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	<title>emigrazione Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>&#8220;America latina. Diritti negati&#8221;. La Pista. La situazione nel confine tra Colombia e Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 08:42:28 +0000</pubDate>
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<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="1024" height="683" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17028" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-1024x683.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-300x200.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela-768x512.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2023/06/Il-confine-tra-Colombia-e-Venezuela.webp?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p></p>



<p>di Tini Codazzi</p>



<p>Cartone, latta, fango, oggetti riciclati, rifiuti, macerie; sono i materiali con cui cittadini colombiani e venezuelani hanno costruito le loro case in “La Pista”, una striscia di terra lunga due chilometri dove un tempo atterravano e decollavano gli aerei da e per la città di Maicao, al confine con il Venezuela. L’invasione è iniziata sette anni fa, quando diverse famiglie colombiano-venezuelane si sono stabilite in quest&#8217;area abbandonata, per necessità, perché non avevano un altro posto dove andare. Si stima che ora ci siano quasi 13.000 persone. Sopravvivono di commercio informale, riciclando e realizzando oggetti di artigianato che poi vendono come meglio possono, il tutto per comprarsi il pane quotidiano. Un uomo passa per le strade fangose con un asino che funge da cisterna, vendendo acqua in piccole bottiglie. Gli anni sono passati e “La Pista” è ora grande, occupa diversi isolati, circa 12.</p>



<p>Chi abita qui? Una consistente emigrazione venezuelana, la maggioranza forma parte della comunità Wayuu, un&#8217;etnia indigena che si trova in gran parte nello stato di Zulia (Venezuela) e La Guajira (Colombia).</p>



<p>È a tutti gli effetti un campo profughi. Il più grande dell&#8217;America Latina.</p>



<p>L&#8217;UNHCR ha un ufficio a Maicao e fa il possibile per aiutarli, facendo pressione al governo locale affinché possano avere per lo meno i due servizi di base: acqua ed elettricità.</p>



<p>Uno dei maggiori problemi è la popolazione infantile. I bambini non possono andare a scuola, passano le giornate come cani randagi in cerca di qualche gioco da fare, passeggiando e curiosando per il campo, sono costantemente minacciati dalla criminalità, dalla guerriglia e dalle bande che potrebbero reclutarli o avvicinarli al consumo di droga, nonché prede facili per le malattie infettive.</p>



<p>Come in tutti gli insediamenti abusivi, emergono dei leader, uomini e donne che prendono il comando e gestiscono le situazioni difficili per conto dei loro vicini. Uno di loro è Yusmelina Avila. In un articolo apparso su <a href="https://www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-65501349?utm_source=rss&utm_medium=rss">BBC Mundo</a> lo scorso giugno, si legge che Yusmelina gestisce un centro di formazione per bambini chiamato <em>Aldeas</em>. Infermiera in Venezuela, &#8220;Nessuno&#8221; in Colombia. Sopravvive facendo e vendendo dolci insieme al marito. Dice: &#8220;Le famiglie numerose sono una parte essenziale della cultura Wayuu. Qui a “La Pista” ci sono madri single di 23 anni che hanno fino a dieci figli. Si stima che un terzo della popolazione sia minorenne. Si presume che la gente sia venuta qui perché ci sono servizi di assistenza migliori, e sì, la Colombia ha fornito protezione, ci sono metodi contraccettivi, ma la gente non lo fa (…) E non ci sono abbastanza scuole per così tanti bambini, e quelle che ci sono non sono abbastanza buone.<br>La maggior parte di loro è costretta a frequentare le scuole nelle <em>rancherías</em>, un formato unico nella zona, dove gli insegnanti danno priorità al numero di bambini accolti piuttosto che alla qualità dell&#8217;istruzione. Vengono pagati per ogni alunno registrato”.</p>



<p>Agghiacciante pensare al futuro di questi bambini, tanti non sanno nemmeno leggere, pensare a quando piove in una zona fangosa come quella, alle malattie, alla denutrizione, agli anziani, alla rete fognaria che non esiste, all’insicurezza durante la notte buia, alle ragazze che non hanno una famiglia che le protegga…</p>



<p>I governi colombiani hanno fatto molte promesse per aiutare la popolazione di “La Pista”, ma non è stato fatto nulla di concreto. Nulla di nuovo. Guardiamo a nord, a sud, a est e a ovest del mondo, siamo circondati da campi profughi. Sono l&#8217;unica a porsi delle domande?<br><br></p>
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		<title>BookCity sta arrivando e noi ci saremo</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Oct 2018 07:10:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani è felice di partecipare alla prossima edizione di Bookcity con due autori diversi, ma importanti! Primo appuntamento sarà con NICOLETTA BORTOLOTTI, autrice del romanzo Chiamami sottovoce. Sabato 17 novembre,&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11520" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1600" height="1131" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1-300x212.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1-768x543.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/bc_verticale_positivo_rgb1-1024x724.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1600px) 100vw, 1600px" /></a></p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> è felice di partecipare alla prossima edizione di Bookcity con due autori diversi, ma importanti!</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/9788869053122_0_0_502_75.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-11521" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/9788869053122_0_0_502_75.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="230" height="345" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/9788869053122_0_0_502_75.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 335w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/10/9788869053122_0_0_502_75-200x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 200w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></a></p>
<p><span style="color: #ff0000;">Primo appuntamento</span> sarà con NICOLETTA BORTOLOTTI, autrice del romanzo <em><strong>Chiamami sottovoce. </strong></em></p>
<p>Sabato 17 novembre, ore 20</p>
<p>presso Temporitrovatolibri, Milano</p>
<p>Corso Garibaldi 17 (MM2 Lanza, Garibaldi)</p>
<p>Alla presenza dell&#8217;autrice</p>
<p>Modera: Ilaria Rudisi</p>
<p><strong>Il libro:</strong> È primavera, eppure la neve ricopre la cima del San Gottardo, monumento di roccia che si staglia sopra il piccolo paese di Airolo. La Maison des roses è ancora lì, circondata da una schiera di abeti secolari: sono passati molti anni, ma a Nicole basta aprire il cancello di ferro battuto della casa d&#8217;infanzia per ritrovarsi immersa nel profumo delle primule selvatiche ed essere trasportata nei ricordi di un tempo che credeva sommerso. È il 1976 e Nicole ha otto anni, un&#8217;età in bilico tra favole e realtà, in cui gli spiriti della montagna accendono lanterne per fare luce su mondi immaginari. Nicole ha un segreto. Nessuno lo sa tranne lei, ma accanto alla sua casa vive Michele, che di anni ne ha nove e in Svizzera non può stare. È un bambino proibito&#8230;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="color: #ff0000;">Secondo appuntamento</span> sarà con FRANCESCO PIOBBICHI, autore del libro <em><strong>Disegni dalla frontiera</strong></em></p>
<p>Domenica 18 novembre, ore 11</p>
<p>presso MUDEC, Milano</p>
<p>Via Tortona 56 (MM2 Porta Genova e Sant&#8217;Agostino)</p>
<p>Alla presenza dell&#8217;autore e di Paolo Pobbiati, rappresentante di Amnesty-Italia</p>
<p>Modera: Veronica Tedeschi</p>
<p><strong><span style="color: #000000;">Il libro</span></strong>:</p>
<p>Disegnare vuol dire entrare dentro se stessi, una volta che riesci a illustrare quello che ti attraversa, quell’immagine diventa una chiave di una porta di un racconto che attraversa le frontiere. Un racconto necessario di storie altrimenti consegnate all’oblio del mare. I disegni dalla frontiera si incastrano fra loro perfettamente, potrebbero essere usati come i tarocchi per costruire un racconto della storia dell’umanità, per leggerne il suo futuro mentre racconti il presente.</p>
<p>C’è qualcosa di epico in quello che avviene oggi nel Mediterraneo, qui rinasce e muore il mito fondativo dell’umanità nuova. C’è Ulisse e Itaca, Nettuno e la guerra di Troia, c’è l’Esodo di Mosè e la passione di Cristo che ritornano. I miei disegni non sono curati, sono a presa diretta e non potrebbero essere altrimenti. Nascono e muoiono in poche decine di minuti, mischiano colori vivi che danno speranza con la durezza delle cose che raccontano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Migrare per vivere non per morire! Fermiamo la strage!</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jul 2018 06:53:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>RICEVIAMO QUESTO COMUNICATO, DIFFONDIAMO e PARTECIPIAMO! &#160; Da oltre tre anni la rete Milano Senza Frontiere marcia, ogni primo giovedì del mese, in piazza della Scala a Milano, per i nuovi desaparecidos, per le&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><b>RICEVIAMO QUESTO COMUNICATO, DIFFONDIAMO e PARTECIPIAMO!</b></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/37770461_1102797669885775_3849970433155661824_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11043" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/37770461_1102797669885775_3849970433155661824_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="766" height="403" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/37770461_1102797669885775_3849970433155661824_o.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 766w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/07/37770461_1102797669885775_3849970433155661824_o-300x158.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 766px) 100vw, 766px" /></a></p>
<p><span style="font-size: medium;">Da oltre tre anni la rete Milano Senza Frontiere marcia, ogni primo giovedì del mese, in piazza della Scala a Milano, per i nuovi desaparecidos, per le persone decedute o disperse nel Mediterraneo e lungo le rotte che portano verso l’Europa.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Negli ultimi mesi la situazione è terribilmente peggiorata: gli accordi con la Libia, la chiusura dei porti e le omissioni di soccorso in mare hanno portato quest’anno la cifra dei morti e dispersi a quasi 1500, di cui quasi la metà soltanto nel mese di luglio. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;">È in atto un vero e proprio genocidio legittimato dai dispositivi della politica del nuovo governo italiano.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><b>Non possiamo né vogliamo rimanere indifferenti a tale scempio!</b></span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Per questo nell’assemblea cittadina fatta il 18 giugno è stato deciso che al termine della prossima marcia, il giovedì 2 agosto, ci sdraieremo tutti e tutte in piazza della Scala e lì resteremo inermi per ricordare, con la concretezza dei nostri corpi, che ciò di cui parliamo non sono numeri, ma vite umane.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo ricordare che le migrazioni costituiscono un processo comune a tutte le donne e a tutti gli uomini. Sono quasi 5 milioni gli italiani e le italiane emigrate all’estero (fonte A.I.R.E). E a loro basta soltanto avere il passaporto europeo per poterlo fare.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vogliamo ricordare, quindi, che il principio per cui si stabilisce se una persona è legittimata a emigrare o meno è sostanzialmente un principio classista e razzista. I ricchi possono migrare. I poveri non hanno il diritto di farlo. Gli europei o chi appartiene al nord del mondo hanno il diritto di partire per cercare un futuro migliore; chi è nato nel sud del mondo non può aspirare a migliorare la propria condizione.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">I corpi delle persone del sud del mondo, in particolare delle persone nere, pagano per questo. Sono i corpi vessati nei campi di concentramento in Libia (che le autorità europee continuano a etichettare come porto sicuro), sono i corpi annegati in mare; sono i corpi sfruttati, umiliati, denigrati e persino ammazzati dal dilagante fascismo europeo come dimostrano i numerosi omicidi di matrice xenofoba lungo tutta la nostra penisola nel solo anno corrente.</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Non possiamo fare finta di niente e abbiamo bisogno di voi per farci sentire!</span></p>
<p><span style="font-size: medium;">Vi aspettiamo tutte e tutti in piazza della Scala giovedì 2 agosto alle ore 18:30!</span></p>
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		<title>Venezuela. La VOCE della diaspora</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2017 08:15:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Tini Codazzi &#160; Nel 2015 il grande poeta venezuelano Rafael Cadenas, Premio García Lorca di poesia in Spagna scriveva: Se mi chiedessero dove si trova il Venezuela? Dovrei dire che si trova in&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">di Tini Codazzi</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Nel 2015 il grande poeta venezuelano Rafael Cadenas, Premio García Lorca di poesia in Spagna scriveva: </span></span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Se mi chiedessero dove si trova il Venezuela? Dovrei dire che si trova in Messico, a Miami e in altre zone dell&#8217;entroterra degli Stati Uniti. Si trova in Colombia, in Ecuador, in Spagna, in Panama, in Cile e persino negli Emirati Arabi (…) Venezuela oggi è una nazione dispersa nel mondo. Dov’è radicato il talento, l’intelligenza e il lavoro dei venezuelani, lì si trova il Venezuela (…) </i></span></span><i> </i></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">E io aggiungo: adesso, questo Venezuela mondiale ha un volto e una voce perché lo scorso 17 novembre è scappato dal Venezuela Antonio Ledezma, sindaco metropolitano della città di Caracas, simbolo dei prigionieri politici insieme a Leopoldo López; Ledezma era agli arresti domiciliari dal 2015 per presunta cospirazione contro il governo di Nicolás Maduro. È fuggito verso la frontiera colombiana. E’uscito di casa, superando innumerevoli punti di controllo della polizia e dei militari, quindi è arrivato in Colombia e dopo alcune ora è partito in aereo, destinazione Spagna. Tra le prime dichiarazioni ha detto che per fuggire ha ricevuto aiuto da parte delle forze armate e che il governo aveva “altri progetti” per lui. Senz’altro, penso che questa avventura da film non sarebbe stata possibile senza aiuto. Questo però è un segno molto interessante di quello che sta succedendo all’interno del governo, ampie spaccature nelle forze armate e nella cupola di Nicolás Maduro. Evidentemente il governo è sempre più fragile, le crepe sono sempre più profonde. Ma la vendetta doveva arrivare. Mentre scrivo queste righe è in atto una caccia alle streghe con la detenzione di 18 persone: 3 dipendenti del comune metropolitano, 12 funzionari del Sebin (la polizia della dittatura), 2 guardie private e l’amministratore del condominio dove ha l’abitazione il sindaco Ledezma.</span></span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/antonioledezma.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9802" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/antonioledezma.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="700" height="430" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/antonioledezma.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/antonioledezma-300x184.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In questo momento, Ledezma rappresenta la più importante figura della diaspora venezuelana. Diaspora che è aumentata in modo esponenziale negli ultimi anni a causa della crisi. Gente di tutte le età, classi sociali e livelli di istruzione costretta a lasciare il paese alla ricerca di una vita migliore, una vita decente. Un gran numero di persone che in altre circostanze non avrebbero mai lasciato il paese. Il Venezuela è un paese che ospita, un paese con forti radici, nella storia non è mai stato un popolo emigrante, piuttosto uno che nei secoli ha aperto le braccia a europei, nord africani, arabi, agli stessi latinoamericani, ecc., e li ha fatti suoi, li ha accolti sempre come fratelli. L’emigrazione sistematica dal Venezuela è iniziata 18 anni fa con l’avvento al potere di Hugo Chávez e nel governo di Nicolás Maduro si è intensificata. L’Osservatorio della Diaspora Venezuelana ha pubblicato uno studio coordinato dal sociologo Tomás Páez e in quelle pagine si parla di più di 2 milioni di venezuelani nel mondo. Questo esodo massiccio è impressionante ed è la dimostrazione che la crisi umanitaria è insopportabile. Le cifre “non ufficiali” parlano chiaro: 440.000 persone negli Stati Uniti, 230.000 in Spagna, 150.000 in Italia, 100.000 in Portogallo, 30.000 in Francia, più di 220.000 in tutta America Latina, persino 2.500 negli Emirati Arabi… In tutti e cinque i continenti ci sono venezuelani. Di tutta la popolazione all’estero più del 88% è rappresentata dai cervelli in fuga, professionisti con alti livelli accademici. Queste cifre sono state pubblicate da diverse ricerche universitarie e appunto, dall’Osservatorio della Diaspora, ma non sono mai state ufficializzate né dal governo, né da nessun ministero. Come sempre il governo tace o nasconde l’informazione. Più passa il tempo, più le cifre aumentano e meno parla il governo.</span></span></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9803" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="600" height="600" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 600w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/Weil-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" />Caricatura di Ricardo Weil.</p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Le diverse comunità venezuelane nel mondo rappresentano le nuove ambasciate della parola, le voci del paese nel mondo. Voci che dagli USA all’Australia, passando per l’Italia e la Spagna denunciano all’unisono, danno informazione, diffondono, parlano delle loro esperienze, aiutano come possono in nome di tutti i connazionali che in Venezuela non hanno voce o non possono parlare, in nome dei prigionieri politici e delle loro famiglie, dei bambini malati e denutriti, degli adolescenti e giovani che non hanno un futuro, dei malati negli ospedali che non hanno nemmeno un’aspirina in mano, della gente di tutte le età che muore di fame, delle famiglie spaccate, degli anziani che sono rimasti soli senza i figli e i nipoti perché, appunto, questi parenti fanno parte della gigantesca diaspora. </span></span></p>
<p><span lang="it-IT">Per cui, Antonio Ledezma sicuramente sarà la nostra voce più autorevole, senz’altro sarà più utile fuori dal paese mentre alza la sua voce, che dentro in prigione e con il bavaglio in bocca. Il bavaglio è rimasto per terra nella sua casa di Caracas e in compenso come valigia ha portato con sè soltanto una bandiera. </span></p>
<p><span style="font-size: medium;"><span lang="es-ES">¡</span></span><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">BASTA YA!</span></span></p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/cartel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9804" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/cartel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="928" height="561" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/cartel.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 928w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/cartel-300x181.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/cartel-768x464.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 928px) 100vw, 928px" /></a></p>
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		<title>Figli sospesi: dalla Romania, le persone che accudiscono chi resta</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2016 08:18:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“FIGLI SOSPESI” @Speciale Tg1 RAI1“FIGLI SOSPESI” @Speciale Tg1 RAI1 di Alessandro GAETA. L&#8217;Associazione per  i diritti umani ringrazia moltissimo Silvia Dumitrache. Un viaggio nella Romania poco conosciuta, quella da cui emigrano coloro che portano avanti&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><a href="http://“FIGLI%20SOSPESI”%20@Speciale%20Tg1%20RAI1?utm_source=rss&utm_medium=rss">“FIGLI SOSPESI” @Speciale Tg1 RAI1</a><a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-04564afa-5950-4943-8100-2b90f8dba2b4.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">“<span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">FIGLI SOSPESI”</span></span></a><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"> @Speciale Tg1 RAI1</span></span></p>
<p align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">di Alessandro GAETA.</span></span></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><em>L&#8217;Associazione per  i diritti umani</em> ringrazia moltissimo Silvia Dumitrache.</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Un viaggio nella Romania poco conosciuta, quella da cui emigrano coloro che portano avanti le nostre case, i nostri figli, i nostri anziani. A Speciale Tg1 un reportage per conoscere l’altra faccia dell’immigrazione. Villaggi fatti di nonni e nipoti, interi paesi dove manca quasi del tutto la generazione di mezzo, quella tra i venti e i cinquant’anni, fuggita all’estero in cerca di lavoro, la gran parte in Italia dove sono 1.200.000 i romeni residenti. Per lo più donne che lavorano come badanti. Questa è oggi la Moldavia Romena, la più povera regione della Romania, a quasi dieci anni dall’ingresso nell’Unione Europea dove sono oltre trecentomila i bambini costretti, a causa dell’emigrazione, a crescere senza le madri.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">A Speciale Tg1 la storia di Vasilica e di tante altre mamme costrette a non vedere crescere i propri bambini. Un dramma dimenticato che produce traumi sia nei genitori che nei figli, per il quale non si fa nulla. Eppure alle volte basterebbe un computer e il collegamento ad internet per tenere saldo un rapporto. Ma quanti sono gli italiani che conoscono, anche avendola in casa, <a href="http://www.linkiesta.it/it/article/2014/09/11/orfani-bianchi-il-costo-drammatico-delle-badanti/22810/?utm_source=rss&utm_medium=rss">l’altra faccia dell’emigrazione</a>? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Tra i collaboratori del reportage <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-04564afa-5950-4943-8100-2b90f8dba2b4.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">“Figli sospesi”,</a> <a href="http://www.huffingtonpost.it/2014/05/09/romania-sindrome-italia_n_5295426.html?utm_source=rss&utm_medium=rss">Silvia Dumitrache,</a> presidente <a href="https://dumitrachesilvia.wordpress.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">Associazione Donne Romene in Italia – A.D.R.I</a>., coordonatrice del progetto <a href="https://teiubestemamasilviadumitrache.wordpress.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">“Mamma ti vuole bene!”</a> </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">Ecco il trailer:</p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/sBfG1hMICvI?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>L&#8217;ultimo arrivato: il romanzo vincitore del premio Campiello</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Sep 2015 05:06:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/09/images-%2876%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/09/images-%2876%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<p>Negli anni Cinquanta a spostarsi dal Meridione al Nord in cerca di lavoro non erano solo uomini e donne pronti all’esperienza e alla vita, ma anche bambini a volte più piccoli di dieci anni che mai si erano allontanati da casa. Il fenomeno dell’emigrazione infantile coinvolge migliaia di ragazzini che dicevano addio ai genitori, ai fratelli, e si trasferivano spesso per sempre nelle lontane metropoli. Questo romanzo è la storia di uno di loro,di un piccolo emigrante, Ninetto detto pelleossa, che abbandona la Sicilia e si reca a Milano. Era la fine del ’59, avevo nove anni e uno a quell’età preferirebbe sempre il suo paese, anche se è un cesso di paese e niente affatto quello dei balocchi». Ninetto parte e fugge, lascia dietro di sé una madre ridotta al silenzio e un padre che preferisce saperlo lontano ma con almeno un cenno di futuro. Quando arriva a destinazione, davanti agli occhi di un bambino che non capisce più se è «picciriddu» o adulto si spalanca il nuovo mondo, la scoperta della vita e di sé.&nbsp; </p>
<p>Queste alcuni brani della descrizione del romanzo <em>L&#8217;ultimo arrivato</em>, edito da Sellerio, di Marco Balzano, vincitore del premio Campiello 2015.&nbsp;&nbsp;&nbsp; </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/09/untitled-%2871%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/09/untitled-%2871%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha intervistato l&#8217;autore che ci regalato queste sue parole.&nbsp; </p>
<p>Ringraziamo tantissimo Marco Balzano.</p>
<p>Quanto è importante, oggi, ricordare l&#8217;emigrazione interna italiana?</p>
<p> Moltissimo. La memoria va tenuta in vita per rapportarsi in maniera più efficace col presente. È utile per non interpretare tutto alla luce di allarmismi e demagogie, ma in maniera politicamente più incisiva per risolvere civilmente le grandi questioni e migliorare la nostra immagine rispetto ad atteggiamenti passati.</p>
<p>&nbsp;Perché la scelta di un bambino come protagonista della storia?</p>
<p>&nbsp;Perché l&#8217;emigrazione infantile e minorile in genere è stata una faccia dell&#8217;emigrazione di cui, nonostante il tema in genere sia stato molto battuto anche in letteratura per tutto il secolo scorso e l&#8217;inizio del nuovo millennio, si è parlato poco, per non dire niente.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;Non si tratta di un racconto autobiografico: quali sono state le ricerche che hanno preceduto la stesura del libro?&nbsp;</p>
<p>No, non c&#8217;è nulla di autobiografico. Anzi, la difficoltà è stata togliersi completamente, non inciampare in questa storia. Ho prima studiato l&#8217;argomento dal punto di vista storico e sociologico, poi ho intervistato quei settantenni che sono emigrati da “picciriddi”. L&#8217;ho fatto senza prendere appunti, in modo che le loro parole si potessero liberamente confondere in me e dar vita a un personaggio di fantasia ma che prendesse spunto da vite vere. Volevo scrivere un storia, una narrazione, non un romanzo storico o sociologico: la storia di una vita.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;Quali sono le riflessioni che il testo suggerisce ai ragazzi che lo leggeranno?&nbsp;</p>
<p>&nbsp;Il mondo dei giovani, ancor più di quello degli adulti, corre velocissimo. Tutto cambia in fretta, non si fa in tempo a desiderare qualcosa che subito ne esiste una versione più aggiornata. In questa rapidità le vite diverse dalle nostre sembrano sempre trapassato remoto. Non è così, invece: e la letteratura in genere ci connette con tempi, spazi ed esistenze  in cui non eravamo presenti. Compie un&#8217;operazione di avvicinamento del diverso e dell&#8217;ignoto e permette di conoscerlo. Nel mio piccolo, penso che anche la storia di Ninetto, il mio protagonista, possa innescare questo processo di scoperta.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;A chi dedica questo premio?</p>
<p>A mia figlia Caterina e a mia moglie Anna, un editor straordinario che ha vagliato e setacciato tutte le mie parole rendendole migliori. E poi, si sa, non è mai semplice convivere con uno scrittore!&nbsp;</p>
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		<title>Donne di sabbia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Oct 2014 06:10:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Cari lettori, vi giriamo questa comunicazione che ci riteniamo interessante. Da diversi anni il gruppo teatrale Donne di sabbia aderisce al Tavolo torinese per le Madri di Ciudad Juárez. Partendo dal femminicidio che si&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Cari lettori, vi giriamo questa comunicazione che ci riteniamo interessante.</p>
<p>Da diversi anni il gruppo teatrale Donne di sabbia aderisce al Tavolo torinese per le Madri di Ciudad Juárez. Partendo dal femminicidio che si consuma in questa città messicana, il Tavolo si interessa anche del tragico fenomeno dei migranti centroamericani che attraversano il Messico per raggiungere la frontiera con gli Stati Uniti. Durante il tragitto i migranti subiscono le violenze di gruppi criminali che trovano in questa tratta di esseri umani una nuova fonte di reddito. Dal deserto messicano al Mediterraneo il problema dei migranti pone degli interrogativi ma anche la necessità di &#8220;non ripetere errori di sottovalutazione di fenomeni che ci paiono lontani ma che sono drammaticamente dietro l&#8217;uscio di casa&#8221;.</p>
<p> E&#8217; così nata l&#8217;idea della Carovana italiana per i diritti dei migranti, per la dignità e la giustizia (che, partendo da Lampedusa risalirà la penisola italiana per arrivare a Torino, dal 23 novembre al 6 dicembre) in solidarietà con la Caravana de Madres Centroamericanas buscando a sus migrantes desaparecidos (che si svolgerà in Messico nello stesso periodo).</p>
<p>Per i dettagli sulla Carovana vi invito a visitare:</p>
<p>Web <a href="http://www.carovanemigranti.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss">http://www.carovanemigranti.org/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>Facebook <a href="https://www.facebook.com/carovane?utm_source=rss&utm_medium=rss">https://www.facebook.com/carovanemigranti?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p>Twitter <a href="https://twitter.com/Cmigranti?utm_source=rss&utm_medium=rss">CarovaneMigranti (@CMigranti) | Twitter</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Donne di sabbia</p>
<p><a href="http://www.donnedisabbia.com/?utm_source=rss&utm_medium=rss">www.donnedisabbia.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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		<title>Lontano da Mogadiscio: partire dal Passato per capire meglio il Presente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Dec 2013 06:31:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Shirin Fazel Ramzanali è nata a Mogadiscio; ha studiato nelle scuole italiane della Somalia, agli inizi degli anni &#8217;70, e poi si è trasferita in Italia, con la sua famiglia, per fuggire dal regime&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cover.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/cover.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="320" width="247" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Shirin<br />
Fazel Ramzanali è nata a Mogadiscio; ha studiato nelle scuole<br />
italiane della Somalia, agli inizi degli anni &#8217;70, e poi si è<br />
trasferita in Italia, con la sua famiglia, per fuggire dal regime<br />
dittatoriale di Siad Barre.  Nel 1994 ha scritto un libro, diventato<br />
un testo fondamentale per parlare di colonialismo e primo vero<br />
esempio di letteratura italiana della migrazione.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Un<br />
testo che narra la Storia attraverso uno stile &#8220;meticcio&#8221;:<br />
spunti, considerazioni, note biografiche, riflessioni politiche. Un<br />
libro diviso in sei parti: la prima incentrata sulla Somalia un Paese<br />
che, come scrive l&#8217;autrice: &#8220;Un tempo era il Paese delle<br />
favole&#8221;; nella seconda parte predomina l&#8217;aspetto autobiografico<br />
con la diffidenza, da aprte degli italiani, nei confronti di chi<br />
aveva il colore della pelle più scuro; poi la scrittrice racconta i<br />
viaggi all&#8217;estero a fianco del marito e, nella quarta parte, riporta<br />
la brutalità della guerra civile in Somalia per riprendere<br />
l&#8217;argomento nella sezione successiva in cui spiega come il suo Paese<br />
d&#8217;origine sia stato sfruttato dalle superpotenze occidentali. La<br />
scrittrice, infine, racconta l&#8217;inserimento nella società italiana.
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Lontano<br />
da Mogadiscio torna in versione e-book e in edizione bilingue<br />
(italiano e inglese) ed è arricchito da una postfazione di Simone<br />
Brioni.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
intervistato per voi Shirin Fazel Ramzanali che ringraziamo<br />
tantissimo per la sua disponibilità&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<table cellpadding="0" cellspacing="0" class="tr-caption-container" style="float: right; margin-left: 1em; text-align: right;">
<tbody>
<tr>
<td style="text-align: center;"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/autrice-Shrin.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; margin-bottom: 1em; margin-left: auto; margin-right: auto;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2013/12/autrice-Shrin.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></td>
</tr>
<tr>
<td class="tr-caption" style="text-align: center;">Shirin<br />
Fazel Ramzanali</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p><b>Perchè la<br />
decisione di far uscire di nuovo il libro, apparso nel 1994, come<br />
primo testo di letteratura post-coloniale?</b></p>
<p>Lontano da Mogadiscio,<br />
a distanza di vent’anni è un libro vivo, fa discutere su temi<br />
importanti. E’stato usato e lo usano tuttora nella sezione di<br />
Italianistica in molte università. Purtroppo il cartaceo, dopo un<br />
numero di anni, va fuori stampa e diventa introvabile. La nuova<br />
versione è bilingue, italiano-inglese; ed il fatto che è in formato<br />
e-book lo rende reperibile ad un’ampia cerchia di lettori<br />
internazionali. </p>
<p>
E’ una opportunità<br />
per i giovani (italiani e somali) che vorranno leggerlo, scoprire che<br />
Mogadiscio un tempo poteva sembrare una città di provincia italiana.<br />
Si tende a guardare il presente senza riflettere sul passato,<br />
dimenticando molto spesso che il fenomeno dell’immigrazione è in<br />
parte anche legato ad un passato coloniale di molte nazioni europee.</p>
<p>La versione inglese è<br />
tradotta da me. Alcuni brani li ho riscritti, per cercare di<br />
trasmettere le emozioni del momento. Questa riscrittura sicuramente<br />
darà una nuova chiave di lettura al testo.<br />
</p>
<p>Nei capitoli inediti<br />
parlo delle mie esperienze degli ultimi decenni maturate durante le<br />
mie permanenze in paesi diversi, racconto di luoghi come la città<br />
inglese di Birmingham dove risiede una folta comunità di somali.<br />
Sono a contatto con la diaspora e consapevole di tutte le<br />
problematiche e difficoltà che si trascina dietro. Inoltre, osservo<br />
e racconto con distacco questa Italia che sta cambiando volto, ma<br />
ahimè attuando anche nuove sottili forme di discriminazione.</p>
<p><b>Che cosa è<br />
cambiato, a distanza di vent&#8217;anni, nel suo Paese d&#8217;origine?</b><br />
</p>
<div style="margin-left: 0.8cm;">
</div>
<p>Purtroppo in questi<br />
ultimi vent’anni la Somalia è stata violentata, sfruttata,<br />
calpestata senza avere una voce in capitolo a livello mondiale come<br />
stato sovrano. Milioni di rifugiati sparsi nei quattro continenti,<br />
hanno faticato per rifarsi una nuova vita. Anche se fisicamente<br />
lontani, hanno sempre sostenuto, con le loro rimesse ai parenti,<br />
l’economia del paese. Abbiamo una generazione che ha conosciuto<br />
solo guerra e continua a cercare all’estero una vita migliore. Sono<br />
ancora fresche nella memoria le immagini delle centinaia di persone<br />
che hanno perso la vita nel Mediterraneo. I giovani che rappresentano<br />
il futuro della nazione purtroppo non hanno prospettive. Penso che la<br />
Somalia ha sofferto abbastanza, e ha vissuto sulla propria pelle gli<br />
orrori di una guerra civile. Certamente c’è chi ha beneficiato di<br />
questa situazione, ma non voglio innescare una polemica.<br />
Voglio essere positiva<br />
anche perché finalmente per la Somalia si è aperto un nuovo<br />
orizzonte. Anche se ci sono elementi che mirano a destabilizzare il<br />
paese, si ha la palpabile sensazione di una luce in fondo al tunnel.<br />
Oggi c’è un governo stabile, e riconosciuto. A Mogadiscio si<br />
stanno riaprendo le ambasciate. Il paese cerca una rinascita in tutti<br />
i settori. Questa energia positiva ha innescato nei somali che vivono<br />
all’estero la voglia di ritornare in patria e di portare il loro<br />
know-how acquisito in questi lunghi anni di forzato esilio. </p>
<p><b>Ci può raccontare<br />
quali sono state le difficoltà durante il suo inserimento nella<br />
società italiana? </b></p>
<p>Io sono arrivata in<br />
Italia nei primi anni settanta già come cittadina italiana. Avendo<br />
frequentato le scuole italiane, ed essendo bilingue sin da bambina,<br />
non ho avuto barriere a livello linguistico. Venendo però da una<br />
città multiculturale, mi sono dovuta adattare ad una città<br />
provinciale italiana che prima di allora non aveva avuto contatti con<br />
persone di provenienza africana. Ho subìto sguardi di gente curiosa,<br />
che mi rivolgeva domande imbarazzanti. Non è bello sentirsi<br />
osservata come un fenomeno di baraccone. </p>
<p><b>Qual è il suo<br />
rapporto con l&#8217;Italia e con gli italiani, oggi?</b></p>
<p>L’Italia è il mio<br />
paese, ho vissuto i cambiamenti politici e sociali degli ultimi<br />
quaranta anni. I miei genitori sono sepolti qui. I miei figli e<br />
nipoti sono nati in questa terra . Mi sento inserita, vivo e<br />
partecipo i problemi che tutti i cittadini affrontano. Il mio<br />
rapporto con l’Italia di oggi è quello che vivono un po’ tutti.<br />
Anche se vivo all’estero, grazie alla tv satellitare e le varie<br />
risorse che la tecnologia ci offre, sono quotidianamente in contatto<br />
con la realtà italiana. Sono estremamente delusa da una classe<br />
politica che ha portato il paese allo sfascio, nonostante gli enormi<br />
sacrifici imposti alle famiglie italiane, nonostante le continue<br />
vessazioni subite dai piccoli imprenditori che sono la linfa vitale<br />
dell’economia italiana e malgrado il lavoro umile degli immigrati<br />
che con i loro sacrifici tengono a galla numerosi settori e<br />
contribuiscono fattivamente alla formazione del Pil. Vorrei<br />
finalmente al governo delle persone veramente capaci, in sintonia con<br />
il popolo e che avessero come priorità il benessere dell’Italia.<br />
In altre parole io, tutti noi vogliamo assistere ad un cambiamento<br />
positivo nella gestione della cosa pubblica. </p>
<p>
Come italiana di<br />
origine somala, sono delusa del fatto che il governo italiano ha<br />
fatto troppo poco per accogliere i rifugiati somali. Come persona<br />
migrante sono indignata che</p>
<p>gli immigrati vengano<br />
penalizzati da leggi che non tutelano la loro dignità di persona o<br />
di cittadini.</p>
<p>Il mio rapporto<br />
<em><i>vis</i></em>-à-<em><i>vis</i></em><br />
con gli italiani è di vecchia data, gli ho avuti come compagni dai<br />
tempi dell’asilo. “Ragazzi” con cui sono a contatto ancora<br />
oggi. Tra gli italiani ho amici, conoscenti e persone che stimo<br />
moltissimo. Conosco e scambio quattro chiacchiere con le persone che<br />
abitano nel mio quartiere. Ho un rapporto di confidenza con i miei<br />
vicini, ci beviamo un tè insieme. Io non mi creo barriere mentali.</p>
<p><b>Secondo lei, gli<br />
italiani hanno cambiato mentalità o permangono pregiudizi<br />
consolidati nei confronti degli stranieri?</b></p>
<p>Non mi piace<br />
generalizzare. Sparsi come formiche, per tutto il territorio italiano<br />
c’e il lavoro di migliaia di persone che ogni giorno si danno da<br />
fare per costruire una società sana e priva di pregiudizi.<br />
<br />
Purtroppo sui media<br />
vanno a finire soltanto gli episodi di intolleranza e razzismo più<br />
eclatanti, ma riportati in una prospettiva che invece di condannarli<br />
senza possibilità di appello innescano piuttosto sterili polemiche<br />
che si trascinano inutilmente per settimane. Ci sono i politici che<br />
usano questo tipo di propaganda per fini elettorali. Di conseguenza<br />
l’uomo comune si lascia trascinare in questo vortice che non fa<br />
altro che alzare il livello di scontro e aumentare le paure per<br />
“l’altro”. Quello che secondo me deve cambiare nella nostra<br />
società è di dare spazio alla meritocrazia. Leggi che tutelano gli<br />
immigrati facendoli sentire anche politicamente parte del territorio<br />
in cui vivono. Non ghettizzarli. Riconoscere come cittadini italiani<br />
i ragazzi nati e cresciuti nel nostro paese, che in effetti sono<br />
italiani.</p>
<p>Che senso ha dire ad<br />
un giovane di pelle scura, nato e cresciuto in Italia di tornare al<br />
suo paese?<br />
</p>
<p>Solo quando una<br />
società dà pari opportunità ai propri cittadini allora cambia il<br />
modo di pensare, il modo di percepire l’altro.</p>
<p>Non si può credere di<br />
avere dei privilegi solo perché si è bianchi.<br />
</p>
<p>Non scordiamoci che la<br />
ricchezza dell’ Europa è costruita dallo sfruttamento di risorse<br />
primarie che provengono da paesi etichettati “poveri”.<br />
</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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			</item>
		<item>
		<title>La gabbia dorata: al cinema per riflettere ancora sul tema delle migrazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Nov 2013 06:04:00 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Siria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E&#8217; uscito nelle sale italiane ieri, 7 novembre, un film utile e interessante: La gabbia dorata che, attraverso il codice linguistico dell&#8217;arte cinematografica, approfondisce e fa riflettere su uno dei temi di maggiore attualità&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div style="margin-bottom: 0cm;">
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E&#8217;<br />
uscito nelle sale italiane ieri, 7 novembre, un film utile e<br />
interessante: <i>La gabbia<br />
dorata </i>che,<br />
attraverso il codice linguistico dell&#8217;arte cinematografica,<br />
approfondisce e fa riflettere su uno dei temi di maggiore attualità<br />
sociale e politica, quello delle migrazioni.
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<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
deciso di pubblicare per voi la recensione di Luca Scarafile, in<br />
collaborazione con Cinequanon.it.
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<strong><i>La jaula de oro</i></strong><br />
(<i>La gabbia dorata</i>),<br />
nelle sale italiane dal 7 novembre, non è certo un film che è stato<br />
trascurato dalla critica. A testimoniarlo ci sono il Grifone d’oro<br />
al Giffoni Film Festival, il prestigioso <i>A<br />
certain talent prize </i>a<br />
Cannes, infine la recente consacrazione, in data 6 ottobre 2013, con<br />
il trionfo al nono Festival di Zurigo. Riconoscimento quest’ultimo<br />
che, mai come questa volta, ci colpisce come un pugno nello stomaco,<br />
portando con sé il sorriso amaro e beffardo del destino. Già,<br />
perché arriva mentre il 3 ottobre 2013 sta passando alla storia come<br />
il giorno della strage di<br />
Lampedusa, perché il primo<br />
lungometraggio del regista spagnolo <strong>Diego<br />
Quemada-Diez</strong> è e<br />
vuole essere innanzitutto proprio un film sull’emigrazione.</div>
<p>Così,<br />
mentre increduli nella nostra impotenza stiamo contando i corpi<br />
esanimi di chi scorgeva nel Vecchio continente la Terra promessa, di<br />
chi sperava e che, per quello stesso sperare, ha dovuto arrendersi<br />
alla morte, il cinema, pur senza saperlo, ci offre un commento della<br />
tragedia meno retorico e superficiale delle parole di tanti<br />
opinionisti che riempiono televisioni e giornali. Poco conta che<br />
siano gli Stati Uniti l’Atlantide di una felicità mai vissuta, che<br />
le terre della disperazione siano il Guatemala o il Messico e non<br />
l’Eritrea o la Siria, perché in ogni dove e in ogni quando sono la<br />
stessa voglia di riscatto, la stesso mito dell’<i>altrove</i>,<br />
la stessa miseria a spingere fiumi di uomini in un’impresa che per<br />
i più non troverà alcuna redenzione.<br />Ecco allora la storia di<br />
Juan, Sara e Samuel, tre giovanissimi guatemalchi che decidono di<br />
imbattersi in un viaggio verso gli Stati Uniti, terra dell’abbondanza<br />
e del capitalismo più scintillante. Di questo viaggio non sanno<br />
nulla, ma del resto nulla hanno da perdere. A loro ben presto si<br />
aggiungerà Chauk, un indio del Chiapas che non parla una parola di<br />
spagnolo e le cui azioni aderiscono a una logica primordiale, quella<br />
del cuore e del sentimento, che i suoi compagni dovranno<br />
faticosamente imparare a decifrare.<br />È un intreccio semplice e<br />
lineare quello scelto da Quemada-Diez, narrato attraverso una regia<br />
che talvolta assume intenzionalmente una piega documentaristica, ma<br />
che riesce ad indagare a fondo quel cumulo di insidie, speranze e<br />
illusioni che costituisce il fardello di ogni migrante. Sui tetti dei<br />
treni merci in cui clandestinamente si tenta di accorciare la<br />
traversata, tra la violenza dei delinquenti pronti ad approfittare di<br />
chi non è protetto da nessuno, di fronte ai cecchini statunitensi<br />
che attendono gli stranieri al confine, questo viaggio <i>on<br />
the road</i> si tramuta così<br />
in un vero e proprio romanzo di formazione, un viaggio in cui non<br />
tutti possono farcela e nel quale, anche chi ce la fa, sembra non<br />
trovare il riscatto di cui era in cerca .<br />Ciò che si conquista<br />
attraverso lo sguardo di questi cinque adolescenti è allora soltanto<br />
il disincanto, impressione crudele quanto realistica, a cui lo<br />
spettatore è educato dall’uso sapiente della recitazione di attori<br />
non professionisti, uso nel quale Quemada-Diez dimostra di aver ben<br />
recepito la lezione di Ken Loach con il quale ha collaborato.<br />A<br />
mancare non è nemmeno il richiamo metaforico, mai eccessivo o<br />
criptico, delle immagini. C’è innanzitutto la neve, la neve che<br />
irrompe, quantomai inaspettata, nei momenti cruciali del film: cade<br />
lenta e senza sosta in alcune inquadrature fisse facendo da<br />
contrappunto a questo viaggio disperato, come un destino dal<br />
significato velato fa da contrappunto, spesso ironico e maligno, alle<br />
nostre aspettative, ma è anche la neve che si fa bufera nell’ultima<br />
sequenza del film, quasi che quel significato incerto si sia infine<br />
rivelato nella sua tragicità. C’è poi l’enorme macello<br />
californiano in cui Juan, l’unico superstite di questa tormentata<br />
ascesa, finisce a lavorare: quasi a chiedere allo spettatore se la<br />
storia, come voleva qualche filosofo, non sia altro per noi singoli<br />
individui che un “banco da macellaio”.<br />C’è infine quel<br />
treno che corre sempre su una linea retta e che è lì, nelle<br />
intenzioni dichiarate del regista, a incarnare la fede incrollabile<br />
nel progresso, in quel grande racconto metafisico<br />
che fa dell’Occidente, per chi almeno ha provato a sperare, la <i>meta</i><i><br />
</i>ammaliante e sempre ambita del benessere. Ma del resto senza una<br />
fede, che sia in un etereo aldilà ultraterreno o in un aldiquà<br />
finalmente redento da una felicità per<br />
tutti allo stesso modo,<br />
forse non si può vivere. Come evoca il canto che chiosa una delle<br />
ultime sequenze del film: “<i>Ho<br />
perso la fede, è necessario trovarla</i>”.</p>
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<p></p>
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