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	<title>colonizzazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Scrivere d&#8217;Africa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Nov 2023 09:19:31 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p>E&#8217; da un po&#8217; di mesi che mi occupo di questa rubrica, che scrivo sulla situazione del continente africano. Non sono mai stato in Africa e sinceramente ho iniziato a scrivere senza troppa preparazione, ma spinto dalla voglia di fare.<br>Nel documentarmi, mi sono imbattuto nel libro “Parlare d&#8217;Africa – 50 parole chiave” di Luca Jourdan e Karin Pallaver pubblicato dalla Carocci. Il libro analizza proprio come i mass-media parlano di Africa. Leggendo questa pubblicazione, mi sono reso conto che forse sono stato un po&#8217; incosciente, diventare retorici è molto facile.<br>Il testo è una sorta di glossario, le 50 parole chiave appunto, necessarie per orientarsi nella storia e nell&#8217;attualità del continente africano. Adatto per chi, come il sottoscritto, si approccia per la prima volta o quasi, all&#8217;argomento. Un altro obiettivo del libro è di decostruire strereotipi. Gli autori si sono concentrati soprattutto sull&#8217;Africa subsahariana, ovvero l&#8217;area maggiormente interessata a luoghi comuni e rappresentazioni scorrette.<br>Non conosci l&#8217;Africa e vuoi saperne di più? Ti consiglio proprio questo libro. Ogni voce è volutamente breve e permette al lettore di acquisire le informazioni in modo chiaro e coinciso.</p>



<p><br>Concludo riportando passi di un saggio provocatorio di Binyavanga Wainaina (andate a vedere di chi si tratta) pubblicato su <em>Granta </em>nel 2005:<br>&#8220;Nel titolo, usate sempre le parole &#8216;Africa&#8217;, &#8216;nero&#8217;, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come &#8216;Zanzibar&#8217;, &#8216;masai&#8217;, &#8216;zulu&#8217;, &#8216;zambesi&#8217;, &#8216;Congo&#8217;, &#8216;Nilo&#8217;, &#8216;grande&#8217;, &#8216;cielo&#8217;, &#8216;ombra&#8217;, &#8216;tamburi&#8217;, &#8216;sole&#8217; o &#8216;antico passato&#8217;. Altre parole utili sono &#8216;guerriglia&#8217;, &#8216;senza tempo&#8217;,<br>&#8216;primordiale&#8217; e &#8216;tribale&#8217;.<br>Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon.<br>Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro.<br>Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli.<br>Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere.</p>



<p>Soggetti vietati: scene di vita quotidiana, amore tra africani, riferimenti a scrittori o intellettuali, cenni a bambini scolarizzati che non soffrano di framboesia, Ebola o abbiano subìto mutilazioni genitali. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”.<br>Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto.<br>L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata…&#8221;.</p>



<p><br></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Le ragioni dei colpi di Stato nell&#8217;Africa francofona</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Oct 2023 12:11:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="512" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col-1024x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17180" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col-1024x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col-300x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col-768x384.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/10/col.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a><figcaption>FILE -An unidentified representative of the junta waves from a military vehicle as Malians supporting the overthrow of President Ibrahim Boubacar Keita gathers to celebrate in the capital Bamako, Mali., on Aug. 21, 2020. The United States warned Mali’s military government Wednesday, April 12, 2023, that it would be “irresponsible” for the United Nations to continue deploying its more than 15,000 peacekeepers unless the western African nation ends restrictions including on operating reconnaissance drones and carries out political commitments toward peace and elections in March 2024.  (AP Photo/File)</figcaption></figure>



<p><a href="https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2021/09/06/guinea-golpe-terzo-mandato-conde?utm_source=rss&utm_medium=rss">Guinea</a>, <a href="https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2022/01/11/mali-elezioni-sanzioni?utm_source=rss&utm_medium=rss">Mali</a>, <a href="https://www.internazionale.it/magazine/boubacar-sanso-barry/2022/10/06/i-militari-fuori-dalla-politica?utm_source=rss&utm_medium=rss">Burkina Faso</a>, <a href="https://www.internazionale.it/notizie/2023/07/31/golpe-occidente-jihadisti-migranti?utm_source=rss&utm_medium=rss">Niger</a> e il 30 agosto scorso anche il Gabon: ben cinque Paesi francofoni dell’Africa hanno vissuto colpi di stato militari nel giro di pochi anni.</p>



<p>Il motivo? Il fallimento degli Stati postcoloniali, creati sotto una forte influenza francese e caratterizzati da due fasi, una autoritaria e l’altra democratica, o meglio pseudo-democratica.</p>



<p>Torniamo un po&#8217; indietro nel tempo: negli anni Sessanta diverse colonie francesi sono divenute indipendenti, ma la Francia ha continuato a mantenere un forte controllo su questi territori.</p>



<p>Jacques Foccart, uomo d&#8217;affari e diplomatico, ha avuto un ruolo di primo piano nel preservare gli interessi francesi in Africa. Soprannominato appropriatamente “Monsieur Afrique”, Foccart fu dapprima uomo di fiducia di de Gaulle e successivamente continuò a lavorare nell&#8217;ombra sino alla presidenza di Chirac.</p>



<p>Con l&#8217;indipendenza dell&#8217;Algeria nel 1962, Parigi volle assicurarsi il controllo del petrolio delle ex colonie. A questo scopo, Foccart strinse un&#8217;alleanza con il presidente del Gabon, Omar Bongo. Sostenuto da Foccart, Bongo ha guidato il Gabon fino alla sua morte, nel 2009. Poi il figlio, Ali Bongo Ondimba, ha preso il suo posto fino al golpe del mese scorso, finalmente arrivato dopo quasi sessant’anni di dominio dei Bongo.</p>



<p>Con la caduta del muro di Berlino, la Francia ha vincolato gli aiuti francesi alla democratizzazione del regime. In paesi come Gabon e Camerun si sono stabilite democrazie senza alternanza e soprattutto senza alcun freno alla corruzione.</p>



<p>Oggi, l&#8217;inganno politico francese ha smesso di incantare e gli interessi economici francesi nel continente si sono ridotti, con l’eccezione proprio del Gabon. Le nuove generazioni non sopportano più di essere mal governate e, inoltre, i militari si presentano come salvatori della patria. I colpi di Stato sono, quindi, l&#8217;unica speranza per porre fine ad anni e anni di regimi autoritari.</p>



<p>Questa però, è solo una chiave di lettura di ciò che sta avvenendo in Africa, non poche voci autorevoli pensano, che in realtà, gli africani continuino ed essere “pedine” manovrate dagli interessi dei cosiddetti “poteri forti”.</p>
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		<title>Jenin, urgente bisogno di agire</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Aug 2023 08:42:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><a href="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2023/07/Jenin.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.labottegadelbarbieri.org/wp-content/uploads/2023/07/Jenin-300x180.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-151530"/></a></figure></div>



<p><em>L’appello del Coordinamento Europeo delle Associazioni e Comitati per la Palestina (ECCP) con un video.</em></p>



<p>Gentile Ministro degli Affari Esteri,</p>



<p>Nella notte del 2 luglio l’esercito israeliano ha lanciato una offensiva in grande stile contro la città di Jenin e il suo campo profughi- con migliaia di soldati e centinaia di veicoli militari – accompagnata da attacchi da elicotteri e da droni. Fino ad ora si contano 10 morti e centinaia di feriti. Almeno 3000 persone sono state evacuate senza però avere un rifugio. Questa è la maggiore operazione in Cisgiordania degli ultimi 20 anni. Inoltre i soldati impediscono qualsiasi intervento sanitario. I giornalisti vengono presi di mira e viene loro negato l’accesso al campo. Sotto gli occhi del mondo viene perpetrato un altro enorme crimine di guerra.</p>



<p>La propaganda israeliana con grande nonchalance ha parlato di “azione contro terroristi e contro l’Iran” e dice che Israele non ha intenzione di “occupare” la città, come se Jenin, Gerusalemme est e tutti i Territori Palestinesi non fossero sotto occupazione dal 1967. Dovendo affrontare la violenza senza fine dell’occupazione, l’accelerazione della colonizzazione e il furto della terra, le regolari incursioni militari e la violenza in aumento dei coloni, e tutto ciò in totale assenza di protezione della popolazione da parte dell’autorità palestinese e della comunità internazionale, un numero sempre maggiore di giovani palestinesi sceglie di difendere le proprie famiglie e i propri quartieri con le armi.</p>



<p>La inazione della comunità internazionale pur nella brutale occupazione durata già 56 anni è in parte responsabile di avere spinto questi giovani palestinesi verso la resistenza armata. Tuttavia, per essere chiari, un popolo sotto occupazione ha il diritto di resistere all’occupazione anche con la lotta armata (protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra). E’ arrivato il momento che la comunità internazionale agisca per mettere uno stop alla sua non voluta complicità. Questa incursione nulla ha a che fare con il “controterrorismo” o con la “sicurezza” che Israele usa con retorica ingannevole per giustificare l’ingiustificabile. Anche se Israele come ogni paese ha diritto alla sicurezza. E’ assurdo rivendicare che la sicurezza di una potenza occupante con il più forte esercito della regione è minacciata da un popolo che resiste all’occupazione con mezzi rudimentali. Anche i Palestinesi hanno il diritto a sicurezza e protezione. E soprattutto le loro vite hanno poca importanza agli occhi del governo israeliano che è palesemente razzista e che implementa una politica di apartheid. Questa sanguinosa offensiva militare sembra proseguire senza una decisiva azione della comunità internazionale.</p>



<p>Quando una autorità responsabile non solo non protegge i civili sotto il suo controllo ma diventa responsabile di perpetrare gravi crimini, la comunità internazionale ha la responsabilità di proteggerli.</p>



<p>Chiediamo alla UE, ai suoi membri e agli altri paesi Europei di:</p>



<ul><li>Aumentare urgentemente la presenza diplomatica a Jenin per dimostrare che la comunità internazionale sta guardando<br>Provvedere protezione ai Palestinesi</li><li>Fare terminare il presente massacro e prevenire il suo annunciato sviluppo</li><li>Usare tutti i mezzi, compreso l’embargo di armi e sanzioni per far pressione sul governo Israeliano affinchè si comporti secondo le regole legali.</li></ul>



<p>Avete la responsabilità di evitare un altro crimine di stato come l’assalto violento senza precedenti al campo di Jenin nell’aprile 2002.</p>



<p>Paola Manduca</p>



<p>Presidente NWRG (New weapons research group)</p>



<p>Luisa Morgantini</p>



<p>Presidente AssopacePalestina</p>



<p>Alessandra Mecozzi</p>



<p>Presidente Cultura è Libertà</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-european-coordination-of-committees-and-associations-for-palestine wp-block-embed-european-coordination-of-committees-and-associations-for-palestine"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="EjSK7NYyv7"><a href="https://www.eccpalestine.org/jenin-urgente-bisogno-di-agire/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Jenin, urgente bisogno di agire!</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Jenin, urgente bisogno di agire!&#8221; &#8212; European Coordination of Committees and Associations for Palestine" src="https://www.eccpalestine.org/jenin-urgente-bisogno-di-agire/embed/#?secret=EjSK7NYyv7&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-secret="EjSK7NYyv7" width="500" height="282" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
</div></figure>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;.  L’isola degli schiavi in Senegal</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Nov 2019 08:52:16 +0000</pubDate>
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<p> di Veronica Tedeschi</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="650" height="432" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13293" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 650w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/focused_176890960-stock-photo-goree-senegal-december-2017-african-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 650px) 100vw, 650px" /></figure>



<p>Il mio primo traghetto per Gorèe fu indimenticabile: lungo, caldo, faticoso…la partenza era prevista alle ore 10.00 di mattina ma, sfortunatamente, riuscii ad approdare sull’isola solo alle ore 17.00. La scelta di fare una gita in uno posti più belli e più turistici del Senegal il 15 agosto non fu saggio ma il tutto poi divenne parte del viaggio e dell’esperienza africana.</p>



<p>Di fronte la costa di Dakar, non molto lontano dai pochi villaggi turistici che colorano la spiaggia della capitale senegalese, si trova un’isola che dalla terra ferma già pare racchiudere storie e colori.
Nell’estremo
sud dell’isola si intravede un caseggiato alto con una muraglia di
mattoni imponente che nasconde dietro di sé casette colorate e
armoniose.</p>



<p>
Crocevia
di traffici e approdo ambitissimo delle potenze coloniali, l’isola
di Gorée racchiude in sé la storia e la tragedia della tratta
negriera.</p>



<p>Dapprima gli esploratori portoghesi, nel 1440, che vi regnarono per oltre un secolo. Dal XV al XIX secolo le principali potenze marittime si avvicendarono sull’isola, considerata un punto strategico per il commercio di merci e schiavi: olandesi, francesi, inglesi a periodi alterni, poi di nuovo i francesi definitivamente nel 1807. Gli olandesi la chiamavano «l’isola gioiosa», per le baldorie e i festini a cui si abbandonavano i marinai mentre riempivano le navi con il loro carico umano.</p>



<p>Mentre sull’isola e sulle navi i festini occupavano le serate degli abitanti, in una casa color rosa su due piani si ammassavano i futuri schiavi, quelli spediti in America per lavorare nelle piantagioni o nelle residenze degli europei. La <em>port du voyage sans retour (</em>porta del viaggio senza ritorno) che si apre sull’Oceano Atlantico conduceva verso il Brasile o i Caraibi. Milioni di persone provenienti da tutta l’Africa partirono da quest’isola con il benestare dei capo villaggio africani che, dietro lauto compenso, divennero parte di questa triste storia. Quando la nave negriera arrivava, i futuri schiavi, incatenati per la caviglie, si incamminavano verso una piccola porta che dava direttamente sul molo dove attraccavano i velieri europei.</p>



<p>La “Maison des Esclaves” (casa degli schiavi) è ora uno dei luoghi più turistici di tutta l’isola in cui si possono visitare le stanze dove venivano stipate queste persone, più di 30 o 40 in una sola stanza senza servizi igienici o intimità.</p>



<p>Oggi Gorèe è bellissima, piena di ristorantini affacciati sul porto con tavoli vista mare e una piccola spiaggia che appoggia su un pezzo di Oceano Atlantico pulitissimo, il tutto in una città in stile portoghese che sembra colorata con dei pastelli e con le strade sterrate. Il peso della storia, delle lacrime e del sangue non si sente appena sbarcati sull’isola, bisogna addentrarsi e perdersi nelle vie dell’isola per toccare i sentimenti di chi lì ha vissuto e ha ha perso la vita.</p>



<p>
<em>Una
porta di non ritorno… da dove?</em></p>



<p>
<em>Dalla
tua terra, dal tuo calore, dai sorrisi che ami.</em></p>



<p>
<em>Una
porta di non ritorno…per dove?</em></p>



<p>
<em>Una
porta verso l’Oceano, verso il mare che sembra infinito ma che
arriva ad un punto fermo, in una terra cattiva, non accogliente,
pronta a sfruttarti.</em></p>



<p>
<em>Io
amo la mia terra, non voglio partire.</em></p>



<p>
<em>Io
non posso decidere, io sono un pezzo di carne per gli squali.</em></p>



<p>
<em>Io
ho dei sentimenti, mia madre non la rivedrò più?</em></p>



<p>
<em>Io
abito qui, bianchi bastardi.</em></p>



<p>
<em>(Pezzo
tratto dal diario di viaggio in questo sito pubblicato Campo di
volontariato in Senegal) </em>
</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La caduta del cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2019 06:45:43 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>La foresta amazzonica è in fiamme e
pochi se ne preoccupano, credendo che sia un problema relativo e
circoscritto. Invece ci riguarda molto da vicino. Abbiamo ormai
perso, da questa parte del mondo, il contatto con la Natura; abbiamo
cercato di domarla in tutti i modi, nell&#8217;illusione di migliorare la
qualità delle nostre esistenze, ma abbiamo depredato la più grande
fonte di vita che avevamo a disposizione per ossigeno e acqua, per
legno e vegetali, per la fauna. Ma abbiamo preteso sempre di più per
la logica, contorta illusoria e prepotente, di essere superiori a
tutto e a tutti.</p>



<p>E allora bisogna leggere un testo,
originalissimo e denso: <em>La caduta del cielo. Parole di uno
sciamano yanomami</em>, per riportare i nostri piedi e i nostri cuori
su questa Terra. 
</p>



<p>Il libro (Edito da Nottetempo) è
scritto &#8211; o sarebbe meglio dire “trascritto” &#8211; dall&#8217;antropologo
Bruce Albert che ha trascorso anni nella comunità yanomani, nel nord
dell&#8217;Amazzonia brasiliana. E&#8217; entrato a far parte della famiglia di
Davi Kopenawa, con la fiducia che deriva dall&#8217;apertura mentale e
dalla mancanza di pregiudizio, e ha raccolto la testimonianza del
capofamiglia, sciamano e attivista per i diritti umani degli indios. 
</p>



<p>Un&#8217;esistenza epica, quella di Kopenawa,
che lo ha visto protagonista contro il colonialismo, cercatori d&#8217;oro,
missionari cattolici, imprenditori: insomma i Bianchi. Un&#8217;esistenza,
la sua, segnata fin dall&#8217;infanzia da una sensibilità fuori dal
comune, amplificata dall&#8217;educazione degli anziani che lo hanno
introdotto alle pratiche sciamaniche in un lungo e faticoso percorso
di iniziazione, raccontato nei primi capitoli di un
racconto/testimonianza davvero stupefacente: spiriti, visioni,
colori, forti emozioni. Tutto viene coinvolto nella possibilità di
un legame tra esseri umani e Cosmo, quando un Uomo (maschio, ma anche
femmina) entra in contatto con l&#8217;Universo. 
</p>



<p>Da lettori occidentali si possono
trovare, durante la lettura, alcuni riferimenti appartenenti alla
nostra cultura occidentale: le idee di Platone (realtà e
rappresentazione), la purificazione del corpo (Cristianesimo oppure
Ipazia che denigrava il proprio corpo per curarsi della propria
ricerca intellettuale), Lucrezio (per la concezione metamorfica degli
esseri naturali), ma anche questa sarebbe una sorta di
“colonizzazione” della cosmogonia e della mentalità yanomami. Si
tratta, invece, di una credenza, di uno stile di vita del tutto
diverso dal nostro, ma ugualmente autorevole. A partire dal concetto
di Spirito universale fino alla quotidianità, gli amerindi &#8211; e in
particolare gli sciamani &#8211; dimostrano, nella seconda parte del libro,
l&#8217;impotenza dell&#8217;individuo di fronte a forze superiori, benevole o
malevoli; sottolineano la futilità della nostra corsa al progresso,
nel momento in cui siamo tutti esseri a termine; spiegano che la
sopravvivenza delle generazioni future passa attraverso i nostri
comportamenti che devono tornare a rispettare l&#8217; Ambiente;
suggeriscono di non perdere il filo con il Cielo e i suoi abitanti,
per coltivare i valori positivi che collegano la nostra mente alle
stelle. Perchè siamo fatti della stessa sostanza, come ricordano le
lacrime e il mare.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Violenza sessuale come arma di guerra in Repubblica Democratica del Congo</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2018 08:30:10 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11592" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="480" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Quando mio padre scoprì quello che mi avevano fatto il suo dolore fu immenso e in lui tutto si frantumò. Mia madre invecchiò di cento anni, in un’unica notte, mio fratello da quel momento non è riuscito più a guardarmi negli occhi, ed io non ho più guardato i suoi, perché non vuole che io soffra più di quello che ho già sofferto. Con il loro gesto a lui sembra che gli abbiano portato via la sua virilità. Quando ha scoperto, che quelli che credono di essere degli uomini, sono solo invece tali perché hanno degli attributi maschili, ha iniziato a odiare la sua virilità. Per quelli che si definiscono uomini, la dignità, la nobiltà e la castità non ha nessun valore e significato.”</em></p>
<p align="JUSTIFY">Questa frase, tratta da una lettera di Bahareh Maghami, vittima iraniana di stupro, fece da introduzione alla mia “ormai lontana” tesi di laurea universitaria.</p>
<p align="JUSTIFY">Una lettera (per leggerla integralmente: <a href="https://laayla.wordpress.com/2010/05/04/iran-lettera-di-una-donna-stuprata/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Clicca qui</a>) che mi colpì molto per l’intensità con la quale venne analizzato un gesto tanto meschino e che esattamente ricopriva la funzione di apertura di un tesi sullo stupro come violazione dei diritti umani e sullo stupro come arma di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Stupro come arma di guerra: è quello che accade oggi nella Repubblica democratica del Congo (da ora RDC), dove gli stupri sono utilizzati come un’arma e sono svolti con una crudeltà inaudibile che in questi anni ha portato a genocidi silenziosi di uomini che odiano le donne.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-11593 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="227" height="177" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 350w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo-300x234.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">La RDC non è una terra per esseri umani, né per uomini nè, e forse soprattutto, per le donne. Un paese che parte da una storia e da una colonizzazione belga lunga e dolorosa e che, ancora oggi, lascia cicatrici profonde su un’intera popolazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Già dalla fine degli anni 90 si iniziarono a verificare i primi casi di stupro utilizzati con uno scopo preciso che era quello di intimidire gruppi di persone o etnie, fino ad arrivare ad abusi sistematici e a torture.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante il processo di pace cominciato nel 2003, l’aggressione sessuale da parte di soldati di gruppi armati e dell’esercito nazionale continua nelle province orientali del paese. Prove dello stupro di guerra emersero quando le truppe delle Nazioni Unite entrarono in aree precedentemente devastate dalla guerra, dopo che il processo di pace ebbe inizio.</p>
<p align="JUSTIFY">Più di 500 stupri furono documentati nell’est del Congo nell’agosto 2010, portando ad una richiesta di scuse da parte di Atul Khare, il funzionario dell’ONU che fallì nel tentativo di proteggere la popolazione dalle brutalità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2015 furono registrati 15mila casi accertati di violenze sessuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Qui in Congo le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi. Più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. Finora ne abbiamo curate 384 ma continuano ad arrivare. Parecchie atterrite dalla violenza sono fuggite nella giungla e hanno paura a tornare per farsi curare.”</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Giorgio Trombatore, Capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC (International Medical Corp).</em></p>
<p align="JUSTIFY">Gli strumenti e le istituzioni per combattere questi fenomeni ci sono ma, a quanto pare, non sono sufficienti per contrastare un fenomeno di così ampia portata (soprattutto per quanto riguarda il caso della RDC). Solo per citare le più importanti, a fianco della Commissione africana dei diritti umani, lavora l’IHRDA, l’Institute for Human Rights and Develompment in Africa che è un’organizzazione non governativa Africana il cui primario scopo è la fornitura di un consulente legale alle vittime di violazioni di diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Ultima ma importante citazione va al chirurgo Denis Mukwege, Nobel per la pace 2018, che instancabile continua a lavorare al fianco di queste ragazze e rappresenta oggi, insieme a tutte le Ong che sul posto seguono i casi più gravi, il simbolo più tangibile della volontà di aprire una lotta contro la violenza sessuale, vista sia come reato sia come strumento di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata”. (Denis Mukwege)</em></p>
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		<title>Gomme, coloni e beduini: cronaca di una demolizione annunciata</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2016 06:32:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  di Monica Macchi Chi demolisce una scuola, demolisce il futuro Scuola di Gomme, villaggio beduino di Khan Al Ahmar, Palestina La Scuola di Gomme è una struttura realizzata nel deserto di Gerico con&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">di Monica Macchi</span></span></p>
<p align="RIGHT"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Chi demolisce una scuola, demolisce il futuro</b></span></span></p>
<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><em><span style="color: #555555;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Scuola di Gomme, villaggio beduino di Khan Al Ahmar, Palestina</b></span></span></span></em></span></span></p>
<p align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6667" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6667" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (491)" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-491-768x512.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La Scuola di Gomme è una struttura realizzata nel deserto di Gerico con </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">2.200 pneumatici usati e appoggiati uno sull’altro, sfalsati come fossero mattoni, riempiti col terreno e poi pressati: non ha dunque né cemento nè fondamenta, come impongono i regolamenti militari</span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> israeliani</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> nella cosiddetta Area C (circa il 60% della Cisgiordania).</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> E’ stata progettata dal gruppo ARCò – Architettura e Cooperazione e </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">costruita sette anni fa dalla ong Vento di Terra (http://www.ventoditerra.org/)?utm_source=rss&utm_medium=rss con finanziamenti di enti locali, della Cooperazione italiana, della Conferenza Episcopale Italiana e della Rete di Sostegno a Vento di Terra. </span></span></strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">E’ una </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">scuola primaria che ospita 8 classi con quasi 200 alunni ed è un punto di riferimento imprescindibile per le comunità beduine dell’area, circondate da colonie illegali ed escluse dall’accesso ai servizi di base. </span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">In questi giorni l</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">a scuola torna ad essere oggetto di un ordine di demolizione su richiesta della vicina colonia </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">illegale</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kfar Adumim che presentando foto della scuola chiusa durante le vacanze, ha sostenuto la sua inutilità e chiesto il trasferimento forzato degli alunni alla scuola di Al Jabal, a più di sette chilometri di distanza.</span></span><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> In realtà </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">la scuola di gomme si trova nel “Corridoio E1”, dove il Governo israeliano intende allargare la colonia </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">illegale</span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;"> di </span></span></strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Kfar Adumim ed estendere fino alla colonia illegale di Maale Adumim il Muro che gli arabi definiscono </span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">فصل</span></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">عنصري</span></span> </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">ossia “Muro dell’apartheid”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6668" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6668" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (490)" width="960" height="640" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/untitled-490-768x512.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">La scuola, ha poi ricordato Vento di Terra, costituisce il simbolo tangibile della tutela dei diritti della popolazione beduina in una area segnata dalla continua espansione degli insediamenti israeliani, ed il suo valore sociale è stato riconosciuto anche dalla Corte suprema israeliana e la sua demolizione e ricollocazione costituisce una</span></span> <span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">grave violazione degli </span></span><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">art. 49 e art. 53 della IV Convenzione di Ginevra che vieta esplicitamente alla potenza occupante trasferimenti forzati della popolazione civile e demolizioni.</span></span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">L’Ambasciata d’Italia a Tel Aviv è già stata convocata dal Primo Ministro israeliano per un incontro relativo allo smantellamento della scuola di Gomme che dovrebbe avvenire tra circa una settimana. La notizia ha avuto molta eco sulla stampa locale e internazionale e per cercare di bloccare questa decisione si sono mossi finora </span></span></strong><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">il Vice Console Italiano Luigi Mattirolo, la rappresentanza dei consolati di Belgio e Spagna, il direttore di UN-OCHA David Carden, il Ministro dell’Istruzione Palestinese ed il Governatore di Gerusalemme. </span></span></strong></p>
<p><strong><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Niente invece dal Governo italiano….eppure Renzi nel suo discorso alla Knesset ha detto “</span></span></strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span style="font-size: medium;">Per me l&#8217;università, il centro di ricerca, una scuola, sono i luoghi in cui il capitale umano emerge con tutta la sua forza e la sua bellezza: passa dall&#8217;investimento educativo sulle nuove generazioni la ripartenza di qualsiasi territorio”…ma forse si riferiva solo alla “Startup Nation” neologismo per indicare il connubio tra “università, venture capitalism e nuove aziende” con cui sono stati firmati accordi di cooperazione e stigmatizzata la pratica del boicottaggio.</span></span></span></p>
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		<title>Il femminismo andino e la cosmogonia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 08:38:07 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di Veronica Silva Alvarado</p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" width="643" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643">Nell&#8217; inconscio collettivo sudamericano sono presenti molti riti, usanze e concetti: nel mondo andino, ad esempio, si parla della Pachamama (Madre Terra) che nella sua fisicità è rappresentata con la Donna, come colei che dà amore ed è capace di creare una nuova vita grazie a taita Inti (dio Sole) che rappresenta l&#8217;Uomo, Nella mitologia incaica ci sono due archetipi di donne: la prima è più conosciuta tanto che si racconta di lei nelle scuole, forse per la somiglianza con Adamo e Eva: si tratta della leggenda di Mama ocllo e Manco capa. Erano marito e moglie, emersi del lago Titicaca, figli del Sole con dei poteri soprannaturali; fondano l&#8217;impero incaico; lui insegnò agli uomini a cacciare e a lavorare la terra, lei a cucinare e a cucire alle donne; lui forte guerriero, lei una brava casalinga.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/pachamama1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6273" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6273" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/pachamama1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="pachamama1" width="395" height="400" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/pachamama1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 395w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/pachamama1-296x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 296w" sizes="(max-width: 395px) 100vw, 395px" /></a></p>
<p>La seconda leggenda (e archetipo) è quella di di Mama huaco, una donna forte anche lei figlia del Sole, rispettata e temuta per il suo esercito, una donna che da sola costruisce l&#8217;impero incaico. Questi due archetipi di donne si sono tramandati, come dicevo, nell&#8217; inconscio collettivo. Nella lotta per la nostra decolonizzazione abbiamo avuto, in tutta la regione del nord del Perù, donne che hanno lottato alla pari degli uomini per la libertà: la prima donna è stata Micaela Bastida che, insieme a suo marito tupac amaru, ha lottato e dato la sua vita per la decolonizzazione.</p>
<p>Nell&#8217;attualità troviamo un&#8217;altra “mamma” huaco con Maxima Acuña che ha lottato per difendere i laghi di Cajamarca, sconfiggendo le pretese di una multinazionale e grazie a lei molte altre donne e uomini hanno dato vita al progetto &#8220;Conga no va&#8221;.</p>
<p>“Conga No va” racconta la lotta di un popolo per l’acqua contro la miniera d’oro più grande del Sudamerica. 23 giorni di sciopero a Cajamarca, in difesa di due laghi naturali sorgivi di alta quota contro il progetto minerario CONGA della miniera YANACOCHA, contro il progetto minerario a cielo aperto più grande del Sud America.</p>
<p>Nel femminismo andino, a differenza del femminismo occidentale dove si lotta per la parità di genere, le donne lottano per la complementarietà, reciprocità e per la unità (solo uniti donne e uomini possono far crescere una nuova vita); addirittura nel mondo andino l&#8217;individuo è concepito come un ente duale rappresentato con il tawa ovvero il numero 4, che è un numero sacro; il concetto di complementarietà è fondamentale, quindi, nel mondo andino e tutti hanno bisogno di trovare il loro equilibrio e complemento; in questa cultura la complementarietà è basata nella coesistenza tra la pachamama (elemento femminile) e il taita inti (elemento maschile).</p>
<p>&#8220;Secondo una profezia andina giungerà il giorno in cui lo spirito femminile si risveglierà dal lungo letargo e lotterà per cancellare odio e distruzione dalla civiltà attuale e darà infine origine a una società di pace, armonia e fratellanza nel futuro&#8221;.</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
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