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	<title>emergenza Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La speranza non è reato</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Sep 2022 08:25:53 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="585" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920-1024x585.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16625" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920-1024x585.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920-300x171.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920-768x439.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920-1536x878.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/09/racism-g26ac3682f_1920.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>(Di Luigi Ciotti su Lavialibera)</p>



<p></p>



<h3>Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che accoglienza e solidarietà sono possibili. Ora servono politiche che mettano in cima alle priorità la vita delle persone, senza fare alcuna distinzione tra i popoli che necessitano di aiuto</h3>



<p>La speranza non è reato. Non può essere reato sperare di migliorare le proprie condizioni di vita. Senza speranza non c’è vita ma soltanto sopravvivenza. E a volte neppure quella, quando la situazione intorno è fatta di guerra, carestia, persecuzioni e violenze. Eppure noi pretendiamo di decidere chi ha diritto di sperare, e chi no. Chi ha diritto di vivere, e chi no.<br>La&nbsp;<strong>guerra in Ucraina</strong>, una sciagurata aggressione militare che in poche settimane ha costretto milioni di persone a lasciare le proprie case per cercare salvezza oltre i confini del Paese, ha smascherato anni di propaganda sul tema dell’immigrazione. La risposta coesa dell’<strong>Europa</strong>&nbsp;nell’<strong>accogliere i profughi</strong>&nbsp;e la generosità delle popolazioni, a partire da quelle più prossime al conflitto, ha dimostrato ciò che alcuni sostenevano, inascoltati, da sempre: quando c’è la volontà politica di salvare vite, e mettere la vita umana al primo posto, tutto diventa possibile.&nbsp;</p>



<h3>Aiuti e oblio</h3>



<p>In un tempo veramente breve, la solidarietà nei confronti delle persone in fuga ha consentito di dare efficacia a norme rimaste a lungo sulla carta, di superare vincoli sanitari e burocratici che sembravano insormontabili, di trovare accordi economici e far dialogare pubblico e privati in vista di un migliore coordinamento. Soprattutto, ha messo a tacere chi era abituato a definire “<strong>emergenza</strong>” l’arrivo, ogni anno, di poche migliaia di disperati attraverso le&nbsp;<strong>rotte pericolose del Mediterraneo o dei Balcani</strong>. Poiché si è visto che, anche di fronte a numeri ben maggiori, è possibile trovare spazi e costruire condizioni di accoglienza dignitose.</p>



<p>È partita allora la gara dei distinguo, delle classifiche di cosa è più guerra, di&nbsp;<strong>chi è più profugo</strong>, di quali situazioni sono disperate davvero e meritano la nostra mobilitazione. E poi, magia, si è smesso semplicemente di parlarne, come del resto è molto calata l’attenzione sul conflitto ucraino, non diversamente da quanto accaduto a&nbsp;<a href="https://lavialibera.it/it-schede-704-infografica_guerre_conflitti_mondo?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tutti gli altri conflitti che pure continuano a provocare morte e devastazione nel mondo</a>.</p>



<p>Intanto, i disperati cui si nega il diritto di sperare non hanno smesso di affrontare le&nbsp;<a href="https://lavialibera.it/it-tag-8-flussi_migratori?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rotte di morte del mare e dei monti</a>, trovando sempre le stesse porte chiuse, le stesse leggi selettive, la stessa disumanità. Di fronte a famiglie che con dedizione hanno accolto donne e bambini, investendo spazi privati, soldi e cuore. Di fronte ad associazioni che hanno messo in gioco le loro risorse sempre scarse, pur di rispondere al bisogno di protezione dei più fragili. Di fronte a un&nbsp;<strong>sistema scolastico</strong>&nbsp;che immediatamente si è attivato per far sentire a casa i piccoli arrivati col trauma della guerra, non è mancato chi ha speculato e ha visto nell’accoglienza un’occasione di tornaconto personale, a livello economico e di immagine. Così, se prima si monetizzava consenso sulla paura dei profughi, subito dopo lo stesso consenso si è monetizzato su&nbsp;<strong>una frettolosa pietà&nbsp;</strong>nei loro confronti. Quanta ipocrisia e quanto cinismo, mascherati da solidarietà.</p>



<h3>L’esercito dei profittatori</h3>



<p>Sperare non è reato, ma c’è chi auspica che lo diventi. Mentre scrivo questo articolo, tornano alla ribalta proposte già rivelatesi fallimentari in passato: blocchi navali,&nbsp;<strong>decreti sicurezza</strong>, respingimenti. E intanto governi illiberali – come&nbsp;<strong>Turchia</strong>,&nbsp;<strong>Egitto</strong>,&nbsp;<strong>Libia</strong>&nbsp;– riescono a condizionare gli equilibri internazionali, mercificando la speranza dei diseredati e la paura di chi vede a rischio i propri privilegi. Tengono in ostaggio migliaia di esseri umani che l’<strong>Europa non vuole&nbsp;</strong>e in cambio di questo “favore” pretendono soldi e la libertà di reprimere qualsiasi opposizione interna.&nbsp;</p>



<p>Sperare non è reato, ma su quella speranza quanti reati si compiono! Dai<a href="https://lavialibera.it/it-schede-200-com_e_fatto_un_trafficante_di_migranti?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;trafficanti di esseri umani&nbsp;</a>ai caporali, dai gestori corrotti dei meccanismi di accoglienza ai politici che usano il tema come un’arma elettorale. Il tutto a scapito di chi si muove onestamente per salvare vite e costruire&nbsp;<strong>opportunità durevoli</strong>, rispettose dei bisogni, dei legami e delle aspirazioni della gente.<br>Sperare non è reato, e noi continuiamo a sperare che questo concetto sacrosanto venga tradotto in politiche lungimiranti e leggi che guardano altrettanto lontano. Non è solo un problema di immigrazione, del resto.</p>



<h3>Un racconto distorto</h3>



<p>Pensiamo alle norme sullo&nbsp;<a href="https://lavialibera.it/it-schede-459-ius_soli?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ius soli&nbsp;</a>– delle quali&nbsp;<em>lavialibera</em>&nbsp;si è occupata qualche numero fa – che non riguardano persone migranti ma&nbsp;<strong>giovani nati qui, italiani di fatto</strong>.&nbsp;Pensiamo alle sacche di povertà e illegalità in cui vengono lasciate campare comunità di diversa origine: dagli insediamenti informali di famiglie rom alle baraccopoli dei<a href="https://lavialibera.it/it-schede-235-migranti_sfruttamento_caporalato_straberry_startup_milano?utm_source=rss&utm_medium=rss">&nbsp;lavoratori stagionali</a>, come se fossero realtà extraterritoriali, fuori dalla nostra giurisdizione, e dove si interviene, se si interviene, perlopiù in maniera repressiva.<br>Pensiamo anche solo al diverso taglio che viene dato alle notizie, specie quelle tragiche: quando a morire in un incidente è un agiato turista straniero oppure uno straniero immigrato, quando a compiere un delitto è un italiano contro uno straniero o viceversa. Il&nbsp;<strong>razzismo strisciante</strong>&nbsp;che detta i titoli dei giornali in molti casi è lo stesso razzismo applicato ai flussi migratori o alle politiche di integrazione: tu sì e tu no,<strong>&nbsp;tu mi somigli</strong>&nbsp;mentre a te non voglio correre il rischio di somigliare mai.<br>La speranza non è&nbsp;reato, mentre sarebbe da introdurre il reato di “<strong>selezione delle speranze</strong>”. La presunzione che abbiamo di definire il grado di felicità e pienezza a cui può aspirare ciascuna vita, in base al luogo di nascita e alla cultura di appartenenza.&nbsp; Non lasciamo che su questo come su altri temi a fare la differenza sia l’indifferenza.</p>
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		<title>Il rapporto. Così il silenzio uccide in 169 guerre nel mondo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 May 2022 08:06:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>da avvenire.it Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>da avvenire.it </p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>Lucia Capuzzi domenica 1 maggio 2022Nel disinteresse quasi totale del mondo, ogni anno si combattono conflitti nascosti o ben lontani dai riflettori dei media Africa e Asia restano i Continenti che sopravvivono nel buio informativo</p>



<p><img src="https://www.avvenire.it/c/2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/05013o9o_80041698.jpg?width=1024&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo"></p>



<p>Un ragazzino con il kalashnikov nel 1998 in Congo &#8211; Ansa<a href="https://twitter.com/share?url=https%3a%2f%2fwww.avvenire.it%2fmondo%2fpagine%2fil-silenzio-uccide-in-169-guerre%3ffbclid%3dIwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&amp;text=Cos%C3%AC%20il%20silenzio%20uccide%20in%20169%20guerre%20nel%20mondo&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p><a href="mailto:?Subject=Avvenire%20%20il-silenzio-uccide-in-169-guerre&amp;Body=Vorrei%20condividere%20con%20te%20questo%20articolo%20https://www.avvenire.it/mondo/pagine/il-silenzio-uccide-in-169-guerre?fbclid=IwAR2yqTAci4oao9TzFCvaGE_xAOaNAC1nu7vvVf_h3MyxxcJSmr3R5akdKdQ&utm_source=rss&utm_medium=rss"></a></p>



<p>Lo dice la parola stessa. Guerra deriva dal termine germanico&nbsp;<em>werra,</em>&nbsp;cioè mischia furibonda, dove le parti si affrontano in un corpo a corpo rozzo, sconnesso, disorganico. «Werra» è, dunque, sinonimo di caos. Non sorprende che nelle epoche di elevata instabilità geopolitica, le guerre si moltiplichino.​</p>



<p>Del resto, ricordava la filosofa Hannah Arendt, esse non servono a ristabilire i diritti, bensì a ridefinire i poteri. Più che la prosecuzione della politica con altri mezzi – come sosteneva Von Clausewitz –, sono la certificazione del suo fallimento. In questo tempo di crisi della politica e del suo principale riferimento – lo Stato nazione –, nuove fiammate belliche si sommano a vecchi scontri irrisolti.​</p>



<p>Il risultato è un susseguirsi di crisi a intensità variabile che si consumano in gran parte nel Sud del mondo e, per questo a differenza per esempio dell’Ucraina, a distanza incommensurabile dalla ribalta mediatica. Il “Conflict data program” della prestigiosa Università svedese di Uppsala ne ha censito 169 nel 2020, l’ultimo anno per cui i dati sono disponibili, per un totale di oltre 81.447 vittime. Un nuovo record, dopo 5 anni di relativo calo.</p>



<p>E da allora lo scenario è ulteriormente peggiorato. «Terza guerra mondiale a pezzi», non si stanca di definirla, fin dal 2014, papa Francesco. Solo tre dei 169 conflitti registrati implicano un confronto militare “classico” fra Stati: India-Pakistan per il controllo del Kashimir, Cina-India per la questione dell’Aksai Chin o Arunchal Pradesh e Israele-Iran, oltre ora a Russia e Ucraina. Il fatto è che nel Novecento, lo scenario bellico ha subito una «mutazione genetica», accelerata nell’ultimo quarto del secolo scorso. Se la Guerra fredda aveva articolato la conflittualità intorno a un unico spartiacque ideologico, dalla sua fine questa ha assunto connotati sempre più cangianti</p>



<p>.<img src="https://www.avvenire.it/c//2022/PublishingImages/41ad1e8c323942ad8a9c86d9f7251546/77e5136f6e_80041699.jpg?width=620&utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="il centro di Aleppo devastato nel 2015"></p>



<p>il centro di Aleppo devastato nel 2015 &#8211; Ansa</p>



<p>A dominare il panorama sono, ora più che mai, i conflitti interni o “intra-statali”. «A volte, un gruppo ribelle impugna le armi contro il governo come al-Shabaab in Somalia o i taleban in Afghani- stan, prima che questi ultimi prendessero il potere lo scorso agosto – spiega Therese Pettersson, coordinatrice del Conflict data program –. Ne abbiamo individuati 53. Altre, l’attore Stato non è coinvolto. In 72 conflitti, le parti in lotta sono milizie di vario tipo che disputano il controllo di un territorio. Vi sono, infine, ventuno crisi create da organizzazioni – statali o non – che prendono di mira deliberatamente i civili». Un filo rosso unisce questo sfaccettato poliedro bellico: la tendenza crescente da parte di attori esterni di supportare militarmente uno dei contendenti. «Proxy war», «guerre per procura », le chiamano vari analisti. «Sono stati gli scontri interni a produrre le conseguenze umanitarie più gravi nei decenni post-Guerra fredda.</p>



<p>È sufficiente ricordare il dramma della Siria, dell’Afghanistan, dell’Iraq e dello Yemen. Le due eccezioni sono le guerre statuali tra Etiopia ed Eritrea (1999-2000) e quella in corso tra Mosca e Kiev», aggiunge Pettersson. Il numero dei caduti negli scontri, inoltre, è solo uno delle tragedie causate dai conflitti. «La durata è un elemento cruciale. Quanto più lo scontro si protrae nel tempo, tanto più le conseguenze umanitarie rischiano di essere catastrofiche, indipendentemente dalla sua intensità, come vediamo in Sud Sudan, Nigeria, Congo, Sudan, Somalia », calcola Robert Blecher, direttore del Future of conflict program dell’International crisis group. Una gravità, quella delle guerre prolungate, inversamente proporzionale all’attenzione internazionale, assuefatta di fronte alla cronicizzazione di crisi «lontane». I due fattori – morti e tempo – si sono intrecciati in modo perverso nella guerra afghana, conferendole il tremendo titolo più lunga e più letale: va avanti ininterrottamente, fra picchi di brutalità e timide frenate, dal 1978.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><strong>Le mille facce del dominio armato</strong></p>



<p><strong>5 mila i morti in più nel 2020</strong>&nbsp;(sono stati in totale 81.447) rispetto all’anno precedente</p>



<p><strong>72</strong>&nbsp;le guerre fra milizie non statali e&nbsp;<strong>21</strong>&nbsp;quelle con governi o gruppi contro i civili</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p>​</p>



<p>L’emergenza fame, seguita alla riconquista di Kabul da parte dei taleban, ne è solo un’altra sfaccettatura. Secondo Blecher, infine, va incluso a pieno titolo nella categoria dei conflitti, la violenza che dilania buona parte dell’America Latina, ufficialmente “al riparo” dalla bufera bellica dall’accordo di pace in Colombia nel 2016. La realtà, purtroppo, è di segno opposto. La narco-guerra messicana, la feroce anarchia haitiana o gli scontri delle gang in Centramerica hanno costi umanitari e dinamiche a tutti gli effetti bellici. È lo svelamento di quanto affermava Hannah Arendt: il cuore della guerra – di ogni guerra, comunque la si definisca – è la ridefinizione del potere.</p>
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		<title>Giornata Internazionale dei rom: presentato in Senato il report digitale “Il Paese dei campi”</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Apr 2022 07:50:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione 21 luglio: «Colmata finalmente una lacuna storica» Roma, 7 aprile 2022 &#8211; L’8 aprile viene celebrata in tutto il mondo la&#160;Giornata Internazionale dei diritti dei rom. Alla sua vigilia, in un evento promosso&#46;&#46;&#46;</p>
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<p></p>



<p><strong> Associazione 21 luglio: «Colmata finalmente una lacuna storica»</strong></p>



<p>Roma, 7 aprile 2022 &#8211; L’8 aprile viene celebrata in tutto il mondo la&nbsp;<strong>Giornata Internazionale dei diritti dei rom</strong>. Alla sua vigilia, in un evento promosso dalla Commissione per la promozione dei Diritti Umani del Senato,&nbsp;<strong>Associazione 21 luglio</strong>&nbsp;ha presentato il report digitale “Il Paese dei campi” (<a href="http://www.ilpaesedeicampi.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.ilpaesedeicampi.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a>). All’iniziativa sono intervenuti: il senatore&nbsp;<strong>Giorgio Fede</strong>;&nbsp;<strong>Triantafillos Loukarelis</strong>, direttore dell’Ufficio Nazionale Anti Discriminazioni Razziali;&nbsp;<strong>Benoni Ambarus</strong>, vescovo ausiliare di Roma.</p>



<p>Storica assenza di dati</p>



<p>Malgrado le politiche nazionali e locali promosse da decenni nei confronti delle comunità rom e sinte, il nostro Paese paga la&nbsp;<strong>cronica carenza di informazioni statistiche affidabili</strong>&nbsp;relative agli insediamenti monoetnici presenti sul territorio nazionale. Tale deficit è riconosciuto come il principale limite laddove, per implementare politiche sociali, risulta fondamentale cogliere in maniera puntuale le problematiche che interessano gli abitanti dei “campi”. Con cadenza periodica, si invocano “censimenti” arrivando a cogliere l’assenza di informazioni come occasione per&nbsp;<strong>amplificare</strong>&nbsp;i numeri invocando l’emergenza oppure per&nbsp;<strong>spingerli al ribasso</strong>&nbsp;al fine di enfatizzare, ad esempio, l’impatto positivo di politiche espulsive.</p>



<p>Per svariate ragioni risulta impossibile oggi definire quanti siano i rom e sinti in Italia. Al contrario è però possibile da oggi, grazie al lavoro presentato da Associazione 21 luglio, fotografare nitidamente la realtà di quanti – identificati dalla autorità come rom e sinti – risiedono in insediamenti monoetnici appositamente realizzati per loro.</p>



<p>La genesi degli insediamenti per soli rom</p>



<p>In Italia a partire dagli anni&nbsp;<strong>Settanta</strong>&nbsp;– quando già nelle periferie delle città del Nord si registravano piccoli accampamenti di comunità sinte e nel Sud, in prossimità delle fiumare, insediamenti di rom italiani di antico insediamento – si osservò il primo flusso di rom provenienti dall’ex Jugoslavia. Si stima che&nbsp;<strong>dagli anni</strong>&nbsp;<strong>Settanta</strong>&nbsp;in poi furono almeno 45.000.</p>



<p>Dal&nbsp;<strong>1985</strong>&nbsp;diverse Regioni italiane, al fine di governare il fenomeno, promossero azioni legislative finanziando la costruzione di “<strong>riserve etniche</strong>” denominate impropriamente “<strong>campi nomadi</strong>”.</p>



<p>Ad&nbsp;<strong>inizio anni Novanta</strong>&nbsp;si registrò la nascita dei primi insediamenti monoetnici, una condizione che farà dell’Italia, il “<strong>Paese dei campi</strong>”, secondo la felice denominazione ideata dall’European Roma Rights Centre, in quanto la nazione, nel panorama europeo, più impegnata nella creazione e la gestione del dispositivo escludente denominato impropriamente “campo nomadi”.</p>



<p>Successivamente anche alle famiglie rom rumene in fuga dalle persecuzioni del dopo Ceauşescu, vennero aperte le porte dei “campi nomadi”, nella convinzione di aver a che fare con una popolazione omogenea. Per i rom italiani di antico insediamento, invece, si andarono realizzando nel Sud Italia&nbsp;quartieri di edilizia residenziale pubblica&nbsp;riservati secondo un preciso criterio etnico. Recente è l’invenzione dei&nbsp;centri di raccolta rom, destinate all’accoglienza riservata a famiglie rom.</p>



<p>Dati e numeri</p>



<p>Attraverso il sito&nbsp;<strong><a href="http://www.ilpaesedeicampi.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.ilpaesedeicampi.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></strong>, curato da Associazione 21 luglio, è possibile da oggi cogliere, in tempo reale, informazioni aggiornate che interessano ognuno dei 121 insediamenti formali, all’aperto e al chiuso, abitati da comunità identificate come rom e sinte.</p>



<p>In Italia sono presenti&nbsp;<strong>45 “campi rom” formali abitati da 7.128 persone</strong>. L’insediamento più grande si trova a Roma, in via Candoni, dove sono accolte 795 persone. La massima concentrazione si rileva nell’area metropolitana di Napoli, con 8 insediamenti e 1.336 persone.&nbsp;</p>



<p>Nei Comuni di&nbsp;<strong>Pisa, Gioia Tauro e Cosenza</strong>&nbsp;si registrano invece le presenze di&nbsp;<strong>quartieri di “case popolari”</strong>&nbsp;realizzati appositamente per un’accoglienza di 930 rom. A&nbsp;<strong>Brescia</strong>&nbsp;e a&nbsp;<strong>Napoli</strong>&nbsp;gli unici due “<strong>centri di raccolta rom</strong>”, dove risultano presenti&nbsp;<strong>218 persone</strong>.</p>



<p>Sono invece&nbsp;<strong>66 i “campi sinti” presenti sul territorio nazionale, abitati da 4.814 persone</strong>&nbsp;con il più grande che insiste nel Comune di Pavia, con 265 persone. I Comuni di Villafalletto, in provincia di Cuneo, di Padova e di Carmagnola, in provincia di Torino sono caratterizzati dalla presenza di&nbsp;<strong>aree residenziali monoetniche</strong>.</p>



<p>Aggregando i dati che interessano i&nbsp;soli insediamenti formali&nbsp;è possibile affermare che sono 113 i “campi rom” e “campi sinti”, presenti in 73 Comuni e 13 Regioni, per un totale di 12.096 persone. Ad essi vanno aggiunti 2 “centri di raccolta rom” e 6 aree residenziali monoetniche.&nbsp;<strong>Un totale di 13.405 soggetti concentrati in strutture, al chiuso o all’aperto, progettate e realizzate dalle istituzioni secondo un criterio segnatamente etnico</strong>.</p>



<p>Se ad essi volessimo aggiungere i circa 5.500 rom stimati negli insediamenti informali, si raggiungerebbe la cifra complessiva di&nbsp;<strong>18.760 rom e sinti in emergenza abitativa</strong><strong>.</strong></p>



<p>Verso il superamento</p>



<p>Tali numeri sembrano confermare la tendenza al ribasso già registrata negli ultimi anni. Ad oggi, come riportato nel dettaglio sul sito, sono infatti&nbsp;<strong>21 gli insediamenti rom e sinti che risultano in superamento</strong>&nbsp;mentre, dal 2018 ad oggi sono&nbsp;<strong>26 quelli chiusi o superati</strong>.</p>



<p>Secondo Associazione 21 luglio: «Le esperienze passate ci dicono che per superare un insediamento monoetnico non servono&nbsp;<strong>approcci speciali</strong>&nbsp;– declinati su base etnica – né tantomeno uffici dedicati. Fondamentale è partire da&nbsp;<strong>processi di coprogettazione</strong>&nbsp;calibrati su&nbsp;<strong>ogni singolo insediamento</strong>&nbsp;e che coinvolgano anche&nbsp;<strong>i residenti</strong>. Risulta poi importante prevedere&nbsp;<strong>interventi ordinari di politica sociale</strong>&nbsp;che mirino a sviluppare percorsi inclusivi individualizzati e strutturati sulle esigenze dei singoli nuclei familiari. I tempi attuali sono favorevoli per attrezzarsi con strumenti che seguano un&nbsp;<strong>approccio universalistico</strong>».&nbsp;</p>



<p>Per tale ragione Associazione 21 luglio, attraverso lo strumento presentato oggi, continua il suo lavoro di informazione e formazione presso le Amministrazioni locali interessate al superamento degli insediamenti presenti sul proprio territorio, offrendo sostegno e consulenza, nella convinzione che, attraverso un’azione congiunta che coinvolga il governo centrale e le Amministrazioni locali sarà possibile relegare al passato la triste stagione che sino ad ora ha contraddistinto l’Italia come il “Paese dei campi”.</p>
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		<title>Guerra Russia-Ucraina: l&#8217;appello delle Ong italiane</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 13:35:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le Organizzazioni non governative che compongono la rete LINK2007, riaffermano con un comunicato congiunto la necessità di mettere in atto ogni sforzo per il ritorno al dialogo politico necessario per risolvere la crisi in Ucraina. Il comunicato di LINK2007 Di fronte&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>Le <strong>Organizzazioni non governative</strong> che compongono la rete <em><a href="http://www.link2007.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">LINK2007</a></em>, riaffermano con un comunicato congiunto la necessità di <strong>mettere in atto ogni sforzo</strong> per il <strong>ritorno al dialogo politico</strong> necessario per risolvere la crisi in Ucraina.</p>



<h3>Il comunicato di LINK2007</h3>



<p>Di fronte alla decisione di puntare tutto sulle alleanze militari e sulla minaccia dell’uso delle armi lasciando all’azione diplomatica e politica un ruolo marginale e tardivo, fino all’indebita occupazione armata di territori appartenenti ad uno stato indipendente, la rete di Ong&nbsp;<strong>LINK 2007 riafferma la necessità di mettere in atto ogni sforzo per il ritorno al dialogo politico</strong>, anche di fronte ad una realtà che sembra renderlo ormai impossibile.</p>



<p>La guerra colpisce soprattutto le popolazioni ed in particolare le persone più deboli, con distruzioni, morti, ferite, sopraffazioni, sfollamenti, alimentando al contempo odi e rancori che rimangono a lungo indelebili.</p>



<p>L’abbiamo visto e vissuto direttamente in questi ultimi decenni in tante aree di conflitto armato e di guerra dove milioni di persone sono stati colpite e dove nulla è stato risolto, abbandonando intere popolazioni al loro triste destino.</p>



<p><strong>Le Ong di LINK 2007 e tante altre Ong sono state e continuano ad essere al loro fianco</strong>, portando continuamente quel messaggio di pace che è stato loro negato.</p>



<p>La guerra, possiamo affermarlo con la certezza di quanto abbiamo vissuto, non risolve mai nulla.</p>



<p>È stata impressionante la cecità dei decisori politici che, pur sapendolo, vi hanno ricorso negli anni passati, come foglia di fico che nascondeva in realtà l’incapacità di affrontare i problemi con il dialogo e la costante e tenace azione diplomatica, nella comprensione reciproca delle ragioni altrui.</p>



<p>Da tempo&nbsp;<strong>Ong di LINK sono operative in Ucraina e continueranno la loro azione di presenza solidale e umanitaria anche in questo difficile contesto</strong>, a fianco di organizzazioni della società civile e delle popolazioni più bisognose.</p>
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		<title>Ucraina, Stilli (Ong italiane): “Governo arma Kiev e ci taglia i fondi”</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 09:03:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da dire.it) di Alessandra Fabbretti La portavoce: &#8220;Fondi a Zelensky sottratti alle risorse del fondo per l&#8217;Aiuto pubblico allo sviluppo&#8221;Condividi su facebook&#160;Condividi su twitter&#160;Condividi su whatsapp&#160;Condividi su email&#160;Condividi su print ROMA – “Un governo&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1></h1>



<p>(da dire.it)</p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.dire.it/wp-content/uploads/2022/03/202203020300871022601-e1646248450767.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="carro_armato_ucraina_leopoli"/></figure>



<p>di Alessandra Fabbretti </p>



<p></p>



<p>La portavoce: &#8220;Fondi a Zelensky sottratti alle risorse del fondo per l&#8217;Aiuto pubblico allo sviluppo&#8221;Condividi su facebook&nbsp;Condividi su twitter&nbsp;Condividi su whatsapp&nbsp;Condividi su email&nbsp;Condividi su print</p>



<p>ROMA – “Un governo che deve affrontare una guerra può occuparsi anche di fare&nbsp;<strong>assistenza umanitaria</strong>&nbsp;per la popolazione? No, e infatti in Ucraina&nbsp;<strong>le persone in questi giorni vengono aiutate dalle ong locali e internazionali,</strong>&nbsp;tra cui tante italiane che operano anche in Polonia o Moldavia. Nonostante ciò,&nbsp;<strong>il nostro governo ha stanziato 110 milioni di euro in aiuti umanitari da destinare non a loro, che sono presenti sul terreno, bensì all’esecutivo di Kiev</strong>&nbsp;che in questo momento non si capisce neanche dove sia e quanto margine di manovra abbia”.&nbsp;<strong>Silvia Stilli</strong>&nbsp;è la portavoce dell’<strong>Associazione delle ong italiane (Aoi)</strong>&nbsp;e per l’agenzia Dire commenta l’annuncio del governo italiano sullo<a href="https://www.dire.it/03-03-2022/712531-ucraina-con-leuropean-peace-facility-cresce-il-supporto-militare-europeo/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;stanziamento di 110 milioni di euro in “budget support” per l’Ucraina.</a>&nbsp;Per la responsabile, tale decisione presenta vari aspetti critici: “Primo, si tratta di<strong>&nbsp;denaro dato direttamente per le esigenze del governo ucraino, non vincolato a specifiche emergenze.&nbsp;</strong>Inoltre è stato preso dal fondo per<strong>&nbsp;l’Aiuto pubblico allo sviluppo</strong>“, in pratica il denaro che l’Italia accorda al ministero degli Esteri per finanziare gli interventi di cooperazione delle ong nei Paesi terzi.</p>



<p><strong>LEGGI ANCHE:&nbsp;<a href="https://www.dire.it/04-03-2022/712959-ucraina-loppositore-russo-di-putin-gozman-quanti-errori-usa-sulla-sicurezza-europea/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ucraina, l’oppositore russo Gozman: “Quanti errori Usa sulla sicurezza europea”</a></strong></p>



<p>Tale fondo, calcola Stilli, “con le integrazioni della legge di bilancio dovrebbe arrivare a 300 milioni di euro, ma devono essere ancora inseriti e per ora siamo a 240 milioni. È già una cifra contenuta rispetto alla mole di interventi che andrebbero fatti all’estero, e noi, per raggiungerla, ci siamo dovuti battere a lungo. Ora, circa la metà viene decurtata e assegnata a un governo che affronta una guerra, e che sarà quindi libero di impiegarla come meglio crede”.</p>



<p><strong>Riducendo il fondo all’Aiuto pubblico</strong>, avverte Stilli, “<strong>ne risentiranno quelle organizzazioni umanitarie che operano in gravi contesti umanitari e di crisi come l’Etiopia, la Siria, lo Yemen oppure il Mali o il Nige</strong>r”, ossia i Paesi da cui parte la maggior parte dei profughi che bussano alle porte dell’Europa. Secondo, dice la portavoce, “il governo italiano ha preso questa decisione senza neanche consultare noi che rappresentantiamo il terzo settore”. Stilli avverte: “Il Terzo settore parteciperà a un incontro con Andrea Orlando al ministero per il Lavoro e le politiche sociali solo oggi pomeriggio”.</p>



<p>Terzo, ma non meno importante, i<strong>l tema delle armi all’Ucraina.</strong>&nbsp;“<strong>Se da un lato si negano fondi alle ong presenti in Ucraina dall’altro si aumentano gli armamenti al Paese</strong>” lamenta Stilli. “Naturalmente riconosciamo il diritto inalienabile di un popolo di difendersi. Ma bisogna allora dire con chiarezza che l’Italia ha deciso di prendere le distanze dalla sua Costituzione – che all’articolo 11 ripudia la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti – e dal ruolo delle Nazioni Unite”.</p>



<p>La portavoce inquadra il sostegno militare italiano nella più ampia decisione dell’Ue di attivare per la prima volta l’<a href="https://www.dire.it/03-03-2022/712531-ucraina-con-leuropean-peace-facility-cresce-il-supporto-militare-europeo/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">European Peace Facility (Epf)</a>&nbsp;per fornire all’esercito ucraino armi ed equipaggiamenti. L’Epf è dotato di un fondo di 5,7 miliardi e in questi giorni la Commissione ha proposto agli Stati Ue di mobilitare 500 milioni per Kiev, pari a un decimo del budget complessivo.</p>



<p>LEGGI ANCHE:&nbsp;<a href="https://www.dire.it/03-03-2022/712531-ucraina-con-leuropean-peace-facility-cresce-il-supporto-militare-europeo/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Con l’European Peace Facility cresce il supporto militare Ue all’Ucraina</a></p>



<p>“<strong>L’Italia si è lasciata trascinare da una Ue debole e schizofrenica che tenta di assumere un ruolo a livello internazionale,</strong>&nbsp;commettendo un doppio errore strategico:<strong>&nbsp;agisce senza l’appoggio della Nato</strong>, che stimola ma non interviene, e<strong>&nbsp;decide senza consultare le Nazioni Unite.</strong>&nbsp;La&nbsp;<a href="https://www.dire.it/02-03-2022/712432-ucraina-lassemblea-generale-onu-condanna-laggressione-della-russia/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">risoluzione di condanna dell’operazione russa</a>&nbsp;in Ucraina attraverso l’Assemblea generale dell’Onu è arrivata dopo”. Anche sul piano delle sanzioni, “sono arrivate in modo tentennante e poi, come stiamo continuando a vedere, non stanno fermando l’offensiva di Mosca”.</p>



<p><strong>Per Stilli, la soluzione per l’Ucraina resta la diplomazia</strong>. “Bisogna recuperare il ruolo delle Nazioni Unite sul piano dei negoziati” dice. “Senza, si perdono spazi di manovra e a rimetterci è la popolazione, come abbiamo visto ieri:<a href="https://www.dire.it/03-03-2022/712480-ucraina-slittati-a-oggi-i-colloqui-con-mosca-corte-penale-internazionale-apre-inchiesta-su-crimini-di-guerra/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&nbsp;la Russia ha annunciato in modo unilaterale i corridoi umanitari</a>. Ora dobbiamo impegnarci per ottenere da Mosca che almeno le agenzie Onu possano monitorare i corridoi ed essere pienamente operative sul territorio assieme alle ong già presenti”.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2022/03/05/ucraina-stilli-ong-italiane-governo-arma-kiev-e-ci-taglia-i-fondi/">Ucraina, Stilli (Ong italiane): “Governo arma Kiev e ci taglia i fondi”</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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		<title>Il Ministro della Salute blocchi la non-riforma sanitaria della Lombardia Moratti-Fontana</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2022 09:17:59 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>RIMANDARE AL MITTENTE L’ENNESIMA LEGGE DELLA REGIONE LOMBARDIA PRO SANITA’ PRIVATA, LO CHIEDIAMO AL MINISTERO DELLA SALUTE Chiediamo al Ministro della Salute di esprimere la dovuta valutazione sull’esito della sperimentazione della legge &#160;regionale “Modifiche&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong>RIMANDARE AL MITTENTE L’ENNESIMA LEGGE DELLA REGIONE LOMBARDIA PRO SANITA’ PRIVATA, LO CHIEDIAMO AL MINISTERO DELLA SALUTE</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ZiPFOxvXISzmKla-800x450-noPad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="800" height="450" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ZiPFOxvXISzmKla-800x450-noPad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-16068" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ZiPFOxvXISzmKla-800x450-noPad.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 800w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ZiPFOxvXISzmKla-800x450-noPad-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2022/01/ZiPFOxvXISzmKla-800x450-noPad-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></a></figure>



<p>Chiediamo al Ministro della Salute di esprimere la dovuta valutazione sull’esito della sperimentazione della legge &nbsp;regionale “Modifiche al Titolo I e al Titolo VI della legge regionale 30 dicembre 2009 n. 33 (Testo unico delle leggi regionali in materia di sanità)”, come formalmente statuito dal protocollo d’intesa tra l’allora Ministro della Salute e l’allora Presidente della Regione Lombardia e di esprimersi in merito a come la Regione Lombardia ha effettivamente recepito le richieste di modifiche con la L.R. 22/21 approvata a maggioranza dal Consiglio regionale e promulgata lo scorso 14 dicembre 2021.&nbsp;</p>



<p>Il Coordinamento Lombardo per il diritto alla salute – Campagna Dico 32 ha inviato lo scorso 27 dicembre una lettera aperta al Ministro della Salute affinché, nell’ambito dei poteri previsti dall’art. 127 della Costituzione Repubblicana, sollevi la questione di legittimità della legge regionale 22/2021.</p>



<p>La richiesta si fonda principalmente sulla distanza tra quanto richiesto dallo stesso Ministro tramite Agenas (lettera del 16.12.2020) e quanto contenuto nella legge : la confusa frammentazione di competenze tra ATS e ASST permane e viene resa ancora più evidente nel campo della programmazione; la funzione dei distretti non corrisponde a quanto richiesto; permangono ancora indefinite le effettive modalità di controllo degli erogatori privati accreditati.</p>



<p>Ma i motivi sono ancora più profondi perché la legge regionale 22/2021 conferma il contrasto tra le normative che si sono succedute in Lombardia dal 1997 ed i principi stabiliti dalla legge 833/1978 di riforma sanitaria nazionale. Contrasto portato alla luce dall’alto tasso di decessi dovuti al Covid-19 come pure della crisi sistemica della medicina territoriale e i limiti evidenti dell’ approccio ospedalocentrico e sbilanciato a favore delle strutture private.</p>



<p>Il modello lombardo di sanità, padre degli errori commessi, con il progressivo smantellamento della sanità pubblica, preventiva e territoriale (caratteristiche fondamentali di un servizio sanitario, ma non remunerative e non utili ad un “sistema” tendente alla competizione e privatizzazione) , è stato consentito tra le altre cose dalla regionalizzazione della sanità e la creazione di fatto di 21 servizi sanitari differenti, causa principale delle difficoltà di coordinamento che hanno ostacolato la tempestiva gestione dell’emergenza.</p>



<p>La legge 22/2021 introduce formalmente – prioritariamente per poter disporre dei finanziamenti – alcune indicazioni del PNRR (case di comunità, ospedali di comunità, medicina di prossimità) ma li stravolge in sede di attuazione aprendo anche questi ambiti al privato considerato “equivalente” al pubblico. Tende inoltre ad accentuare ulteriormente differenze di accesso ed erogazione dei servizi che diventano discriminanti per chi non dispone &nbsp;di forme di sanità integrativa (mutue, assicurazioni, welfare aziendale) che comunque non garantiscono gli stessi livelli di tutela per tutte le persone.</p>



<p>I cittadini sono trattati come clienti e non come persone portatrici di diritti (art. 32 della Costituzione).</p>



<p>La sanità lombarda necessita da anni di una revisione profonda. Ora è il momento di porla in atto, come hanno richiesto in modo articolato le realtà sociali che aderiscono al Coordinamento : deve prevedere un forte governo pubblico della sanità, basato su una chiara programmazione; la medicina territoriale deve essere organizzata in bacini d’utenza limitati per rispondere in modo mirato ai problemi di salute dando priorità alla prevenzione della malattia anche attraverso la partecipazione della cittadinanza; le Case e gli Ospedali di Comunità devono essere esclusivamente pubblici affinché ci si focalizzi sui risultati reali di salute e non su utili economici; le liste d’attesa devono essere trasparenti e il loro contenimento deve essere un obiettivo primario rientrando nei tempi previsti dai LEA, anche attraverso l’assunzione straordinaria di personale presso le strutture pubbliche; la libera professione all’interno delle strutture pubbliche deve essere eliminata; le RSA devono essere parte integrante del servizio sanitario nazionale; la richiesta di autonomia differenziata deve essere ritirata.</p>



<p>Se il ministero non solleverà rilievi all&#8217;impostazione della legge regionale lombarda 22/2021, confermandola, tali derive privatistiche potrebbero facilmente essere prese a modello da altre realtà regionali allontanando sempre di più il servizio sanitario da quanto previsto dalla riforma del 1978 e mettendo fortemente in discussione il diritto alla salute e la sua universalità e gratuità nel momento dell’erogazione, basata sulla fiscalità generale progressiva.</p>



<p>Per questi motivi chiediamo che il ministero ed il governo intervengano per bloccare la legge regionale lombarda 22/2021.</p>



<p>Coordinamento lombardo per il diritto alla salute &#8211; Campagna Dico 32!</p>



<p></p>



<p>Per firmare la petizione:  <a href="https://www.change.org/p/il-ministro-della-salute-blocchi-la-non-riforma-sanitaria-della-lombardia-moratti-fontana?utm_source=share_petition&amp;utm_medium=custom_url&amp;recruited_by_id=f2b05f30-719a-11ec-9412-9dc3485b2c6b&utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.change.org/p/il-ministro-della-salute-blocchi-la-non-riforma-sanitaria-della-lombardia-moratti-fontana?utm_source=share_petition&amp;utm_medium=custom_url&amp;recruited_by_id=f2b05f30-719a-11ec-9412-9dc3485b2c6b&utm_source=rss&utm_medium=rss</a> </p>



<p></p>
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		<title>Ue e Bielorussia: come trasformare una crisi politica in una crisi dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2021 08:52:04 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>(da asgi.it) Il commento di ASGI sulla Proposta della Commissione per una decisione del Consiglio basata sull’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio. Il&#46;&#46;&#46;</p>
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<h1>(da asgi.it)</h1>



<p></p>



<figure class="wp-block-image"><img src="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/12/Bielorussia.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-46645"/></figure>



<blockquote class="wp-block-quote"><p>Il commento di ASGI sulla Proposta della Commissione per una decisione del Consiglio basata sull’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio.</p></blockquote>



<p>Il 1° dicembre la Commissione Europea ha presentato una serie di misure di carattere giuridico e pratico per affrontare la crisi alla frontiera con la Bielorussia. Tra queste, vi è la proposta di adozione di una decisione del Consiglio ai sensi dell’articolo 78 (3) TFUE per l’utilizzo di misure di emergenza temporanee in materia di asilo e rimpatrio.</p>



<p><strong>La proposta è allarmante perché, invece di fornire una risposta giuridica efficace alla crisi umanitaria in corso improntata alla protezione dei diritti delle persone al confine, introduce ulteriori limitazioni al diritto d’asilo e potenzia le procedure di frontiera, promuovendo di fatto la detenzione e l’abbassamento del livello delle condizioni materiali di accoglienza dei richiedenti asilo.</strong></p>



<p>La situazione al confine con la Bielorussia può essere affrontata nel pieno rispetto del diritto internazionale e del diritto dell’Unione, così come attualmente disciplinato dalle Direttive in materia di asilo.</p>



<p>Dal momento che i<strong>&nbsp;</strong>numeri e il carattere dell’afflusso di cittadini di paesi terzi non sono tali da mettere in pericolo la tenuta dei sistemi di asilo dei Paesi interessati,<strong>&nbsp;non riteniamo necessaria l’attivazione di un intervento ai sensi dell’articolo 78 (3) TFUE</strong>.&nbsp;La Commissione ha invece fondato la proposta sull’emergenza determinata dalla strumentalizzazione da parte della Bielorussia delle persone migranti, presupposto che nulla ha che a vedere con la formulazione dell’articolo 78 (3).&nbsp;</p>



<p>Sollecitiamo invece la Commissione a supportare Lettonia, Lituania e Polonia <strong>attraverso un sostegno tecnico e finanziario, subordinato al rispetto, da parte dei paesi interessati, della Carta dei diritti fondamentali e delle Direttive europee in materia di asilo.</strong> Si ribadisce che è fondamentale promuovere il rispetto del diritto internazionale e del diritto europeo ai confini e che il <strong>quadro giuridico attuale fornisce adeguati strumenti per rispondere a situazioni di incremento dei flussi migratori.</strong></p>



<p><a href="https://www.asgi.it/wp-content/uploads/2021/12/Policy_UE_Bielorussia.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Leggi qui l’analisi di ASGI</a></p>
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		<title>I diritti dei bambini del Myanmar</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2021 07:44:24 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="940" height="529" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/Myanmar.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15222" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/Myanmar.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 940w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/Myanmar-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/04/Myanmar-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 940px) 100vw, 940px" /></figure>



<p></p>



<p>di Alicia Brull Valle</p>



<p><br>Le Nazioni Unite, e in particolare i rappresentanti per i bambini e i conflitti armati e la violenza contro i bambini (Virginia Gamba e Najat Maalla M&#8217;jid) hanno esortato i militari del Myanmar a fermare la violenza diffusa contro i bambini.<br>Il 1° febbraio, l&#8217;esercito birmano (Tatmadaw) ha deposto il governo eletto del paese e dichiarato lo stato di emergenza. Storicamente, i militari birmani hanno avuto una forte influenza sul governo, dal momento che dopo l&#8217;indipendenza dalla Gran Bretagna è stato istituito un governo civile e poi sostituito da uno militare, che è durato 26 anni. In seguito, anche i tentativi di tornare alla democrazia sono stati soffocati dai militari, fino all&#8217;inizio della transizione democratica nel 2011. D&#8217;altra parte, e nonostante la trasformazione democratica del paese, i militari hanno mantenuto parte del potere politico, quindi la presenza militare nel governo del paese è stata praticamente lineare.<br>Dopo le elezioni del novembre 2020, vinte dalla Lega Nazionale per la Democrazia, l&#8217;esercito ha effettuato un colpo di stato nel febbraio di quest&#8217;anno, dopo il quale ha decretato lo stato di emergenza nel paese.<br>Sulla scia di questi eventi, un&#8217;ondata di violenza è scoppiata nel paese, colpendo soprattutto i bambini. L&#8217;ONU ha esortato l&#8217;esercito a fermare la violenza diffusa contro i bambini, poiché almeno 44 bambini sono state uccisi. D&#8217;altra parte, sono stati denunciati anche gli arresti arbitrari di bambini, che violano tutti i principi di protezione e i diritti umani dei bambini.<br>Secondo la Convenzione sui diritti dell&#8217;infanzia del 1989, i doveri di proteggere i diritti umani di coloro che sono considerati bambini (con questo si intendono le persone fino ai 18 anni, tranne nei casi in cui la maggiore età è raggiunta prima) si applicano non solo alle famiglie e ai tutori più diretti, ma anche alla comunità in generale. D&#8217;altra parte, il diritto alla vita è innegabile nel caso dei bambini, a cui si aggiunge il dovere di assicurare il più possibile il loro sviluppo e la loro sicurezza.<br>Inoltre, non si considera solo l&#8217;impatto diretto che la violenza contro i bambini può causare in termini fisici, ma anche le conseguenze psicologiche ed emotive che possono essere portate dai bambini per anni. A questo si aggiunge l&#8217;impossibilità per i bambini di ricevere un&#8217;educazione decente, un diritto sancito dalla Convenzione sui diritti dell&#8217;infanzia, in particolare dall&#8217;articolo 28.<br>Tutti questi elementi portano alla conclusione che i diritti umani dei bambini sono fortemente violati in Myanmar, e che, da vari punti di vista supportati da convenzioni e leggi esistenti, questa violenza diffusa contro i giovanissimi deve essere fermata.<br>Referenze:</p>



<ul><li>&#8220;Myanmar: la ONU pide detener la violencia generalizada contra los niños´´, Noticias ONU, https://news.un.org/es/story/2021/04/1490452?utm_source=rss&utm_medium=rss</li><li>Convention on the Rights of Child, 1989, Adopted and opened for signature, ratification and accession by General Assembly Resolution 44/25 of 20 November 1989 entry into force 2 September 1990, in accordance with article 49</li><li>Golpe de Estado en Birmania de 2021, Wikipedia https://es.wikipedia.org/wiki/Golpe_de_Estado_en_Birmania_de_202?utm_source=rss&utm_medium=rss</li></ul>
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		<title>“L&#8217;Europa si è fermata a Lipa”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Mar 2021 09:29:49 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione Per i Diritti umani oggi pubblica il dossier &#8220;L&#8217;Europa si è fermata a Lipa&#8221; a cura di Caritas Ambrosiana. In questa breve brochure si evidenziano le conseguenze delle politiche dell&#8217;Unione Europea e degli&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> oggi pubblica il dossier &#8220;L&#8217;Europa si è fermata a Lipa&#8221; a cura di Caritas Ambrosiana. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="675" height="418" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/L-Europa-si-e-fermata-a-Lipa_article_photo_story.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15197" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/L-Europa-si-e-fermata-a-Lipa_article_photo_story.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 675w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/03/L-Europa-si-e-fermata-a-Lipa_article_photo_story-300x186.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 675px) 100vw, 675px" /></figure>



<p>In questa breve brochure si evidenziano le conseguenze delle politiche dell&#8217;Unione Europea e degli Stati membri su chi scappa da povertà, guerra e cambiamenti climatici, la situazione del campo di Lipa e gli interventi di emergenza realizzati da Caritas Ambrosiana grazie alla generosità dei suoi sostenitori.</p>



<p>Accanto a questi interventi di emergenza è importante portare avanti un lavoro di sensibilizzazione e di denuncia della violazione dei diritti umani presso le istituzioni a tutti i livelli.</p>



<p>Ma c’è ancora tanto da fare. Lipa ha ancora bisogno di noi per non dimenticare. Per questo motivo crediamo che leggere, informarsi e soprattutto far conoscere quanto sta accadendo a Lipa, in Bosnia e in tutta la rotta balcanica, sia fondamentale per tutti.</p>



<p>Crediamo che la cultura dell’indifferenza si combatta anche raccontando cosa realmente accade, comprendendo le cause per sradicare i falsi miti che spesso accompagnano le notizie e i discorsi sui migranti e sulle migrazioni.</p>



<p>L’Europa si è accorta di questa situazione anche grazie all’impegno di chi non ha taciuto.</p>



<p>Per leggere il dossier:</p>



<p><a href="http://download.caritasambrosiana.it/wp-content/uploads/2021/03/Leuropa-si-è-fermata-a-Lipa-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://download.caritasambrosiana.it/wp-content/uploads/2021/03/Leuropa-si-è-fermata-a-Lipa-1.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>“Mafie e crisi” è il nuovo dossier R.I.G.A.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Jan 2021 08:49:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Legalità]]></category>
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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="212" height="300" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/01/mafie-e-crisi-cover-2020-212x300-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-14991"/></figure>



<p>(Da liberainformazione.org)</p>



<p>Mafie e crisi sono strettamente collegate. Le crisi, infatti, rappresentano una ulteriore opportunità di espansione dell’economia criminale e mafiosa. Un collegamento che&nbsp;<em>Libera Bologna</em>&nbsp;ha approfondito insieme a&nbsp;<em>Libera Informazione</em>&nbsp;nel dossier “<strong>Mafie e crisi</strong>”, un lavoro collettivo presentato venerdì 11 dicembre a Bologna all’interno del Festival dell’Informazione Libera e dell’Impegno.</p>



<p>Il dossier è il quarto dei lavori di approfondimento di Libera Bologna e Libera Informazione all’interno della collana&nbsp;<em>R.I.G.A. – Report e Inchieste di Giornalismo Antimafia</em>: dossier e tasselli per creare un quadro complessivo del fenomeno mafioso a Bologna, in una città dove la consapevolezza del radicamento mafioso è ancora limitata.</p>



<p>Dopo aver scritto di&nbsp;<a href="http://www.liberabologna.it/dossier/bologna-crocevia-dei-traffici-di-droga/?utm_source=rss&utm_medium=rss">narcotraffico e droghe</a>, di&nbsp;<a href="http://www.liberabologna.it/dossier/caporalato-emiliano/?utm_source=rss&utm_medium=rss">caporalato</a>&nbsp;e di&nbsp;<a href="http://www.liberabologna.it/corruzione-sepolta/?utm_source=rss&utm_medium=rss">corruzione</a>, l’associazione ha deciso di affrontare, in questo anno particolare, un tema più complesso, che parte dall’<strong>emergenza sanitaria</strong>&nbsp;per arrivare ad analizzare le&nbsp;<strong>crisi economica</strong>,&nbsp;<strong>sociale</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>culturale</strong>, fino a quella&nbsp;<strong>ambientale</strong>.</p>



<p>Il nuovo dossier dell’associazione affronta la tematica “Mafie e crisi” a partire dall’ultima&nbsp;<strong>crisi sanitaria</strong>&nbsp;causata dalla pandemia di Covid-19, analizzando le infiltrazioni e gli affari delle mafie, per collegarsi poi all’emergenza economica e sociale anch’essa in corso, con un’analisi dei cambiamenti delle mafie durante il lockdown, dei casi di corruzione, dell’infiltrazione nella ricostruzione economica.</p>



<p>Il collegamento successivo è con il rapporto tra infiltrazioni mafiose e criminali ed&nbsp;<strong>emergenza sociale</strong>, con un ragionamento sulla necessità di politiche sociali più forti, con esempi di casi e dati su Bologna. C’è, poi, l’approfondimento di un’altra crisi: quella&nbsp;<strong>ambientale</strong>, con un’analisi di casi specifici sul territorio emiliano – dalla ricostruzione post terremoto all’inchiesta sulla commercializzazione della ‘ndrangheta di ghiaia e sabbia del Po – e un ragionamento sulla crisi climatica e sul legame tra giustizia sociale e giustizia ambientale.</p>



<p>Il dossier chiude con un capitolo sui&nbsp;<strong>modelli per una ripartenza giusta</strong>, come le fabbriche recuperate dai lavoratori e dalle lavoratrici. Modelli positivi che ci danno&nbsp;l’idea di una battaglia da portare avanti che tiene conto del rispetto dei diritti, umani, dei lavoratori e delle lavoratrici, dell’ambiente e del territorio che viviamo.</p>



<p>Con i contributi di Lorenzo Frigerio, Ilvo Diamanti per Libera contro le mafie, la criminologa Anna Sergi, l’ex questore Piero Innocenti, il professore Alberto Vannucci, l’assessore Marco Lombardo, il ricercatore Michele Riccardi, il portavoce della Rete dei Numeri Pari Giuseppe De Marzo, il segretario della FIOM Bologna Michele Bulgarelli, il presidente dell’associazione Approdi Diego Manduri, la presidente di Arci Bologna Rossella Vigneri, i giornalisti Paolo Bonacini e Giulia Paltrinieri, il presidente della Cooperativa Gazzotti 18 Andrea Signoretti, Michele D’Alena di Fondazione Innovazione Urbana, Damiano Avellino di Fairbnb e Marianna Mea di Goodland – è scaricabile dal sito di Libera Bologna.</p>



<h3><strong>Scarica il dossier:&nbsp;<a href="http://www.liberainformazione.org/wp-content/uploads/2020/12/R.I.G.A.-Mafie-e-crisi.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss">R.I.G.A.-Mafie-e-crisi</a></strong></h3>
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