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	<title>Del Grande Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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	<title>Del Grande Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il sole splende tutto l&#8217;anno a Zarzis: l&#8217;emigrazione vista dai più giovani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jul 2014 04:32:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un romanzo, o meglio un reportage-narrativo, che attinge dall&#8217;attualità per riflettere sui temi legati all&#8217;emigrazione, al cambiamento, all&#8217;identità. Questo e molto altro nel nuovo lavoro di Marta Bellingreri intitolato Il sole splende tutto l&#8217;anno&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/zarzis-copertina-piccola.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/07/zarzis-copertina-piccola.gif?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="400" width="261" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Un<br />
romanzo, o meglio un reportage-narrativo, che attinge dall&#8217;attualità<br />
per riflettere sui temi legati all&#8217;emigrazione, al cambiamento,<br />
all&#8217;identità. Questo e molto altro nel nuovo lavoro di Marta<br />
Bellingreri intitolato <i>Il<br />
sole splende tutto l&#8217;anno a Zarzis </i>(per<br />
Navarra Editore), con la prefazione di Gabriele Del Grande.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Pubblichiamo<br />
l&#8217;intervista che abbiamo fatto all&#8217;autrice, ringraziandola.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Il<br />
testo è composto da tante storie: sono storie, in fondo, reali,<br />
storie di ragazzi che ha incontrato di persona?</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Tutte le<br />
storie narrate in questo libro sono storie vere. Ogni nome proprio,<br />
sia dei ragazzi che delle madri o sorelle o familiari, sono i nomi<br />
reali dei ragazzi e personaggi. Quindi sì, sono persone che ho<br />
incontrato di persona. I primi li ho incontrati a Palermo nel<br />
febbraio e marzo 2011 insegnando italiano con la mia associazione<br />
Di.A.Ri.A. Tutti gli altri li ho conosciuti a Lampedusa tra giugno e<br />
settembre dello stesso anno. Infine, un solo personaggio, l&#8217;ho<br />
incontrato a Roma e con lui altri ragazzi di cui parlo nella parte<br />
ambientata, o meglio vissuta,  per l&#8217;appunto a Roma. Tutti questi<br />
ragazzi sono diventati amici col tempo, è nata una relazione che<br />
prescindeva dal fatto che io fossi stata loro insegnante, loro<br />
traduttrice, loro mediatrice. Ed è così che è partita l&#8217;avventura<br />
: conoscere le famiglie e poi ritrovare loro in Italia e in Francia<br />
negli anni a seguire. L&#8217;incipit e il primo capitolo del libro parlano<br />
invece degli unici due ragazzi conosciuti in Tunisia in procinto<br />
di&#8230; bé non vi svelo.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Quali<br />
sono i sentimenti e le aspettative dei ragazzi che lasciano il<br />
proprio Paese d&#8217;origine e quali quelle delle famiglie che restano in<br />
Tunisia?</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I<br />
sentimenti sono … infiniti. Paura, gioia, insoddisfazione,<br />
desiderio d&#8217;avventura, senso di responsabilità che scatena rabbia e<br />
frustrazione, oppure forza e coraggio. Le aspettative sono tutte<br />
positive ma spesso deluse: sono quelle di poter viaggiare in Europa e<br />
poi stabilirsi e lavorare. Spesso invece per entrambi gli aspetti ci<br />
sono difficoltà e ostacoli.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>I<br />
loro sogni, però, si infrangono contro la crisi dell&#8217;Europa&#8230;</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Non è<br />
la crisi ad infrangere i loro sogni. Sono le leggi ingiuste che<br />
continuano a tappar loro le ali nonostante abbiano rischiato la vita<br />
per guardare al sogno, non volendosi mai accontentare di quello che<br />
hanno tra le mani. Ebbene, non si accontentano. Ma ad un certo punto<br />
si scontrano con l&#8217;asimmetria della loro posizione di straniero senza<br />
poter materialmente reagire.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Perché<br />
il sistema di accoglienza, in Italia, non funziona ? E quali sono le<br />
falle dell”operazione Mare Nostrum”?</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
problema è sempre lo stesso: non funziona la legge che impedisce la<br />
libertà di viaggiare, sia dai paesi non europei della sponda sud o<br />
est del Mediterraneo, sia da un paese europeo all&#8217;altro, impedendo la<br />
libertà  di scegliere in che paese fare domanda id asilo politico.<br />
Finché non cambia questo, risolvere un sistema di accoglienza spesso<br />
inefficiente sarà secondario. E pecca perché dietro c&#8217;è un<br />
business, perché la disorganizzazione e la mancanza di figure<br />
professionali, la lentezza della burocrazia, l&#8217;impreparazione delle<br />
regioni che si confrontano con emergenza piuttosto che di fronte alla<br />
regolarità di un fenomeno che tocca la nostra terra&#8230;. Mare Nostrum<br />
che falle può avere? Sì, mentre una nave militare porta le persone<br />
tratte in salvo in mezzo al mare verso un porto che spesso non è il<br />
più vicino e il più sicuro (vedi Taranto o Palermo rispetto a<br />
Lampedusa e Pozzallo), magari non può trarre in salvo altre persone<br />
che stanno arrivando dalla Libia perché percorrono distanze che<br />
necessitano giorni di viaggio. Ma oltre ia problemi pratici, Mare<br />
Nostrum ha portato a terra 70.000 e più persone in nove mesi. Ma<br />
almeno trecento ne sono morte comunque. Mare Nostrum è comunque<br />
un&#8217;operazione militare anche se compie un&#8217;azione militare. È la<br />
militarizzazione e il controllo del Canale di Sicilia che mi<br />
spaventa, senza che vari la libertà di movimento. Consiglio<br />
vivamente l&#8217;articolo della ricercatrice Martina Tazzioli: Fare spazio<br />
e non frontiere. Mare Nostrum e il confine umano-militare.<br />
<u><a href="http://www.euronomade.info/?p=2804&utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.euronomade.info/?p=2804&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></u>.</p>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<b>Qual<br />
è la situazione della Tunisia post-rivoluzione, soprattutto in<br />
relazione ai diritti delle donne e dei minori?</b></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Più che<br />
di rivoluzioni parlo di rivolte che hanno portato sì alla caduta di<br />
un regime e ad una fase di transizione con le elezioni politiche,<br />
l&#8217;assemblea costituente che a gennaio 2014 ha terminato il testo<br />
della Costituzione dove sì formalmente trovano spazio i diritti<br />
delle donne e dei minori, che già in Tunisia godevano di ampio<br />
spazio grazie al Codice di Statuto Personale del 1956. Semplicemente<br />
dalla forma alla sostanza e alla pratica a causa delle ambiguità<br />
politiche e della cultura e del sentire del paese spesso non avviene<br />
il passaggio. Rispetto ad altri paesi arabi, la situazione è<br />
positiva, nonostante i due terribili omicidi politici del 2013,<br />
diversi episodi violenti e cosiddeetti “terroristici” dal 2012 a<br />
pochi mesi fa. Ma guardando ai miei ragazzi giovani, agli amici e<br />
alle amiche&#8230;sì, si sono aperte tante possibilità in più, spesso<br />
di progetti e apertura verso il mondo. Ma spesso la maggior parte<br />
restano nel proprio quartiere a fumare e sognare al di là del<br />
mare&#8230;
</div>
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		<title>La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D&#8217;onofrio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2013 05:33:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti. Dall&#8217;isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti.  Dall&#8217;isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie?<br />
Ne abbiamo parlato con Alexandra D&#8217;onofrio, regista del documentario intitolato <i>La vita che non Cie</i>, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all&#8217;Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall&#8217;esterno, i suoi compagni rimasti all&#8217;interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia.<br />
Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell&#8217; ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D&#8217;Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l&#8217;immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.</p>
<p>Abbiamo intervistato Alexandra D&#8217;Onofrio</p>
<p>&nbsp;La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l&#8217;odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?</p>
<p>&nbsp;Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l&#8217;obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media.<br />
Il problema è stato che, nel 2011, c&#8217;era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c&#8217;è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori.<br />
Nel primo caso si racconta la storia d&#8217;amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese &#8211; che ha seguito la vicenda fin dall&#8217;inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc &#8211; aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c&#8217;è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani:  Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov&#8217;era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio&#8230;<br />
Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l&#8217;amore, la genitorialità, la solitudine.<br />
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l&#8217;unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il  film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l&#8217;esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.<br />
&nbsp;La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E&#8217; la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E&#8217; un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l&#8217;anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.</p>
<p>&nbsp;In base alle testimonianze che avete raccolto, com&#8217;è la vita all&#8217;interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?</p>
<p>Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all&#8217;interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo.<br />
Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l&#8217;hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.</p>
<p>Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?</p>
<p>Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro.<br />
Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che &#8211; siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa &#8211; non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all&#8217;interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia.<br />
Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall&#8217;altra parte c&#8217;era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.</p>
<p>Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?</p>
<p>&nbsp;Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all&#8217;interesse del minore oppure a quello dello Stato.  Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni.<br />
Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.</p>
<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2013/07/02/la-vita-che-non-cie-un-documentario-di/">La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D&#8217;onofrio</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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