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	<title>diritti umnai Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Turchia, Erdogan marchiato di crimini contro l’umanità</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2016 07:26:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-size: large;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/Erdogan.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7460" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/Erdogan.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="erdogan" width="490" height="326" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/Erdogan.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 490w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/Erdogan-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 490px) 100vw, 490px" /></a></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-size: large;">di Rossella Assante     (che Associazione per i Diritti umani ringrazia molto) </span></p>
<p>Una repressione a cielo aperto. E’ quanto sta accadendo in Turchia, sotto l’austero regime del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e sotto gli occhi vicini dell’Occidente.</p>
<p>La chiamano “lotta al terrorismo”, per mascherare quella che ormai è una guerra interna al fine di legittimare il proprio potere attraverso la dittatura, la repressione e che marchia lo Stato di crimini contro l’umanità. In Turchia le autorità stanno chiudendo i giornali, le emittenti radiofoniche e i canali televisivi reputati di opposizione.</p>
<p>169 in tutto i media chiusi con decreti dello stato d’emergenza.</p>
<p>Non sono solo i mezzi di informazione a cadere nella rete di repressione messa in atto dal Presidente turco. Magistrati, insegnanti, rettori, militari sono stati epurati e arrestati dopo il 15 Luglio, giorno del famigerato golpe andato a fallimento.</p>
<p>Sessantamila sono le persone arrestate o sollevate dai pubblici uffici. Ventunomila le licenze d’insegnamento revocate.</p>
<p>Così vicina eppure così lontana, la Turchia si distanzia sempre più dall’Occidente attraverso l’islamizzazione dello Stato. Erdogan non risparmia nulla e tocca anche le scuole, attraverso la  riforma del sistema scolastico approvata nel 2012, con la quale viene favorito l’insediamento degli istituti coranici e la crescita del numero degli “Imam Hatip Lisesi”, scuole religiose islamiche.</p>
<p>Sembra non avere freni l’oppressione da parte delle forze governative turche. Come un cane sguinzagliato la dittatura non conosce limiti. Muore così tra le fauci inferocite di una bestia feroce la democrazia. Abbiamo intervistato Barbara Spinelli, avvocata e attivista per i diritti umani, per raccontare quali sono le violazioni dei diritti umani – che tuttora non conoscono sanzioni – perpetrate sui civili dal governo del sultano Erdogan&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">Insegnanti, giornalisti, attivisti arrestati, epurati, in questi giorni senza sosta in Turchia. Cosa sta accadendo? Chi sono quelli che Erdogan disegna come nemici?</span></strong></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>La repressione, la lesione dei diritti umani è iniziata ben prima, a partire dalle elezioni del 7 Giugno non andate come voleva Erdogan, in quanto </i></span><i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></span></i><span style="color: #252525;"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">non era riuscito a ottenere per la prima volta dopo 13 anni la maggioranza assoluta</span></span></span><span style="font-size: medium;"><i> ed è stato inizialmente costretto a fare i conti con una grossa perdita di consensi. Il primo Novembre lo vediamo salire al potere dopo aver avviato le prime misure di repressione. Successivamente con la scusa della lotta al terrorismo ha proclamato lo stato di emergenza – restrizione alla libertà di persone basate sulla legge anti terrorismo. A Cizre (città nel sudest della Turchia, ndr) per esempio è stato imposto il regime del coprifuoco h24, che </i></span><span style="font-size: medium;"><i>ha impedito agli abitanti l’accesso alle cure mediche ed ai beni essenziali della vita. </i></span><span style="font-size: medium;"><i> La popolazione è rimasta senza acqua &#8211; </i></span><span style="font-size: medium;">è stata documentata l’interruzione delle forniture idriche attraverso il danneggiamento con armi esplosive dei tubi, per ostacolare l’approvvigionamento di acqua in città &#8211;</span><span style="font-size: medium;"><i> senza luce, con cecchini appostati all’esterno, è stata perpetrata una vera e propria violenza sui civili. </i></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>Da quel colpo di stato c’è stata una estensione dello “stato d’ emergenza” volto a reprimere qualsiasi forma di opposizione e democrazia. Sono aumentati i casi di tortura, le restrizioni al diritto della difesa nei confronti di avvocati. </i></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Quali saranno adesso i rapporti tra Turchia e Europa?</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><i>Attualmente la Turchia non sembra fare passi avanti sul cammino europeo. Tutt’altro. E’ a rischio il trattato sui migranti tra Unione Europea e Turchia. Tuttavia nessuno fa un passo decisivo. D’altronde l’UE non ha ancora sanzionato un governo che marchiandosi sempre più di crimini contro l’umanità.</i></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Perché secondo lei?</b></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>Credo ci sia un </i></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;">fallimento</span></span></em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><i> </i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><i>da parte delle istituzioni nel far rispettare il diritto</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;"><i> </i></span></span><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;">internazionale, vi è l’incapacità dell’intero sistema internazionale di tutelare i diritti umani per garantire la protezione delle persone.</span></span></em></p>
<p><em><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Arial, serif;">E ora più che mai tremano gli animi Occidentali di fronte al governo turco estremista. La terra frana sotto quelli che un tempo erano i diritti inalienabili di ogni essere umano, ora messi a repentaglio da un massacrante regime dittatoriale. </span></span></em></p>
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		<title>Il Bataclan, un anno dopo. Riapre con Sting</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Nov 2016 12:17:01 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">di Patrizia Angelozzi</p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-640.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7366" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-640.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-640" width="720" height="468" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-640.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-640-300x195.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr">Ad un anno dalla strage nella quale morirono 93 persone in un atto terroristico firmato Isis, riapre il Bataclan.<br />
Spararono all&#8217;impazzata sui tantissimi  giovani presenti ad una serata musicale.<br />
Sembra ieri, invece è passato un anno dal terribile atto di terrorismo che colpi&#8217; duramente  un caffè e diversi ristoranti di Parigi, oltre allo Stade De France di Saint Denis.<br />
130 persone morirono in questi attacchi, in seguito rivendicati dagli jihadisti dell&#8217;Isis, segnando in modo indelebile  Parigi, l&#8217;intera Francia, ed il mondo intero.</p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-641.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7368" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-641.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled-641" width="720" height="510" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-641.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 720w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-641-300x213.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr">Sarà  Sting ad inaugurare l&#8217;evento il 12 novembre.<br />
A comunicare questa notizia sono gli stessi proprietari del locale, la società Lagardère Unlimited Live Entertainment.<br />
Il giorno dopo il concerto di Sting, ci sarà una cerimonia: domenica 13 novembre, ad un anno esatto dalla strage, dedicato alle vittime di quella terribile serata.<br />
Saranno presenti i componenti degli Eagles Of Death Metal, la band americana che stava suonando quella sera.</p>
<p dir="ltr">La presenza di Sting ha avuto il sold out in poche ore, per questo è stata  aggiunta una seconda data,  il 17 novembre.</p>
<p dir="ltr">Durante i lavori di ristrutturazione del club di Parigi, è stato rafforzata la sicurezza, con un sistema automatico di apertura della porta principale.</p>
<p dir="ltr">Ricordando Valeria Solesin</p>
<p dir="ltr">&#8220;Non si sentono più raffiche. Una mano scuote la spalla di Andrea: «È tutto finito! Alzati!», lo incoraggia un agente delle forze speciali francesi. Dal pavimento, dove si era buttato due ore prima con Valeria, cercando di proteggerla dai proiettili che i terroristi stavano scaricando sulla folla, Andrea è il solo dei due a rimettersi in piedi. Intorno a lui, tanti altri corpi immobili come Valeria..&#8221;<br />
Tornare a vivere senza dimenticare.<br />
Valeria Solesin, una di noi.</p>
<p dir="ltr">
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		<title>Quando viene negata persino l’amicizia. Iran: la reazione all&#8217;incontro con una baha’i espone la verità</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jul 2016 08:19:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>  Fonte: BWNS (traduzione di S. G. Anayati) Una tempesta di furiose denunce, in reazione a un semplice incontro tra due amiche in una casa privata, ha drammaticamente esposto la doppiezza delle autorità iraniane&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT"><b> </b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Fonte: BWNS (traduzione di S. G. Anayati)</span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-404.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6368" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6368" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-404.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (404)" width="399" height="355" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-404.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 399w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/untitled-404-300x267.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 399px) 100vw, 399px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Una tempesta di furiose denunce, in reazione a un semplice incontro tra due amiche in una casa privata, ha drammaticamente esposto la doppiezza delle autorità iraniane le quali hanno ripetutamente affermato che il loro trattamento dei baha’i non è motivato da pregiudizi religiosi.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L&#8217;incontro che ha suscitato la polemica riguarda la visita di Faezeh Hashemi, figlia dell&#8217;ex presidente dell&#8217;Iran Akbar Hashemi Rafsanjani, presso l&#8217;abitazione casa di Fariba Kamalabadi, una dei sette ex dirigenti baha’i che si trovano in carcere dal 2008.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Decine di religiosi di alto grado e di personaggi politici si sono affrettati a denunciare la signora Hashemi e un importante ayatollah ha anche chiesto di incriminarla a causa del suo incontro con una baha’i. Un&#8217;altra figura di alto rango ha detto che le «relazioni amichevoli» con i baha’i sono «un tradimento contro l&#8217;Islam e la rivoluzione». «Frequentare i baha’i ed essere loro amici è contro gli insegnamenti dell&#8217;Islam», ha detto un ayatollah, mentre un altro ha affermato che i baha’i sono «devianti» che devono essere «isolati» e ha affermato che incontrare un baha’i è di per sé «una deviazione religiosa assoluta». Il capo della magistratura e il suo vice hanno confermato la possibilità di incriminare la signora Hashemi, come è stato specificamente richiesto da molti prelati per dare una lezione al resto della società.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Parlando a New York, Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, ha detto: «Ciò che sorprende è il candore, l’entità e l&#8217;alto profilo della reazione del regime. Da un grande ayatollah, indicato come una “fonte di emulazione”, a maggiori figure religiose e politiche, nonché organi esecutivi del governo, dichiarazioni allineate hanno ora dimostrato, senza ombra di dubbio, che il loro trattamento dei baha’i è motivato da un pregiudizio religioso. Pertanto, questa reazione collettiva ha messo a nudo la falsità dei rappresentanti del governo iraniano nei forum internazionali sui diritti umani e ha contraddetto categoricamente le loro affermazioni». La signora Dugal ha aggiunto: «Sia questo un momento di chiarezza assoluta per il mondo intero».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">«Provate a immaginare che cosa vuol dire essere baha’i in Iran, quando anche coloro che visitano la vostra casa sono pubblicamente condannati in questo modo e sono minacciati di incriminazione».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">L&#8217;incontro tra le due donne è avvenuto in un periodo di cinque giorni, quando la signora Kamalabadi ha avuto il permesso di uscire dal carcere prima di dover ritornare per completare la sua condanna a dieci anni.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La signora Hashemi, che è anche un ex membro del Parlamento iraniano, ha trascorso sei mesi nella stessa prigione della signora Kamalabadi nel 2012 dopo essere stata accusata di «diffusione di propaganda contro il sistema di governo». Le due donne, che non si erano più viste dal giorno del rilascio della signora Hashemi, hanno voluto rinnovare la loro amicizia nata in prigione.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">«Nonostante il furore della critica che ha stigmatizzato questo atto di umanità, una semplice interazione di due cittadine, molte persone coraggiose — attivisti dei diritti umani, giornalisti, accademici e semplici cittadini —hanno difeso il diritto dei baha’i di avere normali relazioni umane nel loro paese» ha detto la signora Dugal. «Ma speriamo che ci siano più voci di questo genere, affinché gli sforzi di isolare sistematicamente e di estraniare la comunità baha’i in Iran non abbiano successo».</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La signora Dugal ha aggiunto: «Le straordinarie minacce e condanne espresse da molti prelati e autorità sono in contrasto con le recenti coraggiose azioni e dichiarazioni di diversi personaggi del clero e del mondo del pensiero religioso in Iran e altrove che hanno parlato a favore della convivenza, della tolleranza e dell’uguaglianza per tutti i cittadini. Speriamo che la voce della coscienza porti il resto del clero a rompere il silenzio e a mostrare che la vera religione non perdona la spietatezza dell’apartheid, dell’estraniamento e dell&#8217;odio».</span></p>
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		<title>IN CONDIZIONI INUMANE GLI OLTRE 300 ROM SGOMBERATI DALLE AUTORITÀ LOCALI A GIUGLIANO (NA)</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Jul 2016 09:14:08 +0000</pubDate>
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<div>Amnesty International, Associazione 21 luglio Onlus, Associazione Garibaldi 101, Centro europeo per i diritti dei rom, Associazione Cinema e diritti &#8211; Festival del cinema dei diritti umani e OsservAzione hanno duramente condannato lo sgombero forzato eseguito il 21 giugno dalle autorità del comune di Giugliano, in provincia di Napoli, ai danni di circa 75 famiglie rom (oltre 300 persone), che dal campo di Masseria del Pozzo sono state trasferite in un’ex fabbrica e si trovano in condizioni inumane. Le sei organizzazioni hanno sollecitato tutte le autorità competenti ad assicurare che alle famiglie colpite dallo sgombero forzato sia immediatamente offerto un riparo adeguato e che verrà approntato e realizzato per loro un piano a lungo termine, in consultazione con le famiglie interessate e nel pieno rispetto degli standard in materia di diritti umani. Il caso di Giugliano, così come molti altri documentati dalle sei organizzazioni, mostra una volta di più la realtà quotidiana dei rom in Italia, spesso collocati in campi segregati, a rischio di sgomberi forzati e discriminati nell&#8217;accesso a un alloggio adeguato: gravi violazioni dei diritti umani, vietate dalle norme internazionali e da quelle dell&#8217;Unione europea. Per questo motivo, le sei organizzazioni chiedono alla Commissione europea di intraprendere un&#8217;azione decisiva nei confronti di queste violazioni, attraverso l&#8217;avvio di una procedura d&#8217;infrazione contro l&#8217;Italia per violazione della Direttiva anti-discriminazione razziale.</p>
<p>Lo sgombero forzato</p>
<p>Il 21 giugno <b>oltre 300 rom</b>, tra cui decine di bambini e alcuni neonati, sono stati costretti a lasciare il campo di Masseria del Pozzo, dove erano rimasti per quasi tre anni. Quel campo per soli rom era stato costruito nel 2013 dal comune di Giugliano <b>nelle vicinanze di una discarica di rifiuti tossici</b>, dopo che in precedenza le famiglie rom erano state ripetutamente sottoposte a sgombero forzato.Le sei organizzazioni riconoscono il fatto che le famiglie rom dovevano essere urgentemente spostate da Masseria del Pozzo per ragioni di salute e d&#8217;incolumità. Infatti, il campo di Masseria del Pozzo non avrebbe mai dovuto essere costruito. La necessità di risolvere la situazione d’emergenza, creata dalle stesse autorità attraverso la costruzione di un campo in una zona inabitabile, non giustifica però il ricorso a uno sgombero forzato, che costituisce <b>una</b> <b>grave violazione dei diritti umani</b>.Le autorità non hanno mai notificato per iscritto lo sgombero, limitandosi a fornire qualche informazione a voce. A partire dal 14 giugno, le autorità locali e la polizia avevano informato le famiglie rom che lo sgombero sarebbe stato realizzato il 16 o il 23 giugno. Invece, lo sgombero forzato ha avuto luogo il 21 giugno e <b>le famiglie rom sono state trasferite sul terreno di un’ex fabbrica di fuochi d’artificio</b>. La comunità era stata informata che lo sgombero era necessario poiché i terreni di Masseria del Pozzo erano stati posti sotto sequestro dall&#8217;autorità giudiziaria sin dall&#8217;ottobre 2015, in quanto potenzialmente pericolosi per la salute e l&#8217;incolumità dei residenti. Purtroppo, le famiglie rom non sono state coinvolte in alcuna autentica consultazione per esplorare soluzioni alternative. Dopo aver inizialmente preso in considerazione un terreno lontano, privo di servizi igienico-sanitari e di forniture d’acqua, le autorità locali hanno deciso di trasferire le 75 famiglie rom nel terreno abbandonato dell&#8217;ex fabbrica di fuochi d&#8217;artificio. Le famiglie hanno ricevuto pochissime informazioni al riguardo.Decine di rom, incontrati da Amnesty International il 22 giugno, hanno dichiarato che non erano stati informati sulle condizioni della nuova area e che non avevano avuto la possibilità di vederla prima dello sgombero. Le famiglie rom si sono sentire dire che quella era l&#8217;unica alternativa esistente e sono state poste di fronte al dilemma se accettare il trasferimento in un luogo sconosciuto o rimanere del tutto senza tetto.Dato che le necessarie salvaguardie &#8211; la notifica adeguata per iscritto, la genuina consultazione con la comunità e la messa a disposizione di un’alternativa alloggiativa adeguata &#8211; non sono state poste in essere prima del trasferimento, le sei organizzazioni hanno concluso che <b>il trasferimento ha costituito uno sgombero forzato</b>, ossia una grave violazione dei diritti umani in contrasto con gli obblighi assunti dall&#8217;Italia rispetto a una serie di norme internazionali e dell&#8217;Unione europea, tra cui la Direttiva anti-discriminazione razziale, che garantiscono il diritto a un alloggio adeguato e la protezione da ogni forma di discriminazione basata sull’etnia o sulla razza. Questo sgombero forzato e il successivo trasferimento in un ulteriore campo monoetnico si pongono inoltre in contrasto con gli impegni assunti dall&#8217;Italia nel 2012 con la Strategia nazionale d&#8217;inclusione di rom, sinti e caminanti.</p>
<p><b>Un&#8217;alternativa gravemente inadeguata</b></p>
<p>Dopo lo sgombero forzato, l&#8217;alternativa messa a disposizione dal comune di Giugliano è risultata <b>gravemente inadeguata</b>. Il terreno di circa 1000 metri quadrati, <b>situato all&#8217;estremità della zona industriale del comune campano</b>, è un area chiusa circondata su tre lati da vegetazione incolta e sul quarto da un muro con una cancellata. Nei pressi del terreno si trovano due bagni chimici, uno dei quali inagibile e l&#8217;altro in condizioni tali da costringere i residenti a recarsi nei cespugli, col conseguente impatto sulla loro salute e sull&#8217;ambiente. <b>All&#8217;arrivo</b>, <b>le famiglie rom hanno trovato rifiuti</b>, <b>materiale arrugginito e residui della lavorazione dei fuochi d’artificio</b>, la cui fabbrica era stata distrutta da un’esplosione nel 2015. I rappresentanti di Amnesty International hanno rinvenuto sul posto un contenitore aperto di polvere di natura non identificata, insieme a molti altri contenitori pieni di sostanze sconosciute classificate come &#8220;polveri&#8221; e &#8220;a combustione spontanea&#8221;, insieme a <b>pezzi apparentemente di amianto</b> della struttura ancora in piedi nonostante i danni provocati dall&#8217;esplosione. Il 22 giugno, le famiglie rom non avevano ancora avuto accesso all&#8217;energia elettrica e stavano usando fuochi, torce a batteria e fari delle automobili per fare luce dopo il tramonto. L&#8217;accesso all&#8217;acqua era rappresentato da quattro cannelle, insufficienti per il numero di famiglie presenti. <b>Le autorità locali non hanno messo a disposizione alcuna struttura o riparo</b>. Chi aveva una roulotte ha avuto il permesso di portarla con sé da Masseria del Pozzo. Nel nuovo sito, adulti e bambini sono costretti a dormire stipati nelle roulotte o all&#8217;esterno. Almeno tre famiglie, che a Masseria del Pozzo vivevano all&#8217;interno di baracche, ora sono senza tetto e sono costrette a dormire nelle automobili o per terra. Quando Amnesty International ha visitato il nuovo campo, le persone stavano iniziando a costruire baracche improvvisate coi materiali che erano riusciti a salvare dallo sgombero di Masseria del Pozzo.</p>
<p><b>Un piano a lungo termine destinato alla segregazione</b></p>
<p>Le autorità locali hanno detto alle famiglie rom che il trasferimento sarà una misura &#8220;temporanea&#8221;, <b>in attesa che venga costruito un nuovo campo</b>. Sulla base della documentazione esaminata dalle sei organizzazioni e delle dichiarazioni ufficiali, nel febbraio 2016 è stata approvata a livello locale, regionale e nazionale la costruzione di un nuovo campo segregato con 44 unità abitative prefabbricate. Alla costruzione dei prefabbricati il ministero dell&#8217;Interno e la Regione Campania hanno destinato <b>1.300.000 euro</b>, mentre non sono state minimamente finanziate le parti del progetto relative all&#8217;integrazione. Non risulta inoltre esservi alcun piano per inserire nel medio e lungo termine le famiglie rom in alloggi adeguati. La comunità non è stata adeguatamente consultata nella fase definitoria del progetto e il trasferimento in un nuovo campo è stata l&#8217;unica opzione messa a disposizione. Il progetto dà adito a grandi preoccupazioni e solleva molti rischi, poiché rappresenta ancora una volta l&#8217;esempio di un modello di segregazione abitativa, <b>per soli rom</b>, <b>vietata dalle norme internazionali e dell&#8217;Unione europea</b>.L&#8217;attiva partecipazione al progetto del ministero dell&#8217;Interno, anche attraverso il suo finanziamento, solleva forti preoccupazioni sull&#8217;effettiva intenzione del governo italiano di rispettare le norme e gli standard sui diritti umani a livello internazionale e dell&#8217;Unione europea così come la stessa Strategia nazionale per l&#8217;inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti del 2012, che conteneva l’impegno a “superare i campi&#8221;.</div>
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		<title>L&#8217;Unione europea rischia di alimentare terribili violenze contro migranti e rifugiati in Libia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 06:36:12 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="viewParCell BLOBAlignLeft">
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/th-62.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6176" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-6176 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/th-62.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (62)" width="163" height="100" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Amnesty International ha dichiarato oggi che il progetto dell&#8217;Unione europea di cooperare più strettamente con la Libia in materia d&#8217;immigrazione rischia di favorire i maltrattamenti e la detenzione a tempo indeterminato, in condizioni terribili, di migliaia di migranti e di rifugiati.</p>
<p>Il mese scorso l&#8217;Unione europea ha annunciato l&#8217;intenzione di <strong class="userFormat1">estendere per un altro anno l&#8217;operazione navale di contrasto ai trafficanti di esseri umani</strong> denominata &#8220;Sofia&#8221; e, su richiesta del nuovo governo di Tripoli, di <strong class="userFormat1">offrire formazione alla guardia costiera libica </strong>e di <strong class="userFormat1">condividere informazioni </strong>con quest&#8217;ultima.</p>
<p>Dalle<strong class="userFormat1"> testimonianze</strong> raccolte nel mese di maggio da Amnesty International <strong class="userFormat1">in Sicilia e in Puglia</strong> sono emersi scioccanti dettagli di <strong class="userFormat1">violenze</strong> inflitte dalla guardia costiera libica e nei centri di detenzione per migranti in Libia.</p>
<p>Amnesty International ha incontrato 90 persone sopravvissute alla traversata del Mediterraneo dalla Libia all&#8217;Italia, tra cui almeno 20 rifugiati e migranti che hanno denunciato <strong class="userFormat1">pestaggi e uso delle armi da fuoco </strong>da parte della guardia costiera così come <strong class="userFormat1">terribili torture </strong>all&#8217;interno dei centri di detenzione.</p>
<p>In un caso, <strong class="userFormat1">la guardia costiera ha lasciato alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo</strong>, anziché trarle in salvo.</p>
<p><em class="userFormat2">&#8220;L&#8217;Europa non dovrebbe neanche ipotizzare accordi con la Libia in tema d&#8217;immigrazione di fronte a queste conseguenze, dirette o indirette, sul piano delle violazioni dei diritti umani. L&#8217;Unione europea ha più volte mostrato l&#8217;intenzione di impedire le partenze di migranti e rifugiati quasi a ogni costo e trascurando l&#8217;aspetto dei diritti umani&#8221;</em> &#8211; ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice ad interim del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.</p>
<p><em class="userFormat2">&#8220;Mentre è ovviamente necessario migliorare la capacità della guardia costiera libica di cercare e soccorrere vite umane in mare, quello che ora accade è che la guardia costiera intercetta migliaia di persone in mare e le riporta nei centri di detenzione dove subiscono la tortura e altre violazioni. È indispensabile che qualunque forma assistenza da parte dell&#8217;Unione europea non alimenti e perpetui le orribili violazioni dei diritti umani ai danni di cittadini stranieri in Libia dalle quali questi ultimi cercano disperatamente di mettersi al riparo&#8221;</em> &#8211; ha proseguito Mughrabi.</p>
<p>Il 7 giugno la Commissione europea ha annunciato ulteriori piani per rafforzare la cooperazione e il partenariato con paesi terzi della zona africana considerati strategici per fermare l&#8217;immigrazione: tra questi vi è la Libia.</p>
<p>Nonostante dominino violenza e assenza di legge e nel 2014 sia nuovamente ripreso il conflitto armato, la Libia continua a essere la meta di centinaia di migliaia di migranti e rifugiati diretti in Europa, provenienti soprattutto dall&#8217;Africa sub-sahariana. Queste persone fuggono a causa della guerra, della persecuzione o della povertà estrema, da paesi come <strong class="userFormat1">Eritrea, Etiopia, Gambia, Nigeria e Somalia</strong>.</p>
<p>Altre persone si trovano in Libia da anni ma vogliono lasciare il paese perché, privi di protezione da parte di qualsiasi autorità, vivono nel costante timore di essere fermati, picchiati e rapinati da bande armate o dalla polizia.</p>
<p>Secondo l&#8217;Alto commissariato Onu per i rifugiati, <strong class="userFormat1">nei primi cinque mesi del 2016 oltre 2500 persone hanno perso la vita in mare</strong> nel tentativo di raggiungere l&#8217;Italia. Oltre 49.000 persone sono state salvate da forze navali europee, navi di organizzazioni non governative o navi commerciali.</p>
</div>
<div class="BLOBFloatClear BLOBRow1px"></div>
<h2 class="viewSottotitolo">Violenze da parte della guardia costiera libica</h2>
<div class="viewPar BLOBAlignJustify">
<p>Tra il 22 e il 28 maggio <strong class="userFormat1">almeno 3500 persone sono state intercettate in mare dalla guardia costiera libica</strong> e trasferite in centri di detenzione.</p>
<p>Nel gennaio 2016 un&#8217;imbarcazione che avrebbe potuto trasportare al massimo 50 persone e che ne aveva a bordo 120, è stata intercettata dalla guardia costiera. Questo è il racconto di Abdurrahman, 23 anni, proveniente dall&#8217;Eritrea: <em class="userFormat2">&#8220;Ci hanno fatto scendere e picchiati coi tubi di gomma e i bastoni di legno. Poi hanno sparato al piede dell&#8217;ultimo che stava scendendo dalla barca, solo perché non aveva saputo indicare il timoniere e allora hanno pensato che fosse lui&#8230;&#8221;</em></p>
<p>Un altro eritreo, Mohamed, 26 anni, ha raccontato della volta in cui la guardia costiera ha lasciato andare alla deriva un gommone in avaria con 120 persone a bordo: <em class="userFormat2">&#8220;Uno degli uomini della guardia costiera è salito a bordo per riportarci indietro. Dopo un po&#8217; il motore si è spento. Si è infuriato ed è risalito sulla loro nave, urlando &#8216;Se il vostro destino è morire, morirete&#8217;. Ci hanno lasciato lì in mezzo al mare&#8230;&#8221;</em></p>
<p>Alla fine il motore è ripartito ma poiché il gommone continuava a perdere aria, il gruppo di persone a bordo è stato costretto a tornare sulla terraferma.</p>
<p>Nell&#8217;ottobre 2013 Amnesty International aveva denunciato l&#8217;affondamento di un peschereccio contro il quale un&#8217;imbarcazione libica non identificata aveva aperto il fuoco. In quell&#8217;occasione annegarono 200 persone, tra cui donne e bambini. Alcuni dei sopravvissuti accusarono la guardia costiera libica di aver colpito il peschereccio. I risultati dell&#8217;indagine aperta sull&#8217;episodio non sono mai stati resi pubblici.</p>
</div>
<h2 class="viewSottotitolo">Agghiaccianti violenze nei centri di detenzione libici</h2>
<div class="viewPar BLOBAlignJustify">
<p>Secondo la guardia costiera libica, <strong class="userFormat1">i migranti e i rifugiati intercettati in mare vengono abitualmente portati nei centri di detenzione</strong> per immigrati.</p>
<p>Dal 2011, Amnesty International ha raccolto decine e decine di testimonianze di ex detenuti (compresi minori non accompagnati e donne) sulle <strong class="userFormat1">terribili condizioni di detenzione</strong> nonché sulle <strong class="userFormat1">violenze e sugli abusi di natura sessuale </strong>che si verificano all&#8217;interno di quei centri. Le testimonianze più recenti confermano che le cose continuano ad andare avanti nello stesso modo.</p>
<p>I centri, 24 in tutto secondo l&#8217;Alto commissariato Onu per i rifugiati, sono diretti dal Dipartimento per contrastare l&#8217;immigrazione illegale che, teoricamente, dovrebbe essere alle dipendenze del ministero dell&#8217;Interno. <strong class="userFormat1">Di fatto, molti centri sono gestiti dai gruppi armati.</strong> Il governo di accordo nazionale, sostenuto a livello internazionale, deve ancora assumerne il controllo.</p>
<p>Secondo la legislazione libica l&#8217;ingresso, l&#8217;uscita e la permanenza illegali in Libia sono un reato. I cittadini stranieri che si trovano in questa condizione possono essere posti in detenzione a tempo indeterminato in attesa dell&#8217;espulsione. Solitamente, <strong class="userFormat1">i detenuti stranieri rimangono nei centri per mesi senza poter incontrare familiari e avvocati e senza vedere un giudice</strong>. Non possono contestare la legittimità della loro detenzione né chiedere protezione, data l&#8217;assenza di un sistema nazionale d&#8217;asilo. Le <strong class="userFormat1">espulsioni</strong> sono eseguite s<strong class="userFormat1">enza alcuna tutela</strong> né esame individuale.</p>
<p><em class="userFormat2">&#8220;Il fatto che sia possibile trattenere una persona in carcere all&#8217;infinito solo sulla base della sua condizione d&#8217;immigrato è un oltraggio. Invece di ottenere protezione, i migranti e i rifugiati finiscono per essere torturati. La Libia dovrebbe immediatamente porre fine a questo sistema di detenzioni illegali e torture nei confronti dei cittadini stranieri e adottare una legislazione sull&#8217;asilo che consenta a chi ha bisogno di protezione internazionale di ottenere un rifugio&#8221;</em> &#8211; ha sottolineato Mughrabi.</p>
<p>Ex detenuti &#8211; tra cui persone intercettate in mare e cittadini stranieri fermati in strada &#8211; hanno riferito che venivano <strong class="userFormat1">picchiati ogni giorno con bastoni di legno, tubi di gomma e cavi elettrici</strong> e venivano <strong class="userFormat1">sottoposti a scariche elettriche</strong>. Un eritreo di 20 anni che era a bordo di un natante intercettato in mare dalla guardia costiera nel gennaio 2016, ha raccontato di essere stato trasferito in un centro di detenzione di al-Zawyra, nella Libia occidentale, e di essere stato picchiato ripetutamente.</p>
<p>Questo, invece, è il racconto di un uomo detenuto nel centro di detenzione Abu Slim di Tripoli, dove secondo la Missione Onu di supporto alla Libia, si trovano almeno 450 detenuti: <em class="userFormat2">&#8220;Le guardie ci picchiavano tre volte al giorno usando un cavo elettrico che era stato annodato tre volte per renderlo più duro&#8221;.</em></p>
<p>I detenuti venivano obbligati a <strong class="userFormat1">dormire all&#8217;aperto senza alcun riparo</strong> dalle temperature estreme. Le guardie spargevano acqua sul pavimento per farli dormire sul bagnato. Charles, 35 anni, proveniente dalla Nigeria, ha denunciato di essere stato fermato in una strada di Tripoli, nell&#8217;agosto 2015, e di essere stato trasferito in cinque centri di detenzione:<em class="userFormat2">&#8220;Ci picchiavano tutti, sempre, ogni giorno. Una volta mi hanno rotto il braccio a bastonate, mi hanno portato in un ospedale ma non ho ricevuto alcuna medicazione. Per colpirci usavano bastoni e pistole, a volte anche la corrente elettrica&#8221;</em>.</p>
<p>Quando le guardie hanno minacciato di espellerlo, ha urlato <em class="userFormat2">&#8220;Qualunque cosa sarà meglio di questo inferno&#8221;.<br />
</em><br />
Un uomo di 28 anni originario dell&#8217;Etiopia, arrestato insieme alla moglie a un posto di blocco, ha trascorso quattro mesi in un centro di detenzione di Kufra, nel sud-est della Libia. Ha denunciato di essere stato picchiato regolarmente, chiuso in un box, frustato e ustionato con acqua bollente. Stessa sorte per la moglie, picchiata insieme ad altre detenute dal direttore del centro. Alla fine la coppia ha pagato una somma di denaro ed è stata rilasciata.</p>
<p><strong class="userFormat1">Nessuno dei centri diretti dal Dipartimento per contrastare l&#8217;immigrazione illegale ha personale femminile in servizio</strong>. Questo aumenta i rischi di subire violenza sessuale.</p>
<p>Numerosi <strong class="userFormat1">testimoni hanno visto rifugiati e migranti morire durante la detenzione</strong>, a colpi di arma da fuoco o a seguito dei pestaggi.</p>
<p>Questa è la testimonianza di un 19enne eritreo detenuto a Kufra:<em class="userFormat2">&#8220;Se dicevamo che avevamo fame, le guardie venivano a picchiarci. Ci costringevano a stare a pancia in giù e ci picchiavano coi tubi di gomma. Una volta hanno sparato a un detenuto del Ciad, senza alcun motivo. Lo hanno portato in ospedale, poi di nuovo in cella ed è morto. Ufficialmente, è morto a seguito di un incidente d&#8217;auto. Lo so, perché mi facevano lavorare, gratis, nella stanza degli archivi&#8221;</em>.</p>
<p>Un altro eritreo che ha trascorso cinque mesi da ottobre 2015 nel centro di detenzione di al-Zawiya ha dichiarato di aver visto un uomo picchiato a morte dalle guardie. Poi hanno avvolto il corpo in un lenzuolo e l&#8217;hanno portato via. Lo stesso eritreo ha denunciato che in un&#8217;occasione le guardie sono entrate in una cella e hanno sparato a sette detenuti perché non capivano gli ordini in arabo.</p>
<p>Nell&#8217;aprile 2016 la Missione Onu di supporto alla Libia ha sollecitato un&#8217;indagine sulla morte di quattro persone, uccise a colpi di arma da fuoco mentre stavano cercando di evadere dal centro di al-Zawiya.</p>
<p>Ex detenuti hanno anche denunciato l&#8217;assenza di cibo e di acqua potabile, le scarse cure mediche e lo squallore delle celle così come la mancanza d&#8217;igiene che secondo molti è la causa della diffusione di malattie della pelle. Le volte in cui medici di organismi umanitari venivano condotti nei centri di detenzione, potevano visitare solo pochi detenuti peraltro troppo impauriti per denunciare i trattamenti subiti. Le medicazioni ricevute venivano sequestrate dalle guardie.</p>
<p><em class="userFormat2">&#8220;L&#8217;Unione europea non può ignorare questi racconti di orrore puro sullo scioccante trattamento inflitto ogni giorno ai cittadini stranieri in Libia. Prima di delineare qualsiasi piano o politica, dovrebbero esserci solide garanzie sul pieno rispetto dei diritti dei migranti e dei rifugiati in Libia: cosa estremamente improbabile nel breve termine&#8221; </em>&#8211; ha commentato Mughrabi.</p>
</div>
<h2 class="viewSottotitolo">Discriminazione religiosa</h2>
<div class="viewPar BLOBAlignJustify">
<p>Nei centri di detenzione libici il rischio di<strong class="userFormat1"> maltrattamenti ai danni di cittadini stranieri di religione cristiana sono in aumento</strong>. Questo è il racconto di Omar, 26 anni, eritreo:<em class="userFormat2"> &#8220;I cristiani li odiano. Se sei cristiano, devi solo pregare Dio che non ti trovino. Se scoprono una croce o un tatuaggio religioso, ti picchiano ancora di più&#8221;. </em></p>
<p>Un ex detenuto della Nigeria ha raccontato di come, nel centro di detenzione di Misurata, i <strong class="userFormat1">detenuti </strong>venissero <strong class="userFormat1">separati in base alla fede</strong>. I cristiani venivano poi frustati: <em class="userFormat2">&#8220;All&#8217;inizio mi dicevo che non avrei mai cambiato la religione anche se mi trovavo in un paese islamico. Poi mi hanno arrestato e mi hanno frustato. La volta dopo ho mentito e ho detto che ero musulmano&#8221;</em>.</p>
<p>Anche Semre, 22 anni, eritreo, trasferito in un centro di detenzione nel gennaio 2016 dopo che la sua imbarcazione era stata intercettata in mare, conferma che i cristiani vengono trattati peggio degli altri: <em class="userFormat2">&#8220;Mi hanno picchiato e preso i soldi. Poi hanno trovato la mia Bibbia, hanno strappato la croce che avevo al collo e le hanno scagliate lontano. Per prima cosa controllano se hai soldi nelle tasche, poi prendono un cavo elettrico e ti frustano&#8221;</em>.</p>
</div>
<h2 class="viewSottotitolo">Sfruttamento, estorsione e cessione ai trafficanti</h2>
<div class="viewPar BLOBAlignJustify">
<p>Le testimonianze raccolte hanno portato Amnesty International a concludere che <strong class="userFormat1">l&#8217;unica speranza che i detenuti hanno di essere rilasciati sta nella fuga, nel pagamento di una somma di denaro o nella cessione ai trafficanti</strong>. Molti subiscono estorsioni, vengono sfruttati o costretti a lavorare gratuitamente, all&#8217;interno di centri di detenzione o all&#8217;esterno, da persone che pagano le guardie.</p>
<p>Daniel, 19 anni, proveniente da Ghana e detenuto in Libia nel 2014, ha raccontato come la sua unica possibilità di porre fine ai pestaggi in detenzione, non avendo soldi a disposizione, fosse quella di evadere: <em class="userFormat2">&#8220;Non avevo soldi così ho dovuto fare lo schiavo per tre mesi: trasportare sabbia e pietre, coltivare. Quando dicevo che avevo fame, si mettevano a urlare. Mi hanno fatto bere acqua mescolata a petrolio o col sale dentro, solo per punirmi. Un giorno mi hanno dato un telefono dicendomi di chiamare a casa per farmi mandare dei soldi. Ma i miei genitori sono morti, non avevo nessuno da chiamare. Allora mi hanno picchiato e per un po&#8217; non mi hanno dato da mangiare&#8221;</em>.</p>
<p>In alcuni casi,<strong class="userFormat1"> i detenuti sono fuggiti o sono stati rilasciati dalle persone per cui lavoravano</strong> all&#8217;esterno, che li hanno anche aiutati a imbarcarsi in cambio del loro lavoro gratuito. In altri casi, <strong class="userFormat1">i trafficanti hanno negoziato il rilascio di detenuti</strong> &#8211; spesso corrompendo le guardie &#8211; così da avere altre persone da imbarcare al costo di circa 1000 dollari ciascuno. In un caso, i trafficanti si sono presentati alla guardie con &#8220;automobili zeppe di prodotti&#8221; in cambio dei detenuti.</p>
<p><em class="userFormat2">&#8220;L&#8217;Europa non può continuare ad abdicare alle sue responsabilità in questa crisi globale dei rifugiati senza precedenti. Per evitare di rendersi complice del ciclo di abominevoli violenze che stanno subendo migranti e rifugiati in Libia, l&#8217;Unione europea dovrebbe concentrare i suoi sforzi nell&#8217;ottenimento di garanzie che la guardia costiera libica porti avanti le sue attività nel rispetto dei diritti umani, che nessun rifugiato o migrante sia sottoposto a detenzione illegale e che, soprattutto, vi siano alternative ai viaggi pericolosi. Questo significa aumentare enormemente il numero dei reinsediamenti in Europa e garantire visti e ammissioni per motivi umanitari&#8221;</em> &#8211; ha concluso Mughrabi.</p>
</div>
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		<item>
		<title>Don Ciotti racconta Lea Garofalo al Festival dei Diritti umani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2016 11:35:54 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-298.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5834" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5834" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-298.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (298)" width="892" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-298.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 892w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-298-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-298-768x432.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 892px) 100vw, 892px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani</i>, media patner del festival che si tiene in questi giorni a Milano, vi propone il primo report di apertura dei lavori. L&#8217;articolo è a cura di Cecilia Grillo</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-296.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5836" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-5836 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-296.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (296)" width="533" height="300" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-296.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 664w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-296-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 533px) 100vw, 533px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Oggi, 3 marzo 2016, in Triennale, in apertura del Festival dei Diritti Umani, è stato presentato il film su Lea Garofalo, donna e madre coraggiosa che ha rinunciato alla propria vita per riaffermare la legalità. La regia del film è di Marco Tullio Giordana,un film sul coraggio delle donne che si ribellano alla mafia. Alla presentazione è intervenuto Don Luigi Ciotti, fondatore dell’Associazione Libera contro i soprusi delle mafie in tutta Italia.</p>
<p>Il film tratta della storia di Lea Garofalo, testimone di giustizia sottoposta a protezione dal 2002, che decise di testimoniare sulle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco. Il 20 novembre 2009 Cosco attirò l’ex compagna a Milano con la scusa di parlare del futuro della figlia Denise e Lea venne qui uccisa.</p>
<p>Don Ciotti si riferisce a Lea come a una donna coraggiosa, che ha sfidato l’andrangheta e le convezioni; ci tiene a sottolineare come il suo sacrificio non sia stato dimenticato.</p>
<p>In risposta alle domande che gli vengono poste, Don Ciotti parla del suo passato e racconta di come è iniziato il rapporto con il mondo della povertà, della droga e della strada che lo ha condotto alla fondazione del Gruppo Abele e Libera.</p>
<p>Luigi Ciotti ha diciassette anni quando, sulla strada per recarsi a scuola, incontra spesso un senzatetto, si tratta però di un personaggio strano, legge sempre e sottolinea in blu e in rosso i libri che legge. Luigi ai tempi frequenta la parrocchia, dove si parla di tematiche relative alla povertà, ma vorrebbe un contatto diretto e decide di conoscere quel senzatetto che vede tutte le mattine intento nella sua lettura. Si propone di offrirgli un caffè, ma l&#8217;uomo non risponde. Dopo molta insistenza il dodicesimo giorno accetta il suo invito.</p>
<p>Scopre così che quel “barbone” in passato era un medico; durante uno dei loro incontri gli racconta che si è accorto che i ragazzi che frequentano il bar di fronte sono soliti prendere dei farmaci, della droga, che mischiano con l’alcool, li definisce “bombe”.</p>
<p>Il senzatetto poco tempo dopo muore e questo evento porta Don Luigi ad interessarsi alla lotta contro la circolazione della droga; inizia ad avere la piena coscienza che non si devono lasciare sole le realtà di mafia: nasce così <i>Libera</i>.</p>
<p>“Sono presenti 1.600 associazioni, 5.000 scuole hanno aderito, l’80% delle facoltà italiane hanno firmato protocolli sottoscritti da Libera. Libera è una realtà difficile perché ci sono le associazioni criminali mafiose, gli amici dei mafiosi, quelli che lottano contro questi fenomeni (…) in questo percorso ho conosciuto anche Lea Garofalo” le parole di Don Ciotti .</p>
<p>La Chiesa ci dice di perdonare, ma quando si sente di situazioni di mafia e del Papa che ha scomunicato i mafiosi come facciamo a perdonare? Secondo Don Ciotti la Chiesa non va a cancellare il percorso della giustizia: se faccio del male agli altri oltre che a me stesso, devo rispondere alla legge.</p>
<p>Don Ciotti fa riferimento al Papa: riporta le sue parole sottolineando come il perdono di Dio non ha confini, Dio chiede ai suoi di essere misericordiosi, senza sovrastare la giustizia che persegue i reati. C’è una giustizia terrena, ci sono delle leggi e dei percorsi, ma quella giustizia prevede che chi ha sbagliato prenda coscienza e si assuma le proprie responsabilità.</p>
<p>Risulta così lampante la funzione rieducativa della giustizia, per cui le persone si prodigano per aiutare gli altri; Don Ciotti fa notare come spesso in carcere si recano gli stessi familiari delle vittime innocenti dei crimini di mafia.</p>
<p>Racconta il caso di una donna, di una madre, che ha incontrato nel cortile di un carcere minorile; la donna gli spiega che il ragazzo che li stava raggiungendo era l’assassino di suo figlio, ma notando le condizioni penose in cui è nato e vissuto, la situazione della sua famiglia, lei e il marito decisero di perdonarlo, in nome di un atto di giustizia e amore.</p>
<p>La donna si congeda dicendogli che nel rispetto del percorso della giustizia si recano loro a trovarlo perché il ragazzo è solo e quando uscirà ci saranno sempre loro ad aspettarlo.</p>
<p>Continuando l&#8217;incontro, Don Ciotti racconta di come ha conosciuto Lea Garofalo dopo una conferenza a Firenze e lei chiede aiuto per se stessa e per la figlia.</p>
<p>Lea era assolutamente convinta che se si fosse recata presso l’abitazione dell’ex marito, accompagnata dalla figlia Denise, Cosco, l’ex compagno, non l’avrebbe toccata. Don Ciotti e altri membri di Libera l’hanno scongiurata di non andare, ma la sua unica risposta è stata di occuparsi di Denise nel caso lei non fosse tornata.</p>
<p><a name="_GoBack"></a>Successivamente la parola passa a Vanessa Scalera, coprotagonista del film Lea, che sottolinea come l’incontro con la figura di Lea e con Marco Tullio sia stato centrale per la sua vita. “Lea è rimasta dentro di me e non è lavoro, è altro…” così si esprime l’attrice. L’altra figura principale del film è Linda Caridi, che sottolinea come, grazie allo studio di questa storia, sia riuscita a capire cosa significasse crescere peregrinando fra pochi porti sicuri, sempre alla ricerca di una nuova identità grazie alla quale poter vivere una nuova vita.</p>
<p>A fine conferenza la parola torna a Don Ciotti che fa riferimento ad altri episodi di mafia in cui persone innocenti e forti sono state vittime: il caso di Don Peppino, che pochi giorni prima di morire aveva chiesto a Don Ciotti di andare a parlare ai ragazzi della sua parrocchia, o il caso di Don Pino Puglisi. Mentre prima gli uomini d’onore rispettavano la Chiesa,ora sempre di più gli uomini d’onore mandano messaggi chiari e diretti anche agli uomini di chiesa.</p>
<p>Don Ciotti conclude citando un rapporto della Banca di Italia di tre anni fa, secondo il quale è elevatissimo il tasso di corruzione in Italia: secondo lui corruzione e mafia nel nostro Paese sono due facce della stessa medaglia, sono i parassiti della nostra società!</p>
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		<title>Ma non si può morire un po&#8217; alla volta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Apr 2016 13:53:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Alidad Shiri I 240 profughi senza alloggio a Bolzano rischiano di essere ancora piu’ dimenticati dopo gli attentati di Bruxelles.Si tratta di uomini giovani provenienti dall’Afghanistan,Pakistan, Iraq,Siria,Paesi africani, che sono giunti a&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/th-47.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5604" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5604" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/th-47.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (47)" width="300" height="203" /></a><br />
di Alidad Shiri</p>
<p>I 240 profughi senza alloggio a Bolzano rischiano di essere ancora piu’ dimenticati dopo gli attentati di Bruxelles.Si tratta di uomini giovani provenienti dall’Afghanistan,Pakistan, Iraq,Siria,Paesi africani, che sono giunti a Bolzano da alcuni mesi,non inviati qui secondo le quote previste dal governo italiano, ma arrivati personalmente,probabilmente attraverso la rotta balcanica. Hanno fatto tutti regolarmente da tempo la domanda di protezione internazionale in Questura. Li ho visti per strada, senza alcuna dimora fino alla fine<br />
di dicembre, che vivevano sotto un ponte del Talvera a temperatura rigida. Alla fine dell’anno sono stati accolti in uno dei cosiddetti centri di “emergenza freddo”. Ma la situazione e’ sempre difficilmente vivibile. Infatti possono rimanere solo nelle ore notturne,hanno<br />
diritto ad un solo pasto caldo al giorno, senza assistenza sanitaria.</p>
<p>Alcuni di loro ho visto che portano ancora i segni di ferite non curate. Certi sono anche distrutti psicologicamente, parlando con loro lo si capisce. Qualcuno per arrivare qui mi ha raccontato che ha perso in mare quasi tutti i propri famigliari.</p>
<p>Sono testimone di queste grandissime sofferenze che ne’ la gente di Bolzano  ne’ i politici che dovrebbero aiutarli possono immaginare. Mi sono rivolto alle autorità competenti, sia a livello locale che internazionale, facendo conoscere questa situazione anche ai rappresentanti delle Nazioni Unite. Il Presidente provinciale Arno Kompatscher, che mi conosce e sa bene la mia storia, il lungo percorso formativo che ho sostenuto in questi anni, ovviamente con il sostegno<br />
di persone della società civile, come lui sottolineava in un’intervista di un giornale locale in lingua tedesca, mi ha risposto dicendomi che in Giunta conoscono la situazione da me descritta e stanno facendo il possibile per porvi rimedio. Nella mia lettera gli dicevo che in questi anni ho continuato a girare,in varie parti d’Italia ( da Siracusa a San Candido) ho trovato sempre tanta sensibilità in giovani, adulti, bambini, e mai avrei pensato di<br />
scoprire proprio nella città di Bolzano una situazione cosi’ disumana.</p>
<p>La mia non voleva essere una critica personale, ma un incoraggiamento a superare da politico i condizionamenti che lo possono frenare, come i timori che standard buoni di accoglienza per tutti attirino qui molta piu’ gente.</p>
<p>Penso che la mia storia di accoglienza ( quasi unica) possa essere come un  modello per dire che l’accoglienza di profughi non e’ un peso ma una risorsa. Oggi vorrei sottolineare ancora una volta come la soluzione di questo problema e’ molto urgente. Sentire dire da<br />
qualcuno dei rifugiati “Era meglio morire nel mio Paese sotto i bombardamenti, perche’ morivi una volta per tutte, mentre qui muori un po’ alla volta”, vuol dire che siamo al limite della sopportazione.</p>
<p>E’ importante che comprendano questo anche il Commissariato del Governo e il Comune di Bolzano. E’ calpestata la dignità di esseri umani.</p>
<p>Non basta sollecitare il Governo Italiano, come e’ stato fatto, ad intervenire,,occorre che gli Enti Locali facciano un ulteriore passo per trovare soluzioni degne per esseri umani. Non e’ possibile<br />
continuare a non avere un progetto che li accompagni per la loro integrazione,non e’ possibile dovere vagabondare per la città portandosi dietro il loro povero bagaglio fino alla sera, non potere andare da un medico se stanno male, fare digiuno con un solo pasto alla sera.</p>
<p>SOS, aiuto per i 240 profughi non considerati, invisibili a Bolzano!<br />
Per favore diffondete come potete questo appello perché la<br />
cittadinanza si renda conto che tra di loro ci sono persone che hanno<br />
estremo bisogno di aiuto. Non siamo al confine tra Grecia e Macedonia<br />
e nemmeno nei campi del Libano, ma in una ricca città capoluogo.<br />
Eppure qui ormai da diversi mesi persone che sono riuscite a fuggire<br />
da guerre, torture, persecuzioni e situazioni impossibili di vita non<br />
trovano un minimo di accoglienza, nonostante abbiano fatto in Questura<br />
la loro domanda di protezione internazionale. Ho già denunciato questa<br />
situazione ottenendo risposte evasive. Niente si muove. E&#8217; una partita<br />
a ping pong, si fanno sempre richieste ad altri. Nessuno si cura di<br />
loro, anche se non muoiono di fame. Nemmeno l&#8217;assistenza medica per<br />
ora è garantita. L&#8217;UNHCR riferisce che in Canada sono stati accolti in<br />
pochi mesi 26000 rifugiati e l&#8217;accoglienza per 9.000 di loro è stata<br />
finanziata dai cittadini. Qui i soldi dei cittadini finiscono nei<br />
vitalizi di alcuni ex consiglieri che godono di un cifra di 1 milione<br />
di euro a testa. Non si trovano però mezzi e risorse per finanziare<br />
un&#8217;emergenza umanitaria. Siccome questi migranti non creano problemi<br />
di ordine pubblico e&#8217; come non esistessero. Ma per quanto? Per fortuna<br />
è in funzione una rete di volontariato che si occupa di rispondere ad<br />
esigenze minime, ma l&#8217; Ente pubblico è latitante.</p>
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		<title>L&#8217;attenzione su Bahar Kimyongur</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 23 Nov 2013 06:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[attivista]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
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		<category><![CDATA[Turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una notizia passata in secondo piano, forse solo per gli “addetti ai lavori”; un nome poco conosciuto. Ma bisogna, invece, parlarne: parlare del caso di Bahar Kimyongur, un attivista turco-belga, vittima della prima applicazione,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Una<br />
notizia passata in secondo piano, forse solo per gli “addetti ai<br />
lavori”; un nome poco conosciuto. Ma bisogna, invece, parlarne:<br />
parlare del caso di Bahar Kimyongur, un attivista turco-belga,<br />
vittima della prima applicazione, su suolo europeo, del regime di<br />
paura affermatosi dopo la tragedia delle Torri Gemelle, a New York,<br />
nel 2001. L&#8217;accusa era quella di far parte di un gruppo comunista<br />
turco legato ad organizzazioni terroristiche.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Arrestato<br />
e rilasciato più volte, Kimyongur denuncia a viso aperto la politica<br />
repressiva del Presidente turco Erdogan e l&#8217;ingerenza della NATO in<br />
Siria.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Pochi<br />
giorni fa, l&#8217;attivista è arrivato in Italia per partecipare a due<br />
incontri pubblici, a Monza e a Padova, proprio per parlare<br />
dell&#8217;ingerenza della Turchia nella complessa situazione siriana, ma –<br />
atterrato all&#8217;aereoporto di Bergamo – è stato prelevato dalla<br />
Digos e portato in carcere. Non sono ancora chiari i motivi.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Kimyongur<br />
rischia l&#8217;estradizione in Turchia: per evitare questo, il Collettivo<br />
Tazebao, che aveva organizzato gli incontri, ha scritto un comunicato<br />
e molti si stanno attivando per cercare notizie e organizzare<br />
iniziative di solidarietà.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Riportiamo,<br />
di seguito, un articolo di Bahar Kimyongur (pubblicato anche su<br />
<a href="mailto:ap0ti@blogspot.it">ap0ti@blogspot.it</a>)</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p><b><a href="http://ap0ti.blogspot.it/2013/04/bahar-kimyongur-lille-martine-aubry.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Bahar<br />
Kimyongür: a Lille, Martine Aubry censura un dibattito sulla Siria‏</a></b><br />
&nbsp;</p>
<p>
Le<br />
 shabbiha (*) di Fabius e Hollande hanno colpito ancora: nuovo<br />
 attentato alla libertà d&#8217;espressione di cui la “patria dei<br />
 diritti umani” è ormai la campionessa.<br />
 </p>
<div dir="LTR" id="post-body-607515479335545145">
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Sabato<br />
 scorso, 6 aprile, la sala comunale Philippe Noiret nel quartiere<br />
 Wazemmes di Lille, avrebbe dovuto ospitare una conferenza sulla<br />
 Siria, organizzata dalla Coordinazione Comunista e il Fronte di<br />
 Sinistra, con lo scienziato franco-siriano Ayssar Midani – e il<br />
 sottoscritto – come ospiti.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Qualche<br />
 giorno prima, un oscuro gruppo che si proclamava “antifascisti<br />
 senza patria o frontiera” ha lanciato un appello al sabotaggio<br />
 della conferenza.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Nel<br />
 loro lobbying a favore della censura, i sedicenti “antifa” ci<br />
 accusano di scendere a patti con il diavolo, ovvero i regimi di<br />
 Damasco e Tehran: in altre parole, i nemici principali d&#8217;Israele.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Visto<br />
 il numero di dittature detestabili che sterminano popolazioni intere<br />
 per consolidare il loro dominio – a cominciare dai “nostri”<br />
 capi di stato – noi riteniamo che la scelta di prendersela<br />
 esclusivamente con la Siria e con l&#8217;Iran non sia frutto del caso.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
 confondere la pista, gli pseudo-antifasciti non esitano a tuffarsi<br />
 nella demagogia, accusando i partecipanti alla nostra conferenza di<br />
 essere “dei PR a servizio delle dittature”, dei “rosso-bruni”e<br />
 dei “nazbol”, contrazione di nazisti e bolscevichi. I martiri di<br />
 Stalingrado e i più di venti milioni dei loro compatrioti<br />
 apprezzeranno di essere amalgamati con i loro invasori e boia.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Alla<br />
 fine, la campagna diffamatoria lanciata da questi provocatori senza<br />
 né patria, né frontiera, né volto, né coraggio, né cervello ha<br />
 conseguito il suo traguardo.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
 signora Aubry, sindaco di Lille, ha in effetti probito la conferenza<br />
 “per ragioni di sicurezza”.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Volendo<br />
 assicurarsi che nessuna voce dissidente sulla Siria si esprimesse<br />
 nelle sue sale, la “maccarthyana” Aubry ha persino fatto<br />
 cambiare le serrature delle porte nella sala Philippe Noiret,<br />
 sapendo che gli organizzatori dell&#8217;evento avevano precedentemente<br />
 ricevuto un&#8217;autorizzazione e disponevano quindi delle chiavi.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Ma<br />
 grazie al senso pratico di alcuni militanti, e alla generosità di<br />
 un negoziante curdo, la nostra conferenza si è potuta finalmente<br />
 tenere, in un ristorante di kebab alla periferia di Lille.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Malgrado<br />
 le eccezionali condizioni d&#8217;organizzazione, circa 80 persone hanno<br />
 potuto comunque riunirsi, informarsi e intervenire sulle alternative<br />
 riguardo alla risoluzione del conflitto siriano.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Non<br />
 era la prima volta che un dibattito aperto, critico e<br />
 contraddittorio sulla Siria veniva censurato in questo modo<br />
 dall&#8217;Inquisizione di matrice sionista.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Venerdì<br />
 primo marzo 2013, gli amici svizzeri dei nostri indomiti<br />
 “antifa”avevano manifestato contro la nostra conferezna sulla<br />
 Siria a Ginevra sulla base di una grottesca diceria di collusione<br />
 con l&#8217;estrema destra (vedere:<br />
 <a href="http://www.silviacattori.net/article4287.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.silviacattori.net/article4287.html?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>).</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Non<br />
 molto tempo fa eravamo accusati di essere talibani per aver<br />
 denunciato la guerra in Afghanistan, agenti di Saddam per aver<br />
 parlato contro la guerra in Iraq e “gheddafisti” per aver<br />
 militato contro l&#8217;invasione della Libia.</div>
<div align="JUSTIFY" lang="it-IT" style="margin-bottom: 0cm;">
Anche<br />
 la minima simpatia che manifestiamo nei confronti della resistenza<br />
 palestinese o libanese è tacciata di antisemitismo.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Al<br />
 debutto di ogni campagna guerrafondaia, siamo sempre accusati di<br />
 collusione con il nemico da gruppuscoli clandestini che se la<br />
 giocano da ribelli libertari, ma i cui atti e parole servono<br />
 indefinitiva solo a rafforzare la legge del piùforte.</div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
Teniamo<br />
 ancora una volta ad avvertire i nostri detrattori che le minacce non<br />
 ci impediranno nédi denunciare le guerre che gli altri padroni<br />
 impongono alla Siria, nédi militare per una risoluzione pacifica e<br />
 politica del conflitto nel paese.<br />&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div align="JUSTIFY" style="margin-bottom: 0cm;">
(*)<br />
 Il termine shabbiha designa gli ausiliari dell&#8217;esercito siriano che<br />
 combattono l&#8217;insurrezione anti-baathista. Il termine però sembra<br />
 convenire sempre più agli ausiliari degli eserciti NATO che<br />
 combattono contro i militanti anti-imperialisti.</p>
<p>Articolo<br />
 originale: <a href="http://www.michelcollon.info/Lille-Martine-Aubry-censure-un.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Lille<br />
 : Martine Aubry censure un débat sur la Syrie</a><br /><a href="http://www.michelcollon.info/_Bahar-Kimyongur%2C6303_.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Bahar<br />
 Kimyongür</a>
 </div>
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2013/11/23/lattenzione-su-bahar-kimyongur/">L&#8217;attenzione su Bahar Kimyongur</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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