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	<title>felicità Archives - Per I Diritti Umani</title>
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	<description>Periodico nazionale iscritto presso il tribunale di Milano n. 170 del 30/05/2018</description>
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		<title>Le donne dell&#8217;Ucraina. Intervista a Giulia Corsalini</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jan 2019 07:39:45 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Associazione per i Diritti umani ha avuto il piacere di intervistare Giulia Corsalini, docente e autrice di critica letteraria, qui al suo esordio nella narrativa con il romanzo La lettrice di Cechov, edito da&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> ha avuto il piacere di intervistare Giulia Corsalini, docente e autrice di critica letteraria, qui al suo esordio nella narrativa con il romanzo <em>La lettrice di Cechov, </em>edito da Nottetempo.</p>
<p>Ringraziamo molto Giulia Corsalini per la sua disponibilità</p>
<p>Intervista a cura di Alessandra Montesanto</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11940" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="282" height="407" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 282w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2019/01/9788874527274_0_0_407_751-208x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 208w" sizes="(max-width: 282px) 100vw, 282px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Perché ha deciso di raccontare questa storia?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa storia è nata diversi anni fa. A quel tempo scrivevo soprattutto racconti. In Università , nell&#8217;Istituto di Italianistica in cui lavoravo, si parlava di una giovane donna ucraina, una badante, che, frequentando la biblioteca di Slavistica nelle ore libere, si era fatta apprezzare come studiosa e aveva ottenuto un contratto di docenza. La biblioteca di Russo non era nello stesso piano del nostro Istituto e questa collega forse la incrociavo per le scale ma non l&#8217;ho mai conosciuta, né ho saputo in seguito più nulla di lei. La notizia è passata così; poi, ad un certo punto, non so come, è diventata il nucleo di un racconto. Su questa storia sono tornata e ritornata, finché ne è nato un romanzo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Come si è documentata per tratteggiare il personaggio di Nina, simbolo di tutte le donne (in particolare dell&#8217;Est Europa), costrette a lasciare i figli e i mariti nella terra d&#8217;origine per venire in Italia a svolgere professioni poco appaganti?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Negli ultimi anni ho conosciuto diverse donne ucraine e di alcune sono diventata amica; così so molto delle loro vite, del loro lavoro e delle famiglie lontane. La distanza dei figli naturalmente è l&#8217;aspetto più difficile e doloroso della loro esperienza e quello che, come madre, faccio più fatica a comprendere. Per le donne che vengono dalle terre dell&#8217;est dell&#8217;Ucraina, terre devastate da un conflitto terribile e poco noto, la lontananza è ancora più drammatica. Per un certo periodo, una di loro, mentre parlava con il figlio al telefono, sentiva il boato dei bombardamenti su Donetsk (questo figlio, che si è laureato mentre lei era in Italia e vive solo, è il suo unico affetto e per tre anni la guerra le ha reso impossibile raggiungerlo). Ma è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Ho letto dei libri, romanzi e saggi sull&#8217;argomento e poi ho fatto un viaggio a Kiev; ho visitato questa città storica, attraversata dal Dnepr, molto bella; ho partecipato ai riti ortodossi; ho mangiato i piatti tipici; ho preso l&#8217;aereo nel piccolo aeroporto vicino alla città, dal quale partono le badanti più fortunate, che riescono ad evitare il viaggio di due giornate in pulmini male in arnese e ad acquistare un volo low-cost; eravamo insieme, lì al gate, in un&#8217;alba freddissima.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una volta l&#8217;Ucraina era considerata “Russia”. Vuole spiegarci qual è il legame tra la storia di Nina e la Letteratura russa (Čechov, in particolare) e italiana?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nina è una donna colta, una studiosa di Letteratura russa. In particolare ha una passione per Čechov e questa passione, che in un primo tempo rappresenta soprattutto un conforto per la sua solitudine, diviene motore della vicenda.</p>
<p>E&#8217; per studiare Čechov che Nina inizia a frequentare la biblioteca di Slavistica dell&#8217;Università della cittadina in cui lavora come badante ed è lì che trova una controversa possibilità di riscatto.</p>
<p>I racconti dello scrittore e drammaturgo russo diventano oggetto di analisi e materia di insegnamento per Nina. Allo stesso tempo quella scrittura è aspirazione della voce narrante, che insegue la stessa qualità di naturalezza nella narrazione della propria vita e tenta di rimodulare l&#8217;arco melodico della pagina čechoviana; una musicalità malinconica e interiore, attraverso la quale il pathos della disillusione e il senso dell&#8217;inadempienza dei destini si fondono alla persistenza del sogno.</p>
<p>La Letteratura italiana resta sullo sfondo; Nina cerca di capire in che modo Čechov abbia influenzato gli scrittori italiani, ma non espone che in linea generale i risultati del suo lavoro; arriva a dire che per il narratore italiano la scrittura di Čechov rappresenta un&#8217;aspirazione più che un modello; dietro la ricerca di un&#8217;arte non formale e libera da intenzionalità secondarie &#8211; abbellimenti stilistici, sperimentazione, ammaestramenti di ogni tipo &#8211;  c&#8217;è spesso la lezione čechoviana.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il suo romanzo affronta il tema della solitudine, ma non appartiene solo a Nina&#8230;Tutti i personaggi ne soffrono. Credo anche che, per la struttura e la scrittura, il  testo si potrebbe trasporre in una pièce. Cosa pensa di queste considerazioni?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ognuno dei personaggi vive una sua forma di solitudine, che per tutti è comunque principalmente senso della perdita degli esseri amati, con i quali si sono condivisi giorni e consuetudini, e fedeltà tenace a ciò che quei legami hanno rappresentato. Nina è sola soprattutto perché non può più comunicare con la figlia Kàtja, la figlia lo è perché non riesce a giustificare la madre; e Giulio De Felice, il professore di Letteratura russa, è solo perché, anche lui, non sa perdonare la moglie, che non ha mai smesso di amare. Ci sono stati dei motivi di incomprensione, delle fratture che sono diventate insanabili, ci sono stati il dolore e la morte, e il passato è ormai per ognuno il tempo di una felicità compromessa e irrecuperabile, a cui tuttavia non si vuole rinunciare.</p>
<p>Il romanzo ha scene, dialoghi, atmosfere, descrizioni di interni che penso si prestino alla trasformazione del testo in una pièce drammatica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Qual è il Futuro sognato da Nina e quale, invece, quello realizzabile?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nina, che è appunto un&#8217;appassionata lettrice di Čechov, avverte il carattere illusorio e velleitario delle proprie aspirazioni per il futuro nel momento stesso in cui si concede il diritto di nutrirle; allo stesso tempo non rinuncia ad avere delle aspettative di bene che riguardano la figlia, sé, gli altri; aspettative per un verso indefinite, come se il bene fosse difficile da formulare, per l&#8217;altro poggiate su alcuni gesti concreti e avvertimenti vivi: mettere insieme dei risparmi per aiutare Kàtja, scrivere un saggio che la accrediti tra gli studiosi, assumersi una responsabilità di tipo umanitario, provare sdegno per le ingiustizie. Malgrado tutto, Nina ha una predisposizione alla fiducia.</p>
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		<title>Incontro con Pepe Mujica. Il Presidente del Bene comune</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Sep 2018 10:47:38 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/untitled-1196-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-11235" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/untitled-1196-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="474" height="331" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/untitled-1196-1.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 474w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2018/09/untitled-1196-1-300x209.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 474px) 100vw, 474px" /></a></p>
<p>Ieri, 31 agosto 2018, il Presidente dell&#8217;Uruguay, Pepe Mujica, era a Milano presso il Pime.</p>
<p>Noi, per l&#8217;occasione, vi riproponiamo il report di un incontro che abbiamo seguito due anni fa, all&#8217;Università Statale di Milano. E&#8217; sempre un piacere leggere e ascoltare le sue parole. Magari i nostri politici lo seguissero&#8230;</p>
<h1 class="post-title entry-title">Incontro con Pepe Mujica per parlare di felicità</h1>
<p>di Alessandra Montesanto</p>
<p>Il 6 novembre 2016, presso l’aula magna dell’Università Statale di Milano si è tenuta una conferenza con il Presidente dell’Uruguay, Pepe Mujica e altri ospiti illustri: Luis Sepulveda e Carlo Petrini. In occasione dell’uscita in Italia del libro “Una pecora nera al potere. Pepe Mujica, la politica della gente” di Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/51v3byMzsdL._SX324_BO1204203200_-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtaW1hZ2UtMA==" data-rl_title="" data-rl_caption="" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7349" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/51v3byMzsdL._SX324_BO1204203200_-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 326px) 100vw, 326px" srcset="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/51v3byMzsdL._SX324_BO1204203200_-2.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 326w, http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/51v3byMzsdL._SX324_BO1204203200_-2-196x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 196w" alt="51v3bymzsdl-_sx324_bo1204203200_-2" width="326" height="499" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Un bellissimo incontro sul tema della FELICITA’.</p>
<p><i><b>Associazione per i Diritti umani</b></i> riporta, per voi, alcuni stralci dell’intervento di Pepe Mujica.</p>
<p>La mia generazione è un agenerazione un po’ ingenua perchè ha pensato che la Cultura potesse migliorare il mondo; invece la Cultura spesso serve il Sistema che l’ha generata. Quando parlo di Cultura mi riferisco alla cultura immanente, cioè a quelle azioni subliminali che condizionano la nostra vita: compriamo oggetti senza averne bisogno oppure se una persona ha un lavoro part-time è costretta a trovarne un altro per guadagnare di più e continuare ad acquistare oggetti inutili. Il Sistema, così, crea una religione subliminale che prescrive l’accumulo continuo di soldi per continuare a comprare. Noi dobbiamo cambiare la testa se vogliamo cambiare questo Sistema.</p>
<p>Se non accettiamo che lo sviluppo economico porti felicità, allora questo sviluppo è falso. Ci deve essere uno sviluppo più equo. I giovani, oggi, sono davanti a un bivio: seguire la propria volontà, le proprie inclinazioni oppure farsi trascinare passivamente dal Sistema. La prima scelta porta verso la felicità perchè la felicità consiste nell’essere coerenti con se stessi, senza vivere secondo regole imposte dal Mercato (e, quindi, da altri). La felicità è equilibrio, allegria, lotta per la vita e per un mondo migliore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-638.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtaW1hZ2UtMQ==" data-rl_title="" data-rl_caption="" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7350" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-638.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 360px) 100vw, 360px" srcset="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-638.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 360w, http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-638-168x300.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 168w" alt="untitled-638" width="360" height="641" /></a> <a title="" href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-bGlnaHRib3gtaW1hZ2UtMg==" data-rl_title="" data-rl_caption="" data-rl_title="" data-rl_caption=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-7351" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" sizes="(max-width: 1142px) 100vw, 1142px" srcset="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1142w, http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637-300x168.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637-768x431.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2016/11/untitled-637-1024x575.png?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" alt="untitled-637" width="1142" height="641" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La vita militante, sociale o politica, deve essere una vita impegnata e deve essere un patto di solidarietà fatto con la nostra stessa nascita perchè l’essere umano deve migliorarsi e devono migliorare anche le società. Nessuna felicità è più grande del guardarsi allo specchio e sapere di non aver tradito i propri sogni, nonostante le difficoltà.</p>
<p>Viviamo in un’epoca paradossale perchè abbiamo tanto capitale, tanta conoscenza, tante risorse, ma tutto questo viene sprecato, in Occidente, ma soprattutto in America latina (che io chiamo “un continente ingiusto”) perchè la concentrazione della ricchezza è nelle mani di pochissimi e tale concentrazione porta alla creazione di lobbies e al favorimento delle multinazionali a scapito dei più poveri.</p>
<p>Non c’è società senza contraddizioni, ma il nostro dovere è quello di pensarci come “specie”; dobbiamo sì progredire, ma dobbiamo anche proteggere la nostra terra. Penso che sia possibile creare un mondo migliore, criticando gli errori dei nostri antenati e tenendo buona la loro eredità positiva.</p>
<p>L’essere umano ha bisogno della società e la società è composta da individui diversi tra loro e, spesso, questa diversità porta ai conflitti. Il ruolo della politica è quello di risolvere tali conflitti, ma la nostra è un’epoca in transizione: tutto il Sistema è tacitamente corrotto dal capitalismo e dalla cultura immanente, per cui tutti vogliono arricchirsi sulle spalle degli altri. Le Repubbliche, invece erano state inventate per dire che gli uomini sono tutti uguali e, quaindi, anche i politici dovevano vivere come gli altri. La politica è passione, onore e dignità e non una professione. Non tutti, infatti, possono fare politica: la può fare solo CHI HA UN CUORE DEGNO.</p>
<p>Ed è sbagliata anche la sfiducia nella politica perchè l’individualismo è l’inizio dell’infelicità collettiva.</p>
<p>L’Occidente ha imposto le proprie idee agli altri Paesi; invece dobbiamo guardarci dentro, alla nostra coscienza per migliorare la situazione. In particolare i giovani devono vivere, impegnarsi perchè la libertà è una scelta e un diritto. Libertà e diritto di avere tempo per stare con le persone care, per coltivare le passioni, per essere felici.</p>
</div>
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		<title>&#8220;Orizzonte donna&#8221;. City of joy</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Dec 2017 08:41:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani. Associazione per i Diritti umani è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dicembre 2017, lunedì: oggi inauguriamo una nuova rubrica. ORIZZONTE DONNA, curata dall&#8217;antropologa e psicoterapeuta Ivana Trevisani.</p>
<p><em><strong>Associazione per i Diritti umani</strong></em> è felice di offrire ai suoi lettori questi prossimi approfondimenti e ringrazia moltissimo Ivana Trevisani per la preziosa collaborazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>City of joy</p>
<p>di Ivana Trevisani</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9857" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th74MMYMFJ.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“<i>City of joy”, </i>il documentario della regista Madeleine Gavin presentato in prima nazionale a Milano al We World Festival lo scorso fine settimana, nella giornata internazionale contro la violenza alle donne, per l&#8217;intensità e la potenza del racconto e del messaggio, muove l&#8217;augurio e la speranza di poterlo rivedere anche su altri schermi e oltre il 24 novembre.</p>
<p><i>City of joy, </i>fondato dalla scrittrice statunitense Eve Ensler e dal ginecologo congolese Denis Mukwege Mukengere, già insignito del premio Sacharov per la sua attività di aiuto alle donne vittime di violenza, è il Centro per donne vittime dello stupro come arma di guerra nella Repubblica Democratica del Congo, e più precisamente nel sud del paese, zona ricca di miniere di materiali preziosi, oro, koltan, fosfati&#8230; E proprio quell&#8217;enorme ricchezza si è rivelata una maledizione per la popolazione dell&#8217;area e in un incubo per le donne, divenute l&#8217;obbiettivo primario della violenza dei mercenari al soldo delle multinazionali occidentali del settore, nelle strategie di spopolamento dei villaggi adiacenti alle miniere.</p>
<p>Stupro riconosciuto e definito come arma di guerra perchè, oltre agli incendi delle case, è pratica di attacco alle popolazioni per forzarne l&#8217;allontanamento, per obbligarle alla fuga dai villaggi e poterli liberamente e impunemente occupare.</p>
<p>Gioia nella violenza? Potrebbe sembrare una contraddizione, di fatto non lo è, perchè la gioia a cui si riferisce la nominazione del Centro è quella del riuscito spostamento dall&#8217;angoscia della lacerazione del corpo e dell&#8217;anima, alla riapertura alla vita attiva e nuovamente piena di senso del sé e del mondo.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9858 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="306" height="200" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 306w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th8Y7CUFB6-300x196.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 306px) 100vw, 306px" /></a></p>
<p>Una gioia che non si colloca nella negazione o nell&#8217;inerzia, ma è, al contrario, trasformazione nel passaggio <b>Dal dolore alla forza, </b>come<b> </b>è scritto a caratteri cubitali sul grande striscione al cancello di ingresso al Centro.</p>
<p>Non solo un&#8217;idea, ma viva realtà che le donne, con la loro forza affermano e con cui contagiano non solo il <i>loro</i> dottor Denis Mukwege Mukengere, ma anche gli spettatori della sala milanese, invitandoli implicitamente ad andare oltre le lacrime della pietas, pure legittime e spostarsi nel registro dell&#8217;ammirazione della potenza vitale di donne che, in un&#8217;esistenza assediata dall&#8217;aggressione violenta, la vita continuano comunque ad amarla, a volerla continuare e cambiare.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="size-full wp-image-9859 alignright" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/th-194.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="258" height="166" /></a></p>
<p>E la straordinaria vitalità delle donne è ben rappresentata dai momenti di felicità ritrovata nello scorrere della quotidianità comunitaria, momenti di divertimento semplice e risate, forse anche reazione al senso di tensione profonda che piano piano, passo dopo passo riesce a stemperarsi. La felicità di quegli attimi che riescono a contrastare la paura, e fanno di brevi istanti un&#8217;opportunità per recuperare un po&#8217; della felicità amputata ma non distrutta, è tutta condensata nelle immagini delle donne che riprendono a danzare e mentre ballano gioiosamente, riescono a ridare al medico, con la loro forza di recupero, la forza di continuare ad aiutarle, superando il suo comprensibile momento di sconforto.</p>
<p>Anche il vestirsi bene, nel suggerire e scegliere le stoffe più adatte al proprio corpo è l&#8217;inizio del prendersi cura di sé, l&#8217;avvio del percorso di accettazione del sé e del riconoscimento del proprio valore.</p>
<p>La consapevole accettazione di sé e il superamento dei ristagni di astio nel profondo, a volte va oltre se stesse: “<i>Odiavo mia figlia dello stupro, ora non più”, </i>un altro passo necessario nel recupero di una piena integrità delle donne, che al Centro si riesce a compiere<i> </i>è<i> </i>riconquistare e<i> </i>riannodare i fili della relazione materna,<i> </i>poiché sempre l&#8217;esito inevitabile nell&#8217;uso dello stupro come arma di guerra sono l&#8217;estirpazione del senso materno e il vuoto interno che ne consegue.</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9860" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/12/untitled-1141.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="292" height="199" /></a></p>
<p>Il perno dell&#8217;attività del Centro è la partecipazione collettiva: non essere sole, perchè unicamente la condivisione di uno stesso vissuto e il coraggio di riuscire ad esprimerlo, a metterlo in comune può aiutare ad andarne oltre, a rimuovere l&#8217;ingombro di sentimenti negativi ancora stagnanti. Battere insieme le mani alla forza di altre per l&#8217;esito positivo raggiunto, si rivela un aiuto propulsivo all&#8217;affiorare della propria forza, e al concedersi di manifestarla.</p>
<p>L&#8217;avidità delle multinazionali non si ferma alla cancellazione dei villaggi e della dignità delle vite, ma espropria le donne e le loro famiglie e comunità di un bene che la natura aveva loro donato da tempo immemore: la foresta bellisima, fonte di ispirazione poetica e passeggiate di innamorati, è divenuta ora <i>nemica</i> fonte di paura. Ormai dominio degli assassini e stupratori prezzolati è interdetta alla sua gente, un&#8217;interdizione a percorrerla, ad accedervi che non tocca solo la sfera emotivo-sentimentale, pure significativa, ma anche quella economica, essenziale alla vita materiale. Le donne infatti da sempre coltivavano la foresta e procuravano il cibo e il sostentamento per l&#8217;intera famiglia, spesso anche per la comunità, al tempo stesso, inoltre, si prendevano cura della sua sopravvivenza, messa ora a rischio dall&#8217;incuria coatta.</p>
<p>“<i>City of joy”:</i> un racconto corale che alla positività e al desiderio incessante di vita delle donne congolesi, contrappone una quasi enciclopedia delle violenze e dei soprusi di un occidente aggrssivo a <i>“casa loro” </i>ed espulsivo a <i>“casa propria”</i>, che non può e non deve lasciare indifferenti.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il racconto di un ragazzo gay e disabile: la strada per la felicità</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Oct 2017 07:15:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi pubblichiamo la storia di Filippo, un nostro caro amico, che ringraziamo per aver voluto condividerla con noi e con voi, nell&#8217;intento di sensibilizzare sui diritti Lgbt  e per aiutare tante e tanti nella&#46;&#46;&#46;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi pubblichiamo la storia di Filippo, un nostro caro amico, che ringraziamo per aver voluto condividerla con noi e con voi, nell&#8217;intento di sensibilizzare sui diritti Lgbt  e per aiutare tante e tanti nella loro personale ricerca della felicità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Sbaglia sempre per conto tuo&#8230;è così che fanno le persone che vogliono essere felici”. Questa frase tratta da un film di Ozpetek è quella con cui voglio iniziare il mio racconto, perchè se c&#8217;è una cosa che ho imparato a metà del mio percorso è sicuramente che, per dirlo in altre parole, preferisco vivere di rimorsi che di rimpianti.</p>
<p>Sono Filippo, un trentenne della Brianza, gay e disabile. Vivo, quindi, più o meno da sempre, la doppia diversità o doppia discriminazione, anche se forse i primi a discriminarci siamo noi stessi. La disabilità è qualcosa con cui ho dovuto convivere fin dalla nascita, nel mio caso si tratta semplicemente di un&#8217;emiparesi che ha coinvolto il braccio e la gamba destri. Nell&#8217;infanzia il problema è soprattutto dei genitori che si trovano a dover far fronte a qualcosa d&#8217;inaspettato e di non sempre facile gestione, soprattutto all&#8217;interno di una famiglia come la mia, composta da due genitori di umili origini e condizioni e non propriamente così uniti. Ad essere sinceri le urla e le liti hanno sempre fatto parte del mio quotidiano, ma a parte l&#8217;ambiente “movimentato”, oggi posso dire di essere stato abbastanza fortunato nell&#8217;avere due genitori che comunque sono stati premurosi per come hanno potuto. I primi anni della scuola sono stati tutto sommato sereni se escludiamo qualche difficoltà legata al rendimento scolastico, non ho sentito particolarmente il peso emotivo della disabilità. L&#8217;adolescenza e gli anni seguenti sono stati senza dubbio più duri. Da adolescente, oltre a chiedermi se il corpo poteva in qualche modo attirare i miei coetanei, c&#8217;era il conflitto interiore tra ciò che mi era stato insegnato dai Testimoni di Geova riguardo all&#8217;omosessualità e ciò che sentivo, ovvero l&#8217;attrazione per insegnanti</p>
<p>il mio stesso sesso. L&#8217;ambiente che frequentavo insieme a mia madre e a mia sorella, quello dei Testimoni di Geova appunto, non mi ha aiutato di certo a risolvere i miei conflitti.</p>
<p>Per anni ho cercato di pensare all&#8217;omosessualità come ad una scelta, uno stile di vita alternativo. La vera svolta dentro di me avviene quando inizia a farsi insistente il pensiero del tempo che scorre e i vent&#8217;anni se ne vanno con le opportunità mancate. Decido così di darmi una possibilità e di provare ad assecondare i miei sentimenti e a ventisette anni ho il mio primo rapporto sessuale. Si tratta però di una strada in salita, infatti non ho amici gay, ma una vita da ricostruire daccapo e una famiglia dalla mentalità chiusa. Per giustificare il mio allontanamento dalla religione mi trovo costretto quasi subito al coming out. La reazione di mia madre, come previsto, non è delle migliori mentre quella di mia sorella è inaspettatamente positiva, probabilmente perchè in quel periodo anche mia sorella vive un momento difficile, decide di separarsi dal marito e di tornare a casa dai miei. La tempesta di emozioni e cambiamenti di quel periodo mi spingono a trasferirmi da solo a Milano per la prima volta e a farmi seguire da uno psicologo. Rimango presto senza lavoro e così torno in famiglia, ma l&#8217;anno fuori di casa mi aiuta a coltivare amicizie e ad avere le prime esperienze amorose. Sono tornato dai miei con la sensazione di avere tanta strada da fare per raggiungere quella che molti chiamano felicità, altri serenità o anche vita soddisfacente. Mi capita spesso di sentirmi triste perchè non ho il lavoro che vorrei e sento la mancanza di un amore. Al tempo stesso sono consapevole che la vita non è sempre come vorremmo e che l&#8217;idea di relazione che ho in testa non corrisponde alla realtà delle coppie che conosco. Oltre il fatto che continuo a lavorare su me stesso, tra le cose positive che faccio c&#8217;è l&#8217;attivismo; attualmente sono un “ Libro Parlante” di Milano e faccio conoscere la mia storia di vita e, in passato, ho collaborato con Arcigay e Asa (Associazione Solidarietà Aids).</p>
<p>Vorrei rivolgermi a coloro che vivono una situazione simile alla mia, ma non essendo bravo nei consigli, mi faccio aiutare dalla scrittrice Gabrielle Rivera che nel raccontare la sua esperienza nel libro “Le cose cambiano” si esprime così: “Le cose non cambiano, quel che succede è che diventate più forti . Capite quello che succede, come sono le persone e come va il mondo. E da adulti, imparate ad affrontarlo, il mondo, imparate ad amarvi, a prendere le cose per quello che sono”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-9587" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="2592" height="1944" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 2592w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009-300x225.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009-768x576.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 768w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/10/IMG_20170930_164009-1024x768.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 1024w" sizes="(max-width: 2592px) 100vw, 2592px" /></a></p>
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		<title>&#8220;LibriLiberi&#8221;: Meglio essere felici: parola di Bauman</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Apr 2017 10:29:59 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/1690720055.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter  wp-image-8456" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/1690720055.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="421" height="689" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/1690720055.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 672w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/1690720055-183x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 183w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/04/1690720055-626x1024.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 626w" sizes="(max-width: 421px) 100vw, 421px" /></a></p>
<p>Il diritto alla felicità non va sottovalutato, tanto che se ne è occupato anche Zygmunt Bauman.</p>
<p>Il tema della felicità percorre tante strade, tante discipline, tutta la nostra esistenza: si parla, infatti, di famiglia, di società, di politica, di economia. Ecco perchè il celebre sociologo da poco scomparso se ne è occupato in un libercolo dal titolo <i>Meglio essere felici</i>, edito da Irruzioni, con una prefazione di Massimo Arcangeli.</p>
<p>Le definizioni di “felicità” possono essere molteplici: Kant sostiene che sia un concetto indeterminato perchè nessuno è in grado di spiegare in modo esauriente cosa desidera davvero e Goethe risponde nel suo modo sempre arguto e dice: “ Sì, ho avuto una vita molto felice” ma poi sostiene di non ricordare una singola settimana dominata da questo sentimento.</p>
<p>Bauman afferma, innanzitutto, che la felicità individuale dipenda da due fattori: dal destino e dal carattere di un individuo perchè il primo distribuisce la carte, ma il secondo decide come giocarle. Questa teoria è arricchita, nel testo, da riferimenti ad altri pensatori come Max Scheler – il filosofo tedesco dell&#8217;etica – il quale sostiene che in TEORIA ognuno di noi ha gli stessi diritti, nel ricercare la felicità, di tutti gli altri, ma che poi, nella realtà, le opportunità cambiano a seconda dell&#8217;educazione, dei cosiddetti “poteri genuini” (appunto, le virtù o i difetti del temperamento) e delle condizioni economiche; Alexis de Tocqueville, già nel 1835 nel suo importante saggio <i>La democrazia in America</i>, sottolinea quanto la ricerca del benessere, singolo o collettivo, sia un supplizio di Tantalo in quanto, una volta ottenuto il famigerato benessere, le persone non riescono più a farne a meno e ne ricercano sempre di più.</p>
<p>E questo si ripercuote anche nelle relazioni: “Il vero problema, in quest&#8217;epoca,”, scrive Bauman, “è che l&#8217;abitudine di farsi degli amici contandoli, moltiplicando il loro numero, e di essere assorbiti in questo genere di attività, lascia molto poco tempo per acquisire le competenze sociali necessarie a negoziare i propri rapporti, la propria coabitazione con altri esseri umani, pieni e reali”. Siamo, invece, come Adamo, il primo uomo sulla terra che nelle parole di Umberto Eco è “bestiale e solitario”, che vive “&#8230;in una comunità dove ciascuno ha deciso sistematicamente di non guardarsi mai l&#8217;un l&#8217;altro&#8230;”.</p>
<p>Il grande sociologo lascia un testamento importante contro questa deriva: la vera felicità comincia a casa, in contatto con le altre persone, quelle che ci stanno più vicine, che ci sono più care e poi il cammino continua con le altre.</p>
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		<title>Al PAC di Milano una mostra fotografica per il diritto alla salute</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2017 10:20:40 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p dir="ltr">Che cos’è la <b>felicità</b>? Qualcuno dice che non esiste, altri credono di averla trovata. Ed è proprio la sua ricerca, la ricerca della felicità, la protagonista della mostra organizzata per il terzo anno consecutivo da <b>Riscatti Onlus</b> al<b>Padiglione di Arte Contemporanea</b> di via Palestro a Milano.</p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><a href="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/72021-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-8127" src="http://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/72021-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="" width="446" height="286" srcset="https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/72021-1.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 446w, https://www.peridirittiumani.com/wp-content/uploads/2017/02/72021-1-300x192.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss 300w" sizes="(max-width: 446px) 100vw, 446px" /></a></p>
<p dir="ltr">
<p dir="ltr"><b>Ri-scatti, la ricerca della felicità </b>raccoglie oltre 90 <b>fotografie</b> scattate da 29 ragazzi tra i 14 e i 27 anni che sono, o sono stati, pazienti oncologici del <b>Progetto Giovani dell’Istituto Nazionale dei Tumori</b> di Milano.</p>
<p dir="ltr">Tre fotografe, <i>Alice Patriccioli</i>, <i>Veronica Garavaglia</i> e <i>Donata Zanotti</i>, hanno insegnato ai ragazzi i ‘trucchi’ del mestiere. Un tatuaggio, l’abbraccio dei nonni, un prato di margherite, il mare: il percorso della mostra spiega in<b>immagini</b> cosa rappresenta la felicità per questi ragazzi nonostante la malattia, un lavoro personale e al contempo corale corredato da alcuni disegni realizzati dall’artista <i>Paola Gaggiotti</i>, coordinatrice artistica del Progetto Giovani per l’Associazione Bianca Garavaglia.</p>
<p dir="ltr">La mostra è in programma dal<b> 3</b> al <b>12 febbraio</b>e le fotografie possono essere acquistate con una donazione minima di 50 euro: parte del ricavato sarà <b>devoluto</b> a favore della realizzazione di nuove iniziative nell’ambito del Progetto Giovani sostenuto dall’associazione all’interno del reparto di pediatria dell’Istituto dei Tumori.</p>
<p dir="ltr">Perché se l’iniziativa ha un suo importante valore artistico, è anche bene sottolineare quello che <i>Martina</i>, portavoce dei giovani artisti autori delle istantanee, ha ricordato durante la presentazione della mostra: «Esiste anche la nostra realtà, anche se può sembrare triste.  Dietro queste foto ci sono adolescenti malati di tumore che hanno bisogno di aiuto per la ricerca».</p>
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