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	<title>ergastolo Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Ergastolo ed abbreviato</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Jun 2019 07:25:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Di Alessia Sorgato (avvocato) Lo scorso 12 aprile 2019 è stata approvata la legge n. 33 che impedisce di chiedere il rito abbreviato agli accusati di un delitto per cui prevista la pena dell’ergastolo.&#46;&#46;&#46;</p>
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<div class="wp-block-image"><figure class="alignright"><img loading="lazy" width="194" height="259" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/imgres5.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12700"/></figure></div>



<p>Di
Alessia Sorgato (avvocato)</p>



<p>Lo
scorso 12 aprile 2019 è stata approvata la legge n. 33 che impedisce
di chiedere il rito abbreviato agli accusati di un delitto per cui
prevista la pena dell’ergastolo. 
</p>



<p>La
Novella è stata annunciata – forse a torto – nel solco di una
politica, anche legislativa, di stampo apparentemente più rigoroso,
ed ha incontrato reazioni svariate a seconda della provenienza:
fortemente critico il mondo dell’avvocatura, più o meno favorevole
l’opinione pubblica. 
</p>



<p>Il
divario, a modesto parer mio, dipende non tanto dalla coloritura
partitica della legge (peraltro, non nuova nel panorama italiano)
quanto dall’estremo allarme sociale destato dai delitti
astrattamente puniti con la sanzione più afflittiva: l’ergastolo
infatti è previsto, tra gli altri, per strage, omicidio e sequestro
di persona aggravati.</p>



<p>Il
rito abbreviato, dal canto suo, è stato introdotto con la riforma
del codice di procedura penale del 1988 e consente la definizione del
processo “allo stato degli atti” presenti nel fascicolo del
giudice per l’udienza preliminare quindi, di fatto, sulle
risultanze delle indagini e sugli eventuali apporti delle difese
(anche della vittima, quindi).</p>



<p>La
sua premialità, ossia lo sconto di pena di un terzo, va messa in
correlazione col notevole risparmio di tempo e di risorse che tale
scelta comporta: sarà sufficiente infatti un giudice ed il suo
cancelliere contro gli otto componenti della Corte d’Assise – due
togati e sei laici – più tutti i giudici popolari supplenti e, di
prassi, alla decisione si arriverà in una, massimo due o tre
udienze.</p>



<p>Il rapporto tra abbreviato ed ergastolo quindi è matematico: qualora l’imputato opti per questo rito, in caso di condanna non gli verrà comminata la pena perpetua, ma la reclusione per trent’anni (almeno in linea teorica perché, come vedremo questo è il primo punto su cui si sono registrate le alterne vicende della norma).</p>



<p>Ma è soprattutto un rapporto a singhiozzo, scandito da numerosi rimaneggiamenti sia ad opera del legislatore che della Corte Costituzionale. All’inizio, infatti, per accedere al rito abbreviato era necessario il consenso del Pubblico Ministero, elemento questo su cui obiettivamente si poteva lavorare, per esempio subordinandolo a qualche forma di risarcimento o restituzione a favore della vittima o, peggio, di chi restava a piangerla.  </p>



<figure class="wp-block-image"><img loading="lazy" width="724" height="483" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/giustizia-ThinkstockPhotos-676815338-jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-12701" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/giustizia-ThinkstockPhotos-676815338-jpg.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 724w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/06/giustizia-ThinkstockPhotos-676815338-jpg-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 724px) 100vw, 724px" /><figcaption>gavel, scales of justice, books, wooden table and blue background</figcaption></figure>



<p>Nel
1991 fu escluso per i reati puniti con l’ergastolo, e questo
proprio in virtù della critica da parte della Consulta alla
sostituzione automatica con la pena a trent’anni. Anche allora si
aprirono i fronti del dibattito, diviso tra chi optava per la
possibilità di procedere allo stato degli atti, salvo poi non
concedere sconti di pena e chi invece stava a favore della
inammissibilità tout court. 
</p>



<p>Nel
1999 con la legge c.d. Carotti le cose sono tornate <em>ab
origine</em>:
abbreviato ammesso ed ergastolo convertito in trent’anni di
reclusione. 
</p>



<p>Vent’anni
dopo, il nuovo <em>revirement</em>,
con automatica esclusione del rito, salvo il recupero degli sconti di
pena se, a conclusione dell’udienza preliminare o del successivo
dibattimento, emerga che il delitto commesso non merita ergastolo ma
una pena inferiore (per fornire un esempio banale, se si scopra che
il soggetto sequestrato non è deceduto, ma è ancora in vita).</p>



<p>Personalmente
prevedo nuove questioni di legittimità costituzionale ed il fatto
che non se ne registrino ancora dipende solo dal fattore temporale:
entrata in vigore il 20 aprile 2019, la legge si applica solo a fatti
commessi successivamente a tale data, il che comporta che mentre si
scrive questo articolo (giugno 2019) nessuna indagine per delitti
così efferati può essere stata conclusa ed approdata in udienza
preliminare (sede in cui presumibilmente verranno sollevate le
eccezioni).</p>



<p>Alla
base del rischio che questa norma venga nuovamente travolta ci sono,
anzitutto, quasi novant’anni di giurisprudenza sull’art. 3 della
Costituzione, dedicato al principio di eguaglianza, così
efficacemente riassunto in qualsiasi aula giudiziaria con la frase
“La legge è uguale per tutti”. 
</p>



<p>E
se di primo acchito può sembrare una formula di facciata, dedicata
alla parità di diritti che vanno riconosciuti ad accusati abbienti
come ai poveri, ai cittadini come agli stranieri, e così via,
precisandola nel senso che qui ci interessa sta a significare una
cosa differente, ossia che tutti gli imputati, qualsiasi sia il reato
di cui devono rispondere, devono accedere alla Giustizia alle
medesime condizioni.</p>



<p>Questo
mi pare il vero <em>vulnus</em>
della questione.</p>



<p>Trovo
assolutamente marginale il discorso del risparmio di tempo e del
risparmio di denaro perché di fronte alla morte (perché di questo
stiamo parlando) nessuno può permettersi di risparmiare o
risparmiarsi: quello che i cittadini chiedono è giustizia, equità,
riparazione.</p>



<p>Le
statistiche sull’incidenza del rito abbreviato proprio in casi di
omicidio (che pare essere molto alta), che la nuova legge
sbaraglierebbe a favore di lunghi dibattimenti con testimoni e magari
periti e quant’altro, si spiegano non tanto con la furbesca
attitudine dell’imputato a cercare di “sfangarla” con una pena
più breve. Questo è quello che si è fatto credere alla gente. Di
fatto stiamo parlando della differenza (non così marcata) tra un
“fine pena mai” e trent’anni di carcere; tra un ergastolo con
ed un ergastolo senza isolamento diurno. Non ci passano decine di
anni di carcere in meno.</p>



<p>Noi
operatori del diritto conosciamo una realtà ben diversa, che non si
limita ai reati più gravi, ma che costituisce la regola generale per
qualsiasi penalista. L’abbreviato è il rito dei “molto
colpevoli” o dei “molto innocenti”. In caso di “tanta prova”,
esattamente come in caso di “poca prova”, perché rischiare con
un processo ordinario, dove qualsiasi testimone convocato di persona
potrebbe aggravare la situazione?</p>



<p>Si
chiudono i giochi con quel che c’è nel fascicolo all’udienza
preliminare: se l’imputato è spacciato, tanto vale che abbia uno
sconto di pena. Se contro di lui si è raccolto poco, allora c’è
caso che il giudice lo assolva (molto più raro, infatti, che un
G.u.p. pronunci sentenza di non luogo a procedere).</p>



<p>All’allarme
sociale destato da questi gravissimi delitti (si pensi ai
femminicidi, che hanno ispirato anche la sottoscritta a formulare
proposte di legge che attenuassero l’innegabile scotto pagato dai
famigliari della vittima) e, soprattutto, al senso di ingiustizia che
aleggia ormai nel nostro Paese, si può rispondere in modo molto più
efficace.</p>



<p>Ma
fino a quando il legislatore non ascolterà chi ha proposte davvero
concrete da offrire, lavoreremo con leggi fatte di elastico, oggi
allungatissime, domani rotte.</p>
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		<title>23 maggio 2018, ventisei anni senza Falcone: le sue idee che camminano con noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 08:30:41 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-10756" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="453" height="434" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 453w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/05/received_10215442700651189-300x287.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 453px) 100vw, 453px" /></a></b></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">di Valentina Tatti Tonni</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">&lt;&lt;Sono un cadavere ambulante&gt;&gt;, era il 1986 quando Giovanni Falcone disse queste parole alla sorella, conscio del pericolo che correva. Era l’anno in cui sposò l’amore della sua vita, Francesca Morvillo, anche lei magistrato.</p>
<p align="JUSTIFY">A Palermo con l’amico Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta, nel 1983 grazie all’intuizione del procuratore capo Rocco Chinnici appena assassinato con un’autobomba, Antonino Caponnetto raccolse i pezzi e di fronte alla minaccia quotidiana introdusse il sistema del pool antimafia. Proprio come avrebbe voluto anche il defunto generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Neanche un anno dopo, il cosiddetto “boss dei due mondi” Tommaso Buscetta, il super pentito, andò a colloquio con Giovanni Falcone e cominciò a parlare. Gli parlò della famiglia di Porta Nuova, uno dei mandamenti di Palermo, dell’ascesa dei corleonesi, dei rapporti con la Banda della Magliana, dei rapporti con la politica. Queste dichiarazioni, unite alle indagini, permisero di istruire il maxiprocesso contro 475 presunti affiliati a Cosa nostra e a portarli alla sbarra. Il processo fu di portata talmente grande da rimbalzare nei medium di gran parte del mondo, tanto da risuonare agli occhi di chi non lo aveva vissuto quasi incredibile, una farsa. Ma il processo aveva ben altre intenzioni: dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio l’esistenza della mafia.</p>
<p align="JUSTIFY">Il 10 febbraio del 1986 dall’aula bunker dell’Ucciardone di Palermo, il carcere costruito a metà Ottocento che nell’idea originaria del filosofo inglese Jeremy Bentham avrebbe dovuto riabilitare il detenuto, il processo ebbe inizio. L’accusa aveva dalla sua parte circa ottomila pagine di incartamento. La sentenza di primo grado arrivò nel 1987 e dichiarò l’ergastolo per diciannove imputati mentre ne assolse centoquattordici. Nel 1990 sette dei diciannove ergastoli furono annullati dalla Corte d’Appello. La Cassazione, ultimo grado di giudizio, nel gennaio 1992 emise la sentenza definitiva ripristinando quella di primo grado. Il “teorema Buscetta”, come era stato fino ad allora chiamato, era diventato realtà effettiva. Nessuno più avrebbe potuto andare contro questa verità assoluta, o almeno così si credeva. In alcuni luoghi alla presa di coscienza ha fatto spazio l’omertà.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma non per il momento, nel 1992, perché come ebbe a dire Falcone: &lt;&lt;E’ un fatto storico: questo evento ha spezzato il mito dell’impunità della mafia&gt;&gt;.</p>
<p align="JUSTIFY">Una volta che il Partito Comunista fosse rinato sotto altre vesti dopo la caduta del Muro di Berlino e successivamente dopo la caduta dell’Unione Sovietica, in Italia avrebbe preso ancor più piede un partito: la Democrazia Cristiana che proprio nell’89 vide salire sulle poltrone del potere Giulio Andreotti. Fu lui nel 1991 a chiamare Giovanni Falcone al Ministero di Grazia e Giustizia per riformare il sistema giudiziario in vista di una maggiore tutela dalla criminalità organizzata. Che fosse stato un gesto di facciata per allontanarlo dalla Sicilia, non ci è dato sapere, fatto sta che questo gli gettò addosso sia diffidenza che ammirazione. C’era infatti chi riteneva il trasferimento di Falcone a Roma come un gesto di mero opportunismo da parte del giudice. Naturalmente non era così e presto i maligni, con i risultati alla mano, dovettero tornare sui propri passi.</p>
<p align="JUSTIFY">Alcune delle misure che Falcone introdusse in favore della lotta alla mafia riguardarono ad esempio il riciclaggio di denaro sporco, lo scioglimento dei Comuni per mafia, i reati a stampo mafioso che evitavano la scarcerazione agli imputati in attesa di conclusione dell’iter processuale, nonché l’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia) con l’obiettivo di coordinare tutte le forze dell’ordine contro tutti i livelli di criminalità organizzata, dalla mafia all’ndrangheta e alla camorra. La Dia com’è noto è divisa in distretti, cioè in territori e in città (Dda, Direzione distrettuale antimafia), coordinata a sua volta da un nucleo centrale (Dna, Direzione nazionale antimafia) tutte in stretto collegamento tra loro, in modo da sopperire alla mancanza del pool antimafia che era stato di fatto smantellato.</p>
<p align="JUSTIFY">Molti i nemici di Falcone tra il maxiprocesso e le nuove leggi. Lui lo sapeva, quando disse alla sorella di sentirsi un cadavere ambulante. Lo sapeva già nel 1989 dopo il fallito attentato o semplice avvertimento da parte di Riina e i suoi all’Addaura: vicino alla sua casa vacanze fu trovata una borsa con dei candelotti di dinamite inesplosi. Sapeva che prima o poi lo avrebbero ucciso.</p>
<p align="JUSTIFY">Andiamo via per il weekend? Qualcuno lo avrà chiesto e così i coniugi Falcone partirono con gli uomini della scorta. Era il 23 maggio 1992. Un’esplosione, un boato. Un tratto dell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, allo svincolo per Capaci, non c’era più. Nelle redazioni e nelle case i telefono cominciano a squillare, si teme il peggio. Alle 17.57 non c’era più molto da fare. Mentre i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinarom, erano stati investiti dall’onda esplosiva e quindi erano morti sul colpo, Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo moriranno in ospedale quella sera. Eccola, la strage di Capaci tra veri e occulti mandanti.</p>
<p align="JUSTIFY">E’ a loro, alle vittime innocenti, che rendiamo merito e ossequio ogni anno da quel giorno.</p>
<p align="JUSTIFY">Quest’anno si parte con la nave della legalità da Civitavecchia, gli incontri a Roma, Milano, Forlì, Bologna, Brescia e Catania.</p>
<div id=":4" dir="LTR">
<div id=":2" dir="LTR">
<table style="height: 5px;" border="0" width="5" cellspacing="0" cellpadding="0">
<colgroup>
<col width="643" /></colgroup>
<tbody>
<tr>
<td width="643"></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</div>
</div>
<p align="JUSTIFY">L’iniziativa lanciata dal Ministero dell’Istruzione e dalla Fondazione Falcone, “Palermo chiama Italia”, riunisce migliaia di studenti e cittadini nelle strade e nelle piazze del capoluogo siciliano per gridare il dissenso verso la mafia, amando quelle idee che continuano a camminare sulle nostre gambe ancor oggi. Il 23 maggio poi ci sarà una commemorazione istituzionale allestita proprio nella verde aula bunker dell’Ucciardone, il “Grand Hotel” di cui si facevano beffa i mafiosi prima che qualcuno venisse a metterli in riga.</p>
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		<title>Fine pena: ora. Intervista al giudice e senatore Elvio Fassone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Nov 2017 08:35:29 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una corrispondenza durata ventisei anni tra un ergastolano e il suo giudice. Non è un romanzo di invenzione, né un saggio sulle carceri, non enuncia teorie, ma si chiede come conciliare la domanda di sicurezza sociale e la detenzione a vita con il dettato costituzionale del valore riabilitativo della pena, senza dimenticare l’attenzione al percorso umano di qualsiasi condannato. Una storia vera, un’opera che scuote e commuove.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9798" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="224" height="313" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 224w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/5800-3-2-215x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 215w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Stiamo parlando del romanzo<em> Fine pena: ora</em> del giudice e senatore Elvio Fassone che ringraziamo tantissimo per la disponibilità e gentilezza nel rispondere alle nostre domande.</p>
<p>Il romanzo nasce da una storia vera: ce la può raccontare e può spiegare perchè ha scelto la forma narrativa – e non saggistica – per riflettere sul tema della giustizia riparativa?</p>
<p align="JUSTIFY">La forma narrativa mi è parsa la più appropriata per almeno due ragioni.</p>
<p align="JUSTIFY">La prima è data dal momento in cui è maturata la mia decisione: fu il giorno stesso in cui mi giunse la lettera con la quale Salvatore mi annunciava che la settimana prima aveva tentato il suicidio impiccandosi. Mi venne naturale chiedermi che cosa potessi mai fare per lui, e mi risposi che l&#8217;unica cosa concreta era raccontare la sua vicenda e la sua disperazione. Non potevo certamente pensare ad un saggio levigato e filosofico, buono al più per qualche biblioteca o convegno. C&#8217;era carne viva in gioco, un secondo gesto tragico era nell&#8217;ordine delle cose possibili, forse probabili. Tirai fuori lo scatolone delle lettere e scrissi il libretto in due o tre settimane.</p>
<p align="JUSTIFY">La seconda ragione è che questa storia è diversa da tutti gli altri libri sul carcere. La letteratura penitenziaria è amplissima, e contiene molte pagine belle: alcune &#8211; la memorialistica &#8211; sono scritte dal protagonista, che è o che è stato in carcere; altre &#8211; la saggistica &#8211; sono redatte da scrittori, giornalisti, studiosi, che intendono denunciare la realtà carceraria; e tutte si propongono di far sapere all&#8217;esterno quanto sia dolorosa e dura la prigione. “Fine pena: ora” è diverso, perché è costituito da materiale che, quando fu creato, non pensava neppure lontanamente di diventare un libro.</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore, quando mi scriveva, non voleva convincere nessuno, nemmeno me. Dalle sue lettere non si aspettava nulla. Non da me, che ormai ero uscito dal processo e quindi dalla sua sorte; e non dall&#8217;esterno, perché io ero l&#8217;unico destinatario, e lui lo sapeva. Lui non mi chiese mai nulla, se non qualche consiglio, o chiarimento su questioni giuridiche; e nemmeno io gli chiesi mai nulla, meno che meno informazioni sul suo ambiente.</p>
<p align="JUSTIFY">Se avessi scritto un saggio, avrei dato vita all&#8217;ennesima doglianza esplicita sul carcere. Non era quello il mio scopo: io avevo tra le mani una miniera straordinaria, dovevo solo darle voce pubblica (beninteso con il permesso di Salvatore, che ottenni non senza qualche fatica). Era una voce genuina, non corrotta da alcuna intenzionalità, da alcun obiettivo. Persino come epistolario questa raccolta è anomala, perché compaiono solo le sue lettere, non le mie, che avrebbero guastato l&#8217;atmosfera e il clima. Credo sia per questo che il libretto è stato accolto bene da così tante persone.</p>
<p>Credo sia interessante anche una riflessione sulla forma epistolare: permette una maggiore libertà di espressione, una maggiore confidenza, utile per un viaggio nell&#8217;interiorità di entrambi i protagonisti?</p>
<p align="JUSTIFY">Penso di avere già risposto in larga parte. La forma epistolare non solo permette una maggior libertà di espressione, ma è genuina ed autentica (a meno che uno dei corrispondenti si proponga sin dall&#8217;inizio di destinare poi il carteggio alla dimensione pubblica, ma non fu questo il caso).</p>
<p align="JUSTIFY">Devo però aggiungere, per smorzare entusiasmi non giustificati, che questa corrispondenza non produsse una profonda confidenza, nonostante la sua durata trentennale. Lo scrissi in una pagina del libro: “ci scriviamo da tanti anni, ma ci conosciamo poco ….”: ma nemmeno quell&#8217;invito sortì un grande effetto. Credo che ciò sia dovuto al fatto che eravamo entrambi bloccati, per motivi diversi. Salvatore perché penso sia restio ad analizzare la sua parte emotiva o sentimentale: c&#8217;è in lui un vissuto tragico nell&#8217;età giovanile che vuole espressamente dimenticare, e che fa da freno ad ogni auto-analisi e quindi ad ogni apertura. Ed io per un rispetto dovuto all&#8217;asimmetria delle nostre posizioni. Per quanto dicessi e volessi, io ero pur sempre il magistrato, l&#8217;autorità, l&#8217;artefice delle situazioni: ogni mia sollecitazione ad aprirsi, sia pure su territori personali e non legati all&#8217;ambiente, poteva essere vista come un&#8217;invadenza indebita. Un paio di inviti molto misurati, da parte mia, non ebbero risposta se non minima, e desistetti. Ciò non toglie che una conoscenza abbastanza profonda sia maturata in entrambi, ad onta del silenzio su temi intimi, perché anche un parlare lontano da questa sfera, alla lunga finisce con il manifestarla. Almeno lo credo e lo spero.</p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9799 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/11/untitled-1134.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="249" height="216" /></a></p>
<p>Il percorso del Perdono per chi ha commesso reati gravi è possibile, ma richiede tempo: quali sono le fasi che lo rendono possibile?</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono, come lo dobbiamo intendere correttamente, è una relazione tra offeso ed offensore, quindi è un fatto estraneo al nostro rapporto. Paradossalmente, era se mai Salvatore a dovermi “perdonare”, poiché io ero la causa istituzionale delle sue sofferenze: ma lui sgombrò subito il campo da questa ambiguità, perché nella prima lettera, in risposta alla mia accompagnata dal dono di un libro, mi scrisse: “presidente, io lo so che lei mi ha dato l&#8217;ergastolo perché lo dice la legge, ma lei nel suo cuore non me lo voleva dare; e io la ringrazio e le dico che che farò come lei mi consiglia ….”.</p>
<p align="JUSTIFY">Allora, se ci spostiamo nel territorio della maturazione interiore, il concetto di “perdono” si accompagna, anzi di regola deve essere preceduto, da quello di “pentimento”. “Perdono” e “giustizia”, &#8211; ha scritto Paul Ricoeur &#8211; possono conciliarsi solamente tenendo distinti i due piani, il primo concernendo il livello delle relazioni interpersonali, il secondo la sfera dei rapporti sociali o istituzionali. Il perdono nell&#8217;ambito istituzionale non esiste, se non come insieme degli istituti di mitigazione della pena inflitta, nelle situazioni previste dalla legge (dall&#8217;indulto alla semi-libertà, dalla liberazione condizionale al permesso premio, ad altre forme ancora).</p>
<p align="JUSTIFY">Cosa diversa è il per-dono da parte dell&#8217;offeso, cioè, a ben guardare, il dono massimo che un individuo può offrire, perché è la rinuncia ad un impulso profondo ed innato, ed esprime la sua capacità di superare il proprio risentimento in nome della com-passione. La legge, su questo piano, si astiene dall&#8217;intervenire, pur considerando positivamente l&#8217;avvenuto perdono quando si tratta di mitigare la pena attraverso gli istituti di legge.</p>
<p align="JUSTIFY">Il perdono da parte della legge (che può manifestarsi nelle forme dette sopra) ha un diverso percorso e una diversa fisionomia: esso è tarato su una disposizione della nostra Costituzione, la quale afferma che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Perciò le forme anzidette di mitigazione della pena vengono praticate nella misura in cui si ritiene che la rieducazione sia avvenuta.</p>
<p align="JUSTIFY">Ora il sintomo più convincente di questa rieducazione è il pentimento, cioè il rifiuto dei valori e dei modelli che hanno generato il delitto, per far posto all&#8217;accoglimento di valori positivi. Quando ciò avvenga è difficile dire con certezza, poiché si tratta di un percorso interiore: ma vari sintomi sono affidabili; e soprattutto l&#8217;esperienza offre una ragionevole certezza che il tempo lavora l&#8217;interiorità di ciascuno, perché tutti siamo attraversati dal tempo, e con il tempo cambiamo: nelle nostre cellule, che in parte si rinnovano ogni giorno, e nei nostri orientamenti, che mutano con la maturazione legata al tempo dell&#8217;espiazione.</p>
<p>Lo sgrammaticato Salvatore e il giudice, competente e sensibile, fanno parte della stessa umanità, ma uno dei due l&#8217;ha persa per un certo periodo della propria vita. Quali norme carcerarie andrebbero riviste per garantire la giustizia e recuperare il detenuto?</p>
<p align="JUSTIFY">Salvatore e il giudice sono in effetti esponenti di mondi molto diversi. Ma il loro contatto realizza, senza che nessuno dei due se sia proposto e senza che lo abbia neppure pensato, il tipo di incontro desiderabile tra chi ha commesso il delitto e la comunità esterna.</p>
<p align="JUSTIFY">L&#8217;ergastolo, a pensarci, è una pena terribile, anche se non ha la crudeltà spaventosa dei supplizi. Significa che non è più permesso sperare. Noi possiamo sopportare una sofferenza anche grande se ci afferriamo al tempo necessario perché essa abbia termine. Può essere un mese, un anno, anche dieci o vent&#8217;anni, ma sappiamo che, se ci aggrappiamo a quel terminale, ogni giorno ingoiato ci avvicina se non altro alla sua fine.</p>
<p align="JUSTIFY">Nell&#8217;ergastolo, nel “fine pena: mai”, questo non accade. Il futuro desiderabile non esiste. Tutto il resto della nostra esistenza sarà così, estraneo a noi stessi. Per questo la lettera del giudice, frutto di un gesto impulsivo e poi replicata in una corrispondenza anch&#8217;essa senza fine, assume il significato di un patto tacito, mai esplicitato e neppure percepito all&#8217;inizio: tu, Salvatore, sei chiamato ad affrontare una prova durissima, ai limiti delle forze umane; io ti accompagnerò, tu resisterai. I due mondi lontani possono incontrarsi in questa dimensione.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma allora &#8211; è la domanda conseguente &#8211; se l&#8217;ergastolo è questa pena spaventosa, è davvero necessario conservarlo? Di più: è davvero necessario il carcere medesimo?</p>
<p align="JUSTIFY">Molti rispondono di no. Abolire il carcere è una richiesta che ritorna da decenni, perché il carcere non rieduca, perché chi lo subisce esce peggiore anziché migliore, e per altre varie motivazioni. Poi, però, anche chi enuncia queste tesi, messo di fronte a crimini ripugnanti, ammette che “in certi casi” il carcere è inevitabile.</p>
<p align="JUSTIFY">Per i delitti gravi non si può chiedere alla comunità di perdonare o di dimenticare subito: il crimine è un trauma profondo, occorre del tempo perché il corpo sociale elabori il lutto, e perché chi lo ha commesso ne avverta l&#8217;orrore. C&#8217;è un tempo del delitto e c&#8217;è un tempo dell&#8217;espiazione. Solo con il tempo la comunità elabora il lutto e diventa disponibile a riconoscere l&#8217;umanità dell&#8217;espiante, solo con il tempo il condannato accoglie un diverso modo di guadare il mondo e le relazioni con i suoi simili.</p>
<p align="JUSTIFY">Dunque si può dire che in presenza di condotte che offendono profondamente il sentire etico di una comunità, una sanzione è necessaria, e fino ad oggi non si è riusciti a pensare a niente di meglio del carcere, essenzialmente perché la libertà personale è l&#8217;unico bene che tutti posseggono, e la cui privazione può essere modulata in ragione della gravità del delitto commesso.</p>
<p align="JUSTIFY">Ma la comunità che, per il tramite dell&#8217;istituzione, infligge il carcere, deve poi chiedere anche a se stessa di essere capace di riaccogliere il carcerato quando sarà mutato. Perciò deve seguire il percorso del condannato, e modulare la pena in funzione di quel percorso, oltre che accompagnarlo in quella pesante traversata del tempo. In parte avviene già, ma molte rigidità possono essere attenuate.</p>
<p align="JUSTIFY">Questa è la prima riforma, che passa non tanto attraverso norme nuove, quanto attraverso una maturazione culturale collettiva. Il detenuto, prima o poi, tornerà in mezzo ai suoi simili: è interesse di tutti che non vi torni esacerbato e indurito dalla pena, ma cresciuto ed accolto nella sua dimensione di cittadino.</p>
<p align="JUSTIFY">In secondo luogo, occorre condurre uno sforzo maggiore per ridurre la pena carceraria, sostituendola con altre forme di sanzione quando essa non è assolutamente necessaria</p>
<p align="JUSTIFY">Pertanto, abbandonate ipotesi radicali impraticabili, la cosa più ragionevole, è quella di trovare un&#8217;intesa su quali crimini giustifichino il carcere; a quali altri si addicano sanzioni intermedie, che limitano la libertà ma non totalmente e non in forme detentive (sono molte, e i più non lo sanno: la detenzione domiciliare, l&#8217;affidamento in prova, la libertà controllata, le prestazioni di pubblica utilità: la quantità di soggetti che scontano una di queste sanzioni è oggi di dimensioni comparabili a quella che è soggetta alle pene intra-murali); e che cosa sia opportuno fare una volta ridotta all&#8217;essenziale la quantità di delitti cui si conviene il carcere.</p>
<p align="JUSTIFY">Fra tutte queste tipologie di sanzioni quelle che hanno un reale valore rieducativo, e soprattutto producono un senso di riconciliazione con la comunità esterna, sono le prestazioni di pubblica utilità: esse infatti trasmettono un significato di restituzione, e quindi di riconciliazione con la comunità; e solo esse possono applicarsi anche a situazioni di media gravità, e non bagattellari, come oggi avviene, graduando la vigilanza in proporzione alla necessità. Ma il tutto esige uno sforzo organizzativo che evidentemente non si riesce a mettere in piedi, posto che da decenni la richiesta viene apprezzata ma non soddisfatta.</p>
<p align="JUSTIFY">Se fosse praticato su più larga scala, questo tipo di sanzione produrrebbe un deciso sfoltimento delle prigioni, e di riflesso un innalzamento del livello di trattamento del residuo cui si continuerebbe ad applicare la detenzione intra-murale.</p>
<p align="JUSTIFY">Chissà che la vicenda di Salvatore, e l&#8217;inevitabile domanda che essa suscita sull&#8217;opportunità o meno di conservare l&#8217;ergastolo, non riesca a produrre una maturazione collettiva, e soprattutto un&#8217;azione in questa direzione.</p>
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		<title>Non mi faccio &#8220;Capaci&#8221;&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Jun 2017 11:15:32 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Patrizia Angelozzi (Iogiocopulito.it) un&#8217;altra &#8220;nostra&#8221; brava collaboratrice che per noi cura la rubrica &#8220;Scritture al sociale&#8221; &#160; Mi si consenta il quasi gioco di parole, in una polemica arrivata come un uragano, paragonabile&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Patrizia Angelozzi (Iogiocopulito.it) un&#8217;altra &#8220;nostra&#8221; brava collaboratrice che per noi cura la rubrica &#8220;Scritture al sociale&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mi si consenta il quasi gioco di parole, in una polemica arrivata come un uragano, paragonabile ad un <strong>attentato terroristico della legalità</strong>:<br />
<em><strong>“La possibilità di ‘cure adeguate al proprio domicilio per Totò Riina, malato terminale</strong>“</em>.<br />
Nella definizione <em>“<strong>PER NON DIMENTICARE</strong>“</em> facciamo riferimento alle vittime, in questo caso, è necessario <strong>NON DIMENTICARE chi è Totò Riina</strong>. E non c’è <strong>‘pietas</strong>‘ che tenga…basterebbe anche solo il piccolo <strong><em>‘Matteo’,</em> il bambino sciolto nell’acido</strong>. Ma per chi ha la memoria corta o crede nel diritto per chi NON HA PIU’ DIRITTI, la voce strozzata di notizie come queste, possono far scrollare le ultime speranze di un Italia che voglia e possa restare garante della legalità.<br />
Senza dimenticare TUTTI i detenuti, ai quali non è stato e non sarà riservato l’esercitare la stessa richiesta. (e anche qui l’elenco è lungo)</p>
<p><strong>Chi è Totò Riina</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-17045" src="http://www.iogiocopulito.it/wp-content/uploads/2017/06/riina.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="646" height="528" /></p>
<p>Nel <strong>1992</strong> venne condannato in contumacia all’ergastolo insieme con il boss <strong>Francesco Madonia</strong> per l’omicidio del capitano Emanuele Basile. Nell’ottobre del <strong>1993</strong> subisce la seconda condanna all’ergastolo, come mandante dell’omicidio del boss Vincenzo Puccio. Nel <strong>1994</strong>, altro ergastolo per l’omicidio di tre pentiti e quello di un cognato di <strong>Tommaso Buscetta</strong>. Nel 1995, nel processo per l’omicidio del tenente colonnello <strong>Giuseppe Russo</strong>, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con <strong>Bernardo Provenzano</strong>, <strong>Michele Greco</strong> e <strong>Leoluca Bagarella</strong>; lo stesso anno, nel processo per gli omicidi dei commissari Beppe Montana e Ninni Cassarà, venne pure condannato all’ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano, a cui seguì il processo per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre e Michele Reina, nel quale gli viene inflitto un ulteriore ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Nel <strong>1996 </strong>Riina venne nuovamente condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti insieme con i boss Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Giuseppe Giacomo Gambino, Giuseppe Lucchese, Bernardo Brusca, Salvatore Montalto, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci e Pietro Aglieri. Sempre nel 1995, nel processo per l’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, del capo della mobile Boris Giuliano, e del professor Paolo Giaccone, Riina venne condannato all’ergastolo insieme con Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Nenè Geraci e Francesco Spadaro. Nel <strong>1997</strong>, nel processo per la strage di Capaci in cui persero la vita il magistrato Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e la scorta (Antonio Montinaro, Vito Schifani, Rocco Dicillo), Riina venne condannato all’ergastolo insieme con i boss Pietro Aglieri, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Nenè Geraci, Benedetto Spera, Nitto Santapaola, Bernardo Provenzano, Salvatore Montalto, Giuseppe Graviano e Matteo Motisi. Lo stesso anno, nel processo per l’omicidio del giudice Cesare Terranova, Riina ricevette un altro ergastolo insieme con Michele Greco, Bernardo Brusca, Giuseppe Calò, Nenè Geraci, Francesco Madonia e Bernardo Provenzano. Nel <strong>1998</strong> Riina <strong>venne condannato all’ergastolo</strong> insieme con il boss Mariano Agate per l’omicidio del giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Nel 1999, viene condannato all’ergastolo come mandante per la <strong>strage di via D’Amelio</strong>, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque dei suoi uomini di scorta (Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina). Insieme con lui vengono condannati alla stessa pena i boss Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Carlo Greco, Giuseppe Graviano, Gaetano Scotto e Francesco Tagliavia.</p>
<p>Nel <strong>2000</strong> subisce <strong>un’ulteriore condanna all’ergastolo</strong> insieme con Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella e Bernardo Provenzano per l’attentato in Via dei Georgofili, in cui persero la vita 5 persone e subirono enormi danni musei e chiese, oltre che per gli attentati di Milano e Roma. Nel <strong>2002</strong>, per l’omicidio del giudice in pensione Alberto Giacomelli, Riina venne condannato all’ergastolo come mandante; lo stesso anno la Corte d’Assise di Caltanissetta condannò Riina all’ergastolo per l’omicidio del giudice Rocco Chinnici insieme con i boss Bernardo Provenzano, Raffaele Ganci, Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Nenè Geraci, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Salvatore e Giuseppe Montalto, Stefano Ganci e Vincenzo Galatolo; sempre lo stesso anno, Riina venne condannato nuovamente all’ergastolo insieme con il boss Vincenzo Virga per la strage di Pizzolungo, in cui persero la vita Barbara Rizzo e i suoi figli Salvatore e Giuseppe Asta, gemelli di 6 anni.</p>
<p>Nel <strong>2009</strong> Riina ricevette<strong> un altro ergastolo</strong> insieme con Bernardo Provenzano per la<strong> strage di viale Lazio</strong>. Nel febbraio 2010, ancora un ergastolo per Riina, che insieme con i boss Giuseppe Madonia, Gaetano Leonardo e Giacomo Sollami, decise nel 1983 l’omicidio di Giovanni Mungiovino, politico della DC che si era opposto alla mafia corleonese, Giuseppe Cammarata, scomparso nel 1989 e Salvatore Saitta, ucciso nel 1992. Il 10 giugno <strong>2011 </strong>viene assolto, per “incompletezza della prova” (ex art. 530 c.p.p.), dalla Corte d’Assise di Palermo per l’omicidio il 16 settembre 1970 del giornalista Mauro De Mauro. Il 26 gennaio <strong>2012</strong> gli viene inflitta una condanna all’ergastolo da parte della Corte di Assise di Milano perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Alfio Trovato del 2 maggio 1992 avvenuto in via Palmanova a Milano. Il 14 aprile <strong>2015</strong> viene assolto dalla Corte d’Assise di Firenze dall’accusa di essere stato il mandante della Strage del Rapido 904 del 23 dicembre 1984 per mancanza di prove; il pubblico ministero aveva richiesto l’ergastolo per Riina che era l’unico imputato. Nel 1992 erano stati condannati Pippo Calò, Guido Cercola, Franco Di Agostino e l’artificiere tedesco Friedrich Schaudinn.</p>
<p><strong>Proprio mentre era sottoposto a regime di 41-bis, il 24 maggio 1994 </strong>durante una pausa del processo di primo grado a Reggio Calabria per l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti fu raggiunto dal capo-redattore della Gazzetta del Sud Paolo Pollichieni, al quale rilasciò dichiarazioni minacciose contro il procuratore Giancarlo Caselli e altri rappresentanti delle istituzioni, lamentandosi delle severe condizioni imposte dal carcere duro. L’intervento di Riina causò l’apertura di un provvedimento disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura contro il pubblico ministero Salvatore Boemi, accusato di non aver vigilato sul detenuto. Dopo pochi mesi dalle dichiarazioni del boss corleonese il<strong> regime di 41-bis</strong> (allora valido per soli tre anni, decorsi i quali decadeva la sua applicabilità) è stato rafforzato mediante vari interventi legislativi volti a renderlo prorogabile di anno in anno.</p>
<p>Nella <strong>primavera del 2003</strong> subisce un intervento chirurgico per problemi cardiaci, e nel maggio dello stesso anno viene ricoverato nell’ospedale di Ascoli Piceno per un infarto. Sempre nel 2003, a settembre, viene nuovamente ricoverato per problemi cardiaci. Il 22 maggio 2004, nell’udienza del processo di Firenze per la <strong>strage di via dei Georgofili</strong>, accusa il <strong>coinvolgimento dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e via d’Amelio</strong>, e riferisce dei contatti fra l’allora colonnello Mario Mori e Vito Ciancimino, attraverso il figlio di lui Massimo al tempo non convocato in dibattimento. Trasferito nel carcere milanese di Opera, viene nuovamente ricoverato nel 2006 all’ospedale San Paolo di Milano, sempre per problemi cardiaci. Nel novembre 2013 trapela la notizia di minacce da parte di Riina nei confronti del magistrato Antonino Di Matteo, il pm che aveva retto l’accusa in numerosi procedimenti penali a suo carico. Il 4 marzo 2014 viene nuovamente ricoverato. Il 31 agosto 2014 i giornali riferiscono che nel novembre dell’anno prima<strong> Riina avrebbe rivolto minacce anche nei confronti di Don Luigi Ciotti</strong>. (da allora sotto scorta per ben due ‘condanne a morte’ da parte di Totò Riina…</p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-17046" src="http://www.iogiocopulito.it/wp-content/uploads/2017/06/Don-Luigi-Ciotti.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1400" height="933" /></p>
<p>Le parole di <strong> Don Luigi Ciotti<br />
(sotto scorta da anni per essere stato <em>‘condannato a morte’</em> da Totò Riina…)</strong></p>
<p><em><strong>“Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta</strong>, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione. <strong>Non fa eccezione Toto Riina</strong>, al quale è giusto assicurare tutte le cure necessarie in carcere e, se occorre, in ospedale, affinché la detenzione non aggravi le sue condizioni di salute. Sull’ipotesi , avanzata dalla Cassazione , di una mutazione della pena detentiva in arresti domiciliari, sono certo che il Tribunale di Bologna valuterà con saggezza e piena cognizione di causa, tenendo conto di tutti i fattori in gioco. Perché certo c’è una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi e dalla presenza o meno,  che in questo caso non c’è stata, di una presa di coscienza, di un percorso di ravvedimento e di conversione.</em></p>
<p><em><strong>Ma c’è anche una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro famigliari. Molti di loro ho avuto la fortuna di conoscerli, e di apprezzarne il coraggio e la fermezza d’animo, la ricerca di verità e la speranza incrollabile nella giustizia, il rispetto per le istituzioni e la volontà di trasformare il dolore in impegno, in contributo alla costruzione di una società più giusta. </strong>C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni”.</em> <strong>Luigi Ciotti</strong></p>
<p>Una <strong>richiesta va allo Stato</strong>: la precisa applicazione di LEGGI a GARANTIRE tutele e per quanto sta accadendo in questi giorni, lasciare inciso nella nostra storia,  la parola GIUSTIZIA da abbinare ad  una COSA VERA che non ci faccia pensare mai più a <em><strong>‘COSA NOSTRA’</strong></em>…</p>
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		<item>
		<title>La casa del nulla: una riflessione sugli istituti penitenziari e un esempio di letterartura carceraria</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Jul 2015 05:14:00 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
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&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-indOrr7snSk/Va-UJqX-MLI/AAAAAAAAC7s/O6LURHBSXMM/s1600/unnamed%2B%2528137%2529.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="400" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/07/unnamed-%28137%29.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="266" /></a></div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://1.bp.blogspot.com/-O-OTfLdP92U/Va3wHDUlpiI/AAAAAAAAC7Y/cq_jLPHMXjY/s1600/51NgW5YMp8L._SX329_BO1%252C204%252C203%252C200_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""></a>&nbsp;</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Naria<br />
Giuliano e Rosella Simone sono le autrici del libro intitolato <i>La<br />
casa del nulla </i>(Milieu<br />
edizioni) opera sospesa tra storia orale, letteratura carceraria,<br />
racconto corale e antropologico. Pubblicato per la prima volta a metà<br />
degli anni ottanta da Tullio Pironti, e riproposto in una versione<br />
ridotta nel 1997 con il titolo &#8220;I duri&#8221;, il testo ha avuto,<br />
come i suoi autori, diverse vicissitudini, ma rimane un testo<br />
fondamentale per capire gli anni settanta-ottanta e conserva ancora<br />
oggi una freschezza narrativa inossidabile.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
rivolto alcune domande a Rosella Simone che ringraziamo.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
libro racconta storie ambientate nelle carceri degli anni &#8217;70, anni<br />
difficili per il nostro Paese: qual era la popolazione carceraria<br />
dell&#8217;epoca ? E quali relazioni si instauravano tra le mura degli<br />
istituti?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Era<br />
una popolazione carceraria particolare e rispecchiava, come sempre fa<br />
il carcere, la società di allora. Nelle carceri speciali appena<br />
istituite erano stati concentrati due soggetti diciamo<br />
“nuovi”: ”terroristi” e rapinatori. Le istituzioni ritenevano<br />
che le regole durissime di quel carcere (colloqui con i vetri, arie<br />
d’aria ridotte all’osso, perquisizioni corporali….) e mettere<br />
insieme soggetti così apparentemente diversi avrebbe creato<br />
conflitti e piegato gli irriducibili. Non fu così. Proprio le<br />
condizioni brutali in cui erano costretti a vivere i detenuti creò<br />
una saldatura, una solidarietà, una amicizia, tra politici e banditi<br />
che fece detonare il circuito carcerario italiano.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Facciamo<br />
un paragone tra le condizioni di vita all&#8217;interno dei luoghi di<br />
detenzione di ieri e in quelli di oggi&#8230;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
carcere è cambiato ma non è detto che sia sempre e solo in meglio.<br />
La carcerazione è differenziata e c’è chi può avere accesso alle<br />
pene alternative, andare a scuola, fare teatro e chi è chiuso<br />
nell’orrore del 41 bis. Di recente mi sono occupata del caso di un<br />
carcerato rinchiuso a Sulmona, Domenico Belfiore ergastolano in<br />
carcere da 32 anni, con un tumore all’intestino che,<br />
andato in coma, era<br />
stato ricoverato con urgenza, operato e rimandato immediatamente in<br />
carcere deve nel giro di pochi giorni è ritornato, ovviamente, in<br />
coma. Fortunatamente siamo venuti a saperlo e c’è stata una<br />
mobilitazione che ha portato alla concessione degli arresti<br />
domiciliari. Ma quanti i casi di cui non si sa niente?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Non<br />
sono contraria al carcere attenuato ma non posso giustificare,<br />
neanche per un capomafia alla Reina, una detenzione che equivale, per<br />
me, alla tortura.
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Tra<br />
l’altro è proprio questa differenziazione che crea nei soggetti<br />
detenuti un processo di desolidarizzazione. Se io aspiro al premio (e<br />
non dico che non sia legittimo) dovrò guardarmi da stringere<br />
amicizie o essere solidale con chi gode fama di “cattivo”. E un<br />
carcere dove non c’è solidarietà tra i reclusi è un carcere dove<br />
si vive molto male.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Com&#8217;è<br />
nata l&#8217;idea di scrivere questo libro?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
E’<br />
una storia vecchia di 30 anni. Nell’agosto del 1985 Giuliano Naria,<br />
allora mio marito (abbiamo divorziato nel 1993), (condannato per<br />
banda armata denominata Brigate rosse e accusato, poi assolto, del<br />
delitto del Procuratore della Repubblica di Genova Francesco Coco)<br />
dopo un durissimo sciopero della fame che lo aveva portato a pesare<br />
40 chili e dopo aver scontato 9 anni e sei mesi aveva ottenuto gli<br />
arresti domiciliari a Garlenda, un paesino dell’entroterra ligure<br />
nella casa che era dei mia nonna e che avevo dato in uso a i suoi<br />
genitori. Io lo avevo raggiunto lasciando Milano e il lavoro di<br />
giornalista. Era una bella cosa ma cosa ci facevamo lì? Non ci<br />
amavamo più così tanto da fare un figlio ma un libro forse potevamo<br />
provare a farlo. Avevamo a disposizioni personaggi straordinari da<br />
far impazzire di gioia qualsiasi aspirante scrittore! Giuliano era il<br />
narratore che sa guardare il carcere con ironia e gusto del<br />
paradosso, io l’intervistatrice. L’idea era raccontare la<br />
brutalità del carcere ma senza piagnistei, volevamo racconti<br />
scanzonati anche nella tragedia. Volevamo raccontare <u>persone</u>,<br />
non criminali o terroristi. Persone curiose, sbruffone, prepotenti,<br />
generose, crudeli anche e, soprattutto, non volevamo dare giudizi.<br />
Quelli li aveva già dati la legge.
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
testo fa fare una riflessione anche sull&#8217;utilità del carcere: qual è<br />
la sua opinione in merito?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
L’obbiettivo di<br />
fondo per cui è stato scritto il libro è far si che chi lo legge si<br />
chieda: a cosa serve il carcere? Credo, credevamo, che il carcere non<br />
sia riformabili e, come da tempo insiste il mio amico Vincenzo<br />
Guagliardo, e fortunatamente non solo lui, che dovremmo liberarci<br />
dalla necessità del carcere.</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Si<br />
tratta di storie che, da una parte, attingono alla realtà e, da<br />
un&#8217;altra, sono romanzate: perchè questa scelta?</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0.5cm;">
Il<br />
libro è firmato da due persone ma in realtà è un canto corale e<br />
tutti i personaggi citati ne sono in qualche modo gli autori. E’ un<br />
documento di storia orale, storia raccontate come intorno a un<br />
bivacco (molti racconti sono nati all’Asinara a celle distrutte),<br />
dove ciascuno racconta la sua di storia e magari la abbellisce,<br />
omette, confonde. Non sono la verità ma sono più che vere.</p>
</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="font-style: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
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		<title>Su carceri e tortura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Aug 2014 04:30:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ringraziamo Patrizio Gonnella che ci permette di pubblicare questo suo testo già uscito sul suo blog di Micromega. Nel 1948 è stata firmata solennemente da tutti gli Stati la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/08/22/su-carceri-e-tortura/">Su carceri e tortura</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ringraziamo Patrizio Gonnella che<br />
ci permette di pubblicare questo suo testo già uscito sul suo blog<br />
di Micromega.<br />
</p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/08/r-CARCERE-large570.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/08/r-CARCERE-large570.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="133" width="320" /></a></div>
<p>Nel 1948 è stata firmata<br />
solennemente da tutti gli Stati la Dichiarazione Universale dei<br />
Diritti dell’Uomo L’articolo 5 afferma che: «Nessun individuo<br />
potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o punizioni<br />
crudeli, inumani o degradanti». Il termine ricompare all’articolo<br />
3 delle quattro convenzioni di Ginevra del 1949 sul trattamento dei<br />
prigionieri di guerra, cuore del diritto umanitario post-bellico. Il<br />
divieto è assoluto essendo assoluta la intangibilità della dignità<br />
umana. <br />Assolutezza ribadita dal Patto sui diritti civili e<br />
politici del 1966 delle Nazioni Unite il cui articolo 7 afferma che:<br />
«nessuno può essere sottoposto alla tortura, né a punizioni o<br />
trattamenti crudeli o degradanti, in particolare, nessuno può essere<br />
sottoposto, senza il suo libero consenso, a un esperimento medico e<br />
scientifico». Il successivo articolo 10 a sua volta afferma che:<br />
«Tutte le persone private della libertà devono essere trattate<br />
umanamente e con il rispetto dovuto alla dignità inerente all’essere<br />
umano». <br />Nel 1975 sempre in sede Onu viene promulgata la<br />
Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone contro la tortura<br />
e altri trattamenti crudeli, inumani o degradanti. All’articolo 2<br />
si afferma perentoriamente che tutti gli atti di tortura<br />
costituiscono una offesa alla dignità umana. All’articolo 7 gli<br />
Stati membri dell’Onu sono invitati a prevedere al loro interno il<br />
delitto specifico di tortura. Una Dichiarazione nel diritto<br />
internazionale, però, è un atto privo di effetti vincolanti.<br />
Implica per gli Stati solo una doverosità morale. <br />Nel 1984 viene<br />
adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite la Convenzione<br />
contro la tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o<br />
degradanti. In questo caso la Convenzione, essendo un Trattato,<br />
vincola chi vi aderisce. E questo Trattato vincola ben 151 Paesi,<br />
quasi tutto il globo. L’articolo 1 della Convenzione del 1984 così<br />
definisce la tortura: «Ai fini della presente Convenzione, il<br />
termine ‘tortura’ designa qualsiasi atto con il quale sono<br />
inflitti a una persona dolore o sofferenze acute, fisiche o<br />
psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza<br />
persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o<br />
una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di<br />
intimidirla od esercitare pressioni su di lei o di intimidire od<br />
esercitare pressioni su una terza persona, o per qualunque altro<br />
motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale<br />
dolore o tali sofferenze siano inflitti da un funzionario pubblico o<br />
da qualsiasi altra persona che agisca a titolo ufficiale, o sotto sua<br />
istigazione, oppure con il suo consenso espresso o tacito. Tale<br />
termine non si estende al dolore o alle sofferenze derivanti<br />
unicamente da sanzioni legittime, ad esse inerenti o da esse<br />
provocate». <br />La tortura così come definita in sede Onu si<br />
compone dei seguenti quattro elementi: l’inflizione di una acuta<br />
sofferenza fisica e/o psichica, la responsabilità diretta di un<br />
funzionario dell’apparato pubblico, la non liceità della sanzione,<br />
la intenzionalità. E’ questa l’unica definizione di tortura<br />
universalmente riconosciuta. <br />Il Consiglio di Sicurezza delle<br />
Nazioni Unite dà vita negli anni 1993 e 1994 al Tribunale penale<br />
internazionale per la ex Jugoslavia (TPIJ) e al Tribunale penale<br />
internazionale per il Ruanda (TPIR). Il contributo delle Corti ad hoc<br />
è stato comunque significativo per segnare la universalità della<br />
proibizione della tortura e la sua cogenza. La norma che vieta la<br />
tortura è ritenuta disposizione di natura consuetudinaria con radici<br />
lontane nel tempo e diffuse nello spazio. Nel caso Furundzija il<br />
TPIJ, proprio partendo dalla considerazione che la proibizione della<br />
tortura fosse norma di ius cogens, è giunto a sostenere una<br />
responsabilità diretta dello Stato nel caso di mancato adeguamento<br />
interno agli obblighi punitivi internazionalmente imposti.<br />Nel<br />
1998 a Roma viene firmato lo Statuto della Corte Penale<br />
Internazionale. Vincola gli Stati che ratificano il relativo Trattato<br />
internazionale. Non più quindi una Corte ad hoc nata per giudicare<br />
crimini avvenuti in un dato contesto geografico prima della nascita<br />
della Corte stessa, bensì un tribunale permanente posto a protezione<br />
giudiziaria universale dei diritti umani. Tra i crimini contro<br />
l’umanità che la Corte deve perseguire vi è la tortura. Nel<br />
dicembre del 2002 viene elaborato e posto alla firma degli Stati il<br />
Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura che<br />
prevede un meccanismo universale<br />
di controllo dei luoghi di detenzione. </p>
<p>Anche l’Europa vieta<br />
la tortura. La Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti<br />
dell’uomo e delle libertà del 1950 all’articolo 3 afferma<br />
perentoriamente che: «nessuno può essere sottoposto a tortura o a<br />
pene o trattamenti inumani o degradanti». Il successivo articolo 15<br />
sancisce che tale norma non trova eccezione neanche in caso di<br />
guerra. (Brani tratti da un mio libro del 2012, La tortura in Italia,<br />
ed. Derive Approdi).</p>
<p>In Italia la tortura non è ancora un<br />
reato. È inaccettabile, grave, vergognoso. La Camera sta discutendo<br />
un testo pieno di contraddizioni approvato dal Senato. In autunno<br />
andremo sotto il giudizio del Consiglio dei diritti umani delle<br />
Nazioni Unite. Chissà se per allora ci sarà uno scatto di reni<br />
delle forze politiche democratiche nel nome della dignità.</p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Lo Stato<br />
risponde della tortura dei suoi ufficiali se non ha il divieto nella<br />
sua legislazione. <br />Nel 1998 a Roma viene firmato lo Statuto della<br />
Corte Penale Internazionale. Vincola gli Stati che ratificano il<br />
relativo Trattato internazionale. Non più quindi una Corte ad hoc<br />
nata per giudicare crimini avvenuti in un dato contesto geografico<br />
prima della nascita della Corte stessa, bensì un tribunale<br />
permanente posto a protezione giudiziaria universale dei diritti<br />
umani. Tra i crimini contro l’umanità che la Corte deve perseguire<br />
vi è la tortura. Nel dicembre del 2002 viene elaborato e posto alla<br />
firma degli Stati il Protocollo Opzionale alla Convenzione Onu contro<br />
la tortura che prevede un meccanismo universale di controllo dei<br />
luoghi di detenzione.
</div>
<p>
<a href="https://www.blogger.com/null?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="%3Azh"></a>Anche l’Europa<br />
vieta la tortura. La Convenzione europea per la salvaguardia dei<br />
diritti dell’uomo e delle libertà del 1950 all’articolo 3<br />
afferma perentoriamente che: «nessuno può essere sottoposto a<br />
tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti». Il successivo<br />
articolo 15 sancisce che tale norma non trova eccezione neanche in<br />
caso di guerra. (Brani tratti da un mio libro del 2012, La tortura in<br />
Italia, ed. Derive Approdi).<br />In Italia la tortura non è ancora un<br />
reato. È inaccettabile, grave, vergognoso. La Camera sta discutendo<br />
un testo pieno di contraddizioni approvato dal Senato. In autunno<br />
andremo sotto il giudizio del Consiglio dei diritti umani delle<br />
Nazioni Unite. Chissà se per allora ci sarà uno scatto di reni<br />
delle forze politiche democratiche nel nome della dignità.</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/08/22/su-carceri-e-tortura/">Su carceri e tortura</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Carceri. I confini della dignità: il libro di Patrizio Gonnella, Presidente Associazione Antigone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 May 2014 04:17:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti: parte da qui la riflessione di Patrizio Gonnella, Presidente dell&#8217;Associazione Antigone, che nel suo testo &#8211; intitolato Carceri. I confini della dignità&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/05/57-2-721x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/05/57-2-721x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="320" width="225" /></a></div>
<p>La pratica penitenziaria evidenzia una distanza tra diritti proclamati e diritti garantiti: parte da qui la riflessione di Patrizio Gonnella, Presidente dell&#8217;Associazione Antigone, che nel suo testo &#8211; intitolato Carceri. I confini della dignità edito da Jaca Book &#8211; ridisegna i confini della pena carceraria attraverso una descrizione qualitativa e critica dei diritti dei detenuti. Si parla di diritto alla vita, alla salute, al voto, al lavoro, agli affetti: diritti che, se tutelati, garantiscono il riconoscimento della dignità umana. E la loro tutela passa attraverso un costante impegno giuridico, politico e culturale. </p>
<p>Abbiamo intervistato per voi Patrizio Gonnella che ringraziamo tantissimo per la sua disponibilità.</p>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
Qual è la sua opinione in merito alla<br />
legge cosiddetta “svuotacarceri”? Le misure adottate sono<br />
sufficienti o si può fare di più?</div>
<p></p>
<div align="JUSTIFY" style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
È stato questo un periodo di piccole<br />
riforma che hanno segnato un cambio di tendenza rispetto ai<br />
precedenti vent’anni. È però ancora una situazione fragile e non<br />
necessariamente resistente alle intemperie culturali. Ricordo i<br />
pilastri di quella che non è una legge svuotacarceri : norma timida<br />
sulle droghe che cambierà di pochissimo in meglio l’orribile legge<br />
Fini-Giovanardi. Espulsione facilitata per gli stranieri già in<br />
carcere. Qualche giorno di liberazione anticipata in più per chi<br />
tiene in carcere regolare condotta, ad esclusione di mafiosi,<br />
narcotrafficanti, sequestratori etc. etc. Misure per facilitare il<br />
lavoro penitenziario. Istituzione del Garante dei diritti delle<br />
persone private della libertà. Tutela giurisdizionale dei diritti<br />
per chi oggi non ne ha. A noi questo decreto non convince perché ha<br />
fatto poco rispetto a quello di cui il nostro sistema penale e<br />
penitenziario avrebbe bisogno. Faccio un elenco: nuovo codice penale<br />
di ispirazione non autoritaria; nuova legge sulle droghe non<br />
proibizionista e punitiva; abrogazione totale della legge Cirielli<br />
sulla recidiva che in parte sopravvive grazie a chi lo scorso agosto<br />
l’ha salvata dall’abrogazione; garanzie di rispetto della dignità<br />
umana per chi è dietro le sbarre.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
In che modo si può modificare<br />
l&#8217;approccio culturale relativo al carcere, ai detenuti? Ovvero, in<br />
che modo si può pensare alla persona detenuta, appunto come a una<br />
“persona”?</div>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
È un percorso che richiede un diverso<br />
approccio sociale e culturale. È necessaria una svolta umanocentrica<br />
di tipo universalista capace di superare la logica violenta che<br />
governa oggi le decisioni politiche. Le parole chiave sono dignità<br />
umana e nonviolenza. Solo la nonviolenza come fine e come mezzo è<br />
capace di produrre un cambio di paradigma nel nome dell’uguaglianza<br />
e della solidarietà.
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
In base alla sua lunga esperienza<br />
professionale, quali sono gli istituti di pena italiani in cui<br />
vengono tutelati i diritti dei detenuti e quali, invece, quelli in<br />
cui è necessario intervenire? Può farci alcuni esempi?</div>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
Più che fare esempi indicherei<br />
modelli. Esistono modelli di carcere fondati sulla umiliazione, la<br />
deresponsabilizzazione, l’infantilizzazione. In questi istituti il<br />
detenuto è ridotto a cosa non pensante. E’ questo un modello<br />
fintamente correzionale, ma sostanzialmente autoritario. Poi vi sono<br />
poche carceri dove si sperimenta una vita sociale fondata sulla<br />
responsabilità e sulla somiglianza alla vita vera, quella libera.<br />
Questo è un modello sano e umanocentrico. Purtroppo non è il<br />
modello prevalente.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
Parliamo della burocratizzazione della<br />
giustizia e delle persone recluse in attesa di giudizio&#8230;</div>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
Due grandi tumori della giustizia<br />
italiana. La burocratizzazione della giustizia ha prodotto una<br />
selezione classista delle punizioni. Nella burocrazia i ricchi si<br />
insinuano bene, dilatando i tempi e sfruttando le garanzie che tali<br />
non sono offerte dalla macchina amministrativa che non funziona. Per<br />
quanto riguarda le persone in attesa di giudizio, il loro grande<br />
numero è l’esito di un processo penale troppo lento. La custodia<br />
cautelare in Italia è la risposta di polizia alla giustizia penale<br />
fallace e burocratica.</div>
<p></p>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
Nel 1999  l&#8217;Associazione Antigone ha<br />
stilato un rapporto dal titolo “Il carcere trasparente”: quanto è<br />
importante accendere i fari sul tema delle condizioni di<br />
sopravvivenza negli istituti penitenziari e cosa possono fare, in tal<br />
senso, gli organi di stampa ?</div>
<div style="font-style: normal; font-weight: normal; margin-bottom: 0cm;">
I media sono decisivi per far uscire<br />
il carcere, le sue storie, le sue contraddizioni, le sue violenze, i<br />
suoi numeri dal cono d’ombra dove periodicamente finisce. La pena<br />
nella pre-modernità era pubblica in quanto doveva essere un monito.<br />
Oggi è stata giustamente sottratta agli sguardi vouyeristici. Ma è<br />
stata anche confinata in ambienti oscuri e inaccessibili a chi deve<br />
controllarne la legalità.
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Un omaggio per &#8220;Hurricane&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Apr 2014 04:35:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Rubin Carter, detto “Hurricane” per la velocità e la potenza dei suoi colpi: nel 1961 inizia la sua carriera di pugile che lo vede vincitore per i primi venti incontri, è morto ieri sera&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>
Rubin<br />
Carter, detto “Hurricane” per la velocità e la potenza dei suoi<br />
colpi: nel 1961 inizia la sua carriera di pugile che lo vede<br />
vincitore per i primi venti incontri, è morto ieri sera all&#8217;età di<br />
76 anni, battendo anche il leggendario Emile Griffith.</p>
<p>&nbsp; </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Lo<br />
vogliamo ricordare perchè, nel 1966, venne accusato di triplice<br />
omicidio durante una sparatoria in un locale del New Jersey. La<br />
condanna fu di due ergastoli e la sentenza fu confermata dieci anni<br />
dopo. Il caso fu uno dei più eclatanti e controversi dell&#8217;America<br />
dei “diritti uguali per tutti”: la giuria chiamata a decidere del<br />
destino di Carter era, infatti, composta solamente da uomini bianchi<br />
e i testimoni si dimostrarono inattendibili.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nato nel<br />
1937 da una famiglia di sette figli, Rubin venne mandato in<br />
riformatorio all&#8217;età di 12 anni per aggressione, ma poi decise di<br />
arruolarsi nell&#8217;esercito che, nel &#8217;54, lo spedì nella Germania<br />
dell&#8217;Ovest. Al suo ritorno continuò a compiere qualche scippo fino a<br />
quando trovò come incanalare la sua energia e la sua vita: nella<br />
boxe. E diventò un grande campione dei pesi medi.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
seguito della sua condanna agli ergastoli si mobilitò gran parte<br />
dell&#8217;opinione pubblica mondiale: persone comuni, cantanti, artisti<br />
scesero in piazza sostenendo che l&#8217;accusa contro “Hurricane” si<br />
basava su motivi razziali. Rubin Carter è diventato, così, uno dei<br />
simboli della lotta alle discriminazioni.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Diciannove<br />
anni di prigione, fino a quando, fu rilasciato , nel 1985, dopo anni<br />
e anni di battaglie legali e di campagne di sensibilizzazione per<br />
quella che, con enorme ritardo, è stata poi riconosciuta come un<br />
caso di razzismo per il colore della pelle. Tre anni dopo, nell&#8217; 88,<br />
caddero tutte le accuse contro di lui. </p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="clear: right; float: right; margin-bottom: 1em; margin-left: 1em;" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" height="100" width="200" /></a></div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Bob<br />
Dylan canta la sua storia nel celebre pezzo proprio intitolato<br />
“Hurricane” e Denzel Washington ha interpretato il pugile nel<br />
film <i>Hurricane-Il grido dell&#8217;innocenza. </i>L&#8217;”uragano”<br />
si è spento nella sua abitazione di Toronto, dopo un&#8217;esistenza<br />
travagliata, ma che, alla fine, ha dato un senso alla giustizia.
</div>
</div>
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			</item>
		<item>
		<title>Lo Stato della follia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2014 04:10:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Vincitore del Premio “Ilaria Alpi”, nel 2013 e di molti altri riconoscimenti in Festival nazionali, il documentario Lo Stato della follia, del regista Francesco Cordio, apre le porte di alcuni ospedali psichiatrici giudiziari (OPG)&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2014/04/18/lo-stato-della-follia/">Lo Stato della follia</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-40.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img border="0" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2014/04/untitled-40.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" /></a></div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Vincitore<br />
del Premio “Ilaria Alpi”, nel 2013 e di molti altri<br />
riconoscimenti in Festival nazionali, il documentario <i>Lo<br />
Stato della follia</i>, del<br />
regista Francesco Cordio, apre le porte di alcuni ospedali<br />
psichiatrici giudiziari (OPG) italiani per denunciare le condizioni<br />
in cui versano le persone in essi detenute. Ma non solo: l&#8217;indagine<br />
si interroga anche sui motivi per cui alcuni vengono internati e<br />
troppo a lungo, sulle modalità di analisi delle loro condizioni<br />
psichiatriche, sul rapporto, del tutto burocratico, tra medici,<br />
magistrati e pazienti.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Abbiamo<br />
fatto, per voi, un&#8217;intervista a Francesco Cordio che ringraziamo<br />
molto per il tempo che ci ha voluto dedicare.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
progetto nasce da una sua esperienza negli OPG a seguito dei lavori<br />
della Commissione parlamentare, commissione presieduta dal Senatore<br />
Ignazio Marino, sull&#8217;efficacia ed efficienza del Servizio sanitario<br />
Nazionale: come sono nati il suo interesse verso questo argomento e<br />
il progetto cinematografico?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Alcuni<br />
Senatori della Commissione d&#8217;inchiesta &#8211; che è una commissione<br />
straordinaria e non permanente – avevano visto dei miei lavori<br />
precedenti e, quando hanno deciso di andare a documentare in video<br />
quello che succedeva dentro gli ospedali psichiatrici giudiziari, mi<br />
hanno contattato.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Io non<br />
avevo alcuna conoscenza degli OPG e ho accettato un po&#8217; senza sapere<br />
dove mi stessero portando, ma dal primo ingresso che ho fatto non ho<br />
potuto fare altro, oltre allo shock, che appassionarmi al tema. Ho,<br />
quindi, chiesto ai Senatori di poter utilizzare quel materiale che<br />
stavo filmando per un loro lavoro interno (che per la prima volta<br />
nella storia della Repubblica è andato agli atti nei lavori della<br />
Commissione) anche un mio lavoro esterno più ampio, che potesse<br />
arrivare a un pubblico più vasto. La cosa mi è stata riconosciuta<br />
per cui, negli anni successivi, ho continuato ad occuparmi di questo<br />
tema e ho avuto la fortuna di di conoscere l&#8217;attore Luigi Rigoni che,<br />
invece, ha avuto la sfortuna di finire in un ospedale psichiatrico<br />
giudiziario, quello di Aversa, e ho deciso di far raccontare a lui la<br />
sua disavventura. Questo suo racconto si intreccia alle immagini che<br />
ho filmato dentro gli ospedali.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
titolo del film può essere anche un gioco di parole: come può, lo<br />
Stato, ripristinare una psichiatria più democratica, che garantisca<br />
i diritti di base alle persone internate?
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ho<br />
optato per mettere nel titolo la “S” maiuscola perchè la cosa<br />
più assurda e paradossale è che sia lo Stato a rappresentare la<br />
parte folle: se devono essere curate delle persone che commettono un<br />
reato in uno stato di incapacità di intendere e di volere e, invece,<br />
vengono mandate ad ammalarsi o a peggiorare la propria situazione,<br />
allora vuol dire che è lo Stato ad essere folle.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
percorso più opportuno da seguire, secondo me, potrebbe esserci<br />
suggerito dalla Spagna dove la persona incapace di intendere e di<br />
volere che compie un reato non può essere internata per un tempo più<br />
lungo della durata della pena di una persona che è in possesso delle<br />
proprie facoltà e che ha commesso un reato.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Qual è<br />
il nesso tra crimine e follia? E come mettere in pratica misure di<br />
sicurezza adeguate, tenendo conto della sentenza n. 139 della Corte<br />
Costituzionale del 1982 secondo la quale la pericolosità sociale<br />
“non può essere definita come un attributo naturale di quella<br />
persona o di quella malattia”?</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E&#8217;<br />
fondamentale una valutazione psichiatrica più adeguata<br />
e,soprattutto, il percorso all&#8217;interno delle strutture ospedaliere<br />
deve avere una maggiore assistenza psichiatrica.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Se noi<br />
calcoliamo che dentro un OPG la visita dura in media 32 minuti&#8230;vuol<br />
dire che si è completamente abbandonati.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E&#8217;<br />
importante che gli psichiatri facciano valutazioni più appropriate<br />
nella fase della perizia ed è importante che, poi, i magistrati<br />
decidano confrontandosi di persona con gli psichiatri e con le<br />
persone che stanno per mandare in OPG perchè, spesso, magistrati e<br />
medici si relazionano tra loro solo tramite fax. E&#8217; tutto un fatto di<br />
carte e di burocrazia, ma in questo modo si gioca con la vita di<br />
persone deboli, indifese, che a volte non hanno una famiglia che le<br />
aspetta fuori. In questo senso lo Stato è molto colpevole.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
misure di sicurezza risalgono ad un codice antico, al codice Rocco, e<br />
vengono comminate nel momento in cui la persona, incapace di<br />
intendere e di volere, compie un reato: se è minimo, la misura di<br />
sicurezza consta in due anni di internamento e, durante questo<br />
periodo, la Sanità nazionale dovrebbe curare l&#8217;internato per far<br />
scemare la sua pericolosità sociale. Se, al termine della misura di<br />
sicurezza, la nuova perizia stabilisce che la persona è ancora<br />
pericolosa, si può decidere per una eventuale proroga. E si arriva a<br />
20,30 anni o ai famosi “ergastoli bianchi”.</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ci può<br />
riportare le voci di qualche persona rinchiusa, ad esempio, a<br />
Montelupo Fiorentino, a Reggio Emilia o ad Aversa, per citare solo<br />
poche strutture?
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Tra le<br />
tante testimonianze che ho registrato, quella che più mi ha colpito<br />
è quella di un ragazzo internato a Reggio Emilia che, con grande<br />
lucidità, dice una frase: “ L&#8217;Uomo è un animale che può<br />
abituarsi a tutto, ma qua viene messo a dura prova”. Dopo qualche<br />
mese il ragazzo ha deciso di togliersi la vita.
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nei<br />
titoli di coda scrivo che il film è dedicato a lui e a tutti coloro<br />
che non ce l&#8217;hanno fatta.
</div>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
</div>
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