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	<title>Choucha Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<title>Choucha Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Babylon: il cinema, la Tunisia, l&#8217;attualità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2015 04:27:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi e Paolo Castelletti&#160;&#160; (da formacinema.it) Babylon si configura sia come un esperimento sul linguaggio che come un esperimento di utilizzo del materiale: infatti durante le riprese, i tre registi hanno diffuso&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
di Monica Macchi e Paolo Castelletti&nbsp;&nbsp; (da formacinema.it)</div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione1">
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
Babylon<br />
 si configura sia come un esperimento sul linguaggio che come un<br />
 esperimento di utilizzo del materiale: infatti durante le riprese, i<br />
 tre registi hanno diffuso in tempo reale tramite Internet video,<br />
 fotografie, clip audio, testi open source invitando chiunque<br />
 volesse, a riutilizzarli per creare nuove opere.
 </div>
</div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione2">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/Babylon_manifesto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/04/Babylon_manifesto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="320" width="226" /></a></div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p></p>
<div dir="LTR" id="Sezione3">
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
Sono<br />
 state fatte mostre sui diversi lavori e anche un film-concerto di<br />
 Zied Meddeb Hamrouni in cui ha mixato dal vivo la colonna sonora<br />
 originale del film. Questo film non recitato può essere dunque<br />
 considerato un “ipertesto” o come ha scritto Vertov un “film<br />
 che produce film” nel senso che ogni inquadratura può essere<br />
 utilizzata per altre ricostruzioni. Del resto, la comprensione<br />
 dell’immagine dipende dalla correlazione con quelle che la<br />
 precedono (secondo il cosiddetto “effetto Kulešov”) e questo<br />
 flusso organizza le percezioni ed i processi interpretativi dello<br />
 spettatore.&nbsp;Inoltre Babylon sarà proiettato nell&#8217;ambito della<br />
 mostra “Le<br />
 Pont”&nbsp;(<u><a href="http://www.mp2013.fr/evenements/2013/05/le-pont/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.mp2013.fr/evenements/2013/05/le-pont/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u>)<br />
 fino al 20 ottobre 2013 al Museo di Arte Contemporanea di Marsiglia<br />
 (capitale europea della cultura 2013), un evento che ospita più di<br />
 cento lavori di artisti provenienti da tutto il mondo (tra cui<br />
 Marina Abramovich e Basquiat) sul concetto di migrazione e<br />
 “deplacement”.</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
<br />Quando<br />
 è scoppiata la rivoluzione tunisina nessuno dei tre registi ha<br />
 deciso “a caldo” di filmarne gli eventi. E dopo che la loro<br />
 società di produzione Exit viene saccheggiata dalla polizia il 14<br />
 gennaio, decidono insieme al produttore Chawki Knis di andare a<br />
 Choucha, un campo profughi a sette chilometri dal valico di<br />
 frontiera di Ras Jdir e a tre chilometri dalla città di Ben<br />
 Guerdanne (già teatro all&#8217;inizio del 2010 di una rivolta). Quasi un<br />
 milione di persone di tutte le nazionalità e le lingue sono in fuga<br />
 dai combattimenti tra i rivoluzionari e le truppe lealiste di<br />
 Gheddafi. In Libia erano infatti presenti moltissimi migranti<br />
 provenienti soprattutto dall’Africa Sub-Sahariana, che, dal punto<br />
 di vista interno erano funzionali al sostenimento dell’economia<br />
 libica e dal punto di vista internazionale erano funzionali al<br />
 cambiamento della figura di Gheddafi che voleva passare dall’essere<br />
 leader panarabo all’essere leader panafricano. Ma sin dai primi<br />
 giorni delle rivolte si scatena la “caccia al nero” definiti<br />
 “mercenari di Gheddafi” che scappano quindi verso la Tunisia. Il<br />
 gruppo si propone di essere un “gruppo di auto-creazione” (in<br />
 riferimento ai “gruppi di auto-difesa” in cui si erano<br />
 organizzati i tunisini), senza l&#8217;idea di girare un film ma con<br />
 l’intento di “mettere gli occhi su un frammento di Tunisia che<br />
 ha vissuto un tempo diverso e un evento diverso…siamo stati<br />
 attratti dal campo così come andava emergendo tra due territori in<br />
 rivoluzione, in una no revolution’s land….non crediamo che la<br />
 rivoluzione sia un evento compatto e limitato nel tempo, al<br />
 contrario è complesso e frammentato”. E mentre sono entrati in<br />
 contatto col campo, i rifugiati ed il territorio circostante (non<br />
 solo Choucha ma anche Zarzis, Djerba e Medenine), il film ha<br />
 iniziato a prender forma, una costruzione formale che però non<br />
 diventa pura osservazione perché, come hanno ribadito i registi,<br />
 “non crediamo nel mito dell&#8217;oggettività, anche se&nbsp; non<br />
 abbiamo mai dato alcuna indicazione alle persone”.</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
Secondo<br />
 la descrizione di uno dei registi “Questo film è una tragedia in<br />
 cinque atti” con una struttura in cinque parti distinte, separate<br />
 da schermi neri: lo spazio prima dell&#8217;arrivo dei profughi in cui ci<br />
 si sofferma sulla natura (in particolare sul deserto e sugli alberi,<br />
 che osservano “come l&#8217;umanità cresce e poi distrugge se stessa”)<br />
 e su come essa si trasforma in base al passaggio dei profughi;<br />
 l&#8217;occupazione del campo; l&#8217;organizzazione della vita della<br />
 tendopoli; l&#8217;emergere di tensioni e rapporti di potere al suo<br />
 interno; ciò che resta dopo la partenza dei profughi. Dopo una<br />
 lunga sequenza iniziale su grotte e vegetazione del deserto<br />
 incentrata, con primi piani temporali, su uno scarafaggio che fa<br />
 rotolare una sterpaglia al rumore del vento; iniziano ad arrivare<br />
 ruspe, tende e telecamere e poi giornalisti, operatori umanitari e<br />
 profughi che costituiscono la singolarità plurale che attraversa la<br />
 tendopoli.</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
T<img loading="lazy" align="LEFT" border="0" src="http://www.formacinema.it/images/Babylon_tendopoli.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="278" hspace="2" name="Babylon_tendopoli" width="497" />endopoli<br />
 che è la vera protagonista del film, un luogo effimero nato dal<br />
 nulla in mezzo al nulla, destinato ad essere costruito per poi<br />
 essere rapidamente distrutto, caratterizzato da un movimento<br />
 incessante dei rifugiati, una galleria di personaggi senza alcun<br />
 protagonista, che tagliano lo schermo come in una danza…Ed il<br />
 movimento della danza permea di sé anche una delle sequenze più<br />
 significative del film: il corteo di protesta dei bengalesi che si<br />
 muove sinuoso come un serpente passandosi un corpo, non si riesce a<br />
 capire se morto o svenuto; ma è presente anche nei piccoli<br />
 spettacoli inscenati per passare il tempo e nella candela sotto la<br />
 tenda in cui alcuni nigeriani parlano di Dio. Nel film si susseguono<br />
 così inquadrature di “storie nella storia” che scivolano le une<br />
 sulle altre senza dare alcun appiglio allo spettatore se non quello<br />
 di lasciarsi sommergere dal flusso visivo e linguistico di un<br />
 movimento effimero. Non si tratta quindi di una o più persone che<br />
 raccontano lo spazio ma di uno spazio che racconta le persone<br />
 inserite in un ambiente da cui traggono significato e che esalta le<br />
 potenzialità delle immagini liberate dalla rigidità della parola.<br />
 La scelta di raccontare attraverso la massa porta i registi ad<br />
 utilizzare il campo lungo, le ombre e le sagome sfocate (come<br />
 dimostra anche la locandina) per connotare esteticamente<br />
 l’alienazione nella massa, alternandole sapientemente a zoom su<br />
 dettagli che raccontano la vita nel campo: i momenti della preghiera<br />
 e le lunghe code per il cibo rallentano il film e ben rappresentano<br />
 la lentezza, fluidità e precarietà del destino e della permanenza<br />
 dei migranti. Infatti il campo rappresenta un non-luogo di<br />
 passaggio, anche se in realtà, a Choucha ci sono ancora diverse<br />
 persone riconosciute come profughi che sono in attesa di venir<br />
 “ricollocati” e 300 deboutés cioè “non-rifugiati” esclusi<br />
 dal sistema di protezione ONU, che in un vero e proprio limbo<br />
 giuridico aspettano lo smantellamento del campo previsto per il<br />
 prossimo 30 giugno. Del campo di Choucha si è molto discusso anche<br />
 nel recente “Forum di Tunisi” dove sono stati sollevate molte<br />
 criticità tra cui la mancanza di assistenza giuridica nella<br />
 compilazione delle domande, l&#8217;assenza di una commissione di<br />
 controllo e le interferenze delle rappresentanze diplomatiche di<br />
 Ciad e Nigeria; l’Onu da parte sua ha replicato proponendo ai<br />
 <em>deboutés<br />
 </em>il<br />
 rimpatrio volontario assistito con pagamento del viaggio di ritorno<br />
 e di una buonuscita o, in alternativa, la permanenza in territorio<br />
 tunisino, con la possibilità di percorsi di inserimento<br />
 professionale.</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
Quando<br />
 la maggior parte dei profughi se ne va, resta la tendopoli con il<br />
 suo pavimento cosparso di spazzatura e con sacchetti di plastica che<br />
 volano al vento, non una mera registrazione meccanica ma una<br />
 costante colonna sonora che ha la capacità di esaltare le<br />
 espressioni delle immagini. E visto che ogni opera d’arte si basa<br />
 su una gerarchia dei mezzi utilizzati, il suono è qui al servizio<br />
 di immagini ed azioni che prescindono dalla parola: del resto come<br />
 ha scritto Arnheim: “Il dialogo costringe l’azione visiva a<br />
 mettere in primo piano l’uomo che parla, otticamente sterile”. E<br />
 l’importanza dei suoni emerge nel lungo lavoro di post-produzione:<br />
 le riprese sono durate tre settimane con una trentina di ore di<br />
 girato ma ci sono voluti circa dieci mesi per il montaggio. In</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div align="JUSTIFY" style="line-height: 115%; margin-bottom: 0cm;">
<img loading="lazy" align="LEFT" border="0" src="http://www.formacinema.it/images/Babylon_vento.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="464" hspace="2" name="Babylon_vento" width="347" />parte<br />
 per problemi finanziari (il film è interamente auto-prodotto), in<br />
 parte perché non volevano essere risucchiati nel filone “primavera<br />
 araba”, (ecco cosa mi ha scritto Ala Eddine in uno dei primi<br />
 scambi di mail, presentando il film: Je note que notre film est un<br />
 peu “loin” des sujets traitants du “Printemps Arabe”.<br />
 Veuillez ne pas l&#8217;inclure comme un film “direct” sur “la<br />
 révolution” tunisienne.) ma soprattutto per costruire il film<br />
 seguendo il ritmo e la musicalità delle voci ed il lato crudo dei<br />
 suoni della natura fa provare la sensazione di essere in un<br />
 territorio inesplorato e sottolinea la differenza con le produzioni<br />
 televisive.Babylon rompe infatti con la tradizione del cinema<br />
 tunisino mainstream per queste scelte estetiche radicali, per la<br />
 diffusione del materiale via Internet, per il fatto di essere<br />
 autoprodotto senza sussidi statali ma anche per l’abbandono delle<br />
 tematiche ormai cristallizzate (la vita sociale nella vecchia<br />
 Medina, la famiglia conservatrice…) ed incentrate su tematiche<br />
 sociali, che erano esattamente le stesse delle produzioni televisive<br />
 delle “musalsalat” cioè delle telenovele mandate in onda<br />
 durante il Ramadan per affrontare una spinosa questione politica.&nbsp;Il<br />
 connubio tra l’accesso alle nuove tecnologie e la caduta di Ben<br />
 Ali ha totalmente cambiato lo scenario sbloccando lo spazio pubblico<br />
 caratterizzato dalla progressiva chiusura delle sale<br />
 cinematografiche (dalle quasi duecento degli anni Settanta ne sono<br />
 sopravvissute una manciata): ad esempio facendo rivivere la<br />
 tradizione del cinema itinerante e realizzando una Carovana del film<br />
 documentario o molti festival come quelli di <em>Rgueb<br />
 </em>o<br />
 di <em>Hergla.<br />
 </em>Ma<br />
 soprattutto sono stati girati diversi film audaci e innovativi che<br />
 hanno fatto molto discutere: tra questi “Anbou El Fosfato” di<br />
 Samy Tlili sui lavoratori del bacino minerario di Redeyaf (e per<br />
 poterlo far vedere agli abitanti della regione il regista e i suoi<br />
 collaboratori hanno dovuto personalmente riaprire una sala chiusa da<br />
 quasi trent’anni) e “Ni Allah, ni maître” di Nadia Al-Fani<br />
 (dopo scontri, polemiche e minacce di morte, la regista ha deciso di<br />
 cambiare il titolo in “Laicitè, inshallah”) sul ruolo della<br />
 laicità come garante della diversità e della libertà di coscienza<br />
 in una democrazia. Ma questa situazione di effervescenza e<br />
 creatività cinematografica potrebbe cambiare a breve: è appena<br />
 stata presentata una proposta di “Riforma per lo sviluppo del<br />
 cinema e dell&#8217;audiovisivo in Tunisia” che prevede la creazione di<br />
 uno sportello unico per il cinema e l’inasprimento dei requisiti<br />
 richiesti alle case di produzione per accedere a forniture o<br />
 sussidi. Chi contesta la legge sostiene che abbia un’ispirazione<br />
 politica perchè il Governo sarebbe terrorizzato da questi nuovi<br />
 cineasti che, come nel caso di Babylon, in piena autonomia girano<br />
 video senza richiedere autorizzazioni o sovvenzioni statali e li<br />
 condividono tramite Internet rendendoli immediatamente fruibili. Del<br />
 resto che giustificazione artistica potrebbe avere la norma secondo<br />
 cui le case di produzioni possono girare lungometraggi solo dopo<br />
 aver girato un “numero sufficiente” di corti?!? E possono<br />
 collaborare a produzioni straniere solo dopo aver raggiunto una<br />
 “certa notorietà”?!? Gli oppositori puntano anche il dito sugli<br />
 autori del progetto, definiti “un’accozzaglia di dinosauri e<br />
 burocrati”, coinvolti nella degenerazione del cinema in Tunisia e<br />
 che ora starebbero per completare l’opera svendendo quel che ne<br />
 resta alla televisione e agli sponsor dei multiplex.</div>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
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