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	<title>degrado Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Gli obblighi di rendicontazione non finanziaria per le imprese</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Feb 2019 07:51:41 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Fabiana Brigante Nel percorso verso un’economia globale sostenibile e che coniughi redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente, la trasparenza delle imprese circa il proprio operato acquista, come è facilmente intuibile,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/aaa.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-12094 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/02/aaa.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="189" height="267" /></a></b></span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Fabiana Brigante</p>
<p align="JUSTIFY">Nel percorso verso un’economia globale sostenibile e che coniughi redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente, la trasparenza delle imprese circa il proprio operato acquista, come è facilmente intuibile, un ruolo fondamentale. Nel 2011 la Commissione Europea poneva l’accento sulla necessità di fissare uno standard uniforme tra gli Stati Membri circa la trasparenza delle informazioni “non finanziarie” fornite dalle imprese nei rispettivi settori. Nel 2014 l’Unione Europea approvava la Direttiva 2014/95/UE, recante alcune modifiche alla precedente Direttiva 2013/34/UE, stabilendo nuovi standard minimi di comunicazione da parte delle imprese con più di 500 dipendenti di informazioni in materia ambientale e sociale, in relazione alla gestione del personale, al rispetto dei diritti umani e alla lotta alla corruzione attiva e passiva, allo scopo di fornire agli investitori e alle altre parti interessate un quadro più completo sullo sviluppo, performance ed impatto della propria attività di produzione.</p>
<p align="JUSTIFY">Secondo quanto previsto dalla Direttiva, le imprese sono tenute ad elaborare una dichiarazione comprendente le politiche attuate, i risultati conseguiti e i rischi connessi alla propria attività, insieme ad altre informazioni circa le procedure in materia di <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>due diligence</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">. </span></span>In materia ambientale, la Direttiva prevede che le dichiarazioni devono contenere “informazioni dettagliate riguardanti l’impatto attuale e prevedibile delle attività dell&#8217;impresa sull’ambiente nonché, ove opportuno, sulla salute e la sicurezza, l’utilizzo delle risorse energetiche rinnovabili e/o non rinnovabili, le emissioni di gas a effetto serra, l’impiego di risorse idriche e l’inquinamento atmosferico”, mentre per quanto concerne gli aspetti sociali e attinenti al personale, le informazioni richieste riguardano “le azioni intraprese per garantire l’uguaglianza di genere, l’attuazione delle convenzioni fondamentali dell’Organizzazione internazionale del lavoro, le condizioni lavorative, il dialogo sociale, il rispetto del diritto dei lavoratori di essere informati e consultati, il rispetto dei diritti sindacali, la salute e la sicurezza sul lavoro e il dialogo con le comunità locali, e/o le azioni intraprese per garantire la tutela e lo sviluppo di tali comunità”. Non ultimo, la Direttiva prevede l’inclusione di informazioni sulla prevenzione delle violazioni dei diritti umani e sugli strumenti esistenti per combattere la corruzione attiva e passiva.</p>
<p align="JUSTIFY">In Italia, la Direttiva 2014/95/UE è stata attuata dal Decreto Legislativo 30 dicembre 2016, n. 254; il provvedimento è entrato in vigore il 25 gennaio 2017 e le sue disposizioni si applicano agli esercizi finanziari a partire dal 1 gennaio 2017.</p>
<p align="JUSTIFY">Nonostante la Direttiva costituisca senza dubbio un passo importante nel definire obblighi di trasparenza delle imprese circa le misure da adottare per operare nel pieno rispetto dei diritti umani, è stata criticata in quanto la stessa non specifica in modo sufficientemente dettagliato quali informazioni debbano essere divulgate, lasciando dunque uno spiraglio aperto alla inadempienza dei suoi destinatari. Come già detto, garantire una divulgazione di alta qualità su questi temi ha un ruolo fondamentale nel perseguimento di obiettivi di crescita sostenibile e nella gestione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico o dal degrado ambientale, per citarne alcuni.</p>
<p align="JUSTIFY">Per affrontare questo problema, alcune organizzazioni ed esperti si sono riuniti nell’ambito di un progetto di ricerca triennale<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Alliance for Corporate Transparency</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">) </span></span>con l’obiettivo di analizzare gli <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>step </i></span></span>intrapresi dalle imprese europee al fine di implementare le disposizioni della Direttiva NFR<span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> (</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Non- Financial Reporting</i></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">) </span></span>e qualisiano le azioni da intraprendere per migliorare il quadro UE sul tema.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel 2018, il progetto ha valutato oltre 100 aziende appartenenti ai settori dell’energia ed estrattivo, delle tecnologie dell’informazione, della comunicazione e dell’assistenza sanitaria. Il campione iniziale di società comprendeva gruppi più grandi di oltre 20 società provenienti da Spagna, Francia e Regno Unito e campioni di controllo più piccoli provenienti dalla Germania, dalla penisola scandinava e dall’Europa centrale e orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia).</p>
<p align="JUSTIFY">L’analisi dei dati raccolti mostra che la maggioranza delle aziende riconosce nei propri rapporti l’importanza delle questioni ambientali e sociali per il proprio business. Tuttavia, solo nel 50% dei casi per le questioni ambientali e in meno del 40% per le questioni sociali e relative alle misure anti-corruzione, le informazioni fornite sono considerate chiare in termini di questioni concrete, obiettivi e principali rischi. Infatti, è stato ritenuto che le informazioni generali fornite dalla maggior parte delle aziende non consentono ai lettori di comprendere il loro impatto e, per estensione, il loro sviluppo, come richiesto dalla Direttiva NFR.</p>
<p align="JUSTIFY">I risultati più rilevanti della ricerca sono i seguenti:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Per quanto riguarda il cambiamento climatico, il 90% delle aziende riferisce sui cambiamenti climatici, ma solo il 47% specifica chiaramente quali siano gli obiettivi perseguiti dalle proprie politiche ambientali ed in che modo gli stessi siano concretamente perseguiti. È considerato come un dato allarmante il fatto che solo il 26% delle società analizzate appartenenti ai settori dell’energia e a quello estrattivo abbia definito le proprie azioni per diminuire le emissioni di gas a effetto serra in linea con quanto previsto dall’Accordo di Parigi (mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2° rispetto ai livelli preindustriali). Al riguardo, si ritiene che gli interventi legislativi dovrebbero chiarire quali informazioni debbano essere contenute nei piani di transizione a lungo termine delle società verso un’economia a zero emissioni di carbonio e le loro implicazioni economiche.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Circa le problematiche ambientali, le aziende in esame hanno riferito su temi come l’utilizzo di risorse idriche, l’inquinamento, i rifiuti e, in misura minore, la biodiversità, ma alcuni aspetti chiave sono stati trascurati. Questi aspetti includono, ad esempio, l’inquinamento causato dai trasporti, che è menzionato dal 21% delle aziende, o il consumo di acqua e i rischi nelle aree dotate di scarse risorse idriche e di confine, segnalate solo dal 24% delle aziende in esame.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Sul tema delle questioni legate ai lavoratori e alle problematiche sociali, la maggior parte delle aziende riporta indicatori legati ai propri dipendenti diretti, mentre raramente sono fornite informazioni sui lavoratori esternalizzati, che rappresentano la parte più vulnerabile della forza lavoro delle aziende. La selezione di questi indicatori è, tuttavia, lungi dall&#8217;essere standardizzata. La maggior parte delle aziende fornisce informazioni sul numero di dipendenti (92%), equilibrio generale di genere (81%), politiche antidiscriminatorie (79%), salute e sicurezza (80%). Un numero interiore di aziende rivela informazioni più dettagliate sugli effetti delle proprie politiche (il 36% riferisce di miglioramenti conseguenti alle politiche antidiscriminatorie intraprese) e pochissimi forniscono informazioni paese per paese su questioni delicate quali pari opportunità (6%) e libertà di associazione dei lavoratori (10%). Vale anche la pena notare che il 39% delle aziende non ha fornito informazioni sulla capacità dei propri dipendenti di esprimere preoccupazioni senza timori di subire ripercussioni.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Diritti umani: Oltre il 90% delle aziende esprime il proprio impegno a rispettare i diritti umani e il 70% si impegna a garantire la protezione dei diritti umani anche nelle proprie catene di approvvigionamento. <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Tuttavia, solo il 36% descrive il proprio sistema di </span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>due diligence</i></span></span> dei diritti umani e il 10% descrive esempi o indicatori di una gestione efficace di tali questioni. Le aziende segnalano comunemente informazioni sugli audit sui diritti umani (58%), ma la divulgazione dei risultati è molto meno comune (25%), così come la divulgazione delle azioni conseguentemente adottate (16%). Analogamente, solo l’8% delle aziende discute i limiti degli audit nel valutare l’impatto della propria attività sui diritti umani, nonostante gli stessi siano universalmente riconosciuti, come dimostrato dal crollo del Rana Plaza nel 2013 e da innumerevoli altri incidenti che nel corso del tempo sono stati registrati nelle fabbriche delle società controllate.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>Lotta alla corruzione: Come mostrato in tutta la ricerca, vi è una notevole attenzione alla divulgazione dei programmi anti-corruzione; i risultati delle valutazioni mostrano un alto livello di rendicontazione dell’impegno contro la corruzione (91%), disciplina del whistleblowing (76%), programmi di formazione (75%) e regole su regali e ospitalità (73%). Nonostante ciò, un numero relativamente basso di aziende spiega effettivamente i principali elementi propri programmi anticorruzione (62%). Per quanto riguarda le informazioni sull’influenza politica, va notato che il 54% delle aziende rivela le proprie politiche in merito al divieto o alla divulgazione di contributi politici. Tuttavia, pochissime aziende divulgano informazioni sui propri sforzi per influenzare le politiche pubbliche (solo il 10% rivela le proprie spese di lobby).</p>
<p align="JUSTIFY">Come dimostrato dalla ricerca, allo stato attuale il reporting di sostenibilità aziendale non consente agli investitori e agli altri <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>stakeholders</i></span></span> di comprendere gli impatti e i rischi delle società e le loro strategie per affrontarli; tale pratica è alimentata dal fatto che né la direttiva NFR né le linee guida includano requisiti chiari per la forma della dichiarazione non finanziaria.</p>
<p align="JUSTIFY">La soluzione a questa situazione sarebbe quella di migliorare la specificità della direttiva NFR in relazione alle informazioni che le società dovrebbero divulgare. I risultati della menzionata ricerca suggeriscono ulteriori modifiche che migliorerebbero l’attuazione della direttiva NFR e che dovrebbero essere prese in considerazione. Esse comprendono:</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>un maggiore controllo da parte dei governi nazionali;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">&#8211; </span></span>la pubblicazione di un elenco di società destinatarie della direttiva con indicazione delle loro supply chains per consentire il monitoraggio di terze parti;</p>
<p align="JUSTIFY">&#8211; fornire alla società civile strumenti per richiedere il rispetto della normativa.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Per consultare il testo integrale del report (in lingua inglese), si veda: <a href="http://allianceforcorporatetransparency.org/assets/2018_Research_Report_Alliance_Corporate_Transparency-66d0af6a05f153119e7cffe6df2f11b094affe9aaf4b13ae14db04e395c54a84.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://allianceforcorporatetransparency.org/assets/2018_Research_Report_Alliance_Corporate_Transparency-66d0af6a05f153119e7cffe6df2f11b094affe9aaf4b13ae14db04e395c54a84.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </span></span></p>
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		<title>Etnographic novel: Senza confini. Seconda parte dell&#8217;intervista. Con Francesca Cogni</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Nov 2018 07:45:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco per voi, la seconda parte dell&#8217;intervista sulla etnographic novel &#8220;Senza confini&#8221;. Risponde Francesca Cogni, illustratrice della graphic e videoartista. Associazione per i Diritti umani ringrazia molto Francesca Cogni. Alla luce delle testimonianze da voi&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco per voi, la seconda parte dell&#8217;intervista sulla etnographic novel &#8220;Senza confini&#8221;. Risponde Francesca Cogni, illustratrice della graphic e videoartista.</p>
<p><strong><em>Associazione per i Diritti umani</em></strong> ringrazia molto Francesca Cogni.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11659" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="416" height="597" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1973w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-209x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 209w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-768x1103.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-713x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 713w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a></p>
<p>Alla luce delle testimonianze da voi raccolte, quali sono le difficoltà comuni alle persone soggette a un nomadismo forzato? Anche perchè, in realtà, il nomadismo fa parte della Storia dell&#8217;umanità</p>
<p>Sono di più livelli.<br />
Da una parte il fatto di essere obbligati ad oltrepassare le frontiere illegalmente, e quindi a piedi, spesso di notte, rischiando la vita in mezzo alla neve, su barche, in mezzo a deserti, in tunnel ferroviari e dovendo nascondere ad eserciti, polizia, e fascisti di ogni paese.<br />
Poi c’è l’aspetto psicologico di tutta la questione, il limbo di attesa in cui le persone sono imprigionate dal momento in cui vengono identificate: non sapere cosa succederà, quanto tempo ci vorrà, l’ansia dell’intervista davanti alla commissione che deciderà se quello che è stato raccontato è vero oppure no &#8211; e il dover gestire emotivamente la cancellazione della propria biografia sotto l’etichetta di “storia inventata”, l’instabilità generata dalla paura di essere deportati, l’essere imbrigliati in sistemi di accoglienza che alimentano spesso la subalternità e la dipendenza, l’attesa di un visto, la speranza di un rinnovo, le nuove regole restrittive per i ricongiungimenti familiari e il riconoscimento della paternità.<br />
Sono stati costanti di incertezza e attesa, che spessissimo portano a reazioni estreme, come autolesionismo, tentativi di suicidio, dipendenza da farmaci e da alcool, droghe etc Gli stessi psicologi e assistenti sociali &#8211; con cui più di una volta mi è capitato di confrontarmi &#8211; spesso sentono di non avere gli strumenti per affrontare queste situazioni traumatiche a cui si somma la violenza istituzionale &#8211; nella forma di precarizzazione costante e degradazione della dignità della persona.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11665" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="960" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-768x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-160x160.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>Come si rapportano, le persone da voi intervistate, alla ricerca dell&#8217;identità, altra questione importante per chi vive e porta dentro di sé l&#8217;appartenenza a mondi e culture differenti?</p>
<p>Dipende. Per alcuni si tratta di una ricerca interiore, un partire dalle proprie radici per farsi ponte, ed è il caso di Nassi per esempio, una giovane donna italiana con genitori marocchini, che nell’attivismo ha trovato &#8211; e continua a cercare &#8211; la risposta all’essere nata casualmente dalla parte del mondo con il passaporto “buono”. Un altro esempio è Umar, che dopo il lungo viaggio dalla Siria a Berlino, ha ripreso i suoi studi interrotti in Social Consulting declinandoli al lavoro di sportello con rifugiati e richiedenti asilo.<br />
Per altri invece l’identità è una questione collettiva, una riflessione attiva e incessante fatta all’interno di un collettivo o di un gruppo o di un progetto (Napuli, Turgay, l’Internation Women Space), oppure un punto di partenza per nutrire una rielaborazione critica in forma di testo, immagini, musica (Melissa, Muhammed).<br />
In generale, ognuno trova le sue forme di resistenza per costruire una narrazione personale di questo concetto mobile, stratificato e spurio che è l’identità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11664" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="639" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578-300x200.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578-768x511.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>Perchè la scelta di trattare argomenti di stretta attualità (migrazioni, razzismo) nella forma della graphic novel?</p>
<p>Perché è un linguaggio che permette di raccontare il reale e l’onirico insieme, di ricostruire una storia ma anche di proiettarsi nel desiderio e nel futuro.<br />
Il disegno è un linguaggio rispettoso e sensibile sia per la fase di ricerca, che per quella di restituzione.<br />
Permette di raccontare l’irraccontabile. Non è invasivo &#8211; non è come usare una telecamera &#8211; e restituisce dei ritratti cangianti, in cui i protagonisti si ritrovano ma non sono schiacciati da un’immagine troppo aderente alla realtà, rispettando l’intimità della persona.<br />
“Abbiamo sperimentato nel disegno un linguaggio lieve e non intrusivo, capace di per sé di generare un tempo di relazione e di “rappresentazione” immediatamente condivisa.<br />
Il disegno si presta a un temporalità lenta. Può essere mostrato, regalato, ri-fotografato. È una forma di rappresentazione che rispetta l’intimità, pur avvalendosi di elementi che le rendono riconoscibili i protagonisti delle storie. Libero da un realismo stringente, permette di stilizzare i tratti somatici di una persona per “significare” migliaia di altre, in un racconto cangiante, polifonico, aperto all’onirico e al simbolico.<br />
Il disegno – come linguaggio di rappresentazione e come strumento di ricerca e riflessione, come modo di ‘guardare’ ed esplorare la realtà – contiene un grande potenziale per sviluppare, nel racconto documentario, pratiche leggere e rispettose, e per modificare lo sguardo e creare nuove narrazioni del presente.” (dalla postfazione di Senza Confini)<br />
Il fatto di dare dei volti disegnati e dei colori (i personaggi, e noi tra loro, hanno sempre un colore diverso in ogni tavola) era un modo per raccontare anche graficamente la ricchezza di questo mondo che viviamo oggi, meravigliosamente meticcio.</p>
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		<title>«Indispensabile superare le baraccopoli per garantire i diritti dell’infanzia». Dire BASTA ai matrimoni precoci.</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Nov 2017 08:41:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dalla ricerca di Associazione 21 luglio sui matrimoni precoci, un dato shock sul fenomeno: il tasso raggiunge il 77% nelle baraccopoli romane superando il record mondiale del Niger. «Indispensabile superare le baraccopoli per garantire&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dalla ricerca di Associazione 21 luglio sui matrimoni precoci, un dato shock sul fenomeno: il tasso raggiunge il 77% nelle baraccopoli romane superando il record mondiale del Niger. «Indispensabile superare le baraccopoli per garantire i diritti dell’infanzia».</strong></p>
<p><strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/per-articolo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9844" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/per-articolo.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="223" /></a></strong></p>
<p>Ogni anno nel mondo 15 milioni di ragazze si sposano prima di aver compiuto la maggiore età.<strong> In Italia non esistono studi e statistiche sul fenomeno</strong> che, considerato residuale, viene generalmente letto attraverso una lente culturalista e attribuito solo a comunità rom o famiglie di recente immigrazione.</p>
<p>Per quantificare il fenomeno e comprendere la natura di queste unioni, Associazione 21 luglio ha curato il report “<a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=a6419c21d6&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3Da6419c21d6%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1512116834617000&amp;usg=AFQjCNGtHkQixxBlWjATLmwj0wsvdhsDWA&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>Non ho l’età. I matrimoni precoci nelle baraccopoli della città di Roma</strong></a>”, che verrà presentato oggi a partire dalle 15 presso L’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) alla vigilia della<strong> Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne</strong>.</p>
<p>La ricerca è stata condotta nell’estrema periferia della città di Roma <strong>presso 8 differenti realtà abitative</strong> (sette baraccopoli e un’occupazione) abitate da più di 3000 persone e prendendo in considerazione i matrimoni avvenuti negli ultimi due anni (2014-2016). Dai dati raccolti è emerso un <strong>risultato shock</strong>: sul totale dei 71 matrimoni riscontrati nel periodo di riferimento, il tasso di unioni precoci osservato presso gli insediamenti analizzati è del <strong>77%</strong>, numero che <strong>supera il record mondiale detenuto dal Niger</strong> (pari al 76%) e di gran lunga <strong>il tasso più alto detenuto in Europa</strong> come quello della Georgia (17%) e della Turchia (14%). Tra coloro che si sono sposati ancora minorenni nel 72% dei casi i nubendi avevano un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, mentre nel 28% dei casi i contraenti avevano tra i 12 e i 15 anni.<strong> Il genere incide in maniera determinante sulla precocità del matrimonio</strong>: una ragazza su due si sposa tra i 16 e i 17 anni, una su cinque ha tra i 13 e i 15 anni.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/foto-cs.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9845" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/foto-cs.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="223" /></a></p>
<p>La ricerca sottolinea come le dinamiche emerse durante le interviste e i focus group, siano trasversali a diversi gruppi e comunità appartenenti a contesti molto distanti dalle baraccopoli romane e tuttavia interessati dal fenomeno. <strong>La trasversalità della diffusione dei matrimoni precoci è testimonianza e prova di come la questione dipenda dalle condizioni socio-economiche</strong> in cui versano le famiglie piuttosto che dalle specificità culturali dei singoli gruppi.</p>
<p>Non è un caso che le unioni tra minori registrino un tasso doppio nelle aree rurali rispetto alle aree urbane e che una ragazza in possesso di un’istruzione scolastica elementare sia doppiamente esposta al matrimonio precoce rispetto ad una coetanea con istruzione superiore. Sulla <strong>connessione con l’istruzione scolastica</strong> è necessaria una specifica: se nel caso dei matrimoni forzati e combinati, l’interruzione del percorso scolastico è indicata come una delle conseguenze più dannose del matrimonio in giovane età; quando l’unione è voluta e scelta in prima persona dagli sposi (circostanza che nella ricerca corrisponde al 49% dei casi sul campione analizzato) è vero il contrario: <strong>è il fallimento dell’esperienza scolastica che contribuisce ad orientare verso la scelta del matrimonio precoce</strong>.</p>
<p>In un <strong>contesto di deprivazione socio-economica come quello delle baraccopoli romane </strong>caratterizzato da una forte assenza di stimoli esterni e da un <strong>altissimo tasso di disoccupazione</strong>, soprattutto femminile, il matrimonio rappresenta un’opportunità per investire tempo, energie e capacità. <strong>Lo svantaggio socio-economico e il condizionamento della collettività di uno spazio generalmente ristretto e densamente abitato, diventano vincolanti</strong> nel contesto delle baraccopoli e favoriscono il perpetrarsi di questa pratica.</p>
<p>«Per garantire i diritti dell’infanzia e promuovere un sano sviluppo delle bambine e dei bambini, è necessario un <strong>cambio di rotta radicale nel nostro Paese</strong> – ha commentato Associazione 21 luglio &#8211;  a cominciare dall<strong>’urgenza di contrastare la povertà urbana ed educativa iniziando con il superamento delle baraccopoli presenti nelle periferie delle principali metropoli italiane</strong>, luoghi di segregazione e deprivazione economico-sociale che impediscono il godimento dei diritti dell’infanzia e dei più basilari diritti umani».</p>
<p><a href="https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u=9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c&amp;id=767fd48e05&amp;e=a18abbae43&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=https://21luglio.us5.list-manage.com/track/click?u%3D9a86f4f7d9e5a8ec04430f29c%26id%3D767fd48e05%26e%3Da18abbae43&amp;source=gmail&amp;ust=1512116834617000&amp;usg=AFQjCNFS18PRhJtjXwUJgWEtmtA_G6hj1w&utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>SCARICA LE RICERCA</strong></a></p>
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