COVID. Morales ha mostrato una clip satirica sugli effetti collaterali dell&#8217;applicazione del vaccino per prevenire la diffusione del coronavirus, a causa della quale i funzionari del SEBIN lo hanno trattenuto, interrogato e dopo 20 giorni rilasciato con misure cautelari. Questi sono soltanto due esempi denunciati dove si può notare come le detenzioni continuano ad essere utilizzate dal regime come un meccanismo per mettere a tacere e censurare l&#8217;attività giornalistica e la libertà di parola dei cittadini che sostengono posizioni lontane dai principi del regime attuale.</p>



<p>Il Coronavirus non ci deve distrarre. Ovviamente, ha messo ancora alla prova la precaria situazione che si vive nel paese, ha aumentato la situazione di crisi già imperante, ma alcuni fattori come la mancanza di benzina, di prodotti di prima necessità e la mancanza di libertà d’espressione, nonché la censura, continuano ad essere protagonisti assoluti di questa tragedia. Non dimentichiamolo.</p>
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		<title>Censura di Internet 2021: una mappa globale delle restrizioni di Internet</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 10 Nov 2021 09:11:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Paul Bishoff (comparitech.com) Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali. Ma in quale parte del mondo i&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350024"/></a></figure></div>



<p>di Paul Bishoff (comparitech.com)</p>



<p>Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali.</p>



<p>Ma in quale parte del mondo i cittadini possono godere di un accesso a Internet uguale e aperto, se non ovunque?</p>



<p>In questo studio esplorativo, i nostri ricercatori hanno condotto un confronto paese per paese per vedere quali paesi impongono le restrizioni Internet più severe e dove i cittadini possono godere della massima libertà online.&nbsp;Ciò include restrizioni o divieti per torrenting, pornografia, social media e VPN e restrizioni o censura pesante dei media politici.&nbsp;Quest&#8217;anno abbiamo anche aggiunto la restrizione delle app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Sebbene i soliti colpevoli occupino i primi posti, alcuni paesi apparentemente liberi si classificano sorprendentemente in alto.&nbsp;Con le restrizioni in corso e le leggi in sospeso, la nostra libertà online è più a rischio che mai.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/IBnNS/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="455"></iframe></figure>



<h2><strong>I peggiori paesi per la censura di Internet</strong></h2>



<ol><li><strong>Corea del Nord e Cina (11/11) –</strong>&nbsp;Nessuna mappa della censura online sarebbe completa senza questi due in cima alla lista.&nbsp;Non c&#8217;è niente che nessuno dei due non censuri pesantemente grazie alla loro presa di ferro su tutta la rete.&nbsp;Gli utenti non sono in grado di utilizzare i social media occidentali, guardare porno o utilizzare torrent o VPN*.&nbsp;E tutti i media politici pubblicati nel paese sono pesantemente censurati e influenzati dal governo.&nbsp;Entrambi hanno anche chiuso le app di messaggistica dall&#8217;estero, costringendo i residenti a utilizzare quelle che sono state create (e probabilmente controllate) all&#8217;interno del paese, ad esempio WeChat in Cina.&nbsp;WeChat non solo non ha alcuna forma di crittografia end-to-end, ma ha anche backdoor che consentono a terzi di accedere ai messaggi.</li><li><strong>Iran (10/11): l&#8217;&nbsp;</strong>&nbsp;Iran blocca le VPN (sono consentite solo quelle approvate dal governo, il che le rende quasi inutili) ma non vieta completamente il torrenting.&nbsp;Anche la pornografia è vietata e i social media sono sottoposti a crescenti restrizioni.&nbsp;Twitter, Facebook e YouTube sono tutti bloccati con crescenti pressioni per bloccare altri popolari siti di social media.&nbsp;Molte app di messaggistica sono anche vietate con le autorità che spingono app e servizi nazionali come alternativa.&nbsp;I media politici sono pesantemente censurati.</li><li><strong>Bielorussia, Qatar, Siria, Thailandia, Turkmenistan e Emirati Arabi Uniti (8/11):</strong>&nbsp;Turkmenistan, Bielorussia e Emirati Arabi Uniti sono tutti presenti nella nostra analisi dei &#8220;peggiori paesi&#8221; nel 2020. Ma quest&#8217;anno sono stati raggiunti da Qatar, Siria e Tailandia.&nbsp;Tutti questi paesi vietano la pornografia, hanno pesantemente censurato i media politici, limitano i social media (sono stati osservati divieti anche in Turkmenistan) e limitano l&#8217;uso delle VPN.&nbsp;La Thailandia ha visto il più grande aumento della censura, compresa l&#8217;introduzione di un divieto di pornografia online che ha visto la rimozione di 190 siti Web per adulti.&nbsp;Ciò includeva Pornhub (che si è classificato come uno dei&nbsp;<a href="https://edition.cnn.com/2020/11/03/asia/thailand-porn-ban-protest-scli-intl/index.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">20 siti Web più visitati</a>&nbsp;nel paese nel 2019).</li></ol>



<p>*Anche se le VPN sono tecnicamente bloccate, alcune funzionano ancora in&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/whats-the-best-vpn-for-china-5-that-still-work-in-2016/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a>&nbsp;.&nbsp;Questo è lo stesso con i siti Web porno in molti dei paesi sopra menzionati.&nbsp;Molti siti Web porno creeranno siti &#8220;mirror&#8221; per consentire l&#8217;accesso a persone in paesi con restrizioni, ma questi verranno spesso bloccati una volta che le autorità ne verranno a conoscenza.</p>



<h2><strong>I paesi che hanno aumentato la censura nel 2021</strong></h2>



<p>Se confrontiamo i punteggi per ciascun paese dal nostro studio del 2020 al nostro studio del 2021, ci sono tre paesi che sembrano aver aumentato la loro censura.&nbsp;Uno, come abbiamo già visto, è la Thailandia.&nbsp;Il secondo, la Guinea, ha visto un aumento delle restrizioni delle restrizioni sui media politici, sospensioni o minacce di sospensione su diversi siti Web durante le elezioni di ottobre 2020, nonché restrizioni sui social media durante questo periodo (e anche prima del voto di marzo).</p>



<p>Il terzo è forse il più sorprendente, però.&nbsp;La Grecia ha ricevuto solo un punto nel nostro primo studio per la sua limitazione del torrenting (che si verifica in tutti i paesi studiati).&nbsp;Ma nella nostra rivisitazione del 2021, segna 3. Ciò è dovuto&nbsp;<a href="https://www.technadu.com/greek-government-determined-stop-movie-pirates/90808/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all&#8217;aumento delle azioni contro il torrenting</a>&nbsp;e alle restrizioni sui media politici.&nbsp;Reporters sans frontières ha suggerito che&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel 2020</a>&nbsp;c&#8217;è stata una&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">diminuzione della libertà di stampa</a>.&nbsp;I media che erano critici nei confronti del governo sono stati omessi o hanno ricevuto cifre sproporzionatamente esigue dai rimborsi fiscali.&nbsp;Ai canali televisivi pubblici è stato ordinato di non trasmettere un video che mostrasse il primo ministro ignorare le regole di blocco nel febbraio 2021. La copertura della crisi dei rifugiati è stata pesantemente limitata.&nbsp;E i giornalisti sarebbero stati ostacolati dalla polizia durante un evento commemorativo.&nbsp;Nell&#8217;aprile 2021 è stato assassinato anche un famoso giornalista di cronaca nera, Giorgos Karaivaz.</p>



<h2><strong>Censura online in Europa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Europa" class="wp-image-350396"/></a></figure></div>



<ul><li>18 paesi hanno vietato o chiuso i siti di torrenting.&nbsp;Alcuni hanno anche introdotto misure ma non stanno ancora bloccando i siti web (Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia).&nbsp;Poiché non bloccano i siti di torrenting, questi non sono stati classificati come &#8220;siti bloccati&#8221; e sono invece classificati come &#8220;limitati&#8221;.</li><li>Mentre i siti Web di torrenting sono spesso bloccati in Spagna (ecco perché è classificato come aver chiuso i siti di torrenting), le regole consentono il torrenting per uso personale (download per visualizzare ma non per caricare o distribuire).</li><li>L&#8217;Ucraina limita la pornografia online mentre Bielorussia e Turchia vietano/bloccano completamente il contenuto.</li><li>I media politici sono limitati in 12 paesi.&nbsp;Come abbiamo già visto, la Grecia si è unita a questa lista quest&#8217;anno, così come l&#8217;Ungheria e il Kosovo.</li><li>Due paesi censurano pesantemente i media politici: Bielorussia e Turchia.</li><li>Nessun paese europeo blocca o vieta i social media, ma cinque lo limitano.&nbsp;Questi sono Bielorussia, Montenegro, Spagna, Turchia e Ucraina.</li><li>La Turchia limita l&#8217;uso delle VPN mentre la Bielorussia le vieta del tutto.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono illimitate in tutta Europa.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Nord America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura in Nord America" class="wp-image-350476"/></a></figure></div>



<ul><li>Canada, Messico e Stati Uniti hanno vietato o chiuso i siti di torrent.</li><li>Cuba è l&#8217;unico paese a limitare la pornografia online, a censurare pesantemente i suoi media politici e a limitare le VPN.</li><li>Altri sei paesi (El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Panama) hanno alcune restrizioni sui loro media politici.&nbsp;Gli Stati Uniti hanno visto un miglioramento in quest&#8217;area quest&#8217;anno poiché le restrizioni sui media politici sono diminuite dall&#8217;ultima elezione presidenziale.</li><li>Cuba e Honduras hanno restrizioni sulle piattaforme di social media.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono soggette a restrizioni in Belize, Cuba e Messico.&nbsp;Cuba ha limitato l&#8217;accesso ai social media e a WhatsApp in seguito alle proteste antigovernative.&nbsp;In Messico, alcuni ISP bloccano i servizi VoIP, mentre i fornitori di telecomunicazioni del Belize offrono i propri servizi VoIP vietandone altri.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Sud America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350412"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Argentina è l&#8217;unico paese a bloccare attivamente i siti Web di torrent, mentre il Venezuela è l&#8217;unico a limitare la pornografia online.</li><li>I media politici sono limitati in metà (6) dei paesi sudamericani che abbiamo trattato.&nbsp;È anche pesantemente censurato in Venezuela con persistenti tentativi di controllare le notizie e mettere a tacere i media indipendenti.</li><li>Ecuador e Venezuela hanno restrizioni sui social media.</li><li>Nessuno dei paesi ha restrizioni o divieti all&#8217;uso della VPN al momento.</li><li>Tre paesi hanno app di messaggistica/VoIP con restrizioni (Brasile, Guyana e Venezuela).&nbsp;Oltre alle app VoIP bandite dal più grande ISP del Brasile, un disegno di legge ha&nbsp;<a href="https://www.eff.org/deeplinks/2020/08/faq-why-brazils-plan-mandate-traceability-private-messaging-apps-will-break-users?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">minacciato di imporre la tracciabilità</a>&nbsp;nella messaggistica privata (tuttavia, al momento della stesura, questo non è ancora stato firmato in legge).</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Asia</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Asia" class="wp-image-356890"/></a></figure></div>



<ul><li>12 paesi asiatici hanno bloccato o vietato i siti di torrenting.</li><li>La maggior parte dei paesi asiatici ha restrizioni sulla pornografia online (40 su 49 che abbiamo coperto &#8211; 82 percento) con 27 di questi che hanno divieti/blocchi completi.</li><li>Anche i media politici sono fortemente limitati e censurati in Asia.&nbsp;43 (88%) dei paesi che abbiamo coperto hanno restrizioni, con la maggioranza (28) soggetta a una pesante censura.</li><li>Un gran numero (32) di questi paesi limita in qualche modo le piattaforme di social media.&nbsp;Cina, Iran, Corea del Nord e Turkmenistan fanno un ulteriore passo avanti e applicano divieti completi su piattaforme di social media popolari.</li><li>Quattro paesi hanno divieti completi sull&#8217;uso della VPN (Cina, Iran, Iraq e Corea del Nord) e altri 11 impongono restrizioni.</li><li>Restrizioni di messaggistica e app VoIP sono comuni anche in Asia con 13 paesi che implementano una qualche forma di limitazione.&nbsp;Sebbene la Russia abbia vietato Telegram nel 2018, questo è stato revocato nel giugno 2020. Tuttavia, poiché il governo continua a cercare modi per limitare siti Web e app al di fuori del paese, questo potrebbe cambiare in qualsiasi momento.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Africa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Africa" class="wp-image-350397"/></a></figure></div>



<ul><li>Il Sudafrica è l&#8217;unico paese africano a chiudere attivamente i siti di torrenting.</li><li>14 paesi africani hanno restrizioni quando si tratta di pornografia online con quattro di questi che hanno divieti completi (Guinea Equatoriale, Eritrea, Tanzania e Uganda).&nbsp;Nuovi regolamenti in Tanzania hanno ulteriormente definito la pornografia come un tipo di &#8220;contenuto proibito&#8221;.</li><li>La maggior parte dei paesi africani che abbiamo coperto (43 del 53-81%) limita i media politici.&nbsp;11 di questi impongono una pesante censura con Algeria, Camerun e Ciad, aumentando la loro soppressione dei commenti politici dal nostro ultimo studio.</li><li>Il 60% dei paesi africani che abbiamo coperto implementa restrizioni sui social media, ma solo uno di questi, l&#8217;Eritrea, è arrivato al punto di bloccare continuamente l&#8217;accesso ai siti di social media.</li><li>L&#8217;Egitto è l&#8217;unico paese a limitare l&#8217;uso della VPN.&nbsp;Nonostante le VPN siano legali, i siti Web e i server di molti provider VPN sono bloccati (&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpns-for-egypt-unblock-skype-whatsapp-facebook-facetime/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">queste sono le migliori opzioni quando si sceglie una VPN in Egitto</a>&nbsp;).</li><li>L&#8217;Egitto è anche uno dei sette paesi ad avere restrizioni sull&#8217;uso di app di messaggistica/VoIP.&nbsp;Gli altri sono Burundi, Guinea Equatoriale, Sierra Leone, Libia, Marocco e Tunisia.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Oceania</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-6" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Oceania" class="wp-image-350394"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Australia è l&#8217;unico paese a imporre rigorosamente divieti/blocchi di torrenting e, insieme a Papua Nuova Guinea, ha anche restrizioni sulla pornografia online.&nbsp;L&#8217;Australian Broadcasting Service Act 1992 rende illegale la visione di porno su Internet, definendola un reato sanzionabile.&nbsp;Tuttavia, solo alcune città hanno cercato di stabilire un divieto totale.&nbsp;Anche la&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">legge</a>&nbsp;australiana sui&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">contenuti online</a>&nbsp;, che dovrebbe entrare in vigore a breve, minaccia di limitare ulteriormente l&#8217;accesso al porno online nel paese.</li><li>I media politici sono limitati nelle Fiji, Papua Nuova Guinea, Samoa e Tonga, ma solo la Papua Nuova Guinea ha la possibilità di limitare i social media attraverso la sua legge sulla criminalità informatica introdotta nel 2016.</li><li>Nessuno dei paesi dell&#8217;Oceania limita l&#8217;uso di VPN o VoIP/app di messaggistica.</li></ul>



<p><strong>Vedi anche</strong>&nbsp;: Le&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpn-for-porn/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">migliori VPN per guardare i porno in modo anonimo</a></p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/XhoKL/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="993"></iframe></figure>



<h2><strong>La censura online diventerà la &#8220;norma?&#8221;</strong></h2>



<p>Sebbene non sia una grande sorpresa vedere Cina, Russia e Corea del Nord in cima alla lista, il numero crescente di restrizioni in molti altri paesi è molto preoccupante.</p>



<p>Dai continui tentativi australiani di bloccare il porno alla crescente ostilità dei media politici in molti paesi, la nostra libertà online è qualcosa che non possiamo più dare per scontata.</p>



<p>Per fortuna, le VPN offrono ancora a molti di noi un modo per navigare in rete privatamente (e legalmente).&nbsp;Ma poiché la censura diventa sempre più comune, sempre più paesi potrebbero aderire all&#8217;elenco ristretto, mettendo a rischio la privacy digitale dei cittadini.</p>



<h2><strong>Metodologia</strong></h2>



<p>Per scoprire fino a che punto ogni paese è censurato, abbiamo studiato ciascuno in dettaglio per vedere quali restrizioni, se del caso, impongono su torrent, pornografia, media politici, social media, VPN e app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<p>In alcuni casi, i paesi possono essere classificati come aver bandito una di queste aree, ma i residenti possono trovare modi per aggirare questi divieti, ad esempio con VPN o siti mirror.&nbsp;Tuttavia, poiché il paese applica questo divieto bloccando i siti Web o implementando le leggi, il paese viene classificato come lo ha bandito.&nbsp;D&#8217;altra parte, se un paese ha introdotto regolamenti per cercare di limitare o vietare un&#8217;area ma gli utenti continuano a essere in grado di utilizzare liberamente questi servizi/siti web, il paese viene classificato come &#8220;limitato&#8221; perché i regolamenti/leggi sono non viene imposto.</p>



<p><strong>Ricercatore di dati:&nbsp;</strong>&nbsp;George Moody</p>



<h2><strong>Fonti</strong></h2>



<p><a href="https://rsf.org/en/ranking#?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rsf.org</a></p>



<p><a href="https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Censura internet: la nuova frontiera del controllo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 May 2021 08:02:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Asia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>(da https://internet-casa.com/news/censura-internet-cina/) Negli ultimi anni sono aumentate le proposte e i progetti per instaurare una maggior censura internet con un più alto controllo governativo sulla rete. Dalle proposte di verificare la maggiore età dell&#8217;utente&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>(da <a rel="noreferrer noopener" href="https://internet-casa.com/news/censura-internet-cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">https://internet-casa.com/news/censura-internet-cina/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="300" height="168" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/CINA.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15301"/></figure></div>



<p>Negli ultimi anni sono aumentate le proposte e i progetti per instaurare una maggior censura internet con un più alto controllo governativo sulla rete. Dalle proposte di verificare la maggiore età dell&#8217;utente su un sito tramite identificativo d&#8217;identità o bancario, sino all’uso dei controlli ActiveX (file con specifiche funzioni che si integrano con programmi e siti per attivare funzionalità per accedere ai siti governativi.</p>



<p>L’imposizione di un controllo su internet dunque non è una novità e misure anche più radicali, come l&#8217;interruzione, sono state già prese in passato. Le ragioni sono ovvie: controllare internet significa controllare il flusso di informazioni e stabilire ciò che viene letto e cosa no, influenzandone anche la velocità (che è misurabile con uno <a href="https://internet-casa.com/wifi/speed-test/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">speed test</a>)</p>



<p>In quest&#8217;ottica si inserisce il New IP pensato dal governo cinese per imporre un controllo ancor più stretto sulla rete nel territorio cinese tramite un <em>monitoraggio in entrata</em> di nuova concezione.</p>



<p>L’IP (o <em>Internet Protocol</em>) è un numero che identifica univocamente un dispositivo (detto host) collegato alla rete informatica. Si tratta di informazioni univoche che rientrano appieno nel concetto di privacy e quindi pienamente tutelate dal GDPR.</p>



<p><strong>Il “New IP” cinese</strong></p>



<p>Il New IP cinese si articola principalmente su 3 punti:</p>



<p>1) Identificazione univoca</p>



<p>2) Condizionalità della visibilità e dell&#8217;accesso ai contenuti</p>



<p>3) Centralizzazione totale della rete</p>



<p>Questi tre punti si articolano attorno al concetto chiave di credito sociale (noto come anche “social score”) su cui il governo cinese ha basato tutto il nuovo protocollo di controllo della rete.</p>



<p>Il credito sociale è un sistema di classificazione che valuta:</p>



<p>1) La reputazione sociale di un cittadino</p>



<p>2) L&#8217;affidabilità politica delle persone</p>



<p>3) La reputazione aziendale<br></p>



<p>Iniziato su scala locale nel 2009, il sistema è stato lanciato su scala regionale dal 2018 integrandosi al sistema di sorveglianza basato su milioni di videocamera, IA per il riconoscimento facciale e analisi big data.</p>



<p>Anche se le informazioni sono lacunose, si può osservarne lo sviluppo in base ai documenti burocratici pubblicati in merito notando le differenze a livello regionale tra le varie province cinesi.</p>



<p><strong>Che cos&#8217;è il New IP cinese</strong></p>



<p>Secondo uno studio Huawei (leggibile <a href="https://www.huawei.com/us/industry-insights/innovation/new-ip?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui</a>), nel 2035 oltre un bilione (cioè <em>mille miliardi</em>) di dispositivi elettronici saranno connessi ad internet sull&#8217;onda di una digitalizzazione di massa che coinvolgerà nuove industrie e nuove modalità di connessione e di lavoro. Ad esempio, si prevedono industrie manifatturiere basate sulla realtà aumentata.</p>



<p>Il bisogno di una tale connettività con le necessità di privacy e sicurezza che inevitabilmente un tale interconnessione comporta, costituiscono una sfida non semplice. Il New IP permetterebbe di soddisfare la domanda di connessione e allo stesso tempo offrirebbe flessibilità, sicurezza e privacy, secondo i teorici cinesi.</p>



<p>Si tratterebbe di un nuovo redesign di internet per creare una cosiddetta sicurezza intrinseca nel web imponendo la registrazione dell’utente individuale. La proposta di Huawei è quindi una nuova architettura internet per connettere network eterogenei e sistemi in un&#8217;unica rete.</p>



<p>Huawei ha fatto la sua proposta all’ITU (Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, una società dell&#8217;ONU) dove Pechino ha un certo peso, aggirando al contempo gli standard tecnici internazionali.</p>



<p><strong>Come funziona il New IP cinese e il pericolo di censura internet</strong></p>



<p>Il New IP cinese dunque si basa su 3 punti fondamentali: identificabilità, condizionalità e centralizzazione.</p>



<p>L’identificabilità significa che ogni <em>persona</em> sarà collegata all’indirizzo IP anziché ogni dispositivo, rendendo così la persona associata ad un indirizzo permanente.</p>



<p>La condizionalità significa che vedere determinati contenuti e avervi accesso è collegato ad un requisito, ossia il credito sociale. Ciò significa che, ad esempio, l’utente 1 con un credito sociale soddisfacente per il partito potrà vedere certi contenuti (ad es. manuali tecnici). L&#8217;utente 2, il cui credito sociale è basso, non potrà invece leggere certi contenuti.</p>



<p>La centralizzazione intende unificare il credito sociale e la propria rete internet in un unico sistema su scala nazionale che integri tutta la sorveglianza in un&#8217;unica struttura.</p>



<p><strong>Censura internet: le conseguenze</strong></p>



<p>La proposta e la pianificazione tecnica di questo nuovo protocollo dimostrano che i mezzi per creare un letterale stato di sorveglianza esistono già e che, quando c&#8217;è la <em>volontà</em>,&nbsp; il passo successivo è l’implementazione.</p>



<p>Le regole europee come il GDPR vanno nel senso diametralmente opposto, considerando l’IP un dato personale che va protetto.&nbsp; Anche in Occidente non sono mancati tentativi di far passare limitazioni all&#8217;accesso ai contenuti o visibilità previa identificazione.</p>



<p>Si pensi quindi all&#8217;identificazione con carta bancaria per avere accesso ad internet non filtrato come avvenuto nel Regno Unito o con documento d&#8217;identità per&nbsp; contenuti a luci rosse in Francia.</p>



<p>È quindi importante rimanere vigili e non illudersi che la lontananza sia un deterrente efficace. La censura dell&#8217;accesso alla rete, la condizionalità e la sorveglianza di massa sono in antitesi con la neutralità della rete e la libertà d’informazione.</p>
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