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	<title>conservatori Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Iran, tempi duri per società civile e difensori dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Mar 2022 08:42:52 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2022/03/03/iran-tempi-duri-per-societa-civile-e-difensori-dei-diritti-umani/">Iran, tempi duri per società civile e difensori dei diritti umani</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/Iran-Human-rights-640x381-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="640" height="381" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/Iran-Human-rights-640x381-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16157" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/Iran-Human-rights-640x381-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 640w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/03/Iran-Human-rights-640x381-1-300x179.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 640px) 100vw, 640px" /></a></figure>



<p><br>di Giuseppe Acconcia</p>



<p><br>A pochi mesi dall’insediamento del presidente conservatore Ebrahim Raisi e con i colloqui per il ritorno all’accordo sul nucleare ancora incerti, gli iraniani sono colpiti come non mai dalla crisi economica e sono stanchi delle restrizioni alle libertà civili. Se i trasferimenti delle ingenti risorse che riempiono le casse iraniane grazie al ricco mercato petrolifero vanno sempre più diretti nel mercato privato e nel settore para-statale, i settori agricolo e industriale risentono come non mai della stagnazione economica. Crisi che con un’inflazione al 47% e gli effetti della guerra in Ucraina ha ripercussioni sempre più significative sugli iraniani, costretti già a fronteggiare le conseguenze nefaste delle sanzioni internazionali, volute dalla comunità internazionale e rafforzate dal pugno duro dell’amministrazione Trump negli Stati Uniti.</p>



<p><br>Le restrizioni contro i difensori dei diritti umani</p>



<p><br>La lista degli attivisti e degli esponenti della società civile arrestati e condannati, in questa nuova stagione di revival conservatore, si allunga sempre di più. L’attivista per i diritti umani, Narges Mohammadi, è stata condannata a sei anni di prigione per “atti contro la<br>sicurezza nazionale”, e a due anni di prigione e 74 frustate per attacchi all’ordine pubblico in assenza del suo avvocato. Lo scorso 19 gennaio Mohammadi era stata trasferita dopo 64 giorni di isolamento dalla prigione di Evin nel carcere di Qarchak.<br>La nuova condanna è arrivata dopo il rilascio di Mohammadi che già aveva trascorso un anno in carcere. Il suo arresto risaliva al novembre 2019 quando Mohammadi stava partecipando al funerale di Ebrahim Ketabdar, uno tra le decine di vittime delle proteste<br>anti-governative che hanno attraversato il paese. La precedente condanna a 30 mesi di prigione e al bando dalla partecipazione alla vita politica per due anni per Mohammadi è arrivata nel maggio 2021 con l’accusa di “propaganda contro il sistema politico e ribellione<br>contro l’amministrazione penitenziaria”.<br>Secondo il suo avvocato, durante l’udienza, durata solo pochi minuti, lo scorso 12 gennaio, il giudice ha fatto anche riferimento, tra le accuse, alla nomination al premio Nobel per Mohammadi, presentata da due parlamentari norvegesi. Già nel 2015 Mohammadi era stata condannata a dieci anni di prigione per aver fondato un “gruppo illegale”. Il riferimento è a Step by Step to Stop the death penalty, think tank che si adopera nella sensibilizzazione contro l’uso della pena di morte in Iran, della quale però<br>Mohammadi non risulta tra i membri fondatori. Abtin Baktash e la fine in prigione.<br>A colpire gli attivisti iraniani sono poi le difficili condizioni di detenzione, in particolare in relazione alle ondate pandemiche di Covid-19 che in Iran hanno causato oltre 135mila morti. La stessa sorte è toccata al poeta e regista iraniano, Baktash Abtin, 47 anni, che è<br>morto in prigione dopo aver contratto per la seconda volta il virus lo scorso 8 gennaio. La notizia è stata diffusa dall’Associazione degli Scrittori iraniani (Iwa), associazione che Abtin guidava. Secondo Iwa, il trasferimento di Abtin dal carcere all’ospedale Taleghani con l’aggravarsi della malattia da Covid-19 è arrivato troppo tardi mentre sarebbero state fatte pressioni sulla sua famiglia perché venissero accelerati i tempi del suo funerale. Abtin era stato condannato dalla Corte rivoluzionaria di Teheran lo scorso 15 maggio a sei anni di prigione, insieme a Keyvan Bajan e Reza Khandan Mahabadi per “attacchi alla sicurezza nazionale” e “propaganda contro lo stato”.<br>Prima di Abtin, dall’inizio dell’anno era già deceduto in detenzione l’attivista di opposizione, Kian Adelpour, che aveva iniziato uno sciopero della fame nella prigione di Ahwaz. Altri due attivisti, Sasan Nikfans, accusato di propaganda anti-regime, e il sostenitore dei diritti della minoranza sufi, Behnam Mahjoobi, sono morti in prigione nel 2020. Secondo le loro famiglie, le due morti sono legate a ritardi nell’accesso alle cure mediche.<br>Buone notizie sono arrivate invece per Aras Amiri, dipendente del British Council arrestata al suo arrivo a Teheran nel 2018. È stata rilasciata e ha lasciato il paese dopo la condanna a dieci anni con accuse di spionaggio. Aras ha sempre negato le accuse e in una lettera<br>nel 2019 a Raisi, quando guidava il sistema giudiziario, ha denunciato di essere stata arrestata per essersi rifiutata di lavorare in attività di spionaggio per l’Intelligence iraniana.<br>I cittadini con doppia cittadinanza sono sempre più spesso nel mirino delle autorità iraniane. Come nel caso della cittadina anglo-iraniana, Nazanin Zaghari-Ratgliffe, e dell’ingegnere, Anoosheh Ashoori, che hanno accusato le autorità iraniane di trattarli come pedine di scambio con le autorità inglesi. È tornata in carcere invece, l’accademica franco- iraniana Fariba Adelkha. Condannata a cinque anni in prigione dal maggio 2020 con l’accusa di “cospirazione contro la sicurezza nazionale”, Adelkha era stata rilasciata. Il collettivo a sostegno di Adelkha ha fatto sapere in una nota che “il governo iraniano sta usando in modo cinico la nostra collega per scopi di politica interna ed estera che restano opachi e non hanno niente a che fare con le sue attività”. Secondo il gruppo, l’arresto avrà effetti negativi sulla salute di Adelkha così come è avvenuto nel caso di Baktash Abtin.<br>Infine, ha suscitato molte polemiche in Iran il caso di cronaca che ha coinvolto la 17enne, Ghazaleh Heydari, decapitata in una “disputa familiare”. Heydari, che viveva nella provincia araba del Khuzestan, si era sposata con suo cugino all’età di 12 anni. Dopo il femminicidio, sono stati arrestati il marito e il cognato della vittima che avrebbe subito anche maltrattamenti domestici e per questo avrebbe tentato di fuggire in Turchia.<br>Nonostante la legge per la Protezione, dignità e sicurezza delle donne sia stata introdotta lo scorso anno dal parlamento iraniano, molti attivisti per i diritti umani criticano la mancanza di una definizione chiara di violenza domestica contro le donne in Iran e i limiti imposti nella criminalizzazione dello stupro e del matrimonio di minorenni.<br>Sono bastati pochi mesi di governo dei conservatori dopo la fine dei due mandati del moderato, Hassan Rouhani, per aggravare la situazione dei difensori dei diritti umani e degli attivisti politici in Iran che continuano ad affollare le carceri del paese. Mentre non si<br>fanno passi avanti nei negoziati sul nucleare, nonostante le posizioni meno intransigenti del presidente Usa, Joe Biden, e le mediazioni del Qatar, e si intensificano gli scontri reciproci in Yemen tra milizie filo-iraniane Houthi, da una parte, ed Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, dall’altra, a fare i conti con la crisi economica e la censura interna è ancora una volta il popolo iraniano.</p>
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		<title>In Polonia una marea umana contro il divieto di aborto al grido di &#8220;To jest wojna&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Nov 2020 08:27:56 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p><em>“To Jest Wojna”</em>, “Questa è guerra”, è uno degli slogan che centinaia di migliaia di persone intonano in città e villaggi della Polonia ogni giorno da fine ottobre, in una protesta che sembra avere pochi precedenti nella storia del Paese.</p>



<p>Giovedì 22 ottobre 2020, su richiesta del partito di maggioranza di destra ultraconservatore Diritto e Giustizia (PiS), guidato da Jaroslaw Kaczynski, e dopo anni di richieste da parte di esponenti della Chiesa cattolica e di militanti pro-vita, la Corte costituzionale polacca ha dichiarato l’incostituzionalità di parte delle disposizioni della legge nazionale in materia di interruzione volontaria di gravidanza. Nella sentenza, in particolare, si nega la possibilità di ricorrere a tale pratica nell’ipotesi di malformazione grave e irreversibile del feto, ritenendola contraria al diritto fondamentale alla vita riconosciuto dal legislatore polacco. Questa decisione vieta indirettamente <em>in toto</em> l’aborto: oggi, infatti, l’interruzione di gravidanza per malformazione del feto rappresenta nella pratica la ragione di quasi la totalità degli aborti legali in Polonia, mentre quella per pericolo per la salute della donna, incesto e stupro (le uniche altre ipotesi di ricorso legale all’aborto riconosciute da Varsavia) risultano essere assolutamente eccezionali.</p>



<p>La società civile, guidata dal movimento Strajk Kobiet (Sciopero delle donne) e al quale si sono poi aggiunti movimenti LGBTQ+, studenti e diverse categorie di lavoratori, è dunque scesa in piazza per protestare contro queste nuove misure che vanno a limitare ulteriormente una normativa in materia di aborto già di per sé tra le più restrittive d’Europa, oltre che per una Polonia più laica e rispettosa dello Stato di diritto.</p>



<p>Una restrizione di tale portata dell’aborto avrebbe conseguenze tragiche: migliaia di donne sarebbero costrette a lasciare ogni anno il Paese per potere essere assistite chirurgicamente o, qualora non avessero le necessarie risorse economiche, dovrebbero procedere clandestinamente, mettendo in serio rischio la propria vita e sicurezza. Oltre alla violazione dei diritti umani rappresentata da una tale limitazione del diritto all’aborto si contesta, inoltre, il ruolo sempre più ingombrante della Chiesa cattolica nel dibattito politico polacco così come il sotterfugio da parte del Governo di aggirare una discussione in Parlamento e di adire direttamente la Corte costituzionale, ormai da anni informalmente sotto il controllo del partito Diritto e Giustizia.</p>



<p>Le numerose proteste in tutto il Paese, soprattutto nell’attuale contesto di crisi sanitaria, sembrano avere preso alla sprovvista il Governo che ad oggi ha deciso di non pubblicare il testo di legge sulla Gazzetta Ufficiale, ritardando quindi per il momento la sua entrata in vigore. Martedì 3 novembre, pronunciandosi sulla questione, Mateusz Morawiecki, presidente del Consiglio dei ministri e anch’egli esponente del PiS, ha sottolineato infatti l’esigenza di trovare una nuova soluzione, trovando del tempo per un dialogo su una situazione “che è difficile e suscita forti emozioni”.</p>



<p>Tali contestazioni, che hanno visto come bersaglio anche alcune chiese cittadine e che sono state protagoniste di scontri con gruppi di estrema destra, si inseriscono in un clima di sempre più diffidenza nei confronti del potere politico polacco e del suo operato, in particolare dopo la riforma della Giustizia che, nel 2017, ha spinto la Commissione Europea a mettere sotto accusa la Polonia per violazione della “<em>rule of law</em>”, applicando per la prima volta nella storia comunitaria la cosiddetta “opzione nucleare” prevista dall’articolo 7 del Trattato dell’Unione Europea.</p>



<p>Riferimenti:</p>



<p><a href="https://www.internazionale.it/opinione/andrea-pipino/2020/10/27/polonia-divieto-aborto?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.internazionale.it/opinione/andrea-pipino/2020/10/27/polonia-divieto-aborto?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.corriere.it/esteri/20_novembre_01/polonia-ancora-proteste-la-legge-sull-aborto-diritti-donne-musica-techno-cornamuse-7d7d6fd0-1c16-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.corriere.it/esteri/20_novembre_01/polonia-ancora-proteste-la-legge-sull-aborto-diritti-donne-musica-techno-cornamuse-7d7d6fd0-1c16-11eb-a718-cfe9e36fab58.shtml?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.theguardian.com/world/2020/nov/03/poland-stalls-abortion-ban-amid-nationwide-protests?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.theguardian.com/world/2020/nov/03/poland-stalls-abortion-ban-amid-nationwide-protests?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-rivolta-delle-donne-laborto-governo-al-bivio-28037?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/polonia-rivolta-delle-donne-laborto-governo-al-bivio-28037?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Brasile: con Bolsonaro si prospetta un futuro funesto per popolazioni indigene</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2018 08:10:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;associazione per i diritti umani cattolica CIMI pubblica nuovi dati spaventosi (Prima della conferma di Bolsonaro Presidente) Per le popolazioni indigene del Brasile il 12 ottobre, giorno in cui in tutte le Americhe si celebra&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;associazione per i diritti umani cattolica CIMI pubblica nuovi dati<br />
spaventosi</p>
<p><em>(Prima della conferma di Bolsonaro Presidente)</em></p>
<p>Per le popolazioni indigene del Brasile il 12 ottobre, giorno in cui in tutte le Americhe si celebra l&#8217;arrivo di Cristoforo Colombo nel continente, è un giorno di lutto. In occasione della Giornata di Colombo e in vista del ballottaggio per le presidenziali in Brasile che vedono favorito il candidato del partito nazional-conservatore PSL (Partito<br />
Social-Liberale) Jair Bolsonaro, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati<br />
(APM) vuole ricordare la situazione in cui versano i circa 305 popoli indigeni del paese sudamericano. Gli attacchi razzisti di Bolsonaro contro le minoranze del paese istigano alla discriminazione ed emarginazione della popolazione povera e indigena del Brasile. Le<br />
violazioni dei diritti territoriali degli indigeni brasiliani sono in aumento e non vi è alcun intervento dello stato per fermare e perseguire lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie o il disboscamento illegale. I procedimenti per il riconoscimento dei territori<br />
tradizionali sono bloccati tant&#8217;è che durante il governo dell&#8217;attuale presidente Michel Temer nessun procedimento di riconoscimento è stato portato a termine.</p>
<p>La lobby agraria che si batte per gli interessi dei latifondisti e per un&#8217;agricoltura industriale è in crescita e guadagna sempre più consensi tra il ceto medio-alto. A farne le spese sono in primo luogo le comunità indigene i cui territori sono da tempo nel mirino dell&#8217;élite economica del paese per un loro sfruttamento economico. Ora le comunità indigene<br />
temono che la probabile vittoria di Bolsonaro, convinto sostenitore della lobby agraria, comporterà nuovi espropri e dislocamenti forzati delle loro comunità.</p>
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<p>I dati relativi al 2017 appena pubblicati dall&#8217;organizzazione per i diritti umani cattolica CIMI riportano un quadro spaventoso della situazione dei popoli indigeni in Brasile. Secondo questi dati, nel 2017 ci sono stati 128 casi di suicidio tra gli Indigeni, 110 persone sono state assassinate e 14 rappresentanti indigeni devono fare i conti con<br />
ripetute minacce di morte. La mancanza di assistenza sanitaria ha causato la morte di 702 bambini sotto i cinque anni.</p>
<p>Il candidato del PSL Jair Bolsonaro è stato il vincitore del primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane e vista la percentuale di voti ottenuti ha buone probabilità di vincere il ballottaggio. Oltre a sostenere la lobby agraria, Bolsonaro è anche sostenitore della lobby delle armi e si è espresso in modo positivo sulla dittatura militare che<br />
dal 1962 al 1985 ha governato il paese. Bolsonaro sostiene la necessità di un governo autoritario, propone un ex-generale come suo vicepresidente e intende ricoprire importanti cariche del paese con altri esponenti militari. I suoi elettori sono perlopiù benestanti e<br />
bianchi. Bolsonaro trova consensi soprattutto tra i membri ultra-conservatori delle chiese evangeliche e pentecostali che costituiscono all&#8217;incirca il 20% della popolazione. Evidentemente le esternazioni razziste, omofobe e sessiste di Bolsonaro non costituiscono alcuna contraddizione con il messaggio di tolleranza insito nel<br />
cristianesimo. Al contrario, secondo la visione dei sostenitori di Bolsonaro le persone povere e socialmente svantaggiate sono tali per i peccati commessi. La povertà è allora una punizione di Dio dalla quale potranno redimersi solamente conducendo una vita virtuosa.</p>
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