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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Franco CFA, economia colonialista o moneta libera</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2019 07:48:36 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11988" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="716" height="393" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 716w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/franco-fca-300x165.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 716px) 100vw, 716px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di Veronica Tedeschi</p>
<p align="JUSTIFY">Dopo le ultime dichiarazioni sul Franco CFA di diversi politici italiani, è bene fare chiarezza su alcuni punti e sulle caratteristiche di questa moneta.</p>
<p align="JUSTIFY">Cominciamo con il dire che il Franco CFA occidentale (Franc Communautè Financière Africaine) è la moneta utilizzata da 8 stati indipendenti africani: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal e Togo e si collega anche al Franco CFA centrale che viene utilizzato da altri 6 paesi. 14 stati in tutto che condividono, quindi, la stessa moneta che ha un tasso di cambio fisso che fa discutere diversi economisti.</p>
<p align="JUSTIFY">I paesi della zona Franco CFA sono “costretti” a lasciare in deposito in Francia il 65% dei proventi delle loro esportazioni, chiamate “riserve in valuta estera”. Per chiarire meglio, facciamo un esempio reale con il Burkina-Faso che, in questo momento di forte crisi, non è in grado di pagare i propri funzionari; a fronte di un’esportazione di prodotti per il valore di 1 miliardo di euro (per esempio nel caso di esportazioni di materie prime), automaticamente dovrà lasciare in Francia un deposito di 650 milioni di euro.</p>
<p align="JUSTIFY">Perché? Per il motivo già citato: il 65% delle riserve valutarie di tali paesi sono depositate in un conto di transazione della Banque de France a Parigi. Secondo l’ex ministro della Prospettiva e della Valutazione delle politiche pubbliche in Togo, gli africani dovrebbero, in cambio, poter attingere dalle eccedenze delle riserve di cambio depositate al Tesoro pubblico francese per finanziare la crescita economica della regione. I politici degli Stati africani coinvolti in questa situazione, però, non agiscono per una sorta di “sudditanza volontaria” dei dirigenti che accettano ancora soldi fisicamente fabbricati in Francia, che produce l’ultima moneta coloniale ancora presente al mondo.</p>
<p align="JUSTIFY">Negli anni 90 il Franco CFA subì una grossa svalutazione di circa il 50%, richiesta dagli stati parte per cercare di ristabilire la competività internazionale delle esportazioni africane. Tale svalutazione causò, però, anche il crollo del 40% del potere d’acquisto della popolazione e, ancora una volta, inutile ribadirlo, quelli che maggiormente pagarono le conseguenze di questa situazione furono gli Stati più poveri.</p>
<p align="JUSTIFY">Considerato, inoltre, che il grosso export di queste regioni è sicuramente la produzione agricola, una costante diminuzione del prezzo di prodotti quali cotone, caffè o cacao rese sempre più necessaria la stipula di convenzioni per garantire il valore d’acquisto dei produttori locali. Inutile dire che questo tipo di economia non sia la più conveniente per paesi come quelli citati, che nascono già con alte problematiche di povertà e disagio sociale.</p>
<p align="JUSTIFY">Moltissime proteste si sono sviluppate negli ultimi anni in tutti questi paesi e, in parallelo, anche in molte capitali europee per richiedere alla Francia la restituzione all’Africa subsahariana di autonomia economica.</p>
<p align="JUSTIFY">A queste proteste si aggiungono le voci di studiosi ed economisti, come Nicolas Agbohou, economista e docente universitario che nel suo libro <em>Il Franco Cfa e l’Euro contro l’Africa</em> accusa duramente la Francia e la sua economia coloniale. Secondo Nicolas “gli africani sono esseri umani a pieno titolo come tutti gli altri. In quanto tali, è importante che gli africani siano liberi di condurre la politica monetaria che soddisfi meglio le proprie aspettative” e ancora, “Nessun paese può svilupparsi senza l’indipendenza monetaria. Abbiamo bisogno di una nuova moneta comune che non sia guidata dall’estero. Bisogna buttare nell’immondizia i principi che reggono il Franco CFA”.</p>
<p align="JUSTIFY">Siamo davanti ad una delicata questione di sovranità monetaria che riaccende intere popolazioni ad un “patriottismo economico”. Una lotta politica e cittadina che si sta sviluppando attraverso manifestazioni sempre più grandi.</p>
<p align="JUSTIFY">Il Franco CFA non rimane l’unica causa dell’immigrazione dall’Africa “nera” ma, sicuramente, è necessaria un’economia libera e autonoma che, vista l’abbondanza di materie prime presenti su tutto il territorio, condurrebbe l’Africa subsahariana verso una crescita immediata e un grande sviluppo economico.</p>
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		<title>&#8220;Stay human. Africa&#8221;. Altre afriche di Andrea De Georgio: è necessario approfondire lo sguardo oltre il binocolo miope che vede solo terrorismo e migrazioni</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Oct 2017 07:25:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">di Veronica Tedeschi</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/Immagine.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9663" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/Immagine.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="486" height="696" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/Immagine.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 486w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/Immagine-209x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 209w" sizes="(max-width: 486px) 100vw, 486px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>Un pezzo di legno può restare in acqua per tanti anni senza trasformarsi in un alligatore” (proverbio africano)</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Una testimonianza sull’Africa necessaria, un’Africa raccontata dalla carne degli africani. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Con queste parole si apre la serata di presentazione del libro “Altre Afriche” di Andrea De Georgio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Durante la serata, sono stati toccati temi di geopolitica contemporanea, attraverso l’approfondimento della cultura di alcuni Stati dell’Africa occidentale: Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger e Costa d’Avorio. Paesi dei quali Andrea parla nel suo libro, raccontati dalla vita quotidiana dei piccoli gesti di chi li vive.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Paesi ai quali siamo sempre più intrecciati: per ragioni demografiche (siamo un continente di anziani!), per ragioni economiche, per il cambiamento e climatico e, infine, per la disintegrazione geopolitica. Stati africani al collasso con poteri informali e clan mafiosi che prevalgono sulle istituzioni formali stanno rendendo invivibile lo storico continente madre.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Migranti e terrorismo sono i due temi ai quali si riduce una qualsiasi discussione sull’Africa. Per parlare di temi così importanti è forse necessario iniziare a cambiare prospettiva, far parlare in prima persona questi paesi apparentemente tanto lontani ma mai così vicini. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Aiutiamoli a casa loro”, cosa significa realmente? Secondo Andrea, ci sentiamo perennemente in colpa nei confronti dell’Africa a causa della colonizzazione. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">È necessario approfondire lo sguardo oltre il binocolo miope che vede solo terrorismo e migrazioni; “Altre Afriche” ha come obiettivo la decostruzione di alcuni pregiudizi e dicotomie quali centro-periferiche o noi-loro, attraverso i racconti delle persone che vivono in questa zona del mondo, una </span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;"><i>geo-poetica dal basso</i></span></span><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Per quanto riguarda la mia esperienza africana, sono sempre stato circondato da situazioni impoverite, non povere. Perché? Partiamo dalla moneta presente in tutta l’Africa occidentale, il Franco Sefa CFA – ultima moneta coloniale ancora esistente al mondo – che, ancora oggi, è strettamente collegata all’Euro. Questo rapporto Euro-Sefa aiuta l’economia africana?” </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Si tratta di un formidabile strumento di controllo economico-monetario delle Francia alle sue ex-colonie africane. I locali sentono il peso di questa moneta, vissuta come un freno alle esportazione e una limitazione alla propria sovranità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Come accaduto con l’Euro in Europa, infatti, anche il Franco Sefa ha avuto una forte svalutazione (circa il 50%) senza un conseguente aggiustamento dei prezzi. A causa di questo, una massiva migrazione senegalese, per citare una nazionalità, è partita verso l’Europa per scappare da un impoverimento via via crescente di tutta la popolazione.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Questo è uno dei tanti motivi per cui la differenza tra rifugiato e migrante economico non serve più, le persone che sono scappate da quei luoghi negli anni della “depressione”, sono dovute partire per cause esterne a loro e come conseguenza ad un impoverimento della loro vita, causato ancora una volta dal buon Occidente.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Si torna a parlare di singole persone, il diritto si incarna nella pelle del singolo. La differenza tra migranti economici e rifugiati è di comodo, eurocentrica.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Inoltre in Europa stiamo assistendo ad un forte problema culturale, l’immagine del migrante è spesso distorta, paragonato al terrorista. “E’ nostro dovere in quanto esseri umani capire che la migrazione è un’opportunità.”</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Nel mondo di oggi manca l’autenticità, si parla di esperienza vissuta, di vita. L’idea del libro è voler avvicinare questi attori del cambiamento alla realtà, considerarli persone, per quello che sono realmente, eliminando il campo da pregiudizi e paure.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Arial, serif;"><span style="font-size: medium;">Le testimonianze individuali, per Andrea, sono forse l’unico mezzo per riuscire a parlare di Africa. </span></span></p>
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		<title>&#8220;VeneredIslam&#8221;: Road to Istanbul</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2016 08:47:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Monica Macchi Presentato nella sezione Panorama della Berlinale, l’ultimo film di Rachid Bouchareb inizia con una sequenza potentissima in cui, senza parlare, un’adolescente mostra dei fogli alla webcam con cui annuncia la sua&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;" align="CENTER">di Monica Macchi</p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/201611761_2_IMG_543x305.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7693" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/201611761_2_IMG_543x305.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="201611761_2_img_543x305" width="457" height="305" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/201611761_2_IMG_543x305.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 457w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/12/201611761_2_IMG_543x305-300x200.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 457px) 100vw, 457px" /></a></p>
<p style="text-align: left;" align="CENTER">
<p style="text-align: left;" align="CENTER">Presentato nella sezione Panorama della Berlinale, l’ultimo film di Rachid Bouchareb inizia con una sequenza potentissima in cui, senza parlare, un’adolescente mostra dei fogli alla webcam con cui annuncia la sua intenzione di andare in Siria per il jihad. Lei è Elodie, convertitasi di nascosto all’Islam che, dopo aver abbandonato la squadra di basket e poi il liceo, dice alla madre che va a dormire da un’amica per il fine-settimana…ed invece sparisce. E così la madre Elizabeth (una strepitosa Astrid Whettnall) scopre all’improvviso da una telefonata della polizia belga una figlia sconosciuta “aspirante foreign fighter euro-jihadista” che né il governo né la polizia vogliono o possono far tornare sulla base della strategia “go, fly and die”. Si ritrova a partecipare ad un seminario didattico per i genitori di figli fuggiti in Siria e a studiare il Corano: decide allora di partire per la Turchia per cercare di impedire a Elodie di entrare in Siria e sposarsi. Inizia una parte on the road tutta virata sui toni del grigio-blu che dal paesaggio rurale di Benoit Chamaillard, con laghetto, casa e gatto la catapulta fino ad Hatay, estrema propaggine della Turchia con la Siria appena oltre il confine. Suq affollati, lingua incomprensibile, sfiancanti (e inutili) tour negli internet point, tentativi di coinvolgere la polizia locale, tassisti che si rifiutano di accompagnarla, flussi di profughi, caos e violenza amplificano la presenza/assenza della figlia e il senso di impotenza della madre per non saper gestire una situazione che, del resto, sfugge quasi completamente al suo controllo. In particolare la scena in cui Elisabeth trattiene il respiro quasi paralizzata mentre aspetta un messaggio da Elodie esaspera il costante mix di frustrazione e rabbia fino al finale che sembra l’inizio di una nuova storia: colpita mentre stava entrando in Siria, Elodie è ricoverata in un ospedale di Istanbul e i suoi compagni sono tutti morti. Neppure il tempo di sollevare le lenzuola e scoprire le mutilazioni che la bomba ha lasciato sul corpo della figlia, che le arriva come una staffilata la richiesta estrema: Elodie la implora di aiutarla ad andare dalla sua nuova famiglia in Siria…e Elisabeth capisce di averla persa senza aver capito come e perché. E la forza del film sta proprio nel fatto che non indaga da un punto di vista socio-antropologico e/o politologico la conversione e la radicalizzazione ma indaga il fenomeno attualissimo dei foreign fighters dal punto di vista di una madre che vuole solo riavere la figlia come credeva di conoscere.</p>
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		<title>Due euro l&#8217;ora: e poi morire di lavoro nero</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Oct 2016 06:56:53 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: large;"><b><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7148" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="due%20euro%20lora%20locandina%20" width="276" height="395" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 276w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/10/Due20euro20lora20locandina20-210x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 210w" sizes="(max-width: 276px) 100vw, 276px" /></a></b></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">
<p align="JUSTIFY">DUE EURO L&#8217;ORA di Andrea D’Ambrosio prende spunto dall’incendio del materassificio Bimaltex di Montesano sulla Marcellana (Sa) il 5 luglio 2006 in cui sono morte Annamaria Mercadante di 49 anni e Giovanna Curcio di 15 anni. Nonostante il titolare della “fabbrica” sia stato condannato in via definitiva ad otto anni di reclusione per “grave noncuranza per la vita delle proprie dipendenti” le famiglie delle due operaie sono rimaste sole e il regista non è riuscito neppure a girare lì il film. Anzi, (molti) rappresentanti istituzionali e dirigenti pubblici hanno scaricato la responsabilità sui singoli cittadini e in primis sulle operaie che avrebbero dovuto denunciare quella fabbrica abusiva.</p>
<p align="JUSTIFY">Nel film, in un piccolo paesino del Sud Italia in un seminterrato che fa da sartoria abusiva, Rosa e Gladys confezionano tute sportive schiavizzate da Enzo Blasi (uno strepitoso Peppe Servillo) un avido menefreghista che sfrutta le paure, l’insicurezza e l’omertà di chi finge di non vedere….ma anche la connivenza dei carabinieri, come ben esemplificato dalla scena in cui padrone e carabinieri si bevono insieme una tazzina di caffè ridacchiando e ammiccando. Rosa è una ragazzina di 17 anni che di nascosto decide di abbandonare gli studi per racimolare i soldi e raggiungere il fidanzato emigrato in Svizzera mentre Gladys è un’immigrata di ritorno dal Venezuela (interpretata da Chiara Baffi, vincitrice del premio come miglior attrice protagonista al Bari International Film Festival) che prova a ribellarsi ma la crisi economica e delusioni personali la risospingono nel laboratorio, troppo debole e sola per sindacalizzare il suo grido di protesta.</p>
<p align="JUSTIFY">Un film di denuncia non solo del lavoro nero ma anche dell’omertà e del bisogno economico che obbliga i soggetti ad accettare qualsiasi condizione perché “o così o niente”, ma anche un film d’amore e di amicizia: dopo il rogo Rosa e Gladys vengono trovate abbracciate…e solo una delle due sopravviverà.</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="en-US"><b>Trailer</b></span></span></span></p>
<div class="video-container"><iframe loading="lazy" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/eiTf09UX8e8?feature=oembed&#038;wmode=opaque&utm_source=rss&utm_medium=rss" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></div>
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		<title>Dopo 7 anni chiude l’ex Cartiera, il centro di accoglienza per soli rom</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Aug 2016 07:26:05 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo 7 anni chiude l’ex Cartiera, il centro di accoglienza per soli rom di via Salaria. Associazione 21 luglio, che denuncia da sempre le condizioni di vita inadeguate al suo interno, esprime una moderata soddisfazione.<br />
</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-6542" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-6542" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="popolo-rom" width="700" height="525" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/08/popolo-rom-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<p>Alle ore 10 di oggi<b> si sono chiusi i cancelli dell’ex Cartiera</b>, il Centro di via Salaria 971 che dal novembre 2009 è stato destinato all’accoglienza di soli rom. Il 24 settembre 2010, <b>Associazione 21 luglio era stata la prima ad entrare all’interno della struttura</b> per verificare e denunciare la precarietà delle condizioni di vita al suo interno. Le immagini catturate nel Centro destarono preoccupazione e indignazione e per mantenere alta l’attenzione sulla questione, a maggio del 2011 l’organizzazione presentò “<a title="La Casa di Carta" href="http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od=11287eca62f386&amp;repDgs=11ef547ad4a052be&amp;linkDgs=11ef547ad4a03c89&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od%3D11287eca62f386%26repDgs%3D11ef547ad4a052be%26linkDgs%3D11ef547ad4a03c89&amp;source=gmail&amp;ust=1472541396226000&amp;usg=AFQjCNFHVJu03XubhN7GzXNOIohUbVyuZA&utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #99042e;">La Casa di Carta</span></a>”, un report dettagliato sulla struttura dove si denunciavano le <b>pessime condizioni igienico-sanitarie</b>, spazi asfittici e privi di finestre, la carenza di bagni.</p>
<p>Nell’ambito della campagna “<b>Stop all’apartheid dei rom</b>”, il 21 ottobre del 2013 Associazione 21 luglio organizzò una visita istituzionale con i senatori Francesco Palermo e Daniela Donno, durante la quale vennero <b>ancora una volta ribadite le condizioni di vita del tutto inadeguate all’interno della struttura</b>. La mobilitazione non si fermò e il 22 maggio del 2015, pochi giorni dopo <a title="la presentazione del rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.”" href="http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od=11287eca62f386&amp;repDgs=11ef547ad4a052be&amp;linkDgs=11ef547ad4a03c8d&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od%3D11287eca62f386%26repDgs%3D11ef547ad4a052be%26linkDgs%3D11ef547ad4a03c8d&amp;source=gmail&amp;ust=1472541396226000&amp;usg=AFQjCNFb289hbclHDMmQ7xKW9LXJl179hw&utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #99042e;">la presentazione del rapporto “Centri di Raccolta s.p.a.”</span></a> che denunciava il business dei centri di raccolta per soli rom a Roma, Associazione 21 luglio organizzò una nuova visita istituzionale con un membro della Commissione Straordinaria per la Tutela e la Promozione dei Diritti Umani al Senato. Ancora una volta finirono nel mirino le condizioni inumane all’interno del Centro a fronte di costi di gestione annuali superiori ai 2 milioni di euro.</p>
<p>A marzo del 2016 la storia dell’ex Cartiera sembra doversi interrompere bruscamente <b>dopo l’annuncio di uno sgombero imminente</b> <b>che avrebbe lasciato in strada 348 persone &#8211;</b> di cui 180 minori &#8211; senza un adeguato preavviso né la concessione di un’alternativa abitativa adeguata. Di fronte al pericolo di una tale violazione, Associazione 21 luglio insieme ad altre organizzazioni <b>si è appellata alla Corte Europea di Strasburgo</b>, che attraverso l’adozione di una misura di urgenza, <a title="ha ordinato al Governo Italiano di non procedere con lo sgombero forzato" href="http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od=11287eca62f386&amp;repDgs=11ef547ad4a052be&amp;linkDgs=11ef547ad4a03c8b&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank" data-saferedirecturl="https://www.google.com/url?hl=it&amp;q=http://zc1.maillist-manage.com/click.zc?od%3D11287eca62f386%26repDgs%3D11ef547ad4a052be%26linkDgs%3D11ef547ad4a03c8b&amp;source=gmail&amp;ust=1472541396226000&amp;usg=AFQjCNE1R2DiubtynNQhFQviHyFqMAEKFA&utm_source=rss&utm_medium=rss"><span style="color: #99042e;">ha ordinato al Governo Italiano di non procedere con lo sgombero forzato</span></a> del nucleo familiare che aveva presentato ricorso.</p>
<p>In seguito a questi fatti &#8211; da maggio ad oggi – l’Amministrazione Comunale ha avviato un dialogo con le famiglie residenti nella struttura e si è assistito ad un graduale trasferimento degli ospiti in strutture giudicate dagli stessi idonee.</p>
<p><b>Tale dialogo con le famiglie non è stato però portato a compimento </b>ed oggi al momento della chiusura dei cancelli, <b>38 persone tra cui 10 minori sono dovute uscire dalla struttura in assenza di un’alternativa idonea</b>. L’unica soluzione proposta dai rappresentanti del Comune di Roma comporterebbe infatti la separazione del nucleo famigliare con l’accoglienza all’interno di un dormitorio pubblico.</p>
<p><b>Associazione 21 luglio da una parte esprime soddisfazione </b>perché il lungo lavoro di pressione per la chiusura della struttura è stato portato oggi a compimento attraverso la chiusura della stessa, <b>dall’altra denuncia una consultazione con le persone residenti non sempre adeguata</b> e che non ha tenuto conto delle fragilità di cui ogni singolo nucleo è portatore. Per tale ragione viene raccomandata alle autorità locali una ripresa delle consultazioni con i nuclei esclusi dalla ricollocazione al fine, soprattutto nei casi di maggiori fragilità, di individuare a breve una collocazione idonea.</p>
<p>«<b>Chiudere una struttura di accoglienza per ricollocare le persone accolte in baraccopoli istituzionali o in altre strutture emergenziali</b>&#8211; <b>secondo Carlo Stasolla presidente di Associazione 21 luglio</b> &#8211; <b>non può certo rappresentare la prassi per il superamento delle strutture riservate ai rom</b>, perché non coerente con quanto previsto dalla Strategia Nazionale per l’inclusione dei rom. Ci si augura pertanto che, in forza di tale esperienza<b> possano presto avviarsi progetti di chiusura per le sette baraccopoli istituzionali per soli rom ancora presenti nella Capitale</b>, così come il centro di raccolta di via Amarilli, attraverso processi di ascolto e condivisione e percorsi inclusivi sostenibili, rispettosi dei diritti umani e dell’infanzia».</p>
</div>
<div></div>
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		<title>La schiavitù nei campi: coercizione e volontarietà dei lavoratori sfruttati</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2016 08:58:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Marco Omizzolo    (da Eurispes.it) &#160; Gli studi sullo sfruttamento lavorativo spesso si confrontano con una diffusa e vetusta interpretazione del fenomeno legata a modelli propriamente schiavistici dei secoli passati e poco attenti alle&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>di Marco Omizzolo    (da Eurispes.it)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli studi sullo sfruttamento lavorativo spesso si confrontano con una diffusa e vetusta interpretazione del fenomeno legata a modelli propriamente schiavistici dei secoli passati e poco attenti alle modalità specifiche con le quale esso si manifesta nella società contemporanea. Lo sfruttamento lavorativo deve essere, invece, declinato in modo moderno. D’altro canto, già l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel 2014 riconosce e specifica i caratteri del lavoro gravemente sfruttato, affermando che esso si manifesta quando “<i>implica una non facile fuoriuscita da parte dei lavoratori dalla condizione in cui versano, poiché assoggettati e minacciati e dunque probabile oggetto di violenza</i>”<sup><a class="sdfootnoteanc" href="http://www.leurispes.it/la-schiavitu-nei-campi-coercizione-e-volontarieta-dei-lavoratori-sfruttati/#sdfootnote1sym?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1anc">1</a></sup>.     <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/lavori-agricoli1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5714" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-5714 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/04/lavori-agricoli1-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="lavori-agricoli1-300x225" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Il lavoratore sfruttato, soprattutto se bracciante, vive una condizione in cui è evidente la relazione asimmetrica tra il datore di lavoro, titolare del potere decisionale che manifesta in via esclusiva e diretta, e se stesso in quanto forza-lavoro, obbligato ad obbedire al potere del primo. È una prima condizione subito evidente che costituisce la struttura di base dello sfruttamento lavorativo, riscontrabile anche nelle sue forme tradizionali. L’orario di lavoro è un altro aspetto fondamentale e tradizionale dello sfruttamento lavorativo. Lavorare in campagna come bracciante per 14 ore consecutive con brevi pause di pochi minuti significa essere pienamente dentro la fattispecie dello sfruttamento lavorativo. La retribuzione anche è di fondamentale importanza. Ottenere una retribuzione mensile di poche centinaia di euro a fronte di un lavoro quotidiano per un’attività logorante e usurante come quella bracciantile, autorizza a considerarla una variabile propria dello sfruttamento lavorativo.</p>
<p>Il grave sfruttamento lavorativo è però declinabile anche secondo alcune variabili che consentono di comprenderne la complessità moderna e nel contempo di leggerne l’evoluzione. Tra esse, la qualità strutturale delle condizioni materiali di lavoro. L’attività del bracciante impegnato nella raccolta di ortaggi in serra per quattordici ore al giorno per trenta giorni al mese per una retribuzione mensile di appena 400/500 euro, se è anche subordinato alla volontà vincolante e dominante del datore di lavoro o del caporale che esercita un potere diretto e insindacabile sulla persona del lavoratore, termina direttamente nella fattispecie specifica del lavoro para-schiavistico.</p>
<p>Si deve sommare poi la condizione di vulnerabilità del lavoratore data da uno stato temporaneo (che può essere anche di lungo periodo) di precarietà o fragilità sociale, da cui scaturisce la sua predisposizione ad accettare qualsiasi occupazione pur di garantirsi la sussistenza e quella del proprio nucleo familiare (che nel caso dei migranti comprende anche le proprie famiglie residenti nei paesi di origine). Ciò significa predisporsi ad accettare le condizioni imposte dal datore di lavoro. Ad esse si sommano, nel caso dei migranti, gli obblighi di legge derivanti dalle condizioni previste dalla normativa vigente con riferimento ad esempio al rinnovo del permesso di soggiorno, che obbliga i lavoratori ad accettare le condizioni di lavoro informali ma predominanti imposte dal datore di lavoro e dal caporale pur di riuscire a soddisfare i parametri normativi previsti. A queste si deve aggiungere anche la segmentazione propria del mercato del lavoro italiano che impedisce la necessaria mobilità, soprattutto ascensionale, allo scopo di superare la reclusione in ambiti lavorativi precari, stagionali, particolarmente faticosi, poco retribuiti, esposti a ricatti, violenze e discriminazioni. Infine, ci sono da considerare anche gli ostacoli culturali, come la scarsa conoscenza della lingua italiana, delle normativa nazionale e internazionale, delle consuetudini vigenti e i servizi sindacali, di welfare o istituzionali territorialmente organizzati.</p>
<p>Alcuni case studies emersi in Italia nel corso degli ultimi anni possono specificare meglio, almeno empiricamente, quanto illustrato con riferimento al lavoro gravemente sfruttato. Ciò vale riguarda in territori dove il fenomeno è più noto, come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Campania o il Lazio e anche alcune realtà del Nord del Paese dove esso è più localmente circoscrivibile ma rispondente alle medesime perverse logiche. Tra le tante, ad esempio, il grossetano, l’astigiano, alcune aree del Veneto, l’hinterland milanese, alcune zone emiliane e friulane. In alcune di queste aree la declinazione moderna del grave sfruttamento assume caratteri originali che spesso superano le rigidi fattispecie della dottrina tradizionale, compresa quella giudiziaria. Proprio questa originalità consente di superare una lettura troppo ortodossa del grave sfruttamento lavorativo.</p>
<p>È il caso dell’utilizzo, indotto dal datore di lavoro, di sostanze dopanti come metanfetamine, oppio e antispastici da parte dei braccianti indiani originari del Punjab impiegati nelle campagne della provincia di Latina allo scopo di reggere le fatiche psico-fisiche derivanti dallo sfruttamento lavorativo (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/2014—doparsi-per-lavorare-come-schiavi).?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>In questo caso si rileva al volontà dei braccianti punjabi di lavorare alle condizioni imposte dal datore di lavoro, accettandone le condizioni, a fronte della supposta, ipotetica e spesso improbabile, possibilità di rifiutarsi e dunque di sottrarsi allo sfruttamento. Quest’ultima opzione risulta assai poco praticata, considerando gli obblighi normativi volti al rinnovo del permesso di soggiorno, i vincoli sociali derivanti dall’impegno assunto con la famiglia di origine, il vincolo proprio del rapporto con il trafficante (http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=23093)&utm_source=rss&utm_medium=rss che lo ha condotto in provincia di Latina e l’obiettiva impossibilità di trovare altra occupazione che non sia quella del bracciante. Per questa ragione la declinazione particolarmente cruenta del doping è in corso di diffusione e rischia di generare circuiti economici spesso gestiti da forme varie di criminalità, compresa quella organizzata, sino a generare una forma originale di criminalità indiana. Il vincolo della “catena”, secondo il vecchio paradigma schiavistico, ossia dell’impossibilità fisica del soggetto di sottrarsi dallo sfruttamento lavorativo para-schiavistico, è evidentemente fallace nella società contemporanea, nella quale invece tale fattispecie sfocia in una complessità policroma che comprendere variabili sociali, culturali, economiche e giuridiche ampie che solo una lettura approfondita, e dunque non banale, è in grado di rilevare.</p>
<p>L’auspicio è che la riflessione sulla genesi delle moderne forme di sfruttamento e di grave sfruttamento consenta presto di aggiornare schemi interpretativi vetusti, anche dal punto di vista giuridico e giurisdizionale. L’analisi del fenomeno grazie a ricerche qualificate e appropriate (http://www.inmigrazione.it/it/dossier/migranti-e-territori-lavoro-diritti-accoglienza)?utm_source=rss&utm_medium=rss possono influenzare anche il dibattito politico, a patto che si comprenda il rapporto intenso tra coercizione e volontarietà del lavoratore che precipita nello sfruttamento lavorativo.</p>
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<p class="sdfootnote"><a class="sdfootnotesym" href="http://www.leurispes.it/la-schiavitu-nei-campi-coercizione-e-volontarieta-dei-lavoratori-sfruttati/#sdfootnote1anc?utm_source=rss&utm_medium=rss" name="sdfootnote1sym">1</a> Organizzazione Internazionale del Lavoro, Convenzione sul lavoro forzato e obbligatorio, n.29/1930.</p>
</div>
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		<title>Buonanno condannato: sanzione economica per attività a favore di cittadini stranieri, rom e sinti</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2016 07:48:35 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>&#8220;Come Naga esprimiamo soddisfazione per la vittoria del ricorso e ‘ringraziamo’ Buonanno per il sostegno economico alle nostre attività a favore di cittadini stranieri, rom e sinti!! Sembra incredibile, eppure c&#8217;è voluto un giudice per affermare che i rom non sono la feccia della società. Siamo soddisfatti, ma la misura è colma&#8221;,</em></strong> dichiara Pietro Massarotto presidente del Naga. <u></u><u></u></p>
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Di seguito il comunicato congiunto con ASGI:     <a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5540" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="wp-image-5540 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="popolo-rom" width="435" height="326" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/popolo-rom.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 700w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/03/popolo-rom-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></a><u></u><u></u></p>
<p><i>Buonanno condannato dal Tribunale di Milano per molestie: accoglimento totale del ricorso presentato da ASGI e NAGA. Il giudice: non esercitava le sue funzioni di europarlamentare. “Unica finalità la denigrazione e l’offesa”.</i></p>
<p>Accolto il ricorso presentato da ASGI e NAGA a seguito delle dichiarazioni rilasciate <a href="https://www.youtube.com/watch?v=VKflxaLbMO4&utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-video-0" target="_blank">durante la trasmissione “Piazza Pulita”</a> lo scorso 2 marzo 2015 dall’europarlamentare della Lega Nord Gianluca Buonanno.</p>
<p>Il giudice ha riconosciuto che associare il termine “feccia” all’etnia Rom “<i>non solo è grandemente offensivo e lesivo della dignità dei destinatari, ma assume altresì un’indubbia valenza discriminatoria”.</i></p>
<p>Oltre al pagamento delle spese legali, Buonanno è stato condannato alla pubblicazione dell’ordinanza “<i>in caratteri doppi del normale ed in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità”</i>, sul quotidiano “Il Corriere della Sera” entro 30 giorni dalla notifica della stessa.</p>
<p>Inoltre il Tribunale, ritenendo l’ordine di pubblicazione del provvedimento<i> “sanzione non sufficiente e adeguatamente dissuasiva,” </i>ha condannato l’europarlamentare ad un risarcimento di 6 mila euro a favore di ciascuna delle due associazioni ricorrenti, difese dagli avvocati Alberto Guariso, Mara Marzolla e Livio Neri.</p>
<p><b>Non è stato riconosciuto il diritto all’immunità di cui godono i Parlamentari europei</b> che opera nell’esercizio delle funzioni parlamentari : il giudice ha ritenuto che, nel caso in specie, le parole utilizzate non fossero “<i>espressione di opinioni politiche, seppur manifestate con toni aspri e duramente critici</i>”, ma, al contrario, avessero “<i>come unica finalità la denigrazione e l’offesa”</i>.</p>
<p><b>Riconosciuto, invece, il diritto al risarcimento del danno</b> <b>a favore delle due associazioni</b> a causa <i>“dell’elevato contenuto discriminatorio delle affermazioni pronunciate da Buonanno, della loro portata diffamatoria e denigratoria, della reiterazione per ben quattro volte della frase offensiva, della assoluta convinzione con la quale sono state pronunciate tanto da non indurre alle scuse malgrado la espressa possibilità offerta dal conduttore, del fatto che le offese sono state pronunciate nel corso di una trasmissione televisiva in onda su di una importante emittente televisiva, con un buon indice di ascolto (4-5% di share </i>) <i>in prima serata e quindi con ampia diffusione mediatica ed infine del ruolo politico e pubblico del Buonanno e della sua notorietà”</i> .</p>
<p>“<i>Siamo soddisfatti</i>” affermano le due associazioni “<i>L’espressione utilizzata era palesemente lesiva della dignità degli appartenenti all’etnia rom e costituiva discriminazione, perché atta a creare un clima ostile, intimidatorio e di disaggregazione . Rimaniamo molto preoccupati per la continua diffusione di discorsi d’odio, ma la nostra azione dimostra che possiamo e dobbiamo continuare a lottare contro queste violazioni.”</i></p>
<p><a href="http://www.asgi.it/banca-dati/tribunale-di-milano-ordinanza-del-19-aprile-2016/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">L’ordinanza</a><u></u><u></u></p>
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		<title>185 morti per attacchi di Boko Haram in 6 giorni</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2016 15:04:43 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" rel="attachment wp-att-5192" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-5192" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/02/th-20.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="th (20)" width="200" height="149" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Conferenza dei paesi donatori ad Addis Abeba su iniziative antiterrorismo (1 febbraio) &#8211; L&#8217;Unione Africana ha fallito nella lotta contro Boko Haram.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo i recenti attacchi dei miliziani di Boko Haram, l&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha accusato l&#8217;Unione Africana (UA) di fallimento nella protezione della popolazione civile e nella lotta anti-terrorismo. Se l&#8217;UA richiede ancora più soldi per combattere il gruppo terroristico Boko Haram, deve presentare una strategia per frenare la violenza in Africa Occidentale e migliorare realmente la protezione della popolazione civile. Secondo l&#8217;APM, la forza regionale di pace dell&#8217;UA Multinational Joint Task Force (MNJTF) finora non è stata molto efficace. In maggio 2015 la MNJTF è stata portata a 8.700 soldati per poter combattere Boko Haram in tutti i paesi africani in cui il gruppo terroristico è attivo. Nella conferenza dei donatori che si tiene oggi 1 febbraio 2016 ad Addis Abeba (Etiopia) dovrebbero essere approvati fino a 100 milioni di euro per finanziare e rafforzare la MNJTF.</p>
<p>Negli ultimi sei giorni in Nigeria, Camerun e Ciad sono state uccise almeno 185 persone e 213 persone sono rimaste ferite in gravi attacchi di Boko Haram. Nello stato federale di Borno in Nigeria 86 persone sono state uccise nella notte del 30 gennaio nel villaggio di Dalori, mentre 62 persone sono rimaste ferite. Tre attentatori suicidi si sono fatti esplodere dopo essere riusciti a penetrare in un campo profughi. Pochi giorni prima, il 25 gennaio, cinque commercianti sono stati uccisi nelle vicinanze della città di Maiduguri e due giorni dopo, il 27 gennaio, 13 persone sono morte in un triplice attentato e 30 persone sono rimaste ferite. Nello stato federale nigeriano di Adamawa lo scorso 29 gennaio un bambino di 12 anni si è fatto saltare in aria al mercato di Gombi uccidendo dieci persone.</p>
<p>Domenica 31 gennaio nel Ciad si sono avuti due attentati suicidi nei quali sono rimaste uccise tre persone e altre 56 sono rimaste ferite. Lo scorso 25 gennaio gli attacchi a tre villaggi in Camerun hanno causato 28 morti e 65 feriti. L&#8217;inseguimento dei miliziani di Boko Haram da parte dell&#8217;esercito camerunese e nigeriano ha causato altri 40 morti tra la popolazione civile.</p>
<p>Gli attentati dimostrano quanto sia pericoloso Boko Haram e quanto poco coordinata sia la lotta anti-terrorismo in Africa Occidentale. In effetti, ogni volta che la pressione su Boko Haram si fa più forte in Nigeria, l&#8217;organizzazione terroristica si sposta in altri paesi africani. Per combattere efficacemente Boko Haram é fondamentale che i paesi interessati si coordinino tra di loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;Autorità anticorruzione apre istruttoria sul Best House ROM</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jul 2015 06:03:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160;&#160; L’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale Inopera della gestione del centro di raccolta denominato “Best House Rom”. L’intervento&#46;&#46;&#46;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p></p>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 100%px;">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#ffffff" width="100%">
&nbsp;&nbsp; </p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’<strong>Autorità   Nazionale Anticorruzione</strong>   ha avviato un’istruttoria nei confronti del Comune di Roma in   merito ai ripetuti affidamenti diretti alla cooperativa sociale    <strong>Inopera</strong>   della gestione del centro di raccolta denominato “<strong>Best   House Rom</strong>”.    </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’intervento   dell’Autorità guidata da <strong>Raffaele   Cantone </strong>giunge   come risposta a un esposto presentato alla stessa Autorità il 3   febbraio 2015 dall’Associazione 21 luglio, che ha denunciato sia   le <strong>condizioni   strutturali del centro</strong>   sia la <strong>mancanza   di trasparenza nelle modalità di affidamento diretto</strong>   dal Comune alla cooperativa Inopera.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il   Best House Rom, situato in via Visso 12/14, nella periferia   orientale della Capitale, è un capannone industriale   classificato, secondo la visura dell&#8217;Agenzia del Territorio, nella   categoria C/2, la stessa riservata ai locali utilizzati per il    <strong>deposito   delle merci</strong>.   Non potrebbe, dunque, ospitare delle persone. Vi vivono, in   condizioni precarie, alcune centinaia di rom all’interno di    <strong>spazi   angusti</strong>,   in <strong>veri   e propri «loculi»</strong>    – come denunciato dal presidente della Commissione Diritti Umani   del Senato <strong>Luigi   Manconi</strong>   lo scorso gennaio, in occasione di una visita alla struttura   organizzata dall’Associazione 21 luglio &#8211; <strong>privi   di finestre e punti luce</strong>   per il passaggio dell’aria e della luce naturale.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La   struttura è stata inaugurata a <strong>luglio   2012</strong>   quando, con determinazione dirigenziale n. 3233 del 9 luglio 2012,   firmata dall’allora Direttore del Dipartimento Politiche Sociali   del Comune di Roma <strong>Angelo   Scozzafava</strong>,   arrestato&nbsp;in seguito all’inchiesta su Mafia Capitale, <strong>il   Comune ha affidato in maniera diretta alla cooperativa Inopera</strong>   il servizio di accoglienza di circa 300 rom sgomberati   dall’insediamento di via del Baiardo e di altri rom provenienti   dal campo di Castel Romano.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La   gestione del centro, nato con carattere temporaneo, è stata   prolungata fino ad oggi mediante una serie di determinazioni   dirigenziali che hanno confermato i <strong>ripetuti   affidamenti diretti</strong>,   di durata breve, alla stessa cooperativa Inopera. A dicembre 2013,   nella struttura sono stati spostati&nbsp;<u><a href="http://mandrillapp.com/track/click/30159671/www.21luglio.org?p=eyJzIjoiOE05TzMtYnU3TUlJZ1F3TWh6UTBKdGxBdGVJIiwidiI6MSwicCI6IntcInVcIjozMDE1OTY3MSxcInZcIjoxLFwidXJsXCI6XCJodHRwOlxcXC9cXFwvd3d3LjIxbHVnbGlvLm9yZ1xcXC93cC1jb250ZW50XFxcL3BsdWdpbnNcXFwvbmV3c2xldHRlclxcXC9zdGF0aXN0aWNzXFxcL2xpbmsucGhwP3I9TXpjME96TXdNREk3YUhSMGNEb3ZMM2QzZHk0eU1XeDFaMnhwYnk1dmNtY3ZjbTl0WVMxeWIyMHRkSEpoYzJabGNtbDBhUzFrWVd3dFkyRnRjRzh0WVd3dFkyVnVkSEp2TFhKaFkyTnZiSFJoTFRJN1wiLFwiaWRcIjpcIjUwNjgyYTk3YzZmNDQ3NGI4MTkzMTNmMDMwNjU0MjliXCIsXCJ1cmxfaWRzXCI6W1wiYmYxNGRjZmY2MmJmZTkzZWZlZDQ5OGY4Y2U2Mjg2YzBjOTZhODFhMVwiXX0ifQ&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">anche   i 137 rom provenienti dal “villaggio attrezzato” di via della   Cesarina </a></u>e   altre persone vittime di sgomberi forzati.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nel   solo 2014, il Best House Rom è costato circa <strong>2,8   milioni di euro</strong>,   pari a una spesa di <strong>650   euro al mese per ogni ospite</strong>,   mentre per una singola famiglia, dalla nascita del centro, il   Comune ha speso oltre <strong>150   mila euro</strong>.   Il <strong>93%   delle risorse</strong>,   inoltre, è usato per la sola gestione della struttura mentre   nulla è destinato all’inclusione sociale di uomini, donne e   bambini.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nell’avviare   l’istruttoria, l’Autorità Nazionale Anticorruzione ha chiesto   al Comune di Roma una <u>giustificazione   circa i </u><strong><u>reiterati   affidamenti diretti</u></strong><u>   di breve durata alla cooperativa Inopera nonché circa la </u><strong><u>mancanza   di una opportuna pubblicazione</u></strong><u>   a livello comunitario degli stessi affidamenti, contravvenendo   così al principio di trasparenza</u>.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L’Autorità   ha quindi domandato&nbsp;al&nbsp;Comune di fornire informazioni   dettagliate sui <strong>requisiti   richiesti</strong>   alla cooperativa Inopera per la gestione del servizio di   accoglienza e sulle <strong>autorizzazioni   in materia urbanistica</strong>,    <strong>edilizia</strong>,   di <strong>igiene</strong>,    <strong>sicurezza</strong>   e <strong>prevenzione   incendi</strong>.   Infine, ha richiesto un elenco delle verifiche della corretta   esecuzione della prestazione da parte della cooperativa.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
«L’apertura   del fascicolo da parte dell’Autorità Anticorruzione rappresenta    <strong>l’ennesima   scure</strong>   su un luogo, privo dei requisiti strutturali, dove si violano   sistematicamente i diritti umani di uomini, donne e bambini»,    afferma l’Associazione 21 luglio che auspica l’<strong>immediata   chiusura e superamento</strong>   del Best House Rom.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A   gennaio 2015 l’Assessore alle Politiche Sociali <strong>Francesca   Danese</strong>   aveva definito la struttura «<strong>un   mostro</strong>»,    promettendone la chiusura <strong>entro   due mesi</strong>.   Qualche mese dopo, lo scorso maggio, lo stesso Assessore aveva   pubblicamente annunciato che, con la fine della scuola, sarebbe   stata individuata una soluzione alternativa per almeno cinque   famiglie residenti nel centro di raccolta. <u>A   nulla di tutto ciò, ad oggi, è seguito un riscontro nella   realtà</u>.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Nel   frattempo, il 29 maggio 2015, nell’Ordinanza di applicazione di   misure cautelari, che aveva scandito l’inizio dell’azione   denominata “Mafia Capitale 2”, la cooperativa Inopera emergeva   nelle intercettazioni e nei dialoghi con altre realtà ora   indagate nell’inchiesta.</div>
<p>«<strong>Il   mostro è ancora lì</strong>   e continua, imperterrito, a nutrirsi dei milioni di euro che vi   confluiscono <strong>in   maniera poco trasparente</strong>.   Sulla pelle dei rom – afferma Carlo Stasolla, presidente   dell’Associazione 21 luglio -. Non riusciamo a capacitarci del   perché, nonostante i proclami dell’Amministrazione, sul Best   House Rom non sia ancora stata messa la parola fine. A fronte   dell’immobilismo istituzionale non ci resta che confidare nella   scure dell’Ufficio guidato da Raffaele Cantone e   nell’assestamento del <strong>colpo   decisivo a questa vergogna capitale»</strong>.<br />
<strong></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<table border="0" cellpadding="0" cellspacing="0" style="width: 100%px;">
<tbody>
<tr>
<td bgcolor="#ffffff" width="100%">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<strong></strong>&nbsp;</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<p></strong></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<br />
&nbsp;&nbsp; </div>
</td>
</tr>
<tr>
<td bgcolor="#ffffff" height="16" width="100%"></p>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>La Grecia, l&#8217;Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2015 04:59:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;Associazione per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras,&#46;&#46;&#46;</p>
<p>The post <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com/2015/07/02/la-grecia-leuropa-e-noi-intervista/">La Grecia, l&#8217;Europa e noi: intervista a Margherita Dean, giornalista greca</a> appeared first on <a rel="nofollow" href="https://www.peridirittiumani.com">Per I Diritti Umani</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;">
<a href="http://4.bp.blogspot.com/-yLAXBEFn-I8/VZTg38mNZ5I/AAAAAAAAC2o/iB6zvqnaBWw/s1600/untitled%2B%252849%2529.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" imageanchor="1" style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" border="0" height="212" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2015/07/untitled-%2849%29.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" width="320" /></a></div>
<div dir="LTR" id="Sezione2">
<div style="margin-bottom: 0cm;">
L&#8217;Associazione<br />
 per i Diritti Umani ha posto alcune domande alla giornalista<br />
 Margherita Dean, che vive e lavora ad Atene, per capire con lei cosa<br />
 sta accadendo in Grecia, dopo le lezioni di Alexis Tsipras, e quale<br />
 può essere l&#8217;apporto del nuovo governo per l&#8217;Europa e, quindi,<br />
 anche per l&#8217;Italia.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ringraziamo<br />
 moltissimo Margherita Dean per la sua disponibilità.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
 Grecia ha attraversato una delle crisi più gravi degli ultimi<br />
 tempi: quali sono le conseguenze per la popolazione?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Le<br />
 conseguenze sono state: l&#8217;impoverimento, con tagli agli stipendi e<br />
 alle pensioni, che sono arrivati fino al 40% sia nel settore privato<br />
 sia in quello pubblico. Al momento lo stipendio minimo garantito,<br />
 nel privato, è di 560 euro e il nuovo governo vorrebbe portarlo a<br />
 760 euro; inoltre, ci sono stati la deregulation dei contratti di<br />
 lavoro e l&#8217;innalzamento dell&#8217;età pensionabile a 67 anni e questo ha<br />
 comportato l&#8217;allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Nella<br />
 sola Atene i nuovi “senza casa” sono 30mila e gli altri hanno<br />
 dovuto mettere mano ai loro risparmi; è aumentata molto anche la<br />
 pressione fiscale e l&#8217;ultimo caso è stato quello della tassa sulla<br />
 prima casa (ENFIA) che ha considerato i valori catastali<br />
 dell&#8217;immobile quando, invece, quei valori non hanno più alcun<br />
 contatto con la realtà perchè, in alcuni casi, sono molto più<br />
 alti rispetto al valore reale. C&#8217;è stato, quindi, un ribaltamento<br />
 totale rispetto alla situazione pre-crisi.
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
La<br />
 disoccupazione ha toccato il 27% e ora tenderebbe a stabilizzrasi<br />
 sul 26% con gli under 256 che sono disoccupati in una percentuale di<br />
 65 su 100, senza contare i 300mila laureati che sono andati via<br />
 dalla Grecia, in cerca di fortuna all&#8217;estero.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Ma c&#8217;è<br />
 stata davvero una piccola ripresa?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
E&#8217; una<br />
 ripresa sulla carta, dovuta ai meccanismi di scrittura del bilancio.<br />
 La ripresa si è vista nel settore turistico, ma se ci sono quei<br />
 tassi di disoccupazione di cui abbiamo parlato prima, è improbabile<br />
 parlare di ripresa. Non bisogna dimenticare poi che, stando agli<br />
 accordi precedenti a quello dello scorso 20 febbraio 2015 con la<br />
 Troika, la Grecia avrebbe dovuto presentare un avanzo primario<br />
 determinato che strozza tutto il resto.</div>
<p>In Grecia, inoltre, non c&#8217;era una<br />
 base produttiva solida di partenza: è sempre stata un&#8217;economia<br />
 fatiscente, un po&#8217; di servizio, e questa è una distorsione come lo<br />
 è anche quella dei cartelli che sembrerebbe che il nuovo governo<br />
 voglia mettere al palo.<br />
 </p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In che<br />
 modo Tsipras può far cambiare direzione alla Grecia e all&#8217;Europa?</div>
<div align="CENTER" style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Il<br />
 nuovo governo sta andando una bozza di riforme strutturali, basate<br />
 sulla lotta all&#8217;evasione fiscale e alla corruzione (che a un&#8217;impresa<br />
 costa il 12%), sulla lotta ai cartelli e al contrabbando,<br />
 soprattutto di carbuti. Un&#8217;altra misura sarebbe quella di rendere<br />
 funzionale l&#8217;apparato pubblico e amministrativo. Infine, ma non meno<br />
 importante, c&#8217;è da ricostruire lo Stato sociale, ma sarà difficile<br />
 farlo senza i creditori. Gli intenti ci sono: per esempio, è nato<br />
 il Ministero della Ricostruzione Produttiva, con cui il governo<br />
 vorrebbe ripensare tutto il modello produttivo greco.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Per<br />
 quanto riguarda l&#8217;Europa: la Grecia, all&#8217;inzio, era veramente sola.<br />
 Negli ultimi tempi c&#8217;è stata una timida apertura da parte, ad<br />
 esempio, di Francia e Italia, ma nessuno ha veramente ancora fiducia<br />
 nel governo greco.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Secondo<br />
 me bisogna sperare nella Commissione europea perchè Juncker,<br />
 conservatore e profondamemte europeista, ha ammesso l&#8217;errore nella<br />
 gestione della crisi greca. Ha, infatti, affermato: “Abbiamo<br />
 lasciato fare la Troika” che è un organismo non istituzionale<br />
 che, però, ha fatto politica, attuando imposizioni alla Grecia,<br />
 senza un controllo. C&#8217;è anche una bella immagine che vorrei<br />
 ricordare: la prima volta che Tsipras ha incontrato Juncker a<br />
 Bruxelles, Juncker lo ha preso per mano&#8230;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Probabilmente<br />
 tutti si stanno rendendo conto che se non si tratta con Tsipras, si<br />
 finirà per trattare con Marine Le Pen.</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
<p>
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Quali<br />
 sono i motivi dell&#8217;alleanza con gli indipendenti greci e l&#8217;apertura<br />
 verso Anel?</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
&nbsp;</div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
I greci<br />
 erano già preparati a questo: in campagna pre-elettorale gli<br />
 indipendenti hanno fatto addirittura uno spot pubblicitario con un<br />
 trenino in cui il conducente era il piccolo Alexis, ma il capo degli<br />
 Anel sarebbe stato quello che lo avrebbe supportato.
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
Anel è<br />
 un partito di destra, ultranazionalista, ma il punto di contatto è<br />
 la retorica, l&#8217;ideologia contro l&#8217;austerità (e lì si possono<br />
 incontrare tutti).
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
A<br />
 sinistra, Tsipras non trova nessuno perchè il Partito comunista ha<br />
 commentato la riunione con l&#8217;eurogruppo allo stesso modo di Alba<br />
 dorata, quindi c&#8217;è una chiusura totale.
 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

 </div>
<div style="margin-bottom: 0cm;">
In<br />
 questa situazione il capo degli indipendenti ha ottenuto il<br />
 Ministero della Difesa che è un ministero abbastanza isolato: è<br />
 vero che c&#8217;è anche la Nato, ma il Ministro degli Esteri è appena<br />
 stato in Russia e in Cina. Questo dimostra che la Grecia si sta<br />
 muovendo e non dialoga solo con il resto dell&#8217;Europa. La posizione<br />
 geopolitica della Grecia è importante (vedi Libia, Ucraina&#8230;) e<br />
 questo dovrebbe far riflettere.
 </div>
</div>
<p></p>
<div style="margin-bottom: 0cm;">

</div>
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