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	<title>Congo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Congo: alle prese con Malaria, Vaiolo delle Scimmie ed Ebola</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 10:30:08 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Filippo Cinquemani</p>



<p></p>



<p>Dalla fine di ottobre a Panzi, nel Congo, si è diffusa una grave forma di Malaria, come dichiarato anche dall&#8217;Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità).</p>



<p>Sono già stati registrati diversi decessi nel giro di poco tempo e i sintomi principali sono: febbre, affaticamento, difficoltà respiratorie, forte anemia. L&#8217;epidemia ha colpito principalmente soggetti di età compresa tra gli 0 e i 14 anni. La risposta sanitaria è arrivata da una squadra dell&#8217;area interessata, supportata dall&#8217;OMS, che si è occupata soprattutto di capire meglio come fronteggiare la situazione, ma anche come sensibilizzare la popolazione riguardo alla prevenzione e alla terapia adatta.</p>



<p>La Repubblica Democratica del Congo da quest&#8217;estate deve fare i conti anche con il Vaiolo delle Scimmie e l&#8217;Ebola. Nell&#8217;area, si è assistito ad un peggioramento dell&#8217;insicurezza alimentare negli ultimi mesi, ad una bassa copertura vaccinale e ad un accesso molto limitato alla diagnostica e alla gestione dei casi più seri. C&#8217;è anche mancanza di rifornimenti e mezzi di trasporto così come carenza di personale sanitario. </p>



<p>Il contagio purtroppo non accenna ad arrestarsi, tant&#8217;è che ha coinvolto anche nostri connazionali e non si sa ancora come avvenga con esattezza. </p>



<p>Se il mondo globalizzato permette di muoversi da un luogo all&#8217;altro, i Paesi con un rischio più alto di diffusione sono quelli con situazioni socioeconomiche e sanitarie più compromesse, ma è anche vero che chi è povero difficilmente può spostarsi dal luogo in cui vive (e coloro che vorrebbero partire in maniera irregolare, se così malati, non vengono caricati sui barconi, nè possono affrontare un percorso a piedi). </p>



<p>Il continente africano è ricco di risorse minerarie, di risorse umane, di saggezza purtroppo, però, le condizioni delle popolazioni sono altamente disagiate a causa del malgoverno e dello sfruttamente da parte delle potenze occidentali: se le malattie si propagano, lì come qui, le persone hanno il diritto &#8211; fondamentale &#8211; alla cura, anche tramite la cooperazione internazionale, nel caso di Paesi come il Congo. </p>



<p>La Malaria sta colpendo, abbiamo scritto, principalmente neonati e ragazzini: sta colpendo il futuro. E non possiamo permettercelo. </p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Fermiamo il lavoro minorile nell&#8217;inferno delle miniere in Congo</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2024 17:29:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Anna Mognaschi 12 giugno Giornata mondiale contro il lavoro minorile Siamo tutti molto contenti del progresso tecnologico degli ultimi anni verso un&#8217;economia green e sostenibile: la cosiddetta &#8220;transizione energetica&#8221;.Uno dei metalli più importanti,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



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<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p><strong>12 giugno Giornata mondiale contro il lavoro minorile</strong></p>



<p></p>



<p>Siamo tutti molto contenti del progresso tecnologico degli ultimi anni verso un&#8217;economia green e sostenibile: la cosiddetta &#8220;transizione energetica&#8221;.<br>Uno dei metalli più importanti, una risorsa strategica essenziale per la costruzione degli smartphone di ultima generazione, GPS, satelliti, TV al plasma, tablet, computer, ma non solo anche per le macchine elettriche, aerei e missili, è il coltan che insieme al cobalto servono per costruire le batterie al litio per alimentare i nostri device.<br>Il Congo è una repubblica democratica che si estende al centro dell&#8217;Africa, una terra piena di contraddizioni, di guerre interne che sommandosi alla povertà rendono l&#8217;esistenza della popolazione un inferno.<br>È una terra che accoglie anche un numero enorme di sfollati dai Paesi limitrofi: più di mezzo milione e sono soprattutto le ricchezze del sottosuolo ad alimentare conflitti e problematiche; la parte orientale del Congo è ricca di cobalto rame e oro, la parte a nord è la terra più ricca al mondo di coltan, il minerale più prezioso dell&#8217;oro.<br>Si stima che dal Congo provenga dal 60 all&#8217;80% del cobalto di tutto il mondo e sono per lo più i bambini a lavorare nelle miniere di cobalto (secondo l&#8217;UNICEF sono 40.000 i bambini sfruttati nelle miniere a cielo aperto). Questi piccoli minatori scavano a mani nude o con strumenti di fortuna, anche 12 ore al giorno tra il fango e acqua acida per una somma di 2 dollari al giorno; lavorano dopo la scuola, il sabato e la domenica o tutta la settimana se i genitori non riescono a pagare le tasse scolastiche visto che in Congo le scuole non sono gratuite; a causa del duro lavoro i bambini si ammalano di febbre tifoide, malformazioni ossee e muscolari e, inoltre, a causa dei crolli dei cunicoli, rischiano la morte e, dal momento in cui non ci sono dati sulle morti né sugli incidenti, spesso vengono seppelliti nella miniera stessa. Si parla di circa quattro milioni di morti in meno di dieci anni.<br>Le multinazionali come Microsoft e Apple si lavano la coscienza comprando solo da grandi rivenditori autorizzati, facendo finta di non sapere che questi, a loro volta, comprano il coltan dai piccoli possidenti di miniere che hanno come mano d&#8217;opera soprattutto bambini dai 7 ai 16 anni.<br>La situazione del lavoro minorile è così grave da essere stata inserita al punto 8 del Piano di sviluppo sostenibile dell’ONU che si propone di eliminare il lavoro minorile e la schiavitù moderna in tutte le sue forme entro il 2030.<br>Amnesty International sta facendo di tutto per sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica mondiale attraverso l&#8217;adozione a distanza, petizioni e un appello: &#8220;Chiediamo al Governo della Repubblica democratica del Congo di fermare ora questa barbarie e di mettere in atto tutte le misure per affrontare la salute dei bambini, i loro bisogni fisici, educativi, economici e psicologici&#8221;.<br>A tal proposito, dalla fine del 2020, iI Ministero nazionale delle miniere della RdC, rappresentato da Willy Kitobo Samsoni, si è aggiunto al Comitato direttivo della Cobalt Action Partnership (CAP), dimostrando la presenza del governo nel settore.<br>La CAP è stata formalizzata nel maggio 2020 come una coalizione di organizzazioni pubbliche e private unite per l’estrazione sostenibile ed etica del cobalto. Le parti interessate si impegnano a identificare soluzioni e azioni nei settori privato, pubblico e non-profit al fine di regolamentare l’estrazione e la vendita del cobalto artigianale e minerario, promuovere l’accesso al mercato globale per i produttori, sradicare il lavoro minorile e le violazioni dei diritti umani nelle comunità minerarie del cobalto.<br>Il 2030 è vicino:speriamo che si ponga fine a questo inferno.</p>
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		<title>Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2021 08:24:47 +0000</pubDate>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2021/02/nord-kivu-nigrizia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Attentato nel Nord Kivu: le testimonianze raccolte dalla Dire"/><figcaption>(Foto di Nigrizia)</figcaption></figure>



<p>(da pressenza.com) </p>



<p><em>Riportiamo integralmente alcuni dispacci della redazione esteri dell’Agenzia Dire sull’attentato in cui ha perso la vita l’ambasciatore italiano, il suo autista e la sua scorta.</em></p>



<p>“L’agguato al convoglio è stato molto probabilmente condotto da miliziani delle Forces democratiques de liberation du Rwanda, le Fdlr”. Così all’agenzia Dire il governatore del Nord Kivu, Carly Nzanzu Kasivita, che punta il dito contro forze ruandesi in campo già durante il conflitto di fine anni Novanta.</p>



<p>“E’ la tesi più probabile”, insiste l’amministratore, sottolineando che i miliziani hanno rifugi nella zona del Parco nazionale del Virunga.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore esprime “profonda tristezza” per la morte dell’ambasciatore Luca Attanasio e del carabiniere Vittorio Iacovacci, rimasti uccisi insieme a Mustapha Milambo, l’autista del Word Food Programme (Wfp). La delegazione doveva visitare una missione umanitaria dell’Onu nel Nord Kivu.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Il governatore, che nella mattinata ha parlato con i sopravvissuti all’imboscata, ricostruisce l’accaduto: “I veicoli sono stati assaltati lungo la strada nazionale che da Goma porta a Beni da uomini armati che hanno aperto il fuoco colpendo le due autovetture. Dopo averli fermati, i miliziani hanno costretto tutti a seguirli: il loro obiettivo probabilmente era portare l’intera delegazione nel cuore della foresta. Chiedevano di camminare in fretta”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Durante il cammino, tuttavia, il gruppo sarebbe stato intercettato da una pattuglia dei ranger del Virunga, dispiegati sia per contrastare i gruppi armati che popolano il parco nazionale, il più grande del Congo, sia per contrastare il traffico illecito di merci e il bracconaggio.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Secondo Kasivita, i ranger erano stati allertati in seguito all’assalto al convoglio e con loro erano giunti a dare sostegno anche militari dell’esercito. Ne sarebbe seguito uno scambio a fuoco. Gli assalitori, però, riferisce il governatore, “hanno preferito sparare anche contro gli ostaggi”.<br>&nbsp; &nbsp;</p>



<p>Kasivita conclude: “Le guardie forestali sono riuscite a liberare gli altri, portando d’urgenza i feriti in ospedale dove però, appena giunto, l’ambasciatore è deceduto”.</p>



<p>“Lungo la strada operano gruppi ribelli, come le ex Fdlr ruandesi, ma anche combattenti congolesi come i Mai mai e soprattutto banditi comuni, che colpiscono solo per rapinare; in più tratti, prima e dopo il settore di Kanya Bayonga, la scorta è essenziale”: così all’agenzia Dire Etienne Kambale, direttore dell’ong Fondation Point de vue de Jeunes Africains pour le Developpement.</p>



<p>La sua voce arriva da Goma, il capoluogo del Nord Kivu dove stamane sono morti in seguito a un agguato l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, 44 anni, origini lombarde, e il carabiniere Vittorio Iacovacci, 30 anni, nato in provincia di Latina.</p>



<p>Secondo ricostruzioni condivise con la Dire, l’episodio si è verificato nel settore di Kilimanyoko, a una ventina di chilometri da Goma, lungo l’asse che porta verso nord in direzione del territorio di Beni.</p>



<p>“Sulla strada ci sono aree considerate più sicure, dove ribelli e banditi non si spingono anche perché ci sono posti di blocco delle Fardc, le Forze armate congolesi” sottolinea Kambala. Convinto che però le zone offlimits o ad alto rischio siano diverse. “Una delle aree più pericolose – dice -è quella di Kanya Bayonga, nella direzione del Parco nazionale della Virunga”.</p>



<p>Secondo Kambale, ad alimentare l’insicurezza sono spezzoni delle Fdlr, le Forces democratiques de liberation du Rwanda, un gruppo composto perlopiù da ribelli hutu, già comandato dal generale Sylvestre Mudacumura, ucciso da forze congolesi nel 2019. Sono però attivi anche Mai mai, milizie nate su base comunitaria, inizialmente per difendere i villaggi dalle incursioni dei ribelli, in particolare con basi in Ruanda.</p>



<p>Secondo il direttore della Fondation, però, questa matrice si intreccia spesso ad altre dinamiche. “Episodi come quello di oggi – dice Kambale – potrebbero non essere legati né a politica né a ideologia ma solo a tentativi di estorsione ed esigenze di finanziamento”.</p>



<p>“Il sacrificio dell’ambasciatore e del carabiniere italiano risvegli la coscienza della comunità internazionale sul dramma del Congo”: così padre Gaspare Di Vincenzo, missionario, in un’intervista con l’agenzia Dire nella quale evidenzia però anche lo “stupore” per misure di sicurezza che non sarebbero state adeguate.</p>



<p>Il religioso, comboniano originario di Agrigento, vive da otto anni nella provincia del Nord Kivu, quella dove si è verificato l’agguato di stamane. “Stupisce il fatto che l’ambasciatore Luca Attanasio viaggiasse in una macchina non blindata, in una zona insicura come il territorio di Rutshuru” la premessa. “Secondo le prime informazioni condivise dai giornalisti locali, il convoglio era accompagnato da caschi blu della missione di pace dell’Onu, la Minusco, ma si tratta di un fatto per certi versi scontato perché in quest’area nessun’auto privata può viaggiare da sola”.</p>



<p>Secondo padre Di Vincenzo, raggiunto al telefono nella città di Butembo, a nord rispetto a Goma e al luogo dell’agguato, in buona parte del Kivu c’è “un’insicurezza totale” a causa delle incursioni sia di gruppi ribelli che di bande armate. “I peggiori massacri sono avvenuti davanti a basi della Monusco” dice il missionario: “L’agguato di oggi, che sembra avere quasi un carattere intimidatorio, quasi a beffare le forze di sicurezza, non dovrebbe meravigliare”.</p>



<p>Fotografie condivise da giornalisti locali mostrano il vetro infranto di un mezzo con le insegne del World Food Programme (Wfp/Pam), organizzatore della missione alla quale partecipava Attanasio, partito da Goma come pure la seconda vittima italiana, il carabiniere Vittorio Iacovacci.</p>



<p>In un altro scatto è riconoscibile il diplomatico sorretto dopo essere stato colpito, a bordo di un mezzo scoperto.</p>



<p>“Potrebbe essere un veicolo delle Fardc, l’esercito congolese” dice padre Di Vincenzo. “Non è chiaro se nell’area siano intervenuti anche soldati”.</p>



<p>“Dalle informazioni che stiamo ricevendo dai nostri contatti a Beni, l’ambasciatore italiano Luca Attanasio viaggiava a bordo di un veicolo che non era blindato.</p>



<p>Le fotografie mostrano vetri infranti, forse a causa dello scambio di colpi d’arma da fuoco seguito all’attacco dei miliziani dopo l’imboscata. Sarebbe molto grave: bisognerà verificare le responsabilità di tutti gli attori coinvolti”.</p>



<p>Così all’agenzia Dire Sam Kalambay, analista politico.</p>



<p>Il commento giunge in seguito all’agguato di stamane a un convoglio di delegati del Programma alimentare mondiale (World Food Programme, Pam-Wfp) e dell’ambasciata d’Italia, nel quale lungo la strada nazionale che conduce a Beni, sono stati uccisi il diplomatico, un carabiniere e un autista del Wfp. La strada attraversa il parco nazionale di Virunga, dove hanno basi gruppi armati, disertori e banditi comuni.</p>



<p>Kalambay chiama in causa presunte “leggerezze” e sostiene che vadano verificate le responsabilità dell’amministrazione locale, ma anche dell’ambasciata e dell’organismo Onu nel provvedere alla sicurezza dei delegazione. “In quelle zone non si può avere una sola guardia del corpo e con un veicolo che non sia blindato” dice l’analista. Critiche che si sommano a voci che circolano tra i giornalisti locali secondo cui il governatore Carly Nzanzu Kasivita non fosse stato informato del viaggio.</p>



<p>Una situazione che conferma l’insicurezza nel Nord Kivu e che, secondo Kalambay, non sarebbe sufficientemente raccontato dai media internazionali. “Oggi hanno perso la vita due europei e allora il mondo si è accorto di quanto pericolosa sia la crisi in Nord Kivu” dice l’analista.<br>“Ogni giorno però qui muoiono congolesi; i media non possono fare due pesi e due misure, perché le vite umane hanno lo stesso valore”.</p>



<p>L’esperto continua. “A volte i media internazionali ci danno notizie a cui le nostre testate locali non arrivano- dice- ma devono fare di più per premere sulle autorità affinché sia riportata la pace”.</p>



<p>Sempre all’agenzia Dire il corrispondente di Voice Of America, Austere Malivika, ha riferito che a garantire la sicurezza nel Parco del Virunga pensano ranger, o “ecogards”, come vengono chiamate in francese. “L’esercito non c’è” dice il cronista, riferendo che stamane i primi a prestare soccorso dopo l’assalto sono state proprio le guardie forestali. “Da almeno 20 anni la situazione securitaria nel Nord Kivu è precipitata” continua Malivika. “Da tante voci della società civile giungono continui appelli affinché la regione sia liberata dai gruppi armati”.</p>



<p>Secondo Kalambay, la strada dell’imboscata “è un tragitto obbligato per chi deve raggiungere grandi città come Goma, Beni o Butembo e i veicoli civili devono sempre viaggiare scortati perché uccisioni, sequestri e ferimenti sono all’ordine del giorno”.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Come sta l&#8217;Africa?</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Feb 2021 09:48:26 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Sostanzialmente bene. Tra lotte interne e malattie, il continente africano sta bene.</p>



<p>Rispetto al Covid abbiamo letto ovunque che l’Africa ha saputo affrontare bene la problematica anche se gli esperti in materia riferiscono che la realtà non è mai quella rappresentata nei dati governativi. Le periferie delle grandi città e le zone più emarginate sfuggono ai conteggi centrali. Sicuramente l’impatto del Covid-19 in Africa è stato meno disastroso rispetto all’Europa, vuoi per questioni anagrafiche legate alla popolazione, vuoi per il clima favorevole.</p>



<p>In ogni caso, il virus più grande da sempre presente in Africa è quello economico. Le periferie di quasi tutte le capitali africane sono caratterizzate dalle così dette “economie giornaliere” che non consentono uno sviluppo dei paesi, né tanto meno un arricchimento delle famiglie. Un’economia basata sulla necessità e non sull’investimento che inevitabilmente porta la maggior parte dei paesi dell’Africa subsahariana e centrale in stato di continua povertà. Ad alimentare questa crisi vi sono anche i numerosi conflitti ad oggi attivi nel Continente. Per citare qualche guerra in atto partiamo dall’Etiopia in cui il governo è in continuo scontro con il Tigray che reclama indipendenza. Circa 50 mila sfollati civili scappano dal Tigray per muoversi verso il vicino Sudan.</p>



<p>Spostandoci in Repubblica democratica del Congo, troviamo una situazione di circa 8 morti al giorno a causa dei conflitti tra i ribelli che cercano di accaparrarsi il maggior numero di minerali. Molte altre ribellioni interne sono poi legale alla situazione dei così detti “presidenti dinosauri” attaccati alle poltrone dagli anni dell’indipendenza o poco dopo e che causano malumori tra i cittadini. Esemplificative sono la situazione attuale del Camerun o le vicende vissute dal Burkina Faso con 27 anni di presidenza di Blaise Campaorè.</p>



<p>Qualche spiraglio di cambiamento e di pace però si intravede, nel 2020 abbiamo visto le prime donne presidenti di paesi, una su tutte&nbsp;Sahlework Zewde in Etiopia. Numerose anche le lotte dei giovani africani che vogliono ribellarsi a certe dinamiche e fanno credere in un futuro migliore (&nbsp;in Algeria, i giovani hanno fondato il movimento non violento Hirak che chiede un cambio strutturale al potere. Gli stessi lo scorso anno sono riusciti in una rivoluzione in Sudan che ha portato alla partenza del presidente al potere da oltre 30 anni).</p>



<p>Per concludere, il continente africano sta bene e non ha bisogno di una mano. Ha bisogno solo di alcune cose importanti come la pace, la fine della corruzione e maggiore democrazia. I giovani africani sono sicuramente in grado di costruire dei paesi magnifici ma bisogno dare loro lo spazio necessario, eliminando per sempre quei presidenti che modificano leggi e costituzioni pur di rimanere al potere, cancellando la corruzione dilagante tra le forze dell’ordine e supportando una lotta al terrorismo precisa ed efficace.</p>



<p>Solo così l’Africa potrà risollevarsi e guardare ad un futuro pacifico e prosperoso.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa.&#8221; La difficile situazione nella Repubblica democratica del Congo﻿</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2020 08:49:10 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Il
Coronavirus è ormai arrivato in quasi tutta l’Africa, portando con
sé disagi sociali ed economici in paesi già martoriati da povertà
e rivoluzioni interne. Uno su tutti la Repubblica Democratica del
Congo che in questi giorni sta lottando contro piogge torrenziali che
stanno distruggendo coltivazioni e provocando disagi. Solo tra il 16
e il 20 aprile nello Stato centrafricano si sono contate&nbsp;46
vittime e circa altrettanti feriti,mentre
quasi 80 mila persone hanno subito gravi danni alle loro abitazioni,
3500 delle quali sono andate distrutte, 15 mila gravemente
danneggiate.</p>



<p><em>Questa
sciagura</em> &#8211;
hanno scritto i vescovi congolesi &#8211;<em>
appesantisce la sofferenza delle popolazioni già impoverite e
traumatizzate dalla deleteria situazione sociale e di sicurezza.</em>&nbsp;</p>



<p>Infatti,
i disagi sociali in tutto il paese non cessano: il 22 aprile almeno
14 persone, tra cui due poliziotti, sono morte nei combattimenti tra
le forze di sicurezza e un gruppo ribelle a Songololo, nella
provincia del Congo Centrale, nell’ovest del paese. Le violenze
sono scoppiate durante un’operazione della polizia contro i membri
della setta Bundu Dia Kongo (Bdk), che stavano preparando un
attentato contro alcuni dirigenti locali.</p>



<p>Un
paese in ginocchio, dunque, anche a causa del Coronavirus che ha
fatto, tra le altre cose, scomparire dalle strade centinaia di
<em>enfants de la
rue, </em>i
bambini di strada che, a causa del lockdown, sono costretti a
rifugiarsi lontano dalla polizia, chissà dove.</p>



<p>I
numeri (dichiarati dal Governo) di contagiati restano ancora
limitati, 350 infetti e 25 decessi.  Statisticamente, dunque,
possiamo dire che la situazione resta sotto controllo ma, se
analizziamo anche gli effetti indiretti di questa epidemia, ci
rendiamo conto che la situazione è più grave di quella che sembra.
A partire da i così detti <em>ultimi
degli ultimi: </em>i
poveri, i carcerati e i bambini di strada che, anche all’interno di
un paese problematico come la RD del Congo, sono gli ultimi di
qualcun altro. Si ritrovano a dover pagare le conseguenze peggiori,
non avendo casa, cibo e denaro.</p>



<p>Subito
dopo di loro abbiamo le famiglie “medie” del paese che non sono
da paragonarsi ai nostri nuclei famigliari. Le famiglie africane,
infatti, sono molto più numerose rispetto a quelle europee e sono,
soprattutto, caratterizzate da un’economia giornaliera. Ciò
significa che i lavoratori sono pagati giornalmente e che i soldi
guadagnati quel giorno serviranno ad acquistare cibo e beni primari
per uno o, al massimo, due giorni. Gli stipendi arrivano quasi
esclusivamente dagli uomini, mentre le donne, che nella normalità
vendono il cibo da loro cucinato e la frutta acquistata al mercato, a
causa del lockdown hanno visto una decrescita delle piccole vendite
che riuscivano comunque a sostenere una parte di famiglia.</p>



<p>Il
2020 si prospetta un anno duro per tutto il mondo anche se, come per
ogni cosa, c’è chi paga più di altri, come la RD del Congo che,
già martoriata da problemi ambientali, sociali ed economici, deve
tener testa anche ad un’epidemia di questa portata.</p>



<p>Quando
leggiamo, dunque, che in Africa la situazione è sotto controllo,
pensiamo anche a tutti gli effetti indiretti che questo importante
momento storico sta portando con sé.</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Sfruttamento del lavoro minorile: nel mirino i colossi hi-tech</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2020 06:58:41 +0000</pubDate>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>S</strong></p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="1024" height="575" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13489" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-1024x575.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-300x168.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE-768x431.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/01/Amnesty-CONGOimmagDUE.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1076w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>



<p>di
Fabiana Brigante</p>



<p>
La categoria di
lavoratori minorenni comprende individui troppo giovani per lavorare
o coinvolti in attività pericolose che possono comprometterne lo
sviluppo fisico, mentale, sociale o educativo. Nei paesi non
industrializzati, poco più di un bambino su quattro (dai 5 ai 17
anni) è impegnato in un lavoro che è considerato dannoso per la
salute e lo sviluppo. 
</p>



<p>Non
esiste una definizione unica ed esaustiva di lavoro minorile: sono
generalmente presi in considerazione diversi indicatori per
comprendere se una determinata attività possa essere o meno
ricompresa in questa categoria. Gli elementi da tenere in
considerazione sono, tra gli altri, l’età del bambino, il tipo di
attività da lui svolta e il numero di ore in cui viene impiegato,
nonché le condizioni alle quali il lavoro viene svolto. La risposta
varia da paese a paese, ed anche tra i diversi settori produttivi
all’interno dei singoli paesi.</p>



<p>Ciò
che è certo è che l’eradicazione del lavoro minorile deve essere
perseguita con la massima determinazione. Sul punto, diversi sono gli
strumenti internazionali che sottolineano la libertà dal lavoro
minorile quale valore universale e fondamentale. Tra questi, vale la
pena menzionare  la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti
dell&#8217;infanzia, la Convenzione n. 138 dell’Organizzazione
Internazionale del Lavoro (OIL) relativa all’età minima per
l’ammissione al lavoro e la successiva Raccomandazione n. 146
(1973), la Convenzione OIL n. 182 concernente il divieto e l’azione
immediata per l’eliminazione delle peggiori forme di lavoro
minorile e la Raccomandazione n. 190 (1999). 
</p>



<p>Questi
strumenti inquadrano il concetto di lavoro minorile e costituiscono
la base della legislazione su tale tema adottata dai paesi firmatari.

</p>



<p>Anche
l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile comprende un rinnovato
impegno globale a porre fine a questo fenomeno. In particolare,
l’Obiettivo 8.7 invita la comunità globale ad “adottare misure
immediate ed efficaci per sradicare il lavoro forzato, porre fine
alla schiavitù moderna e alla tratta di esseri umani e garantire il
divieto ed eliminazione delle peggiori forme di lavoro minorile,
incluso il reclutamento e l’impiego di bambini soldato, nonché
porre fine entro il 2025 al lavoro minorile in ogni sua forma”.</p>



<p>Malgrado
ciò, le stime globali fornite dall’Organizzazione Internazionale
del Lavoro e da organizzazioni quali UNICEF dimostrano come il lavoro
minorile rimanga ancora oggi una piaga endemica. La sua eliminazione
richiede sia riforme economiche e sociali, sia la cooperazione attiva
di governi, organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro,
imprese, organizzazioni internazionali e società civile in generale.</p>



<p>Stando
ai  dati forniti, sono 152 milioni i bambini &#8211; 64 milioni di ragazze
e 88 milioni di ragazzi  &#8211; che lavorano a livello globale,
rappresentando quasi uno su dieci in tutto il mondo. Tra questi,
circa la metà svolge un lavoro pericoloso che mette direttamente in
pericolo la propria salute, sicurezza e sviluppo morale. Una analisi
più ampia che comprende sia il lavoro minorile che le forme di
lavoro consentite che coinvolgono bambini in età lavorativa legale
mostra che i minori impiegati sono 218 milioni. Il fenomeno non
risparmia di certo l’Italia, dove solo
negli ultimi due anni sono stati accertati più di 480 casi di
illeciti riguardanti l’occupazione irregolare di bambini e
adolescenti,
sia italiani che stranieri.</p>



<p>Nella
stregua lotta al lavoro minorile sono finiti nell’occhio del
ciclone di recente alcuni colossi dell’industria tecnologica. 
</p>



<p>Il
12 dicembre l’organizzazione <em>International
Rights Advocates </em>(IRA)
ha intentato un’azione legale presso la Corte Federale del
Distretto di Columbia negli Stati Uniti per la morte di numerosi
bambini e ragazzi impiegati nell’estrazione di cobalto nella
Repubblica Democratica del Congo. Ad essere citate in giudizio sono
le aziende <em>Apple,
Alphabet</em>
(<em>Google</em>),
<em>Dell</em>,
<em>Microsoft</em>
e <em>Tesla</em>,
accusate di aver favorito consapevolmente l’impiego di lavoro
minorile nelle miniere di cobalto e di aver ottenuto significativi
vantaggi finanziari dalla diffusa estrazione illegale di cobalto da
parte dei piccoli lavoratori congolesi.</p>



<p>Non
è un caso che sia proprio la Repubblica Democratica del Congo ad
ospitare questo scenario macabro; qui si trovano i più grandi
depositi al mondo di cobalto, un elemento essenziale nelle batterie
ricaricabili agli ioni di litio utilizzate nei dispositivi
elettronici che le citate aziende producono. Il boom tecnologico ha
causato un aumento esponenziale della domanda di cobalto; la sua
estrazione nella Repubblica democratica del Congo avviene in
condizioni estremamente pericolose, (anche) ad opera di bambini e
ragazzi pagati un dollaro o due al giorno. 
</p>



<p>I
querelanti hanno fondato le proprie doglianze sul <em>Trafficking
Victims Protection Reauthorization Act </em>(TVPRA).</p>



<p>Secondo
quanto riferito dai membri di <em>International
Rights Advocates</em>,
questa causa rappresenta il frutto di ricerche e collezione di dati
durati diversi anni. L’organizzazione avrebbe documentato come
bambini e ragazzi fossero regolarmente costretti a svolgere lavori
minerari a tempo pieno, estremamente pericolosi e a discapito della
propria istruzione e del proprio futuro. Nelle 79 pagine di citazione
si susseguono le storie di bambini e ragazzi costretti dalla povertà
estrema a lasciare la scuola e perseguire l’unica opzione economica
percorribile nella loro regione: diventare minatori di cobalto.
Questo ampio settore comprende bambini che si recano nelle aree in
cui si trova il cobalto e usano strumenti primitivi per estrarre
questo minerale senza alcuna attrezzatura di sicurezza. Inoltre, la
mancanza di supporto strutturale nelle gallerie dove tale attività
viene svolta causa frequenti collassi dei tunnel, causando le
mutilazioni o la morte dei piccoli lavoratori, i cui corpi restano
intrappolati nelle macerie e mai recuperati.</p>



<p>Una
tra i querelanti, nominata Jane Doe 1 nei documenti depositati presso
la corte distrettuale, afferma che suo nipote era costretto a cercare
lavoro nelle miniere di cobalto quando era un bambino piccolo a causa
dell’impossibilità per la famiglia di pagare la sua retta
scolastica mensile di 6 dollari. La ricorrente riferisce che il
minore stava lavorando in una miniera gestita da <em>Kamoto
Copper Company</em>,
controllata da <em>Glencore</em>,
 quando il crollo del tunnel lo ha sepolto vivo. La famiglia sostiene
di non aver mai recuperato il suo corpo.</p>



<p>Un
altro bambino, indicato nei documenti come John Doe 1, afferma di
aver iniziato a lavorare nelle miniere a nove anni. Stava portando
sacchi di rocce di cobalto per 0,75 dollari al giorno quando è
caduto in un tunnel. Dopo essere stato recuperato dai compagni di
lavoro, afferma di essere stato lasciato solo per terra nel sito
minerario fino a quando i suoi genitori non hanno saputo
dell’incidente e sono accorsi ​​per aiutarlo. Questo incidente
gli ha provocato una paralisi che gli impedirà di camminare per il
resto della sua vita.</p>



<p>Dai
siti internet delle aziende citate in giudizio emerge che tutte
avevano adottato codici di condotta che vietavano ai subfornitori
l’impiego di lavoro minorile. Alcune tra le aziende citate hanno
rilasciato dichiarazioni in merito alle accuse che gli sono state
mosse. Tra queste, <em>Dell</em>&nbsp;ha
dichiarato di essere “impegnata
nel reperimento responsabile&nbsp;di
minerali” e di sostenere
i diritti umani&nbsp;dei
propri lavoratori a qualsiasi livello catena di approvvigionamento,
trattandoli “con dignità e rispetto”. 
</p>



<p>Allo
stesso modo, Google
ha sottolineato che la propria <em>due
diligence</em>
prevede un severo divieto per i fornitori di servirsi di lavoro
minorile. 
</p>



<p>I
giudici saranno chiamati ad accertare se le imprese citate in
giudizio fossero a conoscenza di quanto avveniva nelle miniere di
proprietà dei propri fornitori di cobalto. Come specificano anche i
Principi Guida ONU su imprese e diritti umani, le imprese hanno
infatti il dovere di identificare, nell’ambito delle proprie
attività, le aree generali in cui il rischio di impatti negativi sui
diritti umani è significativo, a causa del contesto operativo di
determinati fornitori o clienti, delle operazioni particolari, dei
prodotti o servizi coinvolti, al fine di prevedere possibili
violazioni. 
</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Congo, svendita di oro e umanità</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Aug 2019 07:38:44 +0000</pubDate>
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<p>di Veronica Tedeschi</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="800" height="464" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Nuovo-presidente-Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12939" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Nuovo-presidente-Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Nuovo-presidente-Congo-300x174.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Nuovo-presidente-Congo-768x445.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>In
questa rubrica è già stata affrontata la questione relativa
all’impatto del colosso cinese nel continente africano, che può
avvenire nelle maniere più disparate ma che, nella maggior parte dei
casi, usa come punto di forza la vincita di appalti statali per la
costruzione di strade o ferrovie.</p>



<p>Siamo
in Congo, 6 miliardi di investimenti statali sono stati concessi a
società cinesi per la costruzione di nuove infrastrutture (strade e
dighe idroelettriche) in cambio di 10 milioni di tonnellate di rame e
600.000 di cobalto. Nel 2010, ancora, sono state vendute al ribasso 4
miniere ad un uomo d’affari israeliano provocando al paese la
perdita di 4 milioni di dollari. Il Congo, paese ricchissimo di
risorse naturali come litio, diamanti e oro, si svende al miglior
offerente ammettendo vere e proprie razzie di beni e svendita di
metalli di lusso.</p>



<p>Qualcuno
ha cercato di imporre tasse e diritti su oro, argento e platino,
senza arrivare a nulla di concreto poiché le imprese minerarie
estere, da sempre restie nel dover pagare dei dazi, hanno continuato
indisturbate ad estrarre materie preziose acquistabili al prezzo del
rame.</p>



<p>I motivi che hanno portato a questa situazione di crisi sono tra i più vari, in primis il fatto che il nuovo presidente Tshisekedi non è libero di agire. Costretto ancora alle volontà del suo predecessore Kabila; non ha possibilità di manovra in quasi tutta la gestione del paese: basti pensare che ad oggi la casa presidenziale è occupata da Kabila che ha spedito il nuovo Presidente in una residenza nel quartiere dell’Oua (nell’occidente del Paese).</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="470" height="300" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Cobalto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12940" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Cobalto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 470w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/08/Cobalto-300x191.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /></figure></div>



<p>Nel
Paese che assicura il 60% della produzione mondiale di cobalto, i
problemi sono solo in aumento. A partire dalla già citata svendita
di risorse naturali fino ad arrivare all’insicurezza alimentare che
colpisce 13 milioni di congolesi. Un paradosso vero e proprio perché
le risorse presenti in Congo sarebbero sufficienti a sfamare un
miliardo di persone; questo accade perché il governo non ha
interesse a sfamare la sua popolazione, l’unico interesse è quello
di arricchire le casse dello stato di soldi illeciti e sporchi. Basti
pensare che i fondi stanziati per l’agricoltura nel 2018 sono stati
pari al 2,6% del bilancio totale dello Stato. Gli agricoltori non
sono invogliati a continuare nel loro lavoro e non vengono concesse
nemmeno le attrezzature di base come semi e fertilizzanti.</p>



<p>Oltre
a tutto ciò, le frequenti invasioni di cavallette e altri insetti
han fatto sì che i raccolti, faticosamente coltivati dagli
agricoltori, siano stati distrutti in una sola giornata.</p>



<p>La
svendita di terre che avviene in Congo è direttamente proporzionale
alla svendita che viene fatta dal Governo in termini di umanità nei
confronti dei propri cittadini: le persone vengono lasciate morire di
fame, la corruzione presente in tutto il paese non permette la
crescita e la mancanza di energia elettrica diminuisce le produzioni.
La popolazione è stanca e la rabbia è ai massimi livelli, aumentano
gli scioperi dei servizi pubblici e lo scontento di tutti è
percepibile.</p>



<p>Il
nuovo presidente (non ancora totalmente giudicabile) dovrebbe
staccarsi dalle politiche del suo predecessore, riprendersi la casa
presidenziale e riportare il paese in una situazione di stabilità.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Il conflitto dell’Ituri in Congo﻿</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2019 06:37:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>I di Veronica Tedeschi Racchiuso in una fetta di terra tra Sud Sudan e Uganda, l’Ituri è una delle regioni più martoriate del Congo che vede da anni duri scontri tra etnie di agricoltori&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>I</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="860" height="280" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/conflitto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12731" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/conflitto.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 860w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/conflitto-300x98.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/conflitto-768x250.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 860px) 100vw, 860px" /></figure>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p>Racchiuso in una fetta di terra tra Sud Sudan e Uganda, l’Ituri è una delle regioni più martoriate del Congo che vede da anni duri scontri tra etnie di agricoltori e pastori.</p>



<p>Gli
Hema e i Lendu, quasi a ricordarci i Tutsi e gli Hutu del genocidio
rwandese, sono due etnie congolesi tra le più povere che hanno
iniziato a scontrarsi a causa di una evidente disparità di
trattamento da parte dei coloni belgi (anche in questo caso, come
nella vicenda rwandese). Da questo fatto nacquero disparità di
educazione e benessere tra gli abitanti del posto che proseguirono
anche negli anni successivi, fino ad arrivare ai giorni nostri.</p>



<p>L’Ituri
è una regione del Congo che nacque nel 1999 al di fuori della
tradizionale zona est della Provincia Orientale quando James Kazini,
comandante delle forze dell’UPDF (Uganda People’s Defence Force),
affidò la carica di governatore della nuova provincia ad un Hema.</p>



<p>Questo
fatto, vien da sé, portò ad un violento scontro tra etnie.</p>



<p>20
anni dopo, il conflitto è ancora accesso e il numero di vittime
molto alto, si parla di 50.000 persone rimaste uccise dall’inizio
degli scontri.</p>



<p>La settimana scorsa un nuovo e violento scontro ha portato a quasi 200 vittime Hema (numero ancora da confermare). Le indagini sono ancora in corso e i Lendu si difendono mostrando i molteplici danni che anche la comunità Lendu ha dovuto affrontare.</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/militari-1024x683.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12732" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/militari.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/militari-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/militari-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La
miccia di queste ultime violenze è stata l’uccisione di 4
commercianti Lendu, caduti il 10 giugno scorso. I responsabili non
sono ancora evidenti ma in molti pensano che questo evento sia un
incidente voluto per giustificare il massacro che ne è seguito
(ipotesi ovviamente negata dall’etnia Lendu).</p>



<p>Altra
problematicità strettamente connessa alle lotte in Ituri è la
diretta crescita di immigrati, persone che cercano di scappare dalla
morte per genocidio. Si stima che circa 350.000 persone siano fuggite
dalla violenza, e in molti casi coloro che sono finora tornati stanno
scoprendo che i loro villaggi e le loro case sono stati ridotti in
cenere. Il team UNHCR ha ascoltato numerosi racconti di violenze
barbariche, che includono attacchi di gruppi armati a civili con armi
da fuoco, frecce e machete, interi villaggi rasi al suolo e fattorie
e negozi saccheggiati e danneggiati in modo irreparabile. Le sfide
umanitarie sono enormi, in quanto ospedali, scuole e altre
infrastrutture chiave sono state completamente distrutte. 
</p>



<p>La
comunità Hema chiede indagini internazionali visto il susseguirsi di
massacri, il terzo in due anni: «<em>Perché
gli hema sono vittime di massacri dal 1999?</em>
– si chiede Victor Ngona, portavoce degli Hema -. <em>Perché
la comunità internazionale tace, come se non ci fosse nulla
nell’Ituri? Tutto ciò non è normale. Chiediamo un’indagine
internazionale affinché i responsabili siano assicurati alla
giustizia».</em></p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Violenza sessuale come arma di guerra in Repubblica Democratica del Congo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 03 Nov 2018 08:30:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Veronica Tedeschi “Quando mio padre scoprì quello che mi avevano fatto il suo dolore fu immenso e in lui tutto si frantumò. Mia madre invecchiò di cento anni, in un’unica notte, mio fratello&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11592" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="480" height="320" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 480w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/2008-11-12-congo1-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 480px) 100vw, 480px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Quando mio padre scoprì quello che mi avevano fatto il suo dolore fu immenso e in lui tutto si frantumò. Mia madre invecchiò di cento anni, in un’unica notte, mio fratello da quel momento non è riuscito più a guardarmi negli occhi, ed io non ho più guardato i suoi, perché non vuole che io soffra più di quello che ho già sofferto. Con il loro gesto a lui sembra che gli abbiano portato via la sua virilità. Quando ha scoperto, che quelli che credono di essere degli uomini, sono solo invece tali perché hanno degli attributi maschili, ha iniziato a odiare la sua virilità. Per quelli che si definiscono uomini, la dignità, la nobiltà e la castità non ha nessun valore e significato.”</em></p>
<p align="JUSTIFY">Questa frase, tratta da una lettera di Bahareh Maghami, vittima iraniana di stupro, fece da introduzione alla mia “ormai lontana” tesi di laurea universitaria.</p>
<p align="JUSTIFY">Una lettera (per leggerla integralmente: <a href="https://laayla.wordpress.com/2010/05/04/iran-lettera-di-una-donna-stuprata/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Clicca qui</a>) che mi colpì molto per l’intensità con la quale venne analizzato un gesto tanto meschino e che esattamente ricopriva la funzione di apertura di un tesi sullo stupro come violazione dei diritti umani e sullo stupro come arma di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY">Stupro come arma di guerra: è quello che accade oggi nella Repubblica democratica del Congo (da ora RDC), dove gli stupri sono utilizzati come un’arma e sono svolti con una crudeltà inaudibile che in questi anni ha portato a genocidi silenziosi di uomini che odiano le donne.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class=" wp-image-11593 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="227" height="177" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 350w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Congo-300x234.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 227px) 100vw, 227px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">La RDC non è una terra per esseri umani, né per uomini nè, e forse soprattutto, per le donne. Un paese che parte da una storia e da una colonizzazione belga lunga e dolorosa e che, ancora oggi, lascia cicatrici profonde su un’intera popolazione.</p>
<p align="JUSTIFY">Già dalla fine degli anni 90 si iniziarono a verificare i primi casi di stupro utilizzati con uno scopo preciso che era quello di intimidire gruppi di persone o etnie, fino ad arrivare ad abusi sistematici e a torture.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante il processo di pace cominciato nel 2003, l’aggressione sessuale da parte di soldati di gruppi armati e dell’esercito nazionale continua nelle province orientali del paese. Prove dello stupro di guerra emersero quando le truppe delle Nazioni Unite entrarono in aree precedentemente devastate dalla guerra, dopo che il processo di pace ebbe inizio.</p>
<p align="JUSTIFY">Più di 500 stupri furono documentati nell’est del Congo nell’agosto 2010, portando ad una richiesta di scuse da parte di Atul Khare, il funzionario dell’ONU che fallì nel tentativo di proteggere la popolazione dalle brutalità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2015 furono registrati 15mila casi accertati di violenze sessuali.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“Qui in Congo le donne sono state stuprate tre, quattro, dieci volte da uomini diversi. Più che uomini bisognerebbe chiamarli animali. Finora ne abbiamo curate 384 ma continuano ad arrivare. Parecchie atterrite dalla violenza sono fuggite nella giungla e hanno paura a tornare per farsi curare.”</em></p>
<p align="JUSTIFY"><em>Giorgio Trombatore, Capomissione e incaricato della sicurezza dell’organizzazione non governativa americana IMC (International Medical Corp).</em></p>
<p align="JUSTIFY">Gli strumenti e le istituzioni per combattere questi fenomeni ci sono ma, a quanto pare, non sono sufficienti per contrastare un fenomeno di così ampia portata (soprattutto per quanto riguarda il caso della RDC). Solo per citare le più importanti, a fianco della Commissione africana dei diritti umani, lavora l’IHRDA, l’Institute for Human Rights and Develompment in Africa che è un’organizzazione non governativa Africana il cui primario scopo è la fornitura di un consulente legale alle vittime di violazioni di diritti umani.</p>
<p align="JUSTIFY">Ultima ma importante citazione va al chirurgo Denis Mukwege, Nobel per la pace 2018, che instancabile continua a lavorare al fianco di queste ragazze e rappresenta oggi, insieme a tutte le Ong che sul posto seguono i casi più gravi, il simbolo più tangibile della volontà di aprire una lotta contro la violenza sessuale, vista sia come reato sia come strumento di guerra.</p>
<p align="JUSTIFY"><em>“È una battaglia necessaria, gli stupri non distruggono solo le donne e il loro corpo ma l’intera società. Dopo essere state violentate le vittime vengono considerate colpevoli dai mariti e vengono per questo allontanate e isolate. Ci sono alcune donne che contraggono l’hiv, che è una malattia che provoca una stigmatizzazione dell’ammalato, e altre che soffrono di perdite e incontinenza e quindi vengono derise e umiliate dalla comunità. È una tragedia che va fermata, occorre intervenire su moltissimi fronti, anche con un profondo lavoro di sensibilizzazione nei villaggi e nelle città, per far si che le comunità non considerino più queste donne colpevoli della tragedia che è loro toccata”. (Denis Mukwege)</em></p>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. City of joy</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 08:41:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani. Associazione per i Diritti umani è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani.</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo Ivana Trevisani per la preziosa collaborazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>City of joy</p>
<p>di Ivana Trevisani</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9857" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<i>City of joy”, </i>il documentario della regista Madeleine Gavin presentato in prima nazionale a Milano al We World Festival lo scorso fine settimana, nella giornata internazionale contro la violenza alle donne, per l&#8217;intensità e la potenza del racconto e del messaggio, muove l&#8217;augurio e la speranza di poterlo rivedere anche su altri schermi e oltre il 24 novembre.</p>
<p><i>City of joy, </i>fondato dalla scrittrice statunitense Eve Ensler e dal ginecologo congolese Denis Mukwege Mukengere, già insignito del premio Sacharov per la sua attività di aiuto alle donne vittime di violenza, è il Centro per donne vittime dello stupro come arma di guerra nella Repubblica Democratica del Congo, e più precisamente nel sud del paese, zona ricca di miniere di materiali preziosi, oro, koltan, fosfati&#8230; E proprio quell&#8217;enorme ricchezza si è rivelata una maledizione per la popolazione dell&#8217;area e in un incubo per le donne, divenute l&#8217;obbiettivo primario della violenza dei mercenari al soldo delle multinazionali occidentali del settore, nelle strategie di spopolamento dei villaggi adiacenti alle miniere.</p>
<p>Stupro riconosciuto e definito come arma di guerra perchè, oltre agli incendi delle case, è pratica di attacco alle popolazioni per forzarne l&#8217;allontanamento, per obbligarle alla fuga dai villaggi e poterli liberamente e impunemente occupare.</p>
<p>Gioia nella violenza? Potrebbe sembrare una contraddizione, di fatto non lo è, perchè la gioia a cui si riferisce la nominazione del Centro è quella del riuscito spostamento dall&#8217;angoscia della lacerazione del corpo e dell&#8217;anima, alla riapertura alla vita attiva e nuovamente piena di senso del sé e del mondo.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9858 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="306" height="200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 306w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p>Una gioia che non si colloca nella negazione o nell&#8217;inerzia, ma è, al contrario, trasformazione nel passaggio <b>Dal dolore alla forza, </b>come<b> </b>è scritto a caratteri cubitali sul grande striscione al cancello di ingresso al Centro.</p>
<p>Non solo un&#8217;idea, ma viva realtà che le donne, con la loro forza affermano e con cui contagiano non solo il <i>loro</i> dottor Denis Mukwege Mukengere, ma anche gli spettatori della sala milanese, invitandoli implicitamente ad andare oltre le lacrime della pietas, pure legittime e spostarsi nel registro dell&#8217;ammirazione della potenza vitale di donne che, in un&#8217;esistenza assediata dall&#8217;aggressione violenta, la vita continuano comunque ad amarla, a volerla continuare e cambiare.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9859 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="258" height="166" /></a></p>
<p>E la straordinaria vitalità delle donne è ben rappresentata dai momenti di felicità ritrovata nello scorrere della quotidianità comunitaria, momenti di divertimento semplice e risate, forse anche reazione al senso di tensione profonda che piano piano, passo dopo passo riesce a stemperarsi. La felicità di quegli attimi che riescono a contrastare la paura, e fanno di brevi istanti un&#8217;opportunità per recuperare un po&#8217; della felicità amputata ma non distrutta, è tutta condensata nelle immagini delle donne che riprendono a danzare e mentre ballano gioiosamente, riescono a ridare al medico, con la loro forza di recupero, la forza di continuare ad aiutarle, superando il suo comprensibile momento di sconforto.</p>
<p>Anche il vestirsi bene, nel suggerire e scegliere le stoffe più adatte al proprio corpo è l&#8217;inizio del prendersi cura di sé, l&#8217;avvio del percorso di accettazione del sé e del riconoscimento del proprio valore.</p>
<p>La consapevole accettazione di sé e il superamento dei ristagni di astio nel profondo, a volte va oltre se stesse: “<i>Odiavo mia figlia dello stupro, ora non più”, </i>un altro passo necessario nel recupero di una piena integrità delle donne, che al Centro si riesce a compiere<i> </i>è<i> </i>riconquistare e<i> </i>riannodare i fili della relazione materna,<i> </i>poiché sempre l&#8217;esito inevitabile nell&#8217;uso dello stupro come arma di guerra sono l&#8217;estirpazione del senso materno e il vuoto interno che ne consegue.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9860" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="292" height="199" /></a></p>
<p>Il perno dell&#8217;attività del Centro è la partecipazione collettiva: non essere sole, perchè unicamente la condivisione di uno stesso vissuto e il coraggio di riuscire ad esprimerlo, a metterlo in comune può aiutare ad andarne oltre, a rimuovere l&#8217;ingombro di sentimenti negativi ancora stagnanti. Battere insieme le mani alla forza di altre per l&#8217;esito positivo raggiunto, si rivela un aiuto propulsivo all&#8217;affiorare della propria forza, e al concedersi di manifestarla.</p>
<p>L&#8217;avidità delle multinazionali non si ferma alla cancellazione dei villaggi e della dignità delle vite, ma espropria le donne e le loro famiglie e comunità di un bene che la natura aveva loro donato da tempo immemore: la foresta bellisima, fonte di ispirazione poetica e passeggiate di innamorati, è divenuta ora <i>nemica</i> fonte di paura. Ormai dominio degli assassini e stupratori prezzolati è interdetta alla sua gente, un&#8217;interdizione a percorrerla, ad accedervi che non tocca solo la sfera emotivo-sentimentale, pure significativa, ma anche quella economica, essenziale alla vita materiale. Le donne infatti da sempre coltivavano la foresta e procuravano il cibo e il sostentamento per l&#8217;intera famiglia, spesso anche per la comunità, al tempo stesso, inoltre, si prendevano cura della sua sopravvivenza, messa ora a rischio dall&#8217;incuria coatta.</p>
<p>“<i>City of joy”:</i> un racconto corale che alla positività e al desiderio incessante di vita delle donne congolesi, contrappone una quasi enciclopedia delle violenze e dei soprusi di un occidente aggrssivo a <i>“casa loro” </i>ed espulsivo a <i>“casa propria”</i>, che non può e non deve lasciare indifferenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2017/12/04/orizzonte-donna-city-of-joy/">&#8220;Orizzonte donna&#8221;. City of joy</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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