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	<title>collusione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>23 maggio 2018, ventisei anni senza Falcone: le sue idee che camminano con noi</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 08:30:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="453" height="434" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 453w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189-300x287.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt;Sono un cadavere ambulante&gt;&gt;, era il 1986 quando Giovanni Falcone disse queste parole alla sorella, conscio del pericolo che correva. Era l’anno in cui sposò l’amore della sua vita, Francesca Morvillo, anche lei magistrato.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palermo con l’amico Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, nel 1983 grazie all’intuizione del procuratore capo Rocco Chinnici appena assassinato con un’autobomba, Antonino Caponnetto raccolse i pezzi e di fronte alla minaccia quotidiana introdusse il sistema del pool antimafia. Proprio come avrebbe voluto anche il defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Neanche un anno dopo, il cosiddetto “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il super pentito, andò a colloquio con Giovanni Falcone e cominciò a parlare. Gli parlò della famiglia di Porta Nuova, uno dei mandamenti di Palermo, dell’ascesa dei corleonesi, dei rapporti con la Banda della Magliana, dei rapporti con la politica. Queste dichiarazioni, unite alle indagini, permisero di istruire il maxiprocesso contro 475 presunti affiliati a Cosa nostra e a portarli alla sbarra. Il processo fu di portata talmente grande da rimbalzare nei medium di gran parte del mondo, tanto da risuonare agli occhi di chi non lo aveva vissuto quasi incredibile, una farsa. Ma il processo aveva ben altre intenzioni: dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza della mafia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 10 febbraio del 1986 dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il carcere costruito a metà Ottocento che nell’idea originaria del filosofo inglese Jeremy Bentham avrebbe dovuto riabilitare il detenuto, il processo ebbe inizio. L’accusa aveva dalla sua parte circa ottomila pagine di incartamento. La sentenza di primo grado arrivò nel 1987 e dichiarò l’ergastolo per diciannove imputati mentre ne assolse centoquattordici. Nel 1990 sette dei diciannove ergastoli furono annullati dalla Corte d’Appello. La Cassazione, ultimo grado di giudizio, nel gennaio 1992 emise la sentenza definitiva ripristinando quella di primo grado. Il “teorema Buscetta”, come era stato fino ad allora chiamato, era diventato realtà effettiva. Nessuno più avrebbe potuto andare contro questa verità assoluta, o almeno così si credeva. In alcuni luoghi alla presa di coscienza ha fatto spazio l’omertà.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non per il momento, nel 1992, perché come ebbe a dire Falcone: &lt;&lt;E’ un fatto storico: questo evento ha spezzato il mito dell’impunità della mafia&gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta che il Partito Comunista fosse rinato sotto altre vesti dopo la caduta del Muro di Berlino e successivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Italia avrebbe preso ancor più piede un partito: la Democrazia Cristiana che proprio nell’89 vide salire sulle poltrone del potere Giulio Andreotti. Fu lui nel 1991 a chiamare Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia per riformare il sistema giudiziario in vista di una maggiore tutela dalla criminalità organizzata. Che fosse stato un gesto di facciata per allontanarlo dalla Sicilia, non ci è dato sapere, fatto sta che questo gli gettò addosso sia diffidenza che ammirazione. C’era infatti chi riteneva il trasferimento di Falcone a Roma come un gesto di mero opportunismo da parte del giudice. Naturalmente non era così e presto i maligni, con i risultati alla mano, dovettero tornare sui propri passi.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune delle misure che Falcone introdusse in favore della lotta alla mafia riguardarono ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, lo scioglimento dei Comuni per mafia, i reati a stampo mafioso che evitavano la scarcerazione agli imputati in attesa di conclusione dell’iter processuale, nonché l’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia) con l’obiettivo di coordinare tutte le forze dell’ordine contro tutti i livelli di criminalità organizzata, dalla mafia all’ndrangheta e alla camorra. La Dia com’è noto è divisa in distretti, cioè in territori e in città (Dda, Direzione distrettuale antimafia), coordinata a sua volta da un nucleo centrale (Dna, Direzione nazionale antimafia) tutte in stretto collegamento tra loro, in modo da sopperire alla mancanza del pool antimafia che era stato di fatto smantellato.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti i nemici di Falcone tra il maxiprocesso e le nuove leggi. Lui lo sapeva, quando disse alla sorella di sentirsi un cadavere ambulante. Lo sapeva già nel 1989 dopo il fallito attentato o semplice avvertimento da parte di Riina e i suoi all’Addaura: vicino alla sua casa vacanze fu trovata una borsa con dei candelotti di dinamite inesplosi. Sapeva che prima o poi lo avrebbero ucciso.</p>
<p align="JUSTIFY">Andiamo via per il weekend? Qualcuno lo avrà chiesto e così i coniugi Falcone partirono con gli uomini della scorta. Era il 23 maggio 1992. Un’esplosione, un boato. Un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, allo svincolo per Capaci, non c’era più. Nelle redazioni e nelle case i telefono cominciano a squillare, si teme il peggio. Alle 17.57 non c’era più molto da fare. Mentre i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinarom, erano stati investiti dall’onda esplosiva e quindi erano morti sul colpo, Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo moriranno in ospedale quella sera. Eccola, la strage di Capaci tra veri e occulti mandanti.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ a loro, alle vittime innocenti, che rendiamo merito e ossequio ogni anno da quel giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Quest’anno si parte con la nave della legalità da Civitavecchia, gli incontri a Roma, Milano, Forlì, Bologna, Brescia e Catania.</p>
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<table style="height: 5px;" border="0" width="5" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
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<tr>
<td width="643"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">L’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, “Palermo chiama Italia”, riunisce migliaia di studenti e cittadini nelle strade e nelle piazze del capoluogo siciliano per gridare il dissenso verso la mafia, amando quelle idee che continuano a camminare sulle nostre gambe ancor oggi. Il 23 maggio poi ci sarà una commemorazione istituzionale allestita proprio nella verde aula bunker dell’Ucciardone, il “Grand Hotel” di cui si facevano beffa i mafiosi prima che qualcuno venisse a metterli in riga.</p>
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		<title>Flavia Famà, nel ricordo di suo padre che non si piegò alla mafia.</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Mar 2018 09:23:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Serafino Famà: esempio di amore per la professione, per la Giustizia, per i valori che fondano una &#8220;società armoniosa&#8221;. Associazione per i Diritti umani ha intervistato la figlia dell&#8217;avvocato, Falvia Famà, e la ringrazia&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Serafino Famà: esempio di amore per la professione, per la Giustizia, per i valori che fondano una &#8220;società armoniosa&#8221;. <strong><em>Associazione per i Diritti</em> <em>umani</em> </strong>ha intervistato la figlia dell&#8217;avvocato, Falvia Famà, e la ringrazia moltissimo per il tempo che ci ha voluto dedicare.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/29512765_10213071377391778_3997686541384202690_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10399" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/29512765_10213071377391778_3997686541384202690_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/29512765_10213071377391778_3997686541384202690_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/29512765_10213071377391778_3997686541384202690_n-300x188.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/03/29512765_10213071377391778_3997686541384202690_n-768x480.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ci ricorda brevemente la vicenda di suo padre?</p>
<p>Mio padre era un avvocato penalista molto noto negli anni novanta che fu barbaramente assassinato la sera del 9 novembre 1995 con sei colpi di pistola calibro 7.65 da un commando di uomini che agirono a volto scoperto lasciando incolume il collega e amico che era insieme a mio padre.</p>
<p>Mio padre era un avvocato dalla schiena dritta che ha pagato con la vita la dedizione alla Toga e il non volersi piegare alle richieste di un boss di mafia.</p>
<p>Era accaduto, infatti, che il boss Giuseppe Maria Di Giacomo era stato arrestato nottetempo mentre era in compagnia della cognata Stella Corrado con la quale aveva anche una relazione, vicenda che costituiva un grave disonore per il boss, che aveva da poco avuto un figlio dalla moglie peraltro.</p>
<p>Stella Corrado era la moglie di Matteo Di Mauro, un esponente dello stesso clan che da poco aveva iniziato a collaborare con la giustizia e che era assistito da mio padre.</p>
<p>Di Giacomo era assistito dall’avvocato Bonfiglio e a questi si rivolse quando fu arrestato affinché convincesse mio padre a far testimoniare Stella Corrado nel processo in cui era imputato. La nostra legge prevede che i parenti stretti, come i coniugi e i cognati non sono tenuti a testimoniare, pertanto mio padre le consiglió di avvalersi di tale possibilitá.</p>
<p>Qual era la situazione in Sicilia, negli anni &#8217;90, per quanto riguarda il rapporto Stato-Mafie?</p>
<p>In quegli anni ero poco piú di una bambina e non avevo percezione della gravitá del fenomeno e del radicamento delle mafie nel nostro territorio sebbene i telegiornali fossero un costante racconto di morti ammazzati e di negozi fatti saltare in aria, ma veniva percepito come qualcosa di distante da noi. Adesso posso senz’altro dire che un rapporto tra le mafie e parti dello Stato c’era e forse c’è tutt’ora, tant’è che su circa il 70% dei delitti di mafia non si sà la veritá e su alcuni c’è persino il segreto di Stato.</p>
<p>A seguito dei fatti, lei si è trasferita a Roma: quali erano i suoi sentimenti all&#8217;epoca?</p>
<p>Una volta conclusosi il processo contro gli assassini di mio padre volevo lasciarmi tutto alle spalle ed ero talmente ingenua da credere che lasciare la Sicilia avrebbe significato non avere piú a che fare con la mafia, ma mi sbagliavo.</p>
<p>Non solo la mafia a Roma c’è, ma è anche ben radicata come afferma la Relazione della Commissione Parlamentare antimafia degli anni Settanta e che è facilmente consultabile in rete.</p>
<p>Come è cambiata la sua vita dopo l&#8217;incontro con Don Ciotti e <i>Libera</i>?</p>
<p>Ho incontrato <i>Libera</i> nel 2005 in occasione del 21 marzo, la giornata della memoria e dell’impegno, che quell’anno si teneva proprio a Roma. In quell’occasione ho avuto la meravigliosa opportunità di ascoltare il racconto degli altri familiari di vittime innocenti delle mafie e per la prima volta non mi sono sentita sola. Fino a quel momento infatti non raccontavo quasi mai la storia di mio padre sia perché pensavo che nessuno potesse capire quello che si prova a vedersi strappare via un pezzo di vita, sia perché non vedevo l’utilitá di investire qualcun altro di un dolore cosí grande. Mi ci sono voluti altri quattro anni prima di incontrare degli studenti e raccontare la mia storia.</p>
<p>Don Luigi mi ha preso per mano e mi ha mostrato la bellezza e l’importanza di fare memoria, non solo un ricordo nostalgico, ma un racconto proiettato nell’impegno concreto accanto a chi fà le stesse battaglie per cui ha dato la vita mio padre e le troppe vittime innocenti delle mafie. Penso al lavoro che fa <i>Libera</i> accanto ai testimoni di giustizia o a sostegno dei familiari dei desaparecidos in America Latina dove la situazione è drammatica, ad esempio in Messico scompare una persona ogni venti minuti.</p>
<p>Cosa può fare la società civile per contrastare almeno la mentalità mafiosa? E quanto è importante il lavoro nelle scuole?</p>
<p>Il lavoro nelle scuole è fondamentale e bisogna sostenere gli insegnanti. Quando ero una studentessa, se tornando a casa mi lamentavo di un brutto voto o di un atteggiamento ostile di un insegnante, i miei genitori mi ammonivano dicendo che dovevo rispettare quel ruolo cosí importante; adesso vedo che molti genitori si accaniscono contro i docenti che spesso non sono messi in condizioni di serenitá. Ecco partirei dal recupero di questa figura. La mentalitá mafiosa trae la sua origine nell’atteggiamento di chi vuole prevaricare e chi non vuole rispettare le regole, a partire dalle basilari norme di convivenza civile. Se partiamo da noi stessi, iniziando per primi a non voltarci dall’altra parte quando vediamo qualcosa di sbagliato, se cerchiamo di realizzare rapporti che creino valore e a dare importanza non solo al nostro piccolo io ma anche agli altri, allora possiamo cambiare la mentalità anche di chi ci circonda. Rispettare noi stessi, gli altri e l’ambiente è la base per costruire una societá armoniosa.</p>
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		<title>Figli rubati: l&#8217;Italia, la Chiesa e i desaparecidos</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2016 08:43:35 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
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