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	<title>edifici Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La parola amianto</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Oct 2018 07:24:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto Associazione per i Diritti umani ha intervistato Nora Picetti, autrice e regista dello spettacolo teatrale La parola amianto e la ringrazia molto per la disponibilità. &#160; Il tema delle&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11437" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1500" height="966" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti-300x193.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti-768x495.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/cropped-presidianti-1024x659.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></a></b></p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong> </em>ha intervistato Nora Picetti, autrice e regista dello spettacolo teatrale <strong><em>La parola amianto</em> </strong>e la ringrazia molto per la disponibilità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #000000;">Il tema delle malattie e della sicurezza sul lavoro è, purtroppo, molto attuale. Ci può raccontare la vicenda delle operaie e degli operai della Centrale di Turbigo?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Alla Centrale Enel di Turbigo l’amianto era usato in un impasto per coibentare i tubi di metallo con vapore ad altissime temperature. Quando un tubo perdeva per ripararlo bisognava scoibentare, cioè rompere la copertura, e in questa operazione le fibre di amianto si liberavano nell’aria.</span><br />
<span style="color: #000000;">La vicenda ha inizio negli anni ‘70, quando i lavoratori cominciano a organizzarsi per la difesa della salute. Per prima cosa eleggono il CUD (Consiglio Unico dei Delegati), un gruppo di 20 lavoratori eletti direttamente dagli altri in modo da dare rappresentanza a tutti i reparti, e poi “importano” in Centrale un metodo messo a punto dai fondatori di Medicina Democratica, <span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Luigi Mara, chimico, e Giulio Maccacàro, il medico che ha portato in Italia l’epidemiologia.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Il metodo si chiama “R</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">icostruzione operaia del processo produttivo” ed è assolutamente innovativo, perché valorizza il sapere operaio e lo integra col sapere accademico-scientifico.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Si tratta di ricostruire tutto ciò che avviene in Centrale a partire dai racconti dei lavoratori.<br />
Si organizzano una serie di assemblee, divise per reparto, e ogni lavoratore racconta cosa fa, a quali rischi è esposto, con quali sostanze viene contatto e poi formula delle richieste per migliorare l’ambiente o l’organizzazione del lavoro in modo da essere più tutelato. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Sulla base di questi racconti e di queste richieste si facevano poi le piattaforme di rivendicazione, cioè le richieste ufficiali alla Dirigenza Enel.<br />
Una battaglia importante, sui cui ha insistito Medicina Democratica, è stata quella contro la monetizzazione della salute: l’usanza era quella di dare delle indennità ai lavoratori esposti ai vari rischi, qualche soldo in più in busta paga. Ma così l’ambiente di lavoro continuava ad essere inquinato e pericoloso. Il sindacato, a Turbigo come in molte altre fabbriche, in genere accettava: ha sempre difeso i posti di lavoro e il salario, ma per difendere la salute i lavoratori hanno dovuto organizzarsi da soli e spesso anche scontrarsi apertamente coi sindacalisti. Lo dice bene un manifesto che avevano fatto per promuovere le assemblee “La tuta si lava, i polmoni no”. Con i soldi delle indennità non ci fai niente, non riduci nessun rischio. L’obbiettivo era ottenere che i dirigenti spendessero dei soldi per rendere più salubre e più sicuro l’ambiente di lavoro. Nello spettacolo ho ricostruito i vari passaggi di questa lunga battaglia, iniziata negli anni ‘70 e conclusa, parzialmente, solo quest’anno, il 15 maggio 2018, con la sentenza di Cassazione, che come dice l’avvocatessa di parte civile Laura Mara, “è</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> una sentenza storica, straordinaria e francamente inaspettata, che ci insegna, oggi più che mai, che le uniche battaglie perse sono quelle non fatte”.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;">In che modo avete effettuato le ricerche per la stesura del testo? Avete raccolto anche testimonianze dirette?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Siamo partiti dalle testimonianze dirette di mio padre e dei suoi colleghi della Centrale, che hanno poi fondato la sezione di Turbigo dell’AIEA (Associazione Italiana Esposti Amianto). Particolarmente interessante è stato l’incontro con Emilio Pampaluna, che gli altri mi hanno presentato come “la memoria storica della Centrale di Turbigo”: è un ex lavoratore, sindacalista e membro della Commissione Salute del CUD, è stato un po’ la mente organizzativa di questa lunga battaglia. Quello che più mi piace di questo lavoro è proprio raccogliere le testimonianze orali, i racconti in prima persona, spesso plurale, ma anche valorizzare fonti trascurate dalla storia ufficiale: tutto un patrimonio di documenti, volantini, comunicati, cartelloni, verbali di assemblee, ricorsi al tar, foto, articoli di giornale, archivi personali, che le persone tengono in cantina, ma che sono fondamentali per ricostruire una vicenda dal punto di vista popolare e farla diventare Storia.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">A questo si sono aggiunti i dossier di Legambiente, i rapporti dell’Ispra, e molti altri documenti sull’amianto che mi hanno passato Guglielmo Gaviani, che ha seguito la vicenda dall’esterno, come perito della Asl, e Valentino Gritta, presidente dell’AIEA di Turbigo.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Poi ho trovato testi sull’amianto di Plinio il Vecchio, Marco Polo, Calvino e Primo Levi e alcuni video dell’Istituto Luce sull’Eternit di Casale Monferrato.</span><br />
<span style="color: #000000;">Durante le ricerche una cosa mi ha colpito in particolare: un grafico che sovrapponeva la cronologia della diffusione industriale dell’amianto, con quello delle scoperte scientifiche sulla sua pericolosità. Praticamente coincidevano, cioè si sapeva da subito che era pericoloso, ma l’Industria dell’amianto ha puntato solo al lucro, ha fatto di tutto per mettere a tacere gli scienziati e i medici che raccoglievano dati epidemiologici sui morti di amianto e ha invaso il mercato con una pubblicità assordante sulle straordinarie proprietà e sulla sicurezza dell’amianto. Nello spettacolo quindi proietto foto di cartelloni pubblicitari e spot sull’amianto dal 1870 a oggi, e l’effetto è forte, comico e agghiacciante al tempo stesso&#8230;</span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/36226648_614660818907729_4045483786920525824_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11438" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/36226648_614660818907729_4045483786920525824_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="560" height="792" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/36226648_614660818907729_4045483786920525824_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 560w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/36226648_614660818907729_4045483786920525824_n-212x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 212w" sizes="(max-width: 560px) 100vw, 560px" /></a></p>
<p><span style="color: #000000;">Qual è il legame, in questo caso, tra tutela dell&#8217;ambiente e salute e la Politica?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Nello spettacolo si fa riferimento proprio alla Politica con la P maiuscola, a quell’insieme di azioni, reazioni, procedure che mettiamo in atto per difendere i beni comuni, in questo caso la salubrità dell’aria, la sicurezza e la salute pubblica. Ad esempio c’è una scena in cui coinvolgo direttamente alcuni spettatori per guardare la situazione da diversi punti di vista: c’è il proprietario del tetto che si fa due conti in tasca e decide di non rimuovere l’amianto, ma c’è anche il suo vicino di casa, che invece vuole che sia rimosso. Poi c’è il sindaco, che teme di perdere consensi se obbliga la gente a spendere soldi per rimuovere l’amianto. Poi c’è l’imprenditore della ditta di bonifica, che dovrebbe fornire mezzi di protezione ai lavoratori, e ci sono i lavoratori, che seguono attentissimi il corso sulla sicurezza, ma non capiscono una parola di italiano. Alla fine è il pubblico a votare: in scena viene presentata una situazione e la scelta etica sta al singolo spettatore, che la esprime attraverso il voto. Questa parte è pensata per i ragazzi delle scuole medie e superiori ma piace molto anche agli adulti, anche perché rende evidente in modo leggero e anche divertente, che il voto non basta, la delega non è sufficiente, e anzi a volte, quando ti viene chiesto di scegliere tra due cose (come salute o lavoro) in realtà significa che devi organizzarti per ottenerle entrambe.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Il titolo dello spettacolo si riferisce all&#8217;accordo tra sindacato, azienda e Stato nella vicenda dell&#8217;Ilva, in cui “scompare” la parola “amianto”?</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Questa idea di far scomparire la parola amianto era già venuta negli anni ‘80 al Capocentrale di Turbigo: aveva vietato ai lavoratori di scrivere “amianto” nei documenti interni, dovevano usare “silicato” o “coibente”. La parola amianto faceva già paura, allora invece di affrontare il problema si preferiva cambiare parola, nella speranza che i lavoratori non si accorgessero del pericolo e non si attivassero per la difesa della salute.</span></p>
<p><span style="color: #000000;">Ci sono esempi in cui sono state attivate buone pratiche?</span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Direi che questa “R</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">icostruzione operaia del processo produttivo” è una buona pratica ante litteram, che andrebbe oggi esportata, fatta uscire dai luoghi di lavoro e applicata a tutta la popolazione, perché oggi siamo tutti esposti alle fibre di amianto rilasciate dal tetto del vicino o dalla fabbrica abbandonata, o dal pavimento della scuola. In Italia ci sono ancora 2400 scuole contaminate dall’amianto. Ora però ci sono anche tutti gli strumenti scientifici, tecnici, culturali e legali per procedere con le bonifiche e lo smaltimento. Due esempi da citare sono sicuramente quelli di Casale Monferrato e del Comune di Rubiera, che ha bonificato tutti gli edifici pubblici e poi ha attivato il CIAR Catasto Immobili Amianto Rubiera: attraverso foto satellitari, uso di droni, segnalazioni dei cittadini e sopralluoghi tecnici del Comune è stata fatta la mappatura dei tetti di amianto su tutto il territorio del comune. Poi con una procedura amministrativa standardizzata e con delle ordinanze il Comune obbliga i proprietari ad intervenire, anche usufruendo degli incentivi fiscali. Loro stessi fanno questo esempio: se c’è una tegola di una casa privata che rischia di cadere in testa ai passanti, è normale che il sindaco, in quanto responsabile della salute pubblica, faccia un’ordinanza per obbligare il proprietario a intervenire subito. A maggior ragione, essendo i morti di amianto molto più numerosi dei “morti da tegola”, dovrebbe essere normale e accettato che il sindaco possa obbligare i proprietari a rimuovere i tetti di amianto. Molti sindaci temono però che questa scelta sia impopolare, temono di perdere consenso se obbligano la gente a spendere soldi per l’amianto. Quindi tra le buon pratiche è doveroso citare anche le attività di AIEA, Medicina Democratica; Legambiente, e di tutte le altre associazioni che attraverso raccolte dati, petizioni, azioni legali, pubblicazioni di dossier, attivazione di sportelli amianto nei comuni o interventi nelle scuole, contribuiscono a informare la popolazione e favoriscono il censimento, la bonifica e il corretto smaltimento dell’amianto, perché come dicono a Rubiera, ogni metro quadro rimosso è un guadagno immediato per la salute di tutti”.</span></span></span></p>
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		<title>Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jun 2017 07:24:51 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Il diritto alla bellezza. Il diritto all&#8217;Arte: dovrebbero essere diritti universali,appartenenti a tutti. Ecco perchè è da leggere il saggio della giornalista Simona Maggiorelli intitolato Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata, Asino d&#8217;oro edizioni.&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8968" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="546" height="796" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 546w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/06/attacco-all-arte-la-belezza-negata-206x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 546px) 100vw, 546px" /></a></p>
<p>Il diritto alla bellezza. Il diritto all&#8217;Arte: dovrebbero essere diritti universali,appartenenti a tutti.</p>
<p>Ecco perchè è da leggere il saggio della giornalista Simona Maggiorelli intitolato <i>Attacco all&#8217;arte. La bellezza negata</i>, Asino d&#8217;oro edizioni.</p>
<p>La ricerca prende l&#8217;avvio dai celebri affreschi rupestri delle grotte di Chauvet e Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna a cui si sono rifatti artisti moderni quali: Picasso, Matisse, Modigliani, Moore, Pollok e altri. Con l&#8217;apporto dello psichiatra Massimo Fagioli l&#8217;autrice cerca il significato profondo di quei tratti e di quelle figure, il legame tra pensiero e linguaggio figurativo, il bisogno e il desiderio di esprimere la realtà. Il Prof. Fagioli, nell&#8217;ultimo capitolo, avanza l&#8217;ipotesi che le donne siano state le prime artiste della Storia, le donne del Paleolitico. Le donne incinte o che avevano appena partorito, mentre l&#8217;uomo era a caccia, restavano nelle caverne, imparando a cuocere la carne, utilizzando il fuoco e, oltre a questo, iniziando a raffigurare ciò che le circonda, forse per caso, semplicemente stando con i loro bambini. C&#8217;è un discorso, alla base di questa teoria, che riguarda la differenza di genere: gli uomini tutelano la sopravvivenza, le donne sono più portate a sviluppare la creatività.</p>
<p>Il secondo capitolo del saggio (dedicato alla memoria dell&#8217;archeologo siriano Khaled al-Assad) si occupa di iconoclastia e, ancora una volta, il punto di vista è molto originale: la Maggiorelli, infatti, sottolinea il fatto che accanirsi contro le opere d&#8217;arte sia un mezzo per procurare lesioni psichiche ad una popolazione, per colpire la società e per annientare la capacità di immaginazione che caratterizza l&#8217;umanità intera. Ma, dopo aver analizzato le motivazioni alla base dell&#8217;iconoclastia islamica (che non sempre fu tale) e dopo aver  spiegato  le motivazioni che inducono gli affiliati dell&#8217;Isis a compiere azioni di devastazione, viene preso in considerazione anche il nostro Passato, il “nostro” in quanto cristiani e occidentali: legittimati dalla conversione di Costantino, nel 313, una volta conquistato il Potere, i Cristiani da perseguitati diventarono feroci persecutori dei pagani. La crisi iconoclasta, poi, si conclude nell&#8217;843 quando viene stabilita l&#8217;ortodossia: icone fisse, immagini ieratiche disincarnate e astratte.</p>
<p>Il corpus del testo riguarda il nostro Paese: il saccheggio del patrimonio artistico in Italia e, secondo i dati e i riferimenti che vengono proposti al lettore, purtroppo, si evidenzia che tutti governi, dal dopoguerra in poi, non hanno tutelato il nostro Bene comune, anzi. Dalle ruberie durante il periodo nazifascista, all&#8217;impegno dei partigiani di recuparare alcune delle opere trafugate e vendute; dall&#8217;articolo 9 della Costituzione che recita: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione” fino alla messa sul mercato proprio del nostro paesaggio, dei nostri monumenti, dei nostri edifici da parte di Craxi, Franceschini, Berlusconi, Renzi&#8230;per un intreccio mefistofelico tra interessi politici ed economici. Da dove ripartire si chiedono gli autori? (Tommaso Montanari ha scritto la prefazione del libro). Dal coraggio civile come quello dei tre dipendenti della biblioteca dei Girolamini di Napoli che hanno denunciato il saccheggio sistematico di opere antichissime.</p>
<p>Il dovere da parte della società civile, quindi, è anche un diritto alla Cultura perchè solo la Cultura e la Bellezza portano all&#8217;evoluzione psichica, emotiva, interiore e, quindi, indirizzano le scelte e i comportamenti umani.</p>
<p>Di seguito il video della presentazione del saggio al Salone del Libro di Torino, edizione 2017</p>
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		<title>Architettura a Sarajevo e beni comuni: parte II e parte III</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2016 14:37:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Continua il viaggio di Associazione per i Diritti umani nell&#8217;architettura e nel piano urbanistico di Sarajevo, in Bosnia&#8230;per un confronto con le nostre città e per una riflessione che dovrebbe appartenere a tutti. &#160;&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Continua il viaggio di <em>Associazione per i Diritti umani</em> nell&#8217;architettura e nel piano urbanistico di Sarajevo, in Bosnia&#8230;per un confronto con le nostre città e per una riflessione che dovrebbe appartenere a tutti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Architettura a Sarajevo: la destinazione dei beni comuni</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Aug 2016 06:57:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Care e cari, continuiamo a viaggiare attraverso i Balcani e oggi vi portiamo a Sarajevo! Questo è un primo breve video in compagnia di una ragazza che ci guiderà all&#8217;interno della città per scoprire&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Care e cari,</p>
<p>continuiamo a viaggiare attraverso i Balcani e oggi vi portiamo a Sarajevo!</p>
<p>Questo è un primo breve video in compagnia di una ragazza che ci guiderà all&#8217;interno della città per scoprire alcuni edifici e spiegarci quale destinazione hanno avuto. Interessante anche per un confronto con le nostre città, le nostre attività politiche, il nostro attivismo come società civile&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Belle da morire: le antiche città sfregiate dalla guerra</title>
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		<pubDate>Sun, 08 May 2016 15:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Giulia Carlini Cosa lega la distruzione di un bene culturale ai diritti umani? E quali riflessioni possiamo fare di fronte alle desolanti immagini di una Palmira rasa al suolo? Sono queste le domande&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="LEFT">di Giulia Carlini</p>
<p align="LEFT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-307.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5911" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5911" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-307.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (307)" width="837" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-307.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 837w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-307-300x180.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-307-768x461.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 837px) 100vw, 837px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Cosa lega la distruzione di un bene culturale ai diritti umani? E quali riflessioni possiamo fare di fronte alle desolanti immagini di una Palmira rasa al suolo? Sono queste le domande a cui stamattina il Festival dei diritti umani ha cercato di rispondere.</p>
<p align="JUSTIFY">Ospiti d&#8217;eccezione Andrea Carandini (archeologo e Presidente del FAI), Tullio Scovazzi (professore di diritto internazionale all&#8217;Università Bicocca) e Gabriele Nissim (Presidente della Gariwo onlus) che, diretti dal giornalista Giancarlo Bosetti, hanno esposto i loro punti di vista sulla questione.</p>
<p align="JUSTIFY">Mentre per Carandini la custodia della memoria ha a che fare con la morale e i diritti “poiché distruggendola si distrugge il futuro”, per Scovazzi non solo la distruzione di una cultura è già di per sé una violazione dei diritti umani, ma spesso è anche il primo passo verso crimini orribili come il genocidio.</p>
<p align="JUSTIFY">Il simbolo della perdita di cultura e conoscenza non può che essere Palmira, un luogo che ci interroga su noi stessi. Carandini afferma che il Tempio di Bel poteva non essere perduto dal punto di vista conoscitivo, se solo si fossero utilizzate tecniche ormai note quali il rilievo a nuvola di punti tramite laser scanner, che riesce a cogliere e riproporre un oggetto tridimensionale in tutte le sue dimensioni. Rimangono invece solo le piante e le planimetrie, approssimazioni della realtà che non permettono una costruzione pienamente fedele all&#8217;originale. “Tutti parlano di memoria, ma non dei metodi per salvaguardarla” commenta con amarezza l&#8217;archeologo, il quale aggiunge che l&#8217;unico modo per salvarci dalla perdita della memoria culturale, insieme al laser scanner, è valorizzare la pluralità delle culture e delle società, anche di quelle di cui non condividiamo i valori.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-306.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5912" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5912" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-306.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (306)" width="669" height="502" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-306.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 669w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-306-300x225.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 669px) 100vw, 669px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Scovazzi ricorda i progressi fatti dal diritto internazionale nella protezione del patrimonio culturale, ma sottolinea la persistente mancanza di efficacia nel punire le violazioni, soprattutto perché molti tra i paesi più potenti del mondo e maggiormente coinvolti in conflitti armati (ad esempio Stati Uniti, Cina, Russia, Israele e Siria) non hanno ratificato lo statuto della Corte Penale Internazionale. In questi casi, è necessaria una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell&#8217;ONU per estendere la giurisdizione della Corte, evento molto remoto nel caso della Siria.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palmira non ci sono quindi tribunali a punire efficacemente le brutalità e non c&#8217;è alcun laser scanner. C&#8217;è stata però una piccola luce rappresentata da Khaled Asaad, l&#8217;uomo che per più di 40 anni ha diretto il sito archeologico della città.</p>
<p align="JUSTIFY">Asaad è stato inserito da Nissim nel Giardino dei Giusti, dopo che il 18 agosto 2015 i jihadisti dello Stato Islamico l&#8217;hanno decapitato per poi appendere il suo corpo senza testa a un palo della luce. L&#8217;archeologo è rimasto a Palmira mentre tutti scappavano dalla furia dell&#8217;ISIS e, torturato per settimane in una cella, si è rifiutato di indicare il luogo in cui alcuni beni culturali mobili del museo erano stati nascosti.</p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-305.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5913" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5913" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-305.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="untitled (305)" width="655" height="368" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-305.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 655w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/05/untitled-305-300x169.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 655px) 100vw, 655px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">Per Nissim, Khaled ha trasmesso un messaggio morale importante: l&#8217;uomo giusto è quello che difende il patrimonio culturale dell&#8217;umanità. Sembra banale, ma questo concetto era ignorato da troppi prima del suo sacrificio. Ora già si parla di istituire un tribunale internazionale per punire la distruzione dei beni culturali, e dell&#8217;invio di caschi blu in funzione protettiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Nissim sottolinea comunque l&#8217;umanità di quest&#8217;uomo mite e studioso che, pur avendo appoggiato il regime di Assad e ignorato le torture inflitte ai prigionieri nel carcere vicino al sito archeologico, è diventato con il suo sacrificio il martire simbolo della resistenza agli orrori della guerra. Un modo per ricordarci che gli eroi sono solo degli esseri umani come noi, che hanno preso la decisione più giusta nel mezzo delle avversità.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel documentario “Palmira, la meraviglia del deserto: viaggio nei siti UNESCO”, proiettato durante l&#8217;evento del Festival, Khaled Asaad, ha accompagnato gli autori Elisa Greco e Federico Fazzuoli (presenti in sala) tra gli stupefacenti resti della città, andati in gran parte distrutti circa dieci anni dopo per mano dell&#8217;ISIS.</p>
<p align="JUSTIFY">Per Fazzuoli, Asaad era l&#8217;uomo di Palmira, in cui è nato e cresciuto lavorando al sito archeologico per tutta la sua vita. Non era solo la sua casa, per lui era come una figlia. E, come un padre non può abbandonare la propria figlia, lui non ha abbandonato Palmira.</p>
<p align="JUSTIFY">“Nell&#8217;incontrarlo, gli chiesi di poter vedere Palmira come la vedevano i carovanieri che un tempo percorrevano la Via della Seta” racconta Fazzuoli, “lui era entusiasta, amava quel luogo. Nonostante lo conoscesse così bene e l&#8217;avesse avuto sotto gli occhi da tutta la vita, guardava e toccava i monumenti estasiato, con ammirazione. Lui e Palmira erano la stessa cosa”.</p>
<p align="LEFT">“Il dialogo tra la cultura occidentale e quella mediorientale è ciò che crea la pace permanente e non quella superficiale, che è fatta di oggi e non di domani”. Queste le parole pronunciate da Asaad nel documentario. Parole condivise dal presidente di Gariwo, secondo il quale per combattere l&#8217;ISIS e il fondamentalismo religioso serve una battaglia culturale. Bisogna capire il pensiero che muove e seduce così tante persone, andando oltre la semplicistica etichetta di terrorismo, altrimenti rimarremo sempre deboli di fronte a questa ideologia.</p>
<p align="LEFT">È altrettanto importante non lasciarsi abbagliare dalle manipolazioni di dittatori come Bashar al Assad che, dopo aver seminato morte e distruzione nel proprio paese, usa ferite come Palmira per apparire dalla parte dei giusti. Riferendosi all&#8217;evento tenutosi pochi giorni fa tra le rovine del sito archeologico, Nissim esorta il pubblico a “non credere a questo concerto”.</p>
<p align="LEFT">Intanto, l&#8217;unico modo per rendere giustizia a Palmira è tentare di ricostruirla al meglio con i mezzi disponibili, continuando con accresciuta passione il lavoro di ricerca archeologica: i monumenti distrutti facevano parte solo del 30% della città. Il restante 70% è ancora sotto terra, in attesa di essere esplorato e di riportare luce nel cuore di un paese annientato dalla violenza.</p>
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		<title>Città, architettura e migrazioni: intervista a Nausicaa Pezzoni</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 06:27:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti &#8216;al primo approdo&#8217; affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><span lang="it-IT"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5684" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5684" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/cop-27.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cop (27)" width="170" height="252" /></a></span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<table border="0" width="100%" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="256" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td valign="TOP" width="100%"><span style="font-family: Arial, sans-serif;">Attraverso 100 mappe di Milano disegnate da altrettanti migranti &#8216;al primo approdo&#8217; affiora e prende forma la geografia di una città pressoché sconosciuta a chi è residente stabile: una città che include, che attrae, che divide, che mette in relazione o che si fa temere, a seconda dei significati di cui si caricano i suoi spazi nell&#8217;osservazione di chi si disponga ad abitarli. In un contesto che rappresenta il laboratorio di cambiamenti più avanzato in Italia, viene attualizzato e applicato un metodo &#8211; quello introdotto da Kevin Lynch nell&#8217;Immagine della città &#8211; per studiare la percezione dell&#8217;ambiente da parte dei suoi abitanti. Questo è <i>La città sradicata. Geografie dell&#8217;abitare contemporaneo. I migranti mappano Milano.</i></span></p>
<p><span style="font-family: Arial, sans-serif;"><i>L&#8217;Associazione per i Diritti umani </i>ha intervistato l&#8217;autrice, l&#8217;architetto Nausicaa Pezzoni che ringrazia molto. </span></td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><span lang="it-IT">Come nasce l&#8217;idea di questo saggio e come si è documentata per poterlo realizzare?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di esplorare la città attraverso lo sguardo dei migranti deriva dall’osservazione di come stanno cambiando le forme e i significati dell’abitare nella città contemporanea, attraversata in modo sempre più profondo dalle traiettorie di vita di popolazioni in transito: abitanti che vivono uno sradicamento non solo dalla città di provenienza, ma anche da quella d’approdo.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’ipotesi che ha dato vita a questa ricerca è che la condizione di instabilità, cui la crescente mobilità delle popolazioni urbane sembra dar voce, sia connaturata all’abitare contemporaneo, cioè che riguardi un modo di relazionarsi con la città che coinvolge, seppur con intensità e modalità diverse, tutti i suoi abitanti. Un’ipotesi che mi ha indotta a considerare l’abitare dei migranti come paradigmatico di un cambiamento di prospettiva nel rapporto tra individuo e spazio – dall’identificazione col territorio abitato a una relazione di non appartenenza, mutevole, aperta, in divenire con la città.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Indagare ‘lo sguardo degli altri’ su un territorio che è, per chi non vi appartiene e non vi si riconosce, un terreno di esplorazione oltre che di spaesamento, è diventata la sfida per pensare la città contemporanea </span><span lang="it-IT">dall’interno</span><span lang="it-IT"> di un abitare che ne sta progressivamente tratteggiando le forme; ed è un modo per prendere distanza da un’immagine consolidata del territorio che abitiamo, lasciando affiorare forme di relazione con lo spazio dove il significato attribuito ai diversi luoghi definisce i contorni di un’appartenenza di nuovo genere: un “abitare senza abitudine” che lo sguardo estraniato dei migranti ci consente di scoprire.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L’idea di questa pubblicazione nasce anche dalla necessità di colmare un vuoto nel campo della progettazione urbanistica, studiando una dimensione che non viene trattata, pur essendo sempre più urgente: quella della transitorietà dell’abitare, che non può essere ignorata se si vuole fare spazio a una città di tutti.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Per documentarmi ho seguito due traiettorie: un&#8217;esplorazione della letteratura e un&#8217;indagine sul campo. Sul piano teorico, mi sono confrontata con le voci di chi, in campo urbanistico ma anche sociologico e antropologico, sta indicando nel movimento, nello spaesamento dell&#8217;abitare la cifra della contemporaneità; e di chi in ambito geografico e delle scienza della complessità sta mettendo in discussione il punto di vista scientifico dominante, quello che pretende di oggettivare il mondo che rappresenta. Un punto di vista che mi ha indotta a spostarmi dallo strumento della cartografia tecnica come lente attraverso cui leggere e interpretare la città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">L&#8217;indagine sul campo è stata determinante per guardare da vicino le trasformazioni in atto, dando voce proprio a coloro che pur essendone tra i principali artefici sono tuttora esclusi dalla lettura e dal progetto della città.</p>
<p><span lang="it-IT">La città di Milano è a misura di “donne immigrate” ?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Milano è una città che offre molti servizi agli immigrati, non specificatamente alle donne, ma in generale ai nuovi abitanti della città. Tuttavia si tratta di servizi spesso autoreferenziali, distribuiti sul territorio senza una rete che li connetta, una sorta di infrastruttura dell&#8217;accoglienza di cui una grande città europea come Milano dovrebbe dotarsi.</p>
<p lang="it-IT">Quali sono gli spazi e i luoghi maggiormente frequentati dai migranti in transito?</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Gli spazi più frequentati dai migranti sono quelli spesso lasciati vuoti, dimenticati dai residenti stanziali; sono le piazze, i parchi, i luoghi semi-deserti che vengono occupati da molteplici attività “non codificate” dell&#8217;abitare quei determinati luoghi.</p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci troviamo spesso ad essere inaspettatamente i</span><span lang="it-IT">mmersi in un contesto completamente trasformato da come lo avevamo sempre conosciuto: il parcheggio di Cascina Gobba che diventa mercato delle popolazioni dell’Est Europa durante il weekend, o lo spiazzo davanti alla Fabbrica del Vapore trasformato in moschea all’aperto per la festa di fine Ramadan. Si tratta di luoghi considerati insignificanti o marginali dai residenti, e che diventano invece luoghi di aggregazione, di scambio per chi è appena approdato e sta cercando nella nuova città gli spazi dove poter svolgere le diverse attività che danno forma all&#8217;abitare. Quando ci imbattiamo in queste piazze, ci sentiamo spesati nella nostra città, ma nello stesso tempo scopriamo spazi che </span><span lang="it-IT">non esistevano come luoghi abitati</span><span lang="it-IT">, e che vengono fatti esistere nell&#8217;essere inclusi in un sistema di relazioni, di rapporti commerciali, di scambi di informazioni, di attività che si prendono in cura quello spazio indifferenziato e lo significano, e nel significarlo se ne appropriano, lo rendono accogliente per le popolazioni che lo frequentano, facendo sì che quel luogo divenga abitabile per tutti i cittadini.</span></p>
<p align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Ci sono poi i luoghi considerati come “porte d’accesso” alla città: </span><span lang="it-IT">il Centro di Aiuto del Comune, un riferimento indispensabile per per farsi indirizzare verso i diversi servizi di accoglienza; i dormitori, le mense, gli ambulatori medico-sanitari delle fondazioni religiose, il Naga dove trovare assistenza legale e il Naga Har, centro diurno e scuola di italiano per i rifugiati e i richiedenti asilo; c&#8217;è la Casa della Carità, dove hanno sede un dormitorio, una mensa, una scuola di italiano e dei nuclei abitativi per donne e bambini. </span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">I migranti frequentano molto i parchi, in quanto luoghi pubblici ‘disponibili’, e in inverno le biblioteche, che sono luoghi sicuri per le persone che abitano nei dormitori, e che durante il giorno non hanno un posto dove stare: nelle biblioteche si può accedere a internet, trovare riparo dal freddo, leggere.</p>
<p><span lang="it-IT">Qual è il rapporto che si viene a instaurare tra italiani e stranieri in alcune zone delle metropoli? E&#8217; possibile la convivenza?</span></p>
<p lang="it-IT">Milano è una città dove la convivenza tra italiani e stranieri si fa sempre più intensa, non ci sono “ghetti”, ci sono semmai alcune zone più densamente abitate dai migranti, come via Padova, l’area intorno a piazzale Maciachini, la zona Corvetto. Quello che emerge dalle mappe è inaspettatamente la tendenza da parte dei migranti a evitare proprio le zone abitate da molti immigrati, perché considerate marginali e alle quali dunque non si vuole essere assimilati, indipendentemente dal fatto che gli abitanti siano della propria o di un’altra etnia. Oppure perché sembra di essere in un’altra città; una migrante disegnando la mappa mi disse “questa non sembra Milano, e allora io non ci vado” indicando via Padova.</p>
<p><span lang="it-IT">Interessantissime sono la mappe disegnate dai migranti: ce ne vuole parlare? E quale sarebbe la loro città ideale?</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">La mappa che mi ha sorpresa di più è quella che, nel libro, apre l’atlante delle cento mappe: il racconto degli spostamenti quotidiani di un migrante che abita in un edificio abbandonato vicino alla ferrovia, e ogni giorno percorre a piedi quello che sembra un pellegrinaggio alla ricerca di un lavoro, di un posto dove mangiare, dove fermarsi a riposare, dove trovare aiuto, e si conclude con un segno astratto molto eloquente di quello che è il sentimento che lo accompagna nella sua ricerca infinita.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Le mappe disegnate dai migranti fanno emergere i sentimenti vissuti nel momento in cui si innesca una relazione con il territorio, in cui si inizia ad abitare una nuova città.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY">Sono strumenti di mediazione: la città si fa pensabile, e dunque diventa famigliare, proprio attraverso il disegno della mappa. Lo spaesamento di chi è appena arrivato non è più dunque solo condizione di estraneità, ma l’origine e la tensione a decifrare lo spazio urbano immettendosi in esso &#8211; auto-organizzandolo nel disegno della mappa &#8211; per esprimerne la conoscenza e poterlo abitare.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">Immaginare e rappresentare la geografia urbana corrisponde al tentativo di abitare mentalmente la città, e attraverso questo gesto, di appropriarsi di uno spazio che da sconosciuto, o provvisto di pochissimi riferimenti, può diventare uno spazio più articolato, più complesso, dove anche chi è arrivato da poco tempo può iniziare a pensarsi come abitante.</span></p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span lang="it-IT">La città ideale dei migranti è una città ricca di relazioni, dove i servizi di primo accesso siano in rete, interconnessi in un sistema che complessivamente si prenda cura della condizione transitoria dell’abitare; è una città da poter abitare sempre e ovunque, non solo in alcuni luoghi relegati ai margini e in alcuni tempi prefissati (come sono la maggior parte dei dormitori). E’ una città che si lascia interrogare, che accoglie perché sa mettere in questione la sua stessa identità; una città che si sradica da un’immagine univoca di sé per lasciare spazio alle tante infinite città che prendono forma a seconda del punto di vista di chi le osserva, le vive e la rappresenta.</span></p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2016/04/18/citta-architettura-e-migrazioni-intervista-a-nausicaa-pezzoni/">Città, architettura e migrazioni: intervista a Nausicaa Pezzoni</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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