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	<title>dittatore Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina: i diritti negati&#8221;: Hasta siempre!</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Nov 2016 07:52:02 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Mayra Landaverde</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per tutti quelli che hanno ancora nella mente un&#8217; idea romantica delle rivoluzioni, oggi è una giornata particolare.</p>
<p>E lo sapevamo che doveva capitare anche a lui.</p>
<p>Così , il 25 novembre 2016 è morto Fidel Castro.</p>
<p>Io credo che tanti compagni fossero arrabbiati con lui, disincantati.</p>
<p>Ma come non tenere conto di tutto quello che ha fatto? Nel bene e nel male.</p>
<p>Sì, anche nel male perché, diciamoci la verità, era un dittatore.</p>
<p>Ma ha anche cacciato via Fulgencio Batista e ha tenuto la fronte in alto davanti a ben 11 presidenti degli Stati Uniti. L’impero, la potenza degli Stati Uniti.</p>
<p>Noi messicani abbiamo sempre avuto una relazione di profonda amicizia col popolo cubano con alcuni momenti difficili, certo.</p>
<p>Come dimenticare l’episodio del “dopo pranzo te ne devi andare”.</p>
<p>Nel 2002, l’allora presidente del Messico, Vicente Fox Quesada, ospite di un vertice regionale cui avrebbero partecipato George Bush e Fidel Castro, aveva telefonato al leader cubano per chiedere di andarsene dopo pranzo per non importunare il presidente statunitense. Questione che finì con l’espulsione degli ambasciatori di entrambi i Paesi.</p>
<p>Le relazioni diplomatiche si sarebbero regolarizzate anni dopo sotto il mandato di Felipe Calderon Hinojosa.</p>
<p>In ogni caso l’amicizia che unisce il Messico e Cuba arriva da molto prima. Quando Fidel non era ancora Comandante en Jefe Revolucionario.</p>
<p>Fidel Castro arrivò in Messico nel mese di luglio 1955 su un aereo DC-6 da due motori. Era un volo commerciale, atterrò a Mérida prima e, dopo diverse soste, a Veracruz. Da lì viaggiò in autobus a Città del Messico.</p>
<p>Le sue impressioni sul Messico:</p>
<p>“Erano chiare due cose: l’orgoglio della rivoluzione e un senso di ostilità nei confronti degli Stati Uniti molto più grande di quello esistente a Cuba.<br />
Nonostante tutto quello che aveva fatto la rivoluzione messicana la maggioranza della popolazione viveva in povertà. Questo poteva essere visto ad occhio nudo. Le condizioni di vita erano dure, più dure di un operaio cubano in città o in campagna.</p>
<p>I messicani avevano le loro preoccupazioni quotidiane. E sicuramente non erano i problemi di Cuba. Inizialmente avevamo pensato di raccogliere fondi con la collaborazione della popolazione, ma non siamo riusciti a raccogliere tutti i soldi nè tutti gli uomini di cui avevamo bisogno.”</p>
<p>E aveva ragione, la nostra rivoluzione non aveva dato i frutti che la loro avrebbe dato.</p>
<p>Nonostante le difficoltà che ha trovato nei primi mesi di esilio nel mio Paese, Fidel è riuscito a preparare molto bene l’inizio della Revoluciòn Cubana.</p>
<p>Una sera, in una delle case di sicurezza dove vivevano i rivoluzionari cubani, gli hanno presentato un giovane argentino. Ernesto Guevara de la Serna. Il resto della storia la conosciamo tutti.</p>
<p>Chiamatemi come volete ma io scelgo, e forse sbaglio, di rimanere con quel Fidel . Con quello che ha fatto di Cuba un’isola dove tutte e tutti sapevano leggere e scrivere, dove la sanità era gratuita e dove la cultura ha sempre un posto in alto alle priorità.</p>
<p>Hasta siempre.</p>
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		<title>“Non siamo stati noi”: l&#8217;indagine per Giulio Regeni</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2016 11:43:44 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>di Amedeo Ricucci (che ringraziamo tantissimo per la disponibilità)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Non siamo stati noi”. Il generale Al Sisi lo ripete senza sosta da quasi tre mesi, ma in Egitto come in Italia non gli crede quasi nessuno. E’ in primo luogo il corpo martoriato di Giulio a smentirlo, quelle sevizie e quelle torture inflitte da mani esperte e senza scrupoli, che sono una firma chiara e inequivocabile, delle forze di polizia o degli apparati di sicurezza. E lo smentisce poi la pseudo-inchiesta imbastita per trovare i responsabili di quella morte orribile: l’accavallarsi cioè di ipotesi ridicole e fantasiose – prima l’incidente stradale, poi il delitto a sfondo sessuale, infine la rapina finita male – che sono crollate una dopo l’altra, perché non c’era nessuna prova a sostenerla.   <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5305" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5305 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (29)" width="91" height="105" /></a></p>
<p>Il presidente egiziano è però abituato a mentire. E lo fa sempre in maniera spudorata, anche quando c’è l’evidenza a smentirlo. In più, è fissato con i “complotti”, di cui infioretta la sua narrativa politica, sperando di compattare il suo popolo in nome dell’orgoglio nazionale. Secondo lui c’è “gente cattiva” in Egitto che ha approfittato del caso Regeni per accusare i suoi servizi segreti e screditare il governo. Ma quello che è ancor più grave – ha aggiunto –  è che gli italiani hanno creduto a queste bugie.</p>
<p>Nel mirino di Al Sisi ci sono soprattutto gli attivisti e le associazioni per i diritti umani che sul caso Regeni si sono mobilitati fin dall’inzio, all’insegna dello slogan “Giulio è uno di noi”, con cui la terribile sorte toccata al giovane ricercatore italiana veniva accomunata a quella delle migliaia di egiziani spariti, arrestati, torturati e uccisi sotto la presidenza di Al Sisi. Giorno dopo giorno si moltiplicano</p>
<p>gli hastag, le pagine Facebook e i gruppi che hanno “adottato” Giulio Regeni e l’hanno trasformato nel nuovo simbolo della protesta politica e sociale.</p>
<p>Difficile capire come andrà a finire. E’ vero infatti che il regime egiziano non può permettersi la verità sul caso Regeni, perché mai al mondo è successo che uno stato di polizia abbia sconfessato i propri apparati di sicurezza, che sono il collante del suo potere. Ma è vero anche che se continuano le pressioni internazionali – dell’Italia, ma anche degli altri Paesi occidentali – nessuna verità di comodo potrà mai risultare sufficiente, se non altro perché dovrà passare al vaglio degli investigatori italiani e degli organismo internazionali. E’ un <em>cul de sac</em> che Al Sisi si sarebbe risparmiato volentieri, frutto però delle sue ripetute menzogne.</p>
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		<title>Massacro in Eritrea</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Apr 2016 06:48:16 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Gabriel Tzeggai            (Archivio delle memorie migranti)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tra i sostenitori del regime dittatoriale di Isaias Afewerki, coloro a cui rimane ancora un minimo di umanità e logica, non possono avere più motivo per sostenerlo. Essi dovrebbero unirsi alla nostra indignazione e denunciare insieme a noi questo ennesimo massacro perpetrato dal regime eritreo. I governi e i partiti europei che, ignorando le palesi e sistematiche violazioni di diritti umani di questo regime, hanno voluto comunque incoraggiarlo nelle sue politiche scellerate e si sono adoperati nel garantirgli ingenti fondi dell’Unione europea, non possono più fingere di non conoscere l’entità della sua ferocia.</p>
<p>Una ferocia che noi eritrei abbiamo conosciuto per più di due decenni e che domenica scorsa, 3 aprile 2016, si è mostrata in tutta la sua bestialità.</p>
<p>In questa data, soldati dell’esercito eritreo hanno aperto il fuoco contro delle giovani reclute e civili, uccidendo un numero ancora imprecisato di persone. Alcune fonti indicano 6 morti, tra cui una donna, e parecchi feriti.</p>
<p>Il fatto è successo mentre un convoglio di reclute, proveniente dal bassopiano occidentale e diretto verso Assab, transitava per Asmara. Appena arrivati nella prima periferia di Asmara, nella zona di Mai Temenai, due reclute sono saltate dal camion ma sono state immediatamente uccise.</p>
<p>Il convoglio, che viaggiava con precisi ordini di non fermarsi per alcun motivo, ha continuato il suo percorso ma appena arrivato nella zona centrale del mercato, altre reclute sono fuggite saltando dai camion. Le guardie hanno aperto il fuoco indistintamente contro i fuggiaschi e i civili che si trovavano là.</p>
<p>A rendere ancora più grave questo gesto criminale è stato il fatto che, seguendo gli ordini di non fermarsi per alcun motivo, uno degli autocarri è passato deliberatamente sopra il corpo di un giovane che, caduto saltando dal camion davanti, era rimasto privo di sensi.</p>
<p>La folla infuriata ha reagito scagliando pietre agli autocarri e durante lo scontro un automezzo della polizia che era intervenuta è stato distrutto.</p>
<p>Non si sa esattamente quanti siano i feriti. In seguito all’incidente, l’accesso all’ospedale Orota è negato al pubblico L’esercito ha effettuato delle perquisizioni a tappeto durante tutta la notte e dozzine di persone sono state arrestate.</p>
<p>Bisogna ricordare che in Eritrea l’esercito ha ordini precisi di sparare a vista su reclute che tentano di disertare e questa non è la prima volta che giovani eritrei vengono massacrati in questo modo.</p>
<p>Bisogna soprattutto ricordare che in Eritrea vige un sistema di coscrizione forzata e che tutta la società è militarizzata. Giovani e anziani, uomini e donne, sono al servizio militare a tempo indeterminato in un sistema che equivale a schiavitù. Molti di loro lo sono dal 1998, cioè da ben 18 – diciotto – anni! Intrappolati in tale terribile situazione e senza alcuna speranza di avere un futuro libero, i giovani non hanno altra alternativa che fuggire. È una reazione naturale ed inevitabile.</p>
<p>Il massacro di oggi ci ricorda quello di Adi Abeto, dove, nel 2004, più di 20 giovani morirono sotto il fuoco dell’esercito di Isaias. Ci ricorda pure il massacro di tredici minori uccisi dal regime nel mese di settembre 2014 mentre tentavano di attraversare il confine sudanese. È inoltre inevitabile ricordare i tantissimi giovani uccisi in modo simile lungo i confini, tutti in fuga da questo inumano sistema dittatoriale. Come scordare poi il massacro dei veterani invalidi a Mai Habar nel luglio 1994?</p>
<p>Noi, come esseri umani, non possiamo ignorare che il regime di Isaias compie in maniera sistematica arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, esecuzioni extragiudiziali, persecuzione religiosa. Tutta la società eritrea è consapevole di questi crimini. Il regime di Isaias è anche sotto inchiesta delle Nazioni Unite per CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ. Nonostante tutto ciò, alcuni sostenitori del regime hanno finora negato tali crimini. Nonostante tutto ciò, vari governi europei continuano a tenere gli occhi chiusi.</p>
<p>Ci sono però dei momenti storici e delle situazioni davanti alle quali ogni persona che si definisca essere umano e ogni governo o forza politica che si autodefiniscano onesti sono tenuti ad indignarsi e condannare. Il massacro di Asmara del 3 aprile richiede che lo si faccia a voce chiara e alta.</p>
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