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	<title>Dublino Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Summit sui diritti umani a Dublino. Omizzolo: “Ho visto la bellezza di un mondo che non vuole soccombere”</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Oct 2019 06:50:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Omizzolo (da leurispes.it) Oltre cento difensori di diritti umani si sono dati appuntamento a Dublino dal 2 al 5 ottobre grazie all’organizzazione dell’Associazione Frontline Defenders e al contributo di In Difesa di.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Marco Omizzolo </p>



<p></p>



<p>(da <a href="http://leurispes.it?utm_source=rss&utm_medium=rss">leurispes.it</a>) </p>



<figure class="wp-block-image"><a href="https://www.leurispes.it/wp-content/uploads/2019/10/human-rights-2694619_1280.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img src="https://www.leurispes.it/wp-content/uploads/2019/10/human-rights-2694619_1280-696x392.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/></a></figure>



<p>Oltre cento difensori di diritti umani si sono dati appuntamento a Dublino dal 2 al 5 ottobre grazie all’organizzazione dell’Associazione Frontline Defenders e al contributo di In Difesa di. Tra loro ho avuto l’onore di esserci anch’io, eletto Human Rights Defender per gli studi, l’impegno e i risultati ottenuti in difesa dei diritti umani di donne e uomini che in Italia sono vittime di tratta internazionale a scopo di grave sfruttamento lavorativo, caporalato, emarginazione.<br>Quattro giorni di confronti, riflessioni e approfondimenti su ciò che accade dentro e oltre i confini nazionali ed europei. Donne e uomini provenienti dalla Somalia, Arabia Saudita, Cina, Bolivia, Argentina hanno denunciato, con la forza della loro esperienza, violenze e omicidi di Stato di cui sono vittime da anni e contro le quali da anni si battono con una fierezza che spinge ad avere ancora fiducia nell’uomo. Ancora molti sono gli Stati che praticano violenza e discriminazioni, omicidi e torture al solo scopo di ridurre al silenzio giornalisti,&nbsp;<em>blogger</em>, testimoni di giustizia, ambientalisti, ricercatori indipendenti, insegnanti, transgender, lesbiche e omosessuali. Alcuni testimoni hanno denunciato, non senza una comprensibile emozione, le loro condizioni di vita e i pericoli che ogni giorno corrono insieme con le loro organizzazioni e comunità, portando a testimonianza i segni lasciati sui loro corpi o gli anni di carcere passati in celle dove la tortura e la violenza erano l’unico pane quotidiano.<br>Vale in Eritrea, Sud Sudan, Egitto, Arabia Saudita, Cina, Bangladesh e in molti altri paesi nel mondo. Alcuni non hanno potuto mostrare il loro volto ne pronunciare il loro nome per il pericolo di morte che corrono sistematicamente in ogni luogo del mondo essi vivano. Il loro anonimato è il segno di quanta strada ancora la democrazia debba fare in paesi che pure sono centrali nello scacchiere internazionale come la Russia o la Cina.<br>A me il compito di raccontare che cosa è stato organizzato in termini di lotta, autodeterminazione, consapevolezza ed emancipazione in Italia nella battaglia contro ogni forma di schiavitù, sfruttamento, discriminazione e violenza contro i migranti, a volte impiegati come schiavi nelle nostre campagne (e non solo), discriminati perché capaci di resistere alle violenze del padrone o semplicemente perché ricattabili. La loro lotta è un impegno in difesa della democrazia che abbiamo il dovere di accompagnare, sostenere e condurre con loro. Basti pensare che secondo l’ultimo Rapporto Agromafie dell’Eurispes, il giro d’affari delle agromafie in Italia nella sola agricoltura è di circa 25 miliardi di euro. Il mio intervento in assemblea ha ricordato che la difesa dei diritti umani vale non solo fuori i confini europei ma anche al suo interno, superando stereotipi diffusi che nascondono invece realtà di sfruttamento ed umiliazioni molto gravi.<br>Parlare di agromafia in Italia dinnanzi al Commissario Michelle Bachelet, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani e a Michel Forst, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per gli human rights defenders, citando i dati contenuti nell’ultimo Rapporto dell’Eurispes e alcune tra le storie di vita di braccianti migranti impiegati in condizioni di grave sfruttamento nelle campagne del Paese, ha permesso di offrire un quadro aggiornato e rinnovato nella dialettica e rappresentazione del fenomeno, premessa per prossimi impegni e nuovi appuntamenti. Lo sfruttamento è business, accondiscendenza nei confronti dei poteri mafiosi e di filiere ancora poco trasparenti. Abbiamo il dovere di indagare, approfondire, per difendere i diritti umani, per sostenere gli imprenditori seri e capaci da coloro che invece vìolano diritti e regole del mercato agendo in modo criminale e scorretto, per privilegiare il diritto contro la logica del profitto ad ogni costo, la produzione agricola di qualità dall’<em>Italian sounding</em>&nbsp;che è un’offesa per la storia, cultura e capacità di saper ben fare del nostro Paese. Presto, peraltro, questa riflessione la porteremo direttamente alle Nazioni Unite mettendo in luce nuovi dati, prove e rinnovate modalità di analisi e contrasto alle agromafie.<br>Tutti i difensori dei diritti umani presenti a Dublino ‒ con i loro linguaggi, colori, esperienze, cicatrici ‒ sono la prova che nel mondo viaggia ancora un sogno che è quello di costruire una società migliore in cui nessuno, riprendendo Martin Luther King, possa essere discriminato per il colore della propria pelle ma anche per la sua nazionalità, orientamento sessuale, appartenenza di classe, idee politiche. Difendere la terra dalla predazione e da ogni processo che ne alteri gli equilibri ecologici è un principio di sopravvivenza e di democrazia, come anche Papa Bergoglio riconosce e sottolinea ormai sistematicamente.<br>Ascoltando tante donne e uomini del Sudamerica parlare, nei loro racconti, di lotta alle devastazioni ambientali, di difesa del territorio e della vita dei villaggi dagli squadroni della morte dei loro governi, dei loro compagni e compagne uccisi in raid assassini dalle forze di polizia locali, ho visto la violenza di un mondo che non vuole rassegnarsi e la bellezza di un altro, invece, che non vuole soccombere e per questo ha deciso di resistere. A questi difensori dei diritti umani non è stato regalato nulla. Si sono conquistati ogni metro fatto, ogni parola pronunciata, ogni cicatrice. Dublino è stata una grande occasione per ricordare che chiudersi in sé, dentro i propri confini, è sempre la strada più facile per impoverirsi, isolarsi e restare indietro sul piano dei diritti e dell’agire democratico. La chiusura autarchica significa dominio del più forte, che dentro un mondo globale vuol dire ‒ come la vicenda dei dazi Usa sui prodotti agricoli anche italiani sta dimostrando ‒ che a vincere sono i più grandi, i meglio organizzati, i più cinici rispetto alle regole proprie della democrazia.<br>Qualcuno ci ha raccontato, per anni, che bisognava tenere i piedi per terra. Io so che volare, a volte, serve per alzare lo sguardo, so che resiste nel mondo la voglia di giustizia e libertà che anima ancora le menti e i corpi di tante persone che, in diverse aree di questo mondo, vivono le ragioni del fare e soprattutto del fare nella direzione di un cambiamento che riconosca giustizia, futuro, libertà, democrazia a tutti. “Nessuno escluso” è ciò che spero presto diventi la bussola del cambiamento.<br>Resto convinto che la storia la cambia chi decide di cambiare il modo di lavorare, ragionare, parlare, raccontare e vivere nel mondo. La scelta inevitabile è quella di socializzare i saperi, rafforzare uno spirito libero, indipendente e critico, con-fondere nel senso di tenere insieme le persone, allargare i diritti, sconfiggere le disuguaglianze. Dicono sia un sogno: a me da Dublino pare un sogno possibile. Fiero di essere stato nominato Human Rights Defender.</p>
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		<title>Sea-watch: come la miopia politica del Governo italiano lede i diritti fondamentali</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Jul 2019 09:56:01 +0000</pubDate>
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<h1></h1>



<p>da www.asgi.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="633" height="1024" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola-633x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12727" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 633w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/07/grazie-Carola-185x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 185w" sizes="(max-width: 633px) 100vw, 633px" /><figcaption>Disegno di Francesco Piobbichi</figcaption></figure>



<p>ASGI esprime soddisfazione per lo sbarco delle persone a bordo della Sea Watch 3 e gratitudine a tutti coloro che, ponendo in primo piano la salvaguardia della vita delle persone, hanno consentito tale risultato.</p>



<p>Allo stesso tempo ASGI ritiene necessario ribadire l’erroneità e la miopia della politica del governo italiano, di&nbsp;<strong>ottusa ostilità</strong>&nbsp;nei confronti delle imbarcazioni delle ONG che conducono attività di ricerca e soccorso nel mare Mediterraneo centrale e di&nbsp;<strong>criminalizzazione</strong>&nbsp;di coloro che supportano il diritto alla vita ed alla libertà di circolazione delle persone (politica che, iniziata con gli accordi con la Libia ed il cd. “codice di condotta del precedente Governo italiano ha, da ultimo, visto acutizzarsi gli effetti repressivi con l’incostituzionale d.l. 53/2019 approvato dall’attuale Consiglio dei Ministri – che auspichiamo non venga convertito in legge).</p>



<p><strong>Sbagliata</strong>&nbsp;in quanto non considera che l’attività di ricerca e salvataggio in mare da parte di organizzazioni umanitarie e di privati cittadini è la conseguenza della&nbsp;<strong>dismissione delle politiche pubbliche italiane ed europee in materia</strong>. Infatti, come è evidente, a partire dalla conclusione dell’operazione Mare Nostrum, non esiste oggi alcun efficace programma di ricerca e salvataggio delle persone in nel mare Mediterraneo centrale nonostante l’acuirsi dei motivi delle migrazioni di gran parte delle persone e, in particolare, quanto avviene in Libia.</p>



<p><strong>Sbagliata,</strong>&nbsp;in quanto omette costantemente di affermare che, salvo ipotesi da considerarsi marginali, non&nbsp;<strong>esiste alcun concreto meccanismo di ingresso legale in Italia,</strong>&nbsp;sia per i richiedenti asilo politico che per i cittadini stranieri in generale. Dunque i viaggi attraverso il mar Mediterraneo in condizioni di estrema precarietà e rischio sono una necessità determinata dalla politica di chiusura delle frontiere.</p>



<p><strong>Miope</strong>, in quanto il luogo unico per affrontare le vicende connesse agli ingressi di cittadini di Paesi terzi in Europa è&nbsp;<strong>l’Unione europea</strong>&nbsp;stessa e le sue istituzioni. Se il problema lamentato dal Governo italiano è l’ingente numero di richiedenti asilo che graverebbe sull’Italia (numero che, invero, non è mai stato eccezionale nella storia della Repubblica italiana, tanto meno negli ultimi anni, tanto è vero che da quando è drasticamente diminuito i problemi demografici italiani si sono ulteriormente acuiti) è evidente&nbsp;<strong>che l’unico modo per affrontarlo è la riforma del Regolamento UE n.&nbsp; 604/2013, cd. Regolamento Dublino</strong>, ovvero la normativa che regola i criteri di competenza degli Stati membri della Unione nel decidere sulle domande di asilo presentate da cittadini stranieri.</p>



<p>La riforma è necessaria per cambiare la norma in base alla quale le persone sono costrette (salvo casi eccezionali) a chiedere l’asilo nel primo Paese in cui arrivano e devono di fatto restare in tale Paese.</p>



<p><strong>Il Governo non dice</strong>&nbsp;che il Parlamento europeo ha approvato un testo di compromesso di riforma del Regolamento Dublino che, per quanto migliorabile, individuava criteri innovativi di determinazione dello Stato competente secondo un principio di redistribuzione delle persone tra i diversi Stati dell’Unione (tenendo conto anche dei legami significativi delle persone) e che il Movimento 5 Stelle ha votato contro tale proposta ed i deputati della Lega si sono astenuti.</p>



<p>Evidente che sia il voto contrario che l’astensione rappresentano la non volontà di questi due partiti, oggi al governo, di riformare il sistema Dublino per una più equa distribuzione in tutta l’Unione europea dei richiedenti asilo.</p>



<p><strong>Non è quindi credibile</strong>&nbsp;che, oggi, l’Italia ponga reiteratamente la questione preliminare della redistribuzione nell’Unione europea quale condizione dello sbarco delle persone salvate in fuga dalla Libia e potenzialmente richiedenti asilo, giacché&nbsp;<strong>la permanenza della rigidità dell’attuale Regolamento Dublino è responsabilità anche di questi partiti di governo</strong>.</p>



<p><strong>L’ipocrisia&nbsp;</strong>che caratterizza la propaganda governativa costringe le persone salvate in mare ed in fuga dalle atrocità subite in Libia (“certificate” anche dalla giustizia italiana) a diventare&nbsp;<strong>merce politica</strong>&nbsp;e a subire ulteriori umiliazioni e mortificazioni della loro dignità.</p>



<p><strong>Miope,</strong>&nbsp;in quanto l’attuale politica del governo manifesta di non avere alcuna prospettiva credibile per affrontare la questione sul lungo periodo, perché si basa su accordi con Stati fantoccio o in preda alla guerra civile (la Libia, ma non solo), ai quali ha delegato il compito di respingere i migranti in cerca di fuga dai propri Paesi, così garantendo la&nbsp;<strong>permanenza della filiera criminale</strong>&nbsp;che conduce le persone (come merci) nei centri di detenzione ove sono vendute, torturate, stuprate ed uccise.</p>



<p>Nello specifico degli accordi con la Libia, questi seguono criteri di convenienza ed espongono l’Italia e l’Europa al continuo ricatto da parte di miliziani e dittatori, esaltati ad interlocutori istituzionali. &nbsp;</p>



<p>A chiusura di questa ennesima vicenda,&nbsp;<strong>ASGI invita a monitorare</strong>&nbsp;sulle condizioni di accoglienza dei migranti sbarcati a Lampedusa all’interno del locale hotspot, considerato che troppo spesso, anche negli ultimi mesi, si sono accertate palesi violazioni dei diritti delle persone&nbsp;<strong>trattenute illegalmente e senza adeguata assistenza.</strong></p>



<p><strong>ASGI esprime solidarietà e vicinanza alla Comandante della nave Sea Watch 3, Carola Rackete</strong>, sbeffeggiata senza pudore da chi dovrebbe rappresentare le più alte istituzioni italiane, con un accanimento che trova spiegazione nella bassa cultura della violenza, anche solo verbale, rivolta ad una donna, svilendo il ruolo pubblico che ella riveste.</p>



<p>ASGI auspica che la magistratura italiana voglia correttamente inquadrare la posizione giuridica della Comandante della Sea Watch3 e sappia adeguatamente considerare la responsabilità che la stessa, per 17 giorni, ha dovuto accollarsi per fare fronte alle carenze degli Stati dell’Unione europea: Carola Rackete ha salvato delle persone destinate ad affogare e dunque ha rispettato un obbligo giuridico universale.</p>



<p>ASGI, nel contempo, sollecita l’avvio di una rigorosa inchiesta sulle eventuali responsabilità, anche in sede penale, della condotta tenuta, a diversi livelli, dalle autorità italiane in relazione al rispetto delle norme internazionali in materia di soccorso in mare e per avere rallentato ed ostacolato in ogni modo le operazioni di soccorso dei naufraghi una volta che la Sea Watch3 ha fatto ingresso nelle acque territoriali.</p>



<p>Non vanno confusi il diritto alla vita ed i principi di solidarietà umana e sociale, compresi in precise norme giuridiche, con i desideri e le ipocrisie del potere esecutivo di turno.</p>



<p><strong>I diritti delle persone vanno rispettati sempre ed ovunque</strong>, “<em>senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali</em>.” (art. 3 della Costituzione).</p>
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		<title>Nasce l’Osservatorio Carta di Milano: La solidarietà non è reato</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Oct 2017 08:03:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Anche Associazione per i Diritti umani aderisce all&#8217;osservatorio Carta di Milano Lo scorso 30 settembre una trentina di attivisti, giornalisti, giuristi, cittadini solidali, esponenti di Ong e associazioni si sono incontrati a Milano per&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #454545;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: medium;"><i><b>Anche Associazione per i Diritti umani aderisce all&#8217;osservatorio Carta di Milano</b></i></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Lo scorso 30 settembre una trentina di attivisti, giornalisti, giuristi, cittadini solidali, esponenti di Ong e associazioni si sono incontrati a Milano per dar vita all’Osservatorio proposto dalla <a href="http://www.a-dif.org/2017/05/29/carta-di-milano-la-solidarieta-non-e-reato/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Carta di Milano: La solidarietà non è reato</a>, un documento lanciato il 20 maggio 2017 durante la manifestazione “Insieme senza muri”, per tutelare l’onorabilità, la libertà e i diritti della società civile in tutte le sue espressioni umanitarie: quando salva vite in mare; quando protegge e soccorre le persone in difficoltà ai confini; quando vigila sul rispetto del principio di legalità e di uguaglianza; quando denuncia il mancato rispetto dei diritti fondamentali nelle procedure di trattenimento amministrativo e di allontanamento forzato; quando adempie al dovere inderogabile di solidarietà che fonda la Costituzione italiana.</p>
<p align="JUSTIFY">Estensori e firmatari della Carta sono allarmati dall’evidenza che l’attività indipendente di monitoraggio, testimonianza e azione solidale esercitata dalla società civile – che costituisce una garanzia essenziale per la vita democratica – è a rischio, in Italia e in Europa. Anziché essere protetta e incentivata, l’autonomia degli attivisti solidali è stata minata in un crescente processo di criminalizzazione. Abbiamo assistito al tentativo di imbrigliare le Ong in un codice di condotta volto a piegarne la natura indipendente, alla metodica aggressione della possibilità di soccorso in mare, a processi a carico di cittadini “colpevoli” di aver offerto soccorso ai profughi, all’incriminazione di voci dissenzienti per “vilipendio delle istituzioni”, all’emanazione di ordinanze che proibivano di dare cibo ai profughi e alla comminazione di fogli di via che vietavano per tre anni agli attivisti di recarsi nei comuni di confine.</p>
<p align="JUSTIFY">Siamo testimoni di un passaggio di soglia di portata storica, in cui ci è dato vedere quanto sia fragile la tenuta dello stato di diritto e quanto sia ormai possibile, per i cittadini democratici, per le “brave persone”, nominare ciò che – lungamente covato e alimentato – era rimasto finora innominabile: i migranti, resi categoria, minaccia, capro espiatorio, possono morire in mare, nel deserto o nei centri libici, possono essere schiacciati dai camion e dai treni nei luoghi di frontiera, possono essere resi schiavi, possono dormire in strada, sul greto di un fiume, essere scacciati, cancellati nella loro individualità umana, per diventare generici “invasori”, incolpati di ogni crimine. Tutto questo sta diventando un dato di fatto che non ci chiama più in causa come corpo sociale. A chi cerca di attraversare una frontiera, per ricongiungersi alla famiglia o cercare una possibilità di esistenza, non è concesso dare aiuto – cibo, informazioni, un passaggio in macchina – pena l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e la violazione di ordinanze che non molto tempo fa sarebbero apparse intollerabili alla grande maggioranza degli italiani.</p>
<p align="JUSTIFY">La criminalizzazione della solidarietà rischia di favorire, nell’opinione pubblica e nelle forze politiche, un atteggiamento di indifferenza nei confronti di migranti e rifugiati, quando non posizioni apertamente razziste e nazionaliste. Lo stesso rischio è insito nel tentativo di gettare un sospetto di corruzione sugli esempi di buona accoglienza e inclusione sociale che non producono profitto e non rientrano nelle logiche speculative, specie in un momento in cui l&#8217;accoglienza assume un approccio ancora più securitario, come dimostrano i nuovi bandi, che renderanno impenetrabili i luoghi in cui le persone saranno ospitate.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/untitled-1121.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9610 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/untitled-1121.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Per contrastare questa deriva, l’Osservatorio intende operare come strumento per connettere le realtà delle Ong e della società civile solidale, a livello nazionale ed europeo, monitorando e denunciando gli abusi nei confronti di Ong, attivisti e cittadini solidali.</p>
<p align="JUSTIFY">Ci proponiamo di dare sostegno legale, individuando pratiche di auto-aiuto, a chi viene colpito da provvedimenti vessatori, infamanti e discriminatori, e di articolare una contro-narrativa mediatica che mostri quanto di straordinario producono le Ong e i cittadini solidali, spesso riparando alle mancanze, quando non agli abusi, delle istituzioni.</p>
<p align="JUSTIFY">Vogliamo agire come gruppo di pressione a livello di Parlamento europeo: chiedendo l’abrogazione delle norme restrittive dell’attuale regolamento Dublino; opponendoci alle prassi operative di agenzie europee come Frontex, che criminalizzano le attività di soccorso ed assistenza degli operatori umanitari; individuando gli strumenti necessari per porre fine alle ambiguità contenute nella Direttiva sul favoreggiamento dell&#8217;ingresso, del transito e del soggiorno illegali (2002/90/CE) che offrono appiglio agli Stati membri per configurare come reato il sostegno all&#8217;ingresso illegale di migranti, in assenza di profitto economico.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Osservatorio, operativo fin dal giorno della sua costituzione, si è strutturato in due gruppi di lavoro: il primo impegnato sui temi della comunicazione, il secondo nel sostegno e nella difesa degli attivisti incriminati per atti di solidarietà e nella promozione a livello europeo e nazionale di misure legislative e normative.</p>
<p align="JUSTIFY">Del primo gruppo faranno parte professionisti della comunicazione – giornalisti, registi, documentaristi, vignettisti, blogger – che si rivolgeranno a giornalisti e media nazionali, locali ed esteri, con cui sono o entreranno in contatto.</p>
<p align="JUSTIFY">Del secondo gruppo faranno parte avvocati, giuristi e attivisti che si impegneranno nella difesa di Ong e cittadini solidali, e in un’opera di lobbying nei confronti delle istituzioni nazionali ed europee.</p>
<p align="JUSTIFY">Questi sono gli impegni che ci siamo assunti:</p>
<ul>
<li>
<p align="JUSTIFY">costituire una rete di attivisti a livello italiano ed europeo in grado di scambiarsi informazioni, darsi mutuo sostegno e far valere la propria voce a livello mediatico, giuridico e istituzionale;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">individuare e denunciare i tentativi messi in atto a livello sociale, politico, mediatico, giudiziario e legislativo per infangare e contrastare le iniziative solidali;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">connettere i professionisti e gli attivisti impegnati nella comunicazione così da fornire a giornalisti e media un’informazione puntuale che contrasti la criminalizzazione della solidarietà e degli attivisti umanitari;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">raccogliere un archivio delle buone pratiche in corso, in Italia e in Europa;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">raccogliere un archivio dell’attinente giurisprudenza in Italia e in Europa;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">connettere i professionisti e gli attivisti che operano in campo legale e giudiziario, così da supportare persone e organizzazioni criminalizzate per atti di solidarietà a favore di profughi e migranti. Riteniamo di particolare importanza un’articolazione non solo individuale delle possibilità di difesa, che devono inserirsi nelle realtà nazionali ed europee, così da limitare quei margini di arbitrio che sempre più contraddistinguono l’operato di autorità giudiziarie, organi di polizia e strutture burocratiche;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">promuovere la Carta di Milano, traducendola nelle principali lingue e chiedendo la sottoscrizione a Ong, associazioni e attivisti italiani ed europei;</p>
</li>
<li>
<p align="JUSTIFY">rendere più stretto e operativo il rapporto con le Ong degli altri Paesi europei impegnate sullo stesso terreno, e il rapporto tra l’Osservatorio, le Ong e i parlamentari, sia europei sia degli Stati membri, che hanno condiviso, finora in maniera non sufficientemente coordinata, il lavoro di contrasto alla deriva autoritaria e anti-solidale imboccata dalle autorità dell’Unione, impegnate a trasformare l’Europa in una fortezza verso l’esterno e in una caserma nei confronti dei propri cittadini.</p>
</li>
</ul>
<p align="JUSTIFY">Si tratta di impegni onerosi, per i quali le nostre sole forze non basteranno. Invitiamo attivisti, professionisti, cittadini solidali e Ong a unirsi a noi, utilizzando la nostra pagina Facebook Osservatorio Carta di Milano &#8211; La solidarietà non è reato e il nostro indirizzo mail: <a href="mailto:CartaMilanoSolidarieta@gmail.com">CartaMilanoSolidarieta@gmail.com</a>, tramite il quale si può anche aderire alla Carta.</p>
<p align="JUSTIFY">L’Osservatorio ha deciso di riconvocarsi entro la fine del mese di novembre, dopo aver articolato una struttura iniziale e provvisoria che possa distribuire il lavoro in base alle risorse di tempo e di impegno dei sottoscrittori, accogliendo le nuove adesioni e individuando tutti i nuovi canali attivabili per coinvolgere nell’iniziativa la più ampia platea di cittadini, attivisti, organizzazioni, istituzioni e organi di vario genere, uniti dalla convinzione che sia necessario e urgente porre un argine alla criminalizzazione della società civile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="RIGHT"><span style="color: #454545;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: medium;">Osservatorio </span></span></span><span style="color: #454545;"><span style="font-family: Cambria, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Carta di Milano: La solidarietà non è reato</i></span></span></span></p>
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		<title>Rapporto sulla missione LIBE in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jun 2017 08:47:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Barbara Spinelli è intervenuta sul punto in agenda della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) riguardo a due specifici punti in agenda, in qualità di partecipante alla&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Barbara Spinelli è intervenuta sul punto in agenda della riunione ordinaria della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE) riguardo a due specifici punti in agenda, in qualità di partecipante alla missione LIBE in Italia del 18-21 aprile 2017:</p>
<p></em></p>
<blockquote>
<div>
<div class="m_5713403192523690748gmail_signature">
<div><i>&#8211; Questione dei profughi/migranti in Italia: situazione e futuri scenari.Scambio di opinioni con Domenico Manzione, sottosegretario di Stato, ministero dell&#8217;Interno.</i></div>
</div>
</div>
<div>
<div class="m_5713403192523690748gmail_signature">
<div><i>&#8211; Missione della commissione LIBE in Italia su migrazione e asilo, 18-21 aprile 2017. Presentazione di un progetto di resoconto di missione</i></div>
</div>
</div>
</blockquote>
<div></div>
<div><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8734" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="603" height="483" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 603w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/unione_europea1-300x240.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 603px) 100vw, 603px" /></a></div>
<div>
<div class="m_5713403192523690748gmail_signature">
<div dir="ltr"></div>
</div>
</div>
<div>
<div class="m_5713403192523690748gmail_signature">
<div dir="ltr">&#8220;Ringrazio il dottor Manzione per la presentazione e soprattutto per le considerazioni critiche che ha fatto a conclusione del suo intervento sulla &#8220;solidarietà flessibile&#8221; – un vero ossimoro – sulle procedure spesso complicate di accoglienza e sul sistema Dublino. Ringrazio anche il segretariato Libe per l’eccellente rapporto sulla nostra missione in Italia.</p>
<p>Affronterò alcuni punti specifici:</p>
<p>Della questione delle Ong si è parlato molto, durante la missione in Italia, non solo con il procuratore di Catania Carmelo Zuccaro ma con le Ong stesse. Vorrei evitare che si guardasse all’operato delle Ong alla stregua di attività che possono creare un &#8220;canale umanitario improprio&#8221;, come ha appena detto il dottor Manzione, perché in tal modo si finisce con l&#8217;introdurre, in modo a mio avviso pericoloso, l’idea che esita un nuovo concetto lecito, in Italia e nell’Unione, che potrebbe chiamarsi “search and rescue illegale”: una contraddizione in termini, perché il search and rescue è legale in sé, per definizione. Come accade per il concetto di “solidarietà flessibile”, i due termini non vanno bene insieme. In realtà non ci sono al momento che insinuazioni sulle Ong, vedremo i risultati delle inchieste, ma finora non esiste alcuna prova, come dichiarato dalla stessa Guardia di finanza. Chiedo un po’ di chiarezza in proposito: non vorrei che si parlasse di mafia in assenza di prove, anche se i procuratori in questione hanno una grande esperienza nell’antimafia.</p></div>
<div dir="ltr">
Un altro punto importante di cui si è discusso nel corso della missione è la nuova legge italiana sul contrasto all’immigrazione irregolare e l’accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, la cosiddetta legge Minniti. La collega Barbara Kudrycka (PPE, Polonia, co-leader della missione) ha detto cose giustissime su questo. In effetti ci sono molti dubbi sulla correttezza costituzionale di questa legge, sia per l’esclusione del contatto diretto tra il ricorrente e il giudice, sostituito dalle videoregistrazioni dei colloqui, sia per l’abolizione del secondo grado di giudizio, che compromette gravemente, stando al parere di molti costituzionalisti, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Si è invece discusso in maniera molto positiva, anche con le Ong italiane, della legge Zampa, che riguarda i minori non accompagnati. Significativamente, la legge è stata elaborata con una grande cooperazione delle Ong, giungendo a un ottimo testo.</div>
<div dir="ltr">
Il terzo punto che vorrei affrontare sono gli accordi bilaterali tra Italia e Libia, spesso lodati anche in questo Parlamento. Vorrei farmi portavoce di quanto ho ascoltato in Italia dalle Ong e dai rappresentanti dell’Unhcr, che hanno sottolineato la natura di push factor ormai assunta dalla Libia. Parliamo di un Paese non più soltanto di transito per migranti e profughi, ma di un Paese dal quale la gente fugge perché non esiste più come Stato, e che non tiene in alcun conto i diritti umani, al punto da creare campi che da più parti sono stati definiti “campi di concentramento”.</div>
<div dir="ltr">
Ricordo al dottor Manzione che quella degli accordi con la Libia è una vecchia storia, e che la Corte di Strasburgo ha già condannato una volta l’Italia, nel caso Hirsi, per il respingimento di migranti e rifugiati verso la Libia, nel 2009. Erano respingimenti collettivi vietati dalla Convenzione di Ginevra, e attuati dopo l’accordo tra Berlusconi e Gheddafi: una politica italiana che rischia di ripetersi.</div>
<div dir="ltr">
Il quarto punto riguarda gli hotspot, dove l’identificazione di migranti e profughi è effettivamente arrivata quasi al cento per cento. Tuttavia, secondo un rapporto di Amnesty International, il prelievo delle impronte digitali avviene spesso con l’uso della violenza. Le autorità italiane lo hanno negato, ma le accuse contenute nel rapporto di Amnesty non possono essere ignorate.</div>
<div dir="ltr">
Vorrei concludere parlando della ricollocazione, sulla cui effettività si devono dire tutte le cose negative che ben conosciamo, ma a mio parere essa è in se stessa ingannevole se non si riforma il regolamento di Dublino. Riporto solo un dato: nel 2015-2016, in Italia ci sono stati 5.049 “trasferimenti Dublino”, ovvero migranti arrivati in Italia, andati in altri Paesi dell&#8217;Unione e ritrasferiti in Italia, e 3.936 ricollocamenti dall’Italia verso altri Stati membri. Questo significa che il numero delle persone rimandate in Italia è più alto di quello delle persone trasferite dall’Italia. Per questo affermo che, se non si riforma Dublino, la stessa ricollocazione rischia di essere un inganno. Vorrei sapere cosa il governo italiano si proponga di fare a riguardo, e se intenda veramente porre la questione Dublino, fino a giungere al veto nel Consiglio. Grazie&#8221;.</div>
</div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>«Le raccomandazioni della Commissione sull’accordo UE-Turchia e sul ripristino dei trasferimenti in Grecia sono sconcertanti»</title>
		<link>https://www.peridirittiumani.com/2016/12/21/le-raccomandazioni-della-commissione-sullaccordo-ue-turchia-e-sul-ripristino-dei-trasferimenti-in-grecia-sono-sconcertanti/#utm_source=rss&#038;utm_medium=rss</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2016 07:52:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#160; &#160; Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo sulla Raccomandazione della Commissione europea sull&#8217;attuazione della dichiarazione UE-Turchia e il ripristino dei trasferimenti nell&#8217;ambito del sistema di Dublino,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-21.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6901" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/09/th-21.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (21)" width="300" height="200" /></a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Barbara Spinelli è intervenuta nel corso della sessione plenaria del Parlamento europeo sulla <em>Raccomandazione della Commissione europea sull&#8217;attuazione della dichiarazione UE-Turchia e il ripristino dei trasferimenti nell&#8217;ambito del sistema di Dublino</em>, dopo la dichiarazione del commissario per la Migrazione, affari interni e cittadinanza Dimitris Avramopoulos.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>«Le raccomandazioni della Commissione – sull’accordo UE-Turchia e sul ripristino dei trasferimenti in Grecia – sono sconcertanti. Voi stessi – non solo Amnesty International – dite che l’accoglienza nelle isole dell’Egeo e in terraferma non funziona, che i minori non accompagnati e le persone vulnerabili sono tuttora detenute, e però raccomandate il ritorno in Grecia dei rifugiati a partire dal marzo 2017, visti i “molti progressi”.</p>
<p>Voi ammettete che le isole sono sovraffollate, e chiedete di affollarle di più. Menzionate le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia contro tali trasferimenti – anche graduali – e ve le dimenticate per strada.</p>
<p>Non meno sconcertante il piano d’azione su UE-Turchia: è accertato ormai che la Turchia non è un Paese sicuro. Ciononostante volete più rimpatri, riunificazioni familiari gestite in Turchia, e non esitate a raccomandare le deportazioni dei più vulnerabili. Al governo greco si chiede perfino di riscrivere le leggi nazionali che vietano simili rimpatri.</p>
<p>Chiedo alla Commissione cosa la spinga a ritenersi forte, quando sta dimostrando solo impotenza: è incapace di ricollocare i rifugiati come promesso, ignora la miseria economica imposta alla Grecia. A meno che non voglia fingersi forte così: sradicando i diritti dell’uomo».</p>
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		<title>Un prodotto tossico invade l&#8217;Europa: la disinformazione sui migranti</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 07:22:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO Un prodotto tossico invade l’Europa. Esso provoca intolleranze, sentimenti incontrollati di paura, reazioni violente e aggressività. Il prodotto tossico si chiama “disinformazione” e riguarda le trasmigrazioni che passano dal continente&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO EUROPEO</b></span></span></p>
<p>Un prodotto tossico invade l’Europa. Esso provoca intolleranze, sentimenti incontrollati di paura, reazioni violente e aggressività. Il prodotto tossico si chiama “disinformazione” e riguarda le trasmigrazioni che passano dal continente africano – per decenni devastato anche dagli europei – al continente europeo ma coinvolge anche l’America Latina, l’Asia e l’Oceania. Queste trasmigrazioni hanno reso drammaticamente desueta la Convenzione di Ginevra “per la protezione delle persone civili in tempo di guerra” che appare ora inefficace di fronte alle nuove ragioni che costringono persone a fuggire da guerre, disastri ambientali e violenze tribali.</p>
<p>Ci sono nel mondo più di sedici milioni di rifugiati di cui i tre quarti hanno trovato asilo fuori dall’Europa mentre nell’UE essi non superano l’1% della popolazione residente. Per dare un termine di paragone, l’Europa – che è solo in parte terra di immigrazione (legale, illegale, di richiedenti asilo) – è stata per decenni terra di emigrazione: dal 1836 al 1914, trenta milioni di europei hanno cercato e trovato accoglienza negli USA. Secondo l’UNHCR dal 1° gennaio al 30 settembre 2016 gli sbarchi in Europa sono diminuiti del 42% (da 500.042 a 300.927 di cui 166.749 in Grecia e 131.702 in Italia) mentre è spaventosamente aumentata (23%) la carneficina nel Mediterraneo.</p>
<p>Non funziona la politica di ricollocazione fra paesi membri: una percentuale minima di rifugiati cambia Stato di accoglienza con decisioni che ignorano spesso la loro volontà e le esigenze di ricongiungimento familiare e sociale. Non potrà funzionare il Regolamento di Dublino secondo la proposta della Commissione se non si modificheranno sostanzialmente i suoi elementi essenziali passando dallo stato di emergenza a quello di permanenza, se non sarà sancito il carattere vincolante del principio di solidarietà e se non ci sarà un’efficace protezione e accoglienza dei minori non accompagnati. Non c’è ancora vera gestione europea delle trasmigrazioni alle frontiere dell’UE, il che rende difficile il controllo da parte degli Stati di prima accoglienza e rischia di rendere permanente la sospensione degli accordi di Schengen. Non esistono strumenti finanziari adeguati per aiutare gli Stati a promuovere ed eseguire politiche di accoglienza, inclusione e sviluppo di società interculturali fondate sulla convivenza e il rispetto dell’altro.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/europa-bandiera1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-7304 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/europa-bandiera1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="europa-bandiera1" width="268" height="201" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il Movimento europeo ha deciso di avviare un’urgente azione con tutti i suoi membri collettivi:</p>
<ul>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per combattere la disinformazione in tema di immigrazione e asilo</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per ottenere una revisione della proposta di modifica del Regolamento di Dublino, presentata dalla Commissione, nel senso indicato più sopra</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per chiedere la revisione e l’accelerazione delle procedure che determinano chi ha diritto di asilo e delle misure di accoglienza</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per far inserire nelle direttive europee il diritto di circolazione per ricerca di lavoro e il diritto di asilo previsti dalla Carta dell’ONU</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per lanciare, insieme alle organizzazioni che operano a favore dei rifugiati, un’iniziativa internazionale volta a modificare la Convenzione di Ginevra</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per far riorientare a favore dell’accoglienza una parte significativa delle spese di coesione regionale, sociale e territoriale destinate a società inclusive, diverse e plurali dando la priorità allo sviluppo delle aree interne</span></span></li>
<li><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">per ottenere una vera e propria politica di cooperazione allo sviluppo verso l’Africa che distingua paesi a regime democratico e paesi dove i diritti dell’Uomo sono costantemente violati. </span></span></li>
</ul>
<p><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"> </span></span></p>
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		<title>L&#8217;ipocrisia del Migration Compact</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2016 09:44:23 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Francesco Martone   (da Comune.info) &#160; È stato presentato nei giorni scorsi il  secondo rapporto del relatore speciale Onu sui crimini e violazioni dei diritti umani in Eritrea. Ennesimo atto di accusa verso un&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Francesco Martone   (da Comune.info)</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/campesi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6129" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6129" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/campesi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="campesi" width="600" height="401" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/campesi.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/campesi-300x201.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>È stato presentato nei giorni scorsi</strong> <strong>il  secondo rapporto del relatore speciale Onu sui crimini e violazioni dei diritti umani in Eritrea.</strong> Ennesimo atto di accusa verso <strong>un regime spietato</strong> quello di Isaias Afewerki, <strong>uno dei possibili beneficiari dei fondi previsti dal Migration Compact</strong> presentato anch’esso nei giorni scorsi a Bruxelles e figlio di una proposta avanzata da Matteo Renzi. Una proposta e un’iniziativa non solo improntata su un’approccio securitario, che mira a bloccare sull’altra sponda del Mediterraneo i flussi di migranti e possibili richiedenti asilo, ma rischia anche di consolidare e perpetuare le cause stesse di quelle migrazioni. L’idea di fondo è quella di sostenere i governi dei paesi di origine, e investire decine di miliardi di euro in infrastrutture, usando la leva degli investimenti privati, né più e né meno come pretende di fare il piano Jucker per l’Europa.</p>
<p>In realtà<strong> il Migration Compact è muto, cieco e sordo riguardo le vere cause dell’esodo di massa verso l’Europa, guerra e repressione, violenza e dittature. </strong>Ci sono certo coloro che cercano un futuro lavorativo in Europa ci mancherebbe ed è loro diritto fondamentale, perché le migliaia e migliaia di italiani che se ne vanno dal paese per costruirsi un progetto di vita altrove che sono, beneficiati dal loro colore della pelle? Il punto però è che per molti provenienti da altre zone di conflitto, passerebbe la visione secondo la quale il problema (per gli eritrei e non solo, si pensi ad esempio agli etiopi Omo e Oromo magari, vessati e espulsi dalle loro terre) sarebbe un problema di sviluppo, di crescita. Insomma non persone che fuggono per salvare la propria vita, ma<strong> migranti economici,</strong> ai quali proporre chissà quando un posto di lavoro a casa propria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/84149870_eritrome20junafp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6130" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6130" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/84149870_eritrome20junafp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="84149870_eritrome20junafp" width="660" height="371" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/84149870_eritrome20junafp.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 660w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/84149870_eritrome20junafp-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 660px) 100vw, 660px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Diciamo le cose come stanno, se si dovesse fare un calcolo in termini di posti di lavoro, in Africa se ne dovrebbero “costruire” oltre ottocento milioni. E fino quando questi benedetti posti di lavoro non verranno creati e queste infrastrutture costruite quelle persone dove vanno? Magari in campi di concentramento trasformati in sale di attesa? Se invece si ragionasse in altra maniera, riconoscendo le vocazioni e le specificità di quei territori a creare reddito, non necessariamente attraverso il classico posto di lavoro, non necessariamente reddito in termini di Prodotto interno lordo o Indici di Sviluppo Umano, magari si riuscirebbe a <strong>dare la possibilità a milioni di persone di produrre il loro cibo, e dar loro accesso agli strumenti per determinare il proprio futuro. </strong>Questo è il primo elemento. Ma anche <strong>l’assioma secondo il quale la crescita porterà democrazia fa acqua da tutte le parti</strong>.</p>
<p>Chi controlla l’economia di quei paesi? Dove andranno le risorse economiche e finanziarie? <strong>Le parole della commissione di inchiesta sui crimini in Eritrea</strong> ci riportano alla realtà nuda e cruda, e <strong>mettono di nuovo a nudo la contraddizione se non l’ipocrisia dell’Europa e del suo Migration Compact</strong>. Insomma una spruzzata di umanitarismo e lotta alla povertà <em>mainstream</em>, per nascondere le vere questioni politiche e le cause del fenomeno migratorio, e addolcire la pillola amara della repressione “poliziesca” fatta di filo spinato e <em>hotspot</em>. Pillola amarissima per chi fugge dalla guerra o dalla repressione e la galera e si ritroverebbe dentro un’altra galera per poi essere rispedito a casa in attesa di un fantomatico “posto di lavoro”.</p>
<p><strong>Ma non è che forse proprio per quel modello di sviluppo, a causa dell’illusorio mito della crescita e del “trickle-down” development praticato in Africa e non solo che migliaia di persone partono dall’Africa se non per sfuggire alla guerra o alla repressione, almeno in cerca di una vita più decente? </strong>Per non dimenticare che nel frattempo l’Unione Europea sta continuando a spingere sui quei paesi per l’attuazione rapida degli Accordi di Partenariato Economico (Epa o Economic Partnership Agreements) che rischiano di creare grave pregiudizio alla possibilità di quelle economie di svilupparsi autonomamente. E così facendo ricreando le premesse per nuovi esodi migratori. Sono altre le maniere di ripagare un <strong>debito ecologico e sociale</strong> accumulato verso quel continente. Mi pare invece che il gatto si morda la coda. Anzi ancora una volta è il gatto che si mangia il topo.</p>
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		<title>&#8220;Hate crimes in Europe!&#8221;: Quale futuro? / What next?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2016 08:05:15 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cinzia D&#8217;Ambrosi Dopo la chiusura del confine del nord e di conseguenza il sentiero dei Balcani, oltre 46,000 rifugiati sono in Grecia e circa 5,000 hanno trovato riparo nel porto del Pireo ad&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">di Cinzia D&#8217;Ambrosi</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Dopo la chiusura del confine del nord e di conseguenza il sentiero dei Balcani, oltre 46,000 rifugiati sono in Grecia e circa 5,000 hanno trovato riparo nel porto del Pireo ad Atene.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Migliaia di loro sopportano condizioni molto difficili: la mancanza d&#8217;acqua, affollamento, cibo scarso, ecc. La pressione per lo sgombero dei rifugiati alle porte della stagione turistica e&#8217; notevole. Recentemente, il governo ha aperto molti centri temporanei di accoglienza, incluso uno nella parte ovest del porto. Molti dei rifugiati sono stati trasferiti lì, ma che cosa si possono aspettare dal futuro? Anche le statistiche non promettono molto, con una procedura di registrazione molto lenta. L&#8217;attesa puo&#8217; essere di molti mesi ed anche anni. Molti rifugiati hanno realizzato che non c&#8217;è speranza nel muoversi in altri Paesi europei e hanno iniziato a cercare dei modi di sopravvivenza. Alcuni si sono mossi in posti informali aperti da attivisti locali; nonostante cio&#8217;, il quadro e&#8217; di centinaia di rifugiati intrappolati in una vita in limbo.</span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6100" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6100" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (355)" width="752" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 752w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/06/untitled-355-300x200.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 752px) 100vw, 752px" /></a></p>
<p>foto di Cinzia D&#8217;Ambrosi</p>
<p><span style="font-size: medium;">Captions: &#8216;</span><span style="font-size: medium;"><i>The worst is that there is not much we can do but waiting&#8217;</i></span><span style="font-size: medium;"> A. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Didascalia: </span><span style="font-size: medium;"><i>&#8216;La cosa peggiore e&#8217; che non abbiamo nulla da fare, ma solo aspettare&#8217;.</i></span><i> </i><span style="font-size: large;">A. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;"><b>What next?</b></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Since the closure of Greece&#8217;s northern border and with it the Balkan migrant route, over 46,000 refugees are stranded in Greece and an estimated 5,000 have retorted to Piraeus port in Athens.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-size: large;">Stretched out in passenger terminals, many have stayed in the most rudimentary conditions, coping with lack of water facilities, crowded conditions, and a minimal resources. The pressure on clearing the terminals as the summer holidays season starts and trying to ease the situation has led to various interventions. Clearing the terminals has been one of them. Recently, the government has opened new temporary reception centres, including one west of Piraeus hushing them in. What is next for the thousands of refugees? Unfortunately, even statics do not promise much, the assessment process is very slow leaving many stranded for months, if not years. Increasingly, many are realising that there is not much hope moving to other countries in Europe and are starting to find ways to navigate society. Some have moved into disused spaces transformed into informal centres by local activists. Yet, thousands are trapped into a life of limbo.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/06/09/hate-crimes-in-europe-quale-futuro-what-next/">&#8220;Hate crimes in Europe!&#8221;: Quale futuro? / What next?</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>I rifugiati in cammino abbattono il “Muro di Dublino”. Il commento del Centro Astalli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Sep 2015 05:50:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“La colonna di bambini, donne e uomini nel cuore dell’Europa sono quel canale umano che con caparbietà i siriani hanno costruito per sopperire alla mancanza di canali umanitari. La forza di questa gente dà&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
“La<br />
colonna di bambini, donne e uomini nel cuore dell’Europa sono quel<br />
canale umano che con caparbietà i siriani hanno costruito per<br />
sopperire alla mancanza di canali umanitari. La forza di questa gente<br />
dà a tutti noi una lezione di civiltà”. Così&nbsp;<strong>P.</strong>&nbsp;<strong>Camillo<br />
Ripamonti</strong>,<br />
presidente Centro Astalli, commenta la decisione di Austria e<br />
Germania di aprire le frontiere e accogliere i migranti in cammino<br />
dall’Ungheria.</p>
<p>Oggi assistiamo alla caduta del<br />
cosiddetto”<strong>muro<br />
di Dublino</strong>”,<br />
grazie alla volontà e alla determinazione di un popolo in cammino<br />
per ottenere quanto viene chiesto incessantemente da anni a un’Europa<br />
sorda: pace e libertà.</p>
<p>L’Europa centrale in queste ore sta<br />
vivendo la medesima situazione che da anni ormai Italia, Spagna e<br />
Grecia si trovano ad affrontare riguardo agli arrivi di migranti<br />
forzati da paesi come Eritrea, Somalia, Nigeria dove conflitti<br />
atroci, terrorismo e persecuzioni, troppo spesso trascurati dal<br />
racconto mediatico, costringono le persone alla fuga.</p>
<p>Il<br />
Centro Astalli esorta le istituzioni nazionali ed europee a rendere<br />
strutturali e attivi sul lungo periodo&nbsp;<strong>canali<br />
umanitari sicuri</strong>.<br />Chiede<br />
inoltre la<strong>&nbsp;sospensione<br />
definitiva della Convenzione di Dublino</strong>&nbsp;e<br />
l’istituzione al suo posto di&nbsp;<strong>meccanismi<br />
di quote permanenti per un&#8217;equa distribuzione dei rifugiati tra tutti<br />
gli Stati membri&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>visti<br />
umanitari europei</strong>.</p>
<p>Invita<br />
inoltre la società civile a trasformare l’emotività e la<br />
commozione di questi giorni in atteggiamenti costrutti e fattivi<br />
&nbsp;per<strong>&nbsp;un’accoglienza<br />
nei territori che sia dignitosa e rispettosa dei diritti dei<br />
rifugiati.</strong></div>
<p></p>
<div style="border: currentColor; line-height: 0.56cm; padding: 0cm;">

</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Riflessioni su possibili strumenti di ingresso protetto di richiedenti protezione internazionale sul territorio europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Sep 2015 05:15:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>a cura del Gruppo di studio Progetto Lampedusa* “A mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno, la piazza universaledelle donne e degli uomini che porto con me&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/09/03/riflessioni-su-possibili-strumenti-di/">Riflessioni su possibili strumenti di ingresso protetto di richiedenti protezione internazionale sul territorio europeo</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong><br /></strong>a<br />
cura del Gruppo di studio Progetto Lampedusa<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn1?utm_source=rss&utm_medium=rss">*</a></u></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em>“A<br />
mani nude, senza altra scelta. Passo in rassegna i volti a uno a uno,<br />
la piazza universale<br />delle donne e degli uomini che porto con me<br />
verso un altro mondo.<br />Fratelli miei, non ci hanno vinti. Siamo<br />
ancora liberi di solcare il mare”</em>Luther<br />
Blisset, “Q”</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’Unione<br />
europea – pur a fronte di grandi dichiarazioni di principi,<br />
sacralizzate nella Carta di Nizza e nella Convenzione europea dei<br />
diritti dell’uomo – ha fino ad oggi affrontato la questione<br />
dell’ingresso sul territorio europeo di migranti e richiedenti<br />
protezione internazionale prevalentemente alla stregua di un problema<br />
di sicurezza, che si è tradotto in investimenti volti a rafforzare e<br />
a controllare la frontiera esterna dell’UE.<br />Intanto, dal 2000 al<br />
settembre 2014<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn2?utm_source=rss&utm_medium=rss">[1]</a></u><br />
le persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere<br />
l’Europa sono state almeno 22.000; nel solo 2014, sono 3.072 i<br />
migranti morti nel Mediterraneo, oltre il doppio rispetto al medesimo<br />
periodo del 2013.<br />Le persone che cercano di attraversare<br />
irregolarmente le frontiere europee sono nella maggioranza dei casi<br />
uomini, donne e bambini costretti ad abbandonare i loro Paesi in<br />
guerra o sottoposti a regimi brutali: provengono dal Corno d’Africa,<br />
dall’Africa Centrale, dall’Iraq e dall’Afghanistan, da quel che<br />
resta delle Primavere Arabe e, oggi, dalla Siria, Paese ove la guerra<br />
ha causato la morte di oltre 190.000 persone.<br />Sono, nella grande<br />
maggioranza dei casi, persone che ai sensi della Convenzione di<br />
Ginevra e della Direttiva Qualifiche<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn3?utm_source=rss&utm_medium=rss">[2]</a></u><br />
avrebbero pieno diritto alla protezione internazionale.<br />La domanda<br />
è <em>naive</em>,<br />
ma viene da sé: perché persone che il nostro sistema riconosce<br />
quali soggetti da proteggere rischiano ogni giorno la propria vita<br />
per varcare le nostre frontiere?<br />La risposta si trova nella stessa<br />
normativa europea<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn4?utm_source=rss&utm_medium=rss">[3]</a></u>:<br />
i richiedenti asilo possono infatti presentare la loro domanda di<br />
protezione solo allorquando si trovino già sul territorio<br />
dell’Unione europea.<br />Il viaggio verso l’Europa è dunque il<br />
presupposto necessario per accedere all’asilo, e rimane,<br />
paradossalmente, affare dei migranti: e, come già osservato nel<br />
1999, dal Consiglio europeo per i rifugiati e gli esiliati (ECRE)<br />
durante il Consiglio di Tampere «il miglior sistema europeo di<br />
riconoscimento del diritto d’asilo sarebbe comunque ben poca cosa,<br />
se alle persone in cerca di rifugio non è data alcuna possibilità<br />
di beneficiarne fino a quando non abbiano raggiunto la stessa<br />
Europa».<br />Per fermare, o quantomeno ridurre, la tragedia che<br />
avviene nel Mediterraneo da decenni e il traffico di migranti su cui<br />
prosperano le organizzazioni criminali sarebbe pertanto necessario e<br />
doveroso, come richiesto da tempo da molte ONG, superare l’attuale<br />
quadro normativo e riuscire ad approntare soluzioni strutturali – e<br />
non già emergenziali – volte a realizzare un meccanismo di tutela<br />
per i richiedenti asilo precedente, e non già successivo, agli<br />
oramai noti “viaggi della speranza”, che permetta agli stessi un<br />
accesso effettivo e sicuro alla protezione internazionale di cui sono<br />
riconosciuti titolari.<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn5?utm_source=rss&utm_medium=rss">[4]</a></u>Gli<br />
strumenti giuridici a disposizione delle istituzioni per contrastare<br />
tale paradosso esistono, e questo lavoro si propone di analizzarne<br />
brevemente le caratteristiche.<br />Prima di intraprendere la predetta<br />
analisi, è opportuno segnalare che, oltre alle gravi carenze<br />
relative alla possibilità di ingresso sul territorio europeo,<br />
l’azione dell’Unione e degli Stati membri – salvo alcuni casi<br />
virtuosi – si è dimostrata sinora insufficiente anche per ciò che<br />
riguarda il trattamento che viene riservato a coloro che riescono ad<br />
arrivare nel territorio europeo: gli standard di accoglienza non sono<br />
adeguati, il c.d. sistema Dublino ha creato una situazione di<br />
disuguaglianza sostanziale cui l’Unione non pare interessata a<br />
porre rimedio, i migranti sono spesso sottoposti ad una detenzione <em>de<br />
facto</em> e non esiste a<br />
livello normativo una strategia unica che garantisca,<br />
sostanzialmente, il rispetto e il riconoscimento della dignità di<br />
costoro, come singoli e nelle formazioni sociali.<br />Con l’auspicata<br />
introduzione di procedure di ingresso protetto, non si potrà<br />
pertanto prescindere anche da un ripensamento, o addirittura un<br />
superamento, del sistema Dublino.<br />Il recente Regolamento UE n.<br />
604/2013 (c.d. Regolamento Dublino III) che ha sostituito,<br />
abrogandolo, il Regolamento 343/2003/CE, pur recependo, almeno in<br />
parte, le garanzie sancite dalla giurisprudenza della Corte di<br />
giustizia europea e della Corte europea dei diritti dell’uomo<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn6?utm_source=rss&utm_medium=rss">[5]</a></u>,<br />
non ha modificato nella sostanza le procedure di determinazione dello<br />
Stato competente all’esame delle domande di asilo (i cosiddetti<br />
“criteri gerarchici”).<br />Ancora adesso, dunque, il sistema<br />
Dublino assegna – nella maggior parte dei casi – la<br />
responsabilità di esaminare la richiesta di protezione<br />
internazionale (e di farsi carico della successiva accoglienza) allo<br />
Stato membro di primo arrivo del migrante, così determinando una<br />
forte pressione sui Paesi membri che si trovano ai confini<br />
dell’Unione europea.<br />In molti casi questi Paesi non hanno saputo<br />
(o voluto) apprestare condizioni di asilo e accoglienza adeguate, con<br />
il risultato che – si veda l’esempio della Grecia, della<br />
Bulgaria, ora anche dell’Italia – sempre più numerose sono state<br />
le pronunce giurisprudenziali che hanno annoverato questi paesi tra<br />
quelli “non sicuri”.<br />A ciò si aggiunga che, più in generale,<br />
gli Stati membri adempiono agli obblighi internazionali relativi alla<br />
protezione dei rifugiati con modalità che spesso determinano<br />
significative differenze dei sistemi di accoglienza e delle<br />
possibilità di integrazione dei migranti.<br />Questa situazione ha di<br />
fatto creato, all’interno dell’Unione, un fenomeno di intensa<br />
mobilità – nuovamente irregolare – dei richiedenti asilo, i<br />
quali, nel tentativo di presentare domanda di protezione nel Paese in<br />
cui effettivamente vorrebbero stabilirsi, si trovano costretti ad<br />
attraversare illegalmente i territori degli Stati membri.<br />Tentando<br />
di sfuggire ai controlli di frontiera – molto spesso con l’ausilio<br />
di trafficanti, pagati a caro prezzo – gli stessi cercano di<br />
evitare di essere identificati e quindi di dover radicare l’<em>iter</em><br />
per il riconoscimento della protezione in uno Stato membro in cui<br />
rischiano di veder violati i propri diritti fondamentali (si veda il<br />
caso della Grecia) o che non è in grado di garantire loro le tutele<br />
minime previste dalle normative europee, o ancora in cui non<br />
sarebbero in grado di trovare un lavoro che consenta loro una vita<br />
dignitosa.<br />In quest’ottica, da un lato, si sarebbero auspicabili<br />
procedure di ingresso che consentissero di attribuire priorità,<br />
all’interno dei criteri gerarchici, alla volontà del richiedente,<br />
con elementi correttivi fondati su legami reali fra il richiedente e<br />
lo Stato membro; dall’altro, si dovrebbe raggiungere una completa<br />
armonizzazione delle normative nazionali in materia di asilo con<br />
meccanismi efficienti volti a garantire solidarietà ed equità tra<br />
gli Stati, secondo quanto previsto dall’art. 80 TFUE, insieme ad un<br />
piano di azione non più lasciato alla discrezionalità degli Stati,<br />
ma fondato sull’obbligatorietà di un intervento europeo, in modo<br />
tale da garantire su tutto il territorio dell’Unione i medesimi<br />
standard di accoglienza.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Gli<br />
strumenti a disposizione dell’Unione Europea e dell’Italia</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’Unione<br />
europea e i singoli Stati membri hanno già avuto modo di<br />
sperimentare – al di fuori di un quadro normativo organico –<br />
modalità di riconoscimento della protezione internazionale che<br />
garantiscono in maniera enormemente più efficace la sicurezza fisica<br />
dei richiedenti asilo (nonché l’arrivo “ordinato” degli<br />
stessi, con conseguente possibilità di approntare più efficaci<br />
sistemi di accoglienza).<br />Si tratta in alcuni casi di strumenti<br />
utilizzati sinora soltanto per particolari situazioni di emergenza,<br />
in altri casi di modalità di riconoscimento dell’asilo che erano<br />
un tempo adottate da singoli Stati membri e che poi – proprio a<br />
causa delle politiche europee, per un beffardo fenomeno di<br />
eterogenesi dei fini – sono state dismesse.<br />Tali strumenti sono:<br />
<em>i)</em><br />
le Procedure di Ingresso Protetto (PEP) <em>ii)<br />
</em>la prassi dei<br />
reinsediamenti, in inglese <em>resettlement</em>,<br />
promossa dall’UNHCR, <em>iii<br />
)</em> le operazioni di<br />
evacuazione umanitaria, anche dette “corridoi umanitari”; <em>iv)</em><br />
un più pieno utilizzo delle possibilità previste dal sistema dei<br />
visti Schengen.<br />Nei prossimi paragrafi si approfondirà brevemente<br />
ciascuno di tali strumenti.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Le<br />
procedure di ingresso protetto (PEP)</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’espressione<br />
procedure di ingresso protetto (PEP) sta complessivamente ad indicare<br />
tutte quelle procedure che permettono allo straniero di richiedere la<br />
protezione internazionale ad un potenziale Stato ospite fuori dal<br />
territorio di quello Stato e, in caso di riscontro positivo a tale<br />
richiesta, di accedervi in tutta sicurezza e legalità.<br />Le<br />
procedure di ingresso protetto hanno dunque l’obiettivo di evitare<br />
gli ingressi illegali – e i viaggi nelle mani dei trafficanti ad<br />
essi connessi – dei richiedenti asilo nel territorio che dovrebbe,<br />
o potrebbe, riconoscere agli stessi la protezione internazionale.<br />
Tali procedure permettono altresì agli Stati ospiti di decidere<br />
preventivamente e ordinatamente, sulla base delle proprie capacità e<br />
possibilità di accoglienza, il numero e il tempo degli arrivi dei<br />
richiedenti asilo sul proprio territorio.<br />I luoghi naturalmente<br />
deputati – in assenza di specifici uffici – a raccogliere le<br />
richieste di ingresso e di protezione internazionale sono le<br />
ambasciate e i consolati presenti nello Stato di provenienza o di<br />
transito dei richiedenti asilo, che andrebbero all’uopo preparate e<br />
rafforzate; il loro regime giuridico ovvia al problema – posto da<br />
alcuni – secondo il quale il richiedente asilo non potrebbe<br />
procedere alla richiesta direttamente nel suo Paese, poiché la<br />
“fuga” dal pericolo che tale Paese rappresenta per il richiedente<br />
asilo è un elemento essenziale per il riconoscimento della<br />
protezione internazionale.<br />Generalmente, nei casi in cui tale<br />
sistema è applicato<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn7?utm_source=rss&utm_medium=rss">[6]</a></u>,<br />
le procedure di ingresso protetto sono disciplinate da leggi<br />
ordinarie che stabiliscono il ruolo delle ambasciate, il loro<br />
rapporto con le commissioni centrali che decidono circa<br />
l’accoglibilità della richiesta di protezione internazionale, la<br />
possibilità per il richiedente di entrare nel Paese ospite solo una<br />
volta ottenuta la protezione internazionale ovvero (come previsto<br />
dalla maggioranza delle PEP) anche nel caso in cui la richiesta<br />
risulti <em>prima facie<br />
</em>accoglibile, con<br />
svolgimento delle successive pratiche direttamente nello Stato ospite<br />
e con relativo – seppur temporaneo – permesso di soggiorno.<br />Tale<br />
regolamentazione delle PEP si distingue dall’asilo diplomatico vero<br />
e proprio che, invece, è un atto meramente politico deciso dalle<br />
autorità di uno Stato volta per volta per singoli individui<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn8?utm_source=rss&utm_medium=rss">[7]</a></u>,<br />
salvo il caso unico dell’Olanda, che concede l’asilo diplomatico<br />
temporaneo anche a gruppi di persone in caso di eccezionale<br />
emergenza.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Il<br />
resettlement</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Con<br />
reinsediamento o <em>resettlement</em><br />
si indica quella procedura tramite la quale viene consentito ai<br />
richiedenti asilo di trasferirsi da luoghi non sicuri – per<br />
esempio, da campi profughi – a Stati che abbiano deciso di<br />
accordare agli stessi la protezione internazionale e il conseguente<br />
permesso di soggiorno.<br />Le procedure di <em>resettlement</em><br />
sinora sono state sempre coordinate dall’UNHCR che stabilisce quali<br />
siano le persone che maggiormente necessitano di tale forma di tutela<br />
e si coordina con gli Stati che decidono di partecipare a tale<br />
programma.<br />Una importante procedura di <em>resettlement</em><br />
è stata recentemente attivata dall’UNHCR a favore dei profughi<br />
siriani: come si legge in un comunicato dell’Alto Commissariato<br />
pubblicato in data 27 giugno 2014, dal 2013 ad oggi 33.837 persone<br />
sono state trasferite dalla Siria ed accolte in numerosi Paesi del<br />
mondo; con specifico riferimento ai rifugiati siriani, il Paese<br />
europeo più virtuoso è stato la Germania, che ha accolto oltre<br />
20.000 persone. L’Italia rimane invece a zero.<br />Tale strumento<br />
sarebbe senza dubbio una soluzione durevole al problema in esame ma<br />
al momento è ancora poco utilizzato. Nel 2011 – ultimi dati<br />
globali diramati dall’UNHCR – le persone che hanno beneficato<br />
della procedura di reinsediamento sono state 61.231 – ovvero<br />
soltanto l’1% di coloro che, sempre stando alle stime dell’Alto<br />
Commissariato, avrebbero diritto alla protezione internazionale –<br />
di cui 42.215 accolte dai soli Stati Uniti. In Europa, lo Stato più<br />
virtuoso nel 2011 è stato la Svezia (1.900 reinsediamenti), seguito<br />
da Danimarca, Finlandia, Olanda, Regno Unito; l’Italia in<br />
quell’anno ha reinsediato sul proprio territorio soltanto 151<br />
persone. L’Unione europea si è dotata di un Programma comune di<br />
reinsediamento soltanto nel 2012.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>I<br />
corridoi umanitari</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
termine “corridoio umanitario” convenzionalmente indica<br />
determinate zone che, in caso di conflitto, vengono demilitarizzate e<br />
protette da contingenti – normalmente delle Nazioni Unite – per<br />
permettere il passaggio di aiuti umanitari a popolazioni che si<br />
trovano in situazione di particolare emergenza. Il più vasto uso di<br />
corridoi umanitari è stato fatto in passato durante la guerra nei<br />
Balcani. I corridoi umanitari possono essere stabiliti anche con il<br />
fine di permettere l’evacuazione dei profughi da una zona di guerra<br />
o dai campi in cui costoro siano stati costretti a sostare e il loro<br />
trasferimento in Stati disposti ad accoglierli, nei quali gli stessi<br />
potranno avviare le pratiche per il riconoscimento della protezione<br />
internazionale.<br />Lo strumento è stato normalmente utilizzato sotto<br />
l’egida delle Nazioni Unite e ciò a causa della natura<br />
eminentemente negoziale dello stesso, che viene attivato in<br />
situazioni di eccezionale emergenza e che deve essere avallato – o<br />
imposto con la forza – anche dagli Stati o dai gruppi che<br />
quell’emergenza l’hanno creata. In linea teorica, in ogni caso,<br />
nulla impedisce che l’Unione europea o un singolo Stato possano<br />
attivare operazioni del genere senza il necessario – e difficoltoso<br />
– intervento dell’ONU, a patto però che l’UE o lo Stato in<br />
questione dispongano di un potere negoziale sufficiente per ottenere<br />
la creazione di un’area protetta in cui svolgere le operazioni di<br />
salvataggio dei profughi.<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn9?utm_source=rss&utm_medium=rss">[8]</a></u>I<br />
corridoi umanitari attivati sinora per l’evacuazione dei profughi<br />
hanno avuto alcune caratteristiche peculiari: la durata temporale<br />
limitata e precisa, il riferimento ad un particolare gruppo di<br />
persone in situazione di eccezionale emergenza (in rilievo vengono<br />
dunque le necessità di protezione del gruppo e non dei singoli), la<br />
preventiva fissazione di quote di rifugiati da ospitare da parte<br />
degli Stati disponibili all’accoglienza degli stessi.<br />Tali<br />
caratteristiche renderebbero lo strumento in questione certamente<br />
adatto ad alleviare temporaneamente la pressione ai confini<br />
dell’Europa e a permettere la sicurezza di molti migranti che oggi<br />
si trovano in procinto di intraprendere il viaggio via mare o via<br />
terra: pare però d’altro canto evidente che le operazioni di<br />
evacuazione umanitaria, per le citate caratteristiche, non potrebbero<br />
essere uno strumento di risoluzione stabile della questione oggetto<br />
di esame, che non è legata ad un’emergenza temporanea ma ha<br />
assunto negli anni la forma di un fenomeno strutturale del nostro<br />
tempo.<br />Peraltro, la natura negoziale ed emergenziale di tale<br />
strumento, e dunque il fatto che il corridoio umanitario si attivi<br />
senza precise e prestabilite obbligazioni giuridiche in capo ai<br />
soggetti che lo realizzano, lascia alcuni dubbi circa il fatto che<br />
con tale modalità si possano garantire al meglio i diritti dei<br />
soggetti titolari di protezione internazionale.<br />Senza dubbio avere<br />
operazioni di evacuazione coordinate dalla Unione europea e con norme<br />
comuni a tutti gli Stati partecipanti sarebbe un passo in avanti<br />
verso l’affidabilità di tale sistema.<br />Nessuna operazione di<br />
evacuazione umanitaria è stata fino questo momento coordinata<br />
dall’Unione europea: si segnala però una recente comunicazione<br />
della Commissione, che invita le istituzioni europee a lavorare al<br />
fine di predisporre dei canali umanitari onde evitare quanto sta<br />
accadendo nel Mediterraneo (Com//2013/869); a tale Comunicazione non<br />
è però ad oggi seguito alcunché.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Il<br />
visto umanitario</strong></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
procedure brevemente illustrate nei paragrafi precedenti<br />
rappresentano senza dubbio strumenti di straordinaria rilevanza per<br />
offrire una soluzione duratura ed efficace al problema oggetto di<br />
esame, ma, al momento, pare del tutto assente la volontà politica di<br />
procedere in tale senso.<br />Un’alternativa di maggiore fattibilità<br />
sia giuridica che pratica è offerta dalla stessa normativa europea:<br />
si tratta del visto c.d. umanitario che, se utilizzato, potrebbe<br />
limitare grandemente gli ingressi illegali – e i viaggi della<br />
speranza – in Europa.<br />La relativa disciplina è contenuta in due<br />
regolamenti europei, il Codice delle frontiere<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn10?utm_source=rss&utm_medium=rss">[9]</a></u><br />
ed il Codice dei visti<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn11?utm_source=rss&utm_medium=rss">[10]</a></u><br />
Schengen. Il primo, all’art. 5, par. 4, lett. c), prevede la<br />
possibilità per gli Stati membri di consentire l’ingresso per<br />
motivi umanitari anche a cittadini di Paesi terzi che non posseggano<br />
i requisiti per l’ingresso alle frontiere esterne previsti dal par.<br />
1 dello stesso articolo. La rappresentanza diplomatica non dovrebbe<br />
farsi carico, così, della valutazione (anche sommaria) della domanda<br />
di protezione, ma si limiterebbe a rilasciare un visto per motivi<br />
umanitari, di durata limitata. La fattispecie è disciplinata<br />
all’art. 25 del Codice visti, ove è espressamente prevista la<br />
possibilità per gli Stati Membri, in presenza di ragioni di<br />
carattere umanitario, di rilasciare un “Visto con validità<br />
territoriale limitata” in deroga alle disposizioni dell’art. 5<br />
Reg. 2009/810/CE, il quale consentirebbe al richiedente di viaggiare<br />
in sicurezza verso il Paese cui intende chiedere protezione e di<br />
farvi ingresso allo scopo, appunto, di presentare la relativa<br />
richiesta.<br />La previsione di tale visto consentirebbe di anticipare<br />
le tutele per i richiedenti la protezione internazionale nei Paesi di<br />
origine e nei Paesi terzi, secondo i criteri individuati nelle<br />
direttive europee che regolano la materia. In una prospettiva più<br />
ampia la prerogativa andrebbe estesa ai c.d. profughi ambientali, ai<br />
richiedenti protezione umanitaria e alle vittime di tratta. Questi<br />
soggetti potrebbero affrontare il viaggio verso l’Europa in<br />
sicurezza ed evitare di mettere la propria vita e tutte le proprie<br />
speranze nelle mani dei trafficanti.<br />Quanto già sperimentato in<br />
alcuni Paesi – nell’ambito di legislazioni nazionali che<br />
prevedevano Procedure di Ingresso Protetto – consente di mettere in<br />
luce quali potrebbero essere le criticità più evidenti<br />
dell’utilizzo dello strumento in esame ma offre anche alcuni spunti<br />
sulle possibili soluzioni.<br />La presentazione della richiesta di<br />
tale visto nei Paesi di origine potrebbe essere resa impossibile agli<br />
aventi diritto da parte delle autorità statali responsabili delle<br />
persecuzioni o da parte di soggetti terzi che lo Stato non riesce a<br />
controllare e dai quali non riesce a difendere i propri<br />
cittadini.<br />Colui che fugge dal proprio Paese per il timore fondato<br />
di essere perseguitato dovrebbe perciò più verosimilmente<br />
presentare la relativa richiesta in uno Stato terzo, potenzialmente<br />
in uno Stato limitrofo.<br />In uno stadio iniziale dunque, gli uffici<br />
consolari addetti al rilascio di tali visti dovrebbero essere<br />
potenziati negli Stati limitrofi ai territori di provenienza dei<br />
richiedenti protezione, dove la situazione potrebbe divenire<br />
ingestibile se, una volta diffusa la notizia di tale possibilità,<br />
l’enorme afflusso di persone congestionasse l’attività delle<br />
ambasciate esponendo lo stesso personale interno al pericolo di<br />
ripercussioni.<br />Questa criticità potrebbe essere limitata<br />
prevedendo più sedi consolari addette al rilascio del visto e,<br />
all’interno di ogni sede, maggiore personale. Le procedure<br />
dovrebbero essere snelle, limitandosi ad un esame sommario delle<br />
situazioni e rimandando agli organi interni allo Stato di<br />
destinazione una valutazione più puntuale sulla singola<br />
condizione.<br />Una prospettiva di tal tipo ha speranza di funzionare<br />
solo in un panorama europeo e se gli uffici consolari di tutti o di<br />
una buona parte degli Stati membri impostassero il lavoro (almeno) in<br />
questi termini.<br />D’altra parte, in attesa che sia modificata la<br />
normativa europea rimane, in capo ai singoli Stati, la possibilità<br />
di adottare soluzioni che possano intanto rendere più sicuro e<br />
legale il viaggio verso l’Europa.<br />Infine, è necessario<br />
menzionare un ulteriore strumento a disposizione degli Stati membri<br />
dell’Unione europea, ovvero la Direttiva sulla Protezione<br />
Temporanea (Direttiva 2001/55/CE del Consiglio). Tale normativa<br />
prevede la possibilità per gli Stati membri di concedere<br />
temporaneamente l’ingresso ed il soggiorno sul proprio territorio a<br />
gruppi di persone provenienti da aree in estrema emergenza. La<br />
normativa italiana ha recepito parzialmente le indicazioni della<br />
Direttiva con l’art. 20 del D. Lgs. 286/98, che prevede il<br />
riconoscimento di una “protezione temporanea” ed il rilascio di<br />
un permesso di soggiorno provvisorio a persone giunte in numero<br />
elevato ed in situazione di emergenza, permesso rinnovabile fino a<br />
che l’emergenza perdura e non ostativo alla presentazione di una<br />
domanda di asilo da parte dei singoli. Da rilevare che la norma in<br />
questione è assai generale e la sua applicazione sinora è stata<br />
subordinata all’emanazione, di volta in volta, di circolari<br />
ministeriali per ogni caso specifico. Questo è successo, per citare<br />
il caso più recente, in occasione dell’arrivo di un gran numero di<br />
cittadini tunisini all’indomani delle “Primavere arabe” nel<br />
2011.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong>Lo<br />
stato delle cose nell’Unione europea e in Italia </strong>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nonostante<br />
la presenza di strumenti giuridici già potenzialmente applicabili,<br />
l’Unione europea non ha ancora disposto procedure di ingresso<br />
protetto, che potrebbero rappresentare, insieme ad un migliore<br />
utilizzo del Codice Schengen, la più efficace soluzione al dramma<br />
degli arrivi illegali.<br />Molteplici sono state le Comunicazioni<br />
della Commissione e le Risoluzioni del Parlamento<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn12?utm_source=rss&utm_medium=rss">[11]</a></u>,<br />
volte a richiedere l’applicazione, in particolare, delle PEP e del<br />
<em>resettlement</em><br />
ma, a livello normativo, i risultati sono stati minimi.<br />Un primo<br />
passo in avanti è costituito, senza dubbio, dal Programma Comune di<br />
Reinsediamento dell’Unione europea, approvato il 29 marzo 2012 dal<br />
Parlamento dopo tre anni di lavori della Commissione e del Consiglio.<br />
Tale programma permetterà la gestione europea delle procedure di<br />
<em>resettlement</em><br />
e consentirà inoltre agli Stati membri coinvolti di ottenere il<br />
sostegno fornito dal Fondo Europeo per i rifugiati, ma ancora molto<br />
vi è da fare: il programma infatti è stato sinora applicato solo in<br />
via sperimentale e senza alcun obbligo per gli Stati Membri di<br />
parteciparvi.<br />Il c.d. Programma di Stoccolma ha inoltre fornito<br />
spunti per l’implementazione o la modifica delle normative oggi<br />
vigenti in tema di immigrazione, con il fine di garantire una<br />
migliore tutela dei diritti fondamentali.<br />Tali spunti sono stati<br />
in parte recepiti dalle nuove Direttive Qualifiche<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn13?utm_source=rss&utm_medium=rss">[12]</a></u><br />
e Procedure<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn14?utm_source=rss&utm_medium=rss">[13]</a></u><br />
nonché dal nuovo Regolamento Frontex<u><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftn15?utm_source=rss&utm_medium=rss">[14]</a></u>.<br />Nonostante<br />
questo, le normative dei singoli Paesi sono assai lontane<br />
dall’armonizzazione indicata nel programma: nel territorio<br />
dell’Unione non esiste ancora, infatti, uno status uniforme di<br />
beneficiario della protezione e neppure un mutuo riconoscimento dei<br />
visti per soggiorno umanitario accordati nei singoli Stati e il<br />
divario tra obiettivi dichiarati e politiche per la loro concreta<br />
attuazione è divenuto sempre più ampio.<br />Quanto all’Italia –<br />
nonostante l’esistenza di strumenti giuridici potenzialmente<br />
efficaci, rispetto alle risposte strutturali volte a prevenire gli<br />
arrivi illegali, e non già a rimediarvi – la situazione è<br />
quantomai arretrata.<br />Il nostro Paese non è infatti dotato di<br />
alcuna normativa che consenta di anticipare, all’estero, le tutele<br />
per chi richiede una protezione: l’Italia non ha mai avuto una PEP,<br />
né ha mai applicato il combinato disposto degli artt. 5 e 25 del<br />
Codice Schengen.<br />Anche la partecipazione dell’Italia a programmi<br />
di <em>resettlement</em><br />
è stata assai limitata: come poc’anzi esposto, infatti, nel 2011<br />
soltanto 151 persone sono state reinsediate sul territorio italiano e<br />
l’Italia non ha ad oggi aderito al programma di <em>resettlement</em><br />
dei profughi siriani promosso dall’UNHCR.<br />L’ingresso sicuro<br />
dei richiedenti asilo in Italia è dunque sinora passato soltanto<br />
attraverso operazioni emergenziali di evacuazione umanitaria.<br />In<br />
particolare, l’Italia ha realizzato – tramite le proprie forze<br />
armate – operazioni di evacuazione umanitaria nel 1990 a favore<br />
degli albanesi, nel 1999 a favore dei kosovari (l’aviazione nei<br />
trasferì 5.000 dalla Macedonia all’Italia) e nel 2011 a favore di<br />
108 eritrei e etiopi che si trovavano in Libia: tale ultima<br />
operazione umanitaria è di particolare interesse perché avvenuta<br />
sulla base di accordi negoziati direttamente dall’Italia e dalla<br />
Libia, su pressione del vescovo di Tripoli, e senza l’intermediazione<br />
delle Nazioni Unite.<br />Quanto ai provvedimenti urgenti, nel 1990 fu<br />
riconosciuta senza alcun passaggio intermedio la protezione<br />
internazionale ad alcune centinaia di albanesi che avevano occupato<br />
l’ambasciata italiana a Tirana; nel 1992, poi, fu adottata una<br />
normativa <em>ad hoc</em><br />
(L. 390/1992) – peraltro assai poco utilizzata – che prevedeva<br />
una procedura specifica per l’accesso alla protezione<br />
internazionale da parte dei profughi provenienti dai Balcani (ma, in<br />
ogni caso, non facilitava in alcun modo l’ingresso di costoro nel<br />
territorio nazionale).<br />In tal senso, l’adozione, in Italia di un<br />
visto a validità territoriale limitata per fini umanitari, come<br />
disciplinato dal Codice Visti UE e dal Codice Frontiere Schengen,<br />
potrebbe intanto avviare una prassi positiva e sicura e non<br />
trascurabile dagli altri Stati membri e dalle istituzioni europee.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref1?utm_source=rss&utm_medium=rss">*</a><br />
L’articolo è tratto da alcuni dei pareri redatti nell’ambito del<br />
Progetto Lampedusa. L’attività di collazione e sintesi è a cura<br />
di Caterina Bove, Francesca Cucchi, Chiara Pigato, Alice Ravinale.<br />
L’elenco dei partecipanti al Progetto è disponibile sul sito della<br />
Scuola Superiore dell’Avvocatura<br />
(www.scuolasuperioreavvocatura.it/progetto-lampedusa).?utm_source=rss&utm_medium=rss</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref2?utm_source=rss&utm_medium=rss">[1]</a>&nbsp;<br />
Cfr. Rapporto OIM Fatal Journeys: Tracking Lives lost during<br />
Migration, presentato a Ginevra il 29 settembre 2014.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref3?utm_source=rss&utm_medium=rss">[2]</a>&nbsp;<br />
Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei<br />
richiedenti protezione internazionale (rifusione).</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref4?utm_source=rss&utm_medium=rss">[3]</a>&nbsp;<br />
Art. 3 Direttiva 2005/85/CE del Consiglio, modificata recentemente<br />
con Direttiva 2013/32/UE.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref5?utm_source=rss&utm_medium=rss">[4]</a><br />
Cfr., per tutti,&nbsp; quanto dichiarato dal Direttore del C.I.R.:<br />
«I&nbsp;flussi di chi è costretto a fuggire dalle persecuzioni non<br />
si possono fermare, per questo è indispensabile gestirli. La<br />
possibilità di richiedere asilo in Italia e nell’Unione Europea a<br />
oggi dipende dalla presenza fisica della persona nel territorio di<br />
uno Stato Membro. Ma le leggi europee costringono i richiedenti asilo<br />
a giungere in Europa in modo illegale, rischiando la vita» (C. Hein<br />
intervistato da L. Eduati per l’Huffington Post, 3 ottobre 2013).</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref6?utm_source=rss&utm_medium=rss">[5]</a><br />
Corte Europea dei diritti dell’uomo, sent. M.S.S. c. Belgio e<br />
Grecia (21/01/11, ric. 30696/09); Corte di giustizia UE, N.S. e altri<br />
(21/12/11, procedimenti riuniti C-411/10 e C-493/10).</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref7?utm_source=rss&utm_medium=rss">[6]</a><br />
In Europa disponevano di Procedure di Ingresso Protetto l’Austria,<br />
l’Olanda, la Danimarca e la Svizzera.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref8?utm_source=rss&utm_medium=rss">[7]</a><br />
Si vedano i recenti casi di Edward Snowden e Julian Assange.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref9?utm_source=rss&utm_medium=rss">[8]</a><br />
Sinora, la più grande operazione di evacuazione umanitaria è stata<br />
quella con cui, nel 1999, circa 90.000 profughi kosovari sono stati<br />
trasferiti dalla Macedonia a Stati disponibili all’accoglienza, che<br />
hanno altresì contribuito fisicamente allo spostamento dei profughi<br />
stessi. L’operazione fu organizzata dall’UNHCR con il supporto di<br />
contingenti militari degli stessi Stati che accolsero i profughi.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref10?utm_source=rss&utm_medium=rss">[9]</a><br />
Regolamento (CE) N. 562/2006 del Parlamento e del Consiglio, che<br />
istituisce un codice comunitario relativo al regime di<br />
attraversamento delle frontiere da parte delle persone.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref11?utm_source=rss&utm_medium=rss">[10]</a><br />
Regolamento (CE) N. 810/2009 del Parlamento e del Consiglio, che<br />
istituisce un codice comunitario dei visti.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref12?utm_source=rss&utm_medium=rss">[11]</a>&nbsp;<br />
Si vedano in particolare Com/2000/0755, 2008/2305(INI),<br />
2013/2827(RSP), Com/2013/869.</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref13?utm_source=rss&utm_medium=rss">[12]</a>&nbsp;<br />
Direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei<br />
richiedenti protezione internazionale (rifusione).</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref14?utm_source=rss&utm_medium=rss">[13]</a><br />
Direttiva 2013/32/UE recante procedure comuni ai fini del<br />
riconoscimento e della revoca dello status di protezione<br />
internazionale (rifusione).</em></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<em><a href="http://scuolasuperioreavvocatura.it/un-altro-mondo-e-possibile/#_ftnref15?utm_source=rss&utm_medium=rss">[14]</a><br />
Regolamento 656/2014/UE recante norme per la sorveglianza delle<br />
frontiere marittime esterne nel contesto della cooperazione operativa<br />
coordinata dall’Agenzia Europea per la gestione della cooperazione<br />
operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione<br />
Europea, che ha sostituito il Regolamento 1168/2011/UE, che ha<br />
modificato il Regolamento 2007/2004/UE istitutivo dell’Agenzia<br />
Europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere<br />
esterne degli Stati membri dell’Unione Europea.</em></div>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/09/03/riflessioni-su-possibili-strumenti-di/">Riflessioni su possibili strumenti di ingresso protetto di richiedenti protezione internazionale sul territorio europeo</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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