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	<title>documentaio Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La vita che non Cie: un documentario di Alexandra D&#8217;onofrio</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jul 2013 05:33:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Più di mille migranti si trovano, in questo ultimo periodo, nel centro di accoglienza di Lampedusa: una struttura che avrebbe una capienza massima di 300 posti.  Dall&#8217;isola i migranti vengono smistati nei CIE, Centri di identificazione e di espulsione. Ma cosa succede a queste persone, senza permesso di soggiorno, dentro e fuori dai Cie?<br />
Ne abbiamo parlato con Alexandra D&#8217;onofrio, regista del documentario intitolato <i>La vita che non Cie</i>, una trilogia di cortometraggi, prodotta da Fortress Europe, in cui si narrano le storie di un ragazzo che cerca di raggiungere la moglie incinta, dalla Tunisia all&#8217;Olanda; di un uomo che cerca di aiutare, dall&#8217;esterno, i suoi compagni rimasti all&#8217;interno del Cie di Torino, dopo esserci stato lui stesso; e di un figlio che non cresce con il padre, espulso in Marocco dopo aver vissuto tanti anni in Italia.<br />
Un lavoro cinematografico nato nel Cie di Modena dove, nel febbraio 2011, Gabriele Del Grande ha conosciuto Kabbour, il protagonista dell&#8217; ultima vicenda intitolata “Papà non torna più”. Alexandra D&#8217;Onofrio ha, poi, seguito Kabbour in Marocco e ha deciso di raccogliere altre storie per riflettere sul tema della giustizia e sulle politiche riguardanti l&#8217;immigrazione ma, soprattutto, per raccontare relazioni difficili e sentimenti universali.</p>
<p>Abbiamo intervistato Alexandra D&#8217;Onofrio</p>
<p>&nbsp;La vita che non Cie è il titolo di una trilogia che, attraverso le vicende di un ragazzo, di un uomo e di un bambino, racconta l&#8217;odissea dei migranti da punti di vista differenti. Da dove nascono queste storie?</p>
<p>&nbsp;Abbiamo girato questo film tra marzo e aprile 2011 e ci siamo posti l&#8217;obiettivo di andare a cercare dei ritratti, delle storie che potessero raccontare ciò che non si viene a sapere dai canali ufficiali, dai media.<br />
Il problema è stato che, nel 2011, c&#8217;era il veto di entrare nei Cie per giornalisti e documentaristi (adesso, invece, c&#8217;è questa possibilità) e, quindi, abbiamo tessuto le storie di persone che ci hanno raccontato i Cie da fuori.<br />
Nel primo caso si racconta la storia d&#8217;amore di un ragazzo che è evaso: il fotografo Alessio Genovese &#8211; che ha seguito la vicenda fin dall&#8217;inizio e del quale ho usato le immagini lavorando in Audiodoc &#8211; aveva incontrato la moglie di Nizar e aveva cominciato a fotografare lei mentre andava a trovarlo al Cie. Dopo un mese c&#8217;è stata una rivolta, i reclusi sono evasi e il Cie è stato chiuso. Si tratta del Cie di Chinisia, fuori Trapani:  Gabriele mi ha proposto di scrivere il soggetto e poi io ho seguito Nizar in Olanda dov&#8217;era andato per raggiunegre la sua compagna in attesa di un figlio&#8230;<br />
Attraverso questi corti abbiamo, infatti, voluto raccontare sentimenti universali: l&#8217;amore, la genitorialità, la solitudine.<br />
Nel secondo corto si parla del Cie di Torino attraverso la storia di una persona rilasciata dopo circa cinque mesi di reclusione. Al tempo abitavamo a Torino e l&#8217;unica realtà che restava in contatto con i detenuti era una radio, Radio Black Out, che metteva in onda le interviste alle persone dentro il Cie. Abdelrahim, una volta uscito, si era impegnato a fare “da tramite” e a portare dentro alcune cose che potessero servire ai reclusi, come cibi o vestiti, ad esempio; il  film, infatti, inizia con lui che va al mercato a comprare reggiseni per le ragazze della sezione femminile. Abbiamo cercato di capire quanto la vita di Abdelrahim fosse cambiata dopo l&#8217;esperienza di detenuto nel Cie e abbiamo anche cercato di capire il motivo della sua scelta di mantenere questa relazione con i compagni.<br />
&nbsp;La terza storia parla di una deportazione, di un rimpatrio. E&#8217; la storia di Kabbour che ha vissuto in Italia per 11 anni, ha fatto le medie e le superiori qui per poi lavorare nei mercati, ma si trova costretto a tornare in Marocco perchè vendeva CD contraffatti. E&#8217; un reato per il quale è stato considerato “socialmente pericoloso” e per cui ha perso il permesso di soggiorno ed è stato rispedito indietro. Nel frattempo, Kabbour si è formato una famiglia con una compagna, cittadina polacca, con cui ha avuto un bambino, Tareq che, l&#8217;anno in cui il padre è stato rimpatriato, aveva cinque anni.</p>
<p>&nbsp;In base alle testimonianze che avete raccolto, com&#8217;è la vita all&#8217;interno dei centri? O si deve parlare di sopravvivenza?</p>
<p>Una cosa interessante del primo corto è che siamo riusciti ad utilizzare materiale realizzato dai protagonisti stessi, che hanno filmato con i telefonini. Le immagini riprendono la traversata, i primissimi giorni con i festeggiamenti per essere riusciti ad arrivare, con cerchi di canti e danze, ma poi i cellulari hanno ripreso anche la situazione all&#8217;interno dei Cie, con le rivolte o con le persone che stanno lì senza fare niente, ingabbiate, a guardare il cielo.<br />
Per i reclusi la cosa straziante è non capire perchè: non hanno commesso reato, hanno solo fatto la traversata senza avere la carta giusta oppure si trovano senza permesso di soggiorno perchè l&#8217;hanno perso strada facendo o perchè il loro contratto di lavoro non è stato rinnovato. Non avere il permesso è un reato amministrativo che equivale a passare con il semaforo rosso, eppure queste persone sono detenute. Oltretutto, il periodo di reclusione è salito da sei a diciotto mesi.</p>
<p>Nei titoli di coda si sottolinea che il 60% delle persone trattenute non viene né identificato né rimpatriato. Dopo un anno e mezzo di Cie, cosa succede?</p>
<p>Una volta fuori, queste persone rischiano semplicemente di non essere ancora identificate e di essere riportate dentro.<br />
Mentre giravo la storia a Torino ci è stato spiegato che &#8211; siccome i detenuti non riescono a dare un senso a quello che succede, non sanno quando verranno rilasciati o se verranno riportati a casa &#8211; non riescono a dorire di notte e , quindi, chiedono i calmanti. I calmanti, però, vengono dati molto facilmente perchè servono anche a mantenere la calma all&#8217;interno del Cie; vengono usati per sedare la rabbia.<br />
Quando facevo le interviste per telefono, capivo che dall&#8217;altra parte c&#8217;era una persona che non riusciva a parlare perchè intontita dai farmaci.</p>
<p>Nel terzo corto, attraverso la storia di Kabbour e Tareq, padre e figlio, si affronta il tema del “principio del bilanciamento”, riconosciuto dalla Corte europea di Giustizia: di cosa si tratta?</p>
<p>&nbsp;Il principio del bilanciamento dice che spetta al giudice dare la priorità all&#8217;interesse del minore oppure a quello dello Stato.  Se il soggetto è stato considerato un “pericolo sociale” ma ha un figlio, è lo Stato che decide a chi o a cosa dare la priorità, ma non esiste una normativa precisa riguardo a queste situazioni.<br />
Kabbour è uno di quelli che sono riusciti a vincere la causa e da circa due mesi è ritornato in Italia.</p>
<p></p>
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</div>
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