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	<title>divieto Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>E&#8217; vietata la tortura: nuovo report dell&#8217;associazione Antigone</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jun 2023 08:44:14 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>Oggi pubblichiamo un approfondimento tratto dal nuovo report di associazione Antigone dal titolo: &#8220;E&#8217; vietata la tortura&#8221;.</p>



<p>In calce, potrete leggere molto altro del rapporto uscito nei giorni scorsi. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="538" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17005" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1024x538.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-768x404.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB-1536x807.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Antigone2023_TorturaB.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2000w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h4></h4>



<h4>La rigida separazione tra donne e uomini in carcere. “Cose di un altro mondo”</h4>



<p> di Valeria Polimeni </p>



<p></p>



<p>Che il carcere costituisca una sorta di “mondo a sé” non è certo una novità: in quanto istituzione totale, esso è infatti caratterizzato da precise e peculiari regole che scandiscono minuziosamente la vita dei detenuti, intente, almeno in teoria, ad assicurare l’ordine e la sicurezza interna. Ma se la particolare durezza di tali norme e pratiche può trovare giustificazione nelle specifiche caratteristiche che differenziano il contesto penitenziario dalla comunità libera, non sempre la diversa regolazione della vita delle persone ristrette rispetto a quelle libere appare a priori ragionevole.</p>



<p>Solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo</p>



<p>È il caso, per esempio, di quella prassi, riscontrata nella maggior parte degli istituti penitenziari lombardi ospitanti donne e uomini, di mantenere una rigida separazione tra detenuti di sesso opposto nella gestione della vita penitenziaria quotidiana. Guardando, infatti, ai dati relativi alle visite svolte durante l’attività dell’Osservatorio di Antigone effettuate su tutto il territorio nazionale nel corso dell’anno 2022 emerge come i momenti trattamentali intramurari comuni tra donne e uomini ristretti siano molto scarsi: solo nel 10% degli istituti penitenziari a “composizione mista” si registrano attività in comune di tipo formativo, professionalizzante, culturale o sportivo (seppure in miglioramento in confronto all’anno precedente, rispetto al quale il tasso di istituti visitati con sezioni femminili in cui erano previste attività “miste” si attestava al 4,3%).</p>



<p>Questi dati nazionali risultano confermati anche nella più circoscritta realtà lombarda: nelle case circondariali di Milano San Vittore e Como e nella casa di reclusione di Vigevano, ad esempio, non si rilevano momenti di “socialità mista” tra detenuti di sesso opposto. Circostanza che vale anche per gli istituti di Bergamo e Brescia-Verziano, fatta eccezione per le rare occasioni di incontro che riguardano solamente le attività teatrali nel primo caso e quelle scolastiche nel secondo. Anche se è interessante notare come nella casa di reclusione di Brescia sia prevista la possibilità per donne e uomini di prestare attività lavorativa presso una cooperativa per il confezionamento di cialde di caffè, ma su turni rigorosamente separati. Singolare risulta poi l’esperienza della casa di reclusione di Bollate, in cui, rispetto al passato, si riscontra oggi una maggiore chiusura all’integrazione tra donne e uomini nelle attività trattamentali miste. Le uniche opportunità che si muovono in tal senso sono attualmente costituite dal progetto “Commissione cultura”, formato da una persona detenuta per ogni reparto (compreso quello femminile) e deputato ad organizzare la realizzazione di progetti e attività culturali da svolgersi in istituto, nonché dal progetto “Redazione Carte Bollate”, che vede impegnati settimanalmente donne e uomini detenuti insieme. Dal punto di vista professionale e lavorativo poi solo nell’attività di call center è prevista una partecipazione mista di (tre) donne e uomini detenuti. Inoltre, nella seconda casa di reclusione di Milano la possibilità di svolgere colloqui privati tra detenuti di sesso opposto richiede, secondo una curiosa prassi ormai consolidata nel tempo, che tra i medesimi vi sia stato un precedente periodo di scambio epistolare di almeno quattro mesi (di cui due con bollo affrancato e due senza).</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini.</p>



<p>Questi sporadici progetti costituiscono però una vera e propria eccezione. Nelle strutture penitenziarie promiscue la regola di fondo rimane, infatti, quella della ferrea separazione tra donne e uomini, a fronte di quanto previsto dall’art. 14, co. 6, ordin. penit., secondo cui, com’è noto, le donne devono essere ospitate in istituti separati da quelli maschili oppure in apposite sezioni di questi ultimi.</p>



<p>«Uomo in sezione!»</p>



<p>A conferma della permanenza di questa tradizionale prassi, fanno riflettere lo stupore e l’imbarazzo del personale penitenziario – spesso percepiti durante le suddette visite sul territorio lombardo – di fronte alla richiesta di informazioni circa le possibilità di socialità intramurarie tra donne e uomini detenuti nel medesimo istituto, quasi come se si trattasse di domande dal contenuto scandaloso. Non solo, in alcuni casi questa angoscia tra gli operatori penitenziari nel gestire la popolazione detenuta nel rapporto con l’altro sesso non sembra rivolta solo alla parte maschile della popolazione ristretta, ma anche nei confronti delle persone di sesso maschile provenienti dalla comunità esterna. Invero, in occasione di alcune visite condotte insieme ad altri volontari di Antigone di entrambi i sessi, si è avvertito un certo senso di ansia tra gli educatori e il personale di polizia penitenziaria che ci ha accompagnato durante l’attività di osservazione quando ad entrare in contatto con le detenute della sezione femminile dell’istituto fossero volontari uomini. Ciò si è reso evidente dal “grido di allarme” che in quella circostanza ha preceduto l’entrata in reparto della componente maschile del gruppo: «Uomo in sezione!».</p>



<p>Questa prassi, se può costituire ordinaria amministrazione per gli addetti al mestiere, appare però inconsueta a chi, da esterno, osserva i meccanismi propri delle istituzioni totali, soprattutto perché, in quelle occasioni, un medesimo segnale non è stato rilasciato quando lo stesso gruppo di volontari (donne e uomini) si è recato nelle sezioni maschili dell’istituto; né tale pratica è stata osservata in altri istituti lombardi con sezioni femminili quando a svolgere la visita era una delegazione di volontarie formata interamente da donne.</p>



<p>Ebbene, queste non rare reazioni dimostrano quanto nel mondo penitenziario sia ancora inimmaginabile garantire alcuni diritti e libertà, che sono invece pienamente affermati al di fuori delle mura del carcere. Ci si riferisce, ovviamente, a quella sfera di «diritti sommersi», tra cui, anzitutto, il diritto all’affettività e sessualità in carcere, il quale, dopo la nota sentenza costituzionale n. 301/2012, è oggi nuovamente tornato in auge a seguito della recente questione di legittimità costituzionale, sollevata dal magistrato di sorveglianza di Spoleto, dell’art. 18 ordin. penit. nella parte in cui non prevede che al detenuto sia consentito, quando non vi siano ragioni di sicurezza, lo svolgimento di colloqui intimi (anche a carattere sessuale) con la persona convivente non detenuta, stante il controllo a vista da parte del personale di custodia. Antigone è peraltro entrata nel giudizio presentando un proprio atto di intervento.</p>



<p>È chiaro che quella resistenza del nostro legislatore e dell’Amministrazione penitenziaria a riconoscere momenti e spazi di socialità tra donne e uomini ristretti nel medesimo istituto penitenziario è riscontrabile ancora di più nell’assenza di luoghi e istituti giuridici che garantiscano alla popolazione penitenziaria (maschile e femminile) il diritto all’affettività con i propri cari. Da questo punto di vista, peraltro, l’ordinamento penitenziario per adulti sembra discostarsi da quello minorile, per il quale è invece oggi prevista, grazie alla riforma Orlando, la possibilità di usufruire, ai sensi dell’art. 19 d.lgs. n. 121/2018, di «visite prolungate» all’interno di apposite unità abitative con i propri familiari o con altre persone con le quali sussista un legame affettivo. Eppure, nemmeno ciò varrebbe ad affermare che almeno per i detenuti minorenni sia avvenuto un superamento della logica di separazione sottesa al rapporto con l’altro sesso, considerato il caso del carcere di Pontremoli, unico istituto penale minorile italiano interamente costituito da popolazione femminile.</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti</p>



<p>La forzata separazione tra i due sessi in carcere appare, quindi, espressione di quel perdurante e dannoso approccio infantilizzante alla popolazione detenuta, secondo cui quest’ultima viene concepita come oggetto del trattamento, piuttosto che come insieme di persone titolari di diritti. Tale prassi risulta poi pericolosa anche perché ha senza dubbio favorito il radicarsi nel tempo dell’idea del carcere come istituzione pensata anzitutto a forma d’uomo, alle cui regole le donne detenute devono, in via residuale, adeguarsi.</p>



<p>Guardando, infatti, alle disposizioni contenute nella legge o nel regolamento penitenziario ci si accorge di come, nonostante le Regole di Bangkok per il trattamento delle donne detenute<a><sup>1)</sup></a>, nel nostro ordinamento non vi sia alcuna attenzione alle specifiche condizioni e ai peculiari bisogni delle donne ristrette e ciò probabilmente anche a causa dell’esiguo numero che esse rappresentano rispetto al totale della popolazione detenuta (il solo 4,2 %). Una situazione, questa, che permane malgrado la citata riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018, la quale è intervenuta sul menzionato art. 14, co. 6, ordin. penit., prevedendo che nelle sezioni femminili di istituti maschili vi sia una dimensione minima di donne detenute «in numero tale da non compromettere le attività trattamentali», e ha introdotto, all’art. 31, co. 2, ordin. penit., la possibilità anche per la popolazione femminile di far parte delle rappresentanze dei detenuti e degli internati.</p>



<p>Costituendo, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi</p>



<p>Costituendo, quindi, le donne detenute una minoranza e non essendo consentito loro di partecipare alle attività pensate principalmente per gli uomini, si determinano evidenti disparità trattamentali tra i due sessi, come evidenziato, in particolare riferimento al carcere di San Vittore, anche nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti in occasione delle visite effettuate in alcuni istituti penitenziari italiani nel 2022. Differenziazioni in tal senso sono rinvenibili altresì nella casa circondariale di Como, in cui la maggior parte delle offerte di trattamento sono destinate ai detenuti di sesso maschile, non essendo prevista alcuna attività lavorativa, ricreativa, sportiva o culturale specifica per le sezioni femminili. Del resto, ciò è confermato dal&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">primo rapporto di Antigone sulle donne detenute in Italia</a>, secondo cui risulta davvero difficile enucleare dai dati sulle offerte trattamentali intramurarie quelli specificamente destinati alla popolazione femminile, a riprova della scarsità di attività di questo tipo.</p>



<p>Importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione.</p>



<p>Nonostante la previsione di cui all’art. 19, co. 3, ordin. penit., che assicura la parità di accesso alla formazione culturale e professionale per le donne detenute e internate, importanti differenze di possibilità risocializzative si riscontrano poi soprattutto rispetto alle attività scolastiche, a cui generalmente le detenute possono accedere per i soli gradi inferiori di istruzione (come i corsi di alfabetizzazione), mancando nella maggior parte dei casi spazi e numeri sufficienti a consentire l’attivazione di corsi di istruzione di secondo livello o di corsi di studi universitari.</p>



<p>Per evitare allora che il carattere minoritario della popolazione detenuta femminile venga utilizzato come pretesto per giustificare la penalizzazione di fatto di un’intera categoria di persone che spesso si traduce in una carenza di risorse e attività risocializzative, sarebbe forse opportuno che, nel ripensare un diverso modello di amministrazione detentiva, ci si spogli di regole eccessivamente anacronistiche e afflittive, le quali, richiedendo una gestione separata della popolazione mista, implicano anche una differenziazione delle opportunità di reinserimento sociale, con il risultato di renderle poi nettamente sbilanciate a favore della componente maschile. Peraltro, una differente gestione della popolazione penitenziaria all’interno delle strutture promiscue consentirebbe anche il definitivo superamento di quelle logiche che spesso portano alla genderizzazione delle poche attività presenti nelle sezioni femminili, secondo cui alle detenute vengono generalmente offerte solo quelle attività ritenute più confacenti al genere femminile (quali, per esempio, attività di sartoria, ricamo, lavanderia, pasticceria, giardinaggio, estetista o parrucchiera).</p>



<p>Pertanto, laddove le fondamentali esigenze di sicurezza lo consentano, sarebbe davvero utile, sotto diversi punti di vista, sostenere una normalizzazione delle attività c.d. “miste”, nonché della socialità tra donne e uomini del medesimo istituto, al pari di quanto accade, d’altronde, nel mondo libero: non potendo ravvisarsi nulla di scandaloso o immorale nel garantire alle persone private della libertà personale quei diritti la cui restrizione o negazione non trova alcuna giustificazione plausibile se non quella di un’ulteriore afflizione. Il principio di separazione espresso dal citato art. 14, co. 6, ordin. penit. non dovrebbe, dunque, intendersi in senso assoluto: per evitare che alcuni gruppi rimangano privi di opportunità risocializzative sarebbe comunque possibile (se non doveroso) ipotizzare attività che coinvolgano insieme categorie disomogenee tra loro. In questo senso, proprio per attenuare il forte divario che rende il carcere una sorta di universo a parte rispetto al resto della società, negli istituti a prevalenza maschile che ospitano sezioni femminili si potrebbe favorire l’organizzazione di attività diurne comuni, partendo, ad esempio, dal campo educativo e formativo attraverso l’istituzione generalizzata di classi miste, oppure nell’ambito delle manifestazioni religiose. Ciò implicherebbe certamente anche un ripensamento degli spazi – già insufficienti – da destinare alle attività trattamentali, nonché delle tipologie di queste ultime: affinché, nella regolamentazione della gestione della vita quotidiana detentiva così come nell’offerta di opportunità di reinserimento sociale, possa finalmente rivolgersi la dovuta attenzione anche alla componente femminile della popolazione penitenziaria ed evitarne così la sua progressiva marginalizzazione.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p>L’auspicio, allora, è che il tema del rapporto con l’altro sesso riceva una maggiore attenzione all’interno delle politiche di management penitenziario, non fosse altro che per le evidenti e concrete ripercussioni che esso ha sulle condizioni di vita intramuraria delle persone ristrette.</p>



<p><strong>Breve bibliografia</strong></p>



<p>Dalla parte di Antigone. Primo rapporto sulle donne detenute in Italia, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>F. Brioschi,&nbsp;<em>Donne ai margini di un carcere che parla al maschile</em>, 10 marzo 2023, in&nbsp;<a href="https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://ristretti.org/donne-ai-margini-di-un-carcere-che-parla-al-maschile?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>G. Masullo, V. Fidolini,&nbsp;<em>Sessualità negate? L’eros negli istituti penitenziari</em>, in Salute e Società, n. 1/2018, pp. 27 ss.</p>



<p>Report to the Italian Government on the periodic visit to Italy carried out by the European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment (CPT) from 28 March to 8 April 2022, pubblicato in&nbsp;<a href="https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-comitato-anti-tortura-pubblica-il-rapporto-sull-italia?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p>S. Ronconi, G. Zuffa,&nbsp;<em>La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti</em>, Roma, 2020</p>



<p>S. Talini,&nbsp;<em>L’affettività ristretta</em>, in M. Rutolo, S. Talini (a cura di), I diritti dei detenuti nel sistema costituzionale, Napoli, 2017, pp. 198 ss.</p>



<figure class="wp-block-table"><table><tbody><tr><th scope="row"><a>↑1</a></th><td>La Regola 1 delle Regole delle Nazioni Unite per il trattamento delle donne detenute stabilisce che: «Affinché sia messo in pratica il principio di non discriminazione, sancito dalla regola 6 delle Regole Minime per il trattamento dei detenuti, bisogna tener conto delle esigenze peculiari delle donne detenute per l’attuazione delle presenti regole. Le misure adottate per soddisfare tali necessità nella prospettiva della parità di genere non devono essere considerate discriminatorie».</td></tr></tbody></table></figure>



<p>PER LEGGERE IL REPORT: https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss<a href="https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.rapportoantigone.it/diciannovesimo-rapporto-sulle-condizioni-di-detenzione/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Censura di Internet 2021: una mappa globale delle restrizioni di Internet</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Nov 2021 09:11:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Paul Bishoff (comparitech.com) Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali. Ma in quale parte del mondo i&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2021/07/Internet-Censorship_-A-Global-Map-of-Internet-Restrictions.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350024"/></a></figure></div>



<p>di Paul Bishoff (comparitech.com)</p>



<p>Quasi il 60% della popolazione mondiale (4,66 miliardi di persone) utilizza Internet. È la nostra fonte di informazioni istantanee, intrattenimento, notizie e interazioni sociali.</p>



<p>Ma in quale parte del mondo i cittadini possono godere di un accesso a Internet uguale e aperto, se non ovunque?</p>



<p>In questo studio esplorativo, i nostri ricercatori hanno condotto un confronto paese per paese per vedere quali paesi impongono le restrizioni Internet più severe e dove i cittadini possono godere della massima libertà online.&nbsp;Ciò include restrizioni o divieti per torrenting, pornografia, social media e VPN e restrizioni o censura pesante dei media politici.&nbsp;Quest&#8217;anno abbiamo anche aggiunto la restrizione delle app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Sebbene i soliti colpevoli occupino i primi posti, alcuni paesi apparentemente liberi si classificano sorprendentemente in alto.&nbsp;Con le restrizioni in corso e le leggi in sospeso, la nostra libertà online è più a rischio che mai.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/IBnNS/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="455"></iframe></figure>



<h2><strong>I peggiori paesi per la censura di Internet</strong></h2>



<ol><li><strong>Corea del Nord e Cina (11/11) –</strong>&nbsp;Nessuna mappa della censura online sarebbe completa senza questi due in cima alla lista.&nbsp;Non c&#8217;è niente che nessuno dei due non censuri pesantemente grazie alla loro presa di ferro su tutta la rete.&nbsp;Gli utenti non sono in grado di utilizzare i social media occidentali, guardare porno o utilizzare torrent o VPN*.&nbsp;E tutti i media politici pubblicati nel paese sono pesantemente censurati e influenzati dal governo.&nbsp;Entrambi hanno anche chiuso le app di messaggistica dall&#8217;estero, costringendo i residenti a utilizzare quelle che sono state create (e probabilmente controllate) all&#8217;interno del paese, ad esempio WeChat in Cina.&nbsp;WeChat non solo non ha alcuna forma di crittografia end-to-end, ma ha anche backdoor che consentono a terzi di accedere ai messaggi.</li><li><strong>Iran (10/11): l&#8217;&nbsp;</strong>&nbsp;Iran blocca le VPN (sono consentite solo quelle approvate dal governo, il che le rende quasi inutili) ma non vieta completamente il torrenting.&nbsp;Anche la pornografia è vietata e i social media sono sottoposti a crescenti restrizioni.&nbsp;Twitter, Facebook e YouTube sono tutti bloccati con crescenti pressioni per bloccare altri popolari siti di social media.&nbsp;Molte app di messaggistica sono anche vietate con le autorità che spingono app e servizi nazionali come alternativa.&nbsp;I media politici sono pesantemente censurati.</li><li><strong>Bielorussia, Qatar, Siria, Thailandia, Turkmenistan e Emirati Arabi Uniti (8/11):</strong>&nbsp;Turkmenistan, Bielorussia e Emirati Arabi Uniti sono tutti presenti nella nostra analisi dei &#8220;peggiori paesi&#8221; nel 2020. Ma quest&#8217;anno sono stati raggiunti da Qatar, Siria e Tailandia.&nbsp;Tutti questi paesi vietano la pornografia, hanno pesantemente censurato i media politici, limitano i social media (sono stati osservati divieti anche in Turkmenistan) e limitano l&#8217;uso delle VPN.&nbsp;La Thailandia ha visto il più grande aumento della censura, compresa l&#8217;introduzione di un divieto di pornografia online che ha visto la rimozione di 190 siti Web per adulti.&nbsp;Ciò includeva Pornhub (che si è classificato come uno dei&nbsp;<a href="https://edition.cnn.com/2020/11/03/asia/thailand-porn-ban-protest-scli-intl/index.html?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">20 siti Web più visitati</a>&nbsp;nel paese nel 2019).</li></ol>



<p>*Anche se le VPN sono tecnicamente bloccate, alcune funzionano ancora in&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/whats-the-best-vpn-for-china-5-that-still-work-in-2016/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cina</a>&nbsp;.&nbsp;Questo è lo stesso con i siti Web porno in molti dei paesi sopra menzionati.&nbsp;Molti siti Web porno creeranno siti &#8220;mirror&#8221; per consentire l&#8217;accesso a persone in paesi con restrizioni, ma questi verranno spesso bloccati una volta che le autorità ne verranno a conoscenza.</p>



<h2><strong>I paesi che hanno aumentato la censura nel 2021</strong></h2>



<p>Se confrontiamo i punteggi per ciascun paese dal nostro studio del 2020 al nostro studio del 2021, ci sono tre paesi che sembrano aver aumentato la loro censura.&nbsp;Uno, come abbiamo già visto, è la Thailandia.&nbsp;Il secondo, la Guinea, ha visto un aumento delle restrizioni delle restrizioni sui media politici, sospensioni o minacce di sospensione su diversi siti Web durante le elezioni di ottobre 2020, nonché restrizioni sui social media durante questo periodo (e anche prima del voto di marzo).</p>



<p>Il terzo è forse il più sorprendente, però.&nbsp;La Grecia ha ricevuto solo un punto nel nostro primo studio per la sua limitazione del torrenting (che si verifica in tutti i paesi studiati).&nbsp;Ma nella nostra rivisitazione del 2021, segna 3. Ciò è dovuto&nbsp;<a href="https://www.technadu.com/greek-government-determined-stop-movie-pirates/90808/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">all&#8217;aumento delle azioni contro il torrenting</a>&nbsp;e alle restrizioni sui media politici.&nbsp;Reporters sans frontières ha suggerito che&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel 2020</a>&nbsp;c&#8217;è stata una&nbsp;<a href="https://rsf.org/en/greece?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">diminuzione della libertà di stampa</a>.&nbsp;I media che erano critici nei confronti del governo sono stati omessi o hanno ricevuto cifre sproporzionatamente esigue dai rimborsi fiscali.&nbsp;Ai canali televisivi pubblici è stato ordinato di non trasmettere un video che mostrasse il primo ministro ignorare le regole di blocco nel febbraio 2021. La copertura della crisi dei rifugiati è stata pesantemente limitata.&nbsp;E i giornalisti sarebbero stati ostacolati dalla polizia durante un evento commemorativo.&nbsp;Nell&#8217;aprile 2021 è stato assassinato anche un famoso giornalista di cronaca nera, Giorgos Karaivaz.</p>



<h2><strong>Censura online in Europa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Europe-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Europa" class="wp-image-350396"/></a></figure></div>



<ul><li>18 paesi hanno vietato o chiuso i siti di torrenting.&nbsp;Alcuni hanno anche introdotto misure ma non stanno ancora bloccando i siti web (Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Polonia, Slovacchia e Slovenia).&nbsp;Poiché non bloccano i siti di torrenting, questi non sono stati classificati come &#8220;siti bloccati&#8221; e sono invece classificati come &#8220;limitati&#8221;.</li><li>Mentre i siti Web di torrenting sono spesso bloccati in Spagna (ecco perché è classificato come aver chiuso i siti di torrenting), le regole consentono il torrenting per uso personale (download per visualizzare ma non per caricare o distribuire).</li><li>L&#8217;Ucraina limita la pornografia online mentre Bielorussia e Turchia vietano/bloccano completamente il contenuto.</li><li>I media politici sono limitati in 12 paesi.&nbsp;Come abbiamo già visto, la Grecia si è unita a questa lista quest&#8217;anno, così come l&#8217;Ungheria e il Kosovo.</li><li>Due paesi censurano pesantemente i media politici: Bielorussia e Turchia.</li><li>Nessun paese europeo blocca o vieta i social media, ma cinque lo limitano.&nbsp;Questi sono Bielorussia, Montenegro, Spagna, Turchia e Ucraina.</li><li>La Turchia limita l&#8217;uso delle VPN mentre la Bielorussia le vieta del tutto.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono illimitate in tutta Europa.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Nord America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/North-America-Final-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura in Nord America" class="wp-image-350476"/></a></figure></div>



<ul><li>Canada, Messico e Stati Uniti hanno vietato o chiuso i siti di torrent.</li><li>Cuba è l&#8217;unico paese a limitare la pornografia online, a censurare pesantemente i suoi media politici e a limitare le VPN.</li><li>Altri sei paesi (El Salvador, Guatemala, Honduras, Messico, Nicaragua e Panama) hanno alcune restrizioni sui loro media politici.&nbsp;Gli Stati Uniti hanno visto un miglioramento in quest&#8217;area quest&#8217;anno poiché le restrizioni sui media politici sono diminuite dall&#8217;ultima elezione presidenziale.</li><li>Cuba e Honduras hanno restrizioni sulle piattaforme di social media.</li><li>Le app di messaggistica e VoIP sono soggette a restrizioni in Belize, Cuba e Messico.&nbsp;Cuba ha limitato l&#8217;accesso ai social media e a WhatsApp in seguito alle proteste antigovernative.&nbsp;In Messico, alcuni ISP bloccano i servizi VoIP, mentre i fornitori di telecomunicazioni del Belize offrono i propri servizi VoIP vietandone altri.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Sud America</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/South-America-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-350412"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Argentina è l&#8217;unico paese a bloccare attivamente i siti Web di torrent, mentre il Venezuela è l&#8217;unico a limitare la pornografia online.</li><li>I media politici sono limitati in metà (6) dei paesi sudamericani che abbiamo trattato.&nbsp;È anche pesantemente censurato in Venezuela con persistenti tentativi di controllare le notizie e mettere a tacere i media indipendenti.</li><li>Ecuador e Venezuela hanno restrizioni sui social media.</li><li>Nessuno dei paesi ha restrizioni o divieti all&#8217;uso della VPN al momento.</li><li>Tre paesi hanno app di messaggistica/VoIP con restrizioni (Brasile, Guyana e Venezuela).&nbsp;Oltre alle app VoIP bandite dal più grande ISP del Brasile, un disegno di legge ha&nbsp;<a href="https://www.eff.org/deeplinks/2020/08/faq-why-brazils-plan-mandate-traceability-private-messaging-apps-will-break-users?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">minacciato di imporre la tracciabilità</a>&nbsp;nella messaggistica privata (tuttavia, al momento della stesura, questo non è ancora stato firmato in legge).</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Asia</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Asia-Final.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Asia" class="wp-image-356890"/></a></figure></div>



<ul><li>12 paesi asiatici hanno bloccato o vietato i siti di torrenting.</li><li>La maggior parte dei paesi asiatici ha restrizioni sulla pornografia online (40 su 49 che abbiamo coperto &#8211; 82 percento) con 27 di questi che hanno divieti/blocchi completi.</li><li>Anche i media politici sono fortemente limitati e censurati in Asia.&nbsp;43 (88%) dei paesi che abbiamo coperto hanno restrizioni, con la maggioranza (28) soggetta a una pesante censura.</li><li>Un gran numero (32) di questi paesi limita in qualche modo le piattaforme di social media.&nbsp;Cina, Iran, Corea del Nord e Turkmenistan fanno un ulteriore passo avanti e applicano divieti completi su piattaforme di social media popolari.</li><li>Quattro paesi hanno divieti completi sull&#8217;uso della VPN (Cina, Iran, Iraq e Corea del Nord) e altri 11 impongono restrizioni.</li><li>Restrizioni di messaggistica e app VoIP sono comuni anche in Asia con 13 paesi che implementano una qualche forma di limitazione.&nbsp;Sebbene la Russia abbia vietato Telegram nel 2018, questo è stato revocato nel giugno 2020. Tuttavia, poiché il governo continua a cercare modi per limitare siti Web e app al di fuori del paese, questo potrebbe cambiare in qualsiasi momento.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Africa</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Africa-Final-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Africa" class="wp-image-350397"/></a></figure></div>



<ul><li>Il Sudafrica è l&#8217;unico paese africano a chiudere attivamente i siti di torrenting.</li><li>14 paesi africani hanno restrizioni quando si tratta di pornografia online con quattro di questi che hanno divieti completi (Guinea Equatoriale, Eritrea, Tanzania e Uganda).&nbsp;Nuovi regolamenti in Tanzania hanno ulteriormente definito la pornografia come un tipo di &#8220;contenuto proibito&#8221;.</li><li>La maggior parte dei paesi africani che abbiamo coperto (43 del 53-81%) limita i media politici.&nbsp;11 di questi impongono una pesante censura con Algeria, Camerun e Ciad, aumentando la loro soppressione dei commenti politici dal nostro ultimo studio.</li><li>Il 60% dei paesi africani che abbiamo coperto implementa restrizioni sui social media, ma solo uno di questi, l&#8217;Eritrea, è arrivato al punto di bloccare continuamente l&#8217;accesso ai siti di social media.</li><li>L&#8217;Egitto è l&#8217;unico paese a limitare l&#8217;uso della VPN.&nbsp;Nonostante le VPN siano legali, i siti Web e i server di molti provider VPN sono bloccati (&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpns-for-egypt-unblock-skype-whatsapp-facebook-facetime/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">queste sono le migliori opzioni quando si sceglie una VPN in Egitto</a>&nbsp;).</li><li>L&#8217;Egitto è anche uno dei sette paesi ad avere restrizioni sull&#8217;uso di app di messaggistica/VoIP.&nbsp;Gli altri sono Burundi, Guinea Equatoriale, Sierra Leone, Libia, Marocco e Tunisia.</li></ul>



<h2><strong>Censura online in Oceania</strong></h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter"><a href="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-6" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://cdn.comparitech.com/wp-content/uploads/2020/01/Oceania.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Censura online in Oceania" class="wp-image-350394"/></a></figure></div>



<ul><li>L&#8217;Australia è l&#8217;unico paese a imporre rigorosamente divieti/blocchi di torrenting e, insieme a Papua Nuova Guinea, ha anche restrizioni sulla pornografia online.&nbsp;L&#8217;Australian Broadcasting Service Act 1992 rende illegale la visione di porno su Internet, definendola un reato sanzionabile.&nbsp;Tuttavia, solo alcune città hanno cercato di stabilire un divieto totale.&nbsp;Anche la&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">legge</a>&nbsp;australiana sui&nbsp;<a href="https://www.aph.gov.au/Parliamentary_Business/Bills_Legislation/Bills_Search_Results/Result?bId=r6680&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">contenuti online</a>&nbsp;, che dovrebbe entrare in vigore a breve, minaccia di limitare ulteriormente l&#8217;accesso al porno online nel paese.</li><li>I media politici sono limitati nelle Fiji, Papua Nuova Guinea, Samoa e Tonga, ma solo la Papua Nuova Guinea ha la possibilità di limitare i social media attraverso la sua legge sulla criminalità informatica introdotta nel 2016.</li><li>Nessuno dei paesi dell&#8217;Oceania limita l&#8217;uso di VPN o VoIP/app di messaggistica.</li></ul>



<p><strong>Vedi anche</strong>&nbsp;: Le&nbsp;<a href="https://www.comparitech.com/blog/vpn-privacy/best-vpn-for-porn/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">migliori VPN per guardare i porno in modo anonimo</a></p>



<figure><iframe src="https://datawrapper.dwcdn.net/XhoKL/3/?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="993"></iframe></figure>



<h2><strong>La censura online diventerà la &#8220;norma?&#8221;</strong></h2>



<p>Sebbene non sia una grande sorpresa vedere Cina, Russia e Corea del Nord in cima alla lista, il numero crescente di restrizioni in molti altri paesi è molto preoccupante.</p>



<p>Dai continui tentativi australiani di bloccare il porno alla crescente ostilità dei media politici in molti paesi, la nostra libertà online è qualcosa che non possiamo più dare per scontata.</p>



<p>Per fortuna, le VPN offrono ancora a molti di noi un modo per navigare in rete privatamente (e legalmente).&nbsp;Ma poiché la censura diventa sempre più comune, sempre più paesi potrebbero aderire all&#8217;elenco ristretto, mettendo a rischio la privacy digitale dei cittadini.</p>



<h2><strong>Metodologia</strong></h2>



<p>Per scoprire fino a che punto ogni paese è censurato, abbiamo studiato ciascuno in dettaglio per vedere quali restrizioni, se del caso, impongono su torrent, pornografia, media politici, social media, VPN e app di messaggistica/VoIP.</p>



<p>Abbiamo valutato ogni paese in base a sei criteri.&nbsp;Ognuno di questi vale due punti a parte le app di messaggistica/VoIP che ne vale uno (ciò è dovuto al fatto che molti paesi vietano o limitano determinate app ma consentono quelle gestite dal governo/fornitori di telecomunicazioni all&#8217;interno del paese).&nbsp;Il paese riceve un punto se il contenuto (torrent, pornografia, media, social media, VPN, app di messaggistica/VoIP) è limitato ma accessibile e due punti se è completamente vietato.&nbsp;Più alto è il punteggio, maggiore è la censura.</p>



<p>In alcuni casi, i paesi possono essere classificati come aver bandito una di queste aree, ma i residenti possono trovare modi per aggirare questi divieti, ad esempio con VPN o siti mirror.&nbsp;Tuttavia, poiché il paese applica questo divieto bloccando i siti Web o implementando le leggi, il paese viene classificato come lo ha bandito.&nbsp;D&#8217;altra parte, se un paese ha introdotto regolamenti per cercare di limitare o vietare un&#8217;area ma gli utenti continuano a essere in grado di utilizzare liberamente questi servizi/siti web, il paese viene classificato come &#8220;limitato&#8221; perché i regolamenti/leggi sono non viene imposto.</p>



<p><strong>Ricercatore di dati:&nbsp;</strong>&nbsp;George Moody</p>



<h2><strong>Fonti</strong></h2>



<p><a href="https://rsf.org/en/ranking#?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rsf.org</a></p>



<p><a href="https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://freedomhouse.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>



<p><a href="https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Ct1fMxC4URDj1eYBQMOWDedb9L0R1iQK4t8CNiJGrBg/edit?usp=sharing&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Tre volti: il nuovo film di Panahi sull&#8217;Iran di oggi, la censura, i diritti delle donne</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2018/12/05/tre-volti-il-nuovo-film-di-panahi-sulliran-di-oggi-la-censura-i-diritti-delle-donne/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Dec 2018 08:31:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; di Alessandra Montesanto L&#8217;immagine mossa di una giovane donna in un video registrato con il cellulare: la donna si chiama Marziyeh e si sta appellando ad un&#8217;altra signora, un&#8217;attrice nota in tutto il&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-11760 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/12/imm.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="150" height="214" /></a></b></span></p>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>L&#8217;immagine mossa di una giovane donna in un video registrato con il cellulare: la donna si chiama Marziyeh e si sta appellando ad un&#8217;altra signora, un&#8217;attrice nota in tutto il Paese, affinchè convinca i suoi genitori a darle il permesso di realizzare il sogno di lavorare nel Cinema e nel Teatro. Altrimenti, dice Marziyeh, si toglierà la vita. La giovane donna vive reclusa in un piccolo villaggio rurale e arcaico.</p>
<p>L&#8217;attrice famosa, Behnaz Jafari, ascoltato il tragico messaggio, decide di abbandonare le riprese del film a cui sta lavorando, per andare in cerca della ragazza e verificare la veridicità del video. Inizia, così, un viaggio tra i villaggi dell&#8217;Iran profondo; un percorso effettuato in macchina, con alla guida lo stesso regista Jafar Panahi, durante il quale si intrecciano le vicende di altri personaggi, spesso femminili. Saranno, infatti, tre le donne protagoniste di questa storia, come tre sono i volti citati nel titolo. Ogni tappa del viaggio, su strade impervie e sempre più sterrate, rappresenta una riflessione sul tessuto politico-culturale del Paese.</p>
<p>L&#8217;attrice, quella importante, viene accolta dalla famiglia della ragazza e dalla comunità locale con tutti gli onori, ma a Marziyeh viene negata la possibilità di svolgere la sua stessa professione. Questo è il mistero che avvolge il racconto, ma non sarà l&#8217;unico.</p>
<p>Ha vinto l&#8217;Orso d&#8217;oro a Berlino nel 2015, Jafar Panahi, con il film intitolato <em>Taxi Teheran</em>. Torna nelle sale cinematografiche con il suo ultimo lavoro <em>Tre volti</em> in cui lui stesso si ritrova alla guida di un&#8217;automobile, personaggio diegetico e narratore di una vicenda che vede protagoniste tre donne, simboli della società iraniana contemporanea.</p>
<p>Prima di parlare del film, però, bisogna ricordare che Panahi si trova agli arresti domiciliari a causa del regime liberticida che vige nel Paese, ma la sua Arte riesce a sconfinare grazie alla tecnologia digitale e ai canali social. E <em>Tre volti</em> inizia proprio con un video, girato con un cellulare, che veicola un messaggio inquietante: se la giovane Marzyeh non riuscirà a realizzare il sogno di diventare attrice, si toglierà la vita. Questo è il motore di un viaggio nell&#8217;interno dell&#8217;Iran, tra i villaggi dove la cultura e la tradizione sono più arretrate rispetto alla capitale, Teheran.</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/6VE4oZlepQo?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>La riflessione di Panahi, come sempre nei suoi ultimi film, non si ferma a sottolineare la differenza tra città e campagna, ma insiste sul tema della censura, a cui lui stesso è stato ed è sottoposto. Anche questa pellicola, infatti, è stata considerata “illegale” perchè, secondo le autorità, mina l&#8217;onorablità dell&#8217;Iran e degli iraniani: ed ecco, quindi, che i familiari e la comunità di Marzyeh non vogliono che lei esca dalle mura domestiche e dal recinto in cui è stata cresciuta perchè deve ricalcare lo stereotipo della “brava ragazza”, devota al parentado, senza pretendere alcun tipo di emancipazione. Ma c&#8217;è chi fa da contraltare, ed è l&#8217;attrice ormai affermata, Benhaz Jafar, che qui recita se stessa. Affermata sì, ma nel film reietta perchè lavorava in televisione prima dell&#8217;avvento della Rivoluzione khomeinista e ora viene disprezzata da tutti (torna il tema della censura).</p>
<p>Premiato all&#8217;ultima edizione del festival di Cannes per la Migliore Sceneggiatura, il film di Panhai rappresenta anche una riflessione sul Cinema e sulla differenza tra finzione e realtà: il regista, e attore, osserva il video inviato da Marzyeh e si interroga sulla sua veridicità, non vedendo stacchi nel montaggio. Qui si annida il primo dubbio, ma anche il nucleo del discorso: qualsiasi forma di rappresentazione non può mai essere identica al Reale e, quindi, veritiera. Come si può, quindi, condannare un artista? Il tema fondamentale diventa quello della libertà di espressione. Ma anche quello della manipolazione delle immagini e delle parole per fare propaganda o, comunque, per orientare l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>C&#8217;è, sicuramente, un omaggio al Maestro Abbas Kiarostami, ai suoi paesaggi quasi dipinti, ma le strade percorse dall&#8217;auto con i suoi viaggiatori sono quelle dei villaggi del nord-ovest, nella zona turcofona, dove affondano le radici del genitori e dei nonni di Panahi. Un omaggio anche alla sua famiglia di origine.</p>
<p>Strade in salita, acciotolate, difficili da percorrere, così come è difficile ottenere la tutela dei diritti fondamentali per le donne nella società iraniana. Donne riprese spesso in primo piano, mentre l&#8217;uomo (lui, Panahi) si fa riprendere di spalle, quasi a voler ammettere la propria rassegnazione di fronte al mancato sviluppo democratico della situazione politica  e a voler rimarcare il ruolo, negativo, della parte maschile nel tessuto sociale e nella vita delle mogli, figlie, sorelle&#8230;</p>
<p>Non abbiamo volutamente fatto cenno al terzo volto importante nella sceneggiatura; consigliamo, inoltre, di rimanere a guardare fino alla fine dei titoli di coda E poi ognuno farà le proprie considerazioni. E poi ognuno farà le proprie considerazioni.(Ricordiamo che i dialoghi italiani sono a cura di Babak Karimi).</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Passi avanti nella limitata autonomia delle donne saudite</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jun 2018 07:35:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/a5d35c55-359e-417d-8e18-b193369e77bd_medium.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10907" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/a5d35c55-359e-417d-8e18-b193369e77bd_medium.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="730" height="530" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/a5d35c55-359e-417d-8e18-b193369e77bd_medium.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 730w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/06/a5d35c55-359e-417d-8e18-b193369e77bd_medium-300x218.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 730px) 100vw, 730px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di Cecilia Grillo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A partire dalla scorsa domenica, 24 giugno, è stato rimosso il divieto che impediva alle donne saudite di poter guidare l&#8217;auto, l&#8217;Arabia Saudita era rimasto l&#8217;unico Paese al mondo che imponeva alle donne tale restrizione.</p>
<p>Il divieto di guida per le donne non era stato codificato in una legge, ma era stato introdotto, informalmente, attraverso una fatwa del Gran Mufti durante la guerra del Golfo nel 1990, diventando poi politica ufficiale del governo.</p>
<p>Il Paese ha annunciato per la prima volta i suoi piani per revocare il divieto per le donne di guidare a settembre, dopo che King Salman, il padre del principe ereditario, ha emesso un decreto reale che autorizzava il governo a rilasciare le patenti di guida a &#8220;uomini e donne.&#8221;</p>
<p>All&#8217;inizio del mese di giugno 2018, 10 sono state le donne saudite che hanno fatto richiesta e hanno ottenuto le loro licenze di guida.</p>
<p>L&#8217;ambasciatore Saudita negli Stati Uniti ha così commentato la decisione del Re Salaman: &#8220;E&#8217; il momento giusto per questo cambiamento perché in Arabia Saudita abbiamo una società giovane e dinamica. Le donne non avranno bisogno del loro &#8216;guardiano&#8217; per prendere la patente&#8221;.</p>
<p>Il decreto reale rappresenta un importante passo in avanti per le donne saudite, che sono state fino ad ora obbligate a spostarsi in auto solo se accompagnate da un autista o da parente di sesso maschile. È dal 2013 che le donne saudite lottano per l&#8217;indipendenza e la possibilità di guidare, ed è infatti proprio in questo anno che un gruppo di donne si è messo alla guida contravvenendo i divieti governativi.</p>
<p>Inoltre, sempre qualche anno fa, molte donne saudite hanno fondato l&#8217;associazione<a href="http://www.ilpost.it/2013/10/25/divieto-guida-donne-arabia-saudita/?utm_source=rss&utm_medium=rss"> “Women2Drive”</a> , organizzando manifestazioni e proteste volte alla rimozione del divieto di guida.</p>
<p>Il decreto reale giunge, inoltre, in mezzo a un intensificato giro di vite contro gli attivisti che hanno condotto campagne a favore del diritto di guidare: secondo quanto riportato da Amnesty International, almeno otto attivisti a sostegno dei diritti delle donne sono detenuti e potrebbero essere processati in tribunali antiterrorismo e affrontare lunghe pene detentive come conseguenza del loro attivismo.</p>
<p>Ma da dove e perché nascono tutte queste limitazioni nei confronti del sesso femminile?</p>
<p>Si deve tenere a mente che nel Regno Saudita le donne sono considerate come esseri dotati, biologicamente, di intelletto e abilità inferiori e incapaci di svolgere attività che sono considerate come proprie del sesso maschile, e così, in relazione alla guida di automobili, essendo dotate di intelligenza scadente, avrebbero potuto ostacolare il traffico cittadino.</p>
<p>Ma sono tanti i divieti a cui le donne saudite sono ancora sottoposte e tanti i diritti violati: dalla possibilità di sposarsi, il cui permesso deve essere necessariamente concesso dal wali o dal tutore, all&#8217;apertura di un conto bancario, a cui devono essere espressamente autorizzate, alla libertà di espatrio, in quanto i documenti e passaporti sono ottenuti solo alla presenza di un tutore maschile, ai trattamenti medici, che richiedono il consenso scritto di un parente maschio, al diritto di avere un giusto processo, in quanto la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo, e così via: sono tante altre le limitazioni a cui le donne saudite vedono sottoposti i propri diritti.</p>
<p>Se è vero che molti passi avanti sono stati conseguiti negli ultimi anni, come quello della concessione del diritto di voto, della partecipazione a manifestazioni sportive e ancora quello più recente, dell&#8217;abolizione del divieto di guida, tanti ancora sono gli steps che devono essere intrapresi affinché le donne saudite possano considerarsi libere e vedano i propri diritti essenziali rispettati: è davvero un diritto quello di poter guidare se non ci si può comprare da sole la macchina, a rate?</p>
<p><strong></p>
<p></strong></p>
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		<title>&#8220;VenerdIslam&#8221;: Il Marocco vieta la produzione e la vendita di burqa</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 08:46:19 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Monica Macchi</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/01/untitled-739.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7959" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/01/untitled-739.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="660" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/01/untitled-739.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/01/untitled-739-300x150.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></b></span></span></p>
<p align="CENTER">
<p align="JUSTIFY">Sì, proprio del burqa, il velo integrale imposto dai talebani in Afghanistan negli anni Novanta e fenomeno estremamente marginale in Marocco ma vietato anche in altri Paesi africani, tra cui il Ciad, il Camerun e Senegal dopo gli attacchi terroristici. Inizialmente, dato che pochissime donne lo indossano, la circolare è passata sotto silenzio ma poi i circoli salafiti hanno iniziato a protestare temendo che il divieto verrà esteso per analogia anche al niqab, velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi, diffuso nelle aree più conservatrici del nord. A questo punto si è infiammato il dibattito tra le istanze di sicurezza che passano per la lotta al terrorismo legato ad un’interpretazione distorta della religione (il più esplicito è stato Nouzha Skalli, ex ministro dello Sviluppo Sociale, Famiglia e Solidarietà che ha definito il divieto di vendita del burqa “un passo importante nella lotta contro l&#8217;estremismo religioso”), la libertà delle donne di indossare i vestiti che preferiscono, siano essi burqa, jeans scoloriti e bucati o minigonne (addirittura sostenuta da Abderrahim El Ghazali, il portavoce del Comitato misto difesa dei prigionieri salafiti) e la difesa dei valori e delle tradizioni socio-culturali… tra cui rientra anche l’abbigliamento.</p>
<p align="JUSTIFY">Un dibattito destinato a continuare tra alleanze inedite ed estemporanee.</p>
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		<title>La legge sull’aborto e il degrado polacco</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Oct 2016 06:34:11 +0000</pubDate>
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<p></strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-7087" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7087" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9" width="896" height="505" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 896w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/9a99f998-c14e-435e-d2af-2364645da4e9-768x433.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 896px) 100vw, 896px" /></a></p>
<p>Lunedì scorso, in Polonia, le donne hanno indetto la Black Monday, una giornata di sciopero con l&#8217;obiettivo di paralizzare il paese, per protestare contro la legge che vuole vietare l&#8217;aborto promossa dalle lobby ultra cattoliche e dal governo di destra</p>
<p>La <strong>Polonia</strong> ha già una delle leggi vigenti più restrittive sull’aborto, è possibile abortire solo in tre casi: un pericolo per la salute o la vita della donna, la forte probabilità di una grave ed irreversibile condizione di ritardo mentale del feto o il sospetto che la gravidanza sia legata a una violenza. Oggi la nuova legge in discussione in parlamento, denominata ‘<strong>Legge per la protezione pre-natale</strong>’ vuole eliminare la possibilità di abortire anche in questi tre casi. L’aborto sarà reso completamente illegale, e si potrà perseguire penalmente la donna che ha interrotto la gravidanza e i medici che l’hanno aiutata.</p>
<p>Contro questa proposta di legge si è sollevato un movimento enorme che ha organizzato manifestazioni e azioni nei mesi passati, e che oggi ha indetto uno <strong>sciopero delle donne</strong>: parole d&#8217;ordine della giornata sono<strong> #blackprotest e #czarnyprotest</strong>. Le donne polacche oggi si asterranno da qualsiasi attività, che siano di lavoro o di cura della famiglia, per protestare contro una legge che le considera meno importanti del ‘nascituro’. La protesta prende esempio dallo sciopero indetto dalle donne islandesi nel 1975, che si presero una “giornata libera” dal lavoro produttivo e domestico per dimostrare la loro importanza nella società.<br />
Riportiamo l&#8217;intervento dell&#8217;europarlamentare Barbara Spinelli sulla questione:</p>
<p>«La proposta di legge polacca preoccupa, perché vieta l’interruzione di gravidanza in quasi tutte le circostanze. Preoccupa a tal punto che un grande movimento di donne ha frastornato il governo, il quale pensa forse a un’altra legge, magari escludendo dal divieto gli stupri. Ma sarà una legge non meno punitiva. Leggi del genere non miglioreranno perché rientrano in una vasta regressione, cui Kaczyński dà il nome di “controrivoluzione culturale”, incentrata sulla totale fusione tra Stato e Chiesa e la deliberata violazione di precise norme europee sull’accesso non discriminatorio alla salute. La competenza dunque non è solo nazionale.<br />
Anche se restasse la legge vigente, non sarebbe certo un progresso: è tra le più punitive d’Europa. È ora di sostenere la battaglia delle donne che si oppongono. Le loro rappresentanti sono oggi qui con noi in plenaria, e vi invito a salutarle».</p>
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