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	<title>fashion Archives - Per I Diritti Umani</title>
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		<title>Fast fashion che se ne frega</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Mar 2024 10:17:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Anna Mognaschi &#8220;Fast fashion&#8221; prende il nome da &#8220;fast food&#8221;, cibo veloce da mangiare in fretta, a poco prezzo e a qualsiasi ora del giorno perché già pronto, ma invece che alzare il&#46;&#46;&#46;</p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><a href="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" width="709" height="616" src="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" class="wp-image-17456" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 709w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2024/03/PHOTO-2024-03-16-12-01-44-300x261.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 709px) 100vw, 709px" /></a></figure>



<p></p>



<p></p>



<p>di Anna Mognaschi</p>



<p></p>



<p>&#8220;Fast fashion&#8221; prende il nome da &#8220;fast food&#8221;, cibo veloce da mangiare in fretta, a poco prezzo e a qualsiasi ora del giorno perché già pronto, ma invece che alzare il colesterolo la fast fashion inquina il pianeta e lede i diritti umani, quindi direi un po&#8217; più pericolosa         (anche il fast food crea una massa di persone obese con tutte le conseguenze del caso, ma di questo parlerò in un altro articolo).<br>Nasce dall&#8217;esigenza di avere sempre capi nuovi da indossare per ogni occasione, di cambiare più volte al giorno il proprio outfit,<br>un&#8217;esigenza imposta non innata o necessaria, un&#8217;esigenza nata dal consumismo e dalla falsa estetica propinata dai social.<br>È vero che è giusto e auspicabile poter disporre di capi di abbigliamento a un prezzo abbordabile perché non tutti hanno soldi da spendere, ma dovremmo porci la domanda perché questi capi non durino mai più di qualche mese; inoltre, sotto il fascino dei prezzi bassi e dei rapidi cicli della moda si nasconde una grave crisi ambientale e un drammatico sfruttamento dei lavoratori.<br>Non è un segreto che la moda abbia un problema di rifiuti. A livello globale, ogni anno vengono create circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili; entro il 2030 si prevede che nel complesso scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’anno.<br>&#8220;Tutti i vestiti che donerai saranno riciclati o riutilizzati, senza che nulla vada in discarica&#8221;, si legge spesso negli grandi store, da H&amp;M a Primark. Ma quanto c’è di vero?<br>La ONG Changing Markets Foundation ha utilizzato Apple AirTag per tracciare 21 capi tra cappotti, pantaloni, giacche e altri indumenti di seconda mano, ma in perfette condizioni. La ONG olandese ha donato gli articoli ai negozi H&amp;M, Zara, C&amp;A, Primark, Nike, The North Face, Uniqlo e M&amp;S in Belgio, Francia.</p>



<p>&#8220;Le promesse fatte da H&amp;M, C&amp;A e Primark sono un altro trucco greenwashing per i clienti&#8221;, afferma la responsabile della campagna di Changing Markets, Urska Trunk. La nostra indagine suggerisce che gli articoli in perfette condizioni vengono per lo più distrutti, bloccati nel sistema o spediti in tutto il mondo verso Paesi che sono meno in grado di gestire il vasto torrente di indumenti usati provenienti dall’Europa. Gli schemi aggiungono la beffa al danno offrendo ai clienti buoni-sconto o punti per acquistare più vestiti, amplificando il modello fast fashion che trabocca di rifiuti.<br>L&#8217;industria della moda è responsabile di impatti ambientali significativi, contribuendo al 10% delle emissioni globali di carbonio e all’inquinamento dell’acqua.<br>Poi c&#8217;è la questione non meno importante dei diritti umani: in Bangladesh, ad esempio, ci sono almeno 3500 industrie che lavorano per marchi occidentali e i lavoratori percepiscono salari da fame, spingendo spesso le famiglie a fare lavorare anche i bambini per potersi mantenere. Attualmente molti di questi lavoratori sono in sciopero e stanno combattendo per una vita più dignitosa anche contro la polizia che controlla l&#8217;ordine pubblico a suon di sprangate e che ha causato almeno un morto, ogni volta.</p>



<p>Quindi sfruttamento anche minorile , inquinamento, negazione dei diritti fondamentali: come la vogliamo risolvere?<br>Fermiamoci a pensare, veramente ci servono tutti quei vestiti?<br>Veramente abbiamo bisogno di cambiare abbigliamento così di frequente? Perché compriamo robaccia per poi buttarla?<br>Io indosso per tutto l&#8217;inverno tre paia di pantaloni e non mi sono mai sentita inferiore a nessuno.<br>E poi lo stress di scegliere ogni giorno&#8230;ma basta.<br>Viva la libertà dal fashion!</p>
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		<title>&#8220;Imprese e diritti umani&#8221;. Fast fashion, luxury fashion e i lavoratori invisibili in Puglia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Per I Diritti Umani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Nov 2018 08:38:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>di Cecilia Grillo “Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave. Le&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">di Cecilia Grillo</span></span></p>
<p align="JUSTIFY">“<span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave. Le nostre sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato.”</i></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Con queste parole Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda, risponde all’inchiesta sul </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, pubblicata dal </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non a caso proprio in occasione della </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Milano Fashion Week</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> (che si tiene ogni settembre), organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Per valutare la serietà delle accuse del New York Times, proviamo a capire meglio cosa si intende per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> e qual’è il loro impatto sul settore della moda italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il concetto di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di cui purtroppo non si sente frequentemente parlare, affonda le sue radici nello sviluppo del fenomeno della cosiddetta “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Quick Response</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”, che si è evoluto dalla fine degli anni &#8217;70 e durante tutto il 1980, quando i fornitori americani di tessuti e abbigliamento hanno iniziato a subire forti pressioni competitive dall&#8217;Estremo Oriente, che esportava prodotti a costi notevolmente inferiori. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo alcuni filoni dottrinali per </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> si deve intendere il comportamento delle aziende che cercano di soddisfare la domanda dei clienti fornendo la giusta quantità, varietà e qualità al momento giusto, nel posto giusto, al giusto prezzo. Da quando tuttavia un piccolo numero di organizzazioni di vendita al dettaglio ha adottato e implementato con successo il principio del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il settore l&#8217;ha percepito come un vantaggio competitivo, implementando tecniche di vendita che riuscissero a stare al passo con le richieste dei mercati internazionali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Esempi di marchi cosiddetti </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> sono rappresentati da H&amp;M, Zara, Topshop, Mango e molti altri, che, con i propri prezzi ed offerte, sono stati in grado di attirare l’attenzione del consumatore tentato dalla moda, allo stesso tempo interpretando le tendenze delle passerelle con un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>time-to-market</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> cosiddetto veloce. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> è indice di una produzione veloce, di capi di abbigliamento sempre di moda venduti a prezzi economici, che sono caratterizzati da un ricambio continuo e da qualità scadente; ma chi paga le conseguenze per il mantenimento di prezzi così bassi e di tale ricambio costante? La manodopera ovviamente. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, oltre ad essere causa del sempre maggiore sfruttamento dei lavoratori, contribuisce notevolmente all’inquinamento di mari e oceani laddove i capi siano stati realizzati con fibre sintetiche della plastica, oltre all’inquinamento chimico prodotto dalle fabbriche, quello dei pesticidi nei campi di cotone, lo spreco di acqua ed energia, malattie e dermatiti della pelle che affettano i lavoratori di tessuti sintetici o colorati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">In riferimento al </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> queste le parole di Kirsten Brodde, che lotta per la campagna di Greenpeace “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Detox my Fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”: È difficile resistere al buon affare, ma </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> significa che noi consumiamo e gettiamo i vestiti più velocemente di quanto il pianeta possa sopportare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Elizabeth Paton e Milena Lazazzera, le due giornaliste che hanno condotto l’inchiesta per il </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>New York Times</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottolineano come proprio il lavoro a domicilio, praticato frequentemente nelle periferie pugliesi, in casa o in laboratori, rappresenti una delle basi fondanti del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Costruite sulla miriade di piccole e medie imprese manifatturiere orientate all&#8217;esportazione, che costituiscono la spina dorsale italiana, le fondamenta secolari della leggenda del &#8220;</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Made in Italy</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">&#8221; si sono scosse negli ultimi anni sotto il peso della burocrazia, aumento dei costi e della disoccupazione, portando con sé una diminuzione dei salari e un aumento del numero di lavoratori irregolari sul suolo italiano.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Tuttavia i lavori tessili che vengono svolti a domicilio ad alta intensità di manodopera o che richiedono manodopera specializzata sono sempre esistiti in Italia e sono solo stati incrementati, ma non creati, dallo sviluppo del fenomeno del </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">. Secondo l’opinione prevalente la mancanza di un salario minimo nazionale stabilito dal governo ha reso più semplice per molti lavoratori che svolgono la propria mansione a domicilio essere pagati in nero e secondo </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> molto più bassi rispetto ai minimi legali.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo i dati riportati dall’Istat per l’anno 2017, 7.216 lavoratori a domicilio, di cui 3.647 operanti nel settore tessile, sono stati impiegati in Italia con contratti irregolari.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11656" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="575" height="422" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 575w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/11/Schermata-2014-01-09-alle-18.02.561-300x220.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 575px) 100vw, 575px" /></a></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Una delle ragioni per cui le retribuzioni lavorative per la produzione di indumenti e tessuti in questo tratto dell&#8217;Italia meridionale sono rimaste così basse è rappresentato dalla delocalizzazione, negli ultimi venti anni, della produzione tessile in Asia e nell&#8217;Europa dell&#8217;Est, che ha intensificato la concorrenza locale e che ha “costretto” i proprietari di fabbriche e industrie tessili a ridurre notevolmente i prezzi per poter essere competitivi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ma non sono solo i marchi di </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>fast fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, secondo quanto riportato dall’inchiesta del NYT, a sfruttare i lavoratori, anche i colossi della moda, le più famose </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, non rispettano quelli che sono gli </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>standard</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> minimi di tutela della propria manodopera, le condizioni e gli orari lavorativi previsti per legge, i salari corrispondenti ai minimi legali, etc.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ed è qui che ritorniamo alla Puglia, dove alcune fra le più famose marche italiane sfruttano i lavoratori, pagando un euro all’ora sarte, prive di garanzie o assicurazioni, che tessono cappotti e abiti, destinati ad essere poi rivenduti sul mercato a prezzi fra i 1.000 e i 2.000 euro al capo, secondo quanto riportato dal NYT a seguito di interviste fatte a una sessantina di donne pugliesi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Ad oggi anche i più famosi marchi e </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, il cosiddetto </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>luxury fashion</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, sottopagano e non rispettano i diritti dei propri lavoratori, infatti anche se negli ultimi anni alcuni fra questi hanno riportato la propria produzione tessile in Puglia, la gestione del mercato dei lavoratori è ancora saldamente nelle mani dei fornitori e degli industriali locali, i quali preferiscono utilizzare subfornitori o lavoratori a domicilio sottopagati.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Il lavoro al nero che le sarte pugliesi, e non solo, svolgono nei propri appartamenti o studi vengono infatti anche affidati in </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>outsourcing</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"> dallo stabilimento locale che produce anche articoli di abbigliamento esterno per alcuni dei più noti marchi di lusso, tra cui Louis Vuitton, MaxMara e Fendi.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le storie delle sarte e delle operaie del meridione italiano parlano di donne costrette a ricorrere a turni straordinari, a miseri sussidi statali, a lavori secondari per poter arrivare a fine mese e per poter mantenere i propri figli, vincolate ad una qualità di vita assolutamente al di sotto della media, a impatti negativi sulla propria salute, alla difficile possibilità di accesso al sistema sanitario nazionale, alla cultura e all&#8217;istruzione secondaria.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Secondo quanto dichiarato dalla Lucchetti, portavoce dell’importante movimento di denuncia “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Clean Clothes Campaign”, </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">la Campagna Abiti Puliti, i cui membri da anni si battono per sensibilizzare e coinvolgere i consumatori riguardo alla tematica dello sfruttamento della manodopera del settore tessile: “</span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>I marchi commissionano i primi appaltatori a capo della catena di fornitura, che poi commissionano ai subfornitori, che a loro volta spostano parte della produzione in fabbriche più piccole sotto la pressione di tempi di consegna ridotti e prezzi ridotti. Ciò rende molto difficile che ci sia sufficiente trasparenza o responsabilità. Sappiamo che il lavoro a casa esiste. Ma è così nascosto che ci saranno marchi che non hanno idea che gli ordini siano fatti da lavoratori irregolari al di fuori delle fabbriche contrattate […] e alcune aziende e griffe devono sapere che potrebbero essere complici</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">Le prime battaglie per la tutela dei diritti dei lavoratori dovrebbero quindi partire proprio da quelle </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>griffe </i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">più famose, che potrebbero ad esempio richiedere ai fornitori con cui collaborano di firmare un </span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT"><i>Sustainability Commitment</i></span></span><span style="font-family: Georgia, serif;"><span lang="it-IT">, di pagare ai propri dipendenti salari legali minimi, di riconoscere e compensare le ore di straordinario, di controllare che rientrino nei limiti legali e che rispettino la legge nazionale, e che dovrebbero porre termine ai rapporti commerciali nel caso in cui i fornitori non apportino i miglioramenti necessari e non rispondano ai requisiti richiesti.</span></span></p>
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