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	<title>etnografia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>La casa vivente. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Fri, 14 May 2021 08:29:53 +0000</pubDate>
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<p><strong><em>Associazione Per i Diritti umani</em></strong> ha avuto il piacere di intervistare l&#8217;antropologo e docente Andrea Staid sul suo ultimo saggio dal titolo &#8220;La casa vivente. Riparare gli spazi, imparare a costruire&#8221; (ADD Editore) e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>



<p><em>Abitare è una delle principali caratteristiche dell’essere umano e la casa è il luogo umano per eccellenza. Domandare a qualcuno «dove vivi?» vuol dire chiedere notizie sul posto in cui si svolge la sua attività quotidiana. Ma soprattutto su quello che dà senso alla sua vita. Servendosi anche di un suggestivo giro del mondo tra le architetture vernacolari, il libro va in cerca del senso profondo dell’abitare. Dalle Ande peruviane alle montagne indiane, passando per il Vietnam e la Mongolia, Andrea Staid ci racconta che una palafitta sul lago Inle in Myanmar si regge su pali di bambù che vanno controllati e spesso cambiati, oppure che le travi del pavimento di una casa nelle montagne del Laos invecchiano, respirano e vanno revisionate. Ci racconta quindi che le case sono vive. In questo libro non ci sono solo esperienze lontane, perché dai viaggi c’è sempre un ritorno e ovunque sta nascendo la consapevolezza di quanto sia importante vivere (dunque abitare) in un modo più sostenibile ed ecologico. Da questa necessità nascono le esperienze di autocostruzione che stanno crescendo in tutta Italia e la scelta dell’autore di abitare in un rapporto diretto con la natura, in una casa che di natura si nutre e che è stata costruita assecondandone i ritmi e gli spazi. &#8220;La casa vivente&#8221; unisce antropologia ed esperienza personale, viaggio ed etnografia e ci invita a ripensare il nostro modo di immaginarci nello spazio.</em></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15317" width="563" height="819" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 687w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/163105011_478971999950836_3062588290089385725_n-206x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 206w" sizes="(max-width: 563px) 100vw, 563px" /></figure>



<p></p>



<p>A cura di Alessandra Montesanto</p>



<p>Il tuo ultimo lavoro si intitola “La casa vivente”: qual è il legame tra la “casa” e l&#8217;identità?</p>



<p>Credo che sia un legame stretto e importante. Sono convinto che il modo e il luogo in cui abitiamo definisca un ambito nel quale si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare rappresenta l’azione propria dell’uomo che riflette e non si assoggetta semplicemente alla vita; l’essere umano “abita” la casa quando non si limita a subire l’esistenza e le fatiche del vivere. In questo modo “abitare” assume il senso del prendersi cura, di sé e degli altri.</p>



<p>Il premio Oscar 2021 è andato al film <em>Nomadland</em> in cui la protagonista, Fern, vive in un vecchio furgone: la sua è stata una scelta consapevole, dettata dalla volontà di abbandonare le logiche capitalistiche e convenzionali dell&#8217;Occidente. In quali modi è possibile fare ritorno a stili di vita in sintonia con l&#8217;ambiente e con la stessa natura umana?</p>



<p>I modi sono tanti e non credo che ce ne sia solo uno giusto, credo che sia fondamentale però non separare questo tema ovvero, il modo in cui costruiremo e abiteremo il mondo nel prossimo futuro, dai principi dell’interculturalismo e del ripensamento postcoloniale, che promuovono indirettamente l’importanza della biodiversità e della valorizzazione delle forme di vita di un ecosistema. Un primo significato di comunità si trova proprio nel contesto dell’ecologia, e indica l’insieme di organismi che condividono uno stesso ecosistema e interagiscono alloro interno. Nel nostro ripensamento credo sia fondamentale prendere in considerazione riferimenti estranei al mondo industriale e occidentale, perché allargano il panorama verso modi “altri” di vivere e pensare lo spazio abitato. Questo significa avere un approccio ecologista decoloniale, come scrive Malcom Ferdinand, perché il degrado ambientale non può essere dissociato dai rapporti di dominio razziale che derivano dal nostro modo di abitare la Terra e da un sentimento di legittimità nell’appropriarsene. Esiste uno stretto legame tra diseguaglianze sociali e distruzione dell’ambiente e credo sia importante riuscire a connettere queste tematiche all’eredità razzista.</p>



<p>Distruzione della natura e oppressione sociale sono da sempre legate eppure, negli appelli ad affrontare l’urgenza climatica, si continuano a vedere slogan privi di un pensiero sociale. Risolvere la questione dell’inquinamento e della scarsità di risorse solo attraverso soluzioni tecnocratiche tipo la geoingegneria o i mercati di carbonio, come vorrebbe la green economy, non va alla radice del problema. Serve un ripensamento globale del sistema legandolo alla storia coloniale, come forma strutturata di distruzione degli ecosistemi e di “altericidio”. L’architettura indigena è invece stata, e in alcuni casi continua a essere, una risposta sostenibile alla necessità dell’essere umano di abitare il proprio spazio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15318" width="586" height="330" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1024x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-300x169.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-768x432.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n-1536x864.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1536w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/05/183738226_200975981839843_5849492000170892530_n.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1920w" sizes="(max-width: 586px) 100vw, 586px" /></figure>



<p>Il viaggio è un&#8217;opportunità per una tras-formazione personale e hai avuto modo di vistrare il Mynamar e con il meraviglioso (in senso letterale) Lago Inle: come ha suscitato le tue riflessioni su nuove forme dell&#8217;abitare?</p>



<p>Non solo il Myanmar in generale sono rimasto colpito dal modo di abitare indigeno sia nel sud est asiatico che in centro America, passando per la mongolia e il Marocco…</p>



<p>Se guardassimo a chi non si è tuffato nell’onda del progresso senza meta delle megalopoli, potremmo scoprire che è ancora possibile soddisfare le nostre necessità abitative sfruttando meno le limitate risorse disponibili, provocare un impatto minore sui nostri fragili ecosistemi, generare un legame profondo tra i costruttori, l’ambiente, i materiali impiegati e l’intera comunità. Tornare a essere homo faber è una necessità per il futuro che costruiremo, significa imparare di nuovo a essere donne e uomini artefici, in grado di trasformare la realtà grazie alle proprie capacità pratiche e intellettuali.</p>



<p>Nella società contemporanea viviamo una crisi del saper fare, soprattutto nell’ultimo periodo pandemico legato al covid-19, siamo stati costretti a casa e le nostre relazioni sono state sempre più con e attraverso macchine e oggetti industriali; di fatto, stiamo vivendo una limitazione drastica delle esperienze sensoriali. Una delle caratteristiche anatomiche principali di noi ominidi è il pollice opponibile che ci permette di manipolare gli oggetti con grande controllo e precisione; noi animali umani ci siamo plasmati culturalmente producendo e lavorando oggetti, e l’essere diventati sempre più homo comfort sta compromettendo passaggi cruciali della conoscenza manuale e culturale della nostra specie.</p>



<p>Gli edifici delle comunità indigene che ho incontrato in questi anni e che racconto nel mio libro “la casa vivente”, non sorgono nel vuoto, fanno parte della vita e della cultura dei popoli che rappresentano, non rimangono immutate nel tempo, ma si modificano e si arricchiscono con l’incontro di nuove tecnologie costruttive. Sono convinto che l’architettura spontanea ci insegna qualcosa sulla vita e sulle tradizioni dei popoli indigeni, riflettendo le nostre esperienze come in uno specchio.</p>



<p>La Giustizia è un concetto, è un valore sicuramente da perseguire che rimane, però, troppo spesso lontana dalla verità dei fatti. L&#8217;abitare condiviso, invece, la casa comune propongono una nuova idea di solidarietà concreta: qualis arebbero altri passaggi utili per affermare un&#8217; Etica della cura che consideri anche l&#8217;Altro distante nello spazio e l&#8217;Altro distante nel tempo? (Per citare Elena Pulcini alla quale va il nostro più caro ricordo)</p>



<p>Credo che una concezione di abitare i luoghi che si ispiri ai principi dell’economia circolare, quale modello economico idoneo a rigenerarsi da solo, attraverso la valorizzazione degli scarti di consumo, l’estensione del ciclo di vita dei prodotti, la condivisione delle risorse, l’impiego di materie prime seconde e l’uso di energia da fonti rinnovabili oltre che ovviamente con una condivisione e visione allargata del concetto di “bene comune” possa essere un modo per affermare quella che hai chiamato un’etica della cura. L’obiettivo del mio libro non è quello di fomentare un dibattito “solo” su come costruiamo case, ma di costruire un mondo nuovo a partire da come concepiamo ciò che costruiamo.</p>
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		<title>“LibriLiberi”. La caduta del cielo</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Sep 2019 06:45:43 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto 
</p>



<p>La foresta amazzonica è in fiamme e
pochi se ne preoccupano, credendo che sia un problema relativo e
circoscritto. Invece ci riguarda molto da vicino. Abbiamo ormai
perso, da questa parte del mondo, il contatto con la Natura; abbiamo
cercato di domarla in tutti i modi, nell&#8217;illusione di migliorare la
qualità delle nostre esistenze, ma abbiamo depredato la più grande
fonte di vita che avevamo a disposizione per ossigeno e acqua, per
legno e vegetali, per la fauna. Ma abbiamo preteso sempre di più per
la logica, contorta illusoria e prepotente, di essere superiori a
tutto e a tutti.</p>



<p>E allora bisogna leggere un testo,
originalissimo e denso: <em>La caduta del cielo. Parole di uno
sciamano yanomami</em>, per riportare i nostri piedi e i nostri cuori
su questa Terra. 
</p>



<p>Il libro (Edito da Nottetempo) è
scritto &#8211; o sarebbe meglio dire “trascritto” &#8211; dall&#8217;antropologo
Bruce Albert che ha trascorso anni nella comunità yanomani, nel nord
dell&#8217;Amazzonia brasiliana. E&#8217; entrato a far parte della famiglia di
Davi Kopenawa, con la fiducia che deriva dall&#8217;apertura mentale e
dalla mancanza di pregiudizio, e ha raccolto la testimonianza del
capofamiglia, sciamano e attivista per i diritti umani degli indios. 
</p>



<p>Un&#8217;esistenza epica, quella di Kopenawa,
che lo ha visto protagonista contro il colonialismo, cercatori d&#8217;oro,
missionari cattolici, imprenditori: insomma i Bianchi. Un&#8217;esistenza,
la sua, segnata fin dall&#8217;infanzia da una sensibilità fuori dal
comune, amplificata dall&#8217;educazione degli anziani che lo hanno
introdotto alle pratiche sciamaniche in un lungo e faticoso percorso
di iniziazione, raccontato nei primi capitoli di un
racconto/testimonianza davvero stupefacente: spiriti, visioni,
colori, forti emozioni. Tutto viene coinvolto nella possibilità di
un legame tra esseri umani e Cosmo, quando un Uomo (maschio, ma anche
femmina) entra in contatto con l&#8217;Universo. 
</p>



<p>Da lettori occidentali si possono
trovare, durante la lettura, alcuni riferimenti appartenenti alla
nostra cultura occidentale: le idee di Platone (realtà e
rappresentazione), la purificazione del corpo (Cristianesimo oppure
Ipazia che denigrava il proprio corpo per curarsi della propria
ricerca intellettuale), Lucrezio (per la concezione metamorfica degli
esseri naturali), ma anche questa sarebbe una sorta di
“colonizzazione” della cosmogonia e della mentalità yanomami. Si
tratta, invece, di una credenza, di uno stile di vita del tutto
diverso dal nostro, ma ugualmente autorevole. A partire dal concetto
di Spirito universale fino alla quotidianità, gli amerindi &#8211; e in
particolare gli sciamani &#8211; dimostrano, nella seconda parte del libro,
l&#8217;impotenza dell&#8217;individuo di fronte a forze superiori, benevole o
malevoli; sottolineano la futilità della nostra corsa al progresso,
nel momento in cui siamo tutti esseri a termine; spiegano che la
sopravvivenza delle generazioni future passa attraverso i nostri
comportamenti che devono tornare a rispettare l&#8217; Ambiente;
suggeriscono di non perdere il filo con il Cielo e i suoi abitanti,
per coltivare i valori positivi che collegano la nostra mente alle
stelle. Perchè siamo fatti della stessa sostanza, come ricordano le
lacrime e il mare.</p>
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		<title>Etnographic novel: Senza confini. Seconda parte dell&#8217;intervista. Con Francesca Cogni</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Nov 2018 07:45:43 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ecco per voi, la seconda parte dell&#8217;intervista sulla etnographic novel &#8220;Senza confini&#8221;. Risponde Francesca Cogni, illustratrice della graphic e videoartista. Associazione per i Diritti umani ringrazia molto Francesca Cogni. Alla luce delle testimonianze da voi&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ecco per voi, la seconda parte dell&#8217;intervista sulla etnographic novel &#8220;Senza confini&#8221;. Risponde Francesca Cogni, illustratrice della graphic e videoartista.</p>
<p><strong><em>Associazione per i Diritti umani</em></strong> ringrazia molto Francesca Cogni.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-11659" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="416" height="597" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1973w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-209x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 209w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-768x1103.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_347171165841513-713x1024.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 713w" sizes="(max-width: 416px) 100vw, 416px" /></a></p>
<p>Alla luce delle testimonianze da voi raccolte, quali sono le difficoltà comuni alle persone soggette a un nomadismo forzato? Anche perchè, in realtà, il nomadismo fa parte della Storia dell&#8217;umanità</p>
<p>Sono di più livelli.<br />
Da una parte il fatto di essere obbligati ad oltrepassare le frontiere illegalmente, e quindi a piedi, spesso di notte, rischiando la vita in mezzo alla neve, su barche, in mezzo a deserti, in tunnel ferroviari e dovendo nascondere ad eserciti, polizia, e fascisti di ogni paese.<br />
Poi c’è l’aspetto psicologico di tutta la questione, il limbo di attesa in cui le persone sono imprigionate dal momento in cui vengono identificate: non sapere cosa succederà, quanto tempo ci vorrà, l’ansia dell’intervista davanti alla commissione che deciderà se quello che è stato raccontato è vero oppure no &#8211; e il dover gestire emotivamente la cancellazione della propria biografia sotto l’etichetta di “storia inventata”, l’instabilità generata dalla paura di essere deportati, l’essere imbrigliati in sistemi di accoglienza che alimentano spesso la subalternità e la dipendenza, l’attesa di un visto, la speranza di un rinnovo, le nuove regole restrittive per i ricongiungimenti familiari e il riconoscimento della paternità.<br />
Sono stati costanti di incertezza e attesa, che spessissimo portano a reazioni estreme, come autolesionismo, tentativi di suicidio, dipendenza da farmaci e da alcool, droghe etc Gli stessi psicologi e assistenti sociali &#8211; con cui più di una volta mi è capitato di confrontarmi &#8211; spesso sentono di non avere gli strumenti per affrontare queste situazioni traumatiche a cui si somma la violenza istituzionale &#8211; nella forma di precarizzazione costante e degradazione della dignità della persona.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11665" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="960" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-150x150.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-768x768.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-160x160.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_337885230334400-320x320.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>Come si rapportano, le persone da voi intervistate, alla ricerca dell&#8217;identità, altra questione importante per chi vive e porta dentro di sé l&#8217;appartenenza a mondi e culture differenti?</p>
<p>Dipende. Per alcuni si tratta di una ricerca interiore, un partire dalle proprie radici per farsi ponte, ed è il caso di Nassi per esempio, una giovane donna italiana con genitori marocchini, che nell’attivismo ha trovato &#8211; e continua a cercare &#8211; la risposta all’essere nata casualmente dalla parte del mondo con il passaporto “buono”. Un altro esempio è Umar, che dopo il lungo viaggio dalla Siria a Berlino, ha ripreso i suoi studi interrotti in Social Consulting declinandoli al lavoro di sportello con rifugiati e richiedenti asilo.<br />
Per altri invece l’identità è una questione collettiva, una riflessione attiva e incessante fatta all’interno di un collettivo o di un gruppo o di un progetto (Napuli, Turgay, l’Internation Women Space), oppure un punto di partenza per nutrire una rielaborazione critica in forma di testo, immagini, musica (Melissa, Muhammed).<br />
In generale, ognuno trova le sue forme di resistenza per costruire una narrazione personale di questo concetto mobile, stratificato e spurio che è l’identità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11664" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="960" height="639" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 960w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578-300x200.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_1037949946385578-768x511.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></a></p>
<p>Perchè la scelta di trattare argomenti di stretta attualità (migrazioni, razzismo) nella forma della graphic novel?</p>
<p>Perché è un linguaggio che permette di raccontare il reale e l’onirico insieme, di ricostruire una storia ma anche di proiettarsi nel desiderio e nel futuro.<br />
Il disegno è un linguaggio rispettoso e sensibile sia per la fase di ricerca, che per quella di restituzione.<br />
Permette di raccontare l’irraccontabile. Non è invasivo &#8211; non è come usare una telecamera &#8211; e restituisce dei ritratti cangianti, in cui i protagonisti si ritrovano ma non sono schiacciati da un’immagine troppo aderente alla realtà, rispettando l’intimità della persona.<br />
“Abbiamo sperimentato nel disegno un linguaggio lieve e non intrusivo, capace di per sé di generare un tempo di relazione e di “rappresentazione” immediatamente condivisa.<br />
Il disegno si presta a un temporalità lenta. Può essere mostrato, regalato, ri-fotografato. È una forma di rappresentazione che rispetta l’intimità, pur avvalendosi di elementi che le rendono riconoscibili i protagonisti delle storie. Libero da un realismo stringente, permette di stilizzare i tratti somatici di una persona per “significare” migliaia di altre, in un racconto cangiante, polifonico, aperto all’onirico e al simbolico.<br />
Il disegno – come linguaggio di rappresentazione e come strumento di ricerca e riflessione, come modo di ‘guardare’ ed esplorare la realtà – contiene un grande potenziale per sviluppare, nel racconto documentario, pratiche leggere e rispettose, e per modificare lo sguardo e creare nuove narrazioni del presente.” (dalla postfazione di Senza Confini)<br />
Il fatto di dare dei volti disegnati e dei colori (i personaggi, e noi tra loro, hanno sempre un colore diverso in ogni tavola) era un modo per raccontare anche graficamente la ricchezza di questo mondo che viviamo oggi, meravigliosamente meticcio.</p>
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		<title>Senza confini. Una etnographic novel. Uno sguardo nuovo sul nomadismo contemporaneo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Nov 2018 07:43:55 +0000</pubDate>
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<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p><em>Senza confini</em> è una etnographic novel, edita da Milieu, che unisce la ricerca antropologica con il racconto scritto e disegnato, nata dall&#8217;esigenza di dare uno sguardo nuovo alle storie del nomadismo contemporaneo e all&#8217;esperienza vissuta dai migranti del nuovo millennio.</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha intervistato gli autori, Andrea Staid (antropologo) e Francesca Cogni (videoartista, illustratrice).</p>
<p>Ecco, per voi, la prima parte dell&#8217;intervista. Risponde Andrea Staid, che ringraziamo sempre per la sua disponibilità e gentilezza. Domani pubblicheremo la seconda parte con le risposte di Francesca Cogni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_724363787924333.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-11660" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_724363787924333.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="456" height="169" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_724363787924333.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 851w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_724363787924333-300x111.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/received_724363787924333-768x284.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w" sizes="(max-width: 456px) 100vw, 456px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si può declinare il concetto di “confine”?</p>
<p>Il concetto di confine si può definire in due modi. Il primo, quello che preferisco, è quello di un confine labile, che si può scavalcare: il confine è sì diversità, ma anche possibilità.</p>
<p>Il confine, invece, su cui ci siamo focalizzati per la nostra etnographic novel è stato quello della Fortezza Europa, cioè il confine di quell&#8217;Occidente tanto sperato da persone che, per motivi differenti, cercano di raggiungere per cercare un Futuro migliore. Il confine, quindi, che divide il “noi” da “loro”. Abbiamo, però, voluto decostruire i vari ghetti che si creano all&#8217;interno delle parole “migranti”, “rifugiati” ad esempio: nel nostro libro ci sono anche persone occidentali, come Melissa in arte Drowning Dog-DDM la rapper nordamericana che migra per lavorare con la propria musica. La grande differenza consiste nell&#8217;avere o no un passaporto occidentale e nella classe di appartenenza, il conto in banca è sempre senza confini.</p>
<p>Alla luce delle testimonianze da voi raccolte, quali sono le difficoltà comuni alle persone soggette a un nomadismo forzato?. Anche perchè, in realtà, il nomadismo fa parte della Storia dell&#8217;umanità&#8230;</p>
<p>L&#8217;essere umano è nomade. Detto questo c&#8217;è una differenza fra un nomadismo ricercato e un nomadismo forzato. In generale noi abbiamo raccolto testimonianze di persone costrette a fuggire, tranne Melissa che, come dicevo, voleva arrivare in Europa per fare concerti con la sua musica, poi si è sposata ed è rimasta qui. Mohamed, invece, scappa perchè è un fotoreporter che parla di cose di cui, nel suo Paese, non deve parlare, ma in Europa cerca la libertà di farlo. Oppure c&#8217;è la storia di un uomo, incarcerato dal regime turco, punito per le sue idee che manifestava sul giornale; e poi la storia di Silver, che apre il nostro lavoro, che abbiamo incontrato nella periferia di Milano, presso Casa di Betania, che viene in Europa per vendere le sue opere di pittura, ma purtroppo viene “truffato” dal mercato del mondo dell’arte.</p>
<p>Alla fine, quindi, sono tutte storie di resistenza&#8230;</p>
<p>Sì, e c&#8217;è anche una doppia resitenza che riguarda le donne migranti che è anche una resistenza di genere perchè soffrono di un retaggio patriarcale all&#8217;interno delle strutture ospitanti e da parte, a volte, degli stessi attivisti. Accenno alla storia di Napuli: dopo una carovana, durata mesi, di rifugiati politici che marciavano in Germania per la tutela dei diritti, si ritrovano a Berlino e occupano la piazza Oranienpaltz, con la scuola annessa. Il giorno dello sgombero, Napuli sale su un albero su cui ha vissuto per cinque giorni e cinque notti. Napuli ci ha raccontato di essere nata nella foresta e che quell&#8217;albero l&#8217;abbia aiutata e sostenuta perché era riuscita a creare un rapporto primordiale con la pianta. L&#8217;ultimo giorno, mentre lei era ormai stremata, la Polizia ha ceduto. E Napuli è diventata un simbolo di quella lotta.</p>
<p>Come si rapportano, le persone da voi intervistate, alla ricerca dell&#8217;identità, altra questione importante per chi vive e porta dentro di sé l&#8217;appartenenza a mondi e culture differenti?</p>
<p>L&#8217;identità è posticcia e serve quando si ha paura. Le persone che abbiamo intervistato hanno identità in transito: stanno diventando qualcos&#8217;altro, ma hanno ben presente da dove arrivano. Questo è interessante perché porta proprio all&#8217;ibridazione culturale e alla creazione di nuovi soggetti politici meticci.</p>
<p>Perché la scelta di trattare argomenti di stretta attualità (migrazioni, razzismo) nella forma della graphic novel?</p>
<p>I motivi principali sono tre. Il primo: io e Francesca ci siamo resi conto che i nostri lavori erano molto simili, ma affrontati con approcci differenti, per cui abbiamo pensato di ibridarli per creare qualcosa di originale, ed è nata la etnographic-novel, un&#8217;etnografia fatta con i disegni. Il secondo motivo: il disegno non mette paura come un registratore o una telecamera, ma crea complicità ed empatia. Il terzo: la grafica arriva a molte più persone, soprattutto ai giovani perché il testo, etnografico, viene comunicato con semplicità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;. Geo-grafie del silenzio</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Oct 2017 08:48:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La casa editrice Mimesis ha deciso di pubblicare una serie di libelli, all&#8217;interno di una collana chiamata ”Accademia del silenzio”, curata da Duccio Demetrio e Nicoletta Polla-Mattiol. Ogni libro, di circa cinquanta pagine, contiene riflessioni sul tema del SILENZIO, declinato tramite diverse discipline e sensibilità. E ogni libro è un piacere per la mente e per lo spirito.</p>
<p>Oggi vi parliamo del testo intitolato <i>Geo-Grafie del silenzio</i> di Daniela Finocchi, giornalista, saggista, da sempre interessata ai temi del mondo femminile.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788857522197.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9506" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/9788857522197.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="192" height="300" /></a></p>
<p>Ideatrice del Concorso nazionale Lingua Madre, destinato alle donne straniere in Italia, in questo percorso letterario commenta proprio alcuni brani scritti dalle partecipanti alle ultime edizioni, fornendo così un quadro dei cambiamenti della nostra società, mettendo in luce le problematiche legate alle migrazioni al femminile, costruendo un ponte tra culture diverse.</p>
<p>Nell&#8217;introduzione si legge: “Quella delle donne è una storia condivisa, a lungo caratterizzata dal silenzio, inteso però come rimozione, svilimento e negazione della soggettività femminile. Un silenzio spesso cercato dalle donne stesse, per sottrarsi all&#8217;inautenticità di una lingua &#8216;straniera&#8217;, in quanto lingua della cultura patriarcale&#8230;”. Ecco allora le parole di una madre per un figlio: “ E ho taciuto. Farò del mio meglio per imparare una nuova lingua per comunicarti tutto il mio amore, tradotto e intraducibile. Per te diventerò l&#8217;occidentale nell&#8217;aspetto e nell&#8217;appetito&#8230;Ma sappi che in me una sola cosa non potrà mai mutare: il mio silenzio. Non è un silenzio rancoroso o intriso di sfiducia. Non è il mero opposto al rumore&#8230;Il silenzio orientale è privo di giudizio e, di conseguenza, scevro di dolore&#8230;Quindi, figlio mio, ricorda sempre che quando vorrai ascoltare davvero la voce di tua madre, dovrai ascoltare i suoi silenzi”, parole di Laila Waida, indiana. Si parla, poi, del corpo della donna, “spesso ridotto al silenzio, sminuito o strumentalizzato dalla cultura patriarcale” e Luciana Petrovich ci ricorda che fu con la civiltà greca che venne elevato il corpo maschile a paradigma di perfezione e di bellezza, come emblema di potenza e di salute.</p>
<p>Besa Mone, albanese, racconta delle difficoltà della figlia Anila per diventare insegnante e, con grande ironia, scrive: “Finchè vuoi istruirti nella scuola italiana sei libera di farlo (per la primaria e la secondaria non serve neanche il permesso di soggiorno), istruire gli altri non te lo permettono”.</p>
<p>Il libro – denso e importante per i suoi riferimenti all&#8217;antropologia, alla psicologia, all&#8217;etnografia – rimanda anche al legame tra il Femminino e la Terra nei testi di Aminata Aidara, senegalese, Yolanda Parra, dalla Colombia o della russa Evgenia Kniazeva: “ &#8230;Il parto fu lungo e doloroso. La sua coscienza oscurata sembrava essersi distaccata dal corpo. In un istante si trovò sulla riva di un fiume. Era un fiume largo, con l&#8217;acqua torbida. Piccole case in legno, un grande ponte in lontananza, una delle case era quella di sua nonna”.</p>
<p>Relazioni intergenerazionali, istinto a dare e proteggere la Vita, senso di accoglienza e di protezione, l&#8217;importanza della cura di sé e degli altri: questo e molto altro negli scritti delle donne che partecipano al concorso. Sarebbe utile far leggere <i>Geo-Grafie del silenzio </i>agli uomini, portarlo nelle scuole per ripristinare quell&#8217;alleanza feconda e costruttiva tra i due poli dell&#8217;umanità. Sarebbe utile consigliarlo, regalarlo, diffonderlo perchè è importante per recuperare un buon rapporto con gli “Altri” (stranieri e non solo), con i nostri familiari, con la Natura che ci circonda; per ritrovare un linguaggio comune che si basi sui valori positivi e per ricordare che l&#8217;armonia sociale, civile, politica parte dai piccoli gesti e anche da pratiche silenziose, ma incisive.</p>
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		<title>9 agosto: giornata mondiale dei Popoli indigeni</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Aug 2017 07:39:14 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9291" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1417" height="946" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1417w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01-768x513.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/01-1024x684.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1417px) 100vw, 1417px" /></a></p>
<p>In occasione della Giornata internazionale dei Popoli indigeni (9 agosto) e a dieci anni dalla Dichiarazione ONU per i diritti dei Popoli Indigeni (UNDRIP), l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) fa un bilancio critico dell&#8217;attuale situazione. Nonostante molti dei 149 paesi firmatari della Dichiarazione abbiano nel frattempo inserito nella propria costituzione almeno parte degli enunciati, la situazione dei circa 6.000 popoli indigeni a cui appartengono più di 450 milioni di persone resta critica e i loro diritti continuano ad essere calpestati. I diritti dei popoli indigeni restano perlopiù sulla carta e anche quando i loro diritti sono inseriti nelle costituzioni nazionali si tratta spesso di dichiarazioni di intento che non costituiscono linee guida vincolanti e non possono quindi essere basi per legali per denunce in caso di violazione dei diritti. Le comunità indigene continuano quindi a essere vittime di furto di terre, di deportazioni forzate, di distruzione ambientale e della loro base di vita nonché di attacchi armati mirati per spezzare la loro resistenza a grandi progetti industriali e/o agricoli sui loro territori.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/untitled-1105.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9292 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/untitled-1105.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="299" height="138" /></a></p>
<p>L&#8217;APM sostiene quindi la richiesta delle popolazioni indigene di emanare finalmente una convenzione per la tutela dei loro diritti che sia anche vincolante per il diritto internazionale. In questo circa 700.000 Afar dell&#8217;Eritrea avrebbero maggiori possibilità di ottenere sostegno da parte della comunità internazionale nella loro lotta contro i soprusi operati dal governo del paese africano. Gli Afar subiscono da anni la distruzione del loro ambiente ecologicamente molto sensibile mentre lo stato ha dislocato 1,5 milioni di persone dai sovraffollati altopiani alle regioni dei bassopiani degli Afar, senza consultare preventivamente gli Afar, come richiederebbe invece la Convenzione ONU per i diritti dei popoli indigeni. La distruzione ambientale in Eritrea sta causando l&#8217;allargamento del deserto di Danakil con un sensibile incremento dei periodi di siccità, la conseguente perdita di raccolti, la moria di bestiame e in ultimo carestia per la popolazione della regione.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/thUCIAKZI1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9293 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/08/thUCIAKZI1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="294" height="196" /></a><br />
La situazione è catastrofica anche per le popolazioni indigene del delta del Niger in Nigeria. L&#8217;estrazione petrolifera indiscriminata nei loro territori ha causato distruzione ambientale, l&#8217;avvelenamento dei terreni e dell&#8217;acqua e aria insalubre. I profitti dell&#8217;estrazione petrolifera vanno al governo mentre non vi è alcun tipo di ritorno economico per le popolazioni interessate.</p>
<p>Nei paesi asiatici così come nei paesi latinoamericani dove vive la maggior parte delle popolazioni indigene i loro diritti e le loro necessità vengono perlopiù ignorate. Molte comunità indigene del Venezuela sono riuscite ad ottenere la demarcazione dei loro territori ma questo non garantisce loro alcuna tutela nei confronti di grandi progetti economici pianificati e realizzati senza che le comunità ne vengano informate o venga sentito il loro parere, come richiederebbe invece la dichiarazione delle Nazioni Unite. Questi sono solo alcuni degli esempi raccolti dall&#8217;APM in un dossier nel quale analizza in modo dettagliato la Dichiarazione dell&#8217;ONU per i diritti dei popoli indigeni e sottolinea l&#8217;importanza di una convenzione vincolante per la tutela delle popolazioni indigene.</p>
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		<title>ABITARE IL MUSEO &#8211; PRATICHE DI PROTAGONISMO CULTURALE DEI CITTADINI</title>
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		<pubDate>Fri, 26 May 2017 07:15:08 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h4><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8801" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="1200" height="628" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1200w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png-300x157.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png-768x402.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/05/abitare-il-museo-banner-fb.png-1024x536.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 1200px) 100vw, 1200px" /></a></h4>
<p><b>Nella giornata del 27 Maggio verrà proposto:</b></p>
<p>Biblioteca vivente: I libri della Biblioteca Vivente sono “libri umani”, consapevoli di appartenere a gruppi di solito minoritari soggetti a stereotipi e/o pregiudizi che si rendono disponibili a raccontare episodi della propria storia biografica ad altri, per aggredire i tanti, troppi, pregiudizi che circolano ormai indisturbati e normalizzati attorno a stranieri, immigrazione, culture.</p>
<p>Sulla Scena: performance con illustrazione della storia del Jazz attraverso l&#8217;etnografia delle sue percussioni: dall’Africa all’America Centrale e del Sud (Brasile, Argentina) all’Europa, si susseguiranno tipiche percussioni e brani jazz che le utilizzano.</p>
<p>Si terminerá con il pianoforte, come strumento percussivo Europeo. Il tutto accompagnerá la conferenza che introdurrá gli aspetti etnografici delle percussioni, con proiezione di immagini e, tramite l&#8217;esibizione di alcuni tra gli strumenti musicali pertinenti provenienti dalle collezioni del MUDEC.</p>
<p>Social Mudec: propone contenuti culturali fruibili tramite le nuove tecnologie, elaborando i significati e i simboli del patrimonio del Museo e delle culture presenti a Milano. Dalle 14:00 si assisterà alle installazioni dell’Albero della spiritualità, di Breakout &#8211; la logica dell’essere umano, delle Social Flags, dei tailleurs, dei costumi andini e amazzonici, alla proiezione dei video “Our World e Color Muud”, alla distribuzione dei segnalibri Mudecchiamo e infine all’angolo origami. Dalle 18:00 alle 18.30: Abrazo cultural &#8211; Abbraccio delle culture.</p>
<p><strong>Associazione per i Diritti à presente con POESIA RIVOLUZIONARIA ! Venite a seguirci ! Ringraziamo la nostra Monica Macchi.</strong></p>
<p>Tutto l’evento in streaming Facebook ogni ora alle .07 per 7 minuti e alle .49 per 7 secondi.</p>
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		<title>Abitare illegale. Intervista all&#8217;antropologo Andrea Staid</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Apr 2017 07:14:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Da non molto uscito in libreria, Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente di Andrea Staid, edito da Frontiere, è un saggio  antropologico ed etnografico analizza le forme dell’informalità dell’abitare in occidente.&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Da non molto uscito in libreria, <em>Abitare illegale. Etnografia del vivere ai margini in Occidente</em> di Andrea Staid, edito da Frontiere, è un saggio  antropologico ed etnografico analizza le forme dell’informalità dell’abitare in occidente. Forme diverse, alternative di concepire lo spazio, l&#8217;abitare e la vita stessa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha rivolto alcune domande ad Andrea Staid e lo ringrazia per la sua disponibilità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-8443 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="500" height="500" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 500w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-150x150.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 150w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-160x160.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 160w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/9788898600663_-320x320.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 320w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La ricerca si è svolta in Occidente, tra Europa e Stati Uniti: perchè quest&#8217;area di mondo e qual è la tesi da cui è nato il libro?</p>
<p>Ho deciso di concentrami sulle esperienze dell’abitare illegale e informale tra Europa e Sati Uniti perché volevo decostruire la convinzione che in Occidente viviamo tutti uniformati e incasellati in palazzoni, ville o case hitec. Le esperienze e i modi di vivere anche da “noi” sono molti e differenti tra loro e se uno dei motivi che spinge all’abitare informale è la mancanza di un reddito è anche vero che sono molti quelli che per scelta rifiutano di vivere in case altamente inquinanti, anonime, costruite da altri e dove si vive in modo mononucleare. E poi come racconto nel primo capitolo è da pochi secoli che abbiamo smesso di costruirci la nostra casa insieme alla comunità nella quale viviamo, è poco tempo che la nostra abitazione, come molte altre cose nella società occidentale, si è trasformata in una merce.</p>
<p>I margini che ho cercato di indagare in modo sia bibliografico che etnografico sono stati tanti e differenti tra loro. Una grande distinzione che ho fatto nel libro è tra chi nei margini ci vive per scelta e crea, risignifica i suoi spazi e chi nei margini ci si trova costretto e mette in atto rituali di resistenza. Grande è la differenza fra chi decide di vivere in una comune autogestita, eco-sostenibile occupata o di proprietà e chi si ritrova bloccato negli accampamenti di migranti a Calais o al confine di Ventimiglia e reinventa il suo modo di abitare. In entrambi i casi mi sono soffermato a osservare per capire le possibilità dell’abitare informale.</p>
<p>Sono convinto che il modo e il luogo in cui la gente abita definisca molti di quegli ambiti in cui si può costruire la propria identità e cultura. L’abitare informale e illegale, se visto nel senso pieno della sua pratica, non è un fenomeno secondario ma un vero atto di resistenza all’omologazione, una sostanza per la creazione di quelle libertà quotidiane che possono portare a una mutazione culturale che dall’individuo passino alla comunità o meglio alle tante e differenti comunità possibili.</p>
<p>La comunità Rom, soprattutto in Italia, è vittima di politiche escludenti: qual è la concezione dell&#8217;abitare di Rom e Sinti e quale la loro condizione di vita – e quindi anche abitativa – in altri Paesi europei?</p>
<p>Le comunità Rom e Sinti sono da secoli vittime di politiche repressive ed escludenti, in questa esclusione hanno ridefinito il loro essere anche nella sfera dell’abitare. La popolazione romanì oggi è presente in ogni continente con una consistenza numerica che raggiunge i 16 milioni di persone. In Europa, le comunità romanès sono presenti in tutti gli stati con una popolazione che supera gli 11 milioni di individui. In Italia la popolazione romanì è stimata attorno alle 170 000 persone, di cui circa il 60% sono cittadini italiani</p>
<p>Non tutti vivono in modo informale, quelli che ho conosciuto e frequentato vivono nella maggior parte dei casi ai margini delle città in quelli che noi gagi chiamiamo campi ma che sarebbe meglio chiamare villaggi. Per Rom e Sinti la casa è strettamente legata alla comunità, non si vende e non si compra ed è attraversata dalla famiglia allargata. In un villaggio non si è mai soli, lo spazio fuori dalla casa ricopre un aspetto fondamentale per la vita di Rom e Sinti e non è rinegoziabile con dei modelli abitativi standardizzati. Il senso dell’abitare romanés lo troviamo nei rapporti sociali che lega i membri della comunità. La necessità di costruirsi la propria casa insieme alla famiglia, di vivere in spazi aperti e condivisi è la sostanza della concezione della casa Rom e Sinti.</p>
<p>Parliamo delle case occupate: qui si intrecciano politica e disagio sociale: ci può riportare qualche esempio di Milano?</p>
<p>Io credo che i quartieri popolari dove sono presenti i comitati, le assemblee che organizzano le lotte per diritto all’abitare sono quartieri dove si mettono in pratica dinamiche di autogoverno e autogestione che creano possibilità sociali per donne e uomini che non hanno abbastanza reddito per vivere dignitosamente. Sono laboratori politici e sociali che ridefiniscono le città. A Milano sono molte le esperienze interessanti e i comitati di lotta attivi, per esempio possiamo citare gli occupanti del quartiere San Siro, Il Comitato Casa e Territorio che opera tra il quartiere Pasteur, Cimiano, Corvetto e Ticinese, Comitato Autonomo Abitanti Barona, Comitato Abitanti Giambellino e Lorenteggio, centinaia di occupanti che come in molte altre esperienze di occupazione in giro per l’Europa, mettono in atto delle reali pratiche di resistenza realizzando una capacità dei diversi soggetti occupanti non solo di mettersi contro, ma di costituire società, creando spazi liberati all’interno di una società che liberata non è. Donne e uomini senza possibilità economiche riprendono ciò che è loro negato, manifestano nella produzione della vita quotidiana una grande capacità di costruire legami sociali con fini comuni, costruiscono quello che gli antropologi chiamano cultura e che sarebbe il mondo, costruito e non, delle relazioni tra persone e luoghi, la rete di reciprocità che tiene in piedi e spinge una società.</p>
<p>La casa per chi la occupa non è uno spazio urbano isolato, è un elemento, una rete di relazioni sociali, familiari, politiche e di quartiere. In queste trame sociali anche le strade fanno parte della casa, perché sono spazi comuni, dove si condivide la quotidianità, dove si attuano rituali di riappropriazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A seguito anche dei terremoti che, purtroppo, hanno visto colpite le aree del Centro Italia, quanto è importante l&#8217;autoricostruzione , l&#8217;iniziativa personale e comunitaria?</p>
<p>L’autocostruzione dopo un’emergenza come quella di una catastrofe naturale può dare importanti risposte sociali e politiche. Riattiva economie locali, salda rapporti tra i terremotati e può dare risposte ecocompatibili, salubri ed economiche alla ricostruzione contribuendo anche a contrastare speculazioni e mafie. Ma per risponderti, visto che il mio libro è una etnografia polifonica vorrei usare la voce, la testimonianza di Mina, architetto, terremotata che ha auto-costruito tramite un cantiere scuola collettivo la prima casa in canapa italiana nella bassa emiliana per rispondere all’emergenza della perdita della sua casa dopo il terremoto:</p>
<p>Autocostruire per autocostruirsi è ancora più importante dopo una tragedia naturale, bisogna far lavorare la gente dopo un terremoto, i bambini e anche gli adulti terrorizzati dal sisma se rimangono inermi dentro anonimi e freddi container si deprimono totalmente, autocostruirsi la propria casa o baracca temporanea è la possibilità per rinascere. Abitare non è solo la casa che hai, ma il contesto nel quale è inserita. I morti durante il nostro terremoto per fortuna non sono stati tanti ma nessuno ci parla del tasso di suicidi dopo il sisma, o dell’enorme incremento di mortalità tra le fasce più anziane. Dopo il terremoto inizia il dramma psicologico, la situazione di distruzione dei legami sociali diventa la cosa più drammatica anche più delle case che crollano.</p>
<p>A seguito di un terremoto si verifica l’evacuazione del territorio, non c’è ricostruzione delle persone che sono quelle che fanno il territorio, si continuano a rifare gli stessi errori fatti all’Aquila. Impedire alle persone di costruirsi una casa dopo un terremoto è una cosa che lo Stato non si dovrebbe permettere di fare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Guarire la guerra: storie che curano le ferite dell&#8217;anima</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jul 2016 06:36:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>“Guarire la Guerra”  di Natale Losi (Edizioni L’Harmattan Italia) Un etnopsicoterapeuta in giro per il mondo per curare comunità e individui ricostruendo storie Con “Guarire la Guerra ” Natale Losi arriva al suo lavoro più&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“Guarire la Guerra”  di Natale Losi (Edizioni L’Harmattan Italia)<br />
Un etnopsicoterapeuta in giro per il mondo per curare comunità e individui ricostruendo storie<br />
Con “Guarire la Guerra ” Natale Losi arriva al suo lavoro più recente  dopo una lunga elaborazione delle sue esperienze in zone di conflitto avvenute dal 1993 al 2007 e successivamente in Italia. E’ spinto dall’interrogativo di fondo circa la possibilità di realizzare, nell’ambito della salute mentale, qualcosa di equivalente alle attività di Emergency nell’ambito della chirurgia. Accumula così esperienze sul campo, lavoro clinico e riflessioni che producono un modello di intervento che è insieme clinico e di comunità.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/cop_guarire-la-guerra-copertina-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6396" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6396" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/07/cop_guarire-la-guerra-copertina-197x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cop_guarire-la-guerra-copertina-197x300" width="197" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ringraziamo NATALE LOSI per la sua disponibilità a rilasciare questa intervista ad Associazione per i Diritti umani.</p>
<p>Il saggio parla di alcune esperienze che ha raccolto in Kosovo, Palestina, Colombia e anche in Italia: quali sono i traumi comuni alle persone che ha incontrato e quali, invece, quelli più specifici, legati alle condizioni politiche e sociali dei Paesi in cui vivono?</p>
<p>Più che di esperienze “raccolte”, il libro descrive esperienze “co-costruite”. Preferisco usare questo verbo, perché raccogliere rischia di implicare un’epistemologia destituita di ogni fondamento sin dall’800. Un’epistemologia che pretende ci siano esperti che osservano e definiscono cose “oggettive”. Nel campo dell’umano nulla è oggettivo, tutto è relazionale. Purtroppo, in molte discipline, e tra queste psichiatria e psicologia, tale epistemologia è ancora dominante. Secondo questo modo di pensare lo psicologo o lo psichiatra sono tecnici di un sapere obiettivo e valido universalmente, attraverso il quale possono definire i loro clienti come normali o patologici. Per inciso, cliente è un termine derivato dal latino che significa ascoltare/obbedire: il cliente/paziente deve obbedire. Lo psichiatra pensa di trattare i propri clienti come se avessero qualcosa di standardizzabile: in questo caso un trauma. A furia di ascoltare questi termini, la gente poi pensa che il trauma sia qualcosa di definito, di concreto. Questo genera ancora più confusione. La psichiatria definisce trauma, sia l’evento traumatico, sia la conseguenza dell’evento traumatico. Per cui non ci si capisce più niente. Come spiego nel libro, trauma è un termine che deriva dal greco ed è sempre relativo alle conseguenze di qualche esperienza. Però i greci usavano due verbi differenti per riferirsi a queste esperienze. Il primo è tirò, che si riferisce all’esperienza dolorosa di essere feriti; il secondo è titrosko, che si riferisce invece alla cicatrizzazione della ferita. Come a dire che ci sono eventi traumatici che ti procurano cicatrici che rendono ancora più forte la superfice ferita. Come ho cercato di sottolineare a più riprese nel libro, chi interviene in queste situazioni, come in qualunque contesto sociale, non è in una posizione neutrale, ma contribuisce a costruire il contesto in cui, insieme a tutti gli altri attori, agisce. Se chi interviene pensa di essere osservatore neutrale, con strumenti “scientifici” che – come nel caso degli psicoterapeuti – gli consentono di individuare i propri interlocutori come sani o malati, non lascia alcuno spazio di re-azione ai propri interlocutori. Se invece ci posizioniamo come co-narratori, sarà possibile trovare il modo di passare dalla ferita alla cicatrice. Ovviamente bisogna essere preparati a farlo. Per questo ho ritenuto prioritario fondare una scuola di specializzazione. Ultimamente, anche se non l’ho letto, ho letto attraverso i social media di un rapporto di Medici senza Frontiere, in cui si sosterrebbe che oltre il 60% dei richiedenti asilo sbarcati in Sicilia soffrirebbe di problemi di salute mentale. Se queste informazioni sono davvero presenti nel rapporto, oltre ad essere destituite di ogni fondamento scientifico, sono anche molto pericolose e stigmatizzanti. Per finire di rispondere alla sua domanda quindi direi che tutti i traumi (intesi come reazioni ad eventi traumatici) sono diversi.</p>
<p>Rivolge una critica al metodo psicoterapeutico tradizionale rivolto a persone che hanno vissuto la guerra o l&#8217;esilio: ci può spiegare i motivi della sua critica?</p>
<p>È difficile rispondere con chiarezza a questa domanda perché è difficile stabilire cosa sia il metodo psicoterapeutico tradizionale. Per cui suppongo che lei intenda riferirsi alla psichiatria dominante in Occidente. Contrariamente a questa psichiatria io evito accuratamente di fare un’equazione lineare tra guerra, traumi e malattia mentale. Questo tipo di ragionamento è privo di ogni fondamento. Basaglia nel 1975 curò un libro intitolato “Crimini di pace”, con la collaborazione di intellettuali tra i quali Sartre, Goffman, Foucault, Castel, Chomsky ed altri. Tra le discipline accusate di crimini in quel libro, la psichiatria aveva una posizione di spicco. Mi chiedo se una disciplina del genere possa curare qualcuno colpito dalla guerra. Io credo di no. Ci sono moltissime evidenze che ci indicano quanto queste persone possano essere aiutate rafforzando le loro risorse invece che stigmatizzare come malattia mentale reazioni normali a situazioni patologiche. In altri termini è il contesto che va curato, non le persone che ne fanno parte e che in qualche momento della loro esistenza possono esprimere delle difficoltà.</p>
<p>Quale può essere, invece, una strategia di cura alternativa? Nel libro, ad esempio, si fa riferimento al teatro, al gioco, al rito&#8230;</p>
<p>Tutti i mezzi che lei elenca sono parte di una strategia per aiutare le persone a riposizionarsi in un contesto che rischia, seguendo la cultura e la psichiatria dominanti, di stigmatizzarli semplicemente come vittime, se non come malati mentali. Ad esempio attraverso l’invenzione della sindrome da stress post traumatico. Il teatro, quando è possibile utilizzarlo, è uno di questi mezzi, ma non sempre è possibile avere a disposizione attori e teatranti. L’importante è trovare il modo di trasformare una narrazione che ammala in una narrazione che cura. Nella mia ipotesi tutte le narrazioni sono riconducibili a quattro assi narrativi: il rapporto tra i sessi, il rapporto tra generazioni, il rapporto tra umili e potenti e quello tra il mondo visibile e quello invisibile. Ciascuno di questi assi può avere delle polarità equilibrate e in armonia tra di loro e tenendo conto della cultura di appartenenza, oppure può essere squilibrato. Nel caso delle esperienze di guerra sono soprattutto gli ultimi due assi a essere squilibrati: quello tra umili e potenti e quello tra visibile e invisibile, nella sua coniugazione di rapporto tra vivi e morti. La funzione della psicoterapia dovrebbe essere quella di collaborare con le persone che ne esprimano un bisogno per trovare possibili co-narrazioni della loro esperienza in modo che possa essere vissuta come dotata di senso, nonostante tutto quello che può essere successo. È evidente che non è semplice come fare diagnosi superficiali o distribuire farmaci, ma molto più utile.</p>
<p>Sembra di evincere anche una partecipazione diretta del terapeuta, come a voler eliminare la dicotomia medico/paziente, noi/loro: è una riflessione corretta?</p>
<p>Quando parlo di co-narrare intendo proprio questo.</p>
<p>Infine: qual è l&#8217;importanza della pietra del sogno?</p>
<p>Il sogno, nel caso dell’esperienza della famiglia del muro in Palestina, è un chiaro esempio di influenza del pre-conscio. Mi era stata raccontata a grandi linee la storia di questa famiglia ed io avrei dovuto incontrarla il giorno dopo. È naturale che io pensassi con molta intensità a quella situazione. In particolare a quella donna spaventata che doveva periodicamente chiudersi al buio nella sua stanza. Non riusciva a sostenere l’aggressione dei vicini coloni israeliani che periodicamente lanciavano sassi verso il cortile della sua casa. Mi ero addormentato con questo pensiero e il sogno ha portato una possibile soluzione. L’ho seguita, ma ho poi dovuto collocarla in un contesto narrativo che le desse senso. Infatti, nel lavoro terapeutico, la pietra non aveva solo una consistenza fisica, in particolare quella di essere più dura e di durare di più del muro; ma anche quella di rappresentare l’oggetto simbolico di comunione e continuità con il gruppo terapeutico che era andato in visita alla famiglia. Quest’ultimo aspetto non è stato secondario per il successo della terapia. E l’ho comunicato simbolicamente alla signora palestinese facendo in modo che la pietra le fosse consegnata dopo che aveva fatto un giro tra le mani di tutti i partecipanti al gruppo. Quindi la pietra è stata importante, ma per com’è stata usata, soprattutto per il suo significato simbolico di durezza, resistenza e permanenza di tutti i membri del gruppo con la signora.</p>
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