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	<title>davidi Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>5 broken cameras: un documentario,un premio Oscar mancato</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2013 07:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un uomo di 65 anni si arrampica su un blindato israeliano per impedirgli di portare via il figlio; tre donne che impediscono l&#8217;ingresso in un edificio ai soldati urlando “Non ci sono bambini qui!”;&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
<i></i>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<i></i></div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/03/%-broken-cameras-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/03/%-broken-cameras-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="179" width="320" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm; text-align: center;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Un uomo<br />
di 65 anni si arrampica su un blindato israeliano per impedirgli di<br />
portare via il figlio; tre donne che impediscono l&#8217;ingresso in un<br />
edificio ai soldati urlando “Non ci sono bambini qui!”; proprio<br />
un bambino di tre anni che fatica a respirare a causa dei gas<br />
lacrimogeni; uliveti inceneriti dalle fiamme: queste sono solo alcune<br />
immagini riportate nel film <i>5<br />
broken cameras, </i>vincitore<br />
al Sundance Festival di Robert Redford, al Festival del Cinema di<br />
Gerusalemme e, soprattutto, primo film palestinese candidato<br />
all&#8217;Oscar come Miglior documentario. In questo caso, niente premio.<br />
Peccato.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<i>5<br />
broken cameras </i>ha<br />
una storia particolare: è stato girato nel piccolo e povero<br />
villaggio di Bili&#8217;n, in Cisgiordania, reso ancora più angusto dalla<br />
costruzione del muro voluta, nel 2005, dall&#8217;ex premier israeliano<br />
Ariel Sharon. Gli autori del film sono Guy Davidi &#8211; un filmaker<br />
attivista israeliano che si era trasferito nel villaggio proprio per<br />
documentare gli effetti dell&#8217;occupazione &#8211; e Emad Burnat, un uomo del<br />
posto, un contadino, diventato regista per necessità.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Burnat,<br />
infatti, aveva acquistato una telecamera per riprendere la nascita<br />
del suo ultimo figlio, ma questa gli era stata distrutta dai soldati<br />
israeliani e il fatto si è ripetuto per ben cinque volte (da qui il<br />
titolo del film): telecamere sfondate, crivellate di colpi o rese<br />
inservibili dopo il contatto con i gas. In seguito all&#8217;uccisione di<br />
un amico &#8211; colpito al petto da un lacrimogeno &#8211; il contadino/regista<br />
decide di comprare l&#8217;ennesima videocamera e di usarla per documentare<br />
tutto quello che accade nel suo villaggio sotto l&#8217;occupazione dei<br />
militari: i terreni confiscati, le manifestazioni dei palestinesi che<br />
si tengono, ogni venerdì, sotto la linea di demarcazione del<br />
territorio e che, quasi sempre, finiscono in tragedia per la reazione<br />
dei soldati, posti di blocco ovunque. E questi sono solo alcuni<br />
esempi.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;originalità<br />
del documentario consiste nella prospettiva del racconto: viene meno<br />
la ricostruzione politica della “questione palestinese”, per<br />
concentrasi sulla vita quotidiana, sulla dimensione familiare, intima<br />
per, poi, collegare le conseguenze di tutto ciò sui civili (uomini,<br />
donne, bambini, giovani, anziani) alla Storia. Burnat, ad esempio,<br />
presenta i suoi figli a seconda del periodo in cui sono nati: il<br />
primo è nato durante il periodo di tregua garantito dagli accordi di<br />
Oslo; il secondo durante la Seconda Intifada; l&#8217;ultimo, Jibril,<br />
mentre si cominciava a costruire il muro. Il materiale filmico<br />
risulta sgranato, le riprese traballanti perchè si tratta di un<br />
lavoro amatoriale, ma mai un film documentario è così genuino come<br />
questo del contadino palestinese e dell&#8217;attivista israeliano che<br />
denunciano, con chiarezza, una situazione sempre più difficile.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Da<br />
sottolineare, infine che, all&#8217;arrivo di Emad Burnat all&#8217;aeroporto di<br />
Los Angeles, in occasione della manifestazione per gli Oscar, gli<br />
agenti non hanno creduto alla motivazione della sua visita e lo hanno<br />
rinchiuso, insieme alla moglie e al figlio maggiore, nella camera di<br />
sicurezza: è dovuto intervenire il regista americano Michael Moore<br />
che ha chiesto  ai legali dell&#8217;Accademia di risolvere la situazione e<br />
che, in seguito, ha inviato un twitter con scritto “Benvenuti in<br />
America!”.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
la speranza che qualcosa cominci a cambiare davvero dopo<br />
l&#8217;inaspettato voto all&#8217;assemblea generale dell&#8217;ONU che ha dichiarato<br />
la Palestina “Stato osservatore”.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
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<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
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</div>
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</div>
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</div>
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