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	<title>commercio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Dalla grande distribuzione al mercato equo e solidale. Anche per contrastare le agromafie</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Aug 2021 06:57:00 +0000</pubDate>
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<p> </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="512" height="162" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15587" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 512w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/Terra-e-cielo-300x95.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 512px) 100vw, 512px" /></figure>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Iniziamo il nostro percorso da Sedriano (nell&#8217;hinterland ad ovest di Milano), primo comune sciolto per mafia perchè il responsabile di un vivaio aveva deciso di assumere ragazzi &#8211; italiani e stranieri &#8211; con l&#8217;accordo di pagarli poco in busta (in nero, quindi) e niente in forma legale. Questo significa che il responsabile del vivaio dichiarava di averli assunti regolarmente, ma non era così. Per fortuna qualcuno lo ha denunciato e questo ha permesso di scoprire un grande giro legato alle agromafie in cui erano coinvolti molti altri vivai della zona.</p>



<p>In Franciacorta troviamo l&#8217;agromafia legata alla raccolta dell&#8217;uva, nella zona di Brescia, legata alla produzione della vendita dei meloni, delle arance, delle angurie; stiamo parlando di grande distribuzione.</p>



<p>Cosa possono fare i cittadini, quindi? Se vogliamo fare una spesa consapevole, se organizziamo una festa oppure una qualche altra attività possiamo acquistare i prodotti che provengono dalle cooperative, rivolgendoci, quindi, alla piccola distribuzione dove è certo che le persone vi lavorano in regola e i prodotti sono genuini. La cooperativa <em>Madre terra</em> è una di queste: viene aperta perchè, a Zinasco, “Una casa anche per te” (l&#8217;associazione per la Giustizia sociale con sede a Cisliano) ha dei terreni e i ragazzi qualche tempo fa, prima di partire per la Puglia con Don Mapelli, piantano dei pomodori e mentre si trovano lì muoiono dei braccianti proprio nella raccolta dei pomodori (lo stesso vale per alcune realtà in Campania, Calabria, Sicilia&#8230;Stiamo parlando di caporalato che sfrutta le persone più deboli); i ragazzi di Zinasco restano colpiti da questa situazione e, quando rientrano dalla vacanza, vanno a controllare se i loro pomodori sono cresciuti. Sono cresciuti, e così decidono di aprire e di lavorare nella cooperativa <em>Madre terra</em> per essere sicuri che chi ci lavora non debba perdere la vita.</p>



<p>Una delle poche botteghe equo-solidali del territorio della provincia ovest di Milano che resiste all&#8217;illegalità è <em>Terra e cielo.</em></p>



<p>L&#8217;ultimo bambino che ha lavorato in una solfatara, in Sicilia, ha smesso di lavorarci nel 1976: in Sicilia era uso per i bambini essere venduti ai proprietari delle solfatare per essere impiegati nelle miniere a cavare lo zolfo con conseguenti gravi problemi per la loro salute. Lo sfruttamento, quindi, non è un fatto attuale, ma risale a molto tempo fa.</p>



<p>Fare “cooperativa” significa “stare insieme per condividere”: la cooperazione è una delle prime forme del mondo del lavoro per poter dare agli operai uno spazio di visibilità e, in Italia, le cooperative sono stimolate dalla nostra Costituzione perchè il socio lavoratore della cooperativa agisce in nome e per conto della cooperativa stessa e fa anche il proprio interesse: più cresce, infatti, la cooperativa e più il socio lavoratore acquisice dei benefici. “Equo e solidale” significa che il prodotto che viene acquistato da chi fa parte del circuito del commercio equo viene retribuito al giusto prezzo: equità nel pagare le cose che produco.</p>



<p>Facciamo, invece, l&#8217;esempio delle banane: sono prodotti che non vengono dal nostro Paese, ma da Paesi in via di sviluppo con una forte componente di sfruttamento dei lavoratori. Dove ci sono le grandi aziende che coltivano banane, nelle piantagioni vengono, inoltre, utilizzati i fitofarmaci spruzzati tramite gli aerei. I campesiños, i lavoratori del bananeto in America latina, sono chiamati a coprire con fogli di plastica i caschi di banane. Dopo qualche giorno, i teli vengono tolti e lavati per essere riciclati, ma in questo modo il veleno viene irrorato sulle piante e anche trasmesso a tutto il territorio in modo indistinto, inquinando la falda acquifera e mettendo, ancora una volta, in pericolo la salute dei cittadini.</p>



<p>Caffè e cacao richiedono coltivazioni intensive e in alcuni luoghi dove il caffè è di qualità maggiore(nella zona andina, ad esempio) non è possibile avere impianti di irrigazione a causa del territorio impervio e quindi quel caffè produce di meno; gli imprenditori, quindi, modificano geneticamente le piante in modo da farle produrre di più. L&#8217;aumento della produzione, però, comporta da una parte anche un maggiore consumo di acqua in un territorio, in montagna, dove è difficile trasportarla e dall&#8217;altra la penalizzazione dei piccoli produttori locali. Quando i piccoli coltivatori raccolgono i loro pochi chicchi, li portano al commerciante che li paga quello che lui stesso decide perchè il piccolo coltivatore non ha potere di trattativa. Il mondo equo solidale cerca di garantire, al contrario, un&#8217;equità nel comprare un prodotto e cerca la componente “solidale”: garantisce al piccolo coltivatore locale che per quindici anni comprerà il suo caffè, al prezzo che secondo il coltivatore è giusto con lo scopo di permettere al coltivatore e alla sua famiglia un tenore di vita dignitoso. I progetti equo solidali sono progetti fattibili perchè riguardano piccoli importi per periodi medio-lunghi e, quindi, possono essere facilmente implementati. Nei Paesi in via di sviluppo sono state create tante cooperative, di piccoli produttori che, a loro volta e col tempo, si sono uniti e si rivolgono al Mercato, conferendogli delle quantità tali da negoziare il prezzo e, in particolare, il mondo dell&#8217;equo solidale ha scelto il canale del “biologico”: quasi tutte le coltivazioni sono biologiche (il più grande produttore al mondo di cacao è l&#8217;Africa!).</p>



<p>La cooperativa <em>Terra e cielo</em>, nata nel 2000 a Gaggiano, non produce, ma propone i prodotti di altre cooperative: al commercio equo e solidale internazionale si è aggiunto quello italiano costituito da realtà che vendono prodotti coltivati su terreni confiscati alle mafie oppure che vendono tramite il consorzio <em>Libera terra: </em>conferiscono i prodotti di questi terreni, <em>Libera terra</em> provvede a farli lavorare, crea il packaging (l&#8217;immagine del marketing) e poi li rivende. E&#8217; anche vero però che il grande distributore compra un prodotto equo, ad esempio da <em>Altromercato</em>, con il 25% di sconto e lo rimette sul Mercato ancora con il 25% di sconto, questo va a colpire le cooperative come <em>Terra e cielo</em> che non si possono permettere di presentare lo stesso prodotto agli acquirenti con uno sconto così alto. Gli acquirenti, quindi, andranno ad acquistare il prodotto presso Esselunga e non presso le cooperative.</p>



<p>Il circuito equo-solidale aiuta anche l&#8217;economia carceraria: in molte carceri italiane sono sorte delle cooperative che favoriscono il lavoro dei detenuti. Il risultato è un forte abbassamento della recidiva, ovvero della ripetizione del reato una volta che il detenuto è rientrato in società e questo è uno dei motivi per cui chi delinque e non viene reinserito, rischia di rientrare a far parte delle maglie della criminalità. Le cooperative nascono proprio per dare una opportunità di lavoro onesto, di autonomia ai detenuti e agli ex detenuti.</p>



<p>Carcere di Pozzuoli: il più grande istituto di pena femminile italiano. Qui è nata una piccola cooperativa chiamata <em>Le lazzarelle</em>, composta da donne che fanno un ottimo caffè: prendono cinque tipi di chicchi diversi, li miscelano e li fanno tostare a un vecchio torrefatore napoletano che si è messo a disposizione del carcere. Il caffè grezzo viene acquistato da una cooperativa che a sua volta lo importa da uno dei Paesi in via di sviluppo: un giro enorme che riconduce alla libertà. Questo gruppo di una quindicina di donne detenute hanno una prospettiva per il futuro. Il Comune di Napoli ha, infatti, dato loro uno spazio per aprire un bistrot di pasticceria, caffetteria e di piccoli rinfreschi.</p>



<p>Un altro esempio: il carcere minorile di Palermo, Malaspina. I ragazzi fanno i biscotti e, in questo modo, diventano manovalanza sottratta alla mafia. Così come il carcere di Verbania, con la cooperativa <em>Banda bassotti</em>; ad Agrigento con <em>Dolci e libertà; </em>con la pasticceria <em>Giotto </em>del carcere di Padova&#8230;La cooperativa <em>Terra e cielo</em> aiuta queste realtà a diventare sempre più importanti.</p>



<p>E&#8217; utile affermare il concetto di com-partecipazione: coinvolgiamoci tutte e tutti, prima tramite la riflessione e l&#8217;osservazione della realtà e poi tramite le scelte che compiamo nel nostro quotidiano. Facciamolo. Almeno questo.</p>



<p></p>



<p>Grazie a &#8220;Una casa anche per te&#8221; e a Libera Masseria di Cisliano (MI).</p>
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		<title>La protesta dei contadini indiani</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2021 07:36:17 +0000</pubDate>
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<p>(da Sikhi Sewa Society che ringraziamo)</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/04est2india-contadini-protesta-ap--1024x733.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15062" width="616" height="441" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/04est2india-contadini-protesta-ap--1024x733.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/04est2india-contadini-protesta-ap--300x215.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/04est2india-contadini-protesta-ap--768x549.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/04est2india-contadini-protesta-ap-.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1170w" sizes="(max-width: 616px) 100vw, 616px" /></figure>



<p>In India è in corso la più grande protesta pacifica della storia. Da mesi i contadini indiani portano avanti<br>enormi proteste contro l’approvazione di tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo:<br>nonostante i tentativi di mediazione con il governo, non si è ancora raggiunto un accordo.<br>Con queste leggi i contadini verrebbero svincolati dall’obbligo di vendere i loro prodotti solo nei mercati<br>regolamentati dal governo (i cosiddetti “mandi”) e potrebbero venderli a chiunque, quindi anche a<br>privati, senza vincoli di prezzo. Sembrerebbe una buona cosa, se non fosse che queste leggi potrebbero<br>finire per danneggiarli poiché, trattandosi di piccoli coltivatori che possiedono meno di 2 ettari di<br>terreno ciascuno, non sarebbero in grado di contrattare per prezzi convenienti con grandi società<br>private senza finire per diventarne schiavi, a quanto lamentano.<br>La sospensione dell’entrata in vigore delle leggi il 12 gennaio non ha placato le proteste, in quanto i<br>contadini pretendono che vengano revocate del tutto.<br>È stata così organizzata una nuova marcia sulla capitale Nuova Delhi il 26 gennaio, giorno in cui si<br>svolgeva anche la parata annuale per la Festa della Repubblica, che ha portato a violenti scontri con la<br>polizia e disordini cittadini. Vi sono stati altri scontri violenti tra i contadini e le forze della polizia in<br>diverse altre zone dell’India, tanto che è stata imposta una sospensione di Internet in molti distretti che<br>si trovano nei pressi della capitale.<br>La questione ha suscitato un&#8217;attenzione globale attenuata e la risposta dei media mondiali, dei politici e<br>delle principali organizzazioni per i diritti umani e stata pressochè inesistente. Ad oggi, oltre un<br>centinaio di persone hanno perso la vita, tra cui ci sono anche stati alcuni suicidi. L’abuso di forza da<br>parte della polizia contro anziani e innocenti manifestanti non ha alcuna giustificazione.<br>Giornalisti indipendenti sono stati arrestati. Dozzine di agricoltori sono scomparsi sospettosamente<br>senza lasciare traccia.<br>Giusto oggi l’Osservatorio dei Diritti Umani ha parlato della situazione e criticato il governo indiano: “per perseguire la propria agenda nazionalista indù, il governo del primo ministro indiano Narendra<br>Modi presiede a una pericolosa regressione dei diritti alla libertà di parola”.<br>Vorremmo come comunità chiedere l’intervento delle S.S.V.V. a condannare queste violazioni di diritti<br>umani che non solo ledono i principi di una sana democrazia ma anche quelli di qualsiasi essere umano.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Una vittima inaspettata del Covid-19</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2020 07:52:59 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="682" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14404" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1024x682.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-768x511.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1-1536x1022.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/vero-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2048w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>Uno degli Stati africani più colpiti dall’epidemia da Coronavirus è sicuramente il Sud Africa. Qui l’epidemia è andata in controtendenza rispetto a quanto avvenuto in altri Paesi. Il lockdown anticipato, appena tre settimane dopo il primo caso confermato il 5 marzo, sembrava aver risparmiato al Paese la rapida crescita esponenziale avvenuta in Italia e in Spagna. Ma così non è stato e, seppur lentamente, i casi oggi sono arrivati a 225.000, per un totale di quasi 4.000 morti e 106.000 guariti.</p>



<p>Sicuramente, più in generale, gli stati africani più colpiti sono stati e sono ancora oggi quelli in cui si sono sviluppate grandi metropoli come Johannesburg, Il Cairo o Dakar, dove le persone hanno faticato a fermarsi e ad arrestare i loro affari.</p>



<p>A Johannesburg c’è, però, stata un’altra importante vittima inaspettata: la birra.</p>



<p>Difatti, la South African Breweries (Sab), il più grande produttore di birra del Sudafrica, ha dovuto distruggere 25 mila di litri di birra e dovrà ancora distruggerne più del doppio. Il motivo di tanto spreco deriva dal lockdown imposto dal paese che ha tirato il freno a mano alle vendite, costringendo la grande azienda a distruggere le riserve per mancanza di spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="300" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14405" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo-150x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/07/sab-logo-80x80.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></figure>



<p>Penserete alla possibilità di riprendere le vendite tramite e-commerce, la modalità di vendita interamente telematica che qui in Italia ha avuto un discreto successo e si è sviluppata molto velocemente. Anche in Sud Africa (e in molti stati del Continente) questa nuova modalità ha suscitato la curiosità di piccoli e grandi imprenditori che, pur con i limiti del caso relativi a rete e tecnologia, si sono buttati in questa nuova esperienza. Il problema per la Sab, però, non si è così risolto poiché il paese sudafricano ha completamente vietato la vendita e il trasporto di alcool impedendo, quindi, al produttore persino di spostare le riserve in altri magazzini.</p>



<p>Vien da sé che questo divieto ha portato all’aumento delle vendite in nero (sia di alcool che di sigarette). In una dichiarazione ufficiale, la Sab si è detta rammaricata e ha aggiunto che il divieto di vendita di alcool non elimina la domanda ma semplicemente «consegna il mercato a criminali e trafficanti».</p>



<p>Come spesso accade, le altre vittime di azioni governative così rigide sono i dipendenti (quasi 100.000) del grande produttore, i quali, se l’azienda non riuscirà a breve a riprendere a pieno le vendite e la produzione della bevanda luppolata, rischieranno il posto di lavoro.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. National Action Plans on Business and Human Rights</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Mar 2020 07:35:10 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2020/03/30/imprese-e-diritti-umani-national-action-plans-on-business-and-human-rights/">&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. National Action Plans on Business and Human Rights</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>L’approvazione unanime degli <em>United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights</em> (UNGP o Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani) da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite nel 2011 ha rappresentato un momento fondamentale e rappresentativo degli sforzi condotti per affrontare gli impatti negativi sugli individui derivanti dalla globalizzazione e dalle sempre più sviluppate attività commerciali. Tali principi sono stati in grado di fornire, per la prima volta, un quadro riconosciuto e autorevole a livello globale inerente doveri e responsabilità rispettivamente dei governi e delle imprese nell’azione di prevenzione rispetto alle violazioni dei diritti umani.</p>



<p>I
Principi Guida chiariscono che tutte le imprese hanno una
responsabilità indipendente in relazione al rispetto dei diritti
umani e sono tenute a esercitare la dovuta diligenza in materia di
diritti umani al fine di identificare, prevenire e mitigare le
eventuali violazioni. 
</p>



<p>I
Principi Guida hanno risposto al problema relativo alla difficoltà
nel determinare, in capo agli Stati, un chiaro obbligo di
prevenzione, punizione e/o rimedio rispetto ad eventuali abusi
perpetrati dalle imprese nel contesto della relazione orizzontale
impresa-individuo sancendo (i) il dovere degli Stati di garantire la
protezione dei diritti umani dall’attività imprenditoriale; (ii)
la responsabilità delle imprese (ancora non consolidata secondo il
diritto internazionale e non comparabile agli obblighi internazionali
degli Stati) di rispettare i diritti umani; e (iii) la necessità di
assicurare alle vittime degli abusi imprenditoriali l’accesso ad
efficaci misure di rimedio.</p>



<p>Il
terzo pilastro dei Principi Guida esorta infatti gli Stati a
garantire che i soggetti che subiscono abusi da parte di imprese
possano disporre di mezzi di ricorso per ottenere un risarcimento nei
casi di violazione dei loro diritti umani. La disponibilità di
meccanismi di denuncia degli abusi è parte integrante dell’obbligo
dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani. 
</p>



<p>Come
sancito dall’articolo 25, “principio fondativo” della sezione
dei Principi Guida relativa all’accesso ai rimedi: “<em>Nel
quadro del proprio dovere di protezione nei confronti degli abusi dei
diritti umani commessi dalle imprese, gli Stati devono introdurre
misure adeguate al fine di garantire, attraverso strumenti giuridici,
amministrativi, legislativi o altri mezzi adeguati, che nei casi in
cui tali abusi si verifichino sul rispettivo territorio e/o sotto la
propria giurisdizione i soggetti che ne risultino danneggiati possano
accedere a efficaci misure di risarcimento</em>”.</p>



<p>Soffermandoci
sulla necessità di predisporre rimedi effettivi ed efficaci per le
vittime di violazioni dei diritti umani, l’articolo 25 e i
successivi articoli della terza sezione degli UNGP sanciscono che,
per garantire l’accesso al risarcimento sono previsti sia
procedimenti giurisdizionali che procedure non giudiziarie
all’interno dell’ordinamento giuridico statale così come
meccanismi di denuncia non statali.</p>



<p>I
meccanismi di reclamo di tipo giurisdizionale per le vittime di
violazioni dei diritti umani possono emergere, ad esempio, dalla
responsabilità civile delle imprese e/o dei loro dirigenti o dalla
responsabilità penale individuale o d’impresa; i meccanismi di
reclamo a carattere non giurisdizionale rinviano invece agli
strumenti di risoluzione delle controversie disponibili al di fuori
dell’ordinamento giurisdizionale dello Stato (ad es. i mediatori, i
Piani d’azione nazionale, le istituzioni nazionali per i diritti
umani, i difensori civici <em>ombudsman</em>,
le istituzioni finanziarie di sviluppo, etc.). 
</p>



<p>Ruolo
fondamentale dello Stato è infatti anche quello di monitorare
l’effettiva attuazione della normativa in tema di diritti umani,
nonché quello di aggiornare il corpo legislativo in vigore con
l’obiettivo di assicurare l’esistenza di norme finalizzate al
rispetto dei diritti umani da parte delle imprese. Gli Stati possono
agire in materia di imprese e diritti umani da un lato per mezzo
dell’adozione di normative a livello nazionale e che prevedono
l’obbligo di condurre un processo di <em>due
diligence</em>
sui diritti umani per alcune tipologie di imprese, e, dall’altro,
come già menzionato, adottando a livello internazionale dei Piani di
Azione Nazionale su imprese e diritti umani (PAN).</p>



<p>Lo
scopo principale dei PAN, in qualità di strumento europeo per
l’implementazione dei Principi Guida dell’ONU in materia di
imprese e diritti umani, è quello di assicurare degli <em>standard</em>
chiari e vincolanti relativi al rispetto dei diritti umani per tutte
le imprese e gli investitori che operano in contesti nazionali ed
internazionali.</p>



<p>Infatti,
successivamente all’entrata in vigore degli UNGP, il gruppo di
lavoro delle Nazioni Unite &#8211; <em>UN
Working Group &#8211; </em>ha
iniziato a invitare i governi a impegnarsi in processi per lo
sviluppo di PAN come mezzo di attuazione degli UNGP. 
</p>



<p>I
PAN sono documenti programmatici di politica statale che delineano
l’orientamento strategico e le attività concrete per affrontare
una specifica situazione politica. Nell’ambito del settore di
<em>business
and human rights</em>,
il PAN deve essere inteso come una strategia politica in evoluzione
sviluppata da uno Stato per proteggere dagli impatti negativi sui
diritti umani prodotti dalle imprese in conformità con i Principi
Guida delle Nazioni Unite in tema di imprese e diritti umani.</p>



<p>Secondo
quanto prestabilito dal gruppo di lavoro delle Nazioni Unite un PAN
risulta essere efficace e idoneo quando (i) è fondato sugli UNGP;
(ii) risponde a sfide specifiche del contesto nazionale; (iii) è
stato sviluppato e implementato attraverso un processo inclusivo e
trasparente; e (iv) viene regolarmente rivisto e aggiornato.</p>



<p>I
PAN sono degli strumenti specifici per l’attuazione degli UNGP,
devono essere fondati su <em>standard</em>
internazionali in materia di diritti umani e riflettere la
complementarità e l’interrelazione degli obblighi statali e delle
responsabilità delle imprese nella prevenzione, mitigazione e
riparazione degli impatti negativi sui diritti umani connessi alle
imprese. I PAN, in quanto strategie di politica pubblica, dovrebbero
fornire risposte su come gli Stati intendono attuare i rispettivi
obblighi in materia di diritti umani.</p>



<p>Nell’attuare
il proprio dovere di protezione nell’ambito degli UNGP, gli Stati
devono identificare le attività attraverso le quali gli Stati
supportano e incentivano le imprese a rispettare i diritti umani. Gli
UNGP possono contribuire a garantire che le imprese siano tenute agli
stessi <em>standard</em>
sia internamente per mezzo di politiche governative e strumenti
normativi, sia a livello internazionale.</p>



<p>Tuttavia, risulta che molte delle aspettative previste dalla relazione/orientamento del gruppo di lavoro non siano efficacemente state soddisfatte nella pratica. Ad esempio, i PAN si concentrano esclusivamente sulle azioni che l’organo esecutivo influenza e controlla PAN</p>



<p>direttamente, senza intervento dell’apparato legislativo. Inoltre, se è vero che gli Stati hanno scelto di garantire la sensibilizzazione, all’interno dei PAN, tra gli attori governativi e le imprese, tuttavia non hanno fatto un ulteriore passo verso la legalizzazione interna della responsabilità aziendale.  </p>



<p>Il
<em>focus</em>
dei PAN esistenti inoltre è volto principalmente al rafforzamento o
alla riforma dei punti di contatto nazionali, ma non all’adozione
di misure “vincolanti” che riguardino le procedure legali
attuate. La stessa situazione si ripresenta anche in relazione alla
regolamentazione extraterritoriale dell’attività commerciale, che
richiederebbe normative che prevedano l’obbligo di adottare misure
per prevenire le violazioni dei diritti umani all’estero.</p>



<p>I
PAN possono essere ritenuti strumenti efficaci, ma solo entro una
certa misura, corrispondente al controllo esercitato dall’apparato
esecutivo. Tuttavia, non necessariamente i futuri PAN saranno
inidonei a colmare il divario sussistente per garantire un’azione
coerente tra i tre poteri governativi; ma attualmente la loro portata
e gli effetti generali volti a garantire un cambiamento rilevante in
termini di legislazione e accesso ai rimedi sono limitati.</p>



<p>I
PAN possono presentare numerose opportunità a livello nazionale,
nonché al fine dell’identificazione delle aree di intervento su
cui gli Stati potrebbero concentrarsi per incentivare la protezione
dei diritti umani nei confronti delle attività aziendali. Tuttavia,
tali strumenti potrebbero anche costituire una deviazione rispetto
all’attività degli Stati volta all’identificazione, prevenzione
e / o mitigazione degli impatti negativi sui diritti umani. È
necessario ricordare che le politiche pubbliche possono essere
strumenti complementari per dichiarare l’azione di attuazione di
obblighi convenzionali degli Stati in materia di diritti umani, ma
non a questi ultimi sostituibili.</p>



<p>Uno
degli obiettivi degli UNGP è il raggiungimento, per mezzo della
combinazione di strumenti di diversa natura, di una regolamentazione
e gestione economica che rispetti i principi e gli impegni
convenzionali nel campo dei diritti umani. 
</p>



<p>I
PAN non risolveranno i problemi che gli Stati devono affrontare nella
regolamentazione delle attività commerciali; al contrario, i loro
effetti sono in gran parte limitati all’individuazione delle
carenze di <em>governance</em>
e alla proposta di azioni che la pubblica amministrazione potrebbe
realizzare per ridurle o sopprimerle.</p>



<p>Devono
essere prese precauzioni per garantire che lo sviluppo dei PAN non
sostituisca la regolamentazione e la legislazione che gli Stati
devono garantire per implementare la propria architettura legale e
politica quando invece dovrebbero essere adottati strumenti
complementari e permanenti che guidano l’attività statale
nell’ambito dei diritti umani.</p>



<p>È
importante che i PAN in materia di imprese e diritti umani non
diventino miraggi indicanti che gli Stati hanno svolto il proprio
dovere; infatti solo attraverso l’implementazione di misure
volontarie e obbligatorie, incentivi e sanzioni, sarà possibile
avanzare nella formulazione di progetti statali integrali che
affrontino le principali carenze di <em>governance</em>
e che contribuiscano all’identificazione di quelle “aree grigie”
in cui si verificano la maggior parte delle violazioni dei diritti
umani da parte delle imprese.</p>
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		<title>Reati agroalimentari: il Ddl introduce l’agropirateria e il disastro sanitario</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Mar 2020 07:31:13 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>(da leurispes.it) </p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.leurispes.it/wp-content/uploads/2020/03/Agromafie.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.leurispes.it/wp-content/uploads/2020/03/Agromafie-696x493.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p>di Marco Omizzolo </p>



<p>È stato finalmente approvato in Consiglio dei Ministri – su proposta del Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e del Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Teresa Bellanova – il disegno di legge di riforma dei reati in materia agroalimentare.<br>Un disegno ambizioso e nel contempo urgente, considerando le emergenze, che all’interno della filiera agricola e agro-commerciale italiana si registrano da anni, insieme alle conseguenze che esse determinano sulla produzione agricola del Paese, sulla salute dei lavoratori e dei cittadini e sull’ambiente.<br>Il testo, peraltro, riprende un lavoro accurato e pluriennale elaborato dalla Commissione ministeriale guidata da Gian Carlo Caselli, le cui proposte sono il frutto di un’accurata elaborazione sviluppata da esperti provenienti da vari settori e con diverse esperienze professionali. Il Rapporto Agromafie dell’Eurispes da anni sostiene il lavoro della Commissione Caselli. Anche per questa ragione non si può non considerare positivamente l’impegno del Governo nell’affrontare questo tema a partire dai lavori della Commissione. Il contrasto alle agromafie, al caporalato, la bonifica della filiera produttiva e commerciale da ogni tossicità criminale, dominio commerciale, pratica sleale e dallo sfruttamento in ogni modo inteso, è fondamentale per tutelare milioni di produttori, imprese, lavoratori e in generale i consumatori italiani, oltre a sostenere la produzione agricola di qualità propria del Made in Italy.<br>Nel merito del provvedimento, esso interviene direttamente sul Codice penale e sulla legislazione speciale del settore agroalimentare con una rinnovata determinazione che prevede la riorganizzazione della categoria dei reati in materia alimentare. La revisione del sistema sanzionatorio contro le frodi alimentari è una proposta da tempo avanzata sia dalle categorie datoriali sia dal mondo sindacale, insieme anche alla sistemazione organica della responsabilità delle persone giuridiche.<br>Tra le novità più interessanti e utili al contrasto ad ogni forma di sfruttamento, sofisticazione e truffa, si registra il reato di agropirateria e di disastro sanitario di cui è responsabile colui che provoca con colpa la morte di tre o più persone e il pericolo grave e diffuso di analoghi eventi ai danni di altre persone. Sono diversi i casi che potrebbero rientrare in questa fattispecie, peraltro già emersi sulle cronache nazionali.<br>Si ricorda, ad esempio, l’esposizione dei braccianti, dell’ambiente e dei prodotti coltivati a sostanza pericolose, nocive e cancerogene. Il traffico di sostanze nocive per l’agricoltura e per l’uomo – come alcuni farmaci acquistati nei mercati illegali esteri, lavorati in Italia e diffusi sotto le serre di alcuni criminali italiani – è una criticità già avanzata sulla quale si spera che presto intervengano le Forze dell’ordine e la Magistratura. Importante è, ad esempio, il caso denunciato nell’Agro Pontino e nella Sicilia orientale che riguarda alcune aziende locali le quali, usando farmaci e prodotti chimici illegali e pericolosi, espongono i cittadini di quel territorio a problemi di salute molto gravi, come anche i lavoratori locali e i consumatori di quei prodotti.<br>A seconda del tasso di pericolosità riscontrato, si applicano per i contravventori diverse pene.<br>Le condotte di solo rischio, ad esempio, sono considerate illeciti amministrativi, mentre per quelle di danno colposo sono previste contravvenzioni specifiche a patto che non determinino un pericolo per la salute. Infine, le condotte dolose sono punite come delitti, con l’ulteriore divisione fra quelle caratterizzate dalla presenza di un elemento concreto come la nocività del prodotto e quelle nelle quali si manifesta un pericolo per la salute pubblica.<br>Nel caso di frodi, invece, sono aumentate le sanzioni, soprattutto relativamente alle contraffazioni degli alimenti a denominazione protetta e fino al limite superiore individuato per l’attività organizzata per il commercio illecito di alimenti. A queste azioni repressive e punitive ne seguono altre accessorie che incidono direttamente sull’attività dell’impresa responsabile di tali comportamenti e sulle modalità proprie di condurla.<br>Tra le pene maggiori che il disegno di legge prevede si ricorda: l’interdizione a ricoprire uffici direttivi delle imprese; diversi divieti di accesso ad autorizzazioni, contributi pubblici, contratti con la Pubblica amministrazione; la revoca di alcune autorizzazioni fino alla chiusura dell’attività.<br>Insomma, un disegno di legge importante che tutela la salute pubblica e la qualità del sistema di produzione italiano, espellendo – almeno questo è l’obiettivo – criminali di varia natura e mafiosi da una delle filiere produttive più redditizie e rappresentative d’Italia.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;: avvicinamento agli UN Guidelines Principles on business and human rights</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Nov 2019 08:39:18 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Per diritti umani si intende l’insieme di diritti, disposizioni di legge e libertà fondamentali che spettano&#160;all’individuo in quanto tale&#160;e il&#160;cui&#160;riconoscimento&#160;permette all’uomo,&#160;all’individuo,&#160;di poter condurre un’esistenza dignitosa e libera, sviluppando armonicamente la propria&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Cecilia Grillo</p>



<p>Per diritti umani si intende l’insieme di diritti, disposizioni di legge e libertà fondamentali che spettano&nbsp;all’individuo in quanto tale&nbsp;e il&nbsp;cui&nbsp;riconoscimento&nbsp;permette all’uomo,&nbsp;all’individuo,&nbsp;di poter condurre un’esistenza dignitosa e libera, sviluppando armonicamente la propria personalità e le proprie aspirazioni. I&nbsp;diritti umani&nbsp;sono&nbsp;quei diritti riconosciuti&nbsp;all’individuo&nbsp;semplicemente&nbsp;sulla&nbsp;base alla sua appartenenza al genere umano&nbsp;e&nbsp;che&nbsp;non&nbsp;possono essere&nbsp;oggetto di&nbsp;alcuna&nbsp;decisione&nbsp;governativa&nbsp;arbitraria.</p>



<p>Dei diritti umani fanno parte&nbsp;il diritto&nbsp;alla vita&nbsp;e alla sicurezza fisica,&nbsp;il&nbsp;diritto&nbsp;alla libertà di pensiero,&nbsp;il diritto di espressione e di libertà religiosa, libertà di associazione e di movimento,&nbsp;il&nbsp;diritto all’istruzione e al lavoro, alla vita familiare e alla privacy, al cibo e all’acqua, alla privazione&nbsp;dalla tortura, dalla schiavitù o&nbsp;dal&nbsp;lavoro forzato,&nbsp;il dirittoa condizioni&nbsp;lavorative&nbsp;eque e dignitose e&nbsp;alla&nbsp;non discriminazione.</p>



<p>Questi e altri diritti umani riconosciuti a livello internazionale sono enunciati nella Dichiarazione universale&nbsp;dei&nbsp;diritti umani, adottata dalle Nazioni Unite in seguito alle atrocità&nbsp;commesse&nbsp;durante il&nbsp;corso della seconda guerra mondiale.&nbsp;Tali&nbsp;diritti umani sono&nbsp;statielaborati in modo più dettagliato in due convenzioni internazionali&nbsp;redatte dalle Nazioni Unite (the&nbsp;<em>International&nbsp;</em><em>Covenant</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Civil</em><em>&nbsp;and&nbsp;</em><em>Political</em><em>&nbsp;</em><em>Rights</em>&nbsp;e&nbsp;the&nbsp;<em>International&nbsp;</em><em>Covenant</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Economic</em><em>, Social and Cultural&nbsp;</em><em>Rights</em>) e nella&nbsp;<em>Declaration</em><em>&nbsp;on&nbsp;</em><em>Fundamental</em><em>&nbsp;</em><em>Rights</em><em>&nbsp;and&nbsp;</em><em>Principles</em><em>&nbsp;</em><em>at</em><em>&nbsp;Work of the International&nbsp;</em><em>Labour</em><em>Organization</em>.</p>



<p>Le imprese possono essere promotrici di effetti positivi rispetto alla salvaguardia dei diritti umani: alcune tutelano il rispetto dei diritti umani in modo specifico, come ad esempio attraverso il sostegno della libertà di espressione per mezzo di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sostegno alla salute rendendo disponibili e accessibili nuovi farmaci o promuovendo lo sviluppo di comunità locali. Ma possono anche essere coinvolte nello sviluppo di impatti negativi che comportano la violazione di tali diritti, come ad esempio la previsione di condizioni lavorative non sicure o la sottrazione alle comunità locali delle terre e dei mezzi di sussistenza di cui queste necessitano, senza attuazione del dovuto processo di compensazione.</p>



<p>A seguito dei&nbsp;gravi abusi&nbsp;commessi dalle imprese&nbsp;negli ultimi decenni, la società civile ha&nbsp;richiesto&nbsp;alle&nbsp;multinazionali&nbsp;di&nbsp;agire nel rispetto delle normative in tema di diritti umani. Nel corso degli anni ‘90&nbsp;organizzazioni non governative&nbsp;hanno cominciato a condurre campagnedi protesta volte a contrastare i fenomeni legati al lavoro minorile, agli&nbsp;abusi&nbsp;all’interno delle catene&nbsp;di approvvigionamento di importanti aziende di abbigliamento e calzature e agli abusi commessi&nbsp;da compagnie minerarie, petrolifere e&nbsp;fornitrici&nbsp;di&nbsp;gas.</p>



<p>Nel tentativo di porre fine a tali violazioni, nel 2000, le Nazioni Unite hanno istituito il <em>Global Compact</em>, “un’iniziativa politica volontaria per le imprese impegnate ad allineare le loro operazioni e strategie con &#8230; [nove] principi universalmente accettati nei settori dei diritti umani, del lavoro e dell’ambiente”. Nel 2004 è stato inoltre aggiunto un decimo principio in riferimento alla lotta alla corruzione.</p>



<p>Le imprese che&nbsp;partecipano al Global Compact&nbsp;sono tenute a riferire pubblicamente&nbsp;le misure adottate per&nbsp;conformarsi&nbsp;a tali principi, tuttavia, come&nbsp;viene&nbsp;affermatonello stesso Global Compact, non&nbsp;trattandosi di&nbsp;uno strumento giuridicamente vincolante né&nbsp;“di&nbsp;uno strumento&nbsp;di&nbsp;valutazione o di prestazione”, non&nbsp;produce&nbsp;efficacia obbligatoria nei confronti delle imprese che hanno optato per&nbsp;la sua&nbsp;adozione.</p>



<p>Nel 2005, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha&nbsp;avanzato richiesta&nbsp;al Segretario generale delle Nazioni Unite&nbsp;affinché nominasse&nbsp;un rappresentante speciale per&nbsp;il settore imprese e&nbsp;diritti umani. Il segretario generale Kofi Annan ha&nbsp;così designato&nbsp;il professor John&nbsp;Ruggie&nbsp;dell’Università di Harvard come rappresentante speciale,&nbsp;il quale,&nbsp;dopo aver&nbsp;condotto ricerche e consultazioni approfondite con esperti e rappresentanti di governi, imprese e società civile in&nbsp;varie regioni del mondo, nel 2008&nbsp;ha proposto al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite&nbsp;un “quadro politico per la gestione delle imprese e dei diritti umani&nbsp;[&#8230;]&nbsp;basato su tre pilastri: il dovere dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani da parte di terzi, comprese le imprese; la responsabilità aziendale di rispettare i diritti umani; e un maggiore accesso delle vittime a rimedi effettivi, giudiziarie non giudiziari”.&nbsp;Il Consiglio ha accolto con favore&nbsp;tale strumento&nbsp;e ha incaricato&nbsp;il professor&nbsp;Ruggie&nbsp;di formularedelle&nbsp;raccomandazioni&nbsp;volte a&nbsp;renderlo&nbsp;operativo e&nbsp;a rafforzarlo.</p>



<p>Sono così stati redatti&nbsp;i&nbsp;<em>Guiding</em><em>&nbsp;</em><em>Principles</em><em>&nbsp;on Business and Human&nbsp;</em><em>Rights</em>,&nbsp;approvati dal&nbsp;Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani&nbsp;nel 2011.&nbsp;La disciplina dei&nbsp;Guidelines&nbsp;Principles&nbsp;è caratterizzata&nbsp;dal dovere dello Stato di proteggere dalle violazioni dei diritti umani, dalla responsabilità aziendale nel rispettare&nbsp;tali diritti, con la previsione di&nbsp;un&nbsp;più ampio&nbsp;accesso delle vittime a rimedi efficaci.&nbsp;</p>



<p>Uno dei maggiormente riconosciuti&nbsp;contributi dei Principi Guida è stato quello di stabilire chiaramente i doveri degli Stati e le responsabilità delle società per garantire che le imprese operino nel rispetto dei diritti umani: il primo pilastro è inerente al dovere dello Stato di proteggere i diritti umani contro gli abusi&nbsp;condotti&nbsp;da parte di terzi, comprese le imprese, attraverso adeguate politiche,&nbsp;leggi, regolamenti e decisioni.</p>



<p>Il secondo pilastro è relativo alla responsabilità aziendale concernente il rispetto dei diritti umani, con la previsione della dovuta diligenza nell’azione per evitare di incorrere in violazioni di diritti umani ed eventualmente per affrontare i possibili impatti negativi. Infine, il terzo e ultimo pilastro si riferisce alla necessità di un più ampio accesso a rimedi efficaci, sia giudiziari che non giudiziari, per le vittime di abusi dei diritti umani commessi da parte delle imprese.</p>



<p>La responsabilità aziendale nel rispetto dei diritti umani, come stabilito nel&nbsp;secondo pilastro dei Principi Guida, è uno standard di condotta per le aziende. I Principi Guida chiariscono che le aziende dovrebbero disporre di:-&nbsp;una dichiarazione del loro impegno politico nelrispettare&nbsp;i diritti umani;-&nbsp;un processo di&nbsp;<em>due&nbsp;</em><em>diligence</em>&nbsp;sui diritti umani per:•&nbsp;valutare l’impatto reale e potenziale sui diritti umani&nbsp;rispetto all’attività svolta dall’impresa;•&nbsp;integrare i risultati e agire per prevenire o mitigare potenziali impatti;•&nbsp;tenere traccia&nbsp;dell’andamento della società;•&nbsp;dare comunicazione dell’andamento della società;-&nbsp;processi per&nbsp;fornire un&nbsp;rimedio a coloro che sono stati danneggiati, nel caso in cui la società causi o contribuisca a un impatto negativo&nbsp;in relazione aspecifici diritti umani.</p>



<p>I 31 principi&nbsp;evidenziano&nbsp;le aspettative degli stati e delle aziende su come prevenire e affrontare gli impatti negativi&nbsp;e la violazione di&nbsp;diritti umani da parte delle imprese. I Principi Guida si&nbsp;applicano a tutti gli stati e&nbsp;a&nbsp;tutte le attività commerciali&nbsp;a livello globale&nbsp;e oggi vengono implementati da aziende, governi e soggetti interessati.</p>



<p>L’implementazione della responsabilità aziendale nel rispetto dei diritti umani&nbsp;tuttavia richiede tempistiche piuttosto lunghe, non considerando&nbsp;il contesto operativo, le attività e&nbsp;i rapporti commerciali in continua evoluzione e cambiamento:&nbsp;la realizzazione di tale&nbsp;implementazione&nbsp;è un processo&nbsp;in continuo sviluppo.</p>



<p>I&nbsp;passaggi definiti nei Principi Guida consentono alle aziende di conoscere e dimostrare&nbsp;di aver condotto&nbsp;tutti gli&nbsp;steps&nbsp;richiesti e gli sforzi adeguati&nbsp;al fine di far fronte alla responsabilità inerente alla possibile violazione di diritti umani. La continua richiesta alle&nbsp;aziende&nbsp;di&nbsp;conoscere e&nbsp;individuare i progressi&nbsp;nella loro performance in materia di diritti umani ha rafforzato le&nbsp;domande, sia in termini qualitativi&nbsp;che quantitativi, in merito a&nbsp;relazioni&nbsp;e reports&nbsp;aziendali a tal&nbsp;riguardo.</p>



<p>I Principi Guida&nbsp;sottolineano come&nbsp;tutte le&nbsp;impreseabbiano&nbsp;responsabilità&nbsp;nel&nbsp;rispettare i diritti umani, il che significa evitare di&nbsp;produrre&nbsp;impatti negativi&nbsp;su tali diritti&nbsp;e&nbsp;porre rimedio a&nbsp;questi ultimi&nbsp;laddove si&nbsp;dovessero verificare.&nbsp;Tale&nbsp;responsabilità si applica alle operazioni&nbsp;d’impresa compiute dalle aziende stesse&nbsp;e&nbsp;in relazione&nbsp;a tutti i loro rapporti commerciali, compresi quelli&nbsp;inerentialla&nbsp;loro catena&nbsp;di&nbsp;fornitura.</p>



<p>Sebbene il dovere primario di proteggere i diritti umani spetti ai governi nazionali, le aziende hanno la responsabilità di rispettare i diritti umani nelle rispettiveoperazioni. Il Principio Guida n.11 afferma: “<em>Business enterprises should respect human rights.  This means that they should avoid infringing on the human rights of others and should address adverse human rights impacts with which they are involved</em>”. Il commentario ufficiale ai Principi Guida in tema di business e human rights, approvato dal Consiglio dei diritti umani delle NazioniUnite, specifica: “<em>The responsibility to respect human rights is a global standard of expected conduct for all business enterprises wherever they operate&#8230;[It] exists over and above compliance with national laws and regulations protecting human rights</em>”.</p>



<p>A risposta&nbsp;ad&nbsp;alcune critiche,&nbsp;secondo le&nbsp;quali le normative sui diritti umani sarebbero applicabili solo ai governi e non al settore privato,&nbsp;il preambolo della Dichiarazione universale dei diritti umani esorta “ogni individuo e ogni organo della società”&nbsp;a promuovere e rispettare i diritti umani. Louis&nbsp;Henkin, uno dei principali studiosi&nbsp;di diritto internazionale&nbsp;e diritti umani, ha osservato:&nbsp;ogni individuo e ogni organo della società non esclude nessuno, nessuna azienda, nessun mercato, nessun cyberspazio. La Dichiarazione universale si applica a tutti.<br></p>
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		<title>Il futuro al rogo</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Sep 2019 08:27:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia (da http://atlanteguerre.it) Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p> Stop TTIP Italia denuncia l&#8217;accordo UE-Mercosur che minaccia l&#8217;Amazzonia </p>



<p>(da <a href="http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://atlanteguerre.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>)</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="275" height="183" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/09/image-7.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13053"/></figure></div>



<p><strong>Si intitola “Il futuro al rogo” la prima analisi dettagliata degli impatti ambientali, sociali ed economici di un trattato di liberalizzazione che incendia l’Amazzonia e distrugge l’agricoltura di qualità</strong>,ed è frutto del lavoro di&nbsp;<strong>Stop TTIP Italia</strong>&nbsp; un gruppo di oltre 270 associazioni, sindacati, consumatori, produttori, docenti, movimenti, coordinamenti esperti e comitati locali che insieme informano, studiano, comunicano, si mobilitano in tutta Italia per fermare l’approvazione del Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti (TTIP).</p>



<p><strong>“Nel giorno in cui milioni di giovani scendono in piazza in tutto il mondo con Fridays For Future per chiedere azioni concrete contro il cambiamento climatico”&nbsp; la Campagna Stop TTIP Italia lancia “Futuro al rogo”</strong>,&nbsp; rapporto di analisi su uno dei principali motivi della protesta internazionale: l’accordo UE-Mercosur, un trattato di liberalizzazione commerciale che mette a repentaglio l’ambiente, il clima, l’economia, l’agricoltura e i diritti di intere comunità dalle Americhe all’Europa. E’&nbsp;un esame dal quale emergono segnali preoccupanti, colti anche da organizzazioni di produttori e della società civile internazionale.</p>



<p><strong><em>Serve una bocciatura storica</em></strong></p>



<p>“Nonostante la Commissione Europea sia stata rinnovata e la neopresidente Ursula Von Der Leyen abbia posto tra gli obiettivi cardine del suo mandato un Green Deal per l’Europa – scrive&nbsp;la Campagna Stop TTIP – il suo Commissario al Commercio Phil Hogan ha difeso strenuamente la positività dell’accordo con i paesi del Mercosur. Il tutto, nonostante il governo del suo paese d’origine, l’Irlanda, abbia minacciato la bocciatura della ratifica per gli impatti ambientali e sull’agricoltura nazionale. L’Austria si è spinta oltre, votando un atto parlamentare di indirizzo vincolante per il governo, che lo obbliga a mettere il veto al tavolo del Consiglio dell’UE quando, nella seconda metà del 2020, dovrà dare un parere sulla ratifica”. Per quel che riguarda il Belpaese:&nbsp; «L’Italia dovrebbe agire nella stessa direzione – dichiara Monica Di Sisto, autrice del rapporto e portavoce della Campagna Stop TTIP Italia – Governo e Parlamento riempiano di contenuto i tanti annunci fatti sull’ambiente e il clima, bocciando subito l’accordo già concluso con il Canada (CETA) e mettendo un veto in Europa sul trattato con il Mercosur».</p>



<p><strong>Cosa dicono i numeri? Al negoziato con il Mercosur (il mercato unico sudamericano composto da Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay)</strong>&nbsp;l’Europa ha ottenuto l’azzeramento dei dazi su auto e parti di auto (che si attestavano in precedenza al 35% del valore), macchinari (che pesavano fra il 14 e il 20%), prodotti chimici (18%) e farmaceutici (14%). Felice anche il settore delle calzature, che vedrà ridursi le barriere (attualmente al 35%) e il tessile a maglia (26%).</p>



<p><strong>“Per il Mercosur – dice il rapporto – il vero vincitore è il settore agricolo: se infatti nel complesso la bilancia commerciale è leggermente a favore dell’Unione Europea, in ambito agricolo lo squilibrio è molto forte</strong>&nbsp;e aumenterà con il trattato. I paesi del Mercosur esportano nel mercato UE prodotti agroalimentari per circa 21 miliardi di euro annui, mentre importano da noi appena 2 miliardi all’anno. L’accordo agevole le importazioni di zucchero e pollame: entrambi i settori beneficeranno di una quota pari a 180 mila tonnellate a dazio zero. Altro comparto che subirà gli impatti del trattato è quello agrumicolo. Spagna e Italia vedranno inasprirsi la competizione con il Brasile, primo produttore mondiale di succo d’arancia, e con l’Argentina, principale produttore di limoni. Non solo: le recenti importazioni di riso da Myanmar e Cambogia hanno indebolito la produzione europea, che ora rischia un altro colpo dall’Uruguay, pronto a beneficiare di una quota di 60 mila tonnellate senza dazi offerta dal trattato. Ma la preoccupazione più grande sembra essere quella di una crescita delle importazioni di carne di manzo, con l’istituzione di una nuova quota di 99 mila tonnellate a tariffa agevolata del 7,5%. Pochi i prodotti a indicazione geografica italiani (55 su oltre 290) tutelati nell’accordo: saranno comunque obbligati a convivere con le loro&nbsp;<em>copie storiche</em>, libere di circolare anche nel mercato europeo sugli scaffali dei supermercati”.</p>



<p><em><strong>Tutti i pericoli del trattato</strong></em></p>



<p><strong>Secondo Monica Di Sisto, «a fronte di un’emergenza climatica dichiarata da sempre più paesi e città e dell’impegno solenne europeo di rispettare e far rispettare l’Accordo di Parigi, il trattato UE-Mercosur alimenta la deforestazione</strong>&nbsp;dell’Amazzonia e non pone alcun vincolo ambientale agli scambi tra Europa, Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, indebolendo anzi quelli esistenti. In cambio di un aumento dell’export di automobili – del quale beneficeranno i produttori tedeschi – l’Europa spalanca le porte ai grandi esportatori del Mercosur, forti competitori delle imprese europee e italiane, senza alcuna valutazione complessiva e vincolante dell’impatto di questa scelta sull’occupazione, l’ambiente, la produzione e il mercato interno».</p>



<p><strong>Il trattato con il Mercosur non promuove adeguatamente il rispetto del principio europeo di precauzione, ma indebolisce i controlli su prodotti provenienti da Paesi in cui sono legali centinaia di pesticidi da noi proibiti</strong>, circolano liberamente OGM e cibo putrefatto, come accertato dai recenti scandali che hanno coinvolto grandi gruppi dell’agrobusiness brasiliani. Resta inevasa la questione delle crescenti violazioni dei diritti umani in Brasile e in altri paesi del blocco, che non sembrano turbare le istituzioni europee.</p>



<p><strong>Se ratificato, l’accordo darà vita a una ventina di comitati tecnici che, con l’obiettivo di “facilitare” il commercio tra Mercosur e Unione Europea, passeranno al setaccio le normative considerate “irritanti”</strong>&nbsp;con l’obiettivo di ammorbidirle, anche se per ottenerle sono state necessarie importanti battaglie sociali o ambientali.</p>



<p><strong>Le organizzazioni ambientaliste e della società civile, compreso il movimento Fridays For Future, hanno protestato inoltre contro il rischio concreto che l’aumento dell’export di carne di manzo dal Brasile aumenti la deforestazione e gli incendi in Amazzonia,</strong>&nbsp;esponendo i piccoli produttori agricoli italiani ed europei a una insopportabile competizione con i colossi multinazionali che fanno grandi affari con le monocolture argentine e brasiliane. In cambio, l’industria latinoamericana a più alto contenuto tecnologico verrà schiacciata sotto un’ondata di esportazioni europee, dalle automobili alle macchine utensili.</p>
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		<title>Venezuela. Nella morsa del veleno</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jul 2019 07:19:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi Giorni fa hanno chiamato la mia attenzione un paio di tweets postati da Susana Raffalli, nutrizionista, specialista in sicurezza alimentare, attivista per i diritti umani e consulente della Caritas e della&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Tini Codazzi</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="575" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/contenuto-caja-clap-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12843" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/contenuto-caja-clap-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/contenuto-caja-clap-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/contenuto-caja-clap-768x431.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/contenuto-caja-clap.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1100w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p> Giorni fa hanno chiamato la mia attenzione un paio di tweets postati da Susana Raffalli, nutrizionista, specialista in sicurezza alimentare, attivista per i diritti umani e consulente della Caritas e della Croce Rossa in Venezuela.  In questi tweet, la Raffalli denunciava che i prodotti alimentari distribuiti attraverso i comitati locali di fornitura e produzione, conosciuti come CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción) sono adulterati e di bassa qualità. Questa era una informazione che già si conosceva da un paio di anni, ma adesso stanno venendo tutti i nodi al pettine in modo chiaro e si cominciano a prendere provvedimenti anche a livello internazionale. Ma… cominciamo dall’inizio.  </p>



<p> I CLAP sono nati nel 2016 dalla mano di Nicolás Maduro. Nel bel mezzo della crisi economica, politica e sociale, il regime istallò nelle popolazioni e nelle regioni più povere del paese i comitati CLAP, che sono un sistema de distribuzione di alimenti della dieta basica a prezzi sussidiati. In poche parole, distribuzione di scatole con dentro prodotti come: latte, riso, farina, pasta, zucchero, tonno, cereali, legumi, ecc. Progetto teoricamente molto valido ma nella pratica, nelle mani di un regime corrotto e narcotrafficante, evidentemente non riuscito. Inutile dire che chi usufruisce di questi prodotti sono le persone senza risorse economiche per comprare i prodotti nei comuni supermercati, persone meno istruite, quelle più povere e che si possono manipolare molto facilmente. Nonostante ciò, molti mesi fa tante persone avevano iniziato a raccontare che i prodotti non erano buoni, alcuni avevano cattivi odori, altri erano scaduti e altri addirittura marci. Attraverso i Social Network abbiamo iniziato a trovare immagini di questi alimenti, abbiamo sentito commenti e abbiamo letto molte denunce, ma come si sa, in un regime come questo la denuncia e il diritto del cittadino vale meno di 0.   </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="225" height="225" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/caricatura-clap-di-Rayma.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12844" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/caricatura-clap-di-Rayma.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/caricatura-clap-di-Rayma-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/caricatura-clap-di-Rayma-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></figure></div>



<p> Cos’è cambiato adesso? Che le denunce sono state fatte da organismi come l’Istituto di Scienza e Tecnologia dell’Universidad Central de Venezuela, la piattaforma di inchiesta giornalistica Armando.info, la Procura Generale della Repubblica di Messico e l’Associazione Federale di protezione del Consumatore, anche del Messico. Dopo ricerche, analisi e investigazioni è venuto fuori che il latte in polvere distribuito nella scatola CLAP è una frode. Venezuela aveva un latte molto buono, ma adesso viene dal Messico. Le linee guida dell’Istituto Nazionale di Nutrizione (INN) dicono che il latte dovrebbe contenere 26 gr. di proteine, 38 gr. di carboidrati e 949 mg. di calcio per una porzione di 100 gr. di prodotto. L’Istituto di Scienza e Tecnologia ha analizzato 14 marche di latte messicano distribuito nelle scatole tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018 e tale analisi ha dimostrato, attraverso un campione, che il latte contiene soltanto 8,79 gr. di proteine, 80 gr. di carboidrati e 70 mg. di calcio e che il contenuto di sodio duplica lo standard dell’INN, è per questa ragione che le persone continuavano a dire che questo latte era cattivo di sapore, salato e addirittura che faceva male allo stomaco. Quindi, queste legende metropolitane apparse in Internet sono diventate reali. Le analisi confermano quanto detto dalla popolazione. Adesso possiamo capire come un altissimo numero di bambini nella prima e seconda infanzia negli ultimi due anni sono arrivati ai controlli pediatrici in uno stato di denutrizione, mancanza di calcio e debolezza inspiegabile, visto che le loro madri davano il latte messicano ai figli, ma erano inconsapevoli che stavano dandogli un latte adulterato.  </p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="258" height="195" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/consegna-clap.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12845"/></figure></div>



<p>
Un
altro prodotto nell’occhio del ciclone è la scatoletta di tonno.
Questa volta è stata la Procura Federale del Consumatore di Messico
(Profeco) a fare uno studio analizzando il contenuto di 27 marche
messicane di tonno, 14 di queste evidenziarono una quantità
esagerata di soia al suo interno, fino al 60%, questo vuol dire che
la soia praticamente sostituiva il pesce, teoricamente vuol dire che
non fa male, ma il consumatore non sta mangiando le proteine che
pensa di mangiare. La soia è una proteina vegetale che il corpo
assorbe in modo più lento e contiene carboidrati, invece il tonno
non ne ha, anche se il giornale venezuelano <em>Diario
2001</em>, a maggio del 2017
pubblicava in prima pagina il seguente titolo: “Tonno avariato
causa la morte di due piccoli bambini”. Non solo sui giornali, la
popolazione ha anche postato sui social network, come per il latte,
immagini e commenti riguardo il sapore, la consistenza e l’aspetto
del tonno. 
</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="800" height="533" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/tonno-clap.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12846" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/tonno-clap.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/tonno-clap-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/tonno-clap-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>
Questi
prodotti, insieme a tanti altri, sono arrivati alle case dei
venezuelani dal 2016 in poi. Cifre ufficiali indicano che tra il 2016
e il 2018 sono state consegnate 231 milioni di scatole CLAP con
prodotti di bassissima qualità e addirittura andati a male o
scaduti. Ci si può immaginare il danno fatto a questa popolazione
già stremata dalla fame e dalle malattie? E possiamo anche credere
che non solo il latte e il tonno sono adulterati, ma anche altri
prodotti del paniere messi dentro della scatola CLAP. 
</p>



<p>
L’anno
scorso, le autorità messicane hanno scoperto una enorme rete
fraudolenta tra gli intermediari del regime e le aziende messicane
dove si commercializzano prodotti di bassissima qualità con un
sovraprezzo di più del 100%. Sembra che il Messico sia un paese che
ha la consuetudine di produrre alimenti adulterati. 
</p>



<p>
Come
funzionava questa rete? Gli intermediari venezuelani andavano in
Messico per chiedere alle aziende i prodotti più economici senza
badare alla qualità. Per il latte avevano trovato l’escamotage di
diminuire di tre volte tanto la proteina e per il tonno che avrebbero
messo più quantità di soia che di pesce. Al governo venezuelano
interessava soltanto risparmiare tra 2 e 4 $ per confezione. È stato
già dimostrato che le aziende messicane hanno dichiarato nelle
etichette di questi prodotti informazione falsa. 
</p>



<p>
Un
imprenditore messicano ha dichiarato: “In Messico sono state fatte
fino a 2.000 scatole al giorno. Se si risparmiavano 2 $ per scatola,
il risultato era un complessivo di 4.000 $ al giorno, se invece il
risparmio era di 4 $, si raddoppiava il risultato complessivo”.
Quindi, il risultato di tutto questo affare sporco era pagare poco,
ottenere poca qualità, arricchire gli intermediari e ingannare il
popolo. 
</p>



<p>
Tutto
questo è diabolico, la mente di queste persone definitivamente è
diabolica. Anche se sono a conoscenza della crisi umanitaria che c’è
nel paese da diversi anni, anche se già nel 2016 si conoscevano gli
alti indici di denutrizione, di mancanza di alimenti, di povertà,
del bassissimo potere di acquisto, questo marciume di gente formato
dal regime di Maduro creò a sangue freddo la rete di intermediari e
aziende in tutto il mondo (Panama, Messico, Cina, Ecuador, Spagna,
Hong Kong, Emirati Arabi…) per fare prodotti di bassa qualità che
sarebbero stati dati alle popolazioni più povere del paese e che
avevano la speranza messa su questi prodotti promessi dal regime per
poter sopravvivere. 
</p>



<p>
La
professionista della salute e sostenitrice dei cibi crudi Anne
Wigmore diceva: “Il cibo che mangi può essere o la più sana e
potente forma di medicina o la più lenta forma di veleno”. Mi pare
che questa affermazione sia molto azzeccata nel caso dei criminali
del regime venezuelano. 
</p>



<p></p>
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			</item>
		<item>
		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Quando i diritti umani vanno a fuoco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 Mar 2019 05:28:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-12190" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1024" height="677" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-300x198.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/03/received_2289310204677695-768x508.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">di Cecilia Grillo</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Pungenti le parole con cui il Segretario Generale dell’UNI Global Union si è riferito a KiK Textilien und Non-Food GmbH, una delle prime dieci aziende tedesche specializzate nel commercio al dettaglio per la vendita di prodotti tessili e articoli non-food “</span><span lang="it-IT">KIK is the only retailer involved in all three recent major factory disasters – Ali Enterprises in Pakistan and the Tazreen fire and Rana Plaza building collapse in Bangladesh. </span>Why is KIK refusing to pay compensation to the victims of Ali Enterprises and their families – does KIK really believe that the lives of these workers are worth less than those in Germany? We cannot build a sustainable supply chain in the garment industry if companies like KIK do not commit. KIK it is never too late to do the right thing.”</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel settembre del 2012, più di 260 persone sono morte e 32 sono state ferite a seguito dell’incendio avvenuto nella fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi, in Pakistan. Il fuoco è stato in grado di diffondersi così rapidamente in gran parte a causa del mancato rispetto da parte dell’impresa tessile degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza e della presenza di bocchi alle uscite di emergenza: l’incidente è stato soprannominato</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>l&#8217;11 settembre industriale</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">”.</span></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK rappresentava il principale acquirente dei prodotti di abbigliamento della Ali Enterprises e come tale poteva essere ritenuto responsabile congiuntamente ai proprietari e al </span><span lang="it-IT">management </span><span lang="it-IT">dell’industria a causa delle violazioni degli obblighi di applicazione di misure di sicurezza e di misure antincendio che sarebbero dovute essere predisposte all’interno dello stabilimento pakistano.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Qualche settimana prima di tale disastro, la fabbrica era stata sottoposta ad ispezioni da parte della società italiana di revisione RINA che le aveva conferito la certificazione SAI </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Social Accountability International</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">)</span></span></span></span><span lang="it-IT"> SA8000, nonostante la Ali Enterprise svolgesse le proprie attività in violazione delle principali normative in materia di sicurezza e di misure antincendio: l’industria non era dotata di uscite di emergenza, le finestre erano sbarrate, un intero piano era il risultato di costruzione abusiva. </span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 13 marzo 2015 Muhammad Hanif, Muhammad Jabbir, Abdul Aziz Khan Yousuf Zai e Saeeda Khatoon, un sopravvissuto al disastro dell’11 settembre 2012 e tre parenti delle vittime, hanno intentato un’azione legale contro KiK presso il tribunale regionale di Dortmund. I quattro querelanti, nonché membri dell’</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Ali Enterprises Factory Fire Affectees Association”, </i></span></span></span></span><span lang="it-IT">hanno chiesto un risarcimento di € 30.000 a KiK per il dolore e la sofferenza causati dall’incendio a tutte le famiglie colpite, così come le scuse e l’impegno da parte dell’impresa a garantire la sicurezza presso le strutture di produzione di abbigliamento </span><span lang="it-IT">esternalizza</span><span lang="it-IT">te.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">KiK inizialmente ha accettato di versare un milione di dollari al fine di garantire sollievo immediato ai feriti e ai familiari delle vittime e di negoziare un risarcimento di lunga durata per mezzo del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Pakistan Institute of Labour Education &amp; Research</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></span><span lang="it-IT">Nel 2013 a seguito dell’inerzia di Kik nel rispettare la promessa di risarcimento</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, l’</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>European Center for Constitutional and Human Rights </i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">(ECCHR) </span></span></span></span><span lang="it-IT">ha depositato presso la Corte Suprema di Sindh un</span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “</span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>amicus brief</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">” </span></span></span></span><span lang="it-IT">volto ad esporre in dettaglio le responsabilità di KiK in relazione alla violazione delle misure di sicurezza e antincendio, mettendo in luce inoltre gli obblighi dello Stato pakistano ai sensi del diritto internazionale. Secondo l’ECCHR, lo scopo della presentazione dell’</span><span lang="it-IT">amicus brief </span><span lang="it-IT">è stato quello di garantire che l’indagine coprisse non solo gli attori locali, ma esaminasse anche il ruolo nella vicenda della società acquirente KiK e della società di revisione RINA.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nonostante KiK abbia la propria sede legale in Germania, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 1 del regolamento Roma II, la legge pakistana risulta essere la legge applicabile alla controversia in quanto legge del luogo in cui si è verificato il fatto. La legge pakistana è, in larga misura, basata sui principi del </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Common Law</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> inglese e le corti pakistane si riferiscono spesso alla giurisprudenza inglese come fonte giuridica prevalente, in particolare nel campo della responsabilità civile.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti sostenevano che KiK avesse un diretto dovere di diligenza volto a garantire il rispetto degli </span><span lang="it-IT">standard </span><span lang="it-IT">di sicurezza sul lavoro, in quanto era regolarmente intervenuta nello svolgimento delle operazioni dell’industria, dirigendo e monitorando la gestione dell’applicazione delle misure di sicurezza.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">In particolare, KiK dispone di un proprio codice di condotta, incorporato anche nei contratti stipulati dall’impresa con le proprie </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>supply chains</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">sulla base del quale i fornitori che vogliano entrare in rapporti commerciali con KiK sono tenuti a conformarsi a </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT"> volti a garantire determinate condizioni lavorative: l’azienda tedesca è tenuta a svolgere procedimenti di monitoraggio in relazione al rispetto di tali </span><span lang="it-IT">standard</span><span lang="it-IT">, in particolare attraverso attività di </span><span lang="it-IT">audit </span><span lang="it-IT">condotte da enti terzi e l’imposizione di sanzioni quali la cancellazione di ordini o la cessazione dell’attività commerciale in caso di non conformità rispetto a tali disposizioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">I richiedenti hanno evidenziato come KiK avesse acquistato il 75% della produzione della Ali Enterprise, rappresentando di conseguenza il suo principale acquirente, avendo stretto vincolanti rapporti commerciali con suddetto stabilimento: Kik era responsabile di garantire la conformità delle attività condotte alla Ali Enterprise rispetto a </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>standards</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> di salute e sicurezza all’interno della fabbrica e ha violato il proprio dovere di diligenza omettendo di prevenire gli ingenti danni subiti dai lavoratori dell’industria pakistana.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Nel caso Kik, un ostacolo importante è stato rappresentato dalla difficoltà nell’attribuire responsabilità diretta a una società subappaltatrice a causa del mancato esercizio della dovuta diligenza nell’assicurare che i diritti umani venissero rispettati anche all’interno delle sue catene di approvvigionamento globali. Sebbene tali previsioni siano perfettamente in linea con gli obblighi di dovuta diligenza connessi al rispetto dei diritti umani da parte delle società controllanti stabiliti negli UNGPs, nella pratica impongono ai ricorrenti di essere supportati da una serie di prove fra cui la dimostrazione del livello di controllo e di supervisione esercitati dalla società madre sull’attività dei suoi fornitori, accertamenti frequentemente di difficile dimostrazione; inoltre il limitato accesso alle informazioni (come ad esempio alle documentazioni interne) rende ancora più complessa la dimostrazione da parte dei richiedenti della veridicità delle proprie affermazioni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il 10 gennaio 2019, la Corte di Dortmund ha respinto la domanda dei ricorrenti per scadenza dei termini di prescrizione secondo quanto previsto dalle disposizioni legislative pakistane.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Il caso Kik è il primo del suo genere in Germania, essendo stato in grado di mettere in luce la responsabilità delle imprese nelle loro operazioni transnazionali in relazione al rispetto delle condizioni lavorative presso le proprie filiali e i propri fornitori all’estero: è la prima volta che la responsabilità di una società europea è stata invocata dalle corti internazionali in riferimento a violazioni dei diritti umani avvenute da parte di uno dei suoi fornitori all’interno di un paese terzo.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indipendentemente dall’esito del processo, il viaggio dei querelanti in Europa è stata un’occasione per mettere in luce le violazioni dei diritti umani commesse dalle multinazionali europee e nordamericane, la loro campagna ha evidenziato la necessità imminente di ritenere le corporazioni locali e transnazionali responsabili di violazioni dei diritti umani che avvengono nello svolgimento delle loro operazioni e delle attività condotte dalle loro catene di approvvigionamento.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Gli sforzi di tali campagne di sensibilizzazione stanno già iniziando a dare i propri frutti: molti stati occidentali hanno messo in atto meccanismi volti a controllare le violazioni dei diritti umani delle corporazioni transnazionali all’interno dei loro territori, ad esempio la Francia ha promulgato e implementato la </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>loi-de-vigilanza</i></span></span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span></span><span lang="it-IT">una legge che prevede un’attività di </span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>due diligence</i></span></span></span></span><span lang="it-IT"> necessaria in relazione al rispetto dei diritti umani da parte delle società nello svolgimento delle proprie operazioni; il parlamento olandese ha adottato il Wet Zorgplicht Kinderarbeid, una legislazione volta al controllo, da parte delle imprese, del verificarsi di fenomeni di sfruttamento del lavoro minorile all’interno della loro catena di produzione. Nonostante tali misure siano state adottate da parte di diversi paesi occidentali, paesi economicamente meno sviluppati, a causa prevalentemente di ragioni socio-politiche, non sono stati in grado di uscire dalla persistente situazione di violazioni e abusi che li caratterizza. </span></p>
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		<title>Rapporto Agromafie: c&#8217;è ancora molto da fare per contrastarle</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2019 09:29:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Il volume d’affari complessivo annuale delle agromafie è salito a 24,5 miliardi di euro. Una crescita che sembra non risentire della stagnazione dell’economia italiana e internazionale. È quanto emerge dal sesto Rapporto Agromafie 2018 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agroalimentare.</p>
<p style="margin: 0px 0px 15px; padding: 0px; outline: 0px; border: 0px currentColor; color: #444444; text-transform: none; line-height: 1.6; text-indent: 0px; letter-spacing: normal; font-family: 'Open Sans', serif; font-size: 15px; font-style: normal; font-weight: 400; word-spacing: 0px; vertical-align: baseline; white-space: normal; orphans: 2; widows: 2; font-stretch: inherit; background-color: #ffffff; font-variant-ligatures: normal; font-variant-caps: normal; font-variant-numeric: inherit; font-variant-east-asian: inherit; -webkit-text-stroke-width: 0px; text-decoration-style: initial; text-decoration-color: initial;"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-35246 alignleft" src="http://www.newtuscia.it/wp-content/uploads/2017/03/agromafia-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" srcset="http://www.newtuscia.it/wp-content/uploads/2017/03/agromafia-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, http://www.newtuscia.it/wp-content/uploads/2017/03/agromafia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 606w" alt="" width="300" height="168" />Si legge nel Rapporto di una “rete criminale che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla sua produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita, con tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza tanto che ormai si può parlare ragionevolmente di mafia 3.0. ”</p>
<p>I nuovi criminali in parte provengono dalle tradizionali “famiglie” che hanno indirizzato figli, nipoti agli studi in prestigiose università italiane e internazionali.</p>
<p>Oggi, quindi, si tratta di persone colte, preparate, plurilingue, con importanti e quotidiane relazioni internazionali al servizio del business mafioso.</p>
<p>Il risultato sono la moltiplicazione dei prezzi, che per l’ortofrutta arrivano a triplicare dal campo alla tavola, i pesanti danni di immagine per il Made in Italy in Italia e all’estero e i rischi per la salute con 399 allarmi alimentari, più di uno al giorno nel 2018 in Italia, secondo le elaborazioni Coldiretti sui dati del Sistema di allerta rapido dell’Unione europea. Senza trascurare le conseguenze sull’ambiente con le discariche abusive.</p>
<p>Nel 2018 si è confermata anche l’impennata di fenomeni criminali con furti di trattori, falciatrici e altri mezzi agricoli, gasolio, rame, prodotti (dai limoni alle nocciole, dall’olio al vino) e animali.</p>
<p>A tutto questo – si legge  nel Rapporto Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare – &#8220;si aggiungono racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne mentre nelle città, silenziosamente, i tradizionali fruttivendoli e i forai sono quasi completamente scomparsi, sostituiti da egiziani indiani e pakistani che controllano ormai gran parte delle rivendite sul territorio: quasi un “miracolo all’italiana” affiancato però dal dubbio che tanta efficacia organizzativa possa anche essere il prodotto di una recente vocazione mafiosa per il marketing.&#8221;</p>
<p>Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes e Gian Carlo Caselli, Presidente del Comitato Scientifico della Fondazione “Osservatorio Agromafie”: “Siamo ormai di fronte ad organizzazioni che esprimono una “governance multilivello” o più “governance multilivello” sempre più interessate a sviluppare affari in collaborazione che non a combattersi.</p>
<p>&#8220;Il comparto agroalimentare si presta ai condizionamenti e alle penetrazioni: poter esercitare il controllo di uno o più grandi buyer significa poter condizionare la stessa produzione e di conseguenza il prezzo di raccolta, così come avere in proprietà catene di esercizi commerciali o di supermercati consente di determinare il successo di un prodotto rispetto ad altri&#8221;. Fara e Caselli aggiungono: &#8220;Si può ormai ragionevolmente parlare di mafia 3.0. La &#8220;struttura intelligente&#8221; si pone al servizio trasversale delle diverse organizzazioni, accogliendone le disponibilità finanziarie per valorizzarle e accrescerle attraverso modalità dall’apparenza lecita&#8221;.</p>
<p>“Le agromafie sono diventate molto più complesse e raffinate e non vanno più combattute solo a livello militare e di polizia ma vanno contrastate a tutti i livelli: dalla produzione alla distribuzione fino agli uffici dei colletti bianchi dove transitano i capitali da ripulire, garantendo al tempo stesso la sicurezza della salute dei consumatori troppo spesso messa a rischio da truffe e inganni solo per ragioni speculative” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare.</p>
<p>L’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolose le frodi agroalimentari che per questo vanno perseguite – conclude Prandini – con un sistema punitivo più adeguato con l’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari presentate dall’apposita commissione presieduta da Giancarlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio Agromafie promosso dalla Coldiretti (www.coldiretti.it)”.?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>Il presidente di EURISPES  Fara: &#8220;La prima necessità è quella di aggiornare e potenziare l’attuale normativa in materia agroalimentare. Quella vigente è obsoleta e controproducente. Invece di svolgere una funzione deterrente, spinge a delinquere, essendo a tutto favore dei benefici (ingenti guadagni) il raffronto con i rischi (sanzioni per irregolarità)&#8221;.</p>
<p>Molte le  informazioni sull’argomento e ciò dimostra che i nostri cibi sono i più sicuri del mondo perché sempre controllati da autorità diverse ed indipendenti. In Italia l&#8217;Agenzia delle Dogane ispeziona scrupolosamente i prodotti alimentari di origine straniera e dai controlli emerge molto spesso mancanza di garanzie e chiarezza.</p>
<p>L’intensità dell’associazionismo criminale è elevata nel Mezzogiorno, ma emerge con chiarezza come nel Centro dell’Italia il grado di penetrazione sia forte e stabile e particolarmente elevata in Abruzzo ed in Umbria, in alcune zone delle Marche, nel Grossetano e nel Lazio, in particolar modo a Latina e Frosinone.</p>
<p>Anche al Nord il fenomeno presenta un grado di penetrazione importante in Piemonte, nell’Alto lombardo, nella provincia di Venezia e nelle province romagnole lungo la Via Emilia. E’ quanto emerge dell’Indice di Organizzazione Criminale (IOC) elaborato dall’Eurispes nell’ambito del quarto Rapporto Agromafie con Coldiretti e l’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare che si fonda su 29 indicatori specifici e rappresenta la diffusione e l’intensità, in una data provincia, del fenomeno.</p>
<p>Il grado di controllo e penetrazione territoriale della Sacra Corona Unita in Puglia, invece, pur mantenendosi significativamente elevato, risulta inferiore che altrove così come in Sardegna, regione dove all’elevata intensità dell’associazionismo criminale non corrisponde di pari grado l’egemonia di un’unica organizzazione. In Sicilia l’unica provincia non caratterizzata da un Indice IOC alto è stata Messina, mentre sul restante territorio i valori sono significativamente elevati, in particolar modo nelle zone meridionali ed orientali dell’Isola. Anche la Calabria risulta profondamente soggetto all’associazionismo criminale, a partire da Reggio Calabria (99,4) fino alle restanti province (Vibo Valentia: 65,3; Crotone: 58,4; Catanzaro: 55,3; Cosenza: 47,3). Il grado di diffusione criminale in Campania è elevato sia nel capoluogo (Napoli: 78,9) che a Caserta (68,4) e Salerno (44,3), ma è inferiore nell’entroterra.</p>
<p>Si denota una forte presenza di tipo associazionistico anche sul versante adriatico (Pescara: 71,4; Foggia: 67,4; Brindisi: 51,6), nel basso Lazio (Frosinone: 49,3; Latina: 43,3) e in Sardegna (Nuoro: 46,3; Sassari: 45,9).</p>
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<div class="a2a_kit a2a_kit_size_25 addtoany_list" data-a2a-title="Rapporto 2019 agromafie a cura di Eurispes, Coldiretti e Osservatorio criminalità in agricoltura e sistema agroalimentare" data-a2a-url="http://www.newtuscia.it/2019/02/16/rapporto-2019-agromafie-cura-eurispes-coldiretti-oservatorio-criminalita-agricoltura-sistema-agroalimentare/?utm_source=rss&utm_medium=rss"></div>
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