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	<title>edilizia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Il bene confiscato diventa un progetto di housing sociale</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2022 06:55:04 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>



<p>Dal 20 al 23 ottobre scorso si è svolto, a Milano, il “Festival dei beni confiscati alla mafia”; una manifestazione importante per capire e far conoscere la diffusione dei beni confiscati alla criminalità organizzata. La possiamo vedere in due modi, questa diffusione: il bicchiere mezzo vuoto riguarda la presenza della mafia sul nostro territorio. Il bicchiere mezzo pieno riguarda il fatto che lo Stato vince spesso e proprio questi beni confiscati sono la dimostrazione di una vittoria.</p>



<p>La legge dei beni confiscati nasce nel 1982, dopo l&#8217;omicidio del Generale Dalla Chiesa e dopo la morte di Pio La Torre, nel mese di settembre; il Parlamento approva questa proposta di legge che prevedeva l&#8217;introduzione nel codice penale del reato di associazione mafiosa secondo cui la mafia viene affrontata non più come una serie di singoli reati (furto, estorsione, spaccio), ma come qualcosa con la propria identità, per cui l&#8217;associazione mafiosa in sé diventa un reato. Inoltre, viene proposto e poi introdotto il sequestro e la confisca dei beni perchè la mafia si combatte non solo con la repressione, con gli arresti, ma anche colpendola nel patrimonio. Come funziona questa legge? Una persona indiziata di associazione mafiosa, indiziata non condannata, che abbia un patrimonio di cui non può dimostrare la liceità di acquisizione rischia la confisca; la confisca non aspetta la conclusione del processo penale, ma può essere fatta qualora una persona sia indiziata e al tempo stesso abbia un patrimonio incompatibile col suo reddito, ovvero un nullatenente, uno che ha un reddito basso di fronte a un patrimonio ingiustificabile può perdere il patrimonio grazie a questo meccanismo. Una legge rivoluzionaria che adesso all&#8217;estero stanno osservando per cercare di riprodurla.</p>



<p>Dall&#8217; 82 al &#8217;96, in quei 14 anni sono stati sequestrati 1200 beni. Un magistrato del pool antimafia, insieme a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello, aggiunge alla legge di confisca anche la possibilità di riassegnare i beni per una finalità sociale. Contemporaneamente sul territorio italiano nasce <em>Libera </em>con Don Ciotti, grazie a una raccolta di firme straordinaria per sostenere questa legge firmata anche dall&#8217;allora deputato Piersanti Mattarella. Dal 1996, quindi, i beni confiscati possono anche essere riconsegnati alla società per finalità sociali e da allora ad oggi c&#8217;è stata un&#8217;impennata: i beni confiscati sono 36.000 in Italia di cui 135 i beni confiscati attualmente in carico direttamente al Comune di Milano; qualcuno è stato messo in affitto perché non c&#8217;erano le condizioni per assegnarli come housing sociale gratuito.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16681" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma1-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p></p>



<p>Nella zona di Milano nord-est, in Via Mosso al numero civico 4, una traversa di Via Padova &#8211; una delle aree più multiculturali e vivaci della città &#8211; c&#8217;è un bene confiscato che da molto tempo si trova in condizioni di abbandono anche perché è un bene che richiedeva un certo investimento per sistemarlo. Il Municipio milanese ha colto al volo un&#8217;opportunità che è arrivata l&#8217;anno scorso grazie ai fondi europei del PNRR e lo ha candidato per una ristrutturazione che sarà terminata entro, se non prima, il 2026; diventerà un condominio con alloggi per 25 persone, in particolare famiglie con minori che vivono in una condizione di emergenza abitativa; piccole stanze, componibili e modulari realizzate in base alla composizione del nucleo e delle sue esigenze, per avere una risposta all&#8217;emergenza abitativa. Proprio di fronte all&#8217;edificio si erge un punto di comunità che è nato da alcuni mesi, un luogo di socializzazione, di promozione culturale, di inserimento lavorativo, di presa in carico, anche del bisogno e averlo così vicino può essere un punto di riferimento anche per chi andrà a vivere lì e viceversa.</p>



<p>La ristrutturazione dell&#8217;abitato di Via Mosso è un investimento abbastanza importante perché prevede oltre un milione di euro; la struttura è composta da tre corpi di fabbrica, cioè quello principale, che è a tre piani e poi i due corpi più piccoli che diventeranno locali di servizio. L&#8217;idea è quella di riqualificare tutto nell&#8217;insieme, ovviamente in modo attento anche riguardo alla parte estetica e ambientale (ad esempio con l&#8217;uso del fotovoltaico): si cercherà di offrire un luogo di accoglienza dignitoso per persone che vivono in una condizione difficile anche con con minori a carico così che quello che è stato il frutto di un crimine adesso diventa invece qualcosa che risponde a una missione sociale. Interessante anche ricordare che, sulla facciata dell&#8217;immobile che si vede da Via Padova è stato dipinto, anni fa, un murales realizzato con vernice che assorbe lo smog: ciò significa che, seppur in una condizione di abbandono, c&#8217;era già l&#8217;interesse da parte dei cittadini e degli abitanti del quartiere di dare un segnale di attenzione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="768" height="1024" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16682" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-768x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-225x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 225w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-1152x1536.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1152w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-1536x2048.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/10/ma3-scaled.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></a></figure>



<p>Sempre rimanendo in zona Via Padova, c&#8217;è un altro spazio derivante da un bene confiscato: il <em>Belnet</em> (“Bello pulito” in dialetto meneghino) dove prima c&#8217;era una lavanderia che nascondeva una storia di traffici e di usura e che è stato assegnato a una cooperativa; oggi viene utilizzato dal quartiere per tantissime attività di socializzazione e di inclusione. E&#8217; anche vero però che, ad esempio, nella zona di Lecco &#8211; alta Brianza, in Lombardia &#8211; i beni confiscati vengono raccontati come un monumento di una cosa che “c&#8217;era una volta”, ora non più; non è affatto così, purtroppo. La mafia c&#8217;è ancora, ha cambiato modalità, ma esiste. E si può sconfiggere, ma un dato certo è che durante i mesi della pandemia sono stati registrati ben 14.000 passaggi societari, acquisizioni di quote societarie, dato assolutamente anomalo per una fase di fermo assoluto di tutto: il dato rappresenta l&#8217;acquisizione a buon mercato di società da parte della mafia che usa tali acquisizioni per avere accesso a contributi statali.</p>



<p>Il festival serve proprio a raccontare la presenza e la forza delle mafie, anche se non mettono le bombe, anche se non fanno più le stragi, ma agiscono diversamente e in maniera più subdola. Ma, ripetiamo, si può e si deve sconfiggere. E la confisca è uno degli strumenti più importanti ed efficaci dello Stato.</p>
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		<title>Che fare della (non più ex) ILVA</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Nov 2019 08:00:30 +0000</pubDate>
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<p>di Guido Viale (da <a href="http://pressenza.com?utm_source=rss&utm_medium=rss ">pressenza.com</a>)</p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-13254" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/11/ilva-taranto-1-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La situazione in cui si ritrova l’ex-Ilva di Taranto non è un conflitto tra salute e occupazione ma una lotta tra operai e padroni (dei padroni contro gli operai); non è un esercizio di compatibilità tra ambiente e “sviluppo” ma l’evidenza di una alternativa ineludibile tra conversione ecologica e catastrofe climatica e ambientale. Situazione che apre una voragine destinata a inghiottire l’esistenza di 20mila lavoratori e di 20mila famiglie, ma porta alla luce anche l’inganno di uno “sviluppo” che non ha più spazio per riprodursi e perpetuarsi. Che fare allora della non più ex-Ilva?</p>



<p>La strada imboccata dal Governo è la peggiore. Inseguire un gruppo industriale perché “si prenda cura” di un impianto di cui ha assunto la proprietà solo per “toglierlo di mezzo” e acquisirne il mercato non è buona politica. Se anche si arrivasse all’accordo, quel gruppo troverà nuove occasioni per sfilarsi; non certo per rilanciarlo. E’ peggio che lasciare tutto in mano ai Riva, che lo spremevano fino a che non fosse andato per sempre in malora.</p>



<p>Smantellare l’impianto, risanare il sito e ricostruirlo altrove? A parte il costo stratosferico, che prospettive potrebbe mai avere un impianto nuovo (magari alimentato a gas: così si giustifica anche il Tap) in un mercato dell’acciaio destinato a contrarsi?</p>



<p>Tenerne in vita solo una parte e cercare soluzioni alternative – il risanamento del sito &#8211; per le maestranze “superflue”? Perderebbe l’unico vantaggio competitivo che ha, il gigantismo, senza promettere né di andare in attivo né di finanziare la bonifica.</p>



<p>Chiuderlo e cercare delle alternative? Sì, ma non possono essere improvvisazioni o espedienti come la “panacea” del turismo: l’industria a maggior impatto ambientale del mondo; che andrà presto in crisi mano a mano che aereo e navi da crociera verranno messi sotto accusa come maggiori emettitori di CO2.</p>



<p>E poi. A chi affidare la riconversione? Ai privati? In Italia, ma anche in quasi tutto il mondo, gli investimenti industriali languono. A maggior ragione su soluzioni dalle scarse prospettive. A incentivi sufficienti a smuoverne gli appetiti? A prescindere dai vincoli sugli aiuti di Stato, si sa che i beneficiari li incassano e poi se ne vanno. Allo Stato, attraverso una nazionalizzazione (totale o al 30 per cento)? Ma, ristrettezze della finanza pubblica a parte, dov’è il management per gestire un impianto del genere? Aggiungi che i Riva avevano smantellato non solo il management Italsider, ma anche tutto il quadro intermedio, affiancandolo con una rete di “fiduciari dell’azienda” che facevano il bello e il cattivo tempo per conto del padrone. Chi è in grado di assumersi un compito titanico del genere senza bluffare, come hanno fatto finora tutti i commissari? Non c’è più l’Iri che, nel bene e nel male, era stata una scuola e un vivaio di manager per tutto il settore pubblico, con una propria “cultura aziendale”. Oggi, a dirigere quello che di pubblico è rimasto nell’economia italiana vengono chiamati solo squali che hanno fatto strada nel settore privato o nella finanza.&nbsp;</p>



<p>Ma l’Italia, si dice, non può fare a meno del “suo” acciaio. Quale Italia? Quella che ha 1,7 auto private per abitante (il tasso più alto dell’Europa)? Non durerà a lungo. E quanto acciaio? Quello per alimentare le catene di FCA che con PSA, si ridimensioneranno, o Fincantieri che fa solo più navi da crociera e da guerra, o Leonardo, totalmente riconvertito alla produzione di armi? Sono tutte aziende senza futuro: la crisi climatica ne metterà fuori uso le produzioni (già lo sta facendo) e l’industria bellica – l’unica che prospera &#8211; va messa in crisi lottando per la pace.</p>



<p>Alla discussione sul futuro dell’Ilva e di Taranto mancano due cose fondamentali: una è la crisi climatica, che imporrà in tempi molto stretti una radicale riconversione dell’apparato produttivo: con la chiusura di tutte gli impianti incompatibili con le esigenze di una economia&nbsp;<em>climate-friendly</em>, pena il loro collasso per mancanza di mercato; ma anche con l’apertura di altrettante iniziative necessarie alla riconversione: in campo energetico, impiantistico, agroalimentare, nella mobilità, nell’edilizia, nel risanamento del territorio, oltre che in tutti gli ambiti del “prendersi cura” delle persone: istruzione, salute, cultura, assistenza). L’altra è la necessità di una nuova&nbsp;<em>governance</em>&nbsp;dell’apparato produttivo e del territorio, considerati insieme; perché fanno parte di uno stesso mondo, che è quello della vita quotidiana di ciascuno. La gestione attuale è inadeguata e incapace di immaginare l’ineludibile transizione che ci attende. Non c’è personale per gestirla né nelle direzioni aziendali o nelle sedi dell’alta finanza, né al governo degli Stati o delle amministrazioni locali; e meno che mai alla Bocconi. Quelle competenze ci sono, ma sono senza voce e disperse; si possono recuperare solo mettendo insieme maestranze, tecnici, associazioni civiche, Università, pezzi sparsi del management e dei governi locali. Innanzitutto, per &nbsp; valutare insieme che cosa si può salvare, che cosa si può riconvertire e che cosa va eliminato dell’apparato produttivo e dell’assetto territoriale esistente. E’ quello che si poteva e doveva fare già sei anni fa, quando i “cittadini e lavoratori liberi e pensanti” avevano preso in mano la questione, riuscendo a convocare in piazza assemblee quotidiane con migliaia di presenze che si è fatto di tutto per soffocare. Oggi si lamenta che la partecipazione langue? Taranto, soprattutto allora, ha dimostrato il contrario. Langue se la si soffoca; fiorisce se si apre uno spiraglio per cambiare le cose.&nbsp;</p>



<p>Presto la crisi climatica e ambientale la rimetterà all’ordine del giorno ovunque. In attesa di una politica industriale che includa questi processi, i lavoratori che sanno che perderanno il posto comunque potrebbero rivelarsi i veri sostenitori della transizione.&nbsp;<br></p>
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		<title>Giuseppe Piraino: l&#8217;imprenditore che si è rifiutato di pagare il pizzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 Feb 2019 07:45:09 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani ha intervistato, per voi, Giuseppe Piraino, un imprenditore siciliano che, recentemente, si è rifiutato di pagare il pizzo. Ringraziamo di cuore Giuseppe Piraino per quest&#8217;intervista. &#160; A cura di&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><i><b>Associazione per i Diritti umani </b></i>ha intervistato, per voi, Giuseppe Piraino, un imprenditore siciliano che, recentemente, si è rifiutato di pagare il pizzo.</p>
<p>Ringraziamo di cuore Giuseppe Piraino per quest&#8217;intervista.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><strong>Partiamo da dove vive e dalla sua professione.</strong></p>
<p>Vivo a Palermo, ho una ditta edile da circa diciotto anni e mi occupo di edilizia commercaile, civile e pubblica.</p>
<p><strong>Vuole racontarci la vicenda che l&#8217;ha vista coinvolta nella richiesta del pizzo da parte della criminalità organizzata?</strong></p>
<p>Il nostro settore è bombardato da queste richieste perchè siamo particolarmente esposti con i ponteggi, attività di ristrutturazione, etc., in tutta la Sicilia.</p>
<p>Un giorno di metà luglio, il mio capocantiere mi dice che c&#8217;è una persona losca che chiede di me. E questo è accaduto più volte. Ho sempre lasciato perdere anche perchè questa persona pretendeva che fossi io a cecarla e a mettermi in contatto con lei. Da questo si evince come tutti conoscano questi personaggi perchè, se io fossi andato dal commerciante a fianco a chiedere di quella persona, avrebbe saputo da chi e dove mandarmi.</p>
<p>A settembre, dopo non aver ricevuto alcuna risposta da parte mia, il mafiosetto si è un po&#8217; arrabbiato e ha deciso di andare al cantiere, urlando che dovevo “alzare il culo” e andare a cercarlo perchè la cosa poteva finire male; poi ha buttato tutti quanti fuori, interrompendo il lavoro dei miei operai. A quel punto mi sono arrabbiato, sono arrivato in loco e ho fatto ricominciare i lavori.</p>
<p>Il giorno dopo &#8211; certo che questa persona sarebbe tornata a minacciarmi -ho comprato una videocamera, l&#8217;ho nascosta e ho fatto la ripresa delle minacce. Sono andato da Confartigianato, di cui sono socio, e loro mi hanno dato appoggio assoluto. Mi sono recato, quindi, dai Carabinieri.</p>
<p>Il video è uscito pubblicamente a dicembre perchè le indagini erano in corso, ma le forze dell&#8217;ordine lo avevano già visionato a settembre e ci sono stati degli arresti.</p>
<p>Come si può convincere anche altri a denunciare?</p>
<p>Proprio qui è il problema: sono vicino a tutti quelli che hanno denunciato e lo stanno facendo, ma spesso vengono strumentalizzati dai centri anti-racket che hanno iniziato a fare politica, dalle istituzioni, e dai politici. Come cittadino mi aspetto chissà che cosa dai politici, ma il politico fa solo il suo mestiere&#8230;Io non mi aspetto nulla, tantomeno protezione. Quello che, paradossalmente, si deve fare è penalizzare chi paga il pizzo, perchè la Legge dice che si tratta di favoreggiamento; su 50 arresti, siamo stati in 8/9 a denunciare, di cui 7 lo hanno fatto solo perchè sono uscite le intercettazioni dei Carabinieri e, quindi, sono stati costretti a farlo per non passare nel penale. E&#8217; stata quasi una denuncia costrittiva, ma non è così che si migliora il senso civico. Il senso civico nasce qualora tutti quanti prendono coscienza di dover fare fronte comune: a quel punto ci sarà il vero cambiamento. Uso sempre parole molto pesanti nei confronti di questi mafiosetti perchè non voglio avere paura, la paura è un ricatto.</p>
<p><strong>Anche la scuola è importante per combattere la mentalità mafiosa&#8230;</strong></p>
<p>Sono stato in alcune scuole e ho detto che è bellissimo essere sbirro e bruttissimo essere mafioso. Un conto è guardare il film “Il padrino” con tutti gli stereotipi culturali del siciliano, ma un altro è vivere nel 2018 e guardare in faccia la realtà: bellissimo è denunciare. Se non studiate &#8211; ho detto agli studenti &#8211; sarete disoccupati, avrete bisogno della raccomandazione per lavorare e finirete nelle maglie della mafia per guadagnare pochissimo, rischiando tutto. E&#8217; questo che volete?</p>
<p><strong>La sua famiglia la supporta?</strong></p>
<p>Ho due figlie da un primo matrimonio e un&#8217;altra dal secondo. Tutti mi supportano, anche gli amici mi fanno i complimenti. Le mie figlie più grandi hanno avuto paura all&#8217;inizio, ma bisogna trasmettere serenità e fiducia.</p>
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		<title>La crisi idrica mette a nudo i danni di mala gestione e privatizzazione dell&#8217;acqua</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Aug 2017 07:25:53 +0000</pubDate>
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<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Stop alla distribuzione dei dividendi, tutti gli utili per la ristrutturazione delle reti idriche</strong></p>
<p><strong>Forum Italiano dei Movimenti per l&#8217;Acqua</strong></p>
<p><strong>L&#8217;emergenza idrica è oramai un&#8217;evidenza conclamata</strong>, con effetti nefasti sulla disponibilità per uso umano, sull&#8217;agricoltura e più in generale sull&#8217;ambiente. Si tratta di una drammatica realtà provocata dall&#8217;acuirsi dei <strong>cambiamenti climatici</strong> a cui, da oltre vent&#8217;anni, si sono sovrapposti i <strong>processi di mercificazione e privatizzazione dell&#8217;acqua</strong>. I fautori dell&#8217;ingresso dei privati nella gestione dell&#8217;acqua avevano utilizzato come argomento forte la grande opportunità di apporto di capitali da parte di quest&#8217;ultimi per rendere più efficiente il servizio, per restrutturare le reti e costruire gli impianti di depurazione. Inoltre, grazie al mercato e alla concorrenza, il tutto sarebbe stato più economico per i cittadini. La proposta comprendeva anche l&#8217;ovvio benificio all&#8217;ambiente visto che si sarebbe salvaguardata maggiormente la risorsa. Vent&#8217;anni dopo <strong>le tariffe e le perdite delle reti sono aumentate, gli investimenti sono diminuiti</strong>, l&#8217;Italia è sotto procedura d&#8217;infrazione da parte dell&#8217;Unione europea per l&#8217;inadeguatezza del trattamento delle acque reflue. E&#8217; evidente che qualcuno non l&#8217;ha raccontata giusta. Oggi i fautori del mercato e delle privatizzazioni, non contenti del permanere in tariffa, sotto mentite spoglie, della remunerazione del capitale investito abrogata dal referendum, sostengono che le tariffe non forniscono abbastanza soldi per fare gli investimenti per cui devono essere ulteriormente innalzate fino ad allinearsi ai livelli europei. Che qualcosa non torni in queste argomentazioni è molto semplice dimostrarlo:</p>
<ul>
<li><strong>le quattro “sorelle dell&#8217;acqua” (IREN, A2A, ACEA, HERA)</strong>, ossia le quattro grandi società multiutilitiy quotate in borsa, tra il 2010 e il 2014 <strong>hanno distribuito oltre 2 miliardi di € di dividendi</strong> ai propri soci, addirittura oltre 150 mln di € in più degli utili prodotti nello stesso periodo;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>ACEA ATO 2 S.p.A.</strong> tra il 2011 e il 2015 <strong>ha distribuito</strong> in media <strong>come dividendo</strong> ai propri soci (quasi esclusivamente ACEA S.p.A.) <strong>il 93 % degli utili</strong> prodotti, ossia circa 65 mln di €/anno, per poi ottenere dalla stessa ACEA S.p.A. dei finanziamenti a tasso di mercato che utilizza per fare gli investimenti.</li>
</ul>
<p>Utilizziamo questi esempi perchè le 4 multiutility rappresentano gli operatori più rilevanti del mercato italiano rifornendo complessivamente circa 15 mln di cittadini. Mentre ACEA ATO 2 S.p.A. è un caso emblematico rispetto al <strong>fallimento del modello di gestione privatistico</strong> che ancora oggi si vorrebbe estendere a tutta Italia: perdite delle reti che sono quasi raddoppiate negli ultimi 10 anni, emersione del disastro ambientale dovuto all&#8217;abbassamento del livello delle acque del lago di Bracciano, la minaccia dell&#8217;azienda di razionare l&#8217;acqua a 1,5 mln di cittadini romani a seguito dell&#8217;imposizione dello stop alle captazioni dal lago, diminuzione degli investimenti. I dati ci dicono in maniera palese che <strong>i soldi ci sono ma che non sono utilizzati per effettuare gli investimenti</strong> e garantire così un servizio essenziale, <strong>ma per remunerare gli azionisti</strong> (pubblici e privati), ossia il modello di gestione privatistico, secondo cui il costo totale del servizio idrico è interamente coperto dalla tariffa e l&#8217;affidamento viene fatto a soggetti privati, ha dimostrato il suo fallimento. <strong>E&#8217; necessaria dunque una radicale inversione di tendenza</strong> rispetto a questo modello, che si può realizzare unicamente con la ripubblicizzazione del servizio idrico e un nuovo sistema di finanziamento, basato sulla leva tariffaria, sulla finanza pubblica e la fiscalità generale. Parte integrante di questo modello di gestione pubblica è la predisposizione di un Piano nazionale per la ristrutturazione delle reti idriche. In coerenza con quest&#8217;impostazione, a fronte della situazione di emergenza idrica che si è evidenziata in quest&#8217;ultimo periodo di tempo e che comunque ha caratteristiche strutturali, occorre mettere in campo rapidamente alcuni interventi in grado di aggredirla e dare ad essa soluzioni utili. In particolare, due ci sembrano le misure prioritarie che si possono assumere in tempi brevi, anche attraverso una strumentazione legislativa come il decreto legge, che contempli:</p>
<ul>
<li><strong>la destinazione degli utili delle aziende che gestiscono il servizio idrico alla ristrutturazione delle reti idriche</strong>, sulla base del Piano nazionale ad esso dedicato;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>incentivi all&#8217;ammodernamento degli impianti di irrigazione</strong> in agricoltura (ad es. irrigazione a goccia) e all&#8217;utilizzo delle acque piovane;</li>
</ul>
<ul>
<li><strong>incentivi alla realizzazione di reti idriche duali</strong> ed all’installazione di dispositivi per il risparmio idrico nell’edilizia di servizio, residenziale e produttiva.</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Omicidio e lavoro nero</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 04:07:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Foto Il Messaggero Il nome della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi. Situata nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013, la fabbrica&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<table align="center" cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="margin-left: auto; margin-right: auto; text-align: center;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-33.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto Il Messaggero</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il nome<br />
della fabbrica tessile era italiano: “Teresa moda”, ma vi<br />
lavoravano, in nero e in condizioni disumane, tanti cinesi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Situata<br />
nella chinatown di Prato, il 1 dicembre 2013,  la fabbrica con i suoi<br />
capannoni andò in fumo e, nel rogo, persero la vita sette operai e<br />
due furono ustionati gravemente. Dopo mesi di indagini, le forze<br />
dell&#8217;ordine hanno arrestato, nei giorni scorsi, cinque persone: due<br />
italiani e tre cinesi. Questi ultimi erano i gestori del laboratorio<br />
diventato una trappola mortale, ma erano anche genitori di un bambino<br />
di quattro anni e, tutti e tre insieme, vivevano nel laboratorio<br />
stesso, tra materiale tossico e sostanze chimiche. Per loro le accuse<br />
sono di omicidio plurimo colposo. I due italiani, proprietari della<br />
fabbrica, Giacomo e Massimo Pellegrini, si trovano agli arresti<br />
domiciliari per abuso edilizio.&nbsp;&nbsp; </div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
All&#8217;epoca<br />
dei fatti, l&#8217;ex Ministro per l&#8217;Integrazione (quando ancora esisteva<br />
questo ministero), Cècile Kyenge, scrisse su twitter: “Il mio<br />
pensiero è per la tragedia di Prato. Grave la violazione della<br />
dignità umana dei lavoratori cinesi”.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-%2834%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
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<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Foto tg24.sky.it</td>
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</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Cinesi<br />
che sfruttavano, quindi, altri connazionali con la complicità degli<br />
italiani: tutti indagati anche per disastro colposo, omissione delle<br />
norme di sicurezza sul lavoro e uso di mano d&#8217;opera irregolare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Gli<br />
inquirenti hanno, dunque, iniziato a dare una risposta concreta<br />
all&#8217;appello che, il giorno dopo l&#8217;accaduto, Giorgio Napolitano aveva<br />
rivolto al presidente della giunta regionale toscana: “ Indirizzo<br />
ai rappresentanti della comunità cinese e alla città di Prato”,<br />
si legge nella lettera del capo dello Stato, “l&#8217;espressione dei<br />
miei sentimenti di umana dolorosa partecipazione per le vittime della<br />
tragedia del rogo. Condivido la necessità da lei posta con forza, di<br />
un esame sollecito e complessivo della situazione che ha visto via<br />
via crescere a Prato un vero e proprio distretto produttivo nel<br />
settore delle confezioni, in misura però non trascurabile<br />
caratterizzato dalla violazione delle leggi italiane e dei diritti<br />
fondamentali dei lavoratori ivi occupati&#8230;Al di là di ogni polemica<br />
o di una pur obiettiva ricognizione delle cause che hanno reso<br />
possibile il determinarsi e il permanere di fenomeni abnormi,<br />
sollecito a mia volta un insieme di interventi concertati a livello<br />
nazionale, regionale e locale per far emergere, da una condizione di<br />
insostenibile illegalità e sfruttamento, senza porle<br />
irrimediabilmente in crisi, realtà produttive e occupazioni che<br />
possono contribuire allo sviluppo economico toscano e italiano”.</div>
<p></p>
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</div>
<p></p>
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</div>
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