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	<title>ecologia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Nov 2022 08:05:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo Un&#8217;esposizione da Tenerife tra Filosofia e opere contemporanee di Alessandra Montesanto COLLAPSO è una mostra di opere contemporanee proposta dal TEA (Tenerife Space for the Arts),&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>“Art(e)Attualità”. COLLAPSO. Lo spreco, il clima e l&#8217;Uomo</p>



<p>Un&#8217;esposizione da Tenerife tra Filosofia e opere contemporanee</p>



<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="654" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1024x654.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16737" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1024x654.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-300x192.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-768x490.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale-1536x981.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/immagine-principale.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1618w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p></p>



<p>COLLAPSO è una mostra di opere contemporanee proposta dal TEA (Tenerife Space for the Arts), nel capoluogo dell&#8217;isola, Santa Cruz. Durante la scorsa estate l&#8217;abbiamo visitata e ne riportiamo alcune considerazioni che riteniamo altamente interessanti per il dibattito sui cambiamenti climatici a livello globale, sulla responsabilità dei cittadini e sulla giustizia sociale.<br><br><br></p>



<p>La Filosofia occidentale è tradizionalmente partita dalla domanda che prevale su altre grandi questioni, che, sia a livello individuale che sociale, delineano il modo in cui ci relazioniamo con il mondo: perché c&#8217;è qualcosa invece del nulla? Se possiamo essere certi di qualcosa, la nostra esperienza qualitativa del mondo, anche se non possiamo sperimentarla nella sua totalità, dice che, in effetti, ci sono cose che ci circondano. La materia rimane ed è continua. È impossibile fermare il corso della materia. Sia dal nostro punto di vista &#8211; quei rifiuti che non riusciamo a smettere di produrre, quel sacco della spazzatura giallo da 30 kg che viene riempito ogni due giorni in una famiglia di due persone &#8211; sia da uno stanziamento industriale &#8211; i litri di emissioni scaricati in mare da emissari nascosti sulla costa &#8211; sia come anche l&#8217;astrofisica &#8211; l&#8217;espansione dell&#8217;universo, la persistenza della materia oscura.<br>Ma come affrontare il fatto che la materia oscura è in continua espansione e la nostra è limitata? Come organizzare la materia, ciò che ci è rimasto?<br><br>Un&#8217;assidua definizione di residuo, o rifiuto è quella di “materia fuori posto”; è importante capire come riorganizzare la materia perchè è una questione politica e sociale. Che sia a livello domestico o industriale o extraplanetario. Il principio della definizione, dell&#8217;antropologa Mary Douglas, si basa sul fatto che l&#8217;organizzazione della materia ha una componente politica che la ristruttura sulla base di un pensiero dicotomico, ovvero: utile/inutile; produttivo/improduttivo. Sporcizia e rifiuti sono legati a un sistema di strutturazione igienica che lo identifica innanzitutto con qualcosa che destabilizza un ordine di contenimento che permette una vita funzionale e la struttura organica della città moderna è quella che nasconde i propri rifiuti sotto il magazzino e il cui fetore è nascosto anche a diversi metri dai contenitori che nessuno vuole vedere.<br><br>Tuttavia, il sistema di organizzazione dei rifiuti urbani come lo conosciamo oggi è molto recente. Fu solo nel XIX secolo che a Londra fu sviluppato un sistema igienico-sanitario pubblico: gli individui erano i responsabili della raccolta dei propri rifiuti e le acque reflue non presero forma fino a questo secolo, nonostante le lamentele sull&#8217;insalubrità del Tamigi fossero state presenti in Parlamento dal XIII secolo. Il <em>De latrines</em>, basato sullo spreco di rifiuti comunitario, che era stato praticato durante gli anni medievali, è passato anche alla Modernità con la gestione privatizzata voluta dal re, allo stesso modo in cui Locke sviluppò un sistema di pensiero liberale dove, portatrice di quei diritti non negoziabili &#8211; concepiti in definitiva come esito di deliberazione sociale contrattuale, ma sotto la legge ineludibile di diritti come la vita, la libertà e, soprattutto la proprietà privata &#8211; la città si avviava verso la privatizzazione dell&#8217;igiene. Tuttavia, a questa privatizzazione, antecedente all&#8217;industrializzazione e incipiente delle grandi capitali europee nell&#8217;Ottocento, mancava un elemento chiave che potesse riorganizzare tutto ciò che &#8220;era rimasto&#8221;. Vale a dire, poter spostare e nascondere ciò che gli individui avevano precedentemente gettato in strada.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16738" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col1-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16739" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col2-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<p><br><br>L&#8217;organizzazione e l&#8217;industrializzazione delle risorse necessarie alla gestione delle città post-industriali ha quindi due punti di partenza in termini di pensiero: il primo è che l&#8217;immondizia è qualcosa del passato e che può destabilizzare e far ammalare. Non solo in termini di un sistema igienico basato sulla cura e sull&#8217;istituzionalizzazione della medicina, ma anche in quanto destabilizza lo schema basato su un certo ordine simbolico. Il residuo in vista è pericoloso. E il secondo punto è che,se la spazzatura è una cosa del passato, è perché ci ricorda dove siamo stati, cosa abbiamo mangiato e chi siamo. Sebbene la nostra memoria ci deluda, la spazzatura mostra il peggio di noi stessi. Le nostre abitudini di consumo sono esposte. In questo senso, Rathje e Murphy in “Spazzatura!” mostrano l&#8217;archeologia della spazzatura e come normalmente le persone, alla domanda sulle loro abitudini di consumo, tendano a nascondere i cibi dannosi per la salute e a sopravvalutare quello che dovrebbe essere il cibo &#8220;sano&#8221;.<br>Nessuno, inoltre, vuole condividere la propria spazzatura in pubblico. Non solo a livello individuale ma collettivo, una città senza un sistema fognario, impianti di trattamento delle acque reflue, scarichi o cassonetti è una società del passato. La città moderna è fatta di vetro, trasparente, ordinato, pulito. Il colore può essere anche manifestazione estetica dell&#8217;ordine simbolico del residuo. Anche parlare dell&#8217;uso del bianco come imposizione estetica durante il Movimento Moderno in Architettura o stile internazionale (1926-1950) aiuta a capire questo orientamento: dove ciò che era rimasto degli edifici e delle facciate era la decorazione, questa viene sradicata trattandola come un male, come grottesco. Questo rifiuto del grottesco definirebbe un&#8217;architettura bianca senza aggiunte, che rappresenta il progresso e la propaganda dello stile internazionale occidentale. Anche dopo la prima guerra mondiale, il critico d&#8217;arte e storico Adolf Behne fece una distinzione tra architettura bianca e architettura colorata, associando la prima alla classe borghese e la seconda agli ideali delle utopie socialiste. È curioso che il bianco derivi anche da un&#8217;idea igienista della Società. Nel sud della Spagna, i contadini usavano la calce per pulire le stalle per le sue proprietà antisettiche. Quando iniziarono ad arrivare le successive epidemie di tifo o peste, la popolazione divenne ossessionata da questa sostanza chimica e l&#8217;architettura divenne bianca. Cominciarono persino ad apparire rituali per imbiancare le stanze dei defunti di recente. È qui che l&#8217;idea del bianco come pulizia inizia ad essere culturalmente associata e si sviluppa per tutto il XX secolo nell&#8217;architettura e nell&#8217;arte.<br><br>La zona di Manshinay Yasser al Cairo o le discariche di Balatas e Payatas nelle Filippine sono complessi esempi contemporanei della sfida urbana posta dai rifiuti e dalla loro gestione. La prima è conosciuta come &#8220;la città della plastica”; un quartiere sovraffollato fuori il Cairo che si caratterizza per la sua architettura informale e la mancanza di un sistema logistico per organizzare i suoi rifiuti. In questa città come in altre zone del Cairo, esistono i cosiddetti “zabbaleen” &#8211; una parola che letteralmente significa in egiziano “area destinata alla spazzatura&#8221; -, gestiti da una comunità copta che si è tradizionalmente dedicata alla raccolta dei rifiuti. Rispetto ad alcuni sistemi di riciclaggio occidentali, riescono a riciclare l&#8217;80% dei rifiuti prodotti dalla città. Il delicato sistema comunitario degli zabbaleen è un processo di riciclo lontano dalla tecnologia contemporanea e basato su un equilibrio etnico o manuale, come sarà poi il cassonneto di cui parlava Walter Benjamin e che si trovava per le strade di Parigi e che ora è installato in molte altre città.</p>



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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-4" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16741" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col4-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



<p>Ci sono persone che raccolgono i rifiuti, che guardano e prendono ciò che è stato gettato.Tutto ciò che la grande città ha buttato via, tutto ciò che ha perso, tutto ciò che ha disprezzato, tutto ciò che ha schiacciato sotto i piedi, lo catalogano e lo raccolgono. Raccolgono gli annali dell&#8217;intemperanza e dello dello spreco. Sistemano le cose e selezionano con giudizio: raccolgono come un avaro che custodisce un tesoro, rifiuti che assumeranno la forma di oggetti utili o gratificanti tra le fauci della dea dell&#8217;industria. Questa descrizione è una metafora estesa del metodo poetico, come lo praticava Baudelaire. Gli uomini della spazzatura e il poeta: entrambi si occupano di rifiuti.<br>L&#8217;idea del riciclo, del riutilizzo dei rifiuti come qualcosa di innovativo e che la città postmoderna si comporti meglio di qualsiasi altro sistema di riorganizzazione della materia, è, ovviamente, qualcosa di falso. Così è l&#8217;idea che ci sia una contemporaneità simultanea in cui regnano i progressi del &#8220;progresso&#8221;. L&#8217;esperienza del presente non è universalizzabile. Le idee che segnano un&#8217;epoca sono anche spaziali, geolocalizzabili. È curioso, in questo senso, come il concetto di &#8220;impronta di carbonio&#8221; sia stato ideato proprio dalla <em>British Petroleum (BP) </em>nei primi anni 2000, che ha incaricato la società di pubbliche relazioni <em>Ogilvy &amp; Mather</em> di ideare questo concetto, sviluppando un motore di ricerca in cui calcolare l&#8217;impronta di carbonio di ogni individuo. Con un movimento come questo, <em>BP </em>esternalizza la propria responsabilità riguardo all&#8217;inquinamento del pianeta e riesce a incolpare i singoli attori, preoccupati per la loro rispettiva “impronta ecologica”.<br><br>Il sistema igienico-sanitario ideato dalla città tipicamente postmoderna, con una gestione privatizzata dell&#8217;organizzazione dei rifiuti guidata da multinazionali, non è l&#8217;unico modello contemporaneo di distribuzione del materiale in eccedenza, tutt&#8217;altro. È, tuttavia, il modello pertinente all&#8217;interno dell&#8217;immaginario simbolico sviluppato dopo la sanificazione dello spazio pubblico, che lega l&#8217;igiene all&#8217;individuo-proprietario e all&#8217;esigenza collettiva di avere uno spazio operativo. La spazzatura non viene distrutta, viene spostata. All&#8217;interno della società consumistica tardo-capitalista, l&#8217;utopia del riciclo si basa sull&#8217;esternalizzazione dei propri rifiuti: ciò che non si vede va taciuto.<br><br>Qual è la soluzione per riordinare la creazione incessante della materia e non affogare in essa?<br><br>Walter Benjamin usa la figura della cassonetto per illustrare la sua concezione dell&#8217;immagine dialettica: un momento presente illuminato dal passato, dove la verità viene svelata dalla nostra esperienza personale e sensoriale. Sia il poeta che il cerca-spazzatura (riciclatore) sono interessati allo scarto.Ci proponiamo qui di costruire un&#8217;immagine dialettica del residuo in modo tale che esso sopravviva non come elemento negativo o eccedenza di quello positivo; il riciclatore lo pulisce, ma come una rovina, come una costruzione affermativa nel suo decadimento. Nelle parole di Slavoj Žižek: l&#8217;idea di &#8216;riciclaggio&#8217; comporta l&#8217;utopia di un circolo chiuso di tutti i rifiuti.</p>



<p>Cosa possono fare i singoli cittadini riguardo al clima globale ? Per esempio, l&#8217;organzzazione denominata <em>Safety Orange</em> funziona come tecnologia di controllo e autorizza i singoli cittadini ad essere perennemente vigili e responsabili della propria sicurezza e benessere. Possiamo intravedere questa logica spostando sottilmente il peso della conformità dalle istituzioni agli individui: la discarica di Payatas nella città di Manila, chiusa a causa di una frana che ha provocato la morte di circa 1.000 persone che vi abitavano, è un altro grande esempio di come, all&#8217;interno del sistema sanitario prevalente, la materia si muova, ma non venga mai distrutta completamente, venga rimossa dalla visione di quei centri che contano di essere spinti alle periferie, appunto, di essere spinti ai margini dell&#8217;ordine sociale e rimanere entro i confini dell&#8217;inaccettabile, sebbene il sistema stabilito nella società postmoderna non garantisca l&#8217;efficienza ecologica, come si vede con l&#8217;esempio di Zabbaleen che, invece, garantisce un sistema sanitario basato sulla performance economica dei suoi abitanti e un sistema di valori e credenze basato sulla dicotomia utile/residuo. Gli abitanti di Payatas o di tante altre discariche di fronte alle pressioni socioeconomiche e alla mancanza di alloggi nei centri urbani, si trasferiscono nelle discariche per vivere come spazzini, cioè raggruppano i rifiuti e vendono ciò che trovano &#8230; Pertanto, sebbene il sistema igienico-sanitario della città postmoderna non garantisca l&#8217;efficienza nella raccolta differenziata dei rifiuti o l&#8217;utopia del riciclaggio, garantisce l&#8217;ordine socioeconomico e simbolico in cui si trovano i rifiuti destinati ad essere il sostentamento economico di classi esterne a questo ordine sociale, relegate al di fuori di questo centro.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-5" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="928" height="615" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16742" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5-300x199.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col5-768x509.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></figure>



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<p>I rifiuti sono una questione politica la cui forma è modellata in molti modi, non si tratta solo della spazzatura stessa o della materia in una definizione classica di essa. Anche i corpi possono essere rifiuti: corpi che non sono produttivi. L&#8217;associazione tra residuo e improduttivo è evidente in questi corpi isolati ed emarginati all&#8217;interno della società: Robert MaCruer ha cercato di plasmare un tipo di corpo reso invisibile dalla società con la sua <em>Teoria del Crip</em>: “Corpi con diversità funzionale che non aderiscono alla norma, in questo caso, tendono ad essere isolati o emarginati. La logica del residuo sopravvive all&#8217;interno del nostro sistema di organizzazione delle idee e del ragionamento in molte aree della nostra vita”.<br>La spazzatura è l&#8217;oppresso, l&#8217;abietto. Storicamente, la nozione di rifiuto nasce legata ad una questione economica fondamentale: la produttività della terra. Così, nel <em>Secondo Trattato</em> di Locke, troviamo una definizione di residuo (rifiuto) che corrisponde a quella terra che non riporta un beneficio economico. Il residuo, storicamente, è simbolicamente equiparato a un sistema impuro, da cui deriva un pericolo. In questo senso, il sistema sapere/potere occidentale, fin dall&#8217;età moderna, rafforza una serie di valori in cui le stesse convinzioni prevalenti crollano prima della comparsa di altri nuovi valori. Soprattutto dopo l&#8217;Illuminismo, la conoscenza stessa viene riordinata e purificata sulla base dell&#8217;idea latente del residuo. La lotta dialettica tra tesi e antitesi può essere interpretata come il rafforzamento di un sistema di pensiero (filosofia?) che lotta per l&#8217;adattamento delle sue idee a un ordine che combatte il residuo: ogni conoscenza inutile deve essere ritirata, tutta la filosofia attuale deve &#8221; pulire&#8221; il precedente sistema su cui è stato costruito o spodestare quelle convinzioni e valori che non si adattano al tuo spirito. La conoscenza può anche essere residuale; lasciato ai margini, dimenticato. Il compito della cassettiera è salvarli; frugare tra i rifiuti della Filosofia e della Storia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-7" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="670" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-1024x670.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16744" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-1024x670.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7-768x503.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col7.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1320w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-8" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="536" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1024x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16745" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1024x536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-300x157.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-768x402.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9-1536x804.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/11/col9.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1762w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p><br><br>In COLAPSO osserviamo diverse interpretazioni estetiche di queste sfide, analisi più o meno esplicite del sistema di categorizzazione dicotomica utile/inutile. Partiamo dalla critica ai rifiuti agricoli e industriali, presenti nell&#8217;opera di Amy Balkin, Rafael Pérez Evans o nel gruppo formato da Inés Miño, Iñigo Barrón e Mon Cano. In questi pezzi osserviamo come i rifiuti agricoli o ambientali modellano il nostro rapporto con lo spazio che abitiamo. Ad esempio, con il mare, come ci mostrano Inés, Iñigo e Mon, o con la terra stessa e la sovrapproduzione di banane, nel caso di Rafael. Da questa critica allo spreco ambientale e all&#8217;inquinamento atmosferico &#8211; quello smog di cui parla Amy &#8211; si passa a uno sguardo che poggia sulle tecniche di consumo capitaliste. Nell&#8217;opera di Shanie Tommassini, l&#8217;iPhone diventa un oggetto rituale, il cui incendio rimanda non solo all&#8217;obsolescenza programmata degli oggetti tecnologici ma anche al valore feticcio della merce, trasformata in un rituale quasi religioso. Cajsa Von Zeipel, Jack Almgren e Lucia Bayón ci mostrano anche modi di relazionarsi con la società consumistica, collegando elementi tessili nel caso di Lucia o il mondo del fast fashion con altri oggetti trovati, nel caso di Jack, parodiandoli in extremis come vediamo nelle sculture esorbitanti di Cajsa. Nel percorso espositivo si arriva alla rovina in sé, alla spazzatura destrutturata dotata di una forma architettonica, come artisti come Céline Struger, Marina González Guerreiro, Bat-Ami Rivlin o il duo formato da Ma Dallo e Lucía Dorta lavorano da prospettive diverse. Nel caso di Bat-Ami, siamo di fronte ai rifiuti domestici e ai resti della nostra stessa casa, che costituiscono una nuova realtà totalmente separata dal nostro spazio visibile. Nel caso di Maï e Lucia, il loro pezzo cerca di salvare le rovine di un&#8217;etica premoderna della cura, un sapere dimenticato i cui portatori sono state tradizionalmente le donne, bollate come &#8220;streghe&#8221;. D&#8217;altra parte, le rovine di Céline combinano figure mitologiche, come la Gorgone, con resti archetipici della nostra società industriale. Per Marina gli elementi più spendibili diventano motivi costruttivi, pezzi delicati fatti di un aspetto apparentemente superfluo. Da questa rovina si passa ai rifiuti umani: Berenice Olmedo, Luis Lece Marcin Dudek, ci mostrano modi di intendere, in definitiva, l&#8217;essere umano come parte dello stesso sistema di organizzazione dei rifiuti. <br><br>Ricordiamo che l&#8217;etimologia della parola &#8216;collasso&#8217; deriva dal latino &#8216;collapsus&#8217; e significa caduta totale. Lapse significa “scivolare”.</p>



<p>Una esposizione, quindi, che ci ammonisce: non scivoliamo, di nuovo, nello spreco della materia anche perché noi stessi di materia siamo fatti, ma anche di spirito e di conoscenza.<br><br><br></p>
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		<title>Promozione teatrale per i nostri lettori. Moby Dick alla prova di Orson Welles</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Dec 2021 11:19:58 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Per le nostre lettrici e i nostri lettori il prezzo del biglietto è di 16,50 (invece di 33,00) Tute le info per prenotare sono in calce. 11 gennaio &#62; 6 febbraio &#124; sala Shakespeare&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong>Per le nostre lettrici e i nostri lettori il prezzo del biglietto è di 16,50 (invece di 33,00) </strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-1024x683.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15899" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-1024x683.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-300x200.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337-768x512.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/Moby_Dick_DeCapitani_DiGenio_phMarcellaFoccardi0337.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Tute le info per prenotare sono in calce. </p>



<p><strong>11 gennaio &gt; 6 febbraio | sala Shakespeare</strong></p>



<p><strong>Moby Dick alla prova</strong><br>di Orson Welles</p>



<p>adattato – prevalentemente in versi sciolti – dal romanzo di Herman Melville<br>traduzione Cristina Viti</p>



<p>uno spettacolo di Elio De Capitani</p>



<p>costumi Ferdinando Bruni</p>



<p>musiche dal vivo Mario Arcari, direzione del coro Francesca Breschi</p>



<p>maschere Marco Bonadei, luci Michele Ceglia, suono Gianfranco Turco</p>



<p>con Elio De Capitani</p>



<p>e Cristina Crippa, Angelo Di Genio, Marco Bonadei, Enzo Curcurù, Alessandro Lussiana, Massimo Somaglino, Michele Costabile, Giulia Viana, Vincenzo Zampa, Mario Arcari</p>



<p>una coproduzione Teatro dell’Elfo e Teatro Stabile di Torino &#8211; Teatro Nazionale</p>



<p><em>prima nazionale</em></p>



<p><em><strong>Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Gigi Dall&#8217;Aglio.</strong></em></p>



<p>Elio De Capitani porta in scena un testo teatrale finora sconosciuto ai nostri palcoscenici, <em>Moby Dick alla prova, </em>scritto (oltre che diretto e interpretato) da Orson Welles. Questa nuova produzione (che vede collaborare il Teatro dell’Elfo e il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, dopo il bel successo messo a segno con <em>Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte</em>) è stata allestita e messa in prova nell’inverno 2020/21, ma non ha potuto essere presentata al pubblico. Il lavoro arriva a compimento nella stagione ‘21/22, con il debutto in prima nazionale l’11 gennaio sul palcoscenico dell’Elfo Puccini di Milano e le repliche al Teatro Carignano di Torino (8/20 febbraio).</p>



<p><strong>NOTE DEL REGISTA</strong><strong>: </strong><strong>Welles e Melville.</strong></p>



<p>Una duratura e magnifica ossessione quella di Welles per <em>Moby-Dick</em>. E finalmente il 16 giugno 1955, al Duke of York’s Theatre di Londra, va in scena per lottare personalmente con le sue balene bianche: Melville, il palco vuoto e la sala piena di spettatori. È un successo strepitoso per Welles: «questo spettacolo è l’ultima pura gioia che il teatro mi abbia dato».</p>



<p>Eppure al pubblico non dà né mare, né balene né navi. Solo un palco vuoto, una compagnia di attori, se stesso in tre ruoli: è Achab, ma è anche Re Lear ed è un impresario teatrale che convince la sua compagnia ad allontanarsi da Shakespeare e a seguirlo in una nuova avventura. Soprattutto al pubblico dà il suo testo, su cui ha lavorato per mesi, trovando appunto una via indiretta per affrontare la sfida di mettere in scena il romanzo: passare per <em>Re Lear</em>, lo spettacolo che la compagnia sta recitando ogni sera, che getta un ponte tra Melville e Shakespeare, scivolando dall’ostinazione di Lear che la vita, atroce maestra, infine redimerà all’ostinazione irredimibile, fino all’ultimo istante, del capitano Achab.</p>



<p>Il <em>blank verse</em> – per noi splendidamente tradotto dalla poetessa Cristina Viti, milanese di nascita ma londinese d’adozione – restituisce con forza d’immagini la prosa del romanzo, trasformando rapidamente l’iniziale entrare e uscire dal personaggio, che il capocomico Welles e i suoi attori fanno come ogni compagnia in prova, in una travolgente e intensa rappresentazione dello scontro, titanico e insensato, tra uomo e natura.</p>



<p>Oltre alla traduzione, un secondo potente motore di questa nostra versione del capolavoro di Welles (la prima in Italia) è una ciurma d’attori più che pronti alla sfida: un cast che salda le eccellenze artistiche di tre generazioni dell’ensemble dell’Elfo, nel quale anche molti dei giovani hanno un curriculum ricco di prestigiosi premi; in pieno lockdown, con la vita ferma fuori dalle mura del teatro, in una bolla all’Elfo Puccini di Milano, gli attori, i musicisti e le maestranze hanno trovato l’assoluta concentrazione nella difficoltà del momento e le prove sono diventate un ritiro totalizzante.</p>



<p>Terzo importante elemento dello spettacolo è la musica, che abita intensamente e dal vivo la scena (sia nel canto che strumentale), portentosa magia generatrice di emozioni profonde.</p>



<p>Ed è stato così che il capodoglio bianco ha preso anche la nostra vita. Da quando abbiamo iniziato a portare sulla scena il <em>Moby Dick alla prova</em> di Orson Welles, la duplice natura del grande mammifero marino ci tormenta.</p>



<p>ACHAB <em>Ma io, in quella bestia, io vedo forza oltraggiosa, imperscrutabile malvagità; è questo, questo imperscrutabile che io più odio, e che il capodoglio bianco ne sia agente o mandante sarà quell’odio che io gli infliggerò!</em></p>



<p><em>Non mi parlate di infamia o di bestemmia: io colpirei anche il sole se lui osasse insultarmi!</em></p>



<p>Il controcanto a quest’odio iperumano è un brano che abbiamo ritrovato nel cuore del romanzo di Melville e che si è posato nel cuore nostra versione scenica:</p>



<p><em>Dicono che spesso, da che più feroce e spietata si è fatta la caccia, le balene in enormi branchi solchino gli oceani per darsi l’un l’altra protezione e assistenza. […] se vi inoltrerete fino al cuore del branco dove giungono attutiti il clamore e lo spumeggiare delle onde, lì la distesa del mare vi apparirà come una levigata tela di raso […] Lì femmine e cuccioli giocano innocenti, pieni di gioia e senza timore o diffidenza alcuna. E se il vostro sguardo si spinge giù, giù, in quella trasparente profondità, lì in quelle caverne d’acqua vi appariranno le sagome delle balene che danno il latte e di quelle prossime a partorire. E come i neonati umani quando poppano puntano il loro sguardo tranquillo e fisso lontano dal seno, come se si nutrissero ancora di qualche loro memoria ultraterrena, così i piccoli di quelle balene vi guarderanno, ma non voi veramente, come se al loro occhio tranquillo voi non foste che un pezzetto di alga nel golfo.</em></p>



<p>Achab, come Kurtz in <em>Cuore di tenebra</em>, per devastare la natura, soggioga i suoi simili e ne fa strumento del suo odio, con estrema facilità.</p>



<p>ACHAB <em>Compito agevole, dopotutto… La mia unica ruota dentata sa mettere in moto i loro diversi meccanismi… ed eccoli tutti in moto…</em></p>



<p>Vitalismo rapace, prepotentemente – ma non esclusivamente – occidentale, che rappresenta quella parte d’umanità che ci porta al disastro, al gorgo mortale che inghiotte la Pequod. Siamo alla sesta estinzione di massa, siamo al riscaldamento globale, siamo sull’orlo del baratro e continuiamo a correre. Generando odiatori meno mitici ma altrettanto ferali di Achab. Riascoltando le cronache del G8 di Genova venti anni dopo, impressiona la follia repressiva che offese i corpi, segnò le menti e colpì le idee di quell’imponente movimento trasversale che aveva, semplicemente, a cuore il destino del pianeta e dei popoli.</p>



<p>Diciamolo: <em>Moby-Dick</em> parla di noi, oggi. Ne parla come solo l’arte sa fare. Cogliendo il respiro dei secoli – tra passato e futuro – nel respiro di ogni istante della nostra vita.</p>



<p>Elio De Capitani, 20 luglio 2021</p>



<p><strong>TEATRO ELFO PUCCINI, sala Shakespeare, </strong>corso Buenos Aires 33, Milano– Durata: 2 ore 20 – Mart/sab. ore 20.30; dom. ore 16.00 – Prezzi: intero € 33 / rid. giovani e anziani €17,50 / online da € 16,50 &#8211; Info e prenotazione: tel. 02.0066.0606 – <a href="mailto:biglietteria@elfo.org">biglietteria@elfo.org</a></p>
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		<title>Lotta all’inquinamento: società civile contro Stato in una storica sentenza francese</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Dec 2021 08:33:42 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Maddalena Formica Il 14 ottobre 2021, il Tribunale ammnistrativo di Parigi ha pronunciato una storica sentenza con la quale lo Stato francese è stato condannato per “danno ambientale”. La faccenda giudiziaria, denominata ufficialmente&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="885" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/image.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15885" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/image.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 885w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/image-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/12/image-768x434.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 885px) 100vw, 885px" /><figcaption>Paris, France, 28 January 2021. The directors of the 4 associations co-applicants in the case (Jean-François Julliard, General Director of Greenpeace France, Cécile Duflot, General Director of Oxfam France, Cécile Ostria, General Director of the Nicolas Hulot Foundation and Clotilde Bato, President of Notre Affaire A Tous) pose alongside the teams who participated in the project.
Paris, France, le 28 janvier 2021. Les directeurs des 4 associations co-requérantes de l’affaire (Jean-François Julliard, directeur général de l&#8217;association Greenpeace France, Cécile Duflot, directrice générale d&#8217;Oxfam France, Cécile Ostria, directrice générale de la Fondation Nicolas Hulot et Clotilde Bato, présidente de Notre Affaire A Tous) posent aux coté des équipes qui participe au projet.</figcaption></figure>



<p>di Maddalena Formica</p>



<p></p>



<p>Il 14 ottobre 2021, il Tribunale ammnistrativo di Parigi ha pronunciato una storica sentenza con la quale lo Stato francese è stato condannato per “danno ambientale”.</p>



<p>La faccenda giudiziaria, denominata ufficialmente <em>L’Affaire du Siècle</em> dai suoi promotori, è incominciata quando quattro associazioni ambientaliste (<em>Oxfam France, Notre Affaire à Tous, Fondation pour la Nature et l&#8217;Homme, Greenpeace France</em>) hanno adito a marzo 2019 il tribunale amministrativo di Parigi, con il sostegno di una petizione firmata in tempo record da due milioni di cittadini.</p>



<p>L’obiettivo, oggi raggiunto, era quello di condannare la Francia per il mancato rispetto degli impegni presi dalla <em>République</em> nella lotta contro le emissioni di gas a effetto serra, e in particolare per il mancato raggiungimento degli obiettivi che lo Stato si era dato per limitare le emissioni nel periodo 2015 – 2018.</p>



<p>Dopo avere già deciso il 3 febbraio 2021 che lo Stato dovesse essere effettivamente ritenuto responsabile per questa mancanza, ad ottobre i giudici hanno confermato la decisione, specificando che lo Stato dovrà riparare tale danno entro il 31 dicembre 2022.</p>



<p>Pur rimanendo libero nella scelta delle misure da adottare per raggiungere l’obiettivo, lo Stato francese ha dunque ora poco più di un anno per “recuperare il ritardo” ed evitare nei prossimi mesi l’emissione di 15 milioni di tonnellate di gas a effetto serra, una quantità valutata dai giudici sulla base di quella rilasciata in eccesso dal 2015 (una cifra già parzialmente ridotta grazie al calo di emissioni dovuto ai lockdown degli ultimi due anni).</p>



<p>Le conseguenze qualora lo Stato non rispettasse la scadenza? I giudici potrebbero pensare a delle sanzioni economiche, come richiesto dalle ONG che parlano di sanzioni fino ai 78 milioni di euro per ogni semestre di ritardo, ma ad oggi delle misure specifiche non sono ancora state individuate, nella speranza che non debbano essere adottate.</p>



<p>Questa vicenda, un possibile, ottimistico esempio di una maggiore sensibilità della società civile e, forse, delle istituzioni per la questione climatica, potrebbe essere un modello per i cittadini di altri Stati i cui impegni nella lotta al cambiamento climatico risultano spesso poco decisi o efficaci.</p>



<p>La presa di posizione del tribunale d’oltralpe non sarebbe però il solo precedente per eventuali azioni contro le politiche ambientali di altri governi: il 20 dicembre 2019, una sentenza della Corte suprema dei Paesi Bassi relativa ad una causa introdotta dall’ong Urgenda ha confermato la posizione dei giudici di primo e secondo grado che avevano qualificato gli obiettivi nazionali di riduzione dei gas a effetto serra come insufficienti. Questa valutazione è stata operata alla luce non solo del diritto interno e comunitario, ma anche della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (e in particolare del diritto alla vita e de diritto alla vita privata e familiare), della <em>Convenzione quadro delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici e dell’Accordo di Parigi.</em></p>



<p><em>Decisioni storiche, dunque, che alimentano un dibattito percepito come sempre più urgente (e che in Francia si aggiunge a quello per le prossime elezioni presidenziali) e il cui successo potrebbe ispirare nuove azioni nei confronti di altri Stati, europei e non.</em></p>
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		<title>&#8220;Stay human Africa&#8221;: volti che non conosci</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Nov 2021 07:23:33 +0000</pubDate>
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<p></p>



<p>di Veronica Tedeschi</p>



<p><em><strong>Volti che non conosci</strong></em></p>



<p><em><strong>Da oggi in questa rubrica alterneremo gli articoli ai focus “Volti che non conosci” in cui verrà dedicato un pezzo a uomini o donne africane che meritano di essere conosciute.</strong></em></p>



<p><strong>Banjul Isatou Ceesay</strong></p>



<p>Dal Gambia arrivano buone nuove, rosa ed eco sostenibili.</p>



<p>Banjul Isatou Ceesay ha 49 anni ed è a capo di ben due imprese, denominate “Women of the Gambia” e “One Plastic bag”; quest’ultima è un vero e proprio laboratorio di riciclaggio di rifiuti di plastica. Il Gambia, come molti paesi dell’Africa subsahariana, è ormai sommerso di plastica poiché oltre alla produzione interna da parte degli stessi africani (quasi tutti bevono in piccoli sacchetti di plastica che vengono poi gettati per terra), tonnellate di polimeri e materie plastiche vengono importate nel continente.</p>



<p>Deflagrazioni che colpiscono le aree urbane tanto quanto le spiagge dove a rimetterci più degli altri sono proprio i pescatori e coloro che vivono comunità vulnerabili che vedono cambiare la terra che coltivano. Purtroppo sono pochi quelli che, come Banjul, si impegnano nel vero cambiamento del proprio paese: il primo obiettivo del progetto One Plastic Bag, infatti, è proprio quello di educare i compaesani all’importanza e ai vantaggi del riciclaggio della plastica.</p>



<p>Nel suo centro di riciclaggio, situato nel villaggio di Njau, lavorano donne che raccolgono, elaborano e tessono rifiuti di plastica per realizzare borse, gioielli, portamonete e molto altro. Inizialmente lavoravano con lei solo altre 4 donne, oggi gli operai impiegati in questa attività sono circa 20.000 e provengono da tutto il Paese.</p>



<p>Ovviamente all’inizio Banjul ha dovuto affrontare lo scetticismo e l’ostilità della sua comunità che, pur riconoscendo alle donne una certa libertà di movimento, mantiene una struttura patriarcale. La lotta per l’emancipazione delle donne e la concreta attenzione all’ambiente hanno fruttato a Banjul numerosi riconoscimenti internazionali. Anche la piattaforma “Climate Heroes” ha prodotto un documentario su di lei.</p>



<p>Il suo ultimo progetto, che vede impegnate decine di altre ragazze, consiste nella piantumazione di alberi selvatici e da frutto per una nuova attività, ecologica e generatrice di reddito.</p>
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		<title>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Aug 2021 07:06:44 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="579" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/indigeni.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15556" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/indigeni.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/indigeni-300x174.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/08/indigeni-768x445.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>Le comunità indigene sono sempre più minacciate in tutto il mondo. Lo sottolinea l&#8217;Associazione per i popoli minacciati (APM) in occasione della Giornata Internazionale dei Popoli Indigeni (9 agosto). Sebbene il governo tedesco abbia dato segnali positivi con la recente ratifica della Convenzione 169 dell&#8217;ILO e l&#8217;approvazione della legge sulla catena<br>di approvvigionamento poco prima della fine della legislatura, ci sono pochi segni di speranza anche per i popoli indigeni d&#8217;Europa. I Sami nell&#8217;estremo nord della Norvegia, per esempio, temono per il loro sostentamento perché sul loro territorio sarà estratto il rame. La regione è il vivaio per l&#8217;allevamento di renne dei Sami. Inoltre, gli scarti della miniera di rame di Nussir saranno scaricati nel vicino Repparfjord, mettendo in pericolo lo stock di salmoni dei pescatori Sami. Il partner del progetto e acquirente del rame è la società tedesca Aurubis di Amburgo.</p>



<p>Ancora nel 1990, la Norvegia tra i primi stati al mondo aveva ratificato l&#8217;ILO 169 e si era così impegnata a rispettare i diritti dei Sami. Ciononostante, i permessi per l&#8217;estrazione del rame e per lo scarico dello strato di copertura sono stati quasi completati senza il consenso di tutti i Sami interessati. Allo stesso tempo, lo stock di salmone<br>atlantico è stato gravemente danneggiato dall&#8217;inquinamento delle acque negli anni &#8217;70, quando il rame veniva già estratto e solamente ora aveva iniziato a riprendersi. Ufficialmente sarebbe in corso un dialogo tra le società Nussir ASA, Aurubis e i Sami. Ma i pescatori e gli allevatori di renne dell&#8217;omonima regione del Nussir lo negano. La produzione di rame dovrebbe iniziare nel 2022.</p>



<p>Dall&#8217;altra parte del mondo, anche in Brasile si stanno votando nuove leggi, ma sono esplicitamente dirette contro le comunità indigene di quel paese. &#8220;Da settimane i popoli indigeni protestano davanti al palazzo del Congresso di Brasilia contro, tra le altre cose, il disegno di legge 2633/20, noto anche come legge sull&#8217;accaparramento delle terre, che è stato approvato ieri al Congresso. Viola la costituzione perché renderà molto più difficile completare le procedure di demarcazione in corso e aprirne di nuove. Queste procedure stabiliscono e riconoscono ufficialmente i confini dei territori indigeni. Le demarcazioni esistenti potrebbero anche essere invertite. Questo mette in pericolo anche i 178 territori che sono stati delimitati con il sostegno finanziario di molti stati tra cui la Germania. Un&#8217;altra legge, PDL 177/2021, permetterebbe al presidente Bolsonaro di ritirarsi dalla Convenzione 169 dell&#8217;ILO, che il Brasile ha ratificato nel luglio 2002.<br>Questo annullerebbe tutto ciò per cui gli indigeni hanno lottato negli ultimi 30 anni.</p>



<p>La Convenzione 169 dell&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro dell&#8217;ONU (ILO 169) è finora l&#8217;unica norma internazionale che garantisce una protezione giuridicamente vincolante ai popoli indigeni. È stata ratificata solo da 24 stati, sei dei quali sono in Europa. Anche la Germania si è impegnata a rafforzare i diritti degli indigeni con il Supply Chain Act. Le aziende tedesche le cui attività possono influenzare la vita delle popolazioni indigene possono ora essere meglio sensibilizzate e ritenute responsabili delle loro azioni. Sono almeno 370 milioni le persone che nel mondo appartengono a 5000 popoli indigeni.</p>
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		<title>The Last20</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Jul 2021 07:30:51 +0000</pubDate>
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<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2021/07/24/the-last20/">The Last20</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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<p></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="1000" height="563" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/cq5dam.thumbnail.cropped.1000.563.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15527" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/cq5dam.thumbnail.cropped.1000.563.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1000w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/cq5dam.thumbnail.cropped.1000.563-300x169.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/07/cq5dam.thumbnail.cropped.1000.563-768x432.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p>(da anbamed.it)</p>



<p></p>



<p>Nei prossimi mesi si terranno in Italia gli incontri del controvertice G20 denominato “The Last20” (gli ultimi 20). Si comincia a Reggio Calabria dal 22 al 25 luglio 2021.</p>



<p>Per seguire l’iniziativa e comprenderne la straordinaria portata, vi presentiamo il documento alla base del progetto e il calendario degli incontri.</p>



<p><a href="https://thelast20.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Per saperne di più</a></p>



<p><strong>Che cos’è The Last 20.</strong>&nbsp;Un summit “dal basso” per guardare il mondo con lo sguardo degli ultimi. Un evento che propone un riequilibrio in tutto il mondo per superare le attuali, crescenti diseguaglianze: un riequilibrio tra la società umana e il patrimonio naturale ereditato, tra economia reale e fnanza per non caricare le nuove generazioni del debito finanziario ed ecologico.</p>



<p><strong>L’evento.</strong>&nbsp;In Italia nel 2021- sotto la Presidenza italiana- si riuniscono in panel, simposi e incontri i rappresentanti dei G20, i venti “grandi della terra”: il tutto culminerà nel Vertice dei Leader G20, che si terrà a Roma il 30 e 31 ottobre. The Last 20 è invece un summit “dal basso” per riunire, conoscere meglio e dar voce agli “ultimi 20” tra i Paesi in base ai principali indicatori socio-economici delle graduatorie internazionali. Non si tratta in ogni caso di Paesi “poveri” ma piuttosto “impoveriti” da sfruttamento, guerre e confitti etnici, catastrofe climatiche.</p>



<p><strong>Che cosa propone The Last Twenty?</strong>&nbsp;Cambiare il punto di vista, guardare il mondo con gli occhi degli “ultimi”. Essere il termometro che misura al Pianeta, visto come organismo vivente, la “temperatura sociale, economica e ambientale”. Non accontentarsi dei dati medi globali ma prendere a riferimento i Paesi Last 20 e gli indicatori della qualità della vita diversi dal PIL che permettono di cogliere, analizzando i punti più sensibili del pianeta, i mutamenti che stiamo attraversando, andando così alla radice dei problemi e delle contraddizioni del nostro tempo.</p>



<p><strong>Gli obiettivi concreti.</strong> Il primo obiettivo è politico: affermare che i Last 20 esistono e soprattutto “i Last 20 contano”. Formare un comitato che ogni anno presenti un Report Last 20, che dia conto della situazione con criteri scientifici, andando al di là del PIL, includendo cioè fattori come le condizioni sociali ed economiche, l’ecosistema, la riduzione dei confitti. Un’analisi a 360° sulle parti più fragili dell’umanità, per ribadire che il mondo si può cambiare e non solo dall’alto. Non ultima, la stesura di un documento comune che chieda alla Comunità internazionale e al G20 di farsi carico dei bisogni dei popoli e la creazione di una lobby permanente che faccia sentire la loro voce a livello internazionale.</p>



<p><strong>I temi portanti di The Last 20.</strong> Il climate change e i suoi effetti su questi Paesi, in particolare su quelli dell’Africa sub-sahariana. La questione sanitaria in Paesi con una bassa aspettativa media di vita, debolissime strutture sanitarie e situazione aggravata da pandemia. La fame e l’impoverimento e la risposta dei soggetti sociali che resistono e si organizzano, come contadini, studenti, donne, artigiani. Immigrazione, accoglienza e intercultura per conoscere davvero questi Paesi, la loro storia e la loro cultura al di là degli stereotipi. Il ruolo dei corridoi umanitari e della cooperazione decentrata. Il ruolo politico di questi Paesi, infine, per far sentire la voce degli ultimi.</p>



<p><strong>Il programma degli eventi.</strong>&nbsp;The Last 20 inizia anche geografcamente da Sud, dal 22 al 25 luglio a Reggio Calabria, con l’intitolazione del ponte sul waterfront all’Ambasciatore italiano Luca Attanasio, morto tragicamente insieme alla sua scorta, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista Mustapha Milambo. Alla cerimonia saranno presenti la vice ministra degli Esteri on. Marina Sereni, l’ambasciatore della Repubblica Democratica del Congo in Italia, il sindaco e le maggiori autorità della città metropolitana di Reggio Calabria, i genitori dell’Ambasciatore Luca Attanasio, la moglie Zakia Seddiki e i parenti del carabiniere Iacovacci. Alle ore 15:30 presso l’Anfteatro del Parco Ecolandia si aprono poi i lavori di The Last 20 con il saluto delle autorità e dei 20 Paesi ospitati. Gli incontri dei quattro giorni verteranno su migrazioni, accoglienza, cooperazione internazionale, ruolo degli enti locali e delle comunità con ospiti autorevoli.</p>



<p>The Last 20 continua poi a settembre e ottobre con tappe tematiche.</p>



<p>-10-12 settembre a Roma</p>



<p>-17-21 settembre a L’Aquila, Sulmona, Agnone, Castel del Giudice, Colle d’Anchise</p>



<p>-23-26 settembre a Milano</p>



<p>-2-3 ottobre a Santa Maria di Leuca</p>



<p><strong>I Paesi individuati:</strong>&nbsp;Afghanistan, Burkina Faso, Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea Bissau, Libano, Liberia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Sierra Leone, Somalia, Sud Sudan e Yemen.</p>



<p><strong>I promotori</strong>&nbsp;L’evento è promosso da: Comune e Città metropolitana di Reggio Calabria, Federazione delle diaspore africane in Italia, Fondazione Terres des Hommes (Italia), ITRIA (Itinerari turisticoreligiosi interculturali accessibili), Mediterranean Hope, Re.Co.Sol. (Rete Comuni solidali), Rete azione TerrÆ, Fondazione Casa della Carità (Milano), Parco Ludico Tecnologico Ecolandia. In collaborazione con: Agorà Abitanti della Terra, CEI (Ufcio nazionale turismo, sport e tempo libero), C.I.R.P.S (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), Comune di Agnone, Comune di Castel del Giudice, Diocesi di Campobasso e Trivento, Diocesi di Sulmona, Diocesi di Termoli e Larino, Fondazione Giovanni Paolo II, Italia Bayti (Muslim Friendly Hospitality), Parco Culturale De Finibus Terrae, WHAD (World Halal Devolpment), Villaggio della Pace. Media Partner del Last Twenty sono l’agenzia DIRE e Left. Oltre ai promotori molte le organizzazioni che hanno aderito a questa iniziativa tra cui: Libera, Municipio VIII di Roma, AfricaChildren, Associazione Sudanesi di Torino, Othernews, diverse ONG (ARCS , Terra Nuova, COSPE, Mani tese, COPE), Altro Ateneo UNIROMA2, CGIL ROMA 2, Forum ItaloTunisino per la cittadinanza mediterranea, Rete Cinecittà Bene Comune, Rete CineEst, Tribunale permanente dei diritti dei popoli -Fondazione Lelio Basso, rete internazionale del Fair Trade, Chico Mendes, Equo Garantito, Slow Food, il Parco Ecolandia, le riviste “Altreconomia”, “Nigrizia”, “Africa” e “Confronti”, il Movimento Europeo, Associazione Agorà, CISDA – coordinamento italiano sostegno donne Afghane; Forum Civique Européen (FCE); Comune di Almese (TO); Associazione Sudanesi Torino; Artes; Medici con l’ Africa CUAMM; Laudato Si’; Università degli Studi dell’Aquila, CICMA. diverse comunità di immigrati provenienti da Eritrea, Etiopia, Malawi, Mali, Mozambico, Niger, Somalia, singole persone impegnate nella solidarietà internazionale, nell’accoglienza dei migranti o esperti di questi Paesi.</p>



<p>Contatti Ufficio stampa, Massimo Acanfora, Ilaria Sesana, Duccio Facchini 329 1376380</p>
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		<title>I consumatori del nuovo millennio: l&#8217;inganno del greenwashing</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 07:18:09 +0000</pubDate>
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<p>di Maddalena Formica</p>



<p>Sostenibilità ambientale, prodotti <em>ecofriendly</em>, marchi ecologici…oggi il mondo dei consumatori, specchio della società civile, è sempre più attento all’impatto ambientale dei prodotti che vengono esposti sugli scaffali dei supermercati.</p>



<p>Questa nuova sensibilità, impensabile fino a pochi anni fa, ha spinto molte aziende a rivedere i propri procedimenti di produzione per renderli effettivamente più <em>ecofriendly</em> ma purtroppo, in alcuni casi, si tratta solo di una ben riuscita strategia di “greenwashing”.</p>



<p>Il greenwashing è infatti una strategia di marketing che si basa sull’ingannare il consumatore, nascondendogli dei dati o confondendolo con campagne pubblicitarie poco chiare dove il “green” impera tra i colori usati o come stile di vita rappresentato, per convincere chi le guarda che il prodotto che sta acquistando è a ridotto impatto ambientale. Pratica sempre più diffusa per strizzare l’occhio alle esigenze e sensibilità più recenti della società, generando così più profitti (si può pensare anche al pinkwashing e al genderwashing), oggi il greenwashing è una tendenza pericolosa; se da un lato, infatti, è più o meno sottilmente utilizzata dalle aziende per evitare gli effettivi costi di una produzione più sostenibile, dall’altro questa provoca confusione e, nel lungo periodo, scetticismo anche nel consumatore armato delle migliori intenzioni.</p>



<p>Il problema principale, quello che permette l’uso di espressioni e slogan poco trasparenti nelle descrizioni dei prodotti, è che non esiste, a livello internazionale e, nella maggior dei Paesi, nemmeno a livello nazionale, una legislazione <em>ad hoc</em> che fissi i criteri per poter qualificare un prodotto come sostenibile, da un punto di vista ecologico o etico.</p>



<p>Vi sono numerosi marchi di “eccellenza ambientale”, europei e non, ma ognuno con i propri criteri e le proprie regole e l’Autorità antitrust è dovuta intervenire più volte per condannare aziende che praticavano il greenwashing, facendo riferimento alla normativa vigente in materia di pubblicità ingannevole (ad esempio nel caso Ferrarelle e nel caso Volkswagen). In Italia, inoltre, dal 2014 il Codice dell’Autodisciplina pubblicitaria chiede “dati veritieri, pertinenti e scientificamente verificabili” per le comunicazioni delle attività commerciali riferite ai benefici ambientali ed ecologici.</p>



<p>Nonostante questi passi avanti nella lotta al greenwashing, però, nella maggior parte dei casi rimane in capo al consumatore informarsi per capire davvero se, a prescindere dalle pubblicità e dalle vaghe dichiarazioni delle aziende, il prodotto è davvero il frutto di un ciclo di produzione sostenibile. Queste ricerche possano essere fatte sul sito dell’azienda, leggendo gli ingredienti e le modalità di produzione, che dovrebbero essere indicate con trasparenza se sono realmente sostenibili, verificando i certificati e i criteri necessari per ottenerli; accenni eccessivamente vaghi all’impatto ecologico del bene nelle pubblicità e nelle descrizioni possono essere inoltre un campanello d’allarme che forse non ci troviamo davanti ad un vero prodotto <em>ecofriendly</em>, ma davanti ad un ennesimo esempio di greenwashing.</p>
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		<title>La casa vivente. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2021 08:29:53 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>



<p><em>Abitare è una delle principali caratteristiche dell’essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana. Ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell’abitare. Dalle Ande peruviane alle montagne indiane, passando per il Vietnam e la Mongolia, Andrea Staid ci racconta che una palafitta sul lago Inle in Myanmar si regge su pali di bambù che vanno controllati e spesso cambiati, oppure che le travi del pavimento di una casa nelle montagne del Laos invecchiano, respirano e vanno revisionate. Ci racconta quindi che le case sono vive. In questo libro non ci sono solo esperienze lontane, perché dai viaggi c’è sempre un ritorno e ovunque sta nascendo la consapevolezza di quanto sia importante vivere (dunque abitare) in un modo più sostenibile ed ecologico. Da questa necessità nascono le esperienze di autocostruzione che stanno crescendo in tutta Italia e la scelta dell’autore di abitare in un rapporto diretto con la natura, in una casa che di natura si nutre e che è stata costruita assecondandone i ritmi e gli spazi. &#8220;La casa vivente&#8221; unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15317" width="563" height="819" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 687w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n-206x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></figure>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Il tuo ultimo lavoro si intitola “La casa vivente”: qual è il legame tra la “casa” e l&#8217;identità?</p>



<p>Credo che sia un legame stretto e importante. Sono convinto che il modo e il luogo in cui abitiamo definisca un ambito nel quale si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare rappresenta l’azione propria dell’uomo che riflette e non si assoggetta semplicemente alla vita; l’essere umano “abita” la casa quando non si limita a subire l’esistenza e le fatiche del vivere. In questo modo “abitare” assume il senso del prendersi cura, di sé e degli altri.</p>



<p>Il premio Oscar 2021 è andato al film <em>Nomadland</em> in cui la protagonista, Fern, vive in un vecchio furgone: la sua è stata una scelta consapevole, dettata dalla volontà di abbandonare le logiche capitalistiche e convenzionali dell&#8217;Occidente. In quali modi è possibile fare ritorno a stili di vita in sintonia con l&#8217;ambiente e con la stessa natura umana?</p>



<p>I modi sono tanti e non credo che ce ne sia solo uno giusto, credo che sia fondamentale però non separare questo tema ovvero, il modo in cui costruiremo e abiteremo il mondo nel prossimo futuro, dai principi dell’interculturalismo e del ripensamento postcoloniale, che promuovono indirettamente l’importanza della biodiversità e della valorizzazione delle forme di vita di un ecosistema. Un primo significato di comunità si trova proprio nel contesto dell’ecologia, e indica l’insieme di organismi che condividono uno stesso ecosistema e interagiscono alloro interno. Nel nostro ripensamento credo sia fondamentale prendere in considerazione riferimenti estranei al mondo industriale e occidentale, perché allargano il panorama verso modi “altri” di vivere e pensare lo spazio abitato. Questo significa avere un approccio ecologista decoloniale, come scrive Malcom Ferdinand, perché il degrado ambientale non può essere dissociato dai rapporti di dominio razziale che derivano dal nostro modo di abitare la Terra e da un sentimento di legittimità nell’appropriarsene. Esiste uno stretto legame tra diseguaglianze sociali e distruzione dell’ambiente e credo sia importante riuscire a connettere queste tematiche all’eredità razzista.</p>



<p>Distruzione della natura e oppressione sociale sono da sempre legate eppure, negli appelli ad affrontare l’urgenza climatica, si continuano a vedere slogan privi di un pensiero sociale. Risolvere la questione dell’inquinamento e della scarsità di risorse solo attraverso soluzioni tecnocratiche tipo la geoingegneria o i mercati di carbonio, come vorrebbe la green economy, non va alla radice del problema. Serve un ripensamento globale del sistema legandolo alla storia coloniale, come forma strutturata di distruzione degli ecosistemi e di “altericidio”. L’architettura indigena è invece stata, e in alcuni casi continua a essere, una risposta sostenibile alla necessità dell’essere umano di abitare il proprio spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15318" width="586" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1536x864.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p>Il viaggio è un&#8217;opportunità per una tras-formazione personale e hai avuto modo di vistrare il Mynamar e con il meraviglioso (in senso letterale) Lago Inle: come ha suscitato le tue riflessioni su nuove forme dell&#8217;abitare?</p>



<p>Non solo il Myanmar in generale sono rimasto colpito dal modo di abitare indigeno sia nel sud est asiatico che in centro America, passando per la mongolia e il Marocco…</p>



<p>Se guardassimo a chi non si è tuffato nell’onda del progresso senza meta delle megalopoli, potremmo scoprire che è ancora possibile soddisfare le nostre necessità abitative sfruttando meno le limitate risorse disponibili, provocare un impatto minore sui nostri fragili ecosistemi, generare un legame profondo tra i costruttori, l’ambiente, i materiali impiegati e l’intera comunità. Tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali.</p>



<p>Nella società contemporanea viviamo una crisi del saper fare, soprattutto nell’ultimo periodo pandemico legato al covid-19, siamo stati costretti a casa e le nostre relazioni sono state sempre più con e attraverso macchine e oggetti industriali; di fatto, stiamo vivendo una limitazione drastica delle esperienze sensoriali. Una delle caratteristiche anatomiche principali di noi ominidi è il pollice opponibile che ci permette di manipolare gli oggetti con grande controllo e precisione; noi animali umani ci siamo plasmati culturalmente producendo e lavorando oggetti, e l’essere diventati sempre più homo comfort sta compromettendo passaggi cruciali della conoscenza manuale e culturale della nostra specie.</p>



<p>Gli edifici delle comunità indigene che ho incontrato in questi anni e che racconto nel mio libro “la casa vivente”, non sorgono nel vuoto, fanno parte della vita e della cultura dei popoli che rappresentano, non rimangono immutate nel tempo, ma si modificano e si arricchiscono con l’incontro di nuove tecnologie costruttive. Sono convinto che l’architettura spontanea ci insegna qualcosa sulla vita e sulle tradizioni dei popoli indigeni, riflettendo le nostre esperienze come in uno specchio.</p>



<p>La Giustizia è un concetto, è un valore sicuramente da perseguire che rimane, però, troppo spesso lontana dalla verità dei fatti. L&#8217;abitare condiviso, invece, la casa comune propongono una nuova idea di solidarietà concreta: qualis arebbero altri passaggi utili per affermare un&#8217; Etica della cura che consideri anche l&#8217;Altro distante nello spazio e l&#8217;Altro distante nel tempo? (Per citare Elena Pulcini alla quale va il nostro più caro ricordo)</p>



<p>Credo che una concezione di abitare i luoghi che si ispiri ai principi dell’economia circolare, quale modello economico idoneo a rigenerarsi da solo, attraverso la valorizzazione degli scarti di consumo, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime seconde e l’uso di energia da fonti rinnovabili oltre che ovviamente con una condivisione e visione allargata del concetto di “bene comune” possa essere un modo per affermare quella che hai chiamato un’etica della cura. L’obiettivo del mio libro non è quello di fomentare un dibattito “solo” su come costruiamo case, ma di costruire un mondo nuovo a partire da come concepiamo ciò che costruiamo.</p>
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		<title>Crimine di Ecocidio</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Dec 2020 08:26:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>E se considerassimo la Natura come una persona giuridica? La connessione Natura-Cultura e cosa ci insegnano i Popoli Indigeni per vivere in armonia con l’elemento naturale di Sofia Cavalleri (da echoraffiche.com) Studiare in Thailandia&#46;&#46;&#46;</p>
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<h2><em>E se considerassimo la Natura come una persona giuridica? La connessione Natura-Cultura e cosa ci insegnano i Popoli Indigeni per vivere in armonia con l’elemento naturale</em></h2>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="900" height="600" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14927" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 900w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/12/amnesty-bra-povos-768x512.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>



<p>di Sofia Cavalleri (da echoraffiche.com)</p>



<p><strong>S</strong>tudiare in Thailandia è per me un continuo esercizio di flessibilità mentale e crescita personale. E non necessariamente in modo costruttivo, ma quasi sempre in modo “distruttivo”. Nel mio primo semestre di dottorato alla <em>Chulalongkorn University</em> a Bangkok, mi sono trovata a dover <strong>sradicare alcuni costrutti ideologici e socio-culturali scomodi </strong>che erano stati fissati in modo saldo nella mia mente nel corso degli anni, tramite un’educazione accademica eccessivamente eurocentrica e, devo ammettere, tendenzialmente neoliberale.</p>



<p>Al momento sto cercando di&nbsp;<strong>esplorare paradigmi alternativi</strong>, di acquisire nuove lenti per comprendere meglio questo mondo complesso e gli specifici fenomeni che mi circondano nel sud-est asiatico. Alcuni mesi fa, stavo sorseggiando un cappuccino decisamente troppo zuccherato per gli standard italiani e studiando con il mio amico indonesiano nel nostro caffè preferito, quando a un certo punto lui mi ha chiesto se avessi intenzione di considerare la Conoscenza Ecologica Tradizionale&nbsp;nel mio dottorato di ricerca, in relazione alle credenze culturali e spirituali delle comunità locali. Più mi parlava di questi concetti a me ignoti e distanti e più sentivo che dovevo fare uno sforzo e vincere la mia iniziale posizione scettica per andare più in profondità a livello ontologico ed epistemologico, mettendo in discussione la mia visione del mondo.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-2-1-1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Splendida vegetazione nella regione di Suphan Buri, Thailandia (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p>Il concetto di&nbsp;<strong>“Conoscenza Ecologica Tradizionale”</strong>&nbsp;o&nbsp;<em>Traditional Ecological Knowledge (TEK)&nbsp;</em>è emerso come campo di ricerca che ha trovato un forte riscontro in sud America e Canada, e recentemente anche nel sud-est asiatico e in Africa (in particolare con il concetto di&nbsp;<em>Ubuntu</em>). La TEK si focalizza sulla relazione degli esseri viventi (inclusi gli esseri umani) in determinati ecosistemi che comprendono l’elemento naturale.&nbsp;In generale, possiamo definire il sapere indigeno come tutta quella eredità culturale intuitiva basata sul&nbsp;<em>learning by doing</em>; una conoscenza frutto di milioni di esperimenti condotti nel passato e tramandata preziosamente di generazione in generazione,&nbsp; della quale non abbiamo più memoria, ma della quale possiamo godere i frutti.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Pearl attraversa un ruscello nella regione di Suphan Buri, Thailandia (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p>Questo può essere considerato un paradigma emergente e in linea con il concetto di “<strong>Ecocidio”</strong>&nbsp;in Occidente, in quanto con esso la Natura verrebbe considerata sullo stesso piano degli esseri umani dal punto di vista giuridico. Fu Polly Higgins, avvocatessa scozzese, autrice e lobbista ambientale, a presentare la seguente famosa definizione alla Commissione legislativa ONU:&nbsp;«ecocidio è perdita, danno o distruzione di un ecosistema in un dato territorio causato da un agente umano o da altro, per un’estensione tale da diminuire significativamente il godimento pacifico di quel territorio da parte dei suoi abitanti». Questa definizione non si concentra sugli esseri umani con un approccio antropocentrico, ma al contrario considera una prospettiva più ampia riferendosi agli “abitanti” di un territorio e alla necessità di mantenere il delicato equilibrio ecosistemico.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-4-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>Ashram a Bangalore, India. La connessione tra spiritualità e Natura in India è presente anche negli antichi testi sacri dei Veda (© Sofia Cavalleri)</figcaption></figure>



<p>Alla luce di ciò, la concezione della Natura come “servizi ecosistemici” destinati ad essere usufruiti o preservati dall’essere umano&nbsp;«per le generazioni future» come viene spesso enfatizzato nei rapporti internazionali, incluso il famoso Rapporto Brundtland delle Nazioni Unite, emerge chiaramente come una visione antropocentrica. Forse, quello di cui avremmo bisogno al giorno d’oggi, è un approccio più rispettoso per l’ecosistema nel quale siamo inseriti, non necessariamente in linea con la narrativa&nbsp;<em>mainstream</em>&nbsp;dell’<strong>Antropocene</strong>.&nbsp;E qui è d’obbligo una breve ma feroce critica dell’Antropocene: questa “narrativa-panacea” che è divenuta sempre più popolare a partire dal 2002. Per quanto ci sia un crescente interesse per questo termine, esso presenta UNA narrativa che aiuta a comprendere i fenomeni di surriscaldamento globale e inquinamento dovuti al fattore umano ma che, allo stesso tempo, rischia di normalizzare una visione del mondo pericolosamente neoliberale in cui l’ambiente viene concepito in termini di risorsa che può essere monetizzata, preservata o sfruttata dagli esseri umani a loro piacimento, tramite politiche economiche sostanzialmente antropocentriche.&nbsp;Citando il buon Nanni Moretti, «le parole sono importanti». Ma soprattutto come scriveva Michel Foucault: «<em>knowledge is power</em>»; e la connessione tra potere e sapere è particolarmente visibile quando si considera il controllo delle risorse naturali e l’accesso alle stesse. Sempre più spesso a livello di ricerca ambientale si parla di&nbsp;<strong>de-colonizzare&nbsp;</strong>la narrativa contemporanea, neoliberale, che presenta un approccio al potere e alla conoscenza tendenzialmente volto a dare maggiore visibilità a determinate pratiche (prettamente sostenute da interessi economici) piuttosto che ad altre prevalentemente ecologiche e sociali.</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://echoraffiche.com/wp-content/uploads/2020/12/immagine-5-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt=""/><figcaption>P’Kwai, leader della comunità Huai Hin Dam nella regione di Suphan Buri, si riposa nella foresta (© Samuel Castan)</figcaption></figure>



<p><strong>Ma come possiamo integrare di fatto questa conoscenza indigena</strong>&nbsp;(anche nota in italiano come “sapere indigeno”)&nbsp;<strong>a livello strutturale, nei nostri sistemi politici democratici?</strong>&nbsp;La settimana scorsa, ho avuto il piacere di parlare in un webinar organizzato dall’associazione&nbsp;<a href="https://www.peridirittiumani.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Per I Diritti Umani</a>&nbsp;con due avvocati, Avv. Federico Peres e Avv. Luciano Butti, che hanno menzionato la bellezza dell’interpretazione dinamico-evolutiva della Costituzione italiana, il diritto vivente e le misure di cautela proporzionate al rischio relative alla protezione dell’ambiente. Durante il webinar, un collega che al momento studia Giurisprudenza all’Università di Trento, Emanuele Zoller, ha inoltre presentato un nuovo paradigma che considera la Natura come persona giuridica, soggetto di diritto. Nonostante questo paradigma abbia attirato numerose critiche dal mondo accademico, giuridico e politico, che vi hanno opposto&nbsp; ostacoli strutturali soprattutto in relazione alla comparabilità tra diversi soggetti di diritto, esso presenta un’opportunità innovativa per considerare l’ambiente in modo olistico e non semplicemente come una risorsa esterna da sfruttare o preservare. In conclusione, citando ancora una volta Michel Foucault,&nbsp;<strong>«forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare»</strong>. Per farlo, abbiamo bisogno di ampliare le categorie e i paradigmi con i quali attualmente consideriamo la Natura.</p>
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		<title>Human rights defenders</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Jun 2020 08:48:35 +0000</pubDate>
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<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="500" height="500" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14189" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg-80x80.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 80w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2020/06/gggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggggg-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></figure></div>



<p>Ecco, per voi, l&#8217;incontro con <strong>Francesco Martone</strong> ( e con <em>In Difesa Di</em> ) che ci ha parlato della protezione necessaria dei difensori dei diritti umani nel mondo, con un riferimento a <strong>Patrick Zaky</strong>. Cogliamo l&#8217;occasione per richiederne l&#8217;immediata <strong>liberazione</strong>!</p>



<p>Vi ricordiamo lo streaming di domani, <strong>lunedì 8 giugno, alle ore 18.30</strong> sempre sul canale Youtube dell&#8217;Associazione Per i Diritti umani, con <strong>CARLO STASOLLA</strong>, Presidente di <em>Associazione 21 Luglio</em> e la situazione delle comunità <strong>rom. </strong></p>



<p>Buon ascolto!</p>



<figure class="wp-block-embed-youtube wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" title="Human Rights Defenders" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/5tYD6OekXNY?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
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<p></p>
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