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	<title>exjugoslavia Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Srebrenica: città sinonimo di un fallimento e di una nuova promessa di responsabilità di fronte a severe violazioni dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 07:54:48 +0000</pubDate>
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<p>di Nicole Fraccaroli </p>



<p></p>



<p>Il nome Srebrenica è diventato sinonimo di quei giorni bui del luglio 1995 quando, nella prima area di sicurezza dichiarata dalle Nazioni Unite, migliaia di uomini e donne furono sistematicamente assassinati e sepolti in fosse comuni. Le vittime, che erano musulmane, sono state assassinate a causa della loro identità. Questa è stata la peggiore atrocità sul suolo europeo dopo la seconda guerra mondiale.</p>



<p>Nel luglio 1995, circa 8.000 musulmani, uomini, donne, ragazzi e ragazze, sono stati uccisi a Srebrenica, una città della Bosnia ed Erzegovina nell&#8217;Europa sudorientale, dalle forze serbo-bosniache guidate dal comandante Ratko Mladić. Questi omicidi furono successivamente classificati come crimine di genocidio dai tribunali internazionali che indagarono sul massacro.</p>



<p>La disintegrazione della Jugoslavia nel 1991 ha gettato nel caos l&#8217;Europa sudorientale e centrale e ha portato a violente guerre interetniche nella regione negli anni successivi. In molti modi, le violenze perpetrate contro bosniaci o musulmani bosniaci durante il massacro di Srebrenica sono state il risultato di tale conflitto regionale. Secondo alcuni ricercatori, questo massacro è stata la peggiore atrocità contro i civili in Europa dall&#8217;Olocausto.</p>



<p>La guerra in Bosnia, avvenuta tra il 1992 e il 1995, ha visto un periodo di sfollamento e pulizia etnica dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci da parte dell&#8217;esercito serbo-bosniaco e delle forze paramilitari. Durante la guerra, il massacro di Srebrenica iniziò l&#8217;11 luglio 1995 quando il comandante Ratko Mladić occupò la città di Srebrenica. Migliaia di famiglie musulmane bosniache hanno cercato rifugio presso il Dutchbat, un battaglione olandese delle forze delle Nazioni Unite che era stato schierato in seguito agli sconvolgimenti durante la guerra in Bosnia, credendo che l&#8217;area sotto il loro controllo fosse una zona sicura.</p>



<p>Tale missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite guidata dai Paesi Bassi non è riuscita a fermare questi omicidi e molti musulmani bosniaci avevano cercato rifugio credendo che fosse una zona protetta. Alcuni esperti affermano che i fallimenti di questa missione di mantenimento della pace delle Nazioni Unite siano stati così severi da non proteggere i musulmani bosniaci con la conseguenza di aver consegnato attivamente ragazzi e uomini alle forze serbo-bosniache sapendo che sarebbero stati uccisi. Questa zona sicura in seguito cadde sotto il controllo delle forze serbo-bosniache dopo la resa delle forze olandesi. Si ritiene che gli 8.000 musulmani uccisi durante questo massacro siano stati assassinati entro due settimane dall&#8217;inizio dell&#8217;occupazione di Srebrenica.</p>



<p>Non sono stati solo i bambini, i ragazzi e gli uomini a subire atrocità e uccisioni. Il massacro ha visto anche diffusi crimini contro le donne, in cui ragazze e donne sono state vittime di violenze e stupri. Nelle loro testimonianze all&#8217;indomani del massacro, le vittime, comprese ragazze e donne, hanno affermato di non aver ricevuto alcuna protezione, nonostante le forze armate abbiano assistito alle violenze perpetrate davanti a loro. Ci sono state anche testimonianze in cui i sopravvissuti hanno raccontato come le forze serbo-bosniache avessero costretto i musulmani bosniaci a scavarsi le proprie tombe. A 27 anni dal massacro, i corpi delle vittime continuano a essere trovati in fosse comuni.</p>



<p>Il Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia (Tribunale Internazionale <em>ad hoc</em>) che ha indagato sui crimini di guerra avvenuti durante il conflitto nei Balcani negli anni &#8217;90, ha rilevato che l&#8217;esercito serbo-bosniaco ha compiuto sforzi per rimuovere i corpi da queste fosse comuni in altri siti nel tentativo di nascondere la portata dei crimini e degli omicidi. Questa rimozione dei corpi ha reso difficile l&#8217;identificazione delle vittime e le indagini del tribunale hanno dimostrato che in molti casi le parti del corpo della stessa vittima sono state trovate in tombe diverse. Il tribunale ha inoltre stabilito come questo sia un indicatore del fatto che le uccisioni dei musulmani bosniaci siano state premeditate e ampiamente pianificate.</p>



<p>Nel 1995, il Tribunale Penale Internazionale <em>ad hoc</em> ha incriminato Ratko Mladić e Radovan Karadžić, presidente della Republika Srpska, per crimini di guerra contro i musulmani bosniaci a Srebrenica. Successivamente, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha presentato il suo rapporto sul massacro di Srebrenica nel 1999 riconoscendo i fallimenti delle Nazioni Unite nel prevenire il massacro e ha affermato come &#8220;la tragedia di Srebrenica perseguiterà per sempre la storia delle Nazioni Unite&#8221;.</p>



<p>Per i Paesi Bassi, i fallimenti del Dutchblat e le notizie sulla partecipazione delle truppe alle violenze perpetrate contro i serbi bosniaci hanno portato a un&#8217;indagine del governo nel 1996. Un rapporto pubblicato sette anni dopo ha riconosciuto i fallimenti di questa missione di mantenimento della pace e il governo olandese ha ammesso una certa responsabilità per l’incapacità di proteggere le vittime durante il massacro.</p>



<p>Nel marzo 2003, la Bosnia ed Erzegovina ha avviato le proprie indagini sul massacro di Srebrenica, basandosi pesantemente sulle conclusioni del Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia, concluse l&#8217;anno successivo, con il governo che ha ammesso la commissione di crimini contro i musulmani bosniaci. Alcuni nazionalisti nel paese non si sono mostrati d&#8217;accordo con i risultati di queste indagini. Le scuse ufficiali per il massacro sono state successivamente rilasciate dal governo.</p>



<p>Dieci anni dopo il massacro, nel 2005, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato ufficialmente una risoluzione riconoscendo il genocidio di Srebrenica. Nel marzo 2016 Radovan Karadžić, ex presidente della Republika Srpska, è stato dichiarato colpevole dal Tribunale Penale Internazionale per l&#8217;ex Jugoslavia di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanità ed è stato condannato a 40 anni di reclusione. Un anno dopo, nel novembre 2017, Ratko Mladić è stato riconosciuto colpevole di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanità e condannato all&#8217;ergastolo.</p>



<p>Nel luglio del 1995, Srebrenica è diventata davvero il centro dell&#8217;universo, e la comunità internazionale deve ricordare i crimini contro l&#8217;umanità e di genocidio che ha permesso che accadessero a causa del suo abietto fallimento di impedirli.</p>



<p>Nel 2005, durante il World Summit&nbsp;delle Nazioni Unite, si è stabilito il concetto della “Responsibility to protect” (R2P) ossia il principio per cui si deve intervenire in difesa dei diritti umani fondamentali e per evitare che qualsiasi Stato possa commettere gravi violazioni contro la popolazione. La responsabilità di proteggere andava ad inserirsi nel&nbsp;contesto della protezione dei diritti umani che si era cominciato a delineare&nbsp;nel 1948 con la Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio e, nel 1949, con le quattro convenzioni di Ginevra.</p>



<p>Questo principio, divenuto centrale nei dibattiti dalla fine della seconda guerra mondiale, soprattutto con il sopraggiungere di nuovi conflitti interni ai singoli Stati e con le tragedie del Rwanda e nei Balcani negli anni ’90,&nbsp;trovò la sua prima formulazione ufficiale nel 2001, nel report della Commissione Internazionale sull’Intervento e Sovranità dello Stato.&nbsp;</p>



<p>Per quanto riguarda le azioni pratiche&nbsp;,il principio della R2P è stato richiamato svariate volte: nel 2006 per il Darfur, nel 2011 per la Libia, Costa d’Avorio, Sud Sudan e Yemen e nel 2013 per il Kenya. Gli ostacoli che ancora limitano le capacità della comunità internazionale ad assolvere alle sue responsabilità di protezione e prevenzione di severe violazioni rimangono palesemente visibili da altrettanti esempi e contesti.</p>



<p>La comunità internazionale ha imparato dai suoi errori, ma non può permettersi di imparare ad un ritmo lento…. Perché le violazioni e gli abusi perpetrati contro le popolazioni civili del mondo non sono rallentati né si sono fermati. Il momento storico in cui viviamo vede un aumento delle violazioni perpetrate contro i civili di diversi Paesi in situazioni di grave povertà, instabilità, conflitti armati interni e esterni.</p>



<p>La comunità internazionale ha fatto una promessa, tanto morale quanto attualmente incorporata nel diritto vincolante e consuetudinario.</p>
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		<title>Prima indagine nazionale sulla condizione giuridica dei rom originari dell’ex Jugoslavia</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Feb 2021 07:35:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione 21 luglio: «Si colma finalmente un gap conoscitivo. La conoscenza dei numeri indispensabile per politiche mirate». Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, iniziata con la morte di Tito nel 1980 e la guerra civile&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><strong><br>Associazione 21 luglio: «Si colma finalmente un gap conoscitivo. La conoscenza dei numeri indispensabile per politiche mirate».</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" width="739" height="499" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/unnamed.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-15092" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/unnamed.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 739w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2021/02/unnamed-300x203.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 739px) 100vw, 739px" /></figure>



<p></p>



<p>Con la dissoluzione dell’ex Jugoslavia, iniziata con la morte di Tito nel 1980 e la guerra civile che ne è scaturita, migliaia di cittadini sono scappati dal loro Paese di origine per trovare riparo nelle periferie delle metropoli italiane. Si stima che negli anni Ottanta e Novanta siano stati almeno<strong> 40mila i cittadini di origine rom in fuga dal conflitto balcanico</strong> e stanziatisi inizialmente all’interno di tende o di roulotte prima che venissero costruiti i cosiddetti campi rom dove concentrare persone considerate erroneamente di cultura “nomade”.</p>



<p>Negli ultimi 30 anni la condizione giuridica di molti di loro non è mai stata sanata. La cancellazione anagrafica disposta dal Paese di provenienza e l’impossibilità ad ottenere un permesso di soggiorno italiano li ha fatti piombare in una sorta di limbo giuridico che si è tradotto per molti in una condizione di apolidia&nbsp;<em>de facto</em>&nbsp;senza alcun tipo di riconoscimento. Persone senza diritti perché inesistenti per lo Stato italiano e le amministrazioni locali.</p>



<p><strong>Quanti sono oggi i cittadini rom a rischio apolidia presenti negli insediamenti italiani?</strong>&nbsp;Sino ad oggi svariati sono stati i numeri stimati. Nel 2008 fu l’ISPO (Istituto per gli Studi sulla Pubblica Opinione) a stimare «<strong>almeno 20/25.000 giovani rom soprattutto dell’ex Jugoslavia che non hanno cittadinanza</strong>: non sono stati riconosciuti nei Paesi di origine, parlano solo italiano e romanès e sono senza documenti». Tre anni dopo la Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato ha indicato altre cifre relative alla condizione che «riguarda i minori, figli (e sempre più spesso nipoti) di rom provenienti da quella che fu la Jugoslavia:&nbsp;<strong>si può stimare che si tratti di circa 15.000 giovani</strong>». Tali numeri, non supportati da studi e ricerche, hanno fatto sì che negli anni si promuovessero disegni di legge, si creassero Tavoli di lavoro anche all’interno della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si impegnassero fondi per l’implementazione di progettualità su larga scala.</p>



<p>Associazione 21 luglio ha voluto indagare sull’entità del fenomeno e,&nbsp;<strong>con la ricerca ‘Fantasmi urbani’, ha condotto un’analisi meticolosa e puntuale sulla presenza, in Italia, dei cittadini di origine jugoslava a rischio apolidia</strong>. Uno studio i cui risultati marcano una forte differenza rispetto ai dati di riferimento assunti anche dal Governo italiano. L’indagine è partita da un ampio campione rappresentato dal 36,5% del totale di cittadini dell’ex Jugoslavia presenti nei “campi rom” italiani. Per raccogliere i dati sono state incontrate 2.666 persone e visitati 17 insediamenti in 8 Comuni italiani. Alla luce dei risultati emersi, le persone originarie dell’ex Jugoslavia a rischio apolidia, perché prive di passaporto e di permesso di soggiorno,&nbsp;<strong>residenti nei “campi rom” italiani sono circa 860</strong>, un numero ben lontano dalla forbice sino ad ora stimata di 15.000/25.000 unità. Di essi poco meno di&nbsp;<strong>500 dovrebbero essere rappresentati da minori</strong>.</p>



<p>Secondo Associazione 21 luglio&nbsp;<strong>un numero così esiguo, assai lontano dalle cifre passate non fondate su basi scientifiche, ridimensiona il fenomeno e soprattutto consente finalmente l’attivazione di politiche mirate a singoli contesti e specifiche situazioni locali.</strong></p>



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		<title>Premio Nobel per la letteratura a Peter Handke. La scrittrice Sundström e le sue dimissioni dal Comitato per il Nobel</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Dec 2019 07:47:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>L&#8217;APM ringrazia la scrittrice Sundström per l e sue dimissioni dalComitato per il Nobel La scrittrice e critica letteraria Gun-Britt Sundström si è dimessa lo scorso 2 dicembre dal Comitato dell&#8217;Accademia svedese che assegna&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>  <br><br>L&#8217;APM ringrazia la scrittrice Sundström per l e sue dimissioni dal<br>Comitato per il Nobel</p>



<p>La scrittrice e critica letteraria Gun-Britt Sundström si è dimessa lo scorso 2 dicembre dal Comitato dell&#8217;Accademia svedese che assegna il Premio Nobel per la letteratura criticando, tra le altre cose, l&#8217;assegnazione del premio a Peter Handke. Il conferimento del premio allo scrittore austriaco ha causato proteste e indignazione mondiale a<br>causa delle posizioni di Handke sulla guerra in ex-Jugoslavia. Handke non solo ha ripetutamente manifestato la sua simpatia per l&#8217;ex-presidente della Serbia e della Jugoslavia Slobodan Miloševic, morto mentre era sotto processo al Tribunale penale internazionale per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l&#8217;umanità, ma ha anche<br>negato il massacro di ottomila uomini e ragazzi di Srebrenica e ha relativizzato e giustificato i crimini contro l&#8217;umanità commessi dalle unità paramilitari serbe.</p>



<p>L&#8217;Associazione per i Popoli Minacciati (APM) vuole ringraziare la scrittrice svedese che, con le sue dimissioni, ha dimostrato pubblicamente la sua integrità morale e ha tributato rispetto alle vittime e ai sopravvissuti del genocidio in Bosnia. L&#8217;APM ha criticato l&#8217;assegnazione del premio Nobel a Handke sostenendo che &#8220;la credibilità del comitato Nobel è stata profondamente messa in discussione&#8221;, e insieme a diverse associazioni di sopravvissuti della guerra in Bosnia<br>chiede allo scrittore austriaco di scusarsi con le vittime dei crimini di genocidio in Bosnia e di prendere pubblicamente le distanze dal regime criminale di Slobodan Milosevic.</p>



<p>Oltre a Gun-Britt Sundström si è dimesso dallo stesso comitato anche lo scrittore Kristoffer Leandoer che ha detto che l&#8217;Accademia ci sta mettendo troppo tempo a riformarsi dopo gli scandali dello scorso anno. </p>
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