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	<title>consiglidilettura Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>“LibriLiberi”. La famiglia Karnowski. Per il Giorno della Memoria</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jan 2024 09:17:36 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/Copert-karnow.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="536" height="796" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/Copert-karnow.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17372" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/Copert-karnow.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/01/Copert-karnow-202x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 202w" sizes="(max-width: 536px) 100vw, 536px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>David Karnowski intellettuale illuminista, orgoglioso e convinto ebreo, decide di lasciare lo <em>shtetl</em> polacco (piccoli insediamenti cittadini dell’Europa orientale per lo più abitati da ebrei) in cui vive con sua moglie Lea, per trasferirsi nella Berlino di inizio ‘900. La ragione fondamentale della sua scelta è una certa insofferenza per l’inadeguatezza della cultura ebraica di Melnitz, troppo antica e per nulla vicina al pensiero libero moderno, che David Karnowski riconosce, invece, alla capitale tedesca in quanto patria del filosofo ebreo tedesco Moses Mendelssohn.</p>



<p>L’arrivo a Berlino ha risvolti diversi per David e per sua moglie Lea. Il primo, fiero e orgoglioso del nuovo inizio, si butta a capofitto negli affari e nella frequentazione degli ebrei tedeschi più affermati e importanti, imparandone la lingua a menadito e circondandosi dei rabbini più influenti della città. Lea, al contrario, soffre per l’isolamento in cui si sente confinata in terra straniera, e trova un po&#8217; di consolazione quando scopre di aspettare il suo primogenito, Georg, e dall’incontro inaspettato con suoi connazionali di Melnitz, Solomon Burak e sua moglie Ita, commercianti di successo.</p>



<p>La tranquillità di David viene però messa a dura prova dalla crescita di suo figlio che, sin da bambino, non capiva le attenzioni di sua madre per certe tradizioni o il fervore culturale per l’ebraismo del padre. Ben presto smetterà di studiare l’ebraismo, odierà la scuola e se ne andrà di casa.</p>



<p>Ma non tutto è perduto e Georg da ragazzino ribelle e anticonformista si trasforma in un giovane innamorato che, finalmente, riesce a trovare la sua vera vocazione. L’incontro fatidico è con l’anziano dottor Landau e sua figlia Elsa, studentessa di medicina. Ottenuta la laurea in Medicina, Georg parte per il fronte, distinguendosi come medico e chirurgo. Al ritorno in patria, sfumate tutte le speranze di un matrimonio con Elsa, Georg si dedica totalmente al lavoro in un’illustre clinica ginecologica berlinese, in cui incontra l’infermiera Teresa Holbek, una gentile, una tedesca, con cui decide di sposarsi. Dall’unione dei due giovani e delle loro origini nasce il piccolo Joachim Georg Karnoswki, per tutti Jegor. Le sue radici miste si manifestano in tutti i tratti del suo aspetto, a partire dal nome (fusione di quello del nonno materno tedesco e del padre ebreo), all’aspetto fisico (occhi azzurri e pelle chiara degli Holbek, ma capelli neri e naso marcato dei Karnowski) e infine al temperamento. Jegor, infatti, ispirato molto da suo zio Hugo Holbek, ex soldato e fondamentalista tedesco.</p>



<p>La situazione familiare degenera quando, dopo anni di sofferenze e sempre maggior isolamento a causa delle leggi razziali, la famiglia Karnowski ottiene il visto per sbarcare in America. Jegor non si ambienterà mai a New York, eviterà sistematicamente di entrare in contatto con la comunità ebraica lì presente, andrà via di casa e si rifugerà nell’unico quartiere newyorkese abitato da tedeschi. Questa scelta rappresenterà l’inizio della fine.</p>



<p><em>La famiglia Karnowski (edito da varie case editrici in Italia, tra cui Adelphi), </em>è un racconto che ha il potere di mettere in luce diverse realtà delle vicissitudini della popolazione ebrea nel secolo scorso, collocando gli eventi negli anni che precedono l’Olocausto, le persecuzioni tedesche e le leggi razziali. Il tentativo degli ebrei oriundi di plasmarsi a immagine e somiglianza della popolazione germanica è lo stesso di quello di quasi tutti gli ebrei polacchi verso gli ebrei tedeschi, primo fra tutti David Karnowski. La figura di Solomon Burak, invece, mantiene alta e con fierezza la propria origine e capisce che con l’inizio del <em>Terzo Reich</em> gli ebrei tedeschi, che inizialmente voltano le spalle agli ebrei polacchi e a tutti i “non” tedeschi residenti a Berlino, sono solo e soltanto persone ebree da perseguitare agli occhi dei tedeschi “ariani”.</p>



<p>Il romanzo ha reso famoso, nel nostro Paese, il grande&nbsp;<strong>Israel J. Singer</strong>, fratello maggiore di&nbsp;<a href="https://www.leggoquandovoglio.it/autore/56c1f379e77750bf574dda61?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Isaac B. Singer</a>, più celebre grazie al <strong>Nobel per la Letteratura conferitogli </strong>nel 1978 e molti sono, se lo si legge in questa chiave, i riferimenti all&#8217;attualità e al pericolo di una nuova deriva dei nazionalismi così come a sentimenti universali. Ogni lettrice o lettore può identificarsi con un personaggio, anche con quello maggiormente negativo, perchè la capacità dei bravi autori consiste nel saper tratteggiare ogni tipo umano e ogni sfumatura dell&#8217;animo così come Singer, ad esempio, spiega (ma non giustifica) le scelte esistenziali di Jegor. Come non pensare, ad esempio, ai giovani di nuova generazione, che si sentono stranieri nella patria di origine e in quella di residenza? Come non individuare nell&#8217;invidia personale e in un sistema economico-politico escludente l&#8217;humus della competizione che, estremizzata, sfocia nella volontà di eliminazione addirittura dell&#8217;identità di interi gruppi etnici o religiosi? L&#8217;ingiustizia sociale, la paura della perdita dei propri punti di riferimento, la mancanza di un orizzonte spirituale caratterizzano il recente Passato e la contemporaneità ed ecco il motivo per cui è importante leggere o rileggere i classici, tornare a frequentare la Cultura alta, non necessariamente solo occidentale &#8211; Letteratura, Cinema, Teatro &#8211; quesi testi che tramite la parola scritta, parlata, recitata, restituiscono un&#8217;immagine di ognuno e di tutti veritiera e franca. Israel J. Singer, approfondendo in questo racconto il tema della relazione con un “padre” &#8211; qualunque esso sia e secondo la psicologia il rapporto, quindi, con la Regola etica o morale &#8211; ci guarda con sincerità e con una dolce empatia, lui in quanto Uomo tra gli Uomini, definendo il confine tra Bene e Male, ma lasciando uno spiraglio aperto a quella flebile luce, così cristiana, che si chiama “speranza”. C&#8217;è chi dice che la speranza sia deleteria perchè illude di un mondo che mai sarà, delegandole l&#8217;onere. Chi scrive, invece, pensa che speranza e impegno possano camminare una a fianco all&#8217;altra, mantenendo i piedi per terra e la testa in cielo di fronte alla Storia che si ripete e ai princìpi che si sgretolano.</p>



<p>“<em>Non avrebbe mai permesso che suo figlio fosse sottoposto a una cerimonia barbara solo perchè mille anni prima Abramo aveva promesso a Dio di circoncidere la sua discendenza di sesso maschile. Che legame c&#8217;era tra lui, un dottore, nato e cresciuto nel cuore dell&#8217;Europa occidentale, e gli antichi costumi e rituali di sangue di un patriarca?</em>”.</p>



<p>“<em>Gli ebrei russi a loro volta facevano un&#8217;ulteriore distinzione tra chi aveva i documenti in regola e chi no</em>”.</p>



<p>“<em>Si vergognava del suo paese, del suo popolo, di suo figlio Hugo che era un membro del Nuovo Ordine, ma soprattutto di se stessa per aver provato odio verso i Karnowski e i loro simili, anche se non aveva mai osato dar voce a quei sentimenti</em>”.</p>
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		<title>“LibriLiberi”: Un amore</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2022 13:09:42 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Sara Mesa è un&#8217;autrice spagnola pluripremiata ed è in libreria con il suo ultimo romanzo intitolato, semplicemente: <em>Un amore</em> (in Italia per La nuova frontiera). Ma di semplice c&#8217;è poco. La protagonista, Nat, svolge la professione di traduttrice e, in seguito ad un problema sopraggiunto nella sede dell&#8217;ultimo luogo di lavoro (un errore?, una sfida?, un atto di ribellione?) decide di trasferirsi in un piccolo paese, nell&#8217;entroterra rurale dove tutti si conoscono, ma non abbastanza a fondo per volersi bene o stimarsi. Le relazioni si basano su sguardi, parole accennate, rigidi sorrisi. E&#8217; difficile fare amicizia persino con un cane. Il padrone dell&#8217;abitazione in affitto di Nat è un uomo viscido e volgare; il vicino di casa (soprannominato “il tedesco”) ama dispensare consigli non richiesti, dando sfogo ai propri giudizi sui comportamenti altrui; le donne e gli uomini del quartiere affibiano alla nuova arrivata etichette che non le appartengono, senza sapere nulla di lei, del suo Passato, dei motivi che l&#8217;hanno fatta arrivare fino a lì. Durante tutta la lettura si respira un&#8217;aria tagliente e pesante allo steso tempo, quella dell&#8217;emarginazione, della colpa (spesso attribuita dall&#8217;esterno), di una mancata comunicazione: La giovane donna, spaesata e intimoraita all&#8217;inizio, prende coraggio per farsi conoscere almeno da qualcuno e incontra “lui”: un uomo taciturno, che le chiede se può avere un rapposrto sessuale con lei, un rapporto pulito, breve, asettico, meccanico. E Nat accetta. Non sa nemmeno lei il motivo: per solitudine, per sentirsi di nuovo donna, per dimostrare di essere ancora viva&#8230;Ma quel primo rapporto si trasforma in un&#8217;ossesione da parte di lei e in silente indifferenza da parte di lui fino a trasformarsi in unulla. Assolutamnete nulla.</p>



<p>La sensazione di inquietudine che attraversa le pagine si fa, via via, tristezza e desolazione. Cosa siamo diventati, dunque? Esseri fatti solo di corpi, incapaci di provare emozioni e sentimenti. Non solo in grado di rubare, di mentire, di uccidere , in alcuni casi, ma anche di omettere, escludere, tenere a distanza non per paura dell&#8217;Altro, ma proprio per indifferenza. Che è peggio.</p>



<p>Nat, nel periodo in cui si trova a La Escapa, credendo di fuggire da se stessa, lascia momentaneamente il suo lavoro come traduttrice, per poi re-incontrarlo perchè questo suo viaggio nell&#8217;anaffettività e nella violenza verbale, le fa capire(e lo capiamo anche noi) l&#8217;importanza delle parole. L&#8217;unico personaggio che dice la verità è una donna anziana, Roberta, considerata folle: si legge infatti: “Parla in maniera corretta, ordinata, con un vocabolario preciso e strutture complesse, ma quello che dice non ha nessun senso, c&#8217;è una crepa enorme tra la logica del linguaggio e quella della realtà”. Il romanzo è proprio un&#8217;analisi del linguaggio e della comunicazione odierna; a cui si aggiunge un discorso sull&#8217;Etica contemporanea. Interessanti, infine, anche le riflessioni sulla dicotomia tra Corpo e Spirito, sul silenzio e sull&#8217;Amore. Oggi, secondo la scrittrice, di amore ce n&#8217;è davvero poco e quello del titolo è forse proprio l&#8217;amore mancato e, quindi, ritrovato solo nella e per la scrittura.</p>
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		<title>“LibriLiberi”: Yoga di Emmanuel Carrère</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2021 09:06:38 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="265" height="191" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Yoga-copertina.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15902"/></figure></div>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Emmanuele Carrère, celebre autore francese contemporaneo, è solito intrecciare frammenti della propria biografia a narrazioni romanzate di altri personaggi, reali o immaginari forse per la necessità di comprendere più a fondo la vita umana comune &#8211; la sua come quella della maggioranza degli individui che abitano questa terra &#8211; o forse per un pizzico di narcisismo che permea la sua opera, come quella di molti altri autori.</p>



<p>Il suo ultimo lavoro intitolato semplicemente <em>Yoga</em> (per Adelphi, nell&#8217;edizione italiana) è un testo originale: Carrère dichiara che nasce da una prima idea che riguardava la stesura di un libercolo sulla pratica della meditazione, ma che col tempo si è trasformato in qualcos&#8217;altro. E qui si inserisce la relazione con le proprie esperienze personali, le più dure: la perdita di amici, la propria depressione e l&#8217;inasprirsi del disturbo bipolare.</p>



<p>Con una scrittura franca, l&#8217;autore dialoga con il lettore, guardandosi dentro con lucidità e critica a volte sprezzante e riuscendo, così, a donare a chi legge lo stesso coraggio per guardarsi allo specchio. L&#8217;interesse di questo nuovo libro è, inoltre, fornito dalle conoscenze di Carrère, dai suoi rapporti professionali e amicali con persone che hanno fatto e fanno parte della nostra attualità (come, ad esempio, i responsabili del giornale satirico Charlie Hebdo, uccisi in un attacco terroristico di matrice islamica).</p>



<p>Bisogna affrontare questo racconto-diario con la consapevolezza che chi parla è un uomo maturo, malato, talentuoso, ma anche ricco e colto: assaporare il fascino di una vita privilegiata può far nascere il dubbio che per alcuni tutto sia più facile &#8211; e in alcuni casi lo è &#8211; ma la sofferenza descritta dallo scrittore, il tormento che si declina in vari modi e sempre diversi &#8211; dal senso di colpa, alla paura, dal rimorso alla rassegnazione, induce a comprendere che non sia così scontata l&#8217;equazione “ricchezza = serenità” e che nemmeno l&#8217;istruzione, la cultura e la meditazione riescano a controbilanciare la malattia mentale, spesso più insidiosa e pericolosa di quella fisica. L&#8217;amore per il prossimo può essere la cura migliore, quella cura che riconcilia con la vita, anche nei suoi aspetti più oscuri.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. Psicopolitica</title>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Un libercolo, edito da Nottetempo, denso di concetti e riflessioni utili per riflettere sulla nostra contemporaneità o meglio, sulla ipercultura che caratterizza la nostra epoca. Si tratta di <em>Psicopolitica</em>, di Byung-Chul Han, docente di Filosofia e Studi Culturali, a Berlino.</p>



<p>Riprende, l&#8217;autore, l&#8217;assunto di <em>1984</em> di George Orwell, per descrivere una società che invita i cittadini a condividere, a esprimere opinioni e giudizi, a esternare pensieri, desideri, fallimenti tramite la tecnologia e che, tramite i big data, controlla la vita di ciascuno. La libertà diventa, così, strumento di costrizione e di oppressione, ma gli individui sono ancora ben lontani dal cogliere tale paradosso.</p>



<p>Molti sono i concetti approfonditi in questo saggio: potere intelligente, biopolitica, ludicizzazione, idiotismo, per citarne alcuni.</p>



<p><em>Potere intelligente</em>: è quello che utilizza una libertà apparentemente permissiva, una sorta di benevolenza subdola per poter agire in maniera piacevole e creare dipendenza. In questo modo esprimiamo i nostri pensieri e diventiamo sempre più manipolabili.</p>



<p><em>Biopolitica</em>: lo stato di salute, il controllo della demografia e del tasso di mortalità diventano algoritmi per ridurci a una massa, da amministrare in base a psicoprogrammi ben organizzati per gestirci in maniera uniforme e produttiva.</p>



<p><em>Ludicizzazione</em>: la tecnologia imperante &#8211; con i social network, in particolare &#8211; assoggettano la comunicazione reale ad una modalità di “gioco”: “like” e“followers” sostituiscono relazioni più profonde, durature e critiche. E&#8217; sufficiente schiacciare un pulsante per illudersi di essere apprezzati.</p>



<p><em>Idiotismo</em>: per Deleuze essere idioti significa: “dischiudere il pensiero a un campo di immanenza fatto di eventi e singolarità, che si sottrae a ogni soggettivazione e psicologizzazione”; essere idioti, oggi invece, significa essere “eretici” perchè è sempre più arduo ricorrere ad un pensiero e a una scelta liberi. La violenza del consenso, nella tarda modernità, soffoca la libertà di poter essere idioti.</p>



<p>Han in questo suo lavoro, inoltre, collega il potere della tecnologia al neoliberismo: siamo servi, ormai, in quanto non sappiamo più relazionarci agli altri in maniera disinteressata; viene sfruttato tutto ciò che rientra nel concetto di “libertà” (emozioni, gioco, comunicazione) con l&#8217;unico scopo di produrre capitale in un circolo eterno, tentacolare e perverso, ma nascosto e raffinato a tal punto da coinvolgere tutti senza che ne accorgiamo. E&#8217; una forma di profanazione del sacro, se per sacro si intende il libero arbitrio, sporcato dalla ricerca dell&#8217;unico dio rimasto, il Denaro.</p>



<p>E quando la religione &#8211; in senso letterale di re-ligere, legare, accomunare &#8211; perde il senso originario, staccandosi dall&#8217;Etica &#8211; rimangono non più individui-cittadini, ma soltanto vuoti involucri o macchine senz&#8217;anima. E questi siamo noi.</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Archivio dei bambini perduti</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Jun 2020 08:54:41 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<div class="wp-block-image"><figure class="alignright size-large"><img loading="lazy" width="221" height="331" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Archivio-bambini-perduti-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14224" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Archivio-bambini-perduti-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 221w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/Archivio-bambini-perduti-1-200x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w" sizes="(max-width: 221px) 100vw, 221px" /></figure></div>



<p>Una famiglia e l&#8217;America. Madre e padre registrano i suoni della realtà, in particolare gli idiomi delle persone che vivono a New York e poi nel resto degli Stati Uniti; figlio e figlia li seguono e partecipano a questa inusuale mappatura dell&#8217;umanità. Partono per un lungo viaggio attraverso i canyon, il New Mexico, diretti in Arizona dove gli ultimi apache, guidati da Geronimo, si sono arresi agli “occhi-bianchi”.</p>



<p>Sembra, fin qui, soltanto un&#8217;avventura, quella narrata nel romanzo <em>Archivio dei bambini perduti </em>(per La nuova frontiera edizioni), ma è molto, molto di più.</p>



<p>E&#8217; la storia di un nucleo familiare i cui membri si vogliono bene, ma che sono in grado di cavarsela anche in autonomia; è un racconto sull&#8217;importanza della Memoria individuale e collettiva, tanto che diventano protagoniste non solo le persone e le loro esperienze, ma anche le fotografie, i nastri audio, i libri vecchi. La famiglia sul punto di sgretolarsi si fa metafora della stessa America, capace di accogliere e sfamare, ma anche di respingere e depredare.</p>



<p>Il viaggio è da sempre simbolico della Vita stessa, qui messa a dura prova per le emozioni forti e i sentimenti contraddittori provati dai nostri “Virgilio” &#8211; la madre e il figlio &#8211; che ci accompagnano nelle pieghe più remote, desertiche e affascinanti del tragitto, faccia a faccia con un Passato scomodo (quello che ha visto il genocidio dei nativi) e di un Presente vigliacco e brutale che fa morire i bambini migranti, mentre cercano di oltrepassare la frontiera tra Messico e USA, soli e con un numero di telefono cucito sui vestiti, come unica speranza di salvezza, spesso delusa.</p>



<p>Un libro molto colto per le citazioni, per le trovate stilistiche, per l&#8217;originalità con cui l&#8217;autrice, la giornalista messicana Valeria Luiselli, affronta i temi e i problemi che attanagliano il proprio Paese d&#8217;origine ma che riguardano anche noi: sembra che abbia una lente speciale &#8211; come quella dei veri viaggiatori che consultano ancora le mappe di carta &#8211; per un&#8217;osservazione da documentarista, per ascoltare e poi riflettere e far ragionare i lettori. Gli sguardi dei personaggi &#8211; adulti e bambini &#8211; non sono mai banali, ogni parola è ben calibrata, ogni breve paragrafo diventa una pagina di diario, di alto livello antropologico e sociologico.</p>



<p>A tutti capiterà di perdersi, ma rimane fondamentale riconoscere la fortuna che ci è stata donata per mantenere la bussola nella giusta direzione e lo si può fare, prima di tutto, confrontando la propria esistenza con quella di coloro che sono nati nella parte “sbagliata” del mondo.</p>



<p></p>
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		<title>“LibriLiberi”. Istanbul Istanbul</title>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><img loading="lazy" width="350" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/copertina-istanbul.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13962" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/copertina-istanbul.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 350w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/05/copertina-istanbul-210x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 210w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></figure></div>



<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>“L&#8217;inferno
non è il luogo dove soffriamo,</p>



<p>è il
luogo dove nessuno</p>



<p>sente le
nostre sofferenze”. 
</p>



<p>al_Hallaj</p>



<p>Forse
può sembrare inusuale leggere, in tempi di pandemia, un romanzo che
narra di prigionieri curdi, in Turchia. Ma ve lo consigliamo
vivamente. Stiamo parlando di <em>Istanbul
Istanbul</em>, dello scrittore,
avvocato, giornalista turco di etnia curda, Burhan
Sonmez (per Nottetempo edizioni). 
</p>



<p>Il
titolo riporta due volte il nome della capitale turca perchè doppio
è il suo volto: chi la vuole vedere solo come una città
affascinante, ricca, moderna e chi la conosce come infingarda,
povera, cattiva. LEI è la regina del testo, spicca con i suoi
minareti, con le luci sul Bosforo, con le piazze aperte, ma nei
sotterranei si celano le prigioni dei dissidenti, dei rivoluzionari
che la ricordano, la ridisegnano, la anelano&#8230;</p>



<p>Un
giovane studente, un “Dottore”, un uomo anziano, una donna, un
barbiere &#8230;E le loro mogli, fidanzate, madri e i loro figli, amici,
compagni di lotta. Il microcosmo violento e crudele del regime ha
forme inumane e sfuocate; i corpi martoriati entrano nell&#8217;immaginario
del lettore con la compassione impotente di chi sa, ma non può fare
nulla. I racconti, le memorie, i desideri dei detenuti passano
sottopelle e non si dimenticano facilmente sia per il contenuto di
alto spessore sia per la scrittura poetica dell&#8217;autore del libro. 
</p>



<p>Da
dentro (la cella) a fuori (nella città); da sotto (nel labirinto
della morte) a sopra (nel capoluogo): chi può sentire le voci dei
condannati e farsene carico? Cosa siamo diventati, se la Cultura ha
soppiantato la Natura, se il denaro ha preso il posto di Dio, se un
Uomo non riconosce più la dignità di altri esseri umani?</p>



<p>E poi il Tempo. Il racconto è un insieme di storie nelle storie &#8211; come nelle scatole cinesi  e nella tradizione orientale tutta -storie che attraversano il tempo, mai in maniera lineare. Il Passato può anticipare il Futuro, il Presente è un lungo Passato e così via a dimostrare che la mente è il motore della nostra vita e della nostra morte perchè ci saremo ancora, anche dopo aver attraversato il ponte. Le idee non periscono e nemmeno i sogni. Se vogliamo ascoltare le voci&#8230;</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Sul silenzio. Fuggire dal rumore del mondo</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 07:59:48 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto Il diritto al silenzio dovrebbe diventare un diritto fondamentale. Un&#8217;analisi del silenzio, in tutte le sue possibili forme è quella del sociologo e antropologo David Le Breton nel saggio “Sul silenzio.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di
Alessandra Montesanto</p>



<p>Il
diritto al silenzio dovrebbe diventare un diritto fondamentale. 
</p>



<p>Un&#8217;analisi
del silenzio, in tutte le sue possibili forme è quella del sociologo
e antropologo David Le Breton nel saggio “<em>Sul
silenzio. Fuggire dal rumore del mondo</em>”
(Raffaello Cortina Editore) in maniera puntuale, appassionata e
poetica. 
</p>



<p>Il
linguaggio verbale con le pause necessarie e quello paraverbale;
l&#8217;importanza dell&#8217;ascolto; le parole omesse nella politica; il ruolo
di un segreto; la spiritualità&#8230;Questi e moti altri i temi che
abbracciano la vita individuale e collettiva, pubblica e interiore e
in cui il silenzio si fa necessario, manipolatorio, consolante,
coinvolgente. 
</p>



<p>Varie le
discipline che contemplano i concetti qui presi in esame (Psicologia,
Antropologia, Etnografia), molte le citazioni dotte (filosofi,
scrittori, poeti) e tutto rende gradevolissima la lettura di questo
testo profondo, a tratti ironico, ricco di spunti di riflessione su
come, soprattutto in Occidente, abbiamo perso il contatto autentico
con la nostra mente e con il nostro cuore, sempre proiettati verso
l&#8217;esterno e le sue mere, vane illusioni di potere e di conferme
personali. Su come ci siamo allontanati dalla Natura e dalle sue
potenzialità per migliorarci come esseri razionali. Su come ci siamo
abbandonati allo stordimento cacofonico per essere inghiottiti in un
eterno Presente, privo di senso. 
</p>



<p>Il
consiglio suggerito dall&#8217;autore sarebbe di tornare, anche solo per
qualche minuto, ad immergersi nel silenzio che non necessariamente è
assenza di suoni o rumori: il silenzio può parlare molto più di
quanto pensiamo. Abbandoniamo la paura (l&#8217; horror vacui) e proviamo a
reinvestire sul Mistero.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La caduta del cielo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Sep 2019 06:45:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Alessandra Montesanto La foresta amazzonica è in fiamme e pochi se ne preoccupano, credendo che sia un problema relativo e circoscritto. Invece ci riguarda molto da vicino. Abbiamo ormai perso, da questa parte&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>La foresta amazzonica è in fiamme e
pochi se ne preoccupano, credendo che sia un problema relativo e
circoscritto. Invece ci riguarda molto da vicino. Abbiamo ormai
perso, da questa parte del mondo, il contatto con la Natura; abbiamo
cercato di domarla in tutti i modi, nell&#8217;illusione di migliorare la
qualità delle nostre esistenze, ma abbiamo depredato la più grande
fonte di vita che avevamo a disposizione per ossigeno e acqua, per
legno e vegetali, per la fauna. Ma abbiamo preteso sempre di più per
la logica, contorta illusoria e prepotente, di essere superiori a
tutto e a tutti.</p>



<p>E allora bisogna leggere un testo,
originalissimo e denso: <em>La caduta del cielo. Parole di uno
sciamano yanomami</em>, per riportare i nostri piedi e i nostri cuori
su questa Terra. 
</p>



<p>Il libro (Edito da Nottetempo) è
scritto &#8211; o sarebbe meglio dire “trascritto” &#8211; dall&#8217;antropologo
Bruce Albert che ha trascorso anni nella comunità yanomani, nel nord
dell&#8217;Amazzonia brasiliana. E&#8217; entrato a far parte della famiglia di
Davi Kopenawa, con la fiducia che deriva dall&#8217;apertura mentale e
dalla mancanza di pregiudizio, e ha raccolto la testimonianza del
capofamiglia, sciamano e attivista per i diritti umani degli indios. 
</p>



<p>Un&#8217;esistenza epica, quella di Kopenawa,
che lo ha visto protagonista contro il colonialismo, cercatori d&#8217;oro,
missionari cattolici, imprenditori: insomma i Bianchi. Un&#8217;esistenza,
la sua, segnata fin dall&#8217;infanzia da una sensibilità fuori dal
comune, amplificata dall&#8217;educazione degli anziani che lo hanno
introdotto alle pratiche sciamaniche in un lungo e faticoso percorso
di iniziazione, raccontato nei primi capitoli di un
racconto/testimonianza davvero stupefacente: spiriti, visioni,
colori, forti emozioni. Tutto viene coinvolto nella possibilità di
un legame tra esseri umani e Cosmo, quando un Uomo (maschio, ma anche
femmina) entra in contatto con l&#8217;Universo. 
</p>



<p>Da lettori occidentali si possono
trovare, durante la lettura, alcuni riferimenti appartenenti alla
nostra cultura occidentale: le idee di Platone (realtà e
rappresentazione), la purificazione del corpo (Cristianesimo oppure
Ipazia che denigrava il proprio corpo per curarsi della propria
ricerca intellettuale), Lucrezio (per la concezione metamorfica degli
esseri naturali), ma anche questa sarebbe una sorta di
“colonizzazione” della cosmogonia e della mentalità yanomami. Si
tratta, invece, di una credenza, di uno stile di vita del tutto
diverso dal nostro, ma ugualmente autorevole. A partire dal concetto
di Spirito universale fino alla quotidianità, gli amerindi &#8211; e in
particolare gli sciamani &#8211; dimostrano, nella seconda parte del libro,
l&#8217;impotenza dell&#8217;individuo di fronte a forze superiori, benevole o
malevoli; sottolineano la futilità della nostra corsa al progresso,
nel momento in cui siamo tutti esseri a termine; spiegano che la
sopravvivenza delle generazioni future passa attraverso i nostri
comportamenti che devono tornare a rispettare l&#8217; Ambiente;
suggeriscono di non perdere il filo con il Cielo e i suoi abitanti,
per coltivare i valori positivi che collegano la nostra mente alle
stelle. Perchè siamo fatti della stessa sostanza, come ricordano le
lacrime e il mare.</p>
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